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Leonardo Messina

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 LEONARDO MESSINA, NARDUZZO

Leonardo Messina nato San Cataldo il 22 settembre 195  mafioso e collaboratore di giustiziaha contribuito all'arresto di 200 mafiosi collaborando con il giudice Paolo BorsellinoSoprannominato "Narduzzo", già a 23 anni fu condannato a 4 anni per furto. Diventato uomo d'onore, fu uomo di fiducia di Giuseppe Madonia, e venne spesso incarcerato per vari reati. Rimase comunque a lavorare in una miniera fino al 1984 quando venne accusato di essere il mandante di un omicidio, accusa dalla quale venne assolto nel 1991. Tornato a svolgere la routine mafiosa (tra traffico di droga e agguati ad altri uomini d'onore) fu arrestato nel 1992 e iniziò a collaborare con la giustizia: grazie al suo contributo Paolo Borsellino mise in atto l'Operazione Leopardo che mise in carcere 200 mafiosi. L'operazione Leopardo fu coordinata da Giovanni Tinebra, Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta, operazione fatta nel mese di novembre del 1992, 4 mesi dopo la morte di Paolo Borsellino. Fu il primo a nominare mafioso l'onorevole Giulio Andreotti e la Stidda, concorrente di Cosa Nostra nella Sicilia meridionale. Era inserito sin dallaprile del 1982 nella qualità di uomo donore” nella famiglia” mafiosa di S. Cataldo di COSA NOSTRA, nella quale prima di lui avevano militato da varie generazioni i suoi ascendenti per linea paterna e materna, ad eccezione del padre. Aveva raggiunto nellambito di tale famiglia” la carica di capodecina e poi di vice rappresentante ed aveva avuto stretti rapporti personali con i più autorevoli esponenti di COSA NOSTRA delle provincie di Caltanissetta, Agrigento ed Enna, anche se le persone cui era maggiormente legato si erano trovate in contrasto con la linea di MADONIA Giuseppe, rappresentante della provincia di Caltanissetta.  Sottoposto a fermo a Como nellaprile del 1992 per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso e traffico di armi, nel giugno dello stesso anno iniziò a collaborare con lA.G., facendo luce su varie vicende criminali che avevano interessato COSA NOSTRA sia allinterno della provincia nissena che in ambito territoriale più vasto. Sulla base degli elementi disponibili appare ragionevole ritenere che la scelta collaborativa del MESSINA non sia stata determinata in misura prevalente dallintento di avvalersi dei benefici premiali, atteso che egli non era indagato per reati della gravità di quelli di cui si è spontaneamente accusato, tra i quali alcuni omicidi. Piuttosto può sostenersi che abbiano influito notevolmente sul collaborante le vicende interne al suo sodalizio mafioso, che gli avevano fatto sperimentare in modo assai pesante, con la perdita di amici a cui era assai legato e con le stesse critiche che gli erano state mosse dallinterno, le conseguenze della fitta trama di congiure e complotti che si nasconde sotto il velo ufficiale della solidarietà del gruppo mafioso. La stessa uccisione di MICCICHE’ Liborio, esponente di spicco di COSA NOSTRA nellEnnese, avvenuta a Pietraperzia tredici giorni prima dellarresto del MESSINA per opera dello stesso sodalizio mafioso anziché di rivali esterni, doveva aver accentuato la crisi di questultimo ed averlo indotto a ritenere che non fosse il caso di sacrificare la propria libertà personale, dopo lesperienza già fatta nel 1984/85, sullaltare di una solidarietà criminale che probabilmente non avrebbe sottratto neanche lui al concreto pericolo di vita.  Si è sostenuto da parte di taluni difensori che il MESSINA non potesse essere a conoscenze delle vicende interne al sodalizio denominato COSA NOSTRA perché in realtà inserito nel gruppo rivale degli stiddari”, costituito da fuoriusciti della prima organizzazione. In realtà, tale tesi fa leva sulla vicinanza del MESSINA a persone che non erano allineate con la corrente dominante allinterno della provincia mafiosa nissena e gravitante intorno al MADONIA ma propone dei fatti una lettura non condivisibile alla stregua delle complessive emergenze processuali. E, invero, nellambito delle province in cui operava COSA NOSTRA non esistevano solo i gruppi che alla medesima si contrapponevano, spesso costituiti da ex affiliati a questultima associazione, bensì anche fazioni che dallinterno di essa cercavano in modo più o meno occulto di opporsi allegemonia della corrente filocorleonese, che nelle varie province aveva assunto non senza contrasti il controllo delle famiglie” mafiose, forte dellappoggio della provincia di Palermo, in cui i corleonesi avevano lassoluto predominio. Gli omicidi di taluni esponenti di spicco delle provincia di Agrigento, come ad esempio quello di COLLETTI Carmelo, del quale hanno riferito nel presente processo vari collaboratori in modo uniforme, riconducendolo ad elementi interni a COSA NOSTRA di quella provincia, puniti per tale iniziativa adottata senza lintervento dellorganismo interprovinciale, o quello dello stesso MICCICHE’ Liborio della provincia ennese, costituiscono solo alcuni degli esempi dei contrasti esistenti allinterno di COSA NOSTRA nelle varie province. Da tali contrasti non era certamente immune la provincia di Caltanissetta, dove storicamente aveva ricoperto un ruolo di preminenza DI CRISTINA Giuseppe, legato alle correnti palermitane anticorleonesi dei BONTATE e degli INZERILLO e strenuo oppositore del ruolo egemonico che stava assumendo il RIINA allinterno di COSA NOSTRA dietro il paravento di GRECO Michele, formalmente capo della commissione provinciale di Palermo, nonché di quella regionale dopo CALDERONE Giuseppe, ma in realtà succube del RIINA. Questultimo anche allinterno dello stesso mandamento di Ciaculli, in cui il GRECO era inserito, aveva potuto contare per lungo tempo sullappoggio determinante di uno spietato esecutore dei più orrendi misfatti decisi dal RIINA quale GRECO Giuseppe, inteso Pino scarpuzzedda” o scarpa”. Il DI CRISTINA aveva finito per pagare con la vita questa sua contrapposizione allegemonia corleonese, essendo stato ucciso a Palermo il 30 maggio 1978, ma allinterno della sua provincia erano molti i personaggi anche di spicco che gli erano rimasti legati e che non avevano gradito lavvento al potere del filocorleonese MADONIA Giuseppe, figlio del boss mafioso di Vallelunga MADONIA Francesco, ucciso per iniziativa del DI CRISTINA l8 aprile 1978, dopo che questultimo era scampato ad un primo attentato ai suoi danni nel quale avevano perso la vita il 21 novembre 1977 DI FEDE Giuseppe e NAPOLITANO Carlo, compagni di lavoro del DI CRISTINA. Non tutti coloro che erano vicini al DI CRISTINA avevano scelto, come il RIGGIO, la strada delluscita da COSA NOSTRA e della formazione di gruppi contrapposti, riconducibili alla denominazione degli stiddari”, in quanto altri avevano preferito rimanere allinterno delle famiglie” di appartenenza, come i CALI’ (legati al MESSINA da vincoli di parentela) di San Cataldo, paese questo in cui la base degli uomini donore” che costituivano quella famiglia” non era affatto devota al Madonia e, infatti, aveva preferito eleggere come capodecina il MESSINA per meglio controllare il rappresentante della famiglia”, più vicino invece al MADONIA. Né era casuale il fatto che dopo lomicidio di TERMINIO Nicolò, avvenuto poco prima dellaffiliazione del MESSINA a COSA NOSTRA, il mandamento, che prima era retto dalla famiglia” di San Cataldo, fosse stato assegnato a quella di Mussomeli, ritenuta più controllabile dal MADONIA e che in epoca ancora successiva la famiglia” di San Cataldo ebbe a transitare nel mandamento retto dalla famiglia” di Vallelunga. A differenza dei CALI’ il MESSINA aveva però saputo evitare aperti contrasti col MADONIA, che aveva quindi preferito tenerlo vicino per non esasperare il conflitto con gli uomini donore” di San Cataldo. Il MESSINA era, quindi, certamente in condizione di conoscere nel dettaglio le vicende interne di COSA NOSTRA della provincia di Caltanissetta e di quelle limitrofe e le sue circostanziate dichiarazioni in tal senso hanno già superato positivamente il vaglio del giudizio di primo e secondo grado nel processo Leopardo”, nei confronti di affiliati alle famiglie” di quella provincia, almeno nei casi in cui è stato possibile acquisire dei riscontri esterni, in mancanza dei quali le sole dichiarazioni del chiamante in correità, pur se intrinsecamente attendibili, non possono supportare unaffermazione di responsabilità, secondo i criteri di valutazione della prova già sopra evidenziati. Nel presente processo sono state anche acquisite le dichiarazioni rese dal MESSINA alludienza del 24.2.1996 nel giudizio di primo grado per la strage di Capaci ed il suo contributo deve ritenersi rilevante per quanto concerne la conoscenza dellorganigramma mafioso della provincia nissena ed i rapporti tra questa provincia e le altre in cui operava COSA NOSTRA - intrattenuti anche mediante quellorganismo di raccordo costituito dalla commissione regionale - hanno trovato la conferma di altre convergenti dichiarazioni. Per quanto poi riguarda le dichiarazioni del MESSINA sulla riunione tenutasi in provincia di Enna nel febbraio del 1992, si rinvia alla trattazione svolta nella sede specifica.

Trattativa Stato-mafia, Leonardo Messina: “Borsellino mi disse che era arrivata la sua ora”   In udienza il collaboratore di giustizia parla anche di Giulio Andreotti definendolo “punciutu” “La mia crisi è anche di tipo morale nonostante già mio nonno e molti parenti fossero uomini d’onore non mi riconosco più nell’organizzazione e quando ho sentito in televisione la vedova dell’agente di scorta, Vito Schifani, parlare e pregare gli uomini della mafia, le sue parole mi hanno colpito come macigni e ho deciso di uscire da questa organizzazione nell’unico modo che è possibile, cioè collaborando con la giustizia”. Era il 30 giugno 1992 quando Leonardo Messina rilasciava queste dichiarazioni ai pm di Palermo che lo stavano interrogando. Nei giorni successivi lo stesso Messina aveva chiesto di essere sentito direttamente da Paolo Borsellino. E così era stato. “Borsellino mi disse: a noi serve solo la verità, non le congetture o i pensieri. E così ho iniziato a collaborare parlando per ore mentre lui mi stava ad ascoltare”. Ed è esattamente ricordando quell’ultimo interrogatorio del 17 luglio 1992, appena due giorni prima della strage di via D’Amelio, che lo stesso “Narduzzo” ha fatto rivivere in aula la tensione del giudice dei giorni prima della strage. “Quel giorno – ha raccontato il collaboratore durante l’udienza al processo sulla trattativa – il dottore Borsellino era molto nervoso, fumava in continuazione. Accese un’altra sigaretta e prima di andare via mi disse: ‘signor Messina, non ci vediamo più, è arrivata la mia ora. Non c’è più tempo, la saluto’. Sapeva di morire…”. Seduto tra i banchi c’era anche il fratello del giudice, Salvatore Borsellino. Nel sentire quelle parole è rimasto assorto nei suoi pensieri. L’immagine di Paolo Borsellino che, con piena consapevolezza, affronta la morte ha preso forma.

 

Paolo Borsellino interroga Leonardo Messina  POST >  30 giugno 1992,…  Leonardo Messina, mafioso e uomo di fiducia del boss Giuseppe Madonia, ha deciso di diventare un collaboratore di giustizia. Sono le 12,30 quando il dottor Paolo Borsellino e il dottor Antonio Manganelli, della Polizia di Stato, lo incontrano a Roma, presso un domicilio protetto È il 30 giugno 1992. Sono trascorse cinque settimane dalla strage di Capaci. Leonardo Messina, mafioso e uomo di fiducia del boss Giuseppe Madonia, ha deciso di diventare un collaboratore di giustizia. Sono le 12,30 quando, il dottor Paolo Borsellino e il dottor Antonio Manganelli della Polizia di Stato, incontrano Messina a Roma, presso un domicilio protetto. “Signor giudice quei due delitti, la morte di Salvo Lima e di Giovanni Falcone, sono stati decisi in quella riunione, sono anelli di un’ unica strategia. La commissione interprovinciale, quella che noi chiamiamo Regione, non si riunisce per niente, si riunisce soltanto per decidere cose di gravità eccezionale. Solo adesso ho capito, signor giudice: ad Enna, in quel giorno di febbraio, hanno deciso tutto. Solo ora sono in grado di mettere insieme cose diverse, solo ora ho capito. Ascolti, le voglio raccontare tutto”. Il dottor Borsellino interrompe Messina. Vuole capire la sua storia all’interno dell’organizzazione, le sue motivazioni alla collaborazione prima di continuare l’interrogatorio. Messina inizia a raccontarsi. Dopo una breve pausa per il pranzo, verso le 16, l’interrogatorio riprende. “Già sapevo, signor giudice, che i rapporti della famiglia di Caltanissetta con i siracusani, che non sono uomini d’ onore, erano stretti, ma non pensavo quanto stretti. C’era uno della nostra famiglia, uno che faceva il macellaio – Vincenzo Burcheri (ndr) – che avevamo posato. Che significa? Significa che era stato sostanzialmente emarginato dalla famiglia, nessuno gli diceva più niente, nessuno lo prendeva più in considerazione. Poi d’improvviso vedo che uno dei consiglieri di Piddu Madonia comincia a frequentare la macelleria di Burcheri. Che cosa stava succedendo? Vengo a sapere che Piddu aveva deciso di tenere di nuovo in conto il macellaio perché aveva in mano i siracusani e che noi utilizzavamo i siracusani per compiere dei delitti nella nostra zona. Poi, vengo arrestato. Nel carcere di Caltanissetta Giuseppe Di Benedetto mi confermò questi buoni rapporti. Mi disse che il capomandamento di Riesi, Pino Cammarata, uomo fidatissimo di Piddu, e Cataldo Terminio, che era un soldato della mia famiglia e anche consigliere provinciale di Caltanissetta, avevano chiesto ai siracusani due telecomandi. Sì, due telecomandi per esplosivo. Questi telecomandi, mi fu detto, erano stato procurati da Agostino Urso. Sì, quello che hanno ucciso due giorni fa. Cammarata e Terminio avevano contattato Urso attraverso Valentino Salafia, fratello di Nunzio Salafia”. Il dottor Borsellino conosce bene tutte le persone indicate da Messina. “Ma è quello che è successo, in carcere, dopo la strage di Capaci che mi ha dato la certezza che quei due telecomandi erano serviti per far saltare in aria il dottor Falcone. La sera di quel 23 maggio, appena in carcere sapemmo della morte di Falcone, ci fu come un boato. Ci furono grida di gioia. Esultavano tutti. Furono proprio gli uomini d’onore di Cosa Nostra a intervenire per calmare i più agitati, per calmare quella gioia. Volevamo evitare provvedimenti disciplinari, tutto qui. Ce ne volevamo stare tranquilli. Tutto qui. Quando tornò la calma, nella mia cella, erano sei gli uomini d’onore, brindammo. Ricordo che c’erano Emanuele Argenti, il figlio di Guido, Maurizio Argenti. Poi uscimmo nel corridoio che si attraversa per andare all’aria. Mi venne incontro Giuseppe Di Benedetto. Mi abbracciò per congratularsi, mi baciò. Pensava che l’attentato a Falcone fosse stato commesso utilizzando quei telecomandi e con il concorso della mia famiglia. Quel Di Benedetto la sapeva lunga, aveva notizie di prima mano perché era in cella con un altro Agostino Urso, il cugino di quell’ Agostino Urso ucciso al Sayonara. E d’altronde non mi meravigliai che i siracusani avessero dei telecomandi, dispongono di un gran quantitativo d’ armi, hanno anche tre bazooka“. Grazie alle dichiarazioni di Leonardo Messina, il dottor Paolo Borsellino riuscì a metter in atto l’Operazione Leopardo, che portò in carcere oltre duecento mafiosi. L’Operazione Leopardo fu coordinata da Giovanni Tinebra, Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta, e fu attuata nel mese di novembre del 1992, 4 mesi dopo la strage di via d’Amelio nella quale morirono il dottor Paolo Borsellino e la sua scorta.


 La potenza di Cosa Nostra nel nisseno La deposizione di Leonardo Messina si è protratta attraverso un excursus storico che ha aperto uno spaccato importantissimo sulla potenza della mafia del nisseno. “Sono uomo d’onore che ha giurato due volte, la prima da uomo d’onore riservato con Luigi Calì, successivamente c’è stata una guerra di mafia, mi hanno richiamato e ho dovuto giurare pubblicamente con la famiglia San Cataldo nel 1982”. “Dall’82 fino a quando ho collaborato con la giustizia ho rivestito degli incarichi in Cosa Nostra a Caltanissetta. Nel 1985 fui nominato sotto capo”, sottolinea ulteriormente. Nel suo racconto c’è pure un aspetto legato alla sua prima relazione sentimentale. “Sono nato e cresciuto nell’ambiente di Cosa Nostra, in particolare con gli uomini d’onore di Caltanissetta.  Quando mi sono sposato nel 1978 abbiamo fatto con mia moglie un giuramento in chiesa, davanti a Dio, in cui abbiamo giurato di onorare la mafia tutta la vita”. Proseguendo nella sua deposizione l’ex boss ha ricordato di aver vissuto “il trapasso tra la vecchia Cosa Nostra e quella voluta dai corleonesi. Ho assistito al cambiamento – ha specificato – e alla distruzione di Cosa Nostra”.


Andreotti “punciutu”  Nel racconto del collaboratore di giustizia è stata ulteriormente approfondita la reazione dei boss mafiosi in merito alla Corte di Cassazione che doveva occuparsi del Maxi processo. “In Cosa Nostra – ha sottolineato Messina –, durante il Maxi processo veniva detto che tutto si sarebbe ridotto in una bolla di sapone. Non ci sarebbero state grandi condanne e tutto sarebbe andato bene”. “Ci veniva detto – ha proseguito – che in Cassazione avrebbero buttato tutto giù. Si riteneva che sarebbe finito in barzelletta. Lillo Rinaldi, che frequentava Piddu Madonia, disse che Andreotti era ‘punciutu’ (punto, cioè affiliato formalmente, ndr), mentre c’era chi diceva che Andreotti fosse il figlio di un Papa”. “Salvo Lima e Andreotti – ha quindi ribadito il collaboratore – erano i politici che dovevano garantire tutto questo e che poi il maxi processo sarebbe stato assegnato al giudice Carnevale in Cassazione e non ci sarebbero stati problemi”. “L’ottimismo cessa quando i politici si allontanano e non riescono a far assegnare il processo al giudice Carnevale – ha spiegato successivamente Messina –. Iniziano le recriminazioni di Cosa Nostra nei confronti del vertice politico nazionale. C’è stato un momento in cui in Cosa Nostra fu deciso di non votare per la Democrazia cristiana ma per i socialisti”. “Io – ha aggiunto – ho ricevuto l’ordine preciso di votare e far votare per i socialisti. L’onorevole Martelli quando è arrivato al potere, scavalcando l’ala craxiana, non ha mantenuto i patti. Io non partecipavo alle riunioni ma venivo messo a conoscenza delle decisioni prese”, ha quindi evidenziato.

L’ombra della Lega  “Io ero con Borino Miccichè – ha proseguito Messina – e altri uomini d’onore e mi è stato detto chiaramente, tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, che c’era una commissione nazionale che deliberava tutte le decisioni più importanti. Una commissione in cui sedevano i rappresentanti di altre organizzazioni criminali e il cui capo era Totò Riina”. “Un giorno c’era Umberto Bossi a Catania. Dissi a Borino Miccichè: ‘questo ce l’ha con i meridionali, vado e l’ammazzo’. Mi disse di fermarmi: ‘questo è solo un pupo. L’uomo forte della Lega è Miglio (Gianfranco, ndr) che è in mano ad Andreotti’. Si sarebbe creata una Lega del Sud e la mafia si sarebbe fatta Stato”. Di tutto ciò Leonardo Messina aveva già parlato ai magistrati in quella famosa inchiesta denominata “Sistemi criminali”, successivamente archiviata, i cui fascicoli sono stati acquisiti al processo sulla trattativa Stato-mafia. Nei faldoni del 2001 c’erano già le sue dichiarazioni nelle quali l’ex uomo d’onore di San Cataldo aveva fatto riferimento a svariate riunioni tra i capi dell’organizzazione, tenutesi tra il ’91 ed il 92, nel corso delle quali discutevano proprio di un “progetto politico finalizzato alla creazione di uno Stato indipendente del Sud, all’interno di una separazione dell’Italia in tre Stati. In tal modo Cosa Nostra si sarebbe fatta Stato. Il progetto era stato concepito dalla massoneria. Lo stesso Messina aveva parlato anche di una “Lega Sud”, che sarebbe stata risposta naturale alla Lega Nord. Quest’ultima avrebbe visto proprio Gianfranco Miglio quale suo vero artefice. Dietro di lui spuntavano le ombre di Gelli e Andreotti. E proprio Miglio avrebbe poi raccontato, nel ’99, di essersi trovato a Villa Madama, a trattare di nascosto con Andreotti. Da evidenziare che molte dichiarazioni rilasciate da esponenti di diverse organizzazioni criminali, oltre Cosa Nostra, quali ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita convergono proprio su questi punti. Di fatto Cosa Nostra sembrava a tutti gli effetti intenzionata a sfruttare il successo politico della Lega Nord in modo da favorire la secessione della Sicilia e delle regioni meridionali in genere, con lo scopo di gestire con maggior facilità, a livello politico, gli interessi illeciti della criminalità. “Molti degli uomini d’onore, cioè quelli che riescono a diventare dei capi, appartengono alla massoneria. Questo non deve sfuggire alla Commissione, perché è nella massoneria che si possono avere i contatti totali con gli imprenditori, con le istituzioni, con gli uomini che amministrano il potere diverso da quello punitivo che ha Cosa Nostra”. Era il 14 dicembre 1992 quando Leonardo Messina rendeva queste dichiarazioni davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia. A distanza di 21 anni quelle parole sono tornate ad echeggiare in un’aula di giustizia.

Potere economico e potere punitivo  Parlando della forza della mafia l’ex boss Messina ha specificato che non ha eguali in quanto detiene “potere economico e potere punitivo”. Sugli spalti ad ascoltare attentamente erano presenti diversi studenti palermitani, alcuni dei quali del Liceo Classico Umberto I; alcuni esponenti delle Agende Rosse (anche da altre parti d’Italia) e dell’associazione studentesca ContrariaMente. Decisamente molto interessante è stato il riferimento del collaboratore di giustizia all’avvocato Raffaele Bevilacqua. Immediatamente è tornata alla memoria la recente inchiesta giudiziaria (successivamente archiviata nel 2004) sull’ex vicepresidente diessino dell’ARS, Vladimiro Crisafulli, sorpreso da un’intercettazione ambientale a parlare di politica e affari proprio con l’avvocato Bevilacqua, già rappresentante di Cosa Nostra nell’ennese, nonché ex consigliere provinciale DC. L’ennesima dimostrazione dello strettissimo connubio Mafia e politica. Del tutto inquietante l’accenno alla “nave piena di armi” nella disponibilità di Cosa Nostra, armi che servivano ad “un sistema” per “fare la guerra”. Ed è proprio nei confronti di quel “sistema criminale” che si continuerà a cercare di fare luce. Le prossime udienze dei giorni 11, 12 e 13 dicembre saranno dedicate all’audizione di Giovanni Brusca in trasferta a Milano. ANTIMAFIA DUEMILA di Lorenzo Baldo - 5 dicembre 2013


Corte assise Caltanissetta 26 settembre 1997 -  MESSINA Leonardo  Era inserito sin dall’aprile del 1982 nella qualità di “uomo d’onore” nella “famiglia” mafiosa di S. Cataldo di COSA NOSTRA, nella quale prima di lui avevano militato da varie generazioni i suoi ascendenti per linea paterna e materna, ad eccezione dei genitori. Aveva raggiunto nell’ambito di tale “famiglia” la carica di capodecina e di vice rappresentante ed aveva avuto stretti rapporti personali con i più autorevoli esponenti di COSA NOSTRA delle provincie di Caltanissetta, Agrigento ed Enna, anche se le persone cui era maggiormente legato si erano trovate in contrasto con la linea di MADONIA Giuseppe, rappresentante della provincia di Caltanissetta. Sottoposto a fermo a Como nell’aprile del 1992 per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso e traffico di armi, nel giugno dello stesso anno ha iniziato a collaborare con l’A.G., facendo luce su varie vicende criminali che avevano interessato COSA NOSTRA sia all’interno della provincia nissena che in ambito territoriale più vasto. Sulla base degli elementi disponibili appare ragionevole ritenere che la scelta collaborativa del MESSINA non sia stata determinata in misura prevalente dall’intento di avvalersi dei benefici premiali, atteso che egli non era indagato per gravi reati e si è, invece, autoaccusato di omicidi ed altri gravi delitti. Piuttosto può sostenersi che abbiano influito notevolmente sul collaborante le vicende interne al suo sodalizio mafioso, che gli avevano fatto sperimentare in modo assai pesante, con la perdita di amici a cui era assai legato e con le stesse critiche che gli erano state mosse dall’interno, le conseguenze della fitta trama di congiure e complotti che si nasconde sotto il velo ufficiale della solidarietà del gruppo mafioso. La stessa uccisione di MICCICHE’ Liborio, esponente di spicco di COSA NOSTRA nell’Ennese, avvenuta a Pietraperzia tredici giorni prima dell’arresto del MESSINA per opera dello stesso sodalizio mafioso anziché di rivali esterni, doveva aver accentuato la crisi di quest’ultimo ed averlo indotto a ritenere che non fosse il caso di sacrificare la propria libertà personale, dopo l’esperienza già fatta nel 1984/85, sull’altare di una solidarietà criminale che probabilmente non avrebbe sottratto neanche lui al concreto pericolo di vita. Si è sostenuto da parte di taluni difensori che il MESSINA non potesse essere a conoscenze di vicende interne al sodalizio denominato COSA NOSTRA perché in realtà inserito nel gruppo rivale degli “stiddari”, costituito da fuoriusciti della prima organizzazione. In realtà, tale tesi fa leva sulla vicinanza del MESSINA a persone che non erano allineate con la corrente dominante all’interno della provincia mafiosa nissena e gravitante intorno al MADONIA ma propone dei fatti una lettura non condivisibile alla stregua delle complessive emergenze processuali. E, invero, nell’ambito delle province in cui operava COSA NOSTRA non esistevano solo i gruppi che alla medesima si contrapponevano, spesso costituiti da ex affiliati a quest’ultima associazione, bensì anche fazioni che dall’interno di essa cercavano in modo più o meno occulto di opporsi all’egemonia della corrente filocorleonese, che nelle varie province aveva assunto non senza contrasti il controllo delle “famiglie” mafiose, forti dell’appoggio della provincia di Palermo, in cui i corleonesi avevano l’assoluto predominio. Gli omicidi di taluni esponenti di spicco delle provincia di Agrigento, come ad esempio quello di COLLETTI Carmelo, del quale hanno riferito nel presente processo vari collaboratori in modo uniforme, riconducendolo ad elementi interni a COSA NOSTRA di quella provincia, puniti per tale iniziativa adottata senza l’intervento dell’organismo interprovinciale, o quello dello stesso MICCICHE’ Liborio della provincia ennese, costituiscono solo alcuni degli esempi dei contrasti esistenti all’interno di COSA NOSTRA nelle varie province. Da tali contrasti non era certamente immune la provincia di Caltanissetta, dove storicamente aveva ricoperto un ruolo di preminenza DI CRISTINA Giuseppe, legato alle correnti palermitane anticorleonesi dei BONTATE e degli INZERILLO e strenuo oppositore del ruolo egemonico che stava assumendo il RIINA all’interno di COSA NOSTRA dietro il paravento di GRECO Michele, formalmente capo della Commissione Provinciale di Palermo e di quella Regionale, ma in realtà succube del RIINA, che anche all’interno dello stesso mandamento di Ciaculli, in cui il GRECO era inserito, aveva potuto contare per lungo tempo sull’appoggio determinante di uno spietato esecutore dei più orrendi misfatti decisi dal RIINA quale GRECO Giuseppe, inteso “Pino scarpuzzedda” o “scarpa”. Il DI CRISTINA aveva finito per pagare con la vita questa sua contrapposizione all’egemonia corleonese, essendo stato ucciso a Palermo il 30 maggio 1978, ma all’interno della sua provincia erano molti i personaggi anche di spicco che gli erano rimasti legati e che non avevano gradito l’avvento al potere del filocorleonese MADONIA Giuseppe, figlio del boss mafioso di Vallelunga MADONIA Francesco, ucciso per iniziativa del DI CRISTINA l’8 aprile 1978, dopo che quest’ultimo era scampato ad un primo attentato ai suoi danni nel quale avevano perso la vita il 21.11.1977 tali DI FEDE e NAPOLITANO, a lui vicini. Non tutti questi personaggi vicini al DI CRISTINA avevano scelto la strada dell’uscita da COSA NOSTRA e della formazione di gruppi contrapposti, riconducibili alla denominazione degli “stiddari”, in quanto altri avevano preferito ed erano riusciti a rimanere all’interno delle “famiglie” di appartenenza, come i CALI’ (legati al MESSINA da vincoli di parentela) di San Cataldo, paese questo in cui la base degli “uomini d’onore” che costituivano quella “famiglia” non era di stretta osservanza filo – Madonia e, infatti, aveva preferito eleggere come capodecina il MESSINA per meglio controllare il rappresentante della “famiglia”, più vicino al MADONIA. Né era casuale il fatto che dopo l’omicidio di TERMINIO Nicolò, avvenuto poco prima dell’affiliazione del MESSINA a COSA NOSTRA, il mandamento, che prima era retto dalla “famiglia” di San Cataldo, fosse stato assegnato a quella di Mussomeli, ritenuta più controllabile dal MADONIA e che in epoca ancora successiva la “famiglia” di San Cataldo ebbe a transitare nel mandamento retto dalla “famiglia” di Vallelunga. Il MESSINA era, pertanto, in condizione di conoscere nel dettaglio le vicende interne di COSA NOSTRA della provincia di Caltanissetta e di quelle limitrofe e le sue circostanziate dichiarazioni in tal senso hanno già superato positivamente il vaglio del giudizio di primo grado nel processo “Leopardo”, nei confronti di affiliati alle “famiglie” di quella provincia, laddove ovviamente hanno trovato il conforto di riscontri esterni, in mancanza dei quali le sole dichiarazioni del chiamante in correità, pur se intrinsecamente attendibili, non possono supportare un’affermazione di responsabilità, secondo i criteri di valutazione della prova già sopra evidenziati. Nel presente processo le dichiarazioni del MESSINA in ordine al funzionamento degli organi di vertice di COSA NOSTRA a livello regionale hanno trovato la conferma di altre convergenti dichiarazioni, mentre quelle concernenti la riunione tenutasi in provincia di Enna nel febbraio del 1992 saranno specificamente esaminate più avanti nella sede propria.

a cura di Claudio Ramaccini Direttore Centro Studi Sociali contro le mafie  Progetto San Francesco

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