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Quel tragico 25 novembre 1985

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 Il dr. Borsellino parlava con gli occhi, specialmente se erano pieni di dolore e tensione. Uno dei suoi dolori, forse misto ad un "senso di colpa" lo trasmise il giorno del funerale degli studenti Biagio Siciliano e Giuditta Milella..GIOVANNI PAPARCURI 


25 novembre 1985 Palermo, angolo fra Via Croci e Via Libertà, un’auto dei Carabinieri di scorta ai magistrati Borsellino e Guarnotta sbanda e piomba su un gruppo di studenti in attesa dell’autobus. Sono le ore 13.35.   Muore sul colpo Biagio Siciliano di 15 anni e il 1° dicembre muore Giuditta Milella di 17 anni. Molti ragazzi rimangono feriti.   Paolo Borsellino rimarrà molto scosso per questo evento luttuoso, frutto anch'esso del clima di grande tensione in cui i magistrati erano costretti a vivere 

 

 

Uccisi dalla scorta davanti al Meli: Palermo ricorda Giuditta e BiagioEra il 25 novembre del 1985. I due liceali furono falciati dall'auto del giudice Borsellino: un dolore lungo 31 anni. Il ricordo di Orlando: "Vittime innocenti di un terribile clima di violenza"

Poteva essere una strage. Fu una tragedia. Un lutto terribile, una cicatrice eterna. Due ragazzi morti, venti studenti feriti. Era il 25 novembre di 31 anni fa. Ore 13.40. Quel giorno, in via Libertà, un'auto della scorta del giudice Paolo Borsellino sbandò travolgendo un gruppo di giovani del liceo classico Meli, che erano in attesa alla fermata dell'autobus. Due ragazzi, Biagio Siciliano, di 14 anni, e Giuditta Milella, di 17, rimasero uccisi. Sul marciapiede, nei pressi di piazza Croci, c'erano una cinquantina di studenti. Erano tutti appena usciti da scuola.

Sotto la pensilina dell'Amat piombò un'Alfetta dei carabinieri. Un'auto non si era fermata all'alt del vigile urbano, quella dei carabinieri l'aveva presa in pieno ed era volata sulla gente. Biagio morì all'istante, Giuditta, figlia di un dirigente di polizia, si arrese dopo una settimana di agonia in ospedale. A Palermo scoppiarono le polemiche. Erano giorni blindati. E i due ragazzi furono vittime di una Palermo blindata. Come ha ricordato oggi Leoluca Orlando. "Quella fu una morte che sconvolse la nazione intera - commenta oggi il sindaco -. Giuditta e Biagio furono vittime innocenti di un terribile clima di violenza che, in quel periodo, vide tanti, troppi uomini delle Istituzioni cadere per mano mafiosa".

I carabinieri stavano scortando i magistrati Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta. "Ricorderò,sempre, con sincera commozione e gratitudine - ha continuato Orlando - le famiglie di Giuditta e Biagio, gli studenti ed i docenti del Meli che, lungi dall'essere annichiliti da un evento così sconvolgente, riuscirono ad impartire una splendida lezione di umanità ed impegno civile alla città ed a tutta l'Italia". PALERMO TODAY. 25 novembre 2016



Auto falcia la folla un morto e 23 feriti.Un’auto dei carabinieri di scorta all’«Alfetta» blindata con il giudice istruttore Paolo Borsellino, uno del più impegnati nella lotta alla mafia, ha falciato la folla che attendeva ad una fermata di autobus nel centro di Palermo. Una tragedia incredibile: uno studente di 15 anni, Biagio Siciliano, di Capaci (Palermo), è morto poco dopo il ricovero in ospedale; ventitre i feriti, due dei quali in condizioni disperate: Maria Milella, 16 anni, figlia di un questore, e Calogero Geraci, di 15, pure studenti all’uscita dalle lezioni. Tra i feriti, tre sono militari che si trovavano a bordo dell’autopattuglia scontratasi con un’auto, rimbalzata su un’altra macchina, in attesa ad un semaforo e infine schizzata su una cinquantina di persone che, inermi, attendevano l’autobus. L’incidente è accaduto alle 13,35 tra via Libertà e piazza Croci. Al panico e al terrore — c’era chi parlava anche di dieci morti — mentre affluivano le prime ambulanze e i primi mezzi di polizia e carabinieri, per qualche attimo è subentrata la rabbia. Alcuni compagni dei ragazzi feriti, spalleggiati da passanti, hanno inveito contro i tutori dell’ordine. C’è stato qualche isolato grido di ‘assassini’ ma subito è prevalso il senso della ragione e la vicenda è rientrata nei suoi logici contorni. I ragazzi, assieme a docenti e bidelli del liceo classico Meli, erano usciti da appena tre-quattro minuti e avevano attraversato via Libertà per attendere l’autobus alla fermata. Nelle ore di punta, che coincidono con l’entrata e l’uscita dagli uffici, le sirene delle auto blindate e delle vetture delle scorte attirano l’attenzione un po’ di tutti e a volte provocano qualche polemica da parte di cittadini che gradirebbero più calma. Tra le prime reazioni quella del sindaco, prof. Luca Orlando Cascio: “E’ un fatto tragico, che colpisce tutta la città”. Il procuratore della Repubblica Vincenzo Pajno, accorso anch’egli, ha detto: “il primo ad essere profondamente addolorato sono io, come magistrato, come uomo e come padre di famiglia. Bisogna comprendere che anche noi giudici sottoposti a particolari condizioni di sicurezza, a cominciare da me che sono succeduto ad un giudice ucciso, preferiremmo tornare a vivere in condizioni di serenità. Ma qui c’è gente come me che rischia la vita ogni giorno per fare interamente il proprio dovere. Certo, non vorremmo essere prigionieri di auto blindate e scortati. Questo — ha concluso Pajno — non è solo un gravissimo incidente stradale, è anche la testimonianza della violenza di questa città”. a. r. La Stampa del 26 Novembre 1985

 

In un incidente dell'auto di scorta ai giudici Guarnotta e Borsellino, davanti al liceo Meli di Palermo, morirono due liceali: Biagio Siciliano e Maria Giuditta Milella.  Questo è il racconto del dr Leonardo Guarnotta.   "L’incidente dei due ragazzi è uno di quei fatti che ci addolorò moltissimo e che ha lasciato un segno indelebile in tutti noi. Fu un caso che Paolo fosse con me. La sua vettura di servizio era incidentata e mi chiese un passaggio sino a casa. All’altezza del semaforo di Piazza Croce, una autovettura di colore bianco impegnò il crocevia senza rispettare il segnale di via libera del semaforo e la prima delle nostre auto di scorta, per evitare l’impatto, fece un’inversione a sinistra per poi rientrare sulla sua direttiva di marcia, all’altezza della fermata dell’autobus dove erano in attesa alcuni giovani studenti appena usciti da una vicina scuola, frequentata anche da mio figlio. Mentre Paolo, rimasto come impietrito, non ebbe la forza di uscire dall’autovettura, io mi precipitai sul luogo dell’incidente, con la morte nel cuore, perché temevo che anche mio figlio avrebbe potuto trovarsi sul posto. Fui testimone di una tragedia immane in cui persero la vita due giovani studenti ed altri rimasero feriti. Tutti noi fummo preda di un grande momento di sconforto, ma poi subentrò la forza di reagire e di colpire ancora di più “cosa nostra” perché quei ragazzi, vittime innocenti

 

L’ADDIO DI PALERMO A MARIA GIUDITTA. di Giuseppe Cerasa. Una bara bianca, il coro degli scouts, lo sguardo nel vuoto di magistrati, uomini politici, alti gradi di polizia, carabinieri e finanza. E poi la commozione di centinaia di studenti del liceo classico “Meli” stretti attorno a Carlo e Francesca Milella, i genitori di Maria Giuditta, la ragazza di 17 anni travolta una settimana fa da un’ Alfetta dei carabinieri e morta domenica notte all’ ospedale civico senza mai aver ripreso conoscenza. Più di mille persone hanno assistito ai funerali nella piccola chiesa di Maria Santissima della Misericordia, in via Liguria, zona residenziale nord della città, a due passi da viale Lazio. In prima fila, senza più lacrime, il questore Carlo Milella, da qualche mese in servizio presso il ministero degli Interni. Il padre di Maria Giuditta il 25 novembre scorso era a Palermo, si trovava proprio nei pressi del liceo “Meli” quando l’ auto che guidava la scorta ai giudici istruttori Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta, dopo aver urtato contro una Fiat Uno, finiva addosso a decine di studenti in attesa alla fermata degli autobus. “Ho pensato subito a mia figlia e lo stomaco mi si è rivoltato”, dirà il padre di Maria Giuditta, tra i primi a giungere sul luogo della tragedia. Le condizioni della ragazza erano apparse immediatamente disperate: coma profondo, edema cerebrale gravissimo, elettroencefalogramma piatto. Si sperava comunque di sottrarla alla morte, di non aggiungere un altro nome a quello di Biagio Siciliano, il giovane studente di 14 anni, morto sul colpo, stritolato dall’ Alfetta dei carabinieri. E invece Maria Giuditta non ce l’ ha fatta. Ieri nella chiesa della Misericordia c’era uno spaccato di quella Palermo che avrebbe fatto a meno di celebrare quest’ altro rito funebre: dal procuratore generale Ugo Viola ai magistrati dell’ ufficio istruzione impegnati in prima linea nella lotta alla mafia, dal sindaco di Palermo, Orlando, al questore Jovine, agli studenti del liceo “Meli”, ai giovani mobilitati nella marcia per il lavoro che in un loro comunicato hanno scritto: “Maria Giuditta è un pezzo della vita di tutti noi che si perde nel vuoto di una morte assurda. Vogliamo ricordarla oggi e nel suo nome desiderare una vita migliore. In un giorno come questo è difficile manifestare con vivacità e rabbia il nostro impegno per il diritto al lavoro. Per questo ci ritroveremo tutti insieme, ognuno con un fiore. E sfileremo in silenzio”. La Repubblica 4 Dicembre 1985

 

Il 25 novembre dei ragazzi di scuola. di Roberto Puglisi  Biagio Siciliano e Giuditta Milella morirono il 25 novembre dell’ottantacinque. Morirono in un giorno d’autunno travestito da primavera. In effetti non ho memoria del clima preciso. E’ che quando ripenso agli anni della scuola li ricordo tutti punteggiati di sole.

Quel venticinque novembre, a Palermo, una macchina di scorta che accompagnava i giudici Guarnotta e Borsellino, guidata dal carabiniere Cosimo Damiano Capacchione, piombò sulla fermata del liceo Meli a piazza Croci, sui ragazzi assiepati in attesa dell’autobus alla fine delle lezioni. Due studenti furono sfortunati.  Biagio Siciliano morì subito. Giuditta Milella spirò dopo settimane di agonia. Io, orgoglioso alunno del classico, tornai a casa a piedi, ignaro. Appena arrivato, vidi mio padre che trafficava con la macchina nel parcheggio sotto casa. Ai piedi aveva ancora le pantofole. Mio padre era professore nella mia stessa scuola, costretto a letto dalla febbre in quel 25 novembre. Il dettaglio inconsueto delle pantofole in un uomo tanto presente a se stesso mi suggerì un sentimento di catastrofe poi confermato dai fatti.

Lo so. L’ho raccontata altre mille volte questa storia, fino alla nausea, e sempre in prima persona, contro ogni buona creanza giornalistica. Ci ho scritto pure un libro. Ma che posso farci? Mi accompagna senza tregua, con un sentimento strano: felicità delle mattine soleggiate di scuola e dolore per la tragedia. Così la scrivo e la riscrivo, sperando di scorgere un po’ di chiarore, di capirne la dannazione, di abbracciarne – se c’è – la dolcezza.

Ma forse è una storia che riguarda i ragazzi di oggi. Il 25 novembre del 1985 la mia generazione si trovò a fare i conti con la sua misura estrema, non solo i ragazzi del Meli. Scoprimmo una cosa strana chiamata morte, per esperienza diretta, nel bel mezzo delle cotte, delle poesie e dei sogni.  Nel bel mezzo, cioè, di una cosa strana chiamata vita che ritenevamo eterna e infrangibile. Scoprimmo che, in ogni modo, il tempo passa e ci conduce all’epilogo e che una piccola  goccia di sguardo e di respiro ha un valore, perciò, inestimabile.

Non sappiamo se i ragazzi che stamattina  protesteranno a Palermo per la scuola abbiano avuto mai modo, singolarmente, in gruppo, per i casi delle vita, per certe penetranti letture, di raggiungere la nostra stessa consapevolezza di allora. Se è così, la loro ribellione sarà matura, buona  e profonda. Sarà un modo interiore di crescere. Altrimenti sarà tempo smarrito, perché il tempo a quell’età somiglia all’acqua che puoi buttare per strada, tanto ce n’è ancora. E invece, un minuto dopo, c’è il deserto.

Dice, ma che c’entra? C’entra, c’entra. Una generazione che accoglie la regola principale del tramonto di tutte le cose è meno portata a sprecare i suoi talenti, le sue battaglie, i suoi percorsi. Possiamo solo augurare ai contemporanei ragazzi di scuola la lucidità sul punto. Se la colgono hanno compreso tutto e le scelte saranno sempre stoffa di un vestito buono.

Noi vecchi ragazzi del Meli ci siamo sforzati, crescendo,  di imparare la dura lezione del 25 novembre. Non abbiamo tirato le nostre monete in aria. Le abbiamo spese  in amore, prendendoci e sbagliando. Il peccato mortale è altro, non è mica la morte. La noia ti uccide quando non sei più capace di far fruttare il metallo dei giorni, sia esso oro o piombo. Quando ti ostini a tenerlo in tasca, pensando che sarà sempre primavera. livesicilia.it del 25 novembre 2010

 

La storia di una fotografia di Paolo Borsellino ai funerali di Biagio Siciliano e della sua erronea attribuzione ritorna alla ribalta.Le fotografie hanno delle storie che a volte è necessario chiarire, come in questo caso fa Letizia Battaglia: "Credevo che questa foto di Paolo Borsellino fosse mia, ma non lo è. E’ di Fabio Sgroi. Anche se è stata firmata con il mio nome". L’affermazione della fotografa è in merito ad una immagine- un ritratto di Paolo Borsellino, che assiste ai funerali di Biagio Siciliano (studente morto insieme a Giuditta Milella per l’incidente di fronte la fermata del Liceo Meli nel 1985, ndr) - che è pubblicata nei libri che raccolgono il suo lavoro, come ad esempio Diari del 2014 o Antologia del 2017, ed è stata esposta nella personale allestita a Zac nel 2017 e in altre mostre.

"E’ stato un errore - prosegue Letizia Battaglia- così vorrei chiarirlo una volta per tutte. Fabio Sgroi ha iniziato a fotografare al Laboratorio d’IF tanti anni fa, poi come altri fotografi ha portato via i suoi negativi. Però in archivio è rimasta la foto, e ho creduto d’averla fatta io, ma ho sbagliato, lo riconosco. E’ una foto molto bella. E adesso la casa editrice che ha pubblicato il mio catalogo “Antologia” mi dice che Sgroi ha scritto per far ritirare il libro".

Interpellato da Repubblica sull’accaduto, Fabio Sgroi dice: "Della foto mi sono accorto solo tre anni fa, visitando la mostra allestita a Zac, e così poi, dopo aver a lungo pensato, ho deciso di dirlo a Letizia. Mi ha detto che la avrebbe tolta dal suo archivio e non la avrebbe più adoperata. Tra l’altro dietro la foto che era in archivio c’era il mio nome. Ma solo qualche giorno fa, in occasione della trasmissione televisiva Atlantide ho visto una intervista a Letizia e purtroppo ancora quella mia fotografia mostrata come sua. Sono rimasto male che dopo quattro anni ancora non sia stata tolta dall’archivio. Così ho scritto alla casa editrice che ha pubblicato la sua monografia “Antologia”, per dire che, in caso di ristampa del catalogo, tenessero in considerazione che quella foto non è di Letizia, ma mia. Sono stati i responsabili della casa editrice a propormi di ritirare il libro, io non ho chiesto questo. Mi sono formato, ho lavorato con Letizia, la stimo. Volevo solo capire come è che quella foto è ancora in giro".  18 GIUGNO 2020 LA REPUBBLICA 

 a cura di Claudio Ramaccini  Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia - Progetto San Francesco

 

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