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ANTONINO LO GIUDICE, il nano, ‘ndrangheta e Cosa nostra

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Antonino detto "Nino" Lo Giudice (Reggio Calabria, 1969)  mafioso e collaboratore di giustizia , già membro della 'ndrangheta (più precisamente della 'ndrina Lo Giudice), affiliato alla famiglia dei Lo Giudice, del quartiere Archi di Reggio Calabria, ora collaboratore di giustiziaLo Giudice si è accusato come autore delle bombe che, nel 2010, sono esplose davanti alla procura generale e sotto l’abitazione del magistrato Salvatore Di Landro, e del bazooka rinvenuto a poche centinaia di metri dal palazzo di Giustizia e indirizzato all’allora procuratore capo Giuseppe Pignatone. Per questo il pentito è stato condannato a 6 anni e 4 mesi. Lo stesso Salvatore Di Landro ha però espresso dubbi sul fatto che l'autore delle bombe fosse il pentito.

Pentimento e collaborazione con la giustizia. Dopo il suo arresto, divenne collaboratore di giustizia. Il 3 giugno 2013 evase dagli arresti domiciliari, e venne nuovamente arrestato il 15 novembre 2013.[2] Nel periodo di latitanza ritrattò le sue accuse, probabilmente per paura, ma le sue dichiarazioni erano già state giudicate attendibili dagli inquirenti. Sebbene si trovasse in una località protetta e segreta a Macerata, disse che aveva "iniziato a ricevere strane visite a Macerata” da “ uomini in borghese che si qualificarono come carabinieri e gli chiesero di non fare dichiarazioni su alcuni argomenti. Tra le persone che lo raggiunsero nella località protetta c'era una donna ucraina, una certa “Lea” che si è scoperto essere in contatto telefonico con un “numero intestato al comando generale dell’Arma.


Ndrangheta stragista, ecco il memoriale del boss Lo Giudice: conferma l’accordo con Cosa Nostra nell’attacco allo Stato “Gli accordi con i siciliani e reggini. Gli attentati ai carabinieri”. Così "Nino il Nano", collaboratore di giustizia, ha intitolato uno dei capitoli inseriti in un inedito memoriale consegnato nel giugno 2017 al procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo. Pagina dopo pagina, la ricostruzione dei placet mafiosi nell'omicidio di carabinieri e magistrati

Nell’attacco contro lo Stato il boss della ‘ndrangheta Giuseppe De Stefano era d’accordo con i vertici di Cosa nostra. “Gli accordi con i siciliani e reggini. Gli attentati ai carabinieri”. Il collaboratore di giustizia Antonino Lo Giudice, detto “Nino il Nano”, ha intitolato così uno dei capitoli inseriti in un inedito memoriale consegnato nel giugno 2017 al procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo.

Dal suo computer, i carabinieri del Ros hanno estrapolato un file denominato “L’Innominabile”. Ci ha messo diversi mesi a scriverlo. Quando lo ha finito, ha avvertito il magistrato e ha consegnato il suo portatile utilizzato in carcere per appuntarsi tutti i ricordi legati anche agli anni ’90, quando le stragi di Capaci e via D’Amelio furono anticipate da azioni eclatanti in Calabria.“Ho finalmente completato il memoriale. – ha affermato il pentito – Ho riepilogato tutti i fatti a mia conoscenza, anche quelli già dichiarati a verbale. Ho inserito anche ulteriori fatti di particolare rilievo di cui non avevo ancora parlato nel corso degli interrogatori”.

Rimasto riservato fino a poche settimane fa, uno stralcio di quel memoriale è stato depositato dal procuratore aggiunto Lombardo durante l’udienza del Riesame che, dopo l’annullamento con rinvio della Cassazione, ha confermato ad agosto la misura cautelare nei confronti del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, uno dei due imputati del processo “’Ndrangheta stragista” in corso davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria. Oltre a Graviano (difeso dall’avvocato Giuseppe Aloisio), alla sbarra c’è il boss Rocco Filippone, legato alla cosca Piromalli di Gioia Tauro.

Entrambi sono accusati di essere i mandanti dell’omicidio dei due carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo uccisi a Scilla il 18 gennaio 1994. Stando alle rivelazioni del pentito, sarebbe stato proprio Graviano che, per conto di Totò Riina e Bernardo Provenzano, si sarebbe incontrato in Calabria con il boss Giuseppe De Stefano per concordare una strategia comune contro lo Stato.

A Logiudice queste cose le avrebbe riferite Giuseppe Villani, il padre del pentito Consolato Villani che si è autoaccusato ed era stato condannato per essere stato uno dei due killer dei carabinieri. I Villani erano frequentatori della casa di Logiudice. “Giuseppe Villani – scrive il pentito nel memoriale – in più occasioni mi narrò che, quando erano rientrati a Reggio, avevano intrapreso a trafficare con armi e droga. Avevano legato con alcune persone facendomi il nome di tale Rocco Filippone di Oppido Mamertina.

Costui era il cognato di Santo Calabrò di Ravagnese, compare di Giovanni Tegano (il boss di Archi, ndr) e Nino Latella. Mi disse che aveva creato un gruppetto di giovani che operavano liberamente per conto suo e della famiglia Calabrò, inclusi alcuni componenti della stessa famiglia Calabrò, dei Quattrone e di un certo Ecelestino di Ravagnese (un quartiere di Reggio Calabria, ndr). Tutti quanti coinvolti negli attentati contro i carabinieri”.

Scendendo nei particolari, il collaboratore di giustizia parla di Rocco Filippone e spiega che l’accordo tra calabresi e siciliani avvenne a Oppido Mamertina. “Si erano riuniti – è sempre il memoriale di Logiudice – nella casa del figlio Demetrio Filippone. La riunione è stata programmata fuori Reggio Calabria per motivi di sicurezza e nell’eventualità di qualche fermo per non destare sospetti della presenza dei siciliani che avevano chiesto di essere appoggiati per fare delle azioni contro i carabinieri. Secondo il racconto di Giuseppe Villani, in quella riunione ci fu presente Giuseppe De Stefano che rappresentò tutte le famiglie di Reggio Calabria”.

Schivando gli “omissis” inseriti nel memoriale depositato dal pm, Lo Giudice fa anche i nomi delle altre cosche per conto delle quali il boss di Archi, figlio del mammasantissima don Paolino De Stefano (ucciso nella seconda guerra di mafia), avrebbe trattato con gli esponenti mafiosi siciliani “mandati da Cosa nostra” e quindi da “Provenzano e Riina”.

Oltre ai De Stefano, infatti, interessate alla strategia stragista ci sarebbero state le famiglie “Tegano, Condello, Latella, Ficara, Serraino e Imerti”.

I siciliani presenti al summit di Oppido Mamertina, invece, “erano Giuseppe e Filippo Graviano. Il De Stefano prese accordi per le spedizioni omicidiali contro lo Stato sigillando la sua (loro) disponibilità di appoggi e di finanziare tutta l’operazione”. Era l’inizio degli anni ’90 e il giovane boss reggino, in carcere al 41 bis dal dicembre 2008 dopo un lungo periodo di latitanza, avrebbe preteso la massima discrezione circa l’impegno della ‘ndrangheta nelle stragi.

“Il De Stefano – sono le parole del pentito Lo Giudice – disse ai Graviano che, nessuno doveva venire a conoscenza del suo coinvolgimento e che le azioni dovevano avvenire per mani di giovani che con loro non avevano nessun legame per non restare ‘ancorati’ in qualche eventuale pentito. Neanche i più intimi”.

Così è avvenuto finora. Non è un caso che, per l’omicidio dei carabinieri, i primi a cadere nella rete della Dda di Reggio Calabria sono stati Giuseppe Graviano e Rocco Filippone. Leggendo però nelle pieghe delle carte finite tra i faldoni del processo “’Ndrangheta stragista”, era chiaro da tempo che nulla in Calabria poteva accadere senza che i De Stefano fossero stati informati e avessero dato il loro placet. E questo lo sapeva pure Cosa Nostra.   di Lucio Musolino | 16 SETTEMBRE 2018 CORRIERE DI CALABRIA

Arrestato boss pentito Antonino Lo Giudice L’ex collaboratore di giustizia fuggito a giugno dagli arresti domiciliari: fermato a Reggio Calabria Il primo arresto di Lo Giudice E’ finita la latitanza di Antonino Lo Giudice. Il pentito di ‘ndrangheta che si era autoaccusato di aver messo nel 2010 le bombe davanti alla Procura Generale e a casa del procuratore Di Landro, è stato catturato venerdì dalla squadra mobile di Reggio Calabria e dallo Sco. Il “Nano” che si era allontanato volontariamente lo scorso 3 giugno, mentre si trovava agli arresti domiciliari, è stato scovato in un appartamento alla periferia di Reggio Calabria.

LATITANTE - Lo cercavano anche all’estero, ma probabilmente Lo Giudice non si è mai mosso dalla sua città, probabilmente aiutato nella sua latitanza dalla moglie e dal figlio. Ai magistrati della Dda di Reggio Calabria dovrà spiegare i motivi del suo allontanamento. E, soprattutto, il perché abbia deciso di ritrattare le sue precedenti dichiarazioni.

IL MEMORIALE - Dopo il suo allontanamento volontario Antonino Lo Giudice aveva fatto recapitare ad alcuni avvocati e agli ordini di stampa, tramite il figlio Giuseppe , un memoriale dove diceva di essersi autoaccusato ingiustamente e che lui con le bombe non aveva nulla a che fare. «Mi sono inventato tutto»– ha detto il “Nano”. Nel testo il pentito ha scritto di voler ritrattare tutte le sue dichiarazioni ed ha anche ammesso di essere stato costretto a raccontare vicende ed episodi di cui lui non era a conoscenza. E aveva indicato in Giuseppe Pignatone, ex procuratore capo a Reggio Calabria, Michele Prestipino, aggiunto alla stessa procura, Beatrice Ronchi, sostituto procuratore alla dda reggina e Renato Cortese ex capo della Mobile di Reggio Calabria, oggi capo della Mobile di Roma, come le persone che lo avrebbero “minacciato” qualora non avesse detto quello che loro avrebbero voluto sapere.

ACCUSE - Le dichiarazioni di Lo Giudice hanno riguardato anche Alberto Cisterna, ex numero due della Procura nazionale antimafia e Francesco Mollace, sostituto procuratore generale, di recente trasferito a Roma, con lo stesso incarico. Sulla base delle accuse lanciate da Lo Giudice Cisterna è stato inquisito per corruzione, ma dopo due anni di indagini la sua posizione è stata archiviata dal gip di Reggio Calabria, su richiesta della stessa procura. Il testo inviato dal “Nano” era stato accompagnato da una pen drive con immagini dello stesso pentito. Che faceva sapere:”«Non mi cercate, tanto non mi troverete mai». Venerdì la sua cattura, a quattro passi dalla sua casa.  15.11.2013 Corriere del Mezzogiorno

 

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