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Don Luchino Bagarella

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 LEOLUCA BAGARELLA DETTO DON LUCHINO

 



Procedimento contro Bagarella  Corte d'Assise  2014


Leoluca Biagio Bagarella  nato a Corleone3 febbraio 1942 esponente di rilievo del Clan dei Corleonesi, "Don Luchinio" è stato un  assassino spietato,  è stato autore di svariati omicidi negli anni '70 e '90, oltre che diretto responsabile di alcuni tra i più gravi fatti di sangue di Cosa Nostra, tra cui la Strage di Capacie il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo. Ha avuto condanne per omicidio multiplotraffico di drogaricettazionestrage ed è stato condannato all'ergastolo in regime di carcere duro (41 bis.). Quarto figlio del mafioso Salvatore Bagarella, fratello di Antonietta Bagarella, entrò a far parte della cosca di Corleone dopo che suo fratello maggiore Calogero era diventato uno dei fedelissimi del boss Luciano Liggio e dei suoi compagni Totò Riina e Bernardo ProvenzanoCalogero venne ucciso dal boss Michele Cavataio nella strage di viale Lazio nel 1969 e Leoluca si diede alla latitanza. Nel 1972 anche l'altro fratello Giuseppe viene ucciso in carcere; nel 1974 sua sorella sposò in segreto Totò Riina, seguendolo nella latitanzaIl 20 agosto del 1977 commette il suo primo omicidio "eccellente", uccidendo il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo con la complicità di Giovanni Brusca; nel 1978 partecipa all'omicidio del boss di Caltanissetta Giuseppe Di Cristina, che prima di spirare riesce a ferirlo. Nel gennaio 1979 uccide, in Viale Campania, con 6 colpi di pistola il giornalista Mario Francese, che investigava sugli affari dei Corleonesi, e in particolare, sulla costruzione della diga di Garcia. Il 21 luglio 1979 Bagarella uccise all’interno del Bar Lux di via Francesco Paolo Di Blasi a Palermo il vice questore Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile , che stava indagando su di lui dopo essere riuscito a scoprire il suo nascondiglio, un appartamento in via Pecori Giraldi, da dove però Bagarella era riuscito a fuggire in tempo: all'interno dell'appartamento gli uomini del vice questore Giuliano scoprirono armi, quattro chili di eroina e documenti falsi con fotografie che ritraevano Bagarella e i suoi amici mafios. Il 10 settembre 1979, due mesi dopo l'omicidio del commissario Giuliano, Bagarella venne arrestato a Palermo ad un posto di blocco dei Carabinieri, a cui aveva esibito documenti falsi. Dopo essere stato scarcerato nel 1990, dal 1992 fu di nuovo latitante e dopo l'arresto di Riina, Bagarella prese il comando dell'ala militare di Cosa Nostra, composta da Giovanni BruscaMatteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, che era favorevole alla continuazione della cosiddetta "strategia stragista" iniziata da Riina, contrapponendosi a una fazione più moderata guidata da Bernardo Provenzano e composta da Nino GiuffrèPietro AglieriBenedetto SperaRaffaele GanciSalvatore CancemiMichelangelo La Barbera, i quali erano contrari alla strategia degli attentati dinamitardi[6]; infine prevalse la linea di Bagarella, che mise in minoranza Provenzano, con l'accordo che gli attentati avvenissero esclusivamente fuori dalla Sicilia. Da questo accordo scaturirono gli attentati di Milano, Roma e Firenze.  Nel 1992 ricomincia a compiere delitti: è uno dei responsabili dell'omicidio dell'esattore Ignazio Salvo; uccide il boss di Alcamo Vincenzo Milazzo e la sua compagna Antonella Bonomo (la donna era incinta di 3 mesi) e il 14 settembre dello stesso anno insieme a Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano tenta di assassinare il commissario di polizia Rino Germanà ma il suo kalashnikov si inceppa e l'attentato fallisce, anche grazie alla prontezza di riflessi del commissario che riesce a sfuggire ai killer. Nel 1993 viene ufficialmente indagato come mandante della Strage di Capaci insieme a Giovanni BruscaDomenico Ganci e Antonino Gioè Nel marzo 1995 uccide Domenico Buscetta, nipote del collaboratore Tommaso Buscetta ed è il mandante di altri omicidi tra cui quello del giovane fioraio Gaetano Buscema e del dottor Antonio Di Caro, strangolato e sciolto nell'acido. Fu arrestato dalla DIA il 24 giugno 1995 in Corso Tukory, affollata via di Palermo che collega la Stazione Centrale al campus universitario, e sottoposto al regime di 41 bis nel carcere dell'AquilaNel 1997 la Corte di cassazione conferma per Bagarella la condanna all'ergastolo per l'omicidio di Boris Giuliano , e conferma anche l'ergastolo per la Strage di Capaci, per la quale l'intera cupola di Cosa Nostra viene in pratica condannata. Nel 2002 viene condannato all'ergastolo per l'omicidio di Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino Di Matteo, che venne strangolato e sciolto nell'acido.  Sempre nel 2002, durante un'udienza a Trapani alla quale Bagarella partecipa tramite videoconferenza, legge un comunicato di protesta verso il sistema del carcere duro, indirizzato al mondo politico. Nonostante il regime di carcere duro, sono stati segnalati da parte sua alcuni episodi di violenza nei confronti di altri detenuti: in uno di questi, Bagarella lancia olio bollente contro un altro carcerato, un boss della 'ndrangheta minacciandolo di morte e subendo un'ulteriore condanna ad 1 anno di carcere. A seguito degli episodi di violenza, viene trasferito nel carcere di Parma. Bagarella fu condannato all'ergastolo per l'omicidio del vicebrigadiere Antonino Burrafato , oltre che ad un ulteriore ergastolo per l'omicidio di Salvatore CaravàNel marzo del 2009, una sentenza della prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Palermo, ha condannato, grazie alle dichiarazioni di Giovanni Brusca, all'ergastolo i capimafia Leoluca Bagarella e Giuseppe Agrigento, boss del paese in cui fu commesso il delitto per l'assassinio di Ignazio Di Giovanni, ucciso nel suo cantiere per essersi rifiutato di cedere alcuni sub-appalti che aveva ottenuto. Nel luglio del 2009 subisce un'ulteriore condanna all'ergastolo, questa volta per l'omicidio avvenuto nel 1977 di Simone Lo Manto e Raimondo Mulè, uccisi per futili motivi. È stato condannato anche a 30 anni di reclusione in contumacia con Totò Riina, Michele Greco e Madonia, per l'omicidio del giornalista Mario Francese da lui stesso assassinato, per il suo zelo sul lavoro Il 24 luglio 2012 la Procura di Palermo, sotto Antonio Ingroia e in riferimento all'indagine sulla Trattativa Stato-Mafia, ha chiesto il rinvio a giudizio di Bagarella e altri 11 indagati accusati di "concorso esterno in associazione mafiosa" e "violenza o minaccia a corpo politico dello Stato". Gli altri imputati sono i politici Calogero ManninoMarcello Dell'Utri, gli ufficiali Antonio SubranniMario Mori e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni BruscaTotò RiinaAntonino Cinà e Bernardo Provenzano, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (anche "calunnia") e l'ex ministro Nicola Mancino ("falsa testimonianza"). Il 20 aprile 2018, dopo 5 anni di processo, viene condannato a 28 anni di carcere.

 

Luca Bagarella, noto come Leoluca Bagarella (Corleone3 febbraio 1942), è un mafioso italiano, legato a Cosa Nostra, affiliato al Clan dei Corleonesi.

Assassino spietato, "Don Luchino" è stato autore di svariati omicidi negli anni '70 e '90, oltre che diretto responsabile di alcuni tra i più gravi fatti di sangue di Cosa Nostra, tra cui la Strage di Capaci e il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo[1]. Ha avuto condanne per omicidio multiplotraffico di drogaricettazionestrage ed è stato condannato all'ergastolo in regime carcerario di 41 bis.

Quarto figlio del mafioso Salvatore Bagarella, fratello di Antonietta Bagarella, entrò a far parte della cosca di Corleone dopo che suo fratello maggiore Calogero era diventato uno dei fedelissimi del boss Luciano Liggio e dei suoi compagni Totò Riina e Bernardo ProvenzanoCalogero venne ucciso dal boss Michele Cavataio nella strage di viale Lazio nel 1969 e Leoluca si diede alla latitanza. Nel 1972 anche l'altro fratello Giuseppe viene ucciso in carcere; nel 1974 sua sorella sposò in segreto Totò Riina[2], seguendolo nella latitanza.

Il 20 agosto del 1977 commette il suo primo omicidio "eccellente", uccidendo il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo con la complicità di Giovanni Brusca; nel 1978 partecipa all'omicidio del boss di Caltanissetta Giuseppe Di Cristina, che prima di sparare riesce a ferirlo. Nel gennaio 1979 uccide, in Viale Campania, con 6 colpi di pistola il giornalista Mario Francese, che investigava sugli affari dei Corleonesi, e in particolare, sulla costruzione della diga di Garcia.

Il 21 luglio 1979 Bagarella uccise all’interno del Bar Lux di via Francesco Paolo Di Blasi a Palermo il vice questore Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile[3], che stava indagando su di lui dopo essere riuscito a scoprire il suo nascondiglio, un appartamento in via Pecori Giraldi, da dove però Bagarella era riuscito a fuggire in tempo: all'interno dell'appartamento gli uomini del vice questore Giuliano scoprirono armi, quattro chili di eroina e documenti falsi con fotografie che ritraevano Bagarella e i suoi amici mafiosi[4]. Il 10 settembre 1979, due mesi dopo l'omicidio del commissario Giuliano, Bagarella venne arrestato a Palermo ad un posto di blocco dei Carabinieri, a cui aveva esibito documenti falsi[5].

Dopo essere stato scarcerato nel 1990, dal 1992 fu di nuovo latitante e dopo l'arresto di Riina, Bagarella prese il comando dell'ala militare di Cosa Nostra, composta da Giovanni BruscaMatteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, che era favorevole alla continuazione della cosiddetta "strategia stragista" iniziata da Riina, contrapponendosi a una fazione più moderata guidata da Bernardo Provenzano e composta da Nino GiuffrèPietro AglieriBenedetto SperaRaffaele GanciSalvatore Cancemi, Michelangelo La Barbera, i quali erano contrari alla strategia degli attentati dinamitardi[6]; infine prevalse la linea di Bagarella, che mise in minoranza Provenzano, con l'accordo che gli attentati avvenissero esclusivamente fuori dalla Sicilia. Da questo accordo scaturirono gli attentati di Milano, Roma e Firenze.[7]

Nel 1992 ricomincia a compiere delitti: è uno dei responsabili dell'omicidio dell'esattore Ignazio Salvo; uccide il boss di Alcamo Vincenzo Milazzo e la sua compagna Antonella Bonomo (la donna era incinta di 3 mesi) e il 14 settembre dello stesso anno insieme a Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano tenta di assassinare il commissario di polizia Rino Germanà ma il suo kalashnikov si inceppa e l'attentato fallisce, anche grazie alla prontezza di riflessi del commissario che riesce a sfuggire ai killer. Nel 1993 viene ufficialmente indagato come mandante della Strage di Capaci insieme a Giovanni Brusca, Domenico Ganci e Antonino Gioè[8]. Nel marzo 1995 uccide Domenico Buscetta, nipote del collaboratore Tommaso Buscetta ed è il mandante di altri omicidi tra cui quello del giovane fioraio Gaetano Buscema e del dottor Antonio Di Caro, strangolato e sciolto nell'acido.

Fu arrestato dalla DIA il 24 giugno 1995[9][10] in Corso Tukory, affollata via di Palermo che collega la Stazione Centrale al campus universitario, e sottoposto al regime di 41 bis nel carcere dell'Aquila.

Nel 1997 la Corte di cassazione conferma per Bagarella la condanna all'ergastolo per l'omicidio di Boris Giuliano[11], e conferma anche l'ergastolo per la Strage di Capaci, per la quale l'intera cupola di Cosa Nostra viene in pratica condannata[12]. Nel 2002 viene condannato all'ergastolo per l'omicidio di Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino Di Matteo, che venne strangolato e sciolto nell'acido[1]. Sempre nel 2002, durante un'udienza a Trapani alla quale Bagarella partecipa tramite videoconferenza, legge un comunicato di protesta verso il sistema del carcere duro, indirizzato al mondo politico[13].

Nonostante il regime di carcere duro, sono stati segnalati da parte sua alcuni episodi di violenza nei confronti di altri detenuti: in uno di questi, Bagarella lancia olio bollente contro un altro carcerato, un boss della 'ndrangheta minacciandolo di morte e subendo un'ulteriore condanna ad 1 anno di carcere[14]. A seguito degli episodi di violenza, viene trasferito nel carcere di Parma[14][15]. Bagarella fu condannato all'ergastolo per l'omicidio del vicebrigadiere Antonino Burrafato[16], oltre che ad un ulteriore ergastolo per l'omicidio di Salvatore Caravà[17].

Nel marzo del 2009 una sentenza della prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Palermo ha condannato, grazie alle dichiarazioni di Giovanni Brusca, all'ergastolo i capimafia Leoluca Bagarella e Giuseppe Agrigento, boss del paese in cui fu commesso il delitto per l'assassinio di Ignazio Di Giovanni, ucciso nel suo cantiere per essersi rifiutato di cedere alcuni sub-appalti che aveva ottenuto[17]. Nel luglio del 2009 subisce un'ulteriore condanna all'ergastolo, questa volta per l'omicidio avvenuto nel 1977 di Simone Lo Manto e Raimondo Mulè, uccisi per futili motivi.[18] È stato condannato anche a 30 anni di reclusione in contumacia con Totò Riina, Michele Greco e Madonia, per l'omicidio del giornalista Mario Francese da lui stesso assassinato, per il suo zelo sul lavoro.

Il 24 luglio 2012 la Procura di Palermo, sotto Antonio Ingroia e in riferimento all'indagine sulla Trattativa Stato-Mafia, ha chiesto il rinvio a giudizio di Bagarella e altri 11 indagati accusati di "concorso esterno in associazione mafiosa" e "violenza o minaccia a corpo politico dello Stato". Gli altri imputati sono i politici Calogero ManninoMarcello Dell'Utri, gli ufficiali Antonio SubranniMario Mori e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni BruscaTotò RiinaAntonino Cinà e Bernardo Provenzano, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (anche "calunnia") e l'ex ministro Nicola Mancino ("falsa testimonianza").[19] Il 20 aprile 2018, dopo 5 anni di processo, viene condannato a 28 anni di carcere.[20]

  • Leoluca Bagarella è un personaggio del film La mafia uccide solo d'estate.
  • Bagarella compare anche nella serie televisiva Furore - Il vento della speranza, serie che prende spunto dall'omonimo film.
  • La serie TV Il cacciatore ha tra i personaggi principali Leoluca Bagarella, interpretato dall'attore David Coco. Nella serie TV vengono illustrate alcune sfaccettature della vita di Bagarella rivelate dal pentito Tony Calvaruso (nel film interpretato da Paolo Briguglia). Infatti, viene ben illustrata la sua ammirazione per la cantante Ivana Spagna e il rapporto controverso con la moglie Vincenzina Marchese, morta probabilmente suicida nel marzo 1995.

Quell’incontro in trattoria con Bagarella, il mafioso che poi lo uccide. Il coinvolgimento di Leoluca Bagarella nell’esecuzione dell’omicidio di Mario Francese è stato affermato con sicurezza da Francesco Di Carlo. Lo stesso Bagarella, avendo avuto casualmente occasione di notare il giornalista nei pressi di una trattoria all’ingresso del paese di San Giuseppe Jato, disse a Giovanni Brusca che, se avesse potuto, lo avrebbe ucciso subito 

Su Domani arriva il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra.

Il diretto coinvolgimento di Leoluca Bagarella nella fase di esecuzione dell’omicidio di Mario Francese è stato affermato con sicurezza da Francesco Di Carlo, il quale ricevette precise informazioni in tal senso da Francesco Madonia, in epoca successiva alla consumazione del delitto.

Si tratta di notizie di indubbia affidabilità, che provenivano da un esponente mafioso strettamente legato al collaborante, ed inserito, insieme a lui, nel ristretto gruppo di "uomini d'onore" che erano posti a conoscenza delle questioni di maggiore rilievo e delicatezza dello schieramento “corleonese” di "Cosa Nostra".

La piena fiducia che Francesco Madonia riponeva in Francesco Di Carlo è evidenziata dal fatto che il medesimo “capo-mandamento” abbia confidato al collaborante il ruolo disimpegnato dal proprio figlio Giuseppe al fine della realizzazione dell’episodio omicidiario.

Il carattere delle conversazioni tra Francesco Madonia e Francesco Di Carlo, il loro contenuto, ed il contesto in cui esse si inserivano, appaiono sicuramente tali da escludere l’eventualità di un mendacio (eventualità, questa, che risulta priva di qualsiasi giustificazione logica).

L’attendibilità della versione dei fatti esposta dal Di Carlo è stata approfonditamente verificata, con esito indubbiamente positivo, nel paragrafo 3 del presente capitolo, in cui si è già avuto modo di sottolineare che l’evoluzione delle dichiarazioni rese dal collaborante non è ricollegabile ad adattamenti manipolatori, ma ad una sequenza di spontanei approfondimenti mnemonici, determinati da un normale processo di precisazione dei propri ricordi in ordine ad un episodio criminoso verificatosi molti anni prima.

[…] Per quanto attiene al ruolo esercitato da Leoluca Bagarella ai fini dell’attuazione del disegno omicidiario, le dichiarazioni di Francesco Di Carlo hanno trovato un riscontro particolarmente pregnante in quelle di Giovanni Brusca, il quale ha esplicitato che intorno al 1993 o 1994, lo stesso Bagarella si lamentò del fatto che Raffaele Ganci aveva incautamente messo Salvatore Cancemi (successivamente divenuto collaboratore di giustizia) al corrente di alcune vicende che erano state appositamente tenute riservate, come gli omicidi di Boris Giuliano, Piersanti Mattarella, Michele Reina e Mario Francese; in questa occasione, Leoluca Bagarella si mostrò bene informato riguardo all’omicidio di Mario Francese e lasciò comprendere chiaramente che il delitto era da addebitare alla "famiglia" di Corleone; dal tenore della conversazione, il Brusca comprese che il suo interlocutore aveva preso parte all’omicidio di Mario Francese.

UN INCONTRO CASUALE […] Il Brusca, in un successivo interrogatorio, acquisito in sede di attività integrativa di indagine, ha spontaneamente ricordato un ulteriore episodio verificatosi molti anni prima, in epoca di poco anteriore all’omicidio di Mario Francese: Leoluca Bagarella, avendo avuto casualmente occasione di notare il giornalista nei pressi di una trattoria sita all’ingresso del paese di San Giuseppe Jato, disse a Giovanni Brusca che, se avesse potuto, avrebbe ucciso subito il medesimo soggetto (usando le espressioni: «Si avissi a pistola a stu minutu mi livassi u pinseri», «Uno lo va cercando e poi se lo ritrova in mezzo…» o «Guarda, io lo vado cercando e lui me lo ritrovo qua», e «Vabbè, poi si vede»).

Si tratta di frasi che denotano inequivocabilmente la preordinata assunzione, da parte di Leoluca Bagarella, del ruolo di esecutore materiale del progettato omicidio, e la precedente attività da lui svolta al fine di rintracciare la vittima designata.

Il racconto del Brusca, oltre ad essere caratterizzato dalla più completa genuinità, appare corroborato da un preciso riscontro estrinseco (l’articolo di Salvatore Scimè, pubblicato sul "Giornale di Sicilia" del 28 gennaio 1979, sopra riportato), che evidenzia come Mario Francese si sia recato, in compagnia di un collega, in una trattoria di San Giuseppe Jato proprio nel periodo menzionato dal collaborante; e non si vede come il Brusca avrebbe potuto essere a conoscenza di un simile dettaglio, e rammentarlo senza alcuna specifica sollecitazione dopo oltre vent’anni, se non avesse avuto occasione di constatare la presenza del giornalista, e di fermare la sua attenzione su di lui, assumendo un atteggiamento psicologico che appare chiaramente motivato dalle frasi profferite in tale circostanza dall’esponente mafioso che lo accompagnava.

Deve quindi rilevarsi che le dichiarazioni del Di Carlo e del Brusca, intrinsecamente attendibili e del tutto autonome, si riscontrano reciprocamente in ordine all’assunzione, da parte di Leoluca Bagarella, del ruolo di esecutore materiale dell’omicidio di Mario Francese.

Tale conclusione è, del resto, pienamente coerente con i restanti elementi di convincimento acquisiti. Si è già avuto modo di osservare come Leoluca Bagarella, nel periodo in esame, svolgesse stabilmente il compito di killer per conto del cognato Salvatore Riina, il quale già da alcuni anni aveva maturato il proposito di uccidere Mario Francese ed, una volta resosi conto di disporre del sicuro consenso della "Commissione", formulò la relativa proposta.

FRANCESE AVEVA SCRITTO TANTO DI BAGARELLA. Va inoltre osservato che, tra gli esponenti di "Cosa Nostra", i più interessati all’eliminazione di Mario Francese erano i corleonesi, proprio per gli articoli che egli aveva scritto in ordine alla diga Garcia e all’omicidio del colonnello Russo. E le circostanze evidenziate dal giornalista in merito a quest’ultima vicenda erano sicuramente in grado di fornire significativi spunti in ordine all’identità di uno dei sicari dell’ufficiale con il soggetto che aveva commesso l’omicidio di Giovanni Palazzo, su cui potevano essere raccolti significativi elementi di prova a carico del Bagarella. E’ ovvio, pertanto, che l’attività giornalistica, non solo pregressa, ma anche futura, di Mario Francese costituiva un rilevante pericolo per il Bagarella; e non è un caso che il giornalista sia stato eliminato mentre era in corso un elaborato tentativo di sviamento delle indagini sull’omicidio del colonnello Russo, al fine di addossarne la responsabilità a soggetti diversi dal Bagarella.

E’, poi, appena il caso di ricordare i numerosissimi articoli in cui Mario Francese aveva messo in risalto la pericolosa personalità criminale del Bagarella.

Per completezza, deve aggiungersi che la descrizione del killer di Mario Francese, compiuta dalla testimone oculare Ester Mangiarotti (la quale ebbe la possibilità di percepirne con chiarezza l’aspetto e l’atteggiamento), è palesemente compatibile con le sembianze di Leoluca Bagarella.

Per le considerazioni che precedono, deve ritenersi inequivocabilmente accertato che Leoluca Bagarella partecipò all’esecuzione dell’omicidio di Mario Francese. […].

La sentenza in questione è quella della Corte di Assise di Palermo, presidente Leonardo Guarnotta, contro Salvatore Riina +9.   DOMANI 23.2.2021

 

 

Note

  1. ^ a b
  2. ^ "Sugnu ' ca, Luchinu" , così Riina accoglie il cognato Leoluca Bagarella - Corriere della Sera 5 luglio 1995
  3. ^ Boris Giuliano - Ansa.it
  4. ^ Quella P38 dietro l'omicidio Giuliano | Articoli Arretrati Archiviato il 2 agosto 2014 in Internet Archive.
  5. ^ Così era diventato il "numero uno" ma per molti "non aveva la testa"
  6. ^ I pentiti del terzo millennio | Articoli Arretrati Archiviato il 19 ottobre 2013 in Internet Archive.
  7. ^ http://www.parlamento.it/application/xmanager/projects/parlamento/Reso.steno.26.3.2012Int..pdf
  8. ^ Dieci anni fa moriva Falcone, giudice scomodo - Corriere della Sera.it
  9. ^ Arrestato Bagarella, l'erede di Riina
  10. ^ Dal sito del Ministero dell'interno, sezione DIA
  11. ^ 
  12. ^ Author: ANSA, Giovanni Falcone, su www.ansa.it. URL consultato il 21 aprile 2018.
  13. ^ 
  14. ^ a b Bagarella, olio bollente su un detenuto - Corriera della Sera 13/7/2008
  15. ^ Il boss Bagarella trasferito al carcere di Parma
  16. ^ Morto per aver negato privilegi a Leoluca Bagarella . In quattro a giudizio per il delitto del vicebrigadiere Burrafato
  17. ^ a b Condannati Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca Archiviato il 19 luglio 2009 in Internet Archive.
  18. ^ Uno sgarbo, poi il duplice omicidio: nuovo ergastolo per Leoluca Bagarella « Quotidiano Sicilia | Cronaca Sicilia | Notizie, attualità e politica siciliana – Live Sicilia
  19. ^ Trattativa, la Procura chiede il rinvio a giudizio: processo per Riina, Provenzano e Mancino. Repubblica. Cronaca. 24 luglio 2012.
  20. ^ Trattativa Stato-mafia, condannati Mori, De Donno, Dell'Utri e Bagarella. Assolto Mancino, in Repubblica.it, 20 aprile 2018. URL consultato il 20 aprile 2018.

Voci correlate

A CURA DI CLAUDIO RAMACCINI DIRETTORE CENTRO STUDI SOCIALI CONTRO LE MAFIE - PROGETTO SAN FRANCESCO

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