Stampa

U’SICCU

on .

 

Stampa

MATTEO MESSINA DENARO

 La latitanza iniziata nell’estate 1993 -  Nei suoi confronti è stato emesso un mandato di cattura per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto e altri reati minori. E da allora Messina Denaro è irreperibile. Nessuna traccia. C’è chi assicura che vivrebbe in Sicilia, spostandosi di continuo. Chi parla di interventi chirurgici al viso e ai polpastrelli. Chi dice che è protetto dalla 'ndrangheta. Chi di volta in volta lo colloca sulle tribune di uno stadio o in una spiaggia all’estero.


STRAGI DI CAPACI E VIA D’AMELIO: MESSINA DENARO CONDANNATO ALL'ERGASTOLO 


VIDEO

Prima della strage di Capaci, Cosa Nostra aveva progettato l’eliminazione “eclatante” del giudice Paolo Borsellino, con un’autobomba a Marsala  ma i boss si rifiutarono.  Sarebbero morte troppe persone. A raccontarlo in Corte d’Assise il pentito Carlo Zichittella, nel processo a carico del superlatitante Matteo Messina Denaro, per le stragi del 1992. Borsellino dirigeva la procura della Repubblica a Marsala, tra la fine del ’91 ed i primi del ’92. Il pentito ha raccontato di aver saputo da Gaetano D’Amico della riunione che si tenne a Mazara del Vallo. I capi Francesco D’Amico e Francesco Craparotta, interpellati dalla famiglia di Mazara, si rifiutarono di eliminare Borsellino in “modalità eclatanti” e per questo furono uccisi.

Le lettere di Messina Denaro, alias Alessio, a Bernardo Provenzano

1-10-2003
1-2-2004
25-5-2004
30-9-2004
6-2-2005
30-9-2005
21-1-2006


Matteo Messina Denaro (Castelvetrano26 aprile 1962)  affiliato a Cosa nostrasoprannominato 'U siccu («il magro»), a causa della sua costituzione fisica, o anche Diabolik,[1] ed è considerato tra i latitanti più ricercati e pericolosi al mondo.[2] Capo e rappresentante indiscusso della mafia trapanese, risulta essere attualmente il boss più ricco e potente di tutta Cosa nostra, arrivando a esercitare il proprio potere ben oltre i confini della propria provincia, come in quelle di Agrigento e addirittura Palermo.[3] Per quanto tradizionalmente il potere assoluto sull'intera organizzazione non possa essere concentrato nelle mani di un padrino estraneo a Palermo, e sebbene dopo la morte di Salvatore Riina non vi siano più state prove di un'organizzazione piramidale di Cosa nostra, alcuni inquirenti si sono esplicitamente riferiti al latitante castelvetranese come all'attuale capo assoluto[4] Altre fonti, attualmente più realistiche, vedono il boss ormai esclusivamente alle prese con la propria latitanza, forse anche lontano dalla Sicilia, formalmente solo con il ruolo di referente mafioso della Provincia di Trapani ma senza un ruolo attivo all'interno di Cosa Nostra[5][6].  Messina Denaro è figlio di Francesco Messina Denaro, fratello di Patrizia Messina Denaro e zio di Francesco Guttadauro. Matteo Messina Denaro ricopre il ruolo di capo della cosca di Castelvetrano e del relativo mandamento. Negli anni successivi il collaboratore di giustizia Baldassare Di Maggio dichiarerà che si trattava di «un giovane rampante, anche se non è già capo, e suo padre gli ha dato un'ampia delega di rappresentanza del mandamento».[7] Insieme col padre, Messina Denaro svolgeva l'attività di fattore presso le tenute agricole della famiglia D'Alì Staiti, già proprietari della Banca Sicula di Trapani (il più importante istituto bancario privato siciliano) e delle saline di Trapani e Marsala.[7] Nel 1989 Messina Denaro venne denunciato per associazione mafiosa,[8] mentre nel 1991 si rese responsabile dell'omicidio di Nicola Consales, proprietario di un albergo di Triscina, che si era lamentato con la sua impiegata austriaca (che era anche l'amante di Messina Denaro) di «quei mafiosetti sempre tra i piedi»[9].

Nel 1992 Messina Denaro fece parte di un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani, che venne inviato a Roma per compiere appostamenti nei confronti del presentatore televisivo Maurizio Costanzo e per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli, facendo uso di kalashnikov, fucili e revolver, procurati da Messina Denaro stesso[7]; qualche tempo dopo, però, il boss Salvatore Riina fece ritornare il gruppo di fuoco, perché voleva che l'attentato a Falcone fosse eseguito diversamente[10][11]. Nel luglio 1992 Messina Denaro fu tra gli esecutori materiali dell'omicidio di Vincenzo Milazzo (capo della cosca di Alcamo), che aveva cominciato a mostrarsi insofferente all'autorità di Riina; pochi giorni dopo, Messina Denaro strangolò barbaramente anche la compagna di Milazzo, Antonella Bonomo, che era incinta di tre mesi: i due cadaveri furono poi seppelliti nelle campagne di Castellammare del Golfo[12][13]. In seguito, Messina Denaro fece anche parte del gruppo di fuoco che compì il fallito attentato al vicequestore Calogero Germanà, a Mazara del Vallo (14 settembre 1992)[14][15].

Dopo l'arresto di Riina, Messina Denaro fu favorevole alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi, insieme con i boss Leoluca BagarellaGiovanni Brusca e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano[16][17]; gli attentati dinamitardi a FirenzeMilano e Roma provocarono in tutto dieci morti e 106 feriti, oltre a danni al patrimonio artistico[18]. Nell'estate 1993, mentre avvenivano gli attentati dinamitardi, Messina Denaro andò in vacanza a Forte dei Marmi insieme con i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e, da allora, si rese irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza: infatti nei suoi confronti venne emesso un mandato di cattura per associazione mafiosaomicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto e altri reati minori[7][19].

Nel novembre 1993 Messina Denaro fu tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci; infine, dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere buttato in un bidone pieno di acido[20]. Nel 1994 Messina Denaro organizzò un attentato dinamitardo contro il pentito Totuccio Contorno, insieme con Giovanni Brusca[21]; tuttavia l'esplosivo, collocato in una cunetta ai lati di una strada nei pressi di Formello, dove Contorno passava abitualmente, venne scoperto dai Carabinieri, avvertiti dalla telefonata di un cittadino, insospettito da alcuni movimenti strani[22].

Nel 1998, dopo la morte del padre Francesco (stroncato da un infarto durante la latitanza), Messina Denaro è diventato capomandamento di Castelvetrano e anche rappresentante mafioso della provincia di Trapani[23].  Il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori ha dichiarato che nel 1994 Messina Denaro si recò nella clinica oculistica Barraquer di Barcellona, in Spagna, per curare una forte miopia che lo aveva condotto a una forma di strabismo[19]. Nel 2004 il SISDE tentò di individuare Messina Denaro attraverso Antonino Vaccarino (ex sindaco di Castelvetrano già inquisito per associazione mafiosa), sfruttando le numerose conoscenze che Vaccarino aveva negli ambienti vicini a Cosa Nostra; infatti l'ex sindaco, per conto del SISDE, riuscì a stabilire un contatto con Messina Denaro proponendogli numerosi investimenti negli appalti pubblici per attirarlo in trappola: le comunicazioni con il latitante avvenivano attraverso pizzini in cui Messina Denaro usava lo pseudonimo di "Alessio" mentre Vaccarino quello di "Svetonio"; l'ex sindaco riuscì anche a prendere contatti con il boss Bernardo Provenzano attraverso il nipote Carmelo Gariffo[24]. L'11 aprile 2006, nel casolare di Corleone dove venne arrestato Provenzano, gli inquirenti trovarono numerosi pizzini mandati da "Alessio", nei quali si parlava degli investimenti proposti da Vaccarino ma anche di altri affari in attività lecite, come l'apertura di una catena di supermercati nella provincia di Agrigento e la ricerca di qualche prestanome per poter aprire un distributore di benzina nella zona di Santa Ninfa, in provincia di Trapani[7]. In seguito all'arresto di Provenzano, Messina Denaro interruppe la corrispondenza con Vaccarino, inviandogli un ultimo pizzino in cui gli raccomandava "di condurre una vita trasparente in modo da non essere coinvolto nelle indagini"[24].

Nel giugno 2009 gli agenti del Servizio Centrale Operativo e delle squadre mobili di Trapani e Palermo condussero l'indagine denominata "Golem", che portò all'arresto di tredici persone tra mafiosi e imprenditori trapanesi, accusati di favorire la latitanza di Messina Denaro fornendogli documenti falsi ma anche di gestire estorsioni e traffico di stupefacentiper conto del latitante[25]. Successivamente, nel marzo 2010 la DDA di Palermo coordinò l'indagine "Golem 2", condotta sempre dagli agenti dal Servizio Centrale Operativo e delle squadre mobili di Trapani e Palermo, che portò all'arresto di altre diciannove persone a Castelvetrano, accusate di aver compiuto estorsioni e incendi dolosi per conto di Messina Denaro ai danni di imprenditori e politici locali; tra gli arrestati figurarono anche il fratello del latitante, Salvatore Messina Denaro, e i suoi cugini Giovanni e Matteo Filardo[26][27].

Il 27 luglio 2010 il collaboratore di giustizia Manuel Pasta dichiarò che Messina Denaro, nonostante le estenuanti ricerche e gli arresti attorno a lui, avrebbe visto con alcuni mafiosi palermitani la partita di calcio Palermo-Sampdoria, giocata in casa allo stadio Renzo Barbera il 9 maggio 2010. La partecipazione all'incontro sportivo sarebbe stata solo una parte di un incontro tra il latitante e altri capi della provincia per discutere sull'organizzazione di nuovi attentati dinamitardi contro il palazzo di giustizia e la squadra mobile di Palermo, in risposta ai numerosi arresti contro esponenti mafiosi[28][29]. Inoltre nel 2010 Messina Denaro è stato inserito dalla rivista Forbes nell'elenco dei dieci latitanti più pericolosi del mondo[2].

Nel 2015 l'emittente Radio Onda Blu fornisce le immagini satellitari della sua presunta abitazione a Baden, in Germania, e della sua auto.[30][31] Tuttavia in seguito a questo fatto non si sono avute conferme né smentite ufficiali. Salvatore Rinzivillo, arrestato in un'operazione coordinata dalle Procure antimafia di Roma e Caltanissetta,[32] era stato pedinato e si è visto che si recava a Castelvetrano, il paese di Messina Denaro, dove ha incontrato un uomo che non è stato identificato ma che risponde alla descrizione di Messina Denaro. Non è stato possibile comunque risalire all'identità di questa persona, che potrebbe rappresentare quindi una svolta positiva nelle indagini o un altro binario morto. Tuttavia l'indagine ha portato un risultato positivo, perché ha condotto all'arresto dell'agente dei Servizi segreti Marco Lazzari, che stava proteggendo la latitanza di Matteo Messina Denaro.[33]

La Direzione Investigativa Antimafia ha sequestrato alcune società riconducibili a Gianfranco Becchina, che era stato indagato per traffico di reperti archeologici.[34] Tra i beni sequestrati risulta anche un'ala del castello di Castelvetrano di Federico II del 1239, divenuto Palazzo ducale dei principi Pignatelli. Poche ore dopo il sequestro, scoppia un incendio nell'ala del palazzo appena sequestrato e alcuni documenti vengono distrutti. In seguito a ciò è stata avviata un'indagine.[35]

Il 13 marzo 2018 viene annunciato l'arresto, da parte di carabinieri e DIA, di 12 capimafia e gregari che avrebbero provveduto al mantenimento di Matteo Messina Denaro.[36]

Il 29 ottobre 2018 la polizia arresta Leo Sutera, amico di Matteo Messina Denaro e considerato il capo della mafia di Agrigento. Leo Sutera era già stato arrestato nel 2012, ma l'arresto aveva suscitato forti polemiche, perché si riteneva che continuando a sorvegliarlo, come si stava già facendo da due anni, Sutera avrebbe condotto le forze dell'ordine allo stesso Matteo Messina Denaro, con il quale aveva affermato di essersi incontrato poco prima. All'epoca i carabinieri volevano continuare a sorvegliare Sutera, mentre la polizia guidata dal procuratore capo di Palermo Francesco Messineodecise di arrestarlo.[37][38]

Un pentito ha affermato che il latitante si sarebbe sottoposto ad un intervento di chirurgia plastica al volto, per non essere riconoscibile. L'intervento sarebbe avvenuto in Piemonte o in Valle D'Aosta.[39] Un informatore ha invece affermato al contrario che Matteo Messina Denaro si è fatto la plastica in Bulgaria, sia al volto sia ai polpastrelli, per non essere riconoscibile. Inoltre ha sostenuto che il latitante ha problemi di salute: non ci vede quasi più ed è in dialisi. Il testimone ha raccontato che Messina Denaro si è recato più volte a Pisa e a Lamezia Terme, e che sarebbe protetto dalla 'ndrangheta. Sul suo racconto ha indagato la Procura distrettuale antimafia di Firenze.[40] Lo stesso informatore ha portato i magistrati a dire: «si può senza dubbio affermare come i soggetti indagati hanno costruito una stabile organizzazione finalizzata a compiere molteplici fatti illeciti.» [...] «L’organizzazione è ben radicata sul territorio nazionale, in primis in Toscana e in Calabria, e si avvale senza dubbio di soggetti che hanno contatti con l’estero, quantomeno SvizzeraGermania e Nord Africa». [...] «allo stato attuale delle indagini è emerso che al di sopra dei soggetti indagati ed intercettati vi è una figura non ancora identificata, la quale viene spesso menzionata durante le conversazioni.»[41]

La sua latitanza è stata finanziata anche con il gioco d'azzardo, praticato in Sicilia e a Malta, dove l'imprenditore Carlo Cattaneo, attivo a Castelvetrano, il paese natale di Messina Denaro, si è recato più volte.[42]  Messina Denaro ha legami anche con il Venezuela, dove alcune persone legate al latitante hanno gestito i suoi interessi.[43]  Secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori e l'ex senatore Vincenzo Garraffa[44], nel 1994 Messina Denaro si attivò per fare votare Antonio D'Alì (rampollo della famiglia D'Alì Staiti per la quale il padre aveva lavorato), candidato nelle liste del Popolo della Libertà, per l'allora nuovo movimento politico "Forza Italia": infatti alle elezioni politiche del marzo quell'anno D'Alì risultò eletto al Senato con 52 000 voti nel collegio senatoriale di Trapani-Marsala, e venendo rieletto per altre tre legislature[7], mentre nel territorio del mandamento di Messina Denaro (collegio Mazara-Castelvetrano) fu eletto Ludovico Corrao. D'Alì nel 2001 venne nominato sottosegretario di Stato al Ministero dell'Interno nei Governi Berlusconi IIIII fino al 2006[45].  Sinacori dichiarò inoltre che «era risaputo che i D'Alì con i Messina Denaro erano in buoni rapporti, se qualcuno aveva bisogno, poteva andare a chiedere ai Messina Denaro di intercedere»[46]; tuttavia la famiglia D'Alì Staiti si difese dichiarando che licenziarono Messina Denaro dopo aver saputo che si era reso latitante[7]. Un altro collaboratore di giustizia, Francesco Geraci (ex gioielliere e mafioso di Castelvetrano), dichiarò che nel 1992 Antonio D'Alì cedette alcuni suoi terreni nei pressi di Castelvetrano a Messina Denaro, il quale li regalò al boss Salvatore Riina; il prestanome della transazione fu Geraci stesso. Inoltre nel 1998 i documenti acquisiti dalla Commissione Parlamentare Antimafia fecero emergere che nel 1991 Messina Denaro (all'epoca ufficialmente agricoltore) aveva percepito un'indennità di disoccupazione di quattro milioni di lire attraverso Pietro D'Alì, fratello di Antonio[7]. Nell'ottobre 2011 la procura di Palermo chiese il rinvio a giudizio nei confronti del senatore D'Alì per concorso esterno in associazione mafiosa a causa dei suoi rapporti con Messina Denaro e altri mafiosi della provincia di Trapani, sempre smentiti pubblicamente dal senatore[47]; il 30 settembre 2013 D'Alì venne assolto soltanto per i fatti successivi al 1994 mentre i giudici dichiararono la prescrizione per quelli precedenti, nonostante l'accusa avesse chiesto una condanna a sette anni e quattro mesi di carcere[48]Nel 2007 venne arrestato l'imprenditore Giuseppe Grigoli, proprietario dei supermercati Despar nella Sicilia occidentale, il quale era accusato di essere favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro, che investiva denaro sporco nei suoi supermercati[49]; nel 2011 Grigoli venne condannato a dodici anni di carcere per riciclaggio di denaro sporco mentre nel settembre 2013 il tribunale di Trapani dispose la confisca di società, terreni e beni immobiliari di proprietà di Grigoli dal valore di 700 milioni di euro[50][51][52]Nel 2010 la Direzione Investigativa Antimafiadi Palermo mise sotto sequestro numerose società e beni immobili dal valore complessivo di 1,5 miliardi di euro, le quali appartenevano all'imprenditore alcamese Vito Nicastri, ritenuto vicino a Messina Denaro: tra il 2002 e il 2006 Nicastri aveva ottenuto il più alto numero di concessioni in Sicilia per costruire parchi eolici e secondo gli inquirenti il suo patrimonio sarebbe frutto del reinvestimento di denaro sporco[53][54].  Il 12 marzo 2012 la Direzione Investigativa Antimafia di Trapani chiese il sequestro del patrimonio dell'imprenditore Carmelo Patti, proprietario della Valtur, considerato anch'egli favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro[55]; il sequestro di oltre un miliardo e mezzo di euro[56] è stato eseguito nel novembre 2018. Nel dicembre 2012 un'indagine coordinata dalla DDA di Palermo e condotta dai Carabinieri portò all'arresto di sei persone, tra cui l'imprenditore Salvatore Angelo, il quale era accusato di investire il denaro sporco di Messina Denaro nella costruzione di parchi eolici fra PalermoTrapaniAgrigento e Catania, destinando una percentuale degli affari al latitante; inoltre nelle telefonate intercettate dai Carabinieri, Salvatore Angelo si vantava di essere amico di Messina Denaro[57]. Il 28 novembre 2013 il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè riferì che l'archivio di Totò Riina, che fu trafugato dal covo del boss nel 1993 dopo il suo arresto, è in parte nelle mani di Matteo Messina Denaro, vero e proprio pupillo del boss corleonese[58].

Il 6 dicembre 2013 la DIA sequestra all'imprenditore palermitano Mario Niceta, settantunenne, presunto prestanome del boss Messina Denaro, 50 milioni di euro in immobili e quote di società operanti nel settore della vendita di abbigliamento e preziosi. A incastrarlo, i pizzini ritrovati nel covo di Bernando Provenzano. Pizzini in cui Messina Denaro faceva riferimento a un certo "Massimo N."[59]. Il 13 dicembre 2013 vengono arrestati 30 fiancheggiatori di Messina Denaro nell'ambito dell'operazione "Eden" nella provincia di Trapani. Negli arrestati figurano anche la sorella del boss Patrizia Messina Denaro e il nipote prediletto ventinovenne Francesco Guttadauro.[60] Secondo il procuratore aggiunto Teresa Principato, dopo questa operazione il cerchio attorno al capo della mafia si è ristretto e dunque ora dopo l'arresto dell'intera famiglia, il boss è solo Esponenti di una cosca vicina a Matteo Messina Denaro sono stati arrestati per aver trasferito in Sicilia una somma di denaro guadagnata con l'allestimento di alcuni stand dell'EXPO di Milano del 2015.[61]

Le indagini hanno portato a indagare anche il vicepresidente di Unicredit Fabrizio Palenzona[62][63]. Anche a San Marino si è trovato un legame: un professionista ha avuto contatti email con uno stretto collaboratore di Matteo Messina Denaro.[64][65] Nel maggio del 2013 il maresciallo capo dei carabinieri Saverio Masi ha presentato una denuncia alla procura di Palermo contro i suoi superiori, asserendo che nel 2004, quando prestava servizio al Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Palermo, individuò per la strada il superboss latitante Messina Denaro, a bordo di una utilitaria, e di averlo seguito fino all'ingresso di una villa. Ma una volta denunciato il fatto ai superiori, questi gli avrebbero intimato di non proseguire nelle indagini. Per gli stessi fatti - tra gli altri - Masi è stato a sua volta denunciato per calunnia alla Procura della Repubblica di Palermo dagli ufficiali da lui accusati. Il 24 aprile 2015 il maresciallo Masi è stato condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per i reati di falso materiale e tentata truffa aggravata, in relazione al tentativo di ottenere l'annullamento di una contravvenzione stradale. In conseguenza di tale vicenda, nel dicembre 2008 venne trasferito dal Nucleo Investigativo. Oggi Masi è capo scorta del pubblico ministero Nino Di Matteo.[66]

Secondo gli inquirenti, tra il 1994 e il 1996 Messina Denaro trascorse la sua latitanza tra Aspra e Bagheria, ospitato dalla sua compagna Maria Mesi, con cui andò in vacanza in Grecia sotto il falso nome di "Matteo Cracolici"[7]. Paola e Francesco Mesi, sorella e fratello di Maria, erano stati assunti nella clinica di Bagheria dell'ingegnere Michele Aiello(ritenuto un prestanome del boss Bernardo Provenzano): in particolare Paola Mesi era segretaria personale di Aiello e amministratrice unica della Selda s.r.l., società riferibile ad Aiello stesso[68]; inoltre Messina Denaro era cognato di Filippo Guttadauro (fratello del medico Giuseppecapomandamento di Brancaccio-Ciaculli), che ne aveva sposato la sorella Rosalia. Nel 2000 la polizia arrestò Maria Mesi e trovò alcune lettere d'amore che aveva scambiato con il latitante: per queste ragioni l'anno successivo venne condannata a tre anni di carcere per favoreggiamento insieme con il fratello Francesco[69]. Inoltre nel luglio 2006 gli inquirenti trovarono altre lettere d'amore di Maria Mesi a casa di Filippo Guttadauro,[70] che aveva incarico di consegnarle al cognato Messina Denaro[71]Nel 1995 Messina Denaro aveva già avuto una figlia da una precedente relazione con la castelvetranese Francesca Alagna, che dopo il parto andò a vivere insieme con la madre del latitante[7]. In una lettera destinata a un amico, sequestrata dagli inquirenti, Messina Denaro rivelò di non aver mai conosciuto questa figlia[1]. Nel 2013 il settimanale L'Espresso pubblicò un servizio, nel quale rivelava che la figlia del latitante aveva lasciato la casa della nonna paterna insieme con la madre, perché voleva vivere lontana da quella famiglia[72]

  1.  Giorgio Dell'Arti, Matteo Messina Denaro, Cinquantamila.it, 30 ottobre 2014. URL consultato il 7 maggio 2019 (archiviato il 4 marzo 2016).
  2. ^
  3. ^ Riccardo Lo Verso, "Messina Denaro ha scelto i capi" Galatolo e la mafia di Palermo, Live Sicilia. URL consultato il 7 luglio 2019 (archiviatoil 13 aprile 2019).
  4. ^ Rino Giacalone, "Date 30 anni a Messina Denaro" Il pm: "Il capo assoluto è lui", Livesicilia, 5 luglio 2013. URL consultato l'8 luglio 2019(archiviato il 6 luglio 2018).
  5. ^ Messina Denaro, ”capo” in discesa. La Dia: «Cosa Nostra trapanese gli è fedele», La Valle dei Templi, 16 febbraio 2019. URL consultato il 7 luglio 2019 (archiviato il 7 luglio 2019).
  6. ^ Mafia Cortese: "Matteo Messina Denaro senza ruolo", CorriereAgrigentino.it, 12 gennaio 2019. URL consultato il 7 luglio 2019(archiviato il 7 luglio 2019).
  7. ^  Matteo Messina Denaro il "Re" di TrapaniArchiviato il 19 ottobre 2013 in Internet Archive. Antimafiaduemila.com
  8. ^ Messina Denaro, per la Dia in difficoltà, Alpa Uno, 28 febbraio 2013. URL consultato il 7 luglio 2019 (archiviato il 7 luglio 2019). 
    «La carriera mafiosa di Matteo Messina Denaro inizia ufficialmente nel 1989, quando viene denunciato per associazione mafiosa».
  9. ^ Enrico Bellavia, Da boss spietato a mediatore il nuovo volto di Messina Denarola Repubblica, 15 aprile 2006. URL consultato il 10 luglio 2019 (archiviato il 24 gennaio 2018).
  10. ^ Audizione del procuratore Sergio Lari dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia - XVI LEGISLATURA (PDF), Parlamento della Repubblica Italiana. URL consultato il 10 luglio 2019 (archiviato il 31 marzo 2019).
  11. ^ Processo di 1º grado per le stragi del 1993 (PDF), www.misteriditalia.it. URL consultato il 10 luglio 2019 (archiviato il 14 dicembre 2018).
  12. ^ Maurizio Torrealta e Giorgio Mottola, Processo allo stato, 2012
  13. ^ ' SONO MOSTRI, BARBARI ANTONELLA ERA INCINTA E L' HANNO UCCISA'la Repubblica, 21 dicembre 1993. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 14 dicembre 2018).
  14. ^ Rino Giacalone, Cosa nostra e il fallito attentato al commissario Rino Germana', ANTIMAFIADUEMILA, 14 settembre 2008. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 14 dicembre 2018).
  15. ^ Saverio Lodato, Quarant'anni di mafia: Storia di una guerra infinita, 2008
  16. ^ Le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia - Atti del processo di 1º grado per le stragi del 1993 (PDF) (archiviato dall'url originale il 27 dicembre 2013).
  17. ^ I pentiti del terzo millennio Archiviato il 19 ottobre 2013 in Internet Archive. Antimafiaduemila.com
  18. ^ Autobombe '93, per l'accusa ergastoli da confermarela Repubblica, 2 dicembre 2000. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 24 gennaio 2018). 
    «la strategia di attacco terroristico al patrimonio culturale del Paese sarebbe stata decisa dai vertici di Cosa Nostra già alla fine del '92».
  19. ^ Salta a:a b Da diciotto anni alla macchia tra Sicilia, Spagna e Sudamericala Repubblica Inchieste, 12 ottobre 2011. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 24 gennaio 2018).
  20. ^ Paola Bellone, Biografia di Santino Di Matteo, Cinquantamila.it, 28 aprile 2014. URL consultato il 13 luglio 2019 (archiviato dall'url originale il 24 gennaio 2018).
  21. ^ Il boss Raccuglia, voleva uccidere Contorno Archiviato il 29 ottobre 2013 in Internet Archive. Rainews.it
  22. ^ Trappola esplosiva per Contorno Corriere della Sera
  23. ^ Una nuova Cosa Nostra Archiviato il 19 ottobre 2013 in Internet Archive. Antimafiaduemila.com
  24. ^  Le grandi manovre Archiviato il 19 ottobre 2013 in Internet Archive. Antimafiaduemila.com
  25. ^ Mafia, tredici arresti a Trapani coprivano il boss Messina Denarola Repubblica, 16 giugno 2009. URL consultato l'11 luglio 2019 (archiviatoil 24 gennaio 2018).
  26. ^ Mafia, operazione con 19 arresti a Trapani anche il fratello di Matteo Messina Denarola Repubblica, 15 marzo 2010. URL consultato l'11 luglio 2019 (archiviato il 24 gennaio 2018).
  27. ^ Alessandra Ziniti, Una rete di uomini fidatissimi e regole ferree per la latitanza di Matteo Messina Denarola Repubblica, 15 marzo 2010. URL consultato l'11 luglio 2019 (archiviato il 24 gennaio 2018).
  28. ^ Salvo Palazzolo, "Il latitante Messina Denaro allo stadio per Palermo-Samp"la Repubblica, 27 luglio 2010. URL consultato l'11 luglio 2019 (archiviato il 24 gennaio 2018).
  29. ^ MAFIA: PENTITO, MESSINA DENARO ALLO STADIO PER PALERMO-SAMPANSA, 27 luglio 2010. URL consultato l'11 luglio 2019(archiviato il 23 settembre 2015).
  30. ^ Una radio privata: "Messina Denaro in Germania". Cauti gli investigatorila Repubblica, 17 ottobre 2015. URL consultato l'11 luglio 2019 (archiviato il 26 febbraio 2016).
  31. ^ Una radio privata: "Matteo Messina Denaro è in Germania"Rai News24, 19 ottobre 2015. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 12 luglio 2019).
  32. ^ Giovanni Bianconi e Redazione Roma, Roma, arrestati il boss Salvatore Rinzivillo e altri 36 del clan mafiosoCorriere della Sera, 4 ottobre 2017. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 15 gennaio 2018).
  33. ^ Messina Denaro, lo 007 svelò l'indaginela Repubblica, 6 ottobre 2017. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 16 ottobre 2017).
  34. ^ Rino Giacalone, Mafia, sequestrati beni a un mercante d’arte: “Aveva legami con il boss Messina Denaro”La Stampa, 16 novembre 2017. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 12 luglio 2019).
  35. ^ Salvo Palazzolo, "Messina Denaro finanziato da un mercante d'arte". La Dia sequestra il patrimonio di Becchinala Repubblica, 15 novembre 2017. URL consultato il 12 luglio 2019.
  36. ^ Mafia: soldi clan per latitanza Messina DenaroANSA, 13 marzo 2018. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 9 marzo 2019).
  37. ^ Agrigento, fermato il boss Leo Sutera fedelissimo di Matteo Messina Denaroil Fatto Quotidiano, 29 ottobre 2018. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 13 aprile 2019).
  38. ^ Giuseppe Pipitone, Mafia, Ros interrompe la caccia al boss Messina Denaro dopo “lite” con Messineoil Fatto Quotidiano, 1º agosto 2012. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 14 gennaio 2019).
  39. ^ Riccardo Lo Verso, "Operato al volto nel Nord Italia"L'ultimo giallo su Messina Denaro, Live Sicilia. URL consultato il 7 luglio 2019(archiviato il 13 aprile 2019).
  40. ^ Lirio Abbate e Giovanni Tizian, Esclusivo: «Matteo Messina Denaro ha un nuovo volto e io l'ho visto»L'Espresso, 28 marzo 2018. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 28 marzo 2018).
  41. ^ Lirio Abbate e Giovanni Tizian, Matteo Messina Denaro, se il boss è ancora in fuga un'intera società lo proteggeL'Espresso, 6 aprile 2018. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 7 aprile 2018).
  42. ^ Cecilia Anesi e Matteo Civillini/Irpi, Tra mafia e scommesse, perché Malta è la nuova isola del tesoroLa Repubblica, 10 maggio 2018. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 3 agosto 2018).
  43. ^ Francesca Panfili, La mappa della mafia trapanese del latitante Matteo Messina Denaro, ANTIMAFIADuemila, 8 luglio 2018. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato l'8 luglio 2018).
  44. ^ Accuse in aula a D'Alì 'Lo fecero votare i boss'la Repubblica, 23 settembre 2005. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 20 marzo 2018).
  45. ^ Scheda senatore Antonio D'ALI', su Senato della Repubblica XIV Leg.. URL consultato il 7 giugno 2010 (archiviato il 28 giugno 2018).
  46. ^ “Il senatore è a disposizione dell'associazione mafiosa”Archiviato il 4 novembre 2013 in Internet Archive. Antimafiaduemila.com
  47. ^ MAFIA, CHIESTO RINVIO A GIUDIZIO PER SENATORE D'ALÌTG1, 24 ottobre 2011. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 12 luglio 2019).
  48. ^ Accusato di concorso esterno assolto il senatore D'Alila Repubblica, 30 settembre 2013. URL consultato il 12 luglio 2019(archiviato il 7 agosto 2017).
  49. ^ Salvo Palazzolo, In cella il re dei supermercatila Repubblica, 21 dicembre 2007. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 12 luglio 2019).
  50. ^ Alessandra Ziniti, Riciclaggio, condannato il re dei supermercatila Repubblica, 1º febbraio 2011. URL consultato il 12 luglio 2019(archiviato il 4 marzo 2016).
  51. ^ Salvo Palazzolo, Confisca al re dei supermercati Despar sigilli a un patrimonio da 700 milionila Repubblica, 24 settembre 2013. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 25 aprile 2017).
  52. ^ Aziende confiscate alla mafia, l'atto d'accusa della 6GDOla Repubblica, 16 settembre 2014. URL consultato il 12 luglio 2019(archiviato il 31 dicembre 2015).
  53. ^ Laura Spanò, Maxisequestro al re dell'eolico sigilli a beni per 1,5 miliardila Repubblica, 15 settembre 2010. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 5 marzo 2016).
  54. ^ Nuova confisca al re dell'eolico trovato un altro tesoretto di Nicastrila Repubblica, 20 settembre 2013. URL consultato il 12 luglio 2019 (archiviato il 4 marzo 2016).
  55. ^ Per la Dia di Trapani il signor Valtur è un prestanome di Matteo Messina Denaroil Fatto Quotidiano, 14 marzo 2012. URL consultato il 13 luglio 2019 (archiviato il 26 novembre 2018).
  56. ^ Carmelo Patti (ex Valtur): un tesoro da 1,5 miliardi confiscato dall’AntimafiaIl Sole 24 ORE, 24 novembre 2018. URL consultato il 13 luglio 2019 (archiviato il 12 luglio 2019).
  57. ^ Salvo Palazzolo, Le mani di Messina Denaro sull'eolicola Repubblica, 8 dicembre 2012. URL consultato il 13 luglio 2019 (archiviato il 26 dicembre 2018).
  58. ^ Il pentito Giuffrè: «I documenti del covo di Riina finiti in mano a Messina Denaro»Corriere del Mezzogiorno, 28 novembre 2013. URL consultato il 13 luglio 2019 (archiviato il 12 dicembre 2013).
  59. ^ Riccardo Lo Verso, Mafia, maxi-sequestro ai Niceta Negozi, ville e società per 50 milioni, Livesicilia, 6 dicembre 2013. URL consultato il 7 luglio 2019 (archiviato il 4 giugno 2015).
  60. ^ La Dia confisca beni a sorella e cognato di Matteo Messina DenaroANSA, 25 settembre 2014. URL consultato il 13 luglio 2019(archiviato il 3 febbraio 2019).
  61. ^ L'indagine su mafia ed Expo Spunta il nome di Messina Denaro, Live Sicilia, 7 luglio 2016. URL consultato il 13 luglio 2019 (archiviato il 7 luglio 2016).
  62. ^ Gaia Scacciavillani, Unicredit, il vicepresidente Fabrizio Palenzona indagato per reati finanziari in inchiesta su Matteo Messina Denaroil Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2015. URL consultato il 13 luglio 2019(archiviato l'11 agosto 2017).
  63. ^ Antonio Massari, Unicredit, la Cassazione riabilita l’indagine su Palenzona. I pm: “Favorì società vicine a Messina Denaro”il Fatto Quotidiano, 21 giugno 2016. URL consultato il 13 luglio 2019 (archiviato il 12 luglio 2019). 
    «La Corte resuscita l’indagine, con una sentenza dura bastona il Tribunale del Riesame che aveva stroncato l’intera inchiesta: “I giudici sono andati ben oltre i propri compiti”».
  64. ^ San Marino. Un professionista sammarinese in contatto con Matteo Messina Denaro?, Libertas.sm, 20 giugno 2017. URL consultato il 13 luglio 2019 (archiviato il 6 ottobre 2018).
  65. ^ Antonio Massari, Unicredit, la Cassazione riabilita l’indagine su Palenzona. I pm: “Favorì società vicine a Messina Denaro”il Fatto Quotidiano, 21 giugno 2016. URL consultato il 13 luglio 2019 (archiviato il 12 luglio 2019). 
    «La Corte resuscita l’indagine, con una sentenza dura bastona il Tribunale del Riesame che aveva stroncato l’intera inchiesta: “I giudici sono andati ben oltre i propri compiti”».
  66. ^ Articolo del Corriere.it - 3 maggio 2013
  67. ^  Mafia, Carabiniere trova Messina Denaro ma viene bloccato “non vogliamo prenderlo”, Cronaca.news, 17 marzo 2019. URL consultato il 7 luglio 2019 (archiviato il 7 luglio 2019). 
    «Nel febbraio 2016, al termine delle indagini svolte, la Procura della Repubblica di Palermo ha richiesto al GIP l’archiviazione tanto delle accuse di Masi contro i suoi superiori, poiché prive di riscontri, sia dell’opposta ipotesi di calunnia, per mancanza dell’elemento psicologico. [...] Ad aprile 2017 il GIP del Tribunale di Palermo, ha accolto solo in parte le richieste della Procura e, nel disporre l’archiviazione della posizione degli ufficiali accusati dal Masi, ha ordinato alla Procura l’imputazione coatta di quest’ultimo per le ipotesi di calunnia e diffamazione dei suoi superiori. Per fatti collegati, il maresciallo Masi è altresì imputato per diffamazione sia innanzi al Tribunale di Roma, sia a quello di Bari.».
  68. ^ Provenzano e Messina Denaro un intreccio d'affari a Bagheria - la Repubblica.it, in Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 28 marzo 2018.
  69. ^ 'Matteo, vorrei vivere con te' Lettere d'amore per il latitante - la Repubblica.it, in Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 28 marzo 2018.
  70. ^ Lirio Abbate e Giovanni Tizian, Esclusivo: «Matteo Messina Denaro ha un nuovo volto e io l'ho visto»L'Espresso, 28 marzo 2018. URL consultato il 13 luglio 2019 (archiviato il 28 marzo 2018).
  71. ^ Alessandra Ziniti, Arrestato il fiduciario dei bossla Repubblica, 19 luglio 2006. URL consultato il 13 luglio 2019 (archiviato il 24 gennaio 2018).
  72. ^ Mafia: L'Espresso, figlia Messina Denaro si ribella al clan familiarela Repubblica, 29 agosto 2013. URL consultato il 13 luglio 2019 (archiviato il 17 aprile 2019).

IL PADRE BOSS DEL BOSS  Francesco Messina Denaro, soprannominato Don Ciccio (Castelvetrano20 gennaio 1928[1] – Castelvetrano30 novembre 1998), è stato un criminale italiano, legato a Cosa NostraÈ stato il capo della cosca di Castelvetrano e del relativo mandamento, a partire dai primi anni ottanta. Era il padre del super latitante Matteo Messina DenaroFrancesco Messina Denaro, padre di Matteo Messina Denaro e di Patrizia Messina Denaro, con il figlio Matteo svolgeva l'occupazioni di fattore presso le tenute agricole della famiglia D'Alì, proprietari della Banca Sicula di Trapani (in quegli anni il più importante istituto bancario privato siciliano) e delle saline di Trapani e Marsala. In realtà era a capo del mandamento di Castelvetrano dopo la seconda guerra di mafia dei primi anni '80, quando con il mazarese Mariano Agate fu alleato dei corleonesi, contro le famiglie palermitane e quelle alcamesi dei Rimi e trapanesi dei Minore. [4] Condannato a dieci anni dal tribunale di Trapani nel 1989 si rese latitanteNel 1992 il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara accusò Antonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, di essere affiliato alla locale cosca in cui ricopriva la carica di "consigliere" del capo Francesco Messina Denaro. Vaccarino querelò Calcara per calunnia ma i giudici prosciolsero il collaboratore di giustizia perché specificarono nelle sentenza del processo che erano «accertati e significativi rapporti tra il Vaccarino e altri esponenti dell'articolazione locale di Cosa Nostra, quali Francesco Messina Denaro [...]» con cui l'ex sindaco aveva costituito una cooperativa agricola[8]; tuttavia nei processi in cui era imputato, Vaccarino venne condannato in via definitiva soltanto per traffico di stupefacenti ma assolto dall'accusa di associazione mafiosa Nel 1994 fu tra i 74 mandati di custodia cautelare dell'operazione Petrov. Ricercato da più di 8 anni, Francesco Messina Denaro è stato ritrovato morto il 30 novembre 1998 nelle campagne di Castelvetrano, stroncato da un infarto Nell'ambito del processo per l'omicidio di Mauro Rostagno, i pentiti Angelo Siino e Vincenzo Sinacori hanno dichiarato che l'omicidio è stato voluto da Francesco Messina Denaro, il quale aveva dato incarico al boss Vincenzo Virgaperché provvedesse all'uccisione di Rostagno. 

DIETRO DI LUI SOLO LA MORTE  «Con le persone che ho ammazzato potrei riempirci un cimitero». Parola di Matteo Messina Denaro.  Tra gli Anni Ottanta e gli Anni Novanta “U siccu” è un boss emergente. È il prediletto di Totò Riina ed esecutore e mandante di numerosi omicidi. I giudici parlano di “totale assenza di scrupoli”. Nessuno sa, con esattezza, quanta gente ha ucciso o fatto uccidere. Vincenzo Milazzo e Antonella Bonomo sono tra questi.
Vincenzo Milazzo è uomo dei corlenoesi, capace raffinatore di eroina, e boss di Alcamo che un quarto di secolo fa  è nel mezzo di una guerra di mafia. Vincenzo e Antonella vivono insieme. Lei soffre quando lo vede partire come un soldato, anche di notte, per una missione da compiere. Sognano un figlio, un po’ di pace e prospettano una fuga lontano da tutto. La guerra di mafia finisce, c’è la “pace” ad Alcamo. Ma non per loro.
Dicono che lui comincia a parlar male dei pezzi grossi, per Cosa nostra diventa una mina vagante. Un giorno credendo che avessero arrestato Totò Riina, Vincenzo organizza una festa, comincia a capeggiare. Riina viene a sapere tutto ed emette la sentenza. Portano Milazzo in una casa di campagna, dentro c’è anche Messina Denaro. Milazzo entra, viene ucciso con un colpo alla testa e sotterrato nel terreno vicino. Nei giorni successivi Antonella Bonomo è preoccupata. Il suo ‘guerriero’ non torna a casa e lei ha una gravidanza da portare avanti. Diventa pericolosa per Cosa nostra, potrebbe conoscere tutti i fatti della mafia in quel territorio e ha anche un parente nei servizi segreti. Non dà garanzie di una vedovanza tranquilla. Un giorno viene condotta nello stesso casolare. Lei entra, ma nessuno le spara. Il codice degli uomini d’onore vieta di sparare ad una donna. La strangolano e la incaprettano, mentre lei implora pietà per il bimbo che porta in grembo. Sarà Messina Denaro a metterla in un sacco nero e a seppellirla nella stessa fossa del suo uomo.
Matteo Messina Denaro e il suo gruppo di fuoco viene incaricato di risolvere i problemi ad Alcamo e Marsala. Nelle due città ci sono dei gruppi di mafiosi che vogliono tirarsi fuori dall’egemonia dei corleonesi. Nella guerra di mafia ad Alcamo muoiono più di quaranta uomini. Matteo Messina Denaro sarà, ad esempio, mandante dell’agguato a Felice Buccellato, il figlio di Don Cola, il capo storico della mafia di Castellammare del Golfo, che si era messo contro i corleonesi dopo decenni di assoluto potere. "U siccu" partecipa con il padre anche all’omicidio di quattro personalità di spicco della mafia di Alcamo: Filippo Melodia, reggente della famiglia di Alcamo, Damiano Costantino, Giuseppe Colletta e Vito Varvara.
Altra guerra a Marsala. Sempre nei primi anni Novanta. Una famiglia decide di allearsi con la mafia di Agrigento e Gela, gli "stiddari". La capeggia Carlo Zichittella. Vuole diventare il referente di Cosa nostra in città, con l’aiuto dei vecchi nemici dei corleonesi. Vengono tutti fatti fuori nel 1992. Prima Vincenzo D’Amico e Francesco Caprarotta, i reggenti della famiglia marsalese. Poi tocca a Gaetano D’Amico, fratello di Vincenzo. A marzo, nella piazza Porticella, un commando circonda tre uomini in pieno giorno. Muore crivellato Antonino Titone. Vengono uccisi i parenti e gli amici più fidati di Zichittella. 
Infine, a giugno, viene assassinato suo padre, lo "zio Vanni". È seduto su una Vespa 50, stava comprando dei pesci.  Matteo Messina Denaro, nel 1992, viene incaricato anche di far fuori Maurizio Costanzo. Il suo gruppo di fuoco parte per Roma con un carico di mitra, fucili, pistole. È il mese di febbraio. Pensano di uccidere Costanzo con l’esplosivo. Individuano anche un punto che si presta bene per l'attentato. Si aspetta l’ok di Totò Riina. Da Palermo però arriva l’ordine di sospendere tutto. C’è da organizzare l’attentato a Falcone. di Giacomo Di Girolamo 23.3.2017


Mafia: Messina Denaro; pm, partecipò a sequestro Di Matteo "Anche Matteo Messina Denaro partecipa alle barbarie cui fu sottoposto il piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito e tenuto prigioniero per tre anni per poi ucciso e sciolto nell'acido, autorizzando che il bambino, nel corso della lunga prigionia, resti per tre occasioni ristretto in un immobile vicino Castellamare e in uno vicino Custonaci". Così il pm Gabriele Paci che, nel corso della requisitoria per il processo a Mattia Messina Denaro, ha ricostruito la carriera criminale del latitante, imputato, dinanzi alla Corte d'Assise di Caltanissetta di essere uno dei mandanti degli attentati di Capaci e Via D'Amelio.  "Giuseppe Di Matteo, figlio del mafioso Santino - ha continuato Paci - fu sequestrato per tentare di bloccare la collaborazione del padre con la giustizia. Matteo Messina Denaro oltre a organizzare e deliberare il sequestro mette a disposizione, nel trapanese, i covi in cui il piccolo Di Matteo viene tenuto segregato". Dopo 779 giorni di prigionia il piccolo di Matteo, l'11 gennaio del 1996, venne strangolato e sciolto nell'acido. (ANSA).


Borsellino e i Messina Denaro, lo 'schiaffo' al giudice   Borsellino chiese misure nei confronti del padre del Superlatitante, ma si sentì rispondere che Francesco Messina Denaro non aveva fatto nulla  - AGI 16.7.2020  Nel gennaio del 1990 Paolo Borsellino chiese il divieto di soggiorno per Francesco Messina Denaro, vecchio campiere classe 1928 e padre del superlatitante Matteo, ma il Tribunale di Trapani rigettò la richiesta, con un decreto che "è una sorta di schiaffo a chi l’aveva avanzata". Erano gli anni in cui 'don Ciccio' "usciva fuori dai radar, dicendo che aveva una brutta malattia e mandando avanti il figlio Matteo che partecipò alle riunioni decisive per le Stragi del 92". 

Il decreto di 'non luogo a procedere' - scritto a mano e datato 13 luglio 1990 - è stato depositato dal pm Gabriele Paci e citato durante la requisitoria nel processo in corso davanti ai giudici della corte d'Assise di Caltanissetta contro il latitante Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993 e accusato di essere il mandante dei due attentati in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Quest'ultimo dall'agosto dell'86 al marzo 1992 era stato a capo della Procura di Marsala e il 23 gennaio 1990 aveva chiesto la sorveglianza speciale, il divieto di dimora e il sequestro di tutti i beni di 'don Ciccio'. Ad ottobre dello stesso anno Borsellino - con le stesse accuse - emise un ordine di cattura nei confronti del capomafia, che da allora iniziò la sua latitanza, condannato da ricercato nel 1992 e morto da ricercato nel 1998.

"Rileggendo quel decreto potete apprezzare qual era lo stato dell’arte, qual era lo stato delle indagini fatte da valorosissimi inquirenti", ha continuato Paci, rilevando e "l’ironia contenuta nel provvedimento" quando si afferma: "alla fine che cosa ha fatto questo Messina Denaro?". Nel decreto (presidente G.Barraco, giudici Massimo Palmeri e Tommaso Miranda) i giudici sottolineano, inoltre, che "non risulta a carico del proposto dal 1964 ad oggi alcun precedente penale".

Le imprese di 'don Ciccio', invece, erano ben note. Sul finire degli anni cinquanta Messina Denaro senior - già allora campiere dei D'Alì - fu indagato per il sequestro-omicidio del notaio Francesco Craparotta e di un tale Vito Bonanno, uccisi il 9 gennaio 1957. I carabinieri di Castelvetrano lo ascoltarono il 16 maggio di quell'anno, ma nel 1964 venne scagionato da ogni accusa.

"Le notizie relative agli asseriti rapporti del proposto con appartenenti a consorterie mafiose - si legge nel decreto del Truibunale di cui l'AGI è venuta in possesso -  si sono rivelate per alcuni versi, stando agli elementi di fatto forniti, incontrollabili (non vi è alcun elemento agli atti che indichi Giuseppe Garamella, Paolo Marotta, Vito Guarrasi e Saverio Furnari quali affiliari alle cosche mafiose) e peraltro non certamente all'origine della presunta pericolosità qualificata (la figlia Rosalia ha contratto matrimonio con Guttadauro Filippo, sulla cui trasparente personalità non si solleva alcuna ombra di dubbio se non purtroppo, che è fratello di tale Guttadauro Giuseppe, ex diffidato e sorvegliato speciale, indiziato di mafia)".    

Il "trasparente" Filippo Guttadauro di cui parla il decreto del Tribunale fu arrestato una prima volta nel 1994, dopo quelle parole assolutorie e poi nel 2006, ed è oggi detenuto al 41bis. "Alla fine della fiera è (quel decreto, ndr.) una sorta di schiaffo a chi aveva avanzato la richiesta, per dire ‘non lo vedi che non c’è nulla’ ", ha detto il pm Paci nel corso della requisitoria a Caltanissetta.

Tutti i nominativi citati poi furono condannato per mafia, meno che Guarrasi, mente occulta della politica e dell'economia siciliana dal secondo dopoguerra. Nel documento si elencano anche i rapporti con la blasonata famiglia trapanese dei D'Alì. "L'unica operazione che ha richiesto l'impiego di una consistente somma di denaro per l'acquisto di un fondo facente parte delle proprietà fondiarie dei D'Alì risulta onorata con un mutuo - si legge nel provvedimento - contratto presso la Banca di Sicilia e di cui il Messina Denaro e la moglie risultano ancora gravati". "Gli accertamenti bancari hanno consentito di verificare che l'odierno proposto risulta aver una situazione debitoria per svariati milioni (oltre 18 milioni per il mutuo soprannominato) e di non essere in possesso di altra liquidità economica", continua il decreto, dipingendo 'don Ciccio' come persona modesta e onesta.

Per anni, ha spiegato Paci,. "l'attenzione si focalizzò su Mariano Agate, indicato erroneamente come capo della provincia di Trapani, trascurando la figura di don Ciccio Messina Denaro", su cui si erano invece soffermati "validi investigatori come Rino Germanà", poi sfuggito a un agguato sul lungomare di Mazara nel settembre 1992. Per dieci anni , 'don Ciccio', ha ribadito Paci, "fu non solo il capo del mandamento di Castelvetrano, ma anche di tutta la mafia trapanese", ha detto il pm Paci.    

L'eredità fu raccolta dal figlio Matteo che, dopo aver condotto le faide di Alcamo e Partanna, nell'autunno 1991 affiancò Totò Riina partecipando alla missione romana del febbraio-marzo novantadue per uccidere Falcone nella capitale e seguendolo fino alle stragi del 1992. Proseguendo con quelle al nord del 1993, di Firenze e Milano, per cui è già stato condannato all'ergastolo


Il grande colpo al Monte dei pegni Cosa nostra rubò l’oro dei pover  Pochi ricordano  la rapina miliardaria dell’estate 1991 che portò a Messina Denaro e  Riina miliardi in oro  e gioielli Autunno 1991. Un’Alfa 164 di colore bianco parcheggia davanti a una gioielleria di Castelvetrano. Al volante c’è Matteo Messina Denaro. Comodamente seduti Totò Riina e consorte. Prendono un borsone e lo consegnano al gioielliere Francesco Geraci, che cinque anni dopo deciderà di pentirsi raccontando tutto ai PM Già perché e solare ed evidente che le casseforti economico/finanziarie che garantiscono la sua latitanza affondano radici profonde oltreoceano (come abbiamo visto) ma anche in Sicilia. Pizzo, traffici illeciti, pervasività nell’economia pubblica sono costanti.

Sul piatto degli investigatori, per certificare la sua attendibilità, Cancemi mise il tesoro del padrino corleonese che si trovava dai Geraci a Castelvetrano. Sotto sequestro finirono gioielli, preziosi e lingotti d’oro che valevano due miliardi di lire. Quello era solo una parte del bottino I lingotti erano una parte del colpo al Monte dei pegni della Sicilcassa in via Calvi a Palermo. Parlare di rapina sarebbe riduttivo.

Il 13 agosto del 1991 sette banditi sbucarono dai bagni. Gli impiegati erano appena rientrati dalla pausa pranzo. Razziarono l’oro dei poveri, tutta gente che impegnava i regali di una vita. Li portavano al Monte di pietà e ricevevano in cambio soldi in contanti per mandare avanti la baracca. Le polizze di pegno venivano spillate sulle buste di plastica che custodivano i gioielli. Era un modo per tenere viva la speranza, spesso vana, che la merce potesse essere un giorno riscattata. Dal caveau di via Calvi sparì merce per 18 miliardi di lire. Una cifra calcolata per difetto. A parte i lingotti di Riina la refurtiva non è più stata ritrovata. Ripulita finanziando chissà quali affari. Di recente quel mega colpo è tornato d’attualità. Fra gli uomini d’oro che assaltarono il Monte di Pietà c’era pure Francesco Paolo Maniscalco, imprenditore del caffè, già condannato per quel colpo e anche per mafia. I finanzieri della Polizia hanno sequestrato beni per 15 milioni di euro.

Geraci venne affidato il delicato compito di gestire la cassa di famiglia, che amministrò per anni, custodendo il denaro nel caveau della propria gioielleria.

Ed è proprio lui a raccontarlo in un interrogatorio sostenuto dalla 12.45 del 5 ottobre 1996: «L’episodio nel quale è coinvolto mio fratello è quello che concerne la gestione di “conti” ce io tenevo in gioielleria nell’interesse di Messina Denaro Matteo: il Matteo avendo notato un caveau particolarmente protetto, mi aveva chiesto se potevo custodirgli del denaro in contanti, ed io mi ero messo a disposizione senza alcuna difficoltà. Tale denaro, in pratica confluiva in quattro conti: uno era quello personale di Matteo che ebbe al massimo un saldo di 35 milioni; un altro che ha avuto anche la consistenza di 100-150-200 milioni; l’altro ancora ammontava a 100 milioni e che, come mi disse Matteo, erano soldi di sua madre; un ultimo invece fu fatto in occasione dell’acquisto di terreni, di cui parlerò appresso, di cui la S.V. mi invita a fare. Ero stato io a confidare a mio fratello l’esistenza di quei conti anche per consentire che in mia assenza Matteo potesse effettuare operazioni di deposito o prelievo di denaro rivolgendosi direttamente a lui. Il Matteo veniva assiduamente a compiere queste operazioni, le quali venivano annotate in dei bigliettini in cui sostanzialmente veniva riportato soltanto il saldo e che venivano successivamente strappati. Mio fratello si occupava anche della gestione di questa contabilità ma ero io di fatto che mantenevo i rapporti con Matteo (…) Prima del mio arresto ricordo che il conto personale del Matteo era stato azzerato e ciò in concomitanza con l’inizio della sua latitanza; quello degli “affari correnti”, per così dire, era stato assottigliato (…) Aggiungo che per un certo periodo, sempre tramite il Matteo, anche …omissis…ci aveva portato in custodia 200 milioni che erano dei soldi di cui egli si era appropriato in banca. Mi risulta inoltre che …omissis…si fece custodire una certa somma, forse circa 70 milioni, anche da…omissis…Mi sovviene che ho custodito anche i soldi di…omissis…, circa 20 milioni, che mi furono portati da…omissis».

L’ulteriore passaggio evolutivo di tale rapporto – annota il Gip a pagina 21 del provvedimento – fu l’affidamento a Geraci di numerosi lingotti d’oro (chi, di noi, non ne ha una decina in casa per far fronte a spese improvvise o per dare una mancia al corriere!, nda) e di una valigia piena di monili e oggetti preziosi, beni tutti appartenenti a Totò Riina, consegnati da Geraci agli inquirenti all’inizio della sua collaborazione. «Nella terza occasione – proseguirà Geracinell’interrogatorio del 5 ottobre 1996 – Riina si presentò nel negozio accompagnato da Matteo, con la  moglie e le due figlie, affidandomi una borsa con i gioielli della famiglia perché li custodissi; si trattava di orecchini, monili ed altro che io ho occultato in un nascondiglio segreto nella mia abitazione unitamente ai lingotti d’oro che in un’altra occasione mi aveva portato il Matteo dicendomi che erano di Riina

A proposito di Riina ricordo che per due estati in due occasioni ho fatto fare insieme al Matteo delle gite in barca a tutti e quattro i suoi figli, unitamente alle figlie di Pietro…omissis…e di tale “vartuliddu” di Corleone, entrambi all’epoca dimoranti a Triscina. 

Un giorno Messina Denaro Matteo mi chiese se mediante un’operazione “pulita” potevo intestarmi un terreno che da quello che capiì apparteneva alla famiglia mafiosa di Castelvetrano: si trattava  di un terreno di tre salme e mezzo  (pari a 18 ettari circa) sito alle spalle della grande costruzione di Genco cui si accede da viale Roma. Non sono in grado di dire se quel terreno intestato formalmente a …omissis…di fatto apparteneva già a Messina Denaro Matteo ed ai suoi amici mafiosi oppure se di fatto costoro ne diventavano proprietari a seguito della vendita nella quale io figuravo come formale acquirente. L’acquisto avvenne, se mal non ricordo, tra i 1990 e il ’91 (…) Successivamente alla compravendita, il terreno acquistato da …omissis….fu un compromesso rivenduto ai Sansone di Palermo per la somma di 550 milioni. Il Sansone mi versò 450 milioni in assegni ma prima che saldasse completamente il debito venne arrestato per cui rimase in debito di 100 milioni. Ricordo che si diceva che quel terreno doveva diventare edificabile e che anzi il Sansone doveva realizzare un grosso insediamento edilizio, tipo “Castelvetrano due”; infatti attualmente il terreno vale svariati miliardi. Con il guadagno di 250 milioni previsto a seguito di quella compravendita, il Matteo mi aveva detto che dovevo intestarmi un terreno di Riina…». Guarda caso, in quegli anni prende il via la grande speculazione edilizia di Castelvetrano verso Santa Ninfa. Il piano Regolatore approvato dalla Giunta Bongiorno e dal consiglio dell’epoca consentì in quella zona investimenti immobiliari per miliardi di lire. La classe dirigente di Castelvetrano decise uno strano sviluppo urbanistico che non portava verso il mare ma verso l’entroterr Resta da capire chi, oggi – a fronte dei tanti prestanome della famiglia allargata già colpiti da provvedimenti di sequestro o confisca – continui, in Sicilia e non solo, a tenere “i conti” dorati del superlatitante trapanese e della sua “famiglia allargata”.   Fonte: Live Sicilia


Matteo Messina Denaro, il boss delle stragi e la fidanzata: la lettera d’addio  Matteo Messina Denaro, il «capo dei capi» della mafia, è ancora latitante, a 25 anni dalle stragi di mafia in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

A differenza degli altri capimafia, come Provenzano e Riina, non è mai stato in carcere A Caltanissetta inizia il processo a suo carico
Qui si fa il punto delle indagini per catturare il superlatitante. Dove si nasconde?

Se e quando lo prenderanno, per essere sicuri della sua identità dovranno sottoporlo al test del Dna. Solo in quel momento, se i confronti coincideranno, si potrà sancire la fine della latitanza di Matteo Messina Denaro, l’unico grande capomafia ancora in libertà e mai transitato dalle patrie galere, di cui non si hanno foto segnaletiche né impronte digitali. Anche Totò Riina e Bernardo Provenzano sono rimasti in fuga per decenni, ma in gioventù erano stati in carcere; Matteo — generazione successiva, classe 1962 — mai. Caso unico nella storia delle indagini antimafia. A venticinque anni dalla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a Caltanissetta è appena cominciato il processo a suo carico per le due stragi del 1992: a parte i «mandanti occulti» su cui ancora si indaga, ma mai individuati, è rimasto l’ultimo imputato, giudicato in contumacia.

«Che Dio mi aiuti»  Ufficialmente Messina Denaro è ricercato dall’anno successivo, ordine d’arresto numero 267/93 per quattro omicidi, emesso da un giudice palermitano il 2 giugno 1993. Tre giorni dopo scrisse una lettera alla ragazza con cui era fidanzato all’epoca, per annunciarle la sua fuga: «Non so se hai capito che nell’operazione di ieri da parte dei carabinieri c’è anche un mandato di cattura nei miei confronti… Qualunque cosa abbiano messo è soltanto una grande infamia, perché sono innocente… È iniziato il mio calvario, e a 31 anni, e con la coscienza pulita, non è giusto né moralmente né umanamente… Spero tanto che Dio mi aiuti… Non voglio neanche pensare di coinvolgerti in questo labirinto da cui non so come uscirò… Vuol dire che il nostro destino era questo. Spero tanto, veramente di cuore, che almeno tu nella vita possa avere fortuna… Non pensare più a me, non ne vale la pena… Con il cuore a pezzi. Un abbraccio, Matteo».

 In quello stesso periodo il neo-latitante stava partecipando all’organizzazione delle stragi mafiose dell’estate ’93, ma gli investigatori hanno cominciato a concentrarsi su di lui molto tempo dopo, all’indomani della cattura di Provenzano. Da quel momento, anno 2006, è diventato il ricercato numero uno, preda invisibile di una caccia nella quale lo Stato ha investito decine di milioni e che finora ha portato a oltre cento arresti di familiari, complici, fiancheggiatori e mafiosi vari, senza però arrivargli nemmeno vicino. E la caccia continua. A Palermo ci sono almeno 200 investigatori della polizia e dei carabinieri che si dedicano a tempo pieno alle indagini finalizzate alla sua cattura, strutturati in compartimenti stagni, con scambi di informazioni che avvengono tra i vertici delle due strutture sotto il coordinamento di due Procure, Palermo e Caltanissetta. La polizia conta su quasi 100 tra funzionari e agenti della Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, a cui si aggiungono quelli della Mobile di Trapani e gli agenti del Servizio centrale operativo, alcuni già protagonisti della cattura di Provenzano. Lavorano in una sede distaccata presso un aeroporto, dov’è installata la sala ascolto delle migliaia di intercettazioni captate da microspie piazzate nei luoghi più impensati e impensabili in cui si ritiene che qualcuno possa parlare di lui, iddu, il latitante.

Pure i carabinieri schierano un centinaio di uomini a tempo pieno tra Ros, il raggruppamento operativo speciale dedito alle indagini sulla criminalità organizzata, e i comandi provinciali di Palermo e Trapani, con una sala ascolto sistemata all’interno di un altro aeroporto della zona, dove convergono le informazioni raccolte dalle cimici. Qualche anno fa s’è tentato l’esperimento di unificare le due strutture, ma è stato abbandonato: il protocollo per lo scambio di notizie è tuttora in vigore, tuttavia i dati vengono condivisi solo ad alto livello. Anche per evitare che eventuali «talpe» possano rovinare l’intera inchiesta, come si rischiò durante le ricerche di Provenzano.

Infine ci sono i servizi segreti, impegnati su quel fazzoletto di Sicilia occidentale in cui il boss ha visto crescere il suo potere mafioso e che forse non batte più, ma in assenza di altre tracce è inevitabile ripartire da lì, e insistere su chiunque possa avere rapporti con lui. A cominciare dalle famiglie: quella di sangue e quella mafiosa, che in alcuni casi coincidono. Se infatti Matteo non ha mai varcato il portone di un carcere, quasi tutti i suoi parenti sono stati arrestati, e spesso condannati, per appartenenza a Cosa nostra: dal fratello Salvatore — al 41 bis — alla sorella Patrizia (fresca di 14 anni e mezzo di pena inflitti in appello), passando per il cognato Filippo Guttadauro, il nipote Lorenzo, il cugino acquisito Lorenzo Cimarosa che s’è pentito ed è morto di malattia nel gennaio scorso: ha fatto in tempo a fornire notizie per la cattura di altri personaggi, compresi politici e imprenditori in grado di procurare appalti e affari, considerati vicini al latitante, ed è possibile che a breve si arrivi allo scioglimento per mafia del Comune di Castelvetrano. Ma niente di decisivo per afferrare iddu. È la strategia della «terra bruciata» intorno al latitante, arrivata fin dentro la casa del paese dove non abita più nemmeno l’anziana madre di Matteo; quattro anni fa da quelle mura se n’erano andate la figlia concepita del boss quand’era già latitante, insieme alla ex compagna di Matteo: un altro segnale di un codice mafioso-patriarcale che sembra disgregarsi, insieme al prestigio del padrino che «picciotti» o «uomini d’onore» non hanno più paura di criticare.

«Ma questo che fa?  Totò Riina, nei dialoghi registrati in carcere, l’ha accusato di aver abbandonato la causa di Cosa nostra per pensare ai fatti propri: «Non ha fatto niente... io penso che se n’è andato all’estero». E Giuseppe Tilotta, sospettato di far parte della mafia trapanese, si sfogava così nell’agosto 2015: «Ma anche questo, che minchia fa? Cioè, arrestano i tuoi fratelli, le tue sorelle, i tuoi cognati e tu non ti muovi? Ma fai bordello!». Ed esprimeva un’idea che comincia a fare capolino anche fra qualche inquirente: «Io sono del parere che questo qualche giorno, a meno che non lo abbia già fatto, si ritira... e gli altri vanno a fare cose a nome suo quando lui oramai non c’è più qua…».

Le tracce del 2013  È come se Matteo Messina Denaro fosse diventato un’icona, un nome che pure mafiosi di piccolo o piccolissimo calibro pronunciano per darsi un tono o acquistare peso, com’è capitato nelle intercettazioni che l’altra settimana hanno portato al fermo di 14 persone; dicevano che Matteo nel 2015 era intorno a Marsala, ma non ce n’è prova. Gli indizi un po’ più consistenti della sua presenza in Sicilia sono del 2013, quando la sorella Patrizia portò al marito in galera un ordine del latitante, Cimarosa ha riferito che bisognava recapitargli 60.000 euro e qualcuno si mosse per trovare una casa nella zona di San Vito Lo Capo. Poi più niente. I pizzini inviati ai boss Provenzano e Lo Piccolo, firmati «Alessio», risalgono al 2006 e 2007, li ha dettati a qualcuno: non sono scritti da lui, come ha stabilito il confronto con la lettera d’amore del ’93, una delle poche tracce autentiche che ha lasciato dietro di sé. Interrotti quei contatti, ne potrebbero essere rimasti con i capi di altre organizzazioni criminali; gli inquirenti hanno subodorato qualche indizio in questa direzione, ma ancora poco concreti. Le indagini non si fermano monitorando colloqui e sussurri, messaggeri veri e presunti, rapporti autentici o solo immaginari. Ma il boss è ancora libero, forse vicino a chi lo cerca o forse addirittura in un altro continente. Continuano a finire in carcere persone che senza la caccia non sarebbero nemmeno state inquisite, mentre Matteo Messina Denaro insegue il destino del padre, capomafia anche lui, morto in latitanza nel 1998; la famiglia annunciò la dipartita con un aulico necrologio pubblicato sul Giornale di Sicilia, firmato anche da Matteo. Era già in fuga da cinque anni. 17 maggio 2017 Corriere della Sera – Giovanni Bianconi

a cura di Claudio Ramaccini, Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia - PSF

I cookie vengono utilizzati per migliorare il nostro sito e la vostra esperienza quando lo si utilizza. I Cookie tecnici impiegati per il funzionamento essenziale del sito sono già stati impostati. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli, vedere la nostra cookie policy.

Accetto i Cookie da questo sito.