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CIANCIMINO padre e figlio

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Cosa nostra,  Vito e Massimo Ciancimino 



 

Vito Alfio Ciancimino  (Corleone2 aprile 1924 – Roma19 novembre 2002)  esponente della Democrazia Cristiana, condannato in via definitiva per associazione mafiosaFiglio di un barbiere di Corleone, si diplomò geometra nel 1943. Nel 1950 si trasferì a Palermo per frequentare la facoltà di Ingegneria ma non conseguì mai la laurea. Per un breve periodo soggiornò a Roma, dove lavorò presso la segreteria del deputato Bernardo Mattarella (allora sottosegretario al Ministero dei trasporti). A Palermo divenne socio di un'impresa edile ed ottenne un appalto per il "trasporto di vagoni ferroviari a domicilio attraverso carrelli" grazie alla raccomandazione del deputato Mattarella[1]. Nel 1953 Ciancimino venne eletto nel comitato provinciale della Democrazia Cristiana e l'anno successivo divenne commissario comunale. Nel 1956 Ciancimino venne eletto consigliere comunale a Palermo e divenne un sostenitore di Giovanni Gioia, aderendo alla corrente politica di Amintore Fanfani. Per queste ragioni divenne assessore dell'Azienda municipalizzata e nel luglio 1959 divenne assessore ai lavori pubblici nella giunta del sindaco Salvo Lima. Durante il periodo in cui Ciancimino fu assessore, delle 4 000 licenze edilizie rilasciate, 1 600 figurarono intestate a tre prestanome, che non avevano nulla a che fare con l'edilizia[2][3]; l'assessorato di Ciancimino apportò numerose modifiche al piano regolatore di Palermo che permisero alla ditta di Nicolò Di Trapani (pregiudicato per associazione a delinquere) di vendere aree edificabili ad imprese edili mentre il costruttore Girolamo Moncada (legato al boss mafioso Michele Cavataio) ottenne in soli otto giorni licenze edilizie per numerosi edifici[4]. In questi anni Ciancimino entrò in rapporti con tre società edilizie e finanziarie: la SIR, la SICILCASA SpA e la ISEP, di cui faceva parte la moglie di Ciancimino, Epifania Silvia Scardino, insieme ai mafiosi Antonino Sorci (capo della cosca di Villagrazia) e Angelo Di Carlo (cugino del boss Michele Navarra e socio di Luciano Liggio)[5][6].

Nel 1963 Ciancimino venne denunciato dall'avvocato Lorenzo Pecoraro, amministratore di un'impresa edile a cui fu negata una licenza edilizia mentre alla società "SICILCASA SpA" era stato concesso il permesso di costruire in un terreno contiguo malgrado il progetto violasse in più punti le clausole del piano regolatore; fu fatto sapere a Pecoraro che poteva avere la licenza soltanto se versava una tangente nelle casse della "SICILCASA SpA", di cui Ciancimino era socio occulto e da cui acquistò anche due appartamenti[1][7]. Qualche tempo dopo l'avvocato Pecoraro ritirò tutte le accuse e dichiarò che Ciancimino era sempre stato un uomo «esemplare per correttezza ed onestà». Ma nonostante ciò, nel giugno 1965 il caso Pecoraro fu riaperto e Ciancimino finì sotto processo, venendo però assolto nel 1966[1].

 

Nel 1964 Ciancimino concluse il mandato di assessore ai lavori pubblici e rimase consigliere comunale. Nel 1966 fu nominato capogruppo della Democrazia Cristiana nel consiglio comunale di Palermo e tenne questo incarico fino al 1970, venendo anche nominato responsabile degli enti locali della sezione provinciale della DC nel 1969[1][3].

Nell'ottobre 1970 Ciancimino fu eletto sindaco di Palermo ma nel dicembre successivo fu costretto a dimettersi a causa delle proteste dell'opposizione e delle inchieste della Commissione parlamentare antimafia che lo riguardavano[8]; tuttavia Ciancimino rimase in carica fino all'aprile 1971, quando venne eletto il nuovo sindaco Giacomo Marchello[1]. Infatti nel 1976 la relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia, redatta anche dai deputati Pio La Torre e Cesare Terranova, ed altri atti prodotti dalla stessa Commissione accusarono duramente Ciancimino ed altri uomini politici di avere rapporti con la mafia[9].

Nel 1976 Ciancimino abbandonò la corrente fanfaniana e formò un gruppo autonomo all'interno del consiglio comunale, avvicinandosi a Salvo Lima, che rappresentava la corrente andreottiana: Ciancimino, accompagnato dai deputati Salvo LimaMario D'Acquisto e Giovanni Matta, incontrò il senatore Giulio Andreotti a Palazzo Chigi, dove venne stipulato il patto di collaborazione con la corrente, che sfociò nell'appoggio dato dai delegati vicini a Ciancimino alla corrente andreottiana in occasione dei congressi nazionali della Democrazia Cristiana svoltisi nel 1980 e nel 1983[5][10][11].

In questi anni Cosa nostra compì alcuni "omicidi politici" ed avvertimenti per proteggere gli interessi di Ciancimino: il 9 marzo 1979 fu ucciso Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana ed esponente della corrente andreottiana, che era entrato in contrasto con costruttori legati a Ciancimino; il 6 gennaio 1980 venne eliminato Piersanti Mattarella, presidente della Regione che contrastava Ciancimino per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi; il 30 aprile 1982 venne trucidato Pio La Torre, segretario regionale del PCI che aveva più volte indicato pubblicamente Ciancimino come personaggio legato a Cosa nostra; nel dicembre 1980 una carica di esplosivo distrusse una parte della villa del sindaco Nello Martellucci, esponente della corrente andreottiana che si era mostrato poco disponibile con Ciancimino nel concedergli un appalto per il risanamento dei quartieri vecchi di Palermo[5][12]In occasione del congresso regionale di Agrigento della Democrazia Cristiana nel 1983, il segretario nazionale Ciriaco De Mita espresse chiaramente la necessità di allontanare Ciancimino dal partito e per questo non gli venne rinnovata la tessera[3][13][14].

Le inchieste penali e le condanne Nel 1984 il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta dichiarò al giudice Giovanni Falcone che «Ciancimino è nelle mani dei Corleonesi» e per questo venne arrestato per associazione mafiosa nello stesso anno[15]Nel 1992 venne condannato definitivamente in Cassazione a 8 anni di reclusione per associazione mafiosa e corruzione[16]. Fu condannato inoltre a 3 anni e due mesi di carcere (pena condonata) per peculato, interesse in atti d'ufficio, falsità in bilancio, frode e truffa pluriaggravata nel processo per i grandi appalti di Palermo e a 3 anni e 8 mesi per aver pilotato due appalti comunali quando non aveva più cariche pubbliche[17]. Pochi giorni prima che morisse, il comune di Palermo gli presentò un'ingente richiesta di risarcimento, pari a 300 miliardi di lire (circa 150 milioni di euro), per danni arrecati all'amministrazione comunale: ne furono recuperati solo sette[15]I magistrati che indagarono su di lui lo definirono «la più esplicita infiltrazione della mafia nell'amministrazione pubblica»[18]. Nel 1993 il collaboratore di giustizia Pino Marchese dichiarò addirittura che Ciancimino era regolarmente affiliato nella Famiglia di Corleone[19]. Un altro collaboratore di giustizia, Gioacchino Pennino (ex consigliere comunale e mafioso), dichiarò che nel 1981 voleva abbandonare il gruppo di Ciancimino nel consiglio comunale ma venne convocato dal boss Bernardo Provenzano, il quale gli intimò minacciosamente «di restare al suo posto»[20].

I conti correnti e le due cassette di sicurezza, allo IOR erano coperti da immunità diplomatica e in caso di perquisizione impossibile esercitare una rogatoria con lo Stato del Vaticano. I conti furono gestiti in un primo momento dal conte Romolo Vaselli, un imprenditore che negli anni 1970 controllava la raccolta dell'immondizia di Palermo. In un momento successivo, furono gestiti da prestanome, prelati compiacenti, nobili e cavalieri del Santo Sepolcro[21]. I conti correnti servivano per pagare le famose «messe a posto» per la gestione degli appalti per la manutenzione delle strade e delle fogne di Palermo affidata al conte Arturo Cassina, cavaliere del Santo Sepolcro. La gestione della manutenzione delle strade e delle fogne di Palermo erano gonfiate per circa l'80 per cento del loro reale valore di mercato. Questo surplus era destinato sia alla corrente andreottiana, che in Sicilia faceva capo a Ciancimino stesso, sia un 20 per cento, alle tangenti dovute a Bernardo Provenzano e Totò Riina[21]I capitali venivano trasferiti a Ginevra attraverso il deputato Giovanni Matta e Roberto Parisi, al quale faceva riferimento la manutenzione dell'illuminazione di tutta la città. Attraverso questo sistema di compensazioni sulle cassette venivano gestite anche i soldi delle tessere del partito. In queste cassette passò anche una parte della famosa tangente Enimont: Vito Ciancimino incassò dal deputato Salvo Lima o dal tesoriere, come distribuzione di fondi ai partiti, circa 200 milioni di lire[21].

Gli ultimi anni e la morte Negli ultimi anni della sua vita, cercò di accreditare un suo ruolo di esperto di "cose di Cosa nostra": tale ruolo produsse il sospetto che potesse essere "utilizzato" dalle cosche per avvalorare versioni di comodo. Così la Commissione antimafia, che rifiutò di riceverlo in audizione nell'autunno del 1992 malgrado lui si fosse di fatto "proposto" con l'intervista a Giampaolo Pansa a L'Espresso in cui cercava di allontanare i sospetti della stagione stragista dalla mafia[22]Nel 1992, nel periodo tra le stragi di Capaci e via D'Amelio, Ciancimino venne contattato dall'allora colonnello Mario Mori[23] e dal capitano Giuseppe De Donno del ROS, il quale dichiarò negli anni successivi: «Decidemmo di contattare in qualche modo la mafia attraverso Vito Ciancimino per fermare le stragi del 1992-93[24]». Il boss Salvatore Riina scrisse allora il suo "papello", in cui venivano elencate le richieste di Cosa nostra per far cessare la strategia degli attentati in cambio di benefici di legge, nuove norme sul pentitismo e la revisione del Maxiprocesso, e lo fece arrivare a Mori e De Donno tramite Ciancimino[25]. Tuttavia nel dicembre 1992 Ciancimino venne nuovamente arrestato[26]. Morì a Roma il 19 novembre 2002 per un attacco cardiaco, all'età di 78 anni.

I legami con Cosa Nostra

L'attività di Ciancimino fu anche oggetto di analisi nel processo intentato dalla Procura di Palermo nei confronti di Giulio Andreotti, svoltosi tra il 1993 e il 2004 e conclusosi con il riconoscimento del fatto che Andreotti aveva un rapporto stabile con la mafia prima del 1980, ma nel processo Andreotti per tali fatti lo statista democristiano fu prescritto. Secondo quanto ricostruito dal giornalista Gianluigi Nuzzi[21] nel 2009,[27] che si è avvalso dell'archivio di monsignor Renato Dardozzi, dall'Istituto per le opere di religione sarebbero stati manovrati dei soldi diretti a Ciancimino per conto della di Cosa Nostra[21] il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, affermò:«Le transazioni a favore di mio padre passavano tutte tramite i conti e le cassette dello IOR»(Massimo Ciancimino[28][29])

I rapporti con Silvio Berlusconi Il 12 novembre 2010 sua moglie Epifania Silvia Scardino rivela al pm di Palermo Antonio Ingroia che suo marito si sarebbe incontrato tre volte a Milano con Silvio Berlusconi tra il 1972 e il 1975. I due avrebbero parlato dello svolgimento del progetto di realizzazione di Milano 2[31]Il direttore generale della Banca Popolare di Palermo Giovanni Scilabra, ormai in pensione, ha raccontato ai pm di Palermo di aver avuto un incontro nel 1986 con Ciancimino e Marcello Dell'Utri per un prestito di 20 miliardi da destinare alla Fininvest (di proprietà di Berlusconi). Inoltre i pm stanno facendo degli accertamenti che servirebbero a riscontrare le rivelazioni di Massimo Ciancimino e la documentazione da lui consegnata ai magistrati circa presunti investimenti del padre nel complesso edilizio Milano 2, realizzato da Silvio Berlusconi. Ciancimino avrebbe riferito al figlio Massimo che nella realizzazione di Milano 2 sarebbero stati investiti soldi anche dagli imprenditori mafiosi Salvatore Buscemi e Francesco Bonura. A fare da tramite tra Berlusconi, i costruttori palermitani e l'ex sindaco dovrebbe essere stato Marcello Dell'Utri, poi senatore di Forza Italia, quest'ultimo, nel 2014, venne infine condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.[32][33][34]  Secondo documenti resi pubblici nel 2009 dal figlio Massimo, era affiliato a Gladio[30]. wikivand


CIANCIMINO E IL SACCO DI PALERMO - La locuzione sacco di Palermo fu un'espressione utilizzata per descrivere il boom edilizio avvenuto tra gli anni cinquanta e sessanta del XX secolo, che stravolse la fisionomia architettonica della città. Durante tale periodo, alcune borgate vennero inglobate da un'espansione edilizia dissennata e abnorme, con la distruzione di numerose strutture architettoniche in stile Liberty.

Nel 1943Palermo fu duramente colpita dai bombardamenti inglesi e americani e tra il 1947 e il 1955 ben 35.000 persone si trasferirono in città dalle campagne circostanti, mentre furono ben 40.000 i palermitani che avevano avuto la casa distrutta e che richiedevano nuove abitazioni[1].

Il dopoguerra e la pianificazione territoriale Nel 1956 Salvo Lima e Vito Ciancimino, che aderirono alla corrente politica di Amintore Fanfani nella Democrazia Cristiana e divennero sostenitori di Giovanni Gioia, vennero eletti consiglieri comunali a Palermo: Lima divenne assessore ai lavori pubblici e mantenne la carica fino al luglio 1959, quando venne eletto sindaco di Palermo e gli subentrò Ciancimino nella carica di assessore[2][3]Durante il periodo degli assessorati di Lima e Ciancimino, il piano regolatore cittadino sembrò andare in porto e vennero approvate dal consiglio comunale due versioni provvisorie nel 1956 e nel 1959 a cui però furono apportati centinaia di emendamenti, in accoglimento di istanze di privati cittadini (molti dei quali in realtà erano uomini politici e mafiosi, a cui si aggiungevano parenti e associati)[4]; le varianti apportate al piano regolatore in base alle istanze permettevano di costruire nell'area di via Libertà, dove si concentravano le residenze private in stile Liberty costruite alla fine dell'Ottocento: per queste ragioni nel 1959 vennero sottoposti al consiglio comunale i piani per demolire Villa Deliella, una residenza progettata dall'architetto Ernesto Basile nel 1898, e vennero approvati in gran fretta in modo che la demolizione potesse cominciare nel pomeriggio stesso[5][6]. Nel 1960 le varianti del piano derivate dalle istanze permisero pure alla ditta del mafioso Nicolò Di Trapani (pregiudicato per associazione a delinquere) di vendere aree edificabili ad imprese edili[7].

La speculazione edilizia In particolare durante il periodo in cui Ciancimino fu assessore ai lavori pubblici, delle 4.000 licenze edilizie rilasciate, 1600 figurarono intestate a tre prestanome, uno dei quali era un muri-fabbro, un altro un venditore di carbone che vivevano in modeste condizioni economiche e non avevano nulla a che fare con l'edilizia ma figuravano in un albo di persone autorizzate a costruire tenuto dalla giunta comunale in base a vecchie norme regolamentari del 1889, che richiedevano l'intervento nelle licenze edilizie "di un capomastro od impresario capace ed abile" quando ancora non esistevano le moderne qualifiche nel campo dell'ingegneria civile[8][9][10]Nel 1961, sempre durante l'assessorato di Ciancimino nella giunta del sindaco Lima, il costruttore Girolamo Moncada (legato al boss mafioso Michele Cavataio) aveva ottenuto in soli otto giorni licenze edilizie per numerosi edifici in viale Lazio e Via Cilea mentre il fratello Salvatore (pure costruttore e legato al boss Angelo La Barbera) riuscì ad ottenere licenze edilizie per costruire in terreni destinati a verde pubblico[7][11]; anche il costruttore Francesco Vassallo (genero di Giuseppe Messina, capomafia della borgata Tommaso Natale[10]) riuscì a costruire numerosi edifici nonostante violassero le clausole dei progetti e delle licenze edilizie, avvalendosi di prestiti di comodo rilasciati senza garanzia dalla Cassa di Risparmio, presieduta da Gaspare Cusenza, suocero dell'onorevole Giovanni Gioia: per queste ragioni, numerosi appartamenti edificati da Vassallo vennero subito ceduti alle famiglie di Gioia e Cusenza[12]Nel 1962 venne approvato il piano regolatore definitivo, ma l'assessorato ai lavori pubblici di Ciancimino aveva già concesso un gran numero di licenze edilizie sulla base della versione del 1959: in un solo caso venne ordinata la demolizione di un complesso costruito illegalmente, ma nessun'azienda oserà chiedere la concessione del relativo appalto[4]. Nel 1969 l'ex sindaco Salvo Lima (nel frattempo eletto alla Camera dei deputati) verrà incriminato per aver consentito al costruttore Vassallo di poter costruire illegalmente[13].

 

 

 

Massimo Ciancimino (Palermo16 febbraio 1963) è un ex imprenditore italiano, pregiudicato, detenuto in carcere, teste in vari processi di mafia, a sua volta egli stesso indagato per calunnia, concorso in associazione mafiosa, condannato in via definitiva per riciclaggio di denaro e per detenzione di esplosivi. Figlio del politicodemocristianoVito Ciancimino, legato alla cosca mafiosa di Salvatore Riina, e di Epifania Silvia Scardino[1] (morta nel 2016)[2], si è proposto come testimone di giustizia con un ruolo chiave nel panorama delle indagini avviate da Sergio Lari, Francesco Messineo e Giuseppe Quattrocchi, rispettivamente capi delle Procure di CaltanissettaPalermo e Firenze, che indagano sulla stagione stragista condotta da Cosa Nostra tra il 1992 e il 1993[3]. È sposato con Carlotta Messerotti e ha un figlio, Vito Andrea,[4] nato nel 2004[5][6][7]. Nell'aprile 2010 esce il libro, dal titolo Don Vito[8], scritto insieme al giornalista Francesco La Licata, già autore di libri su mafia e politica. La pubblicazione ha fatto molto discutere, suscitando anche le attenzioni delle Procure di Palermo[9] e Caltanissetta che ne hanno acquisito copia nelle inchieste sull'ipotesi investigativa della cosiddetta trattativa Stato-Mafia[10].

Il mistero del papello  Nel febbraio del 2005, mentre era a Parigi, i carabinieri perquisirono la sua casa sul lungomare dell'Addaura. In quell'occasione, a detta di Ciancimino, non furono trovati il famoso papello con le richieste di Totò Riina allo Stato al tempo delle stragi del ’92 e altri documenti del padre da lui conservati. L'ufficiale dei carabinieri che guidò l'operazione, il capitano Antonello Angeli, è indagato per favoreggiamento dalla Procura di Palermo. Secondo Ciancimino, sul papello c'era un post-it giallo sul quale suo padre Vito aveva annotato di averlo consegnato personalmente al generale Mario Mori, oggi imputato di favoreggiamento e indagato per concorso in associazione mafiosa. Mori ha sempre negato di averlo mai visto. Ciancimino, nel luglio del 2009,[11] ha detto che il papello era conservato in una cassaforte[12]. Nel verbale di perquisizione non si fa alcun riferimento ad una cassaforte, mentre nel 2009 altri investigatori spediti nella stessa casa l'hanno vista e fotografata. Angeli avrebbe chiamato il maresciallo Masi e gli avrebbe detto "di avere proceduto comunque a fare una fotocopia di detta documentazione, a mezzo di un suo fidato collaboratore, e di averli poi riposti nel luogo ove erano stati rinvenuti".[13] Masi ha dichiarato ai pm che i militari avrebbero avuto l'ordine dal colonnello Sottili di lasciare il documento lì perché "si trattava di documenti già acquisiti".[14] Nell'ottobre del 2009 inaspettatamente Ciancimino consegna ai pm di Palermo il papello contenente 40 documenti sulle richieste di Riina allo Stato e una lettera scritta dal padre dopo la Strage di via d'Amelio nella quale paragona la propria posizione a quella di Paolo Borsellino: entrambi vittime di traditori[15]Il 20 ottobre, l'ex colonnello dei ROSMario Mori, imputato per favoreggiamento aggravato di Cosa nostra, ha dichiarato al tribunale di Palermo che non ci fu nessuna trattativa tra la mafia e lo Stato[16], e, in una intervista successiva, Mori ha smentito di aver mai ricevuto dalle mani di Massimo Ciancimino o di altri il presunto "papello", preannunciando azioni legali in merito[17]. Anche il capitano "Ultimo" ha ritenuto non attendibili le dichiarazioni di Massimo Ciancimino sulla collaborazione tra Stato e mafia nella cattura di Provenzano[18], indicando nel figlio dell'ex sindaco di Palermo un "servo di Totò Riina"[19]. La Polizia Scientifica ha infine confermato l'autenticità del Papello, e di altri documenti, 55 in tutto, dichiarando la non autenticità di un altro documento, per il quale Ciancimino è ora indagato.[20]

Presunte minacce e intimidazioni  Ha vissuto sotto scorta[21], lontano da Palermo, a causa di diverse minacce, a suo dire subite, tra le quali, sempre a suo dire, un rudimentale pacco bomba che sarebbe stato recapitato nella sua abitazione palermitana, da due presunti finti uomini della Polizia di Stato[3]. Nell'aprile 2010 denuncia di essere stato vittima di una intimidazione attraverso una busta contenente una lettera di minacce e cinque proiettili di kalashnikov, recapitata nella sua residenza di Bologna[22]. Sostiene che il 12 novembre 2010 sarebbe stato nuovamente vittima di una intimidazione: sarebbe stata trovata una pistola nell'androne della sua abitazione in via Torrearsa a Palermo[23]. Tuttavia, varie perplessità sussistono circa la veridicità di tali denunce e dichiarazioni. È stato infatti condannato per calunnia dal Tribunale Civile di Palermo per aver accusato ingiustamente un agente dei servizi segreti, la cui innocenza è stata dimostrata dalla Procura di Bologna e dalla Procura di Palermo. Peraltro, le differenti versioni fornite in vari procedimenti penali in ordine a vicende che lo hanno riguardato personalmente (tra cui le modalità con cui sarebbe venuto in possesso dell'esplosivo a causa del quale è stato in seguito condannato), e le intercettazioni telefoniche dalle quali emerge la sua volontà di usare la scorta che gli è stata assegnata come un lasciapassare per trasportare denaro per conto di esponenti della 'Ndrangheta ne hanno compromesso l'attendibilità.[24]Il tribunale di Bologna il 30 gennaio 2017 lo ha condannato in primo grado a tre anni e 6 mesi di reclusione per calunnia[25].

Testimonianze contro Berlusconi e Dell'Utri  I pm di Palermo stanno facendo degli accertamenti che servirebbero a riscontrare le sue rivelazioni e la documentazione da lui consegnata ai magistrati circa presunti investimenti del padre nel complesso edilizio Milano 2, realizzato da Silvio Berlusconi. Ciancimino senior avrebbe riferito al figlio che nella realizzazione di Milano 2 sarebbero stati investiti soldi anche dagli imprenditori mafiosi Buscemi e Bonura. A fare da tramite tra Berlusconi, i costruttori palermitani e l'ex sindaco potrebbe essere stato Marcello Dell'Utrisenatore del PdL.[26]

Accuse di tangenti a politici Nel 2009 accusa alcuni politici importanti di aver intascato tangenti: Totò Cuffaro (ex presidente della Regione siciliana), Saverio Romano (onorevole dell'Udc e ministro nel 2011) per 100 000 euro, Salvatore Cintola (ex Assessore Regionale e senatore dell'Udc) e Carlo Vizzini (ex ministro e ora senatore del Pdl e membro della Commissione Parlamentare Antimafia) per 900 000 euro. Per questo risultano indagati della DDA di Palermo per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento di Cosa Nostra.[27]. Le accuse, tuttavia, non hanno mai trovato riscontri.

Processo Mori Ritenuto attendibile dalla procura di Palermo[28][29], è chiamato a testimoniare per conto dell'accusa, al processo dove sono imputati il Generale Mario Mori ed il Colonnello Mauro Obinu[30]. Nel gennaio 2010 sono stati depositati 23 verbali degli interrogatori a cui viene sottoposto Ciancimino tra il 4 aprile 2007 ed il 23 gennaio 2009 dove vengono descritti rapporti di forte connessione tra uomini dei servizi segreti e Cosa Nostra[31][32]. Tuttavia, la credibilità di Massimo Ciancimino è stata successivamente messa fortemente in discussione, per ben due volte ed in differenti momenti (il 17 settembre 2009 ed il 5 marzo 2010), dalla Seconda Sezione Penale della Corte d'Appello di Palermo che ha giudicato le sue dichiarazioni su Marcello Dell'Utri “non connotate dai requisiti di specificità, utilità e rilevanza, emerge anzi una notevole contraddittorietà di Ciancimino su tutti i profili della vicenda”[33][34]. Mori è stato comunque assolto.

Processo De Mauro e ScaglioneIl 22 ottobre 2010 al processo per la morte del giornalista Mauro De Mauro, avvenuta nel 1970, Ciancimino depone un verbale di sue dichiarazioni e un memoriale dattiloscritto del padre Vito, sui rapporti dello stesso ex sindaco mafioso con il procuratore della Repubblica Pietro Scaglione, assieme ad altri documenti riguardanti la strage di piazza Fontana e il golpe Borghese. Ciancimino sostiene di avere appreso dal padre che De Mauro sarebbe stato ucciso su "input istituzionali", di apparati dello Stato. L'unico imputato del processo è il detenuto Totò Riina.[35]. All'udienza del 19 novembre depone un manoscritto del padre e dichiara che "Totò Riina venne più volte a casa mia in via Sciuti 85/R a Palermo" e che si trovò ad accompagnare il padre agli incontri di mafia. Il padre gli spiegò che "era rimasto molto sorpreso per l'omicidio Scaglione (datato 1971), perché negli ambienti mafiosi erano noti i loro rapporti di amicizia". Secondo Ciancimino jr. Bernardo Provenzano avrebbe detto al padre: ""Chiedi ai tuoi amici romani, noi abbiamo solo eseguito degli ordini". Sempre secondo lui, il padre gli avrebbe raccontato che "Scaglione era stato ucciso perché aveva preso in mano l'indagine sull'omicidio De Mauro" e che "De Mauro aveva fatto inchieste su situazioni molto più grandi di lui"[36]. Con riferimento alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino su Scaglione nell'ambito del processo De Mauro, i familiari hanno precisato che il Procuratore Pietro Scaglione fu magistrato “dotato di eccezionale capacità professionale e di assoluta onestà morale”, “di indiscusse doti morali e professionali”, “estraneo all'ambiente della mafia ed anzi persecutore spietato di essa” e che “tutta la rigorosa verità è emersa a positivo conforto della figura del magistrato ucciso” sia per quanto concerne la sua attività istituzionale, sia in relazione alla sua vita privata, compresi tutti i rapporti di conoscenza e di frequentazione, così come si legge testualmente nella motivazione della sentenza n. 319 del 1º luglio 1975 emessa dalla Corte di appello di Genova, sezione I penale passata in giudicato a seguito di conferma della Cassazione. Inoltre, i familiari hanno ricordato i procedimenti contro Vito Ciancimino intentati dal procuratore Scaglione prima di essere ucciso.[37].

Dichiarazioni sull'avvocato Amato Ciancimino, il 18 novembre 2010, viene chiamato in Procura a Palermo dal pm Ingroia per un interrogatorio nel quale ha risposto ad alcune domande riguardanti l'avvocato Niccolò Amato, ex direttore del DAP di Palermo. In merito Ciancimino ha dichiarato che Amato, dopo essersi dimesso dal DAP e dalla magistratura nel giugno 1993, divenne il legale del padre Vito su indicazione del generale Mori. Amato fu autore nel 1993 di un documento inviato all'allora ministro della Giustizia Giovanni Conso, nel quale proponeva la revoca del carcere duro (41 bis) per i mafiosi onde evitare altre stragi. Conso decise, tra il maggio e il novembre del 1993, di revocare il carcere duro a circa 300 detenuti.[38].

Rapporti con il ministro Romano Nell'ottobre 2011 il giudice per le indagini preliminari di Palermo chiede alla Camera dei deputati di poter utilizzare delle intercettazioni telefoniche, nelle quali si evincerebbe che Francesco Saverio Romano, allora Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali fosse stato componente di un «comitato d'affari» impegnato a tutelare gli interessi del gruppo Gas, facente riferimento a Massimo Ciancimino e al tributarista Gianni Lapis, prestanome dei Ciancimino[39][40]. Il 21 dicembre dello stesso anno anche la Camera dopo la Giunta concede con voto segreto chiesto dal gruppo Popolo e Territorio l'uso delle intercettazioni nel processo a Palermo che vede indagato Romano per concorso esterno in associazione mafiosa con 286 si, 260 no e 4 astenuti[41]. Il 17 luglio 2012, dopo che la Procura di Palermo aveva chiesto per lui otto anni di reclusione per concorso esterno in associazione di tipo mafioso, è stato assolto poiché la prova manca, è incerta o contraddittoria.[42]

Condanna per intestazione fittizia di beni, riciclaggio e tentata estorsioneIl 10 marzo 2007 è stato condannato in primo grado a 5 anni e 8 mesi di reclusione dal tribunale di Palermo per il reato di riciclaggio[43]. L'accusa è quella di aver gestito, insieme agli altri imputati nel processo (la madre del Ciancimino e gli avvocati Giorgio Ghiron e Gianni Lapis, anch'essi condannati), l'ingente patrimonio (si parla di diverse decine di milioni di euro) illecitamente accumulato da Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo condannato per mafia. Il 30 dicembre 2009, la Corte d'Appello di Palermo ha assolto Massimo Ciancimino per il reato di tentata estorsione e ha riconosciuto le attenuanti generiche per la sua collaborazione; la condanna è stata ridotta a 3 anni e 4 mesi per gli altri capi di imputazione e, ritenendo credibili le affermazioni in merito ad alcune irregolarità processuali, la corte ha trasmesso gli atti alla Procura della Repubblica per ulteriori accertamenti[44]La condanna a 2 anni e 8 mesi per riciclaggio diviene definitiva nel 2011, che non viene scontata grazie all'indulto.[45] Concorso in associazione mafiosa, arresto e condanne per calunnia Il 25 ottobre 2010 i magistrati hanno comunicato a Massimo Ciancimino di essere stato iscritto nel registro degli indagati per concorso in associazione mafiosa. Ciancimino sarebbe accusato di aver fatto da tramite tra suo padre e i capimafia (tra cui Provenzano) consegnando lettere e pizzini[29]. Il 21 aprile 2011 la Direzione Investigativa Antimafia di Palermo ha arrestato Massimo Ciancimino: è accusato di avere consegnato ai magistrati un falso documento in cui si fa il nome dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro tra i personaggi delle istituzioni che avrebbero avuto un ruolo nella trattativa tra mafia e Stato.[46][47] Il 24 luglio 2012 la Procura di Palermo, sotto il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, ha chiesto il rinvio a giudizio di 12 indagati, tra cui Ciancimino accusato di "concorso esterno in associazione mafiosa" e "calunnia" nei confronti di De Gennaro.[48] Il 29 ottobre seguente inizia il processo con l'udienza preliminare. Il 20 novembre Ciancimino, insieme agli imputati Mancino, Mannino, Subranni, Dell'Utri e Mori, non si presenta alla terza udienza.[49] Il 18 marzo 2016, il Tribunale di Palermo, I sezione civile, lo condanna per la prima volta per calunnia e dispone un risarcimento di 50 000 euro in favore di Rosario Piraino, agente dell'AISI. Ciancimino lo aveva accusato di averlo minacciato, ma le sue accuse furono smentite e il Tribunale ha accertato la sua consapevolezza di accusare un innocente.[50][51] Il 30 gennaio 2017 la condanna per calunnia viene confermata anche dal Tribunale di Bologna, I sezione penale, che gli infligge 3 anni e 6 mesi di reclusione, e gli impone un risarcimento nei confronti dello Stato Italiano per euro 20 000,00 oltre alle spese legali, che vanno ad aggiungersi ai 50 000,00 già dovuti a Rosario Piraino. Pochi giorni prima il Ciancimino era stato già arrestato e si trovava recluso al Pagliarelli di Palermo. Nella sentenza il Tribunale ha accertato che Massimo Ciancimino si inventò le minacce di Rosario Piraino con lo scopo di "mantenere il proprio status di dichiarante e di creare intorno a sé una situazione di tensione e minaccia da spendere utilmente nei confronti delle forze dell'ordine e degli inquirenti". "Dunque" - ha ricapitolato il giudice - "i fatti narrati da Ciancimino e attribuiti a Piraino non sono stati commessi, e non possono essere stati commessi, da Piraino, semplicemente perché era altrove, se non anche, ed ancor prima, i fatti narrati da Ciancimino non sono stati commessi da alcuno, semplicemente perché sono fatti inesistenti, inventati o autoprodotti dall'imputato".[52] Il 6 marzo 2017 subisce il pignoramento dei beni per non aver voluto adempiere spontaneamente al pagamento del risarcimento di 50.000 euro in favore di Rosario PirainoIl 16 novembre 2017 viene condannato a sei anni di carcere dal tribunale monocratico di Caltanissetta per calunnie nei confronti di Gianni De Gennaro e Lorenzo Narracci.[53]

Concorso in riciclaggio di denaro Dall'ottobre 2012 risulta essere indagato dalla Dda di Roma con l'accusa di concorso in riciclaggio di denaro nell'ambito di un'inchiesta sulla più grande discarica di rifiuti in Europa a Glina, in Romania, del valore di circa 115 milioni di euro e che, secondo gli investigatori, è riconducibile proprio a Ciancimino e farebbe parte del tesoro accumulato dal padre quando era sindaco di Palermo. Decine di milioni di euro sarebbero stati riciclati da Cosa Nostra nella società rumena Ecorec, che gestisce la discarica. Su ordine del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, il 4 ottobre i carabinieri del nucleo tutela ambientale di Roma coordinati dal colonnello Sergio De Caprio, meglio noto come “Ultimo”, e dal capitano Pietro Rajola Pescarini, hanno perquisito l'abitazione di Ciancimino a Palermo e di altri imprenditori e prestanome alla ricerca di carte, file e documenti sulla Ecorec utili alle indagini avviate dai pm Delia Cardia e Antonietta Picardi. La vendita della società rumena, acquistata con i fondi della vendita del Gruppo Gas, avviata per disperdere le tracce e apparentemente accantonata nel 2011, sarebbe adesso, secondo le indagini, prossima alla conclusione. Gli altri indagati sono persone incaricate di vendere e acquistare società che facevano capo sempre a Ciancimino junior: Raffaele Valente (titolare dell'82% delle quote della Ecorec), il prestanome Sergio Pileri, Claudio Imbriani (l'altro prestanome con precedenti per associazione a delinquere finalizzata alla truffa), Nunzio Rizzi (presidente della Ecovision, la società di diritto lussemburghese che sta trattando da mesi l'acquisto della discarica), Gabrio Caraffini (di recente arrestato per bancarotta fraudolenta in un'altra inchiesta), il gestore della discarica Victor Dombrovschi, Santa Sidoti e suo marito Romano Tronci, un tempo legato al Partito Comunista e vecchio amico di don Vito. Sarebbero stati proprio Tronci e la Sidoti a tenere le fila delle comunicazioni tra Palermo e Bucarest.

Che il tesoro di Don Vito fosse finito in Romania era già emerso chiaramente in un'altra d'indagine della Procura di Palermo, che aveva scoperto come il Ciancimino junior, con l'aiuto di Giorgio Ghiron e del commercialista Gianni Lapis avesse investito in vari business energetici parte dei soldi del padre: tutti furono condannati in via definitiva per riciclaggio e intestazione fittizia. L'indagine sulla discarica sul patrimonio occulto era partita nel 2007 e la Procura di Palermo ne aveva chiesto l'archiviazione il 14 aprile 2011 poiché secondo i pm "le indagini non hanno consentito di acquisire elementi sufficienti per sostenere l'accusa in giudizio". Il gip Piergiorgio Morosini l'anno dopo aveva però respinto la richiesta, ordinando ulteriori approfondimenti in Romania. Intanto la Procura dell'Aquila e il NOE intercettavano gli stessi personaggi indagati in Sicilia. L'inchiesta è poi finita a Roma. I carabinieri hanno svolto per mesi attività di intercettazione e pedinamento, filmando incontri e ricostruendo i dettagli della tentata operazione di riciclaggio.[54][55] In merito Ciancimino ha dichiarato: "Sono sorpreso di quest'ennesima perquisizione relativa a una vicenda su cui sta già indagando la procura di Palermo. Non capisco su quali basi i pm romani abbiano la competenza sull'inchiesta". Sono perplesso sul fatto che a coordinare l'indagine sia il colonnello 'Ultimo' che più volte si è espresso sulla mia persona definendomi delinquente e mafioso".[56]

Condanna per detenzione di esplosivo  Il 23 gennaio 2017 viene condannato in via definitiva dalla Cassazione per detenzione e porto di esplosivi, peraltro ad altissimo potenziale, che deteneva nel giardino di casa a Palermo. Con questa sentenza Ciancimino dovrà scontare anche i 2 anni e 8 mesi della precedente condanna per riciclaggio, in quanto decadono i benefici dell'indulto[57].


Dichiarazioni rilasciate da Massimo Ciancimino ai magistrati di Palermo tra il 2008 e il 2009, alcune intercettazioni, e le sue udienze al processo Mori:

Verbali:
08.04.07 PDF 
08.05.15 PDF 
08.06.06 PDF 
08.06.18 PDF 
08.06.21 PDF 
08.10.02 PDF 
08.12.12 PDF 
09.01.23 PDF 
09.04.02 PDF 
09.05.21 PDF 
09.06.12 PDF 
09.06.30 PDF 
09.07.01 PDF 
09.07.16 PDF 
09.07.30 PDF 
09.08.04 PDF 
09.09.18 PDF 
09.09.29 PDF 
09.10.19 PDF 
09.10.29 PDF 
09.11.20 PDF 
09.12.22 PDF 

Intercettazioni:
23.11.2010 PDF 
4 12.2010   PDF 

Udienze al processo Mori
1/2/2010 PDF
2/2/2010 PDF
8/2/2010 PDF
2/3/2010 PDF

  

"Mio marito e mio figlio hanno subito diverse intimidazioni. Lettere, sia quando stavamo a Bologna sia a Palermo, minacciavano lui e mio figlio di morte. Una missiva con dei bossoli arrivò a Palermo e poi infatti diedero la scorta a Vito Andrea. Alcuni biglietti me li ha fatti vedere mio marito, altri me li ha solo letti; una volta trovarono anche una pistola in via Torrearsa, dove abitavamo, l'abbiamo vista assieme". Racconta così quegli anni "in bilico" la ex moglie di Massimo Ciancimino, Carlotta Messerotti, che ha deposto al processo sulla trattativa Stato-mafia, in cui l'ex marito è imputato per concorso in associazione mafiosa e calunnia. "Mio marito fu arrestato a Parma, davanti a mio figlio - ha spiegato la donna parlando delle manette scattate nel 2011 per il reato di calunnia - Potevano farlo quando il ragazzo non c'era. Sarebbe stato meglio". Messerotti ha poi parlato di quei fogli contraffatti dal marito che lo portarono alla imputazione per calunnia. "Non mi ricordo bene chi gli diede i documenti che poi si disse che erano manomessi - ha detto - Mio marito mi parlò di una persona, un certo Rosselli, forse. In uno dei colloqui, a Parma, gli consigliai di dire tutta la verità. Chiesi il divorzio già prima dell'arresto. Vivevamo sempre in bilico, sull'orlo del baratro. Ero stanca di questa vita. Minacce, perquisizioni. Io volevo che lui raccontasse tutto subito, per fare finire al più presto questa storia". "Prima che io e Massimo ci sposassimo, e anche dopo, spesso viaggiavamo e trasportavamo denaro. In alcuni casi in aeroporto c'erano auto della polizia che venivano a prenderci sotto bordo". Lo ha detto l'ex moglie di Massimo Ciancimino, Carlotta Messerotti, al processo sulla trattativa Sato-mafia. "Ho sempre sentito parlare del signor Franco, ma Massimo non mi ha mai detto chi fosse - ha spiegato Messerotti - Una volta chiesi a Massimo se avesse falsificato documenti, dopo il suo arresto per calunnia. Lui mi rispose: 'Ho aggiunto qualche cosa, aggiungere è falsificare?'". Si è parlato anche del passaporto per il figlio Vito Andrea e dei presunti vantaggio ottenuti da Massimo Ciancimino in quell'occasione e in altri casi. "Mio marito quando gli chiesi com'era possibile che avessimo delle agevolazioni - ha spiegato - mi rispose che erano tutte dovute alla sua conoscenza con Gianni De Gennaro". Stato - mafia, a Palermo depone l'ex moglie di Ciancimino: "Mio marito e mio figlio minacciati"  Mag 12,2016  Nuovo Sud

Processo Trattativa, Ciancimino jr: “Riconobbi il signor Franco al Quirinale” Seconda udienza della deposizione del figlio di don Vito. Che sul misterioso 007 racconta: "Avevo suo numero in una sim, ma poi dopo una perquisizione non mi venne più restituita" Il numero di telefono scomparso del signor Franco/Carlo, l’omicidio di Salvo Lima e l’incontro in aereo con il capitano Giuseppe De Donno: in pratica il primo atto formale della Trattativa. Nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo la seconda giornata di deposizione di Massimo Ciancimino entra nel vivo: davanti alla corte d’Assise palermitana, infatti, il teste ha ricostruito i colloqui intercorsi tra gli ufficiali del Ros dei Carabinieri e suo padre nell’estate del 1992. Ciancimino è uno dei testi principali del processo in corso a Palermo sul Patto Stato – mafia che vede alla sbarra boss mafiosi, alti ufficiali dell’Arma ed ex ministri. Anche il figlio di don Vito e imputato davanti la corte presieduta da Alfredo Montalto: è accusato di concorso esterno a Cosa nostra e calunnia ai danni dell’ex capo della Dia Gianni De Gennaro.

“Il Signor Franco? Forse al Quirinale” Il secondo atto della testimonianza del figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, comincia con un rebus ancora oggi insoluto: e cioè la vera identità del signor Carlo/Franco, il misterioso uomo dei servizi in contatto con Vito Ciancimino sin dagli anni ’70. “Io non ho mai riconosciuto con assoluta certezza, negli album fotografici che mi hanno mostrato i pm, il signor Franco, cioè l’uomo che faceva da tramite tra mio padre e le istituzioni. Avevo uno o due numeri del suo cellulare registrati sulla sim. Quando mio padre era vivo era lui a darmi il numero e io lo chiamavo da diverse cabine telefoniche. Il prefisso era di Roma”, ha raccontato Ciancimino, interrogato dal pm Nino Di Matteo, che rappresenta la pubblica accusa in aula insieme ai colleghi Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene. “Dopo la morte di mio padre – ha aggiunto il testimone- io usavo l’utenza intestata a un mio amico”. Poi nel 2006, Ciancimino junior viene indagato per riciclaggio: e durante una perquisizione nella sua casa palermitana viene sequestrato anche il cellulare e la sim che aveva in memoria i numeri di telefono del signor Franco. “Al momento della restituzione del cellulare in cui era inserita, però, quella sim non la trovammo più”. Agli atti del processo, nel frattempo, è stato depositato un altro verbale, in cui il figlio di don Vito, interrogato il 23 aprile del 2012 dai pm delle procure di Palermo e Caltanissetta, dichiara: “Mi è sembrato di averlo riconosciuto (il signor Franco ndr) in quelli che erano i conferimenti i conferimenti d’incarico di Monti al governo…uscire in un filmato dalla stanza insieme alla delegazione”. “In quale palazzo, mi scusi?”, chiede uno dei pm. “Era il Quirinale”.

Pollari incontrò mio padre per cambiare soldi” In un altro verbale depositato agli atti del processo, datato 28 maggio 2012, Ciancimino Junior spiega invece che “il signor Franco, in almeno tre/quattro occasioni, venne a trovare mio padre nella sua abitazione di via San Sebastianello a Roma tra il 2000 ed il 2002 insieme al generale Pollari. Io stesso sono stato testimone diretto di quegli incontri che avvenivano nei periodo di chiusura della portineria tra le 13 e le 15”. Il riferimento è per Niccolò Pollari, direttore del Sismi dal 2001 e il 2006. “Solo in una circostanza (verificatasi tra il febbraio ed il marzo 2002) – si legge ancora nel verbale – assistetti personalmente alla consegna di 500.000 euro (in banconote da 500 euro ciascuna) da parte di Pollari e del signor Franco: mio padre che mi disse trattarsi della restituzione di una somma da egli stesso precedentemente consegnata per la conversione da lire in euro”. Secondo Ciancimino Junior, don Vito in più occasioni disse di “stimare molto il generale Pollari che riteneva persona seria ed affidabile. Preciso ulteriormente che mio padre, negli ultimi anni della sua vita, mi disse più volte che il signor Franco faceva parte dell’entourage” degli allora onorevoli Violante e Scalfaro.

Don Vito turbato dopo l’omicidio Lima Nell’udienza di oggi, Ciancimino Junior ha poi fatto un salto indietro nel tempo fino al 12 marzo del 1992, quando sul lungomare di Mondello viene assassinato Salvo Lima: è il primo atto di aggressione allo Stato da parte di Cosa nostra. “Quando fu ucciso l’onorevole Lima, mio padre era libero, abitava a Roma, nella casa di via san Sebastianello: rimase molto impressionato dal delitto. Mi disse di andare a Palermo per dire a mio fratello di partecipare al funerale. Fu allora che incontrai un mio zio, Giuseppe Lisotta, che mi disse che c’erano due paesani, Nando Liggio e Sebastiano Purpura, che volevano parlare subito con mio padre: avevano assistito all’omicidio, erano in macchina con Lima ed erano scappati”. Da quel momento che la situazione precipita: dopo Lima, Riina progetta altri clamorosi attentati. E inizia ad aprirsi la crepa interna a Cosa nostra, con Provenzano che sembra volere defilarsi dalla linea stragista. “Mio padre – ha proseguito Ciancimino – incontrò Provenzano in uno studio dentistico di Palermo, tra via Sciuti e viale Lazio. Quest’ultimo gli disse che Riina era impazzito perché considerava l’omicidio di Salvo Lima soltanto l’inizio. Aveva stilato un elenco di politici, tra cui Vizzini, e di magistrati che dovevano morire. Mio padre mi disse di aver percepito in Provenzano la paura di questa escalation di violenza. Sempre Provenzano gli aveva detto che voleva defilarsi, fare credere magari che aveva una grave malattia e spostarsi in Germania”.

Gli incontri col Ros per avviare un “dialogo con Cosa nostra” L’omicidio Lima è solo il prequel del biennio al tritolo che presto stravolgerà l’Italia. Il 23 maggio a Capaci tocca al giudice Giovanni Falcone. E – secondo il figlio – don Vito Ciancimino è imbufalito. “Mio padre pensava che Riina fosse un burattino, era certamente manovrato, perché era troppo limitato per delineare una strategia a lungo termine. Mi manifestava i suoi dubbi: Non riesco a capire chi gli sta mettendo in testa queste minchiate, diceva. Anche per Provenzano c’era qualcuno che gli stava dettando queste strategie”. Ed è proprio dopo la strage di Capaci che Ciancimino Junior fa uno strano incontro in aereo. “Il capitano del Ros Giuseppe De Donno mi chiese un incontro con mio padre per avviare, con i vertici di Cosa nostra, un dialogo: trovare un accordo e far cessare le stragi mafiose. Mi disse anche che i tempi erano stretti e che avremmo dovuto fare presto. Quando lo raccontai a mio padre rimasi molto sorpreso dalla sua reazione. Non fu per nulla stupito da questa richiesta. Anzi, era come se aspettasse questa richiesta”. È a quel punto che lo stesso De Donno, tra gli imputati del processo in corso a Palermo, incontra don Vito nella sua casa romana. “Il capitano – ha continuano Ciancimino junior – mi riferì che l’incontro era andato bene, che mio padre era stato possibilista circa l’avvio di un dialogo. E papà stesso disse che fu autorizzato da Provenzano ad andare avanti in questo incontro” . In seguito anche Mario Mori, coimputato di De Donno, farà visita all’ex sindaco mafioso di Palermo. È questo il cuore delle dichiarazioni di Ciancimino Junior: è il primo atto formale della Trattativa.

Il papello ritirato al bar di Mondello “La condizione posta da Mori – ha spiegato il teste – era una resa incondizionata dei latitanti, in cambio di benefici per i familiari, una condizione che mio padre definì inaccettabile e irrealizzabile”. È qui che entra in gioco il medico personale di don Vito, Antonino Cinà, trait d’union tra l’ex sindaco mafioso e Riina, che Ciancimino Junior racconta di aver incontrato al bar bar Caflish di Mondello. “Mi consegno un plico chiuso, due fogli, uno di accompagnamento e uno più grande. Lo portai a Roma da mio padre”. Dentro quel plico, infatti, c’era il papello, cioè la lista di richieste spedita dal capo dei capi a Vito Ciancimino affinché le girasse ai carabinieri. Dodici punti, dalla riforma della legge sui pentiti alla revisione delle condanne del maxi processo, dall’annullamento del 41 bis alla chiusura delle super carceri di Pianosa e Asinara, fino alla defiscalizzazione della benzina in Sicilia: sono le condizioni di Cosa nostra per far cessare le stragi. Subito dopo averle lette don Vito Ciancimino avrebbe commentato: “Riina è la solito testa di minchia, non ci si può ragionare con questo soggetto”. IL FATTO QUOTIDIANO di Giuseppe Pipitone | 5 FEBBRAIO 2016


Ciancimino, De Gennaro e ''signor Franco'': a Bisignani basta una parola Il faccendiere teste oggi al Processo trattativa Stato-mafia di Aaron Pettinari “Ho saputo che il Copasir vorrebbe parlare di quella cosa che... niente... il nostro (sembra dire) amico... non l'amico mio... ecco perché ci sta quel casotto al Copasir... Cioé praticamente... il presidente del Consiglio..”. E' l'otto ottobre 2010 quando Giuseppe Pecoraro, ex prefetto di Roma, telefona a Luigi Bisignani, l'ex giornalista e faccendiere implicato nell'inchiesta P4 (vicenda per cui ha patteggiato una pena a un anno e 7 mesi di reclusione). A Bisignani, dall'altro lato del telefono, bastano queste poche parole per dire “Sì, sì, ho capito perfettamente”.
A spiegare l'oggetto della telefonata intercettata nell'ambito dell'inchiesta sulla P4, il 23 febbraio 2011, era stato lo stesso prefetto, ascoltato dai magistrati napoletani a cui disse: “Io e il Bisignani facciamo riferimento alla vicenda inerente alle dichiarazioni del figlio di Ciancimino su De Gennaro e su Narracci, e cioé al fatto che il Ciancimino avesse detto che il signor Franco di cui si parlava nel noto papello era il mio amico Gianni De Gennaro; nella conversazione io dico al Bisignani di aver appreso che il Copasir avrebbe trattato e messo all'ordine del giorno tale argomento”.
Ed è più o meno questa anche la spiegazione che ha dato Bisignani, chiamato oggi in aula come teste al processo trattativa Stato-mafia, su richiesta del difensore di Massimo CianciminoRoberto D'Agostino. Rispondendo alle domande del legale ha esordito negando qualunque appartenenza a logge massoniche (“Non ho mai fatto parte della P2, ero pure troppo giovane, allora c'era il vincolo di età”) per poi sminuire quella conversazione telefonica come un semplice commento su cose note e lette sui giornali. Quindi ha dichiarato di aver parlato di certi fatti solo in quella occasione e che, appunto, “il riferimento era alla vicenda siciliana del signor Franco e Ciancimino jr, sul fatto che al Copasir, alla cui presidenza c'era D'Alema, esprimevano preoccupazione e per evitare ogni forma di destabilizzazione... Pecoraro era legato a De Gennaro ed era dispiaciuto delle dichiarazioni di quel che stava succedendo. Ma io non mi sono mai interessato. Lui mi chiedeva spesso altri commenti su notizie di cronaca che c'erano sui giornali”.
Tuttavia, così come hanno fatto notare i pm Vittorio Teresi e Nino Di Matteo al teste, la notizia delle dichiarazioni di Ciancimino che indicavano De Gennaro come il signor Franco, divenne pubblica solo in un secondo momento (nel dicembre 2010 con l'inchiesta per calunnia a carico del figlio dell'ex sindaco mafioso, mentre la telefonata è di ottobre). Dunque come è possibile che i due si riferivano specificatamente a quel fatto? Inoltre, come aveva fatto Bisignani ad aver compreso quel che l'ex braccio destro di De Gennaro volesse intendere se nella conversazione non aveva mai fatto alcun nome? "È la parola Copasir ad accendere la luce" ha detto rispondendo al pm Di Matteo. Poi il faccendiere ha aggiustato il tiro ammettendo di aver parlato anche precedentemente a quella telefonata di quegli argomenti e di aver anche saputo di quelle che poi erano state le dichiarazioni di Pecoraro sul punto. Al contempo ha ribadito di non sapere chi sia Narracci, di non aver mai avuto frequentazioni con De Gennaro e di non aver mai saputo quale fosse l'ordine del giorno del Copasir. Inoltre non è riuscito a chiarire il motivo per cui fosse stato cercato dal prefetto Pecoraro: “Io non ho un ruolo in questo. Credo che volesse sapere se avevo sentito qualcosa sui giornali. Lui voleva rendersi utile per il prefetto De Gennaro. Io non diedi importanza alla telefonata... Certamente io non scrivevo in quel periodo e non ho mai scritto di questi argomenti”. “Quindi neanche nel suo ruolo di giornalista si giustifica quella telefonata?” ha insistito Teresi“No, voleva capire il sentore che c'era a Roma... Io avevo collegamenti sui giornali” ha risposto ancora Bisignani
La risposta, forse, sta in quanto venne scritto dai pm nella richiesta di misure cautelari per gli indagati dell'inchiesta P4. La circostanza che il prefetto di Roma e Bisignani “si preoccupano di sapere e di informarsi sugli ordini del giorno delle sedute del Copasir riguardanti evidentemente persone loro vicine è emblematica del ruolo riconosciuto a Bisignani nella gestione di notizie e di dati più che riservati”. Un fatto ritenuto ancora più inquietante tenuto conto che Bisignani “è soggetto assolutamente estraneo alle istituzioni dello Stato”. Il processo trattativa, poi proseguito con il controesame del collaboratore di giustizia catanese Giuseppe Di Giacomo, è stato infine rinviato a domani quando è previsto l'esame, chiesto dalla difesa di Mori-Subranni e De Donno, dei testi Francesco Messina, chiamato a riferire sull'incontro con Paolo Bellini nel settembre 1992, e l'ex ministro Dc Calogero Mannino. Quest'ultimo è coimputato del processo trattativa Stato-mafia che si è però celebrato in abbreviato e che ha visto l'assoluzione in primo grado per “non aver commesso il fatto”. Febbraio 2017 ANTIMAFIA DUEMILA


Processo trattativa, il giornalista Viviano: "Ciancimino mi disse che il signor Franco era De Gennaro" Il cronista di Repubblica ascoltato sulle dichiarazioni del figlio dell'ex sindaco che indica nell'allora capo della polizia il misterioso emissario dei servizi segreti. Ciancimino: "Parlai io dell'esplosivo nascosto a casa mia Ultima parte della deposizione di Massimo Ciancimino davanti alla corte d'assise di Palermo nel processo sulla trattativa Stato-mafia in cui è testimone e imputato, ha parlato della vicenda dell'esplosivo che fu trovato nella sua casa in centro a Palermo nel 2011. La vicenda cominciò, dopo il suo arresto per calunnia il 14 aprile 2011. Nel giardino della sua abitazione vennero trovati dei candelotti di tritolo. "Ho custodito l'esplosivo nel giardino di casa mia in via Torrearsa, l'ho bagnato e poi nascosto - ha spiegato - Ho parlato dell'esplosivo dopo i mio arresto per calunnia. Sono stato io stesso a dire che nel mio giardino c'era l'esplosivo, il giorno prima la Dia non l'aveva trovato". Inizialmente Ciancimino sostenne che gli erano stati consegnati da uno sconosciuto come forma di pressione per indurlo a interrompere la sua collaborazione con i magistrati. Ma le videocamere piazzate a sua insaputa dagli inquirenti, non avendo ripreso alcuna consegna di esplosivo, lo smentirono. Venne fuori che il tritolo l'aveva portato lo stesso Ciancimino da Bologna in auto. Il testimone si difese a quel punto dicendo che la consegna era avvenuta nel capoluogo emiliano. Per detenzione di esplosivo Ciancimino è stato condannato in primo grado e in appello. "Già nel passato - ha proseguito - avevo ricevuto minacce. Quella che mi colpì di più fu un pacco in cui c'era un proiettile dove si diceva che potevano colpirlo anche a un chilometro di distanza. Non denunciai per paura che lo uccidessero". Il controesame comincerà il 22 aprile. L'udienza è proseguita con l'esame del giornalista di Repubblica Franco Viviano. Viviano è stato chiamato a testimoniare per le confidenze che negli anni gli avrebbe fatto il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, che in questo processo è imputato per concorso in associazione mafiosa e calunnia."Con Massimo Ciancimino  - ha spiegato Viviano interrogato dal pm Nino Di Matteo - ci siamo cominciati a frequentare dopo le indagini sulla vicenda gas, o comunque in quel periodo. Non prendevo mai per oro colato quello che mi diceva. Non avevo riscontri e poi mi raccontava che lo potevano uccidere. Innanzitutto, mi parlò dell'ingegner Lo Verde, che era Bernardo Provenzano; che il boss andava a trovare suo padre a Roma, chiamava spesso a casa e poi si trovavano anche nella casa di Ciancimino a Baida". "Massimo Ciancimino mi prometteva sempre il 'papello' e non me lo dava mai, una volta - ha proseguito Viviano - mi arrabbiai molto e lui per 'riparare' nel 2006 mi disse che nel caso gli fosse successo qualcosa avrei potuto prendere il papello e altri documenti da un avvocato, a Roma. Mi consegnò uno pseudo testamento dove c'era scritto questo. Poi lo consegnai ai magistrati quando me lo chiesero". "Sul signor Franco, Massimo Ciancimino mi disse, e non soltanto a me, che era De Gennaro. Sicuramente prima dell'arresto di Provenzano. Io non avevo nessuna prova per scriverlo", ha continuato il giornalista. Nel 2010, come ha ricordato il pm Nino Di Matteo, interrogato dai magistrati, Viviano riferì una cosa un pò diversa: "Ciancimino mi disse che il signor Franco (personaggio forse appartenente ai servizi segreti, in rapporti con Vito e Massimo Ciancimino, ndr) era una persona in qualche modo collegata a De Gennaro". "Adesso ricordo bene - ha ribadito Viviano - che Ciancimino mi riferì diverse volte che il signor Franco era De Gennaro". Il cronista ha raccontato anche un altro episodio, di cui ha già parlato il figlio dell'ex sindaco. "Poco prima dell'arresto di Provenzano, Massimo Ciancimino mi disse che doveva partire perché stava per succedere qualcosa di molto importante. Non mi parlò esplicitamente dell'arresto del boss - ha aggiunto - però il contesto era questo: stavamo conversando di mafia. Quando arrestarono Provenzano, misi in relazione le due cose". Viviano parla anche dei timori di Ciancimino per la sua vita: "Tra il 2010 e i 2011 Massimo Ciancimino era preoccupato di rimanere vittima di attentati. In passato non aveva mai manifestato in maniera così allarmata preoccupazioni di questo tipo se non nel 2006. Mi disse che gli bussavano spesso alla porta della sua casa a Palermo o a Bologna, qualificandosi come carabinieri. Temeva che qualcuno potesse fare del male a lui e alla sua famiglia". "Il terrore più forte comunque lo avvertii nel 2006 quando Ciancimino partì prima dell'arresto di Provenzano - ha aggiunto - In quel periodo avevo molta paura anch'io, dopo che mi consegnò quello pseudo testamento per avere il papello nel caso gli fosse successo qualcosa". "Non mi fidavo di Massimo Ciancimino. Mi diceva una cosa e poi la smentiva - aggiunge Viviano - Anche sull' identificazione del signor Franco in Gianni De Gennaro ritrattava spesso. Una volta lessi delle intercettazioni di una telefonata tra lui e sua sorella in cui si parlava di una cena a cui avrebbe partecipato l'onorevole Micciché. Avevano mangiato pasta al forno o con le sarde, ora non ricordo. Poi mi confessò che non era vero nulla. Quando gli domandai perché lo avesse detto, mi rispose: 'Così'. Era un giocherellone". "Mi innervosiva molto questa cosa che spesso non diceva la verità. Mi raccontava delle cose e poi mi spiegava che non era vero - ha proseguito - Ovviamente non scrivevo nulla di quello che mi diceva, a meno che non avessi avuto altri solidi riscontri. Anche questa storia che abbiamo fatto delle vacanze assieme se l'è completamente inventata". Il processo è stato rinviato al 22 aprile per il controesame di Massimo Ciancimino.  4 aprile 2016 LA REPUBBLICA


Ciancimino jr lascia il carcere e va ai domiciliari per motivi di salute  Il figlio di don Vito deve scontare una condanna definitiva a 3 anni per detenzione di esplosivo e una a due anni e otto mesi per riciclaggio Lascia il carcere Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso e superteste al processo sulla trattativa Stato-mafia. Il tribunale di sorveglianza di Roma ha accolto la richiesta dei suoi legali e gli ha concesso la detenzione domiciliare per motivi di salute. Ciancimino ha avuto un ictus nei mesi scorsi. Il figlio di don Vito deve scontare una condanna definitiva a 3 anni per detenzione di esplosivo e una a due anni e otto mesi per riciclaggio. Attualmente è imputato in appello a Palermo nel processo sulla cosiddetta trattativa dopo una condanna a otto anni in primo grado per calunnia all'ex capo della polizia Gianni De Gennaro Alla prima udienza del processo d'appello il suo legale aveva chiesto una perizia sullo stato mentale dell'imputato sostenendo che non fosse in grado di partecipare coscientemente al procedimento. 20 luglio 2019 LA REPUBBLICA 

L’ALTRA FACCIA DI MASSIMO CIANCIMINO L’articolo che segue è stato scritto da Sebastiano Gulisano, uno dei giornalisti più seri e autorevoli de “I Siciliani” e di “Avvenimenti”, due testate che hanno fatto la storia del giornalismo in Italia. Il “pezzo” era preceduto da questa breve introduzione: 
“Questo lungo articolo l’ho scritto cinque anni e mezzo fa, subito dopo l’arresto di Massimo Ciancimino per la grossolana manipolazione del foglio attraverso cui tentava di dimostrare che Gianni De Gennaro è “il signor Carlo/Franco”. In questi giorni in cui nel ‘processo trattativa’ – e sui media – si discute della ‘autenticità’ del cosiddetto papello, penso sia utile socializzarlo, in modo che anche il più ignaro lettore possa farsi un’idea su ciò di cui si discute”.

«Finalmente a Palermo si sono accorti di cose di cui noi ci eravamo accorti da tempo» ha dichiarato al quotidiano laStampa il procuratore aggiunto di Caltanissetta Domenico Gozzo, l’indomani del fermo di Massimo Ciancimino disposto dai colleghi del capoluogo siciliano. Il Corriere della Sera, sempre il 22 aprile, riportava un’altra dichiarazione attribuita allo stesso magistrato, secondo il quale il documento taroccato consegnato da Ciancimino ai pm di Palermo rappresenterebbe «un ulteriore tassello che si aggiunge ai numerosissimi tasselli che noi avevamo già raccolto». Non sappiamo a quali «tasselli» si riferisca il pm Gozzo, ché da Caltanissetta, nel corso dei tre anni due mesi e ventitrè giorni di “collaborazione” del figlio minore di don Vito coi magistrati di diverse procure – dal 29 gennaio 2008, data del primo verbale, al 21 aprile 2011, giorno dell’arresto –, non è trapelato quasi nulla. Quasi. Ché di tanto in tanto filtrava qualche malumore nei confronti dei colleghi palermitani, lasciando intravedere valutazioni diverse sull’attendibilità del cosiddetto supertestimone. Sappiamo però – dagli interrogatori pubblici depositati al processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu in corso al Palermo, per la presunta mancata cattura del boss Provenzano nel 1995; dalle perizie su alcuni documenti consegnati ai magistrati, anch’esse agli atti del processo; nonché dalla lunga testimonianza dello stesso Massimo Ciancimino che ha riempito quattro udienze dibattimentali (1, 2, 8 febbraio e 8 marzo 2010) – che lo show del figlio di don Vito poteva essere bloccato molto prima. Già: show.

Ciancimino jr?  Un teste mediatico.  È stato Antonio Ingroia, il procuratore aggiunto di Palermo che (coi sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guido) ha firmato il provvedimento di fermo, a definirlo «un teste mediatico» nel libro Nel labirinto degli dei, pubblicato un anno fa, mentre nel corso della recente presentazione catanese del volume ne ha stigmatizzato «l’eccesso di parola, lo smodato presenzialismo mediatico e televisivo». Esattamente l’opposto del padre, Vito Ciancimino, ex assessore ai lavori pubblici e sindaco democristiano negli anni del sacco di Palermo: il primo uomo politico siciliano condannato per associazione mafiosa, morto il 17 novembre del 2002 all’età di settantotto anni. Ecco come, richiamando ciò che aveva scritto un anno prima nel libro citato, Ingroia sintetizza le differenze fra i due, in un’intervista al Corriere della seradello scorso 24 aprile: «Vito Ciancimino negava qualsiasi legame con Cosa nostra, mentre Massimo ha contribuito a confermare ciò che già emergeva sui rapporti tra suo padre e la mafia, in particolare Bernardo Provenzano. Vito era certamente reticente e omertoso, parlava per sottrazione; Massimo parla per eccesso, e bisogna stare in guardia dalla sua voglia di raccontare anche ciò che non conosce. Suo padre diceva troppo poco, con lui bisogna fare attenzione perché a volte è portato a dire troppo» Non solo a dire troppo, ma anche a fare troppo, se si considera che l’arresto del figlio di don Vito è conseguenza della manomissione di un documento a cui è stato aggiunto un nome che non c’era, quello di Gianni De Gennaro, il capo supremo dei servizi segreti italiani, indicato come componente di un fantomatico «Quarto livello» mafioso e strettamente legato all’altrettanto fantomatico «signor Carlo/Franco», uno spione in servizio permanente effettivo dalla fine degli anni Sessanta, anch’egli membro del Quarto livello e da sempre in stretto contatto con don Vito, che non prendeva alcuna decisione importante senza prima essersi consultato con lui, secondo i racconti di Ciancimino jr. Sul nome di De Gennaro, Massimo era già inciampato qualche mese fa, a Caltanissetta, e si era guadagnato un avviso di garanzia per calunnia e una denuncia dello stesso calunniato. Ma procediamo con ordine e torniamo al protagonismo mediatico. Da quando ha iniziato a collaborare coi magistrati, il figlio minore di don Vito non ha mai distinto fra pm e giornalisti: la mattina registrava una testimonianza, il pomeriggio rilasciava un’intervista, incurante del segreto istruttorio. Se, invece di rampognarlo verbalmente, gli avessero notificato un avviso di garanzia magari le cose sarebbero potute andare diversamente. Magari avrebbe capito che essere «il teste principale d’accusa su quel che è successo negli ultimi vent’anni» (parole sue, finite in un’intercettazione ambientale a casa di un presunto ’ndranghetista indagato dalla procura di Reggio Calabria) non poteva essere considerata una patente di intoccabilità. Chissà.

Gianni De Gennaro I «tasselli» che abbiamo messo insieme minano la credibilità di Massimo Ciancimino e rischiano di affondare anche la presunta trattativa tra Stato e Cosa Nostra, di cui suo padre sarebbe stato intermediario insieme a due ex ufficiali del Ros dei Carabinieri, l’allora tenente colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, ai quali don Vito avrebbe consegnato il papello di richieste di Riina per interrompere la strategia stragista, prima dell’eccidio di via D’Amelio. Prima di entrare nel merito, c’è da ricordare che gran parte delle conoscenze di Ciancimino sono da ricondurre al periodo 1999-2002, quando, dopo la scarcerazione di don Vito, quest’ultimo lo mise a conoscenza di parte dei suoi segreti, finalizzati a confluire in un libro di memorie che avrebbero dovuto scrivere insieme; i racconti dell’ex sindaco mafioso erano accompagnati da documenti, perlopiù in fotocopia, da allegare al libro come prove dell’autenticità dei fatti narrati.

L’inizio dell’autodemolizione Nel corso della sua testimonianza nel processo Mori-Obinu, Massimo Ciancimino, che aveva già disseminato di contraddizioni i 23 verbali depositati agli atti del procedimento, inizia pubblicamente quello che ha tutta l’aria di essere un percorso di autodemolizione della propria attendibilità, cominciando proprio dalla trattativa. Sappiamo per certo che, subito dopo la strage di Capaci, il capitano De Donno incontra “casualmente” Massimo in aeroporto e gli chiede di potere parlare con l’ex sindaco. Sul punto, Mori, De Donno e Ciancimino jr hanno messo a verbale la stessa versione dei fatti e la stessa tempistica. I problemi cominciano quando il figlio di don Vito indica dove riferì a De Donno la risposta positiva del padre. Il 7 aprile 2008, durante la prima delle sue numerosissime testimonianze davanti ai pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, Ciancimino verbalizza: «Lo incontrai (De Donno,ndr) a Palermo, ci incontrammo di fuori della Caserma quella diciamo che purtroppo ho conosciuto pure io, Caserma Carini». La conoscenza diretta alla caserma Carini dei carabinieri si riferisce all’arresto dello stesso Massimo, l’8 giugno 2006, per il riciclaggio dei soldi sporchi dell’ormai defunto genitore. Be’, l’1 febbraio 2010, davanti ai giudici del processo Mori-Obinu, il figlio di don Vito sposta l’incontro col capitano da Palermo a Roma, nel quartiere Parioli. Il giorno successivo, 2 febbraio, lascia cadere un altro sassolino lungo il percorso, come fa il Pollicino di Perrault per ritrovare la via di casa. Lui, invece, ritroverà la via del carcere. Fra le carte che il “supertestimone” della trattativa ha consegnato ai pm di Palermo ci sono sette fotocopie di dattiloscritti attribuiti da Massimo al boss corleonese Bernardo Provenzano: lettere a don Vito, pizzini che proverebbero la trattativa con la consegna del papello, collocandola con certezza tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. Determinante, in tal senso, il primo di questi pizzini: «Carissimo Ingegnere, ho ricevuto la notizia che ha ritirato la ricetta dal caro Dottore. Credo che è il momento che tutti facciamo uno sforzo, come già ci eravamo parlati al nostro ultimo incontro il nostro amico è molto pressato; speriamo che la risposta ci arrivi per tempo, se ci fosse il tempo per parlarne noi due insieme: Io so che è buona usanza in lei andare al Cimitero per il compleanno del padre suo, si ricorda, me ne parlo lei, potremo vederrci per rivolgere insieme una preghiera a Dio; o come l’altra volta per comodità sua, da nostro amico Mario. Bisogna saperlo, perché a noi ci vuole tempo per organizzarci». Nell’interpretazione che Massimo Ciancimino offre ai pm di Palermo, il «Carissimo Ingegnere» è il padre, la «ricetta» è il papello, il «caro Dottore» è il medico personale di Totò Riina, Antonino Cinà (che avrebbe consegnato il papello a Massimo il 29 giugno 1992, giorno di S. Pietro – a Roma è festa e lui aveva programmato una gita a Panarea ma ha dovuto rinunciare); «la risposta» che aspettano sarebbe quella delle istituzioni alle richieste contenute nel papello; il «nostro amico» è Riina, «molto pressato» da un soggetto esterno a Cosa Nostra («il grande architetto» lo definiva Ciancimino padre) che vorrebbe continuare la strategia stragista; il «Cimitero» è quello dei Cappuccini, a Palermo; il «compleanno del padre suo» ricorre il 12 luglio. Davanti ai giudici, invece, il “supertestimone” entra in stato confusionale e l’attesa «risposta» delle istituzioni diventa «la possibilità di avanzare il contropapello di mio padre come condizione su cui continuare questa trattativa». Poi il pm Ingroia lo prende (metaforicamente) per mano e lo conduce a dire che la risposta era quella che Provenzano e don Vito aspettavano «dai carabinieri e dal signor Franco».

La lettera di minacce a Berlusconi L’8 febbraio il figlio di don Vito si presenta in aula con un fascio di carte che vorrebbe consegnare direttamente ai giudici, ma il presidente Angelo Fontana gli spiega che deve darli ai pm e che, in caso di loro richiesta, il Tribunale deciderà se e quali acquisire. Fra quei fogli c’è anche l’ormai celebre «lettera» di minacce «a Berlusconi» – con tanto di destinatario in cima alla pagina – che l’ex sindaco di Palermo avrebbe concordato con Provenzano, in cui sono contenuti riferimenti a un «triste evento» non meglio specificato. Il «triste evento», ha ripetutamente spiegato Massimo, sarebbe l’intenzione del boss corleonese di «uccidere un figlio di Berlusconi» se il Cavaliere non gli mette «a disposizione una delle sue reti televisive»; e ha chiarito di non sapere se la missiva sia stata effettivamente recapitata al destinatario.

Silvio Berlusconi Antefatto. Il 17 febbraio 2005, nel corso di una perquisizione, nell’ambito dell’inchiesta per riciclaggio a carico di Jr, i carabinieri sequestrano mezzo foglio A4, originale, manoscritto con una biro blu, in cui si fa riferimento a un «triste evento», all’«onorevole Berlusconi» e a una tv da «mettere a disposizione». Durante l’interrogatorio del 30 giugno 2009 i pm Ingroia e Di Matteo esibiscono quella mezza pagina al testimone e gli chiedono di spiegarne il contenuto e di collocarlo temporalmente. Lasciamo stare il contenuto e il possibile autore (tuttora ignoto) e limitiamoci alla datazione: il figlio di don Vito fa risalire lo scritto al periodo 1999-2000, ma mostra una certa reticenza, chiede e ottiene di poterne parlare l’indomani, dopo avere consultato alcune carte di cui è in possesso. L’1 luglio corregge la datazione: «Questo documento fa parte del periodo diciamo prima dell’arresto del 23 dicembre del ’92. […] Non lo colloco nei mesi… nel periodo della trattativa ma lo colloco prima. […] È sicuramente prima delle stragi», quando Berlusconi non era ancora onorevole. Dopo un po’ dichiara che le lettere erano due, la seconda, ritirata personalmente da Provenzano, non ha potuto consegnarla al padre, ché nel frattempo era stato arrestato. Il destinatario era Dell’Utri. I pm gli fanno notare che, nel testo, Berlusconi viene definito «onorevole», così Massimo decide che stanno analizzando la seconda lettera, che lui legge al padre durante un colloquio nel carcere di Rebibbia e che don Vito trascrive a matita su un foglio, apportando delle modifiche. Aggiunge anche che le lettere sull’argomento sono tre: quella che gli mostrano i pm è la terza, non più la seconda. L’8 febbraio 2010, dunque, in aula, Massimo Ciancimino consegna la trascrizione che il padre fece della lettera di Provenzano che lui gli dettò quando lo andò a trovare a Rebibbia, dopo l’arresto di fine 1992. In realtà la trascrizione è incompleta (il contenuto è quasi identico al mezzo foglio scritto con la penna blu), mancano almeno una pagina precedente e una successiva. Però c’è un destinatario, in cima al foglio: il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al quale la lettera è inviata «p.c.», per conoscenza, ché il destinatario diretto, segnato nel primo foglio – giura Massimo – era Dell’Utri. Il foglio in questione è una fotocopia e la calligrafia è certamente di don Vito. Stavolta la data viene fissata a dopo le elezioni politiche del 27 marzo 1994, quando Berlusconi è diventato onorevole e presidente del Consiglio. Il 7 aprile 2010 arriva nelle librerie di tutta Italia Don Vito, il libro scritto da Massimo Ciancimino col giornalista Francesco La Licata e viene meglio precisato che siamo nel periodo 1994-1995. In quel volume, però, c’è dell’altro: alle pagine 228-229, accanto alla riproduzione della fotocopia consegnata in tribunale, c’è la riproduzione di un altro frammento di quella «lettera»: undici righe in tutto, le prime otto coincidono – nel senso che sono identiche anche nelle cancellature – con le ultime otto della fotocopia consegnata ai magistrati di Palermo; le ultime tre ci svelano che non si minacciava alcun omicidio ma di «convocare una conferenza stampa». Ricordiamoci che dal dicembre 1992 al marzo 1999 Vito Ciancimino è rinchiuso nel carcere di Rebibbia e che ai detenuti non è concesso di convocare conferenze stampa. Il giorno successivo all’uscita del libro, 8 aprile 2010, il novello scrittore è convocato d’urgenza dai pm di Palermo e di Caltanissetta che lo interrogano separatamente.

Il Segugio di internet Dopo l’8 febbraio 2010, un blogger che si firma Enrix il Segugio guarda con attenzione la prima fotocopia e si accorge che tra l’intestazione e il primo rigo della lettera ci sono dei segnetti che somigliano alla parte superiore di una “t” e ipotizza che ci si possa trovare di fronte a una maldestra operazione di bricolage: il nome del destinatario e i tre segnetti “abusivi” potrebbero essere stati ritagliati da qualche altro documento e incollati in cima a quel foglio. Dopo la pubblicazione di Don Vito, osservando l’altro frammento di lettera, Enrix, all’anagrafe Enrico Tagliaferro, ipotizza che le tre righe finali siano state tagliate via, nella fotocopia consegnata ai pm di Palermo, per fare posto all’indicazione del destinatario. Poi ci scrive su anche un libro – Prego, dottore! Le lettere della mafia a Silvio Berlusconi nella mitopoiesi di Massimo Ciancimino – in cui dimostra che la fotocopia consegnata l’8 febbraio ai magistrati è frutto di un montaggio. Il 28 settembre 2010 il libro di Tagliaferro entra agli atti del processo Mori-Obinu, prodotto dai legali dei due imputati.

La perizia sui documenti Il 12 ottobre 2010, sul banco dei testimoni salgono i funzionari della Scientifica di Roma incaricati dai pm di sottoporre a perizia «numerosi documenti manoscritti e dattiloscritti» consegnati ai magistrati da Massimo Ciancimino. Fra i documenti, c’è l’originale, scritto a matita da don Vito, di quella parte di foglio A4 contenente le undici righe inferiori della presunta lettera a Berlusconi riprodotta nel libro di Ciancimino e La Licata. È una conferma della teoria di Enrico Tagliaferro. I periti, comunque, dicono anche un’altra cosa: quella carta era in commercio dal gennaio del 1996 al maggio del 2000. Non solo, il mezzo foglio scritto con la penna blu (di autore ignoto), quello che Massimo avrebbe ritirato da Provenzano, è «merceologicamente compatibile» col manoscritto dell’ex sindaco di Palermo, cioè la carta è dello stesso tipo e in commercio nello stesso periodo, 1996-2000. Dunque, non solo la data non coincide con quella in cui l’ha fissata Jr davanti ai giudici, ma nel periodo in cui quei fogli erano in vendita Berlusconi non era presidente del Consiglio. Un altro petardo sotto l’autenticità delle carte consegnate ai pm viene dal cosiddetto contropapello, cioè il documento che secondo Massimo conterrebbe le proposte del padre (la calligrafia è sua) alternative a quelle del papello di Riina che don Vito riteneva «inaccettabili e impresentabili». In testa alla fotocopia (parte della fotocopia stessa, non aggiunto a penna sulla fotocopia) consegnata ai pm di Palermo il 29 ottobre 2009 c’è scritto, da Massimo, «Allegato per mio libro». Il riferimento è sempre al libro che avrebbe dovuto scrivere col padre. E qui le cose si aggrovigliano letteralmente, ché il foglio era in commercio dall’86 al febbraio del 1991. A quel punto, il presidente Angelo Fontana chiede chiarimenti alle funzionarie della Scientifica Sara Falconi e Annamaria Caputo, autrici della parte merceologica della perizia:

Presidente: «[…] Quindi questa carta, massimo ’91, è stata utilizzata, poi, per fare questa fotocopia». Teste: «Sì».

Presidente: «Quindi dobbiamo ritenere che il momento in cui è stato scritto “Allegato per mio libro” è quello il momento in cui, o comunque successivo, in cui è stata fatta questa fotocopia. Giusto?» Teste: «Sì».

La richiesta di chiarimenti del presidente Fontana è da ricondurre al fatto che la scritta «Allegato per mio libro», stando alla testimonianza di Massimo Ciancimino, non può risalire a prima del 1999. Ciò vuol dire che, negli anni 2000, Ciancimino (o chi per lui) aveva a disposizione carta e toner degli anni a cavallo fra la fine degli 80 e i primi 90 e che poteva fare fotocopie che, apparentemente, risalgono a quel periodo ma che in realtà sono state fatte successivamente. Altro documento, sempre in fotocopia, su cui sussistono seri dubbi è stato consegnato da Ciancimino ai pm di Caltanissetta l’1 dicembre 2009: secondo i periti si tratta di un «collage»: sulla destra c’è un elenco a stampatello, manoscritto da Massimo; sulla sinistra e in basso, delle scritte di don Vito in cui il nome dell’ex sindaco è affiancato a quello di Berlusconi. Il “superteste”, al momento della consegna della fotocopia, ha messo a verbale di avere realizzato quel collage per discuterne col padre, per il libro a cui stavano lavorando; i periti hanno certificato che quella carta era in commercio dal mese di luglio del 2004. Don Vito è morto il 17 novembre 2002. Perplessità sussistono anche sui pizzini di Bernardo Provenzano all’ex sindaco, sette in tutto, quattro dei quali riconducibili alla trattativa; i pizzini sarebbero stati scritti dal 1992 al 2001: sono stati realizzati tutti con la medesima macchina per scrivere (ma non corrisponde a nessuna delle sette usate per redigere gli altri pizzini in possesso dei magistrati e riconducibili con certezza al boss corleonese) che, inoltre, malgrado i nove anni che dovrebbero essere trascorsi fra il primo e l’ultimo messaggio, non mostra alcun segno di usura. A metà aprile, infine, arriva la perizia sul documento (fotocopia) in cui Massimo ha annotato i nomi dei componenti del «Quarto livello» e, accanto a quello di «F/C Gross», cioè il fantomatico signor Carlo o Franco, collegato da una linea, c’è il cognome «De Gennaro», Gianni, l’attuale capo dei Servizi, che don Vito avrebbe aggiunto di suo pugno, in presenza del figlio. I periti hanno dimostrato che il nome dell’ex capo della Polizia è stato ritagliato da un altro foglio in loro possesso e apposto su quello che ha riportato in carcere Massimo Ciancimino con l’accusa di calunnia. E tornano in mente le parole di Ingroia su Ciancimino jr:«Massimo parla per eccesso, e bisogna stare in guardia dalla sua voglia di raccontare anche ciò che non conosce. Suo padre diceva troppo poco, con lui bisogna fare attenzione perché a volte è portato a dire troppo». E, forse, è spinto anche a “documentare” quel «troppo». Lui, o chi per lui – il probabile “puparo” da tanti ipotizzato dopo l’arresto –, ché risulta quantomeno singolare il fatto che Massimo Ciancimino abbia cosparso il proprio cammino di «tasselli»autodistruttivi che ne minano la credibilità e lo hanno riportato in cella. Com’è successo, al culmine di tre anni due mesi e ventitrè giorni di cianceminate. Sebastiano Gulisano L’INFORMAZIONE 29 gennaio, 2017

 

Le carte sparite di Ciancimino confermano: Cosa Nostra minacciava Berlusconi di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella - 3 luglio 2009 ANTIMADuemila

“Parte di foglio A4  manoscritto contenente richieste all’on. Berlusconi di mettere a disposizione una delle sue reti televisive”. Pena, in caso di rifiuto, un “luttuoso evento”.

 Questa la frase contenuta in un foglio di carta trasmesso dai pm della Procura di Palermo alla Corte di Appello che sta processando Massimo Ciancimino, già condannato a 5 anni e 8 mesi per aver usato e riciclato i soldi provenienti dal tesoro occulto di suo padre. La missiva è stata depositata oggi alla Procura Generale, dopo quattro anni di ritardo, in seguito al suo recente ritrovamento da parte dell’ufficio del Pubblico Ministero (rappresentato dal sostituto Nino Di Matteo e dall’aggiunto Antonio Ingroia), che sta raccogliendo le nuove dichiarazioni di Massimo Ciancimino. Il foglietto infatti, contenente le richieste estorsive e le minacce a Berlusconi, strappato  nella sua parte alta, era stato sequestrato durante la perquisizione dei carabinieri nel febbraio del 2005 nella casa del figlio più piccolo di don Vito, quattro mesi prima del suo arresto. Acquisito nel suo processo in abbreviato, il documento relativo alle minacce a Silvio Berlusconi, era poi finito in fondo a qualche cassetto, probabilmente deposto perché ritenuto irrilevante.  Ora, sul contenuto della lettera ritrovata dai magistrati, Di Matteo e Ingroia hanno avviato subito un’indagine e una perizia calligrafica. Quest’ultima in particolare escluderebbe possa trattarsi di una lettera vergata da Vito e Massimo Ciancimino. Sembra invece, come riporta l’Ansa, che a scriverla “possa essere stato un uomo di fiducia di Totò Riina che lo avrebbe girato a Bernardo Provenzano, e a sua volta lo avrebbe fatto arrivare al suo amico fidato, Vito Ciancimino. Il quale avrebbe avuto il compito di far giungere l’ambasciata a persone che sarebbero state vicine a Berlusconi”.  Se ciò fosse vero potremmo essere davanti al concreto indizio probatorio sul collegamento diretto tra Berlusconi e Cosa Nostra di cui parlavano i pentiti e al riscontro sulle conclusioni a cui era giunto il Gip Giovanbattista Tona nel decreto di archiviazione nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri nell’inchiesta sulle stragi del ’92. Emergenze investigative che parlavano dei rapporti diretti tra la Fininvest e la mafia e tra Dell’Utri e con la stessa  associazione criminale. Contatti che “il gruppo Fininvest, nella sua progressiva espansione nel settore televisivo”, avrebbe coltivato  al fine di incorporare “tra l’aprile e il novembre del 1991 ben cinque società che avevano sede a Palermo”. Una circostanza che avrebbe reso “plausibile che "cosa nostra", ..... non rimanesse inerte dinanzi all’avanzare di una realtà imprenditoriale di quelle  proporzioni, perlopiù facente capo ad un gruppo nel quale si muovevano soggetti già considerati facilmente avvicinabili in forza di pregressi rapporti”. Circostanze che, alla luce del documento sequestrato nel 2005 (che i periti datano 1991), assumono nuovo vigore investigativo ma che suscitano inquietanti perplessità circa la sottovalutazione o la dimenticanza da parte degli addetti ai lavori di una prova dalle caratteristiche probatorie oggettivamente importanti. Documenti che si sarebbero dovuti depositare nel procedimento di secondo grado a carico di Ciancimino Junior. Un testimone di molte verità scomode di cui oggi si stanno occupando coraggiosamente due professionisti degni dei loro mentori Falcone e Borsellino, i pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia che siamo certi andranno fino in fondo. Per questo motivo e per la delicatezza di certe indagini ci auspichiamo che lo Stato non si tiri indietro e faccia tutto ciò che è necessario, oggi più che mai, per tutelare la vita di un testimone di giustizia del calibro di Massimo Ciancimino che concretamente sta collaborando a far luce su alcuni delicati capitoli oscuri della storia della nostra nazione a partire dalle stragi del biennio ’92 – ’93, fino ad arrivare ai rapporti tra mafia e politica e tra mafia e Istituzioni.



Note “Vito Ciancimino”

  1. ^ a b c d e La mafia urbana - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA (PDF) (archiviato il 3 novembre 2013).
  2. ^ Attilio Bolzoniè morto Vito Ciancimino la Dc ai tempi dei Corleonesila Repubblica, 20 novembre 2002. URL consultato il 10 ottobre 2019 (archiviato il 23 ottobre 2009).
  3. ^ a b c Il Viandante - Mafia - Ciancimino, su viandante.it. URL consultato il 20 maggio 2013 (archiviato il 27 settembre 2013).
  4. ^ Sandra Bonsanti, RITIRATO IL PASSAPORTO A CIANCIMINOla Repubblica, 2 ottobre 1984. URL consultato il 10 ottobre 2019 (archiviato il 3 novembre 2013).
  5. ^ a b c SEZIONE III - I rapporti tra il sen. Andreotti e Vito Ciancimino, Tiscali Italia S.p.A.. URL consultato il 10 ottobre 2019 (archiviato il 27 febbraio 2004).
  6. ^ Franco Recanatesi, LE ACCUSE DI CIANCIMINO A DE MITAla Repubblica, 10 ottobre 1984. URL consultato il 10 ottobre 2019 (archiviato il 3 novembre 2013).
  7. ^ Attilio BolzoniTUTTE LE COLPE DI CIANCIMINOla Repubblica, 19 gennaio 1989. URL consultato il 10 ottobre 2019 (archiviato il 4 marzo 2016).
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    «Deteneva esplosivo in casa: revocato l'indulto al figlio dell'ex sindaco mafioso e superteste al processo sulla trattativa Stato-mafia».

 

a cura di Claudio Ramaccini  Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia - Progetto San Francesco

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