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GELSOMINA VERDE, sevizIata e bruciata dalla Camorra

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Gelsomina Verde (Napoli5 dicembre 1982 – Napoli21 novembre 2004) Barbaramente torturata e uccisa dalla Camorra a soli ventidue anni nel pieno della cosiddetta prima faida di Scampia, dopo le sevizie il corpo venne dato alle fiamme all'interno della sua auto. Il suo nome ha inoltre designato il processo tenutosi contro alcuni esponenti del clan Di LauroSi è ipotizzato che il cadavere della giovane donna, uccisa con tre colpi di pistola alla nuca dopo ore di torture, sia stato bruciato per nascondere le tracce dello scempio inflittole: l'omicidio di questa giovane, infatti, colpì notevolmente l'opinione pubblica per le sue modalità efferate e per il fatto che Gelsomina era del tutto estranea agli ambienti criminali. La ragazza lavorava infatti come operaia in una fabbrica di pelletteria e nel tempo libero si occupava di volontariato: la sua unica "colpa" era quella di essere stata legata sentimentalmente per un breve periodo a un ragazzo, Gennaro Notturno, entrato in seguito a far parte del cosiddetto clan degli scissionisti di Secondigliano; tale relazione si era peraltro conclusa diversi mesi prima del suo barbaro assassinio.  La storia della ragazza è stata raccontata nel romanzo Gomorra di Roberto Saviano, mentre nella prima stagione della serie televisiva omonima è presente un personaggio, Manu (interpretato da Denise Perna), a lei ispirato, che appare nel nono episodio intitolato per l'appunto Gelsomina Verde. La tragica vicenda della ragazza è narrata anche nel libro Nella terra di Gomorra di Tonino Scala.  Nel dicembre 2012 le è stata dedicata una aiuola nel quartiere Fuorigrotta a Napoli.

Il processo. Il rocedimento penale si è concluso il 4 aprile 2006 con la condanna all'ergastolo per Ugo De Lucia considerato uno dei più efferati sicari del clan Di Lauro nonché l'esecutore materiale dell'omicidio, e la condanna a sette anni e quattro mesi per il boss Pietro Esposito.  Si legge nella sentenza depositata il 3 luglio 2006:«Si badi, ed è il caso di sottolinearlo con forza che, a fronte di decine e decine di morti, attentati, danneggiamenti estorsivi e paraestorsivi, lutti che hanno coinvolto persone innocenti che non avevano nulla a che fare con la faida in corso, ma che hanno avuto la sventura di trovarsi al momento sbagliato nel posto sbagliato, finanche anziani e donne trucidate impietosamente, ebbene di fronte a tale scempio, fatto di ingenerato ed assurdo terrore, non vi è stata alcuna costituzione di parte civile, ad eccezione dei genitori di Gelsomina Verde. In altre parole, pur non indulgendo in considerazioni sociologiche, o peggio, moraleggianti (omissis) non può non rilevarsi che nessun cittadino del quartiere di Secondigliano e dintorni, nel corso delle indagini, e prima ancora che esplodesse la cruenta faida di Scampia, abbia invocato, con denuncia o altro modo possibile, l'aiuto e l'intervento dell'autorità. Sembra, e si vuole rimarcarlo senza ombra di enfasi, che ad alcuno dei superstiti e parenti delle vittime, specie se ancora residenti a Secondigliano, è mai interessato chiedere ed ottenere giustizia, instaurare un minimo, anche informale, livello di collaborazione con le forze dell'ordine, tentare, in vari modi, di conoscere i possibili responsabili, ma è evidente che solo arroccandosi tutti dietro un muro di impenetrabile silenzio, hanno visto garantita la propria vita» Il 13 dicembre 2008 Cosimo Di Lauro è stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di Gelsomina Verde perché ritenuto mandante dell'omicidio. L'11 marzo 2010 lo stesso Di Lauro, pur non ammettendo la responsabilità del delitto, ha risarcito la famiglia di Gelsomina con la somma di trecentomila euro, importo che aveva incassato da un premio assicurativo per un incidente occorsogli quando era adolescente. In seguito al risarcimento la famiglia della vittima ha rinunciato a costituirsi parte civile. Nel dicembre 2010 Cosimo Di Lauro è stato assolto dall'accusa di essere il mandante dell'omicidio. wikimafia

VIDEO - Il ricordo del fratello  È stato uno dei delitti di camorra che più hanno scosso l’opinione pubblica. Lo è stato perché Gelsomina Verde, 22 anni, era stata prelevata, portata via, sequestrata, uccisa con tre colpi d’arma da fuoco alla testa e alla fine il suo corpo era stato dato alle fiamme. Era il 22 novembre 2004 e con la criminalità organizzata, la ragazza, non c’entrava nulla. La sua unica colpa era stata quella di innamorarsi di un appartenente al gruppo degli scissionisti di Secondigliano e poi di averlo lasciato. Un femminicidio, insomma, consumato questa volta da una pluralità di persone che negarono il diritto di Gelsomina a decidere della propria vita sentimentale. Così, dall’interno del clan Di Lauro, arrivò l’ordine. E una volta che fu eseguito, della giovane non rimanevano che spoglie devastate. Fu trovata dentro l’auto di suo padre e a lei venne affibbiato il numero 114, corrispondente al numero di vittime mietute durante la faida di Scampia. E in questi termini l’ha voluta ricordare suo fratello, Francesco.


Barbaramente torturata e uccisa a soli ventidue anni. La storia di Gelsomina Verde. -  Paolo Borrometi - 22 Novembre 2020   Dopo le sevizie durate ore, tre colpi di pistola alla nuca. Poi, per nascondere le tracce dello scempio, il corpo venne bruciato all’interno della sua auto. 16 anni fa. È la storia drammatica di Gelsomina Verde. La sua “colpa” per i mafiosi era quella di essere stata la compagna di un uomo inviso al clan Di Lauro. Lei, Gelsomina, di colpe reali non ne aveva, sia ben chiaro. Una gran lavoratrice, una ragazza per bene, faceva l’operaia in una fabbrica di pelletteria e, nel tempo libero, si occupava di volontariato. Era bella, tanto bella, di quella bellezza “vera” e che non appassisce: quella interiore

 

 


Gelsomina Verde. Storia di un fiore contro la Camorra. Il mio cognome era il nome di un colore: Verde, il mio nome invece quello di un fiore: Gelsomina. Ma per gli amici ero Mina. Avevo 22 anni quando fui uccisa. Era il 21 novembre 2004. Sul mio corpo tumefatto dai pugni e dai calci avevo i segni di una violenza inaudita. Ma ero rimasta viva. Ho urlato a lungo, ho pianto. Ho sperato mi salvassero.

Poi un colpo di pistola venne sparato alla mia nuca. Fu in quel momento che morii. E allora non ho sentito più male, non ho sentito più il sapore ferroso del sangue misto alle lacrime. Era scomparso pure il dolore atroce alle estremità delle mie mani. Avevo i polsi spezzati, le dita frantumate. Mi avevano rotto anche le caviglie, ma quasi non lo ricordavo. Perché tutta quella sofferenza era scomparsa in un attimo.

Altri due colpi esplosi. Poi il mio corpo era stato messo in un’auto. Non per essere ritrovato. Un’esplosione lieve e poi il fuoco. Non potevo comunque sentire il calore che si sprigionava dalle fiamme. L’autopsia svelò l’atrocità che avevo subito alla mia famiglia, a mia madre Anna, che quasi morì per il dolore. Ed era la cosa più brutta che potessi sapere. Perché io ero morta senza un perché.

Prima del libro di Roberto Saviano, prima di Gomorra in televisione, la storia di Gelsomina Verde non la conosceva quasi nessuno. E molti, anche a Napoli, l’avevano quasi dimenticata. Non tutti. Quando accadono “certe cose” si cerca giustizia e allora sono due le strade da intraprendere: rivolgersi allo Stato oppure a chi sa e può trovare gli assassini.

A Napoli nel 2004 era scoppiata la faida di Scampia. Qui il clan camorrista dei Di Lauro, che controllava il ricco mercato della droga, si contrapponeva agli “sciossionisti”, chiamati anche “spagnoli” per via del loro capo, Raffaele Amato, latitante a lungo in Spagna, nati proprio all’interno del già citato clan.

L’arresto di Paolo “Ciruzzo o ‘Milionario” Di Lauro fa si che i figli di lui, in particolare Vincenzo, Marco e Cosimo, diventino i nuovi capi dell’organizzazione. L’allora braccio destro di Paolo, Raffaele “o ‘Lello” Amato, viene di fatto estromesso dagli affari, anche per via della latitanza.

Questi si allea con altri clan di Secondigliano-Scampia e dà il via ad una guerra, con omicidi giornalieri, che in poco tempo porta alla morte di centinaia di persone.

È in questo contesto che vive Gelsomina, che con la Camorra non ha niente a che fare. A Scampia è lo Stato che deve intervenire con l’esercito per mostrare almeno una parvenza di esistenza, di non resa al “O Sistema”.

Gli omicidi, il sangue, la reazione al contrario della folla – che scende a protestare contro le forze dell’ordine quando si arrestano i presunti camorristi. Questa purtroppo è anche la realtà sociale prodotta dal crimine organizzato.

Gelsomina è una ragazza di ventidue anni, lavora in una pelletteria e fa volontariato. Anche con i detenuti. È una ragazza normale.

Qualche anno prima aveva avuto una storia con Gennaro Notturno. Con la spensieratezza che contraddistingue chi ha vent’anni. Gennaro era uno dei tanti figli di Scampia. Dopo i primi reati, entra a far parte della Camorra. È allora che Gelsomina lo lascia. Non fa per lui. Gennaro invece vuole fare carriera criminale come il fratello, Vincenzo. Entrambi sono degli “scissionisti”.

Quando scoppia la faida e Gelsomina fa volontariato in carcere, conosce i camorristi dietro le sbarre, sono tutti figli dello stesso territorio. Conosce Pietro Esposito, chiamato anche “o ‘Kojak” per via della testa rasata come l’attore nel Telefilm omonimo. È lui che, quando esce dal carcere grazie all’indulto, la chiama perché si devono vedere. In realtà è una trappola ordita da Ugo De Lucia, spietato killer del clan Di Lauro. De Lucia è conosciuto come “o Mostro”, uno che passa il tempo ad ammazzare e alla playstation, uno che gli omicidi li chiama “pezzi” e che, appena finiti, grida “ho fatto altri due pezzi!”. Gelsomina sa chi è Ugo e ne ha paura.

Aveva fatto da babysitter a suo nipote, come pure per i figli di Esposito. Che la contatta. Il motivo è semplice: devono chiederle se sappia dove sia Gennaro Notturno. Lei non lo sa. E comunque non parla. Non avrebbe mai condannato a morte un ragazzo per cui ha provato amore.

Gelsomina viene picchiata selvaggiamente, uccisa con tre proiettili alla testa, il corpo bruciato all’interno della sua Fiat Seicento, quasi nuova, che sua madre precaria e suo padre operaio le avevano comprato.

O Mostro sa che uccidere una donna così avrebbe potuto scatenare la reazione popolare. Per questo la brucia. Cerca di nascondere le torture che le ha inferto.

Il 26 novembre Pietro Esposito viene arrestato a Scampia. Cerca di scagionarsi dalle accuse di aver ucciso Gelsomina ma la sua storia non regge.

Si pente: “Io sono un mariuolo, non un camorrista” e inizia a raccontare tutto. Ugo De Lucia, il killer, però non si trova. È scappato in Slovacchia, protetto dalla fitta rete di napoletani amici e complici. I suoi figli – perché anche lui è padre – sono rimasti a Napoli da parenti.

Il 23 febbraio 2005 viene arrestato. Ha ventisei anni, i capelli rasati e un giubbotto di pelle nera. Non dice nulla alla polizia che gli mette le manette e lo riporta in Italia.

Al processo De Lucia viene condannato all’ergastolo. Sei anni invece vengono inflitti a Pietro Esposito. Ma chi ha ordinato a Ugo De Lucia di sequestrare e torturare la ragazza?

Nella sentenza di condanna di De Lucia troviamo scritto: “Si badi, ed è il caso di sottolinearlo con forza che, a fronte di decine e decine di morti, attentati, danneggiamenti estorsivi e paraestorsivi, lutti che hanno coinvolto persone innocenti che non avevano nulla a che fare con la faida in corso, ma che hanno avuto la sventura di trovarsi al momento sbagliato nel posto sbagliato, finanche anziani e donne trucidate impietosamente, ebbene di fronte a tale scempio, fatto di ingenerato ed assurdo terrore, non vi è stata alcuna costituzione di parte civile, ad eccezione dei genitori di Gelsomina Verde“.

Al processo i genitori di Gelsomina hanno dovuto ripercorre la morte della propria figlia. Hanno pianto ancora. Hanno ascoltato i nuovi pentiti accusare Cosimo Di Lauro, soprannominato “O Barone”. Questi è stato condannato in primo grado all’ergastolo. Ma non in secondo. E la Cassazione lo ha ritenuto infine non colpevole.

Dopo la sentenza di primo grado, Cosimo Di Lauro ha risarcito con 300 mila euro la famiglia Verde, che ha poi deciso di non costituirsi parte civile nei successivi gradi di giudizio. Un’ammissione di colpevolezza non comprovata dalla magistratura. Nel mentre la Camorra ha ribadito la sua “giustizia”.

Lucio De Lucia, padre di Ugo, è stato ammazzato, così come suo cugino, Antonio Pitirollo. Lo zio Sergio invece, scampato ad un agguato, ha scelto di collaborare con l’altra giustizia, quella dello Stato. E mentre qualcuno commenta “O Barone non putev mai esser comme o pat, chill si ca er nu boss“, rinfacciando di aver “inguaito” il clan, resta quasi sullo sfondo la vita che fu di Gelsomina.  Francesco Trotta – Cosa vostra 16.11.2019


21 NOVEMBRE 2004: LA CAMORRA TORTURA E UCCIDE LA 22ENNE GELSOMINA VERDE  – Gelsomina Verde è una ragazza di 22 anni e viene barbaramente uccisa durante la faida di Scampia.  Gelsomina, operaia in una fabbrica di pelletteria che nel tempo libero pratica volontariato, anche con i detenuti, aveva avuto una relazione con un ragazzo appartenete al clan degli scissionisti. Questo legame sentimentale si era interrotto alcuni mesi prima, ma ciò non è bastato a tenere fuori dalle logiche della camorra quella ragazza innocente.

Sul mio corpo della giovane rimasero scalfiti i segni della violenza inumana che le fu inferta: pugni e dai calci, i polsi spezzati, le dita frantumate, così come le caviglie. Poi un colpo di pistola alla nuca, al quale fecero seguito altri due. L’autopsia svelò l’atrocità che Mina, così la chiamavano amici e parenti, aveva subito, anche se il corpo fu bruciato all’interno dell’auto della giovane, per cercare di occultare i segni di quella barbarie e delle torture che le erano state inferte.

A Napoli nel 2004 era scoppiata la faida di Scampia. Il clan Di Lauro, che controllava il ricco mercato della droga, si contrapponeva agli “sciossionisti”, chiamati anche “spagnoli” per via del loro capo, Raffaele Amato, latitante a lungo in Spagna.

L’arresto di Paolo “Ciruzzo o ‘Milionario” Di Lauro fa si che i figli Vincenzo, Marco e Cosimo, diventino i nuovi capi dell’organizzazione. L’allora braccio destro di Paolo, Raffaele “o ‘Lello” Amato, viene di fatto estromesso dagli affari, anche per via della latitanza.

Questi si allea con altri clan di Secondigliano-Scampia e dà il via ad una guerra, con omicidi giornalieri, che in poco tempo porta alla morte di centinaia di persone.

È in questo contesto che vive Gelsomina, che con la Camorra non ha niente a che fare.

Gli omicidi, il sangue, la reazione al contrario della folla – che scende a protestare contro le forze dell’ordine quando si arrestano i presunti camorristi. Questa purtroppo è anche la realtà sociale prodotta dal crimine organizzato.

Qualche anno prima aveva avuto una storia con Gennaro Notturno che, dopo i primi reati, entra a far parte della Camorra. È allora che Gelsomina lo lascia. Non fa per lui. Gennaro invece vuole fare carriera criminale come il fratello, Vincenzo. Entrambi sono degli “scissionisti”.

Quando scoppia la faida e Gelsomina fa volontariato in carcere, conosce i camorristi dietro le sbarre, sono tutti figli dello stesso territorio. Conosce Pietro Esposito, chiamato anche “o ‘Kojak” per via della testa rasata come l’attore nel Telefilm omonimo.

È lui che, quando esce dal carcere grazie all’indulto, la chiama perché si devono vedere. In realtà è una trappola ordita da Ugo De Lucia, spietato killer del clan Di Lauro. Non a caso De Lucia è conosciuto come “o Mostro”, Gelsomina sa chi è Ugo e ne ha paura.

Aveva fatto da babysitter a suo nipote, come pure per i figli di Esposito. Che la contatta. Il motivo è semplice: devono chiederle se sappia dove sia Gennaro Notturno. Lei non lo sa. E comunque non parla. Non avrebbe mai condannato a morte un ragazzo per cui ha provato amore. Gelsomina viene picchiata selvaggiamente, uccisa con tre proiettili alla testa, il corpo bruciato all’interno della sua Fiat Seicento, quasi nuova, che sua madre precaria e suo padre operaio le avevano comprato. O Mostro sa che uccidere una donna così avrebbe potuto scatenare la reazione popolare. Per questo la brucia. Cerca di nascondere le torture che le ha inferto. Il 26 novembre Pietro Esposito viene arrestato a Scampia. Cerca di scagionarsi dalle accuse di aver ucciso Gelsomina, ma la sua versione dei fatti non regge. Si pente: “Io sono un mariuolo, non un camorrista” e inizia a raccontare tutto. Ugo De Lucia, il killer, però non si trova. È scappato in Slovacchia, protetto dalla fitta rete di napoletani amici e complici. Il 23 febbraio 2005 viene arrestato. Ha ventisei anni, i capelli rasati e un giubbotto di pelle nera. Non dice nulla alla polizia che gli mette le manette e lo riporta in Italia. Al processo De Lucia viene condannato all’ergastolo. Sei anni invece vengono inflitti a Pietro Esposito. Risulta molto più complesso, invece, stabilire chi ha ordinato a Ugo De Lucia di sequestrare e torturare la ragazza. NAPOLITAN


A spasso con la Storia/ La giovane ragazza uccisa perché ex compagna di un boss. Quattordici anni fa si consumava la triste storia di Gelsomina Verde  Una delle vittime più terribili della faida di Scampia del 2004. Picchiata, violentata e data alle fiamme nella sua auto senza davvero un motivo A tanti, forse ai più, questo nome e questo cognome non significherà nulla, purtroppo. E la cosa buffa ma triste è che davvero per un po' di tempo nessuno, neanche nella sua città, sapevano chi fosse questa fanciulla. Dal destino beffardo, atroce, infingardo, crudele e meschino. Che l'ha strappata alla vita a soli 22 anni. Sì, 22. Quando, cioè, i sogni e le speranze erano ancora vive davanti a lei. Per gli appassionati di letteratura torna in mente Teresa Fattorini, tolta all'esistenza praticamente alla stessa età. Inganno di natura, ha cantato il poeta recanatese. Per Gelsomina, invece, è stata la brutalità umana e brutti scherzi di Cupido. È Roberto Saviano in "Gomorra" a raccontare chi è questa innocente ragazza napoletana. "Il mio cognome era il nome di un colore: verde, il mio nome invece quello di un fiore: Gelsomina. Ma per gli amici ero Mina. Avevo 22 anni quando fui uccisa. Era il 21 novembre 2004. Sul mio corpo tumefatto dai pugni e dai calci avevo i segni di una violenza inaudita. Ma ero rimasta viva. Ho urlato a lungo, ho pianto. Ho sperato mi salvassero. Poi un colpo di pistola venne sparato alla mia nuca. Fu in quel momento che morii. E allora non ho sentito più male, non ho sentito più il sapore ferroso del sangue misto alle lacrime. Era scomparso pure il dolore atroce alle estremità delle mie mani. Avevo i polsi spezzati, le dita frantumate. Mi avevano rotto anche le caviglie, ma quasi non lo ricordavo. Perché tutta quella sofferenza era scomparsa in un attimo". Il "suo" racconto continua. Purtroppo. "Altri due colpi esplosi. Poi il mio corpo era stato messo in un’auto. Non per essere ritrovato. Un’esplosione lieve e poi il fuoco. Non potevo comunque sentire il calore che si sprigionava dalle fiamme. L’autopsia svelò l’atrocità che avevo subito alla mia famiglia, a mia madre Anna, che quasi morì per il dolore. Ed era la cosa più brutta che potessi sapere. Perché io ero morta senza un perché". Già, senza un perché, ma anche senza che a nessuno interessasse capire, analizzare, comprendere quei perché. Nel 2004, a Napoli, è scoppiata la faida di Scampia. Il clan camorrista dei Di Lauro, che controllava il ricco mercato della droga, si contrapponeva agli “sciossionisti”, chiamati anche “spagnoli”, in quanto il loro capo, Raffaele Amato è stato latitante a lungo in Spagna, ed è nato proprio all’interno del già citato clan. La guerra produce omicidi giornalieri, che in poco tempo ha portato alla morte di centinaia di persone. Lei, Gelsomina, viveva in questo contesto, ma con la Camorra non aveva nulla a che fare. Assolutamente nulla. Lavorava come operaia in una fabbrica di pelletteria e nel tempo libero si occupava di volontariato. Anche con i detenuti. È una ragazza normale, e con la spensieratezza tipica di chi è nel fior degli anni più belli della vita. L'unico "peccato" è quello di essersi innamorata di un tale chiamato Gennaro Notturno. Uno dei tanti figli di Scampia che, dopo i primi reati, entra a far parte della Camorra. Ed è allora che Gelsomina lo lascia perché non fa per lei, mentre Gennaro è diventato uno degli “scissionisti”. Il problema, però, è che per i clan rivali lei è sempre rimasta la compagna di Notturno, e ingannata per arrivare a lui. E, quindi, contattata da alcuni membri di spicco del clan Di Lauro per sapere dove Gennaro si trovi. Lei non lo sa. E comunque non parla. Non avrebbe mai condannato a morte un ragazzo per cui ha provato amore. Che succede, allora? Gelsomina viene picchiata selvaggiamente, uccisa con tre proiettili alla testa, il corpo bruciato all’interno della sua Fiat Seicento, quasi nuova, che sua madre precaria e suo padre operaio le avevano comprato. Al processo, celebratosi nel 2006, Ugo De Lucia, uno dei killer più sanguinosi del clan Di Lauro è condannato all'ergastolo come esecutore materiale, invece Pietro Esposito riceve sette anni di reclusione. Due anni dopo, nel 2008, Cosimo Di Lauro è condannato all'ergastolo come mandante dell'omicidio, accusa da lui sempre respinta. Nel 2010, però, ha risarcito con 300mila euro la famiglia Verde. Una sorta di ammissione di colpevolezza non comprovata dalla magistratura la quale, nel dicembre dello stesso anno, lo ha assolto in secondo grado.  09 Settembre 2018 Michele Cotugno Depalma  BITONTO

 

a cura di Claudio Ramaccini  Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia - Progetto San Francesco

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