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«UN PAESE CHE VIVE NELLA MENZOGNA È UN PAESE CHE NON HA FUTURO»

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Così esordisce Fiammetta Borsellino intervistata da Rita Pedditzi per il programma “Inviato Speciale”, l’approfondimento del Gr1 di Rai Radio 1  Sono passati 29 anni da quel terribile 19 luglio 1992 in cui persero la vita Paolo Borsellino e cinque dei sei agenti di scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli. Si salvò solo Antonio Vullo, sesto agente del servizio di tutela che quel giorno accompagnò Paolo Borsellino dalla casa al mare a Villagrazia di Carini a via d’Amelio, luogo in cui abitava la madre. Ventinove anni in cui raggiungere una, seppur parziale, verità giudiziaria è stato percorso un cammino impervio e denso di falsi pentiti, indagini fuorvianti, sentenze sbagliate. I procedimenti denominati “Borsellino” segnano il faticoso compito di raggiungere la verità e, purtroppo, anche il più grave depistaggio della storia dell’Italia repubblicana.

Le vicende processuali sono state avvelenate dal falso collaboratore di giustizia Scarantino le cui dichiarazioni, ritenute affidabili, hanno portato alla condanna ingiusta di undici persone e a una ricostruzione inesatta, frettolosa, più densa della voglia, o necessità, di dare un colpevole a tutti i costi per la strage che non di quella di fare luce sulla vicenda e consegnare al popolo italiano i veri responsabili. Di fatto, solo nel 2008, grazie alle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza prima e Fabio Tranchina poi, dichiarazioni riscontrate, è stato possibile ricostruire dinamiche e responsabilità.

La dottoressa Lia Sava, Procuratore Capo della Procura Generale della Repubblica di Caltanissetta, non ha dubbi: «L’Italia ha estremo bisogno di conoscere ogni frammento del contesti, delle causali, degli autori delle stragi e ciò non solo al fine di meglio comprendere cosa accadde davvero in quegli anni, allorché venne sferrato il più violento degli attacchi alla nostra democrazia» dichiarò il 17 settembre 2019 nel corso della sua requisitoria nel processo di appello “Borsellino quater” e, al microfono di Rita Pedditzi, dichiara oggi: «Andando a rileggere la sentenza di primo grado e dell’appello del “Borsellino quater” ci sono importanti dichiarazioni di Antonino Giuffrè, collaboratore di giustizia, c’è un passaggio, nelle dichiarazioni di Giuffrè dove lui fa riferimento alle causali delle stragi. Cosa dice Giuffrè di fondamentale? Dice “guardate che per realizzare le stragi Cosa Nostra fece prima dei sondaggi” cioè Cosa Nostra non ha mandanti, Cosa Nostra è automa e indipendente però fece dei sondaggi per vedere che tipo di appoggi aveva per realizzare le stragi e questi sondaggi, dice Giuffrè, li fa nell’ambiente imprenditoriale quindi in collegamento con il discorso “mafia-appalti”, lo fa nel mondo della Massoneria, lo fa nel mondo dei servizi segreti deviati, lo fa nel pantano di certi ambienti quindi imprenditoria collosa, Massoneria deviata e servizi deviati, anche mafie straniere, ad esempio Cosa Nostra americana  proprio in questo pantano che si deve continuare a indagare per capire quali sono stati i concorrenti esterni che in questo pantano hanno sguazzato e hanno rafforzato il proposito di Cosa Nostra di ammazzare Falcone e Borsellino. Quindi non bisogna parlare di mandanti esterni, Cosa Nostra non ne ha mandanti, semmai concorrenti esterni cioè quelle persone che hanno rafforzato in maniera anche subdola, in maniera opaca il proposito delle stragi e questo Giuffrè lo dice con assoluta chiarezza.

Quando fanno questi sondaggi capiscono che il vento era favorevole, che c’erano più ambienti favorevoli all’eliminazione di questi due straordinari eroi, lasciati soli molto spesso anche all’interno degli ambienti che avrebbero stargli più vicino».

Ed è proprio la dottoressa Sava che indica, tra i motivi che hanno portato all’accelerazione della decisione di compiere le stragi del 1992, del dossier “mafia-appalti”. Si tratta del dossier che scaturisce, con il deposito nel febbraio del 1991, dall’indagine da parte degli allora Ros Giuseppe De Donno e Mario Mori. Nel corso delle indagini Falcone era perennemente informato dai Ros, come risulta dalla sua audizione in Commissione Antimafia del 22 giugno 1990, da pochi giorno resa pubblica, nella quale da qualche anticipazione alla Commissione pur tenendo conto che  le indagini erano ancora in corso.

E proprio in quella audizione, Giovanni Falcone parla di “centrale unica degli appalti” e dichiara «Abbiamo la conferma di un sistema mafioso che, per quanto concerne i grandi appalti, ed anche nei piccoli centri per tutti gli appalti, ne gestisce in pieno l’esecuzione». Si tratta dello stesso dossier di cui fu chiesta l’archiviazione dai sostituti procuratori Scarpinato e Lo Forte, a quel tempo applicati alla procura a Palermo, che firmarono la richiesta il 13 luglio 1992.

A questo proposito FiammettaBorsellino, sempre al microfono di Rita Pedditzi, pone in evidenza quanto è successo in quei giorni: «(Mio padre) è stato ucciso per tantissimi motivi.

Ricordiamoci che nel 1992 stavano per diventare definitive (lo diventeranno il 30 gennaio 1992 con la sentenza definitiva della Corte di Cassazione, ndr), c’era Tangentopoli e nel 1991 era stato messo in piedi proprio dai Ros il dossier “mafia-appalti” che stava dando luogo a sviluppi importantissimi per quanto riguarda il sistema illecito degli appalti politico-mafiosi. Io ritengo che sia stato proprio il dossier “mafia-appalti” l’elemento acceleratore perché lo dice già la sentenza del “Borsellino ter” e poi lo conferma la sentenza del “Borsellino quater”. Mi chiedo coma mai nella recente sentenza sulla trattativa (si tratta della sentenza di primo grado, essendo tutt’ora in corso l’appello del procedimento “Bagarella e altri – presunta trattativa Stato – mafia”, ndr) addirittura viene negato l’interessamento di mio padre a questo dossier e addirittura viene messo in discussione che lui lo conoscesse e questo non è vero. Addirittura mio padre era così interessato al dossier che il 14 luglio indice proprio una riunione in procura, proprio per chiedere conto e ragione sul fatto che il dossier non avesse avuto quel respiro che meritava.

In quella stessa riunione dichiara di star sentendo un nuovo collaboratore, si trattava di Leonardo Messina, una collaborazione che appunto avrebbe potuto portare a nuovi sviluppi. C’è un fatto molto strano, che questo dossier porta una data di richiesta di archiviazione del 13 luglio, cioè del giorno prima e il 14 luglio, di questa volontà di archiviare, non viene fatto alcun cenno. Nel tempo di pochissime settimane la richiesta di archiviazione viene accolta. Io mi chiedo il perché di questa scelta, io mi chiedo il perché, soprattutto, di questa reticenza».

L’interesse del dottor Paolo Borsellino è già stato confermato, in diverse occasione. Audito dalla Commissione Antimafia Siciliana, lo scorso mese di maggio, il dottor Antonio Ingroia, ha dichiarato «Borsellino aveva l’impressione che alla Procura di Palermo stessero insabbiando il dossier “mafia-appalti”». Ferdinando Imposimato, a metà anni ’90 ebbe il coraggio di firmare una “storica” relazione di minoranza all’interno della Commissione Antimafia per puntare l’indice su quell’esplosivo dossier che era sulla scrivania di Giovanni Falcone alcuni mesi prima di essere trucidato.

Ne parla all’audizione, sempre in Commissione Antimafia, il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Gabriele Paci che fa riferimento all’epoca in cui Borsellino era procuratore capo a Marsala: «Di quel rapporto “mafia-appalti” Borsellino chiese copia quando si trova ancora a Marsala. Altro dato che emerge inquietante è che spesso ci siamo soffermati a pensare a quest’aspetto, già nel 1991 Cosa nostra vuole organizzare un attentato a Paolo Borsellino a Marsala.

Per quest’attentato che non va in porto, muoiono due mafiosi, i fratelli D’Amico capi della famiglia di Marsala. Muoiono perché si oppongono all’eliminazione di Borsellino a Marsala».

Non solo interesse da parte di quel dossier da parte di Giovanni Falcone e paolo Borsellino, chiave di volta per altri omicidi eccellenti di quel maledetto 1992, come quello del maresciallo Guazzelli prima e di Salvo Lima perché Falcone e Borsellino avevano capito che l’omicidio di Salvo Lima, e non solo quello, era strettamente collegato al dossier “mafia-appalti” a partire da quanto dichiara l’allora pm Vittorio Teresi in un verbale di assunzione di informazione del 7 dicembre 1992, acquisito per il processo “Bagarella e altri” oramai alle battute finali.

Sia Guazzelli sia Lima sarebbero quindi stati uccisi perché avrebbero rifiutato di far attenuare le posizioni di alcuni indagati il cui nome era nel dossier dei Ros. Di recente, nel corso di una sua partecipazione ad un programma sull’emittente La7, il dottor Antonio Di Pietro ha raccontato che da un lato era stato contattato da Borsellino perché, proprio dal rapporto “mafia-appalti”, sviluppasse le indagini su alcuni imprenditori del Nord, dall’altro lato era stato contattato dall’allora capitano De Donno il quale lo pregò di occuparsi appunto della questione “mafia-appalti” perché a Palermo il Ros non trovava ascolto da parte della procura.

Ne parla anche, nella medesima puntata di “Inviato Speciale”, anche Sergio Lari, ex-procuratore a Caltanissetta che si è occupato proprio del “Borsellino ter” e del “Borsellino quater”: «Sia i giudici di primo grado sia quelli di appello, ritengono che una delle accelerazioni della strategia di morte che portò all’eccidio del 19 luglio, sia stato l’interesse di Paolo Borsellino nei confronti del dossier “mafia-appalti”.C’è da dire che, in queste stesse sentenze, tra le cause della certa accelerazione di questa strategia di morte è anche inserito il fatto che Paolo Borsellino era stato indicato come il possibile nuovo Procuratore Nazionale Antimafia. Un dato è sicuro, che far seguire, a distanza di così pochi giorni, un’altra strage dopo quella di Capaci quando vi era in discussione la conversione in legge del decreto sul 41bis fu sicuramente una scelta dannosa per gli interessi di Cosa Nostra».

Durante il procedimento di primo grado del processo “Bagarella e altri”, Massimo Russo, allora giovane magistrato dicharò che un mese prima di morire Paolo Borsellino «appariva come trasfigurato, senza più sorrisi.

Era provato, appesantito, piegato». Da poche settimane la mafia aveva ucciso il suo amico Giovanni Falcone e lui continuava a lavorare nel suo ufficio di procuratore aggiunto a Palermo, che però considerava «un nido di vipere». Questa dichiarazione si lega a quella di Alessandra Camassa altra ”allieva” di Borsellino presente all’incontro di giugno del 1992 nel quale Borsellino confidò di essere stato “tradito” da un amico: «Paolo si distese sul divano che c’era nella stanza e cominciò a lacrimare in modo evidente dicendo “Non posso credere che un amico mi abbia potuto tradire”».

Peraltro non è possibile dimenticare i sospetti che lo stesso Paolo Borsellino il giorno prima dell’attentato aveva confidato alla moglie Agnese, quando le disse «che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò accadesse».

Risulta evidente il percorso per raggiungere la verità è ancora lungo come racconta a Rita Pedditzi Sergio Lari, ex procuratore di Caltanissetta: «Non è stato possibile andare oltre alle responsabilità degli esecutori materiali della strage, almeno fino ad oggi, pur essendoci elementi che fanno sospettare che ci possano essere stati degli input esterni che possono aver inciso sul processo decisionale di Cosa Nostra nel senso di dare un’accelerazione a questo stesso processo. Anche sulla fase esecutiva sono rimasti dei buchi neri sui quali ancora si dovrà investigare, come si sta investigando negli uffici giudiziari nisseni, sul possibile ruolo di soggetti appartenenti alle istituzioni».

«La ricerca della verità – aggiunge Lia Sava – non si ferma. Riusciremo ad essere una democrazia compiuta».  Il processo “Borsellino quater”, nel frattempo, arriva al vaglio della Cassazione. È stata fissata il prossimo 5 ottobre prossimo l’udienza davanti alla V sezione penale della Suprema Corte, chiamata a decidere se confermare o meno la sentenza emessa dai giudici d’appello di Caltanissetta nel novembre 2019.  Di Roberto Greco GLI STATI GENERALI 17.7.2021


 

FIAMMETTA BORSELLINO: ritengo il dossier mafia e appalti l’elemento acceleratore. Lo dichiara al microfono di Rita Pedditzi nel corso dell’odierna puntata di “Inviato Speciale”, il programma di Rai Radio 1.

“Un Paese che rimane con queste ferite così aperte per tanto tempo, è un Paese che fondamentalmente vive nella menzogna – perché di questo si è trattato -, è un Paese che non ha molte possibilità di futuro”.

Fiammetta è la figlia minore di Paolo Borsellino, il magistrato ucciso a Palermo nella strage di via D’Amelio insieme a cinque uomini della sua scorta, il 19 luglio 1992, 57 giorni dopo Giovanni Falcone. Due stragi consumate da ‘Cosa Nostra’, con il massimo impiego di tecniche terroristiche.

Alle voci di Fiammetta Borsellino e Rita Pedditzi, fanno eco quelle degli operatori di polizia che quel giorno di 29 anni fa comunicavano con la centrale operativa dal luogo della strage. “Sono tutti morti, compreso il magistrato!”

“Fiammetta da anni si batte per la ricerca della verità – prosegue la giornalista di Rai Radio 1 – Anni e anni di indagini sbagliate, anni di indagini fatte male, che hanno precluso quasi per sempre la possibilità di arrivare a una verità, e questo lo dice la sentenza, una sentenza clamorosa, significativa, che è quella del ‘Borsellino Quater’, la quale definisce quello di via D’Amelio il più grave errore giudiziario, il più grave depistaggio della storia giudiziaria di questo Paese.

Al palazzo di giustizia di Caltanissetta, dal 1994, si sono tenuti quattro processi, ma solo il ‘Ter’ e il ‘Quater’ hanno contribuito all’accertamento della verità. I cosiddetti ‘Borsellino uno’ e ‘Bis’, sono basati sulle dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino, smentito solo nel 2008 da un altro pentito, Gaspare Spatuzza.

Il ‘Borsellino Quater’ è invece ancora in corso ed ha dovuto demolire i primi due processi”.

“In questo palazzo – dichiara il giornalista Roberto Greco – si è giocata la verità non vera della strage di via D’Amelio, e soprattutto in questo palazzo, e questa è la cosa veramente importante, si sono rimessi in discussione anni di indagini. L’elemento cardine è la collaborazione di Spatuzza, che ha aperto un fronte di informazioni tutte riscontrate, che hanno permesso di identificare in Scarantino un pentito costruito a tavolino”.

“Gran parte delle lacune che impediscono di trovare la verità sulla strage di via D’Amelio – continua Rita Pedditzi – girano intorno la controversa figura di Vincenzo Scarantino, che si autoaccusa di aver rubato la Fiat 126 usata come bomba nell’attentato di via D’Amelio e che con le sue false dichiarazioni fece condannare degli innocenti”.

A ricordare le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuffrè Antonino, è il procuratore generale di Caltanissetta Lia Sava, che evidenzia come il collaboratore ha fatto riferimento alle causali delle stragi.

“Cosa dice Giuffrè di fondamentale? Dice, guardate che per realizzare le stragi, ‘Cosa nostra’ fece prima dei sondaggi, cioè ‘Cosa Nostra’ non ha mandanti, ‘Cosa Nostra’ è autonoma e indipendente, però fece dei sondaggi per vedere che tipo di appoggi aveva per realizzare le stragi, e questi sondaggi – dice Giuffrè – li fa nell’ambiente imprenditoriale, quindi in collegamento con il discorso mafia-appalti, lo fa nel mondo della massoneria, lo fa nel mondo dei servizi segreti deviati, lo fa nel pantano di certi ambienti, quindi imprenditoria collusa, massoneria deviata, servizi segreti deviati, anche mafie straniere, ‘Cosa Nostra’ americana.

È in questo pantano che si deve continuare a indagare, per capire quali sono stati i concorrenti esterni che in questo pantano hanno sguazzato e hanno rafforzato il proposito di ‘Cosa Nostra’ di ammazzare Falcone e Borsellino. Quindi, secondo la nostra impostazione non bisogna parlare di mandanti esterni, ‘Cosa Nostra’ non ne ha mandanti, semmai ‘concorrenti esterni’, cioè quelle persone che hanno rafforzato, in maniera anche subdola, in maniera opaca, il proposito delle stragi, e questo Giuffrè lo dice con assoluta chiarezza. Quando fanno questi sondaggi, ad un certo punto capiscono che il vento era favorevole, che c’erano più ambienti favorevoli all’eliminazione di questi due straordinari eroi lasciati soli, molto spesso anche all’interno degli ambienti che avrebbero dovuto stargli più vicino”.

Il maxi processo ha segnato la vita di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È nel dicembre 1991, durante la riunione della commissione provinciale, convocata per gli auguri di Natale, che ‘Cosa Nostra’ dichiara guerra allo Stato, con l’avvio della stagione stragista.

“E’ stato ucciso per tantissimi motivi – dice Fiammetta Borsellino al microfono di Rita Pedditzi –  Ricordiamoci che nel ’92 stavano diventando definitive le sentenze del maxi processo, c’era tangentopoli… Nel ’91 era stato messo in piedi, proprio dai Ros, il dossier mafia-appalti che stava dando luogo a sviluppi importantissimi per quanto riguarda il sistema illecito degli appalti politico-mafiosi. Io ritengo che è stato proprio il dossier mafia-appalti l’elemento acceleratore, perché lo dice già la sentenza del ‘Borsellino ter’, e poi lo conferma la sentenza del ‘Borsellino quater’. Mi chiedo come mai nella recente sentenza sulla ‘Trattativa’ addirittura viene negato l’interessamento di mio padre a questo dossier, addirittura viene messo in discussione che lui lo conoscesse. Questo non è vero. Mio padre era così interessato al dossier che il 14 luglio indice una riunione in procura per chiedere conto e ragione sul fatto che il dossier non avesse avuto quel respiro che meritava. In quella stessa riunione mio padre dichiara che sta sentendo un nuovo collaboratore , si trattava di Leonardo Messina, una collaborazione che avrebbe potuto portare a nuovi sviluppi. C’è un fatto molto strano che questo dossier porta una data di richiesta di archiviazione del 13 luglio, cioè del giorno prima, e il 14 luglio, di questa volontà di archiviare, non viene fatto alcun cenno. Nel tempo di pochissime settimane, la richiesta di archiviazione viene accolta. Io mi chiedo il perché di questa fretta. Io mi chiedo il perché, soprattutto, di questa reticenza”. Domande che esigono una risposta, quelle di Fiammetta Borsellino, che ogni qualvolta ha provato ad accennarne nel corso di altri programmi, ha dovuto subire i tentativi di essere zittita.  

“La sentenza del ‘Borsellino quater’ ha stabilito che ad accelerare l’uccisione di Borsellino furono diversi motivi, il probabile esito sfavorevole del maxi processo e le indagini che il magistrato era intenzionato a portare avanti, in particolare quelle basate sul dossier mafia-appalti, redatto dal Ros su richiesta di Giovanni Falcone” – prosegue Rita Pedditzi, che intervista Sergio Lari, ex procuratore generale di Caltanissetta, che ricorda come i giudici delle sentenze, sia di primo grado che d’appello, ritengono che una delle ragioni che portò all’accelerazione dell’uccisione di Borsellino sia stato il suo interesse nei confronti del dossier mafia-appalti, indicando inoltre che tra le cause certe di questa accelerazione, il fatto che Paolo Borsellino era stato indicato come il nuovo procuratore nazionale antimafia, e che la ‘Trattativa’, se non fosse andata secondo i desiderata, poteva essere stata una delle possibili cause. Caltanissetta è la sede giudiziaria che sta cercando di scoprire le vere responsabilità  dell’attentato, dopo avere provato il colossale depistaggio che finora ha negato al Paese di conoscere la verità.

“La ricerca della verità non si ferma – dichiara Lia Sava – riusciremo ad essere una democrazia compiuta. La verità ci sarà, io ne sono certa!”

E forse un primo passo avanti, oltre che a livello giudiziario, lo si è fatto anche in ambito giornalistico con il programma ‘Inviato Speciale’, una delle poche occasioni nelle quali si è avuto il coraggio di parlare del dossier mafia-appalti… LA VALLE DEI TEMPLI 17.7.2021

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