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BALDUCCIO DI MAGGIO

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BALDASSARRE DI MAGGIO, DETTO BALDUCCIO

 

Baldassarre Di Maggio  nato a San Giuseppe Jato il 19 novembre 1954 e conosciuto anche come Balduccio o Baldo fu iniziato a Cosa nostra nel 1981-1982 nella famiglia mafiosa locale, comandata da Bernardo Brusca. Fu coinvolto nell'eliminazione di Rosario Riccobono e di 3 membri della famiglia di Riccobono nel novembre del 1982, durante la seconda guerra di mafia. Quando il capofamiglia di San Giuseppe Jato, Bernardo Brusca, fu arrestato e suo figlio Giovanni Brusca confinato a Linosa, Di Maggio diventò il capofamiglia, con la benedizione di Salvatore Riina. Ad ogni modo, quando Giovanni Brusca ritornò nel 1989, Di Maggio divenne una presenza scomoda che doveva essere eliminata. Riina si mosse per restaurare la pace, ma Di Maggio non si fidò e lasciò la Sicilia per salvare la sua vita.

Di Maggio fu arrestato l'8 gennaio del 1993 a Borgomanero (Novara). Ammise immediatamente di essere un "uomo d'onore", e rivelò al generale dei carabinieri Francesco Delfino importanti informazioni, utili alla cattura di Riina. Di Maggio fu portato a Palermo e nel corso della notte gli furono esibiti i filmati dei servizi di osservazione svolti dal Ros del Generale Mario Mori nei mesi e nei giorni precedenti, sino a quando non riconobbe in Antonietta Bagarella, moglie del boss nella donna che usciva dal cancello di via Bernini. Il giorno successivo accompagnò sul posto la squadra speciale dei Carabinieri (i ROS). Grazie alle rivelazioni di Balduccio Di Maggio, Riina fu arrestato il 15 gennaio 1993. Alcuni, incluso Giovanni Brusca, ammisero che Di Maggio era uno specchietto per coprire il tradimento di Bernardo Provenzano, strettissimo collaboratore di Riina.

Di Maggio dichiarò di essere stato presente ad un incontro con Giulio Andreotti dove Totò Riina baciò il sette volte premier. Affermò in una testimonianza agli inquirenti di Palermo:«Sono assolutamente certo di aver riconosciuto Giulio Andreotti, perché l'ho visto diverse volte in televisione. Ho interpretato il bacio che si scambiarono Andreotti e Riina come un gesto di rispetto» «Quando siamo entrati erano presenti l'onorevole Andreotti e l'onorevole Salvo Lima. Loro si alzarono, diedero la mano e baciarono Ignazio SalvoRiina invece salutò tutti e tre baciandoli» Andreotti smentì le accuse a suo carico, definendo Di Maggio un bugiardo. Indro Montanelli dubitò delle rivelazioni dicendo che:In accordo con le testimonianze di Di Maggio, nel settembre del 1987 avvenne un incontro nella casa di Palermo di Ignazio Salvo, accusato ufficialmente di avere contatti con Cosa nostra. Sempre Di Maggio disse:«Andreotti non bacerebbe mai i suoi bambini. La credibilità di Di Maggio è stata scossa nelle settimane finale del processo di Andreotti, quando ammise di aver ucciso un uomo sotto protezione dello Stato»

Di Maggio, durante il programma di protezione dei testimoni, tornò nella sua città natale tra il 1995 e il 1997, e cominciò la sua vendetta contro gli uomini del suo rivale Giovanni Brusca, arrestato nel 1996, nel territorio di San Giuseppe JatoAltofonte e San Cipirello, in cooperazione con altri pentiti, come Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera. Nonostante il loro pentimento, ricominciarono la loro attività criminale dovuta alle atroci vendette portate avanti dai Brusca, nei confronti dei loro familiari.I giudici della corte di appello rigettarono le testimonianze di Di Maggio sul bacio scambiato tra Riina e Andreotti.

Il 14 ottobre del 1997 Di Maggio fu arrestato nuovamente. Di Maggio dichiarò di avere incoraggiato la ricerca e la cattura di Giovanni Brusca, e l'affare creò uno scandalo in Italia e danneggiò il programma di aiuto testimoni e il processo contro Andreotti. Di Maggio ricevette un bonus per il programma di protezione di 300.000 dollari. Nel 2001 torna in carcere[1] e nell'aprile del 2002 ricevette l'ergastolo per gli omicidi commessi durante il suo periodo di programma di protezione testimoni.


Collaboratore di giustizia e killer "per proteggere gli amici" - Bufera sull'uomo che ha descritto il bacio tra Andreotti e Riina  La confessione di Balduccio: "Ho ucciso anche da pentito" Una confessione-bomba si abbatte sul processo Andreotti. Baldassare Di Maggio, il mafioso che ha descritto il bacio tra il senatore a vita e Totò Riina, ha continuato a uccidere anche dopo essere diventato un collaboratore di giustizia. "Balduccio" ha confessato che nel '96 sfuggì alla custodia delle forze dell'ordine e tornò a San Giuseppe Jato, per assassinare Giuseppe Carfì, 54 anni, uomo del superboss Giovanni Brusca. La rivelazione del controverso collaboratore di giustizia è arrivata durante il processo che si tiene nell'aula bunker del carcere di Pagliarelli, nel quale Di Maggio deve rispondere di una serie di omicidi compiuti in concorso con Santo Di Matteo e Gioacchino La Barbera, anch'essi passati poi sotto la protezione dello Stato, entrambi imputati nel processo per la strage di Capaci, che costò la vita a Giovanni Falcone, alla moglie del magistrato, Francesca Morvillo, e agli uomini della scorta. Di Maggio, che si è presentato in aula su una sedia a rotelle, molto dimagrito (soffre di una forma acuta di lombalgia), ha pronunciato però una confessione a metà. Si è rifiutato di fare i nomi di chi lo aiutò a scappare dalla scuola allievi carabinieri di Roma fino a San Giuseppe Jato. E non ha spiegato neppure chi gli fornì le armi, nonostante i suoi legali avessero anticipato una rivelazione completa. Il collaboratore ha chiarito invece il movente dell'esecuzione di Carfì, parente del boss Franco Di Carlo, avvenuta il 30 agosto di tre anni fa, sulla strada statale Poggio San Francesco-Altofonte. "Avevo paura che potesse uccidere i miei amici che già collaboravano la giustizia" ha detto ai giudici. E non ha perso occasione per rivendicare ancora una volta il proprio contributo all'arresto del superboss di Cosa Nostra Giovanni Brusca e del fratello Emanuele. E ha ribadito di avere costituito, fin dal '96, una rete di confidenti che faceva capo ad alcuni mafiosi di spicco. Di Maggio ha sentito quasi il dovere di scusarsi con i giudici per quei delitti compiuti da pentito, ma ha detto, quasi con orgoglio: "E' giusto che voi ed il popolo siciliano ed italiano sappiate quello che Di Maggio ha fatto, perchè se io non avessi parlato ci sarebbero stati attentati a magistrati ed altro. Nessuno avrebbe avuto il coraggio di affrontare una storia simile, io l' ho fatto senza avere condanne, stavo tanto bene con mia moglie ed i bambini. Lo Stato mi passava uno stipendio, stavo bene, chi me lo faceva fare? Venivo da una storia massacrante e dovevo tornare a massacrarmi?". Il movente del suo ultimo omicidio Di Maggio lo spiega facendo appello all'amicizia che lo legava ai suoi compagni di pentimento: "Mi chiamarono al telefono e mi dissero: 'noi ti abbiamo dato una mano e ci stanno facendo la pelle a tutti, ad uno ad uno, tu sei in dovere di aiutarci'. Per la mia dignità mi sentivo di aiutarli, perchè non potevo lasciarli da soli. Ho dunque sentito il dovere di scendere in Sicilia, andare ad Altofonte e sparare a Carfì, e mi sono messo a disposizione per qualsiasi cosa". Non è la prima volta che un uomo di Cosa Nostra torna a uccidere anche da pentito. Tra i casi che finora avevano fatto maggior clamore c'è quello di Sebastiano Ferone, catanese, che sfuggì alla protezione per andare ad ammazzare la moglie del nemico giurato, Nitto Santapaola. Mai però un mafioso del livello di Di Maggio, coinvolto nel più importante processo sui rapporti tra mafia e politica, aveva confessato di essere stato un collaboratore a due facce. A disposizione della giustizia un giorno, killer il giorno dopo. (4 ottobre 1999 La Repubblica)


GENERALE, PARLERO' ... SONO L' AUTISTA DI RIINA' "Dite al generale Delfino che sono un uomo morto, ma che sono anche un uomo d' onore. Vogliono ammazzarmi, ma mi fido solo di lui e posso raccontare molte cose. Voglio parlargli...". E' il mattino di sabato 9 gennaio e la comunicazione arriva nell' ufficio torinese del generale Francesco Delfino, comandante della Regione Piemonte dei carabinieri. Per Totò Riina, per quella sua feroce leggenda di "imprendibile" di Cosa Nostra, è l' inizio della fine. Delfino parte in auto, diretto a Novara. Lì, in una caserma dei carabinieri, lo aspetta Baldassarre Di Maggio, 39 anni, di San Giuseppe Jato (Palermo) un volto e un nome sconosciuti per le cronache di mafia, ma anche per quelle della malavita comune. E' un insospettabile, un incensurato "senza storia". Ma appena incontra Delfino, comincia a disegnare uno scenario che è subito sensazionale: "Io sono l' autista di Totò Riina, io lo accompagnavo a Palermo, in Piemonte, in Lombardia. Io lo seguivo nei suoi viaggi in Germania. Mi ricordo di lei, di quando era a Palermo come vicecomandante della Legione Carabinieri. Adesso, però, quelli della famiglia di San Giuseppe Jato (la più vicina a Totò Riina, n.d.r.) mi hanno condannato a morte e io sono qui. Ma vi posso dire dov' è lui". Il racconto, il lungo racconto del primo grande "pentito" di mafia incensurato e insospettabile, prosegue poco dopo attorno a un tavolo. Ma perché Di Maggio è a Novara? Qui la ricostruzione diventa più difficile. Si comincia a scavare negli archivi e si scopre una flebile traccia. Baldassarre "Balduccio" Di Maggio era davvero incensurato, ma soltanto sino al 17 novembre 1992. Quel giorno, la procura di Caltanissetta fa scattare l' "operazione Leopardo", nata dalle confessioni di Leonardo Messina. Nel lungo elenco degli ordini di cattura c' è anche il suo nome. I magistrati lo definiscono come "un avvicinato alla famiglia di San Giuseppe Jato, collegato a Brusca Giovanni, figlio del capofamiglia Bernardo, di mestiere carrozziere ed ex imprenditore edile. Senza precedenti penali ma proposto per la diffida, viste le sue frequentazioni, nell' 82 e nel ' 90". In concomitanza con il blitz, "Balduccio" fugge al Nord dove era già stato tante volte, al seguito proprio del suo "capo". Scappa ai carabinieri, ma soprattutto ai killer. Poco tempo prima infatti, è passato direttamente al servizio di Riina, il boss dei boss che naturalmente "controlla" anche i Brusca. Ma nel frattempo nascono dissapori e qualcuno decide di farla pagare "a chi ha sbandato". Di Maggio si rifugia prima a Viggiù (Varese) e poi a Borgomanero (Novara) dove entra in contatto con altri "uomini d' onore" che, però, sono seguiti dagli inquirenti. Quella nuova presenza non sfugge ai carabinieri che decidono di fermarlo: "Un fermo con poche speranze. Era incensurato, sembrava destinato ad andarsene dopo mezz' ora e con tante scuse...". Una pistola calibro 9 Siamo a venerdì 8 gennaio, una settimana fa. Nell' alloggio dove l' uomo d' onore si è rifugiato, i carabinieri trovano una pistola calibro 9 e due caricatori. Finisce nel carcere di Novara e l' accusa è di "detenzione abusiva di armi". Le cronache locali liquidano tutto come un arresto nell' ambito di "una normale operazione di controllo". Ma non è così. Baldassarre Di Maggio compie la scelta della sua vita. Capisce che può trovare la protezione cercata invano in tutti quei mesi. Fa chiamare Delfino e poi incomincia a parlare. Chiede assicurazioni su una libertà futura, forse chiede anche denaro: "Molto, una somma ingentissima...". Forse miliardi. Le prime parole, però, sono per Riina. Sul tavolo compare un foglio, poi una matita e le mani di Baldassarre cominciano a disegnare gli incerti contorni di un quartiere di Palermo, il "regno" del boss. Ecco una croce per indicare il covo, ecco viale della Regione Siciliana: "Sì, qui potrete prenderlo, di mattina. Proprio qui". Ecco un numero di targa e un tipo di auto: "Una Citroen, quella di Totò". Il rapporto con Francesco Delfino è subito vincente. Il generale, calabrese, 56 anni, è figlio del mitico maresciallo Giuseppe Delfino, detto "massaro Peppe", immortalato da Corrado Alvaro nei suoi racconti e scopritore del primo codice segreto della ' ndrangheta dell' Aspromonte. Quando era ancora capitano, nel 1974, sferrò un durissimo colpo contro i neofascisti a Brescia, catturando Carlo Fumagalli. Alla fine degli Anni Ottanta, con le stellette di colonnello, è nominato vice comandante della Legione di Palermo. Ma la sua permanenza in Sicilia dura poco, cinque mesi, durante i quali però trova il tempo di occuparsi di Salvo Lima. L' alto ufficiale, dopo aver ascoltato Di Maggio, capisce che non si può più indugiare. Si avverte Torino, dove il caso vuole che ci sia proprio il nuovo procuratore capo di Palermo, Gian Carlo Caselli, nominato il 17 dicembre. Delfino lo conosce sin dai tempi del terrorismo, quando l' ufficiale collaborava a Milano con Carlo Alberto Dalla Chiesa: "Venga subito, è la pista buona". Lunedì scorso, di sera e sempre a Novara, Baldassarre Di Maggio comincia a dettare il suo verbale davanti al magistrato e a un avvocato torinese, già difensore di un superpentito catanese. Ridisegna ancora il grafico che sarà usato per catturare Riina. Nasce il primo interrogativo inquietante per gli inquirenti. Perché parla? Lo manovra qualcuno che vuole "fottere" il boss dei boss? I dubbi durano poco, perché Di Maggio racconta subito ben altro: "Quindici anni di storia mafiosa aggiornati sino a dieci giorni fa. Nomi di politici, colletti bianchi, boss e killer. Almeno duecento nomi per futuri arresti, tutta gente da assicurare alla giustizia... Nessuna verità ascoltata da altri, ma tutti fatti ai quali ha preso parte in prima persona". Trentadue delitti in un solo giorno Le domande più pressanti riguardano quei due nomi-simbolo, quelle due stragi "colombiane" con l' esplosivo: Falcone e Borsellino. Di Maggio parla ancora, ma questa volta nulla trapela: il segreto è assoluto. Poi una rivelazione terribile e assurda nella sua enormità: "Un giorno la mafia ha ucciso 32 persone nello stesso giorno. I cadaveri sono stati distrutti...". Attimi di incredulità, ma il "pentito" continua e fornisce riscontri, indicazioni precise, quasi tutte già accertate. "Balduccio" dice il vero. Molti fogli bianchi si riempiono adesso delle notizie più attese: "Una mappa completa della mafia siciliana aggiornata all' 8 gennaio 1993. L' elenco delle famiglie, i nuovi capi, i killer e, soprattutto, gli affiliati insospettabili con riferimenti anche al mondo politico". Per il momento, è la fine. Caselli si mette all' opera e contatta Palermo. I Ros dei carabinieri raccolgono le informazioni su Riina che esaltano il lavoro già compiuto nei mesi scorsi. Si prepara la trappola per il superlatitante. Intanto le notizie giungono anche a Luciano Violante, presidente della commissione Antimafia che segue passo per passo il percorso del "pentimento" di Di Maggio. Venerdì mattina, alle 8.10, l' "operazione belva" va in porto. Baldassarre Di Maggio, però, non è più a Novara, ma in una camera di sicurezza della caserma "Bergia" di Torino dove continua il suo racconto, aggiungendo particolari, precisando nomi e fatti. E ogni tanto ripete le prime frasi del suo "pentimento": "Sono incensurato ma divenni un uomo d' onore. Mi bucarono un dito facendo scendere il sangue. Poi raccolsi le due mani e cominciarono a bruciare l' immagine della Vergine. E io dovevo ripetere: ' ' Possano le mie carni bruciare come questa carta santa se io tradirò...' ' ". di ETTORE BOFFANO e ALBERTO CUSTODERO La Repubblica 17.1.1993


Stato-mafia: così Baldassarre Di Maggio disegnò il rifugio di Riina Che notte straordinaria. Che sinfonia quella che Baldassarre Di Maggio suona di getto fino all'alba di quel 9 gennaio 1993. Un sabato italiano che pare un sogno. Ricordi, racconti, organigrammi, nomi. Se serve, anche uno schizzo a penna. Una pianta, una freccia, indicazioni di percorso. E poi il crescendo, che infiamma la platea d'intenditori riunita in una stanza del Nucleo operativo del Comando dei carabinieri di Novara. Quattordici intenditori, vestiti di nero: quel mastino del generale Francesco Delfino e tredici dei suoi ufficiali e sottufficiali. Tra loro, anche i militari che hanno beccato da poco Balduccio a Borgomanero, con una pistola e un giubbotto antiproiettile. Musica, dunque. "Confermo che Totò Riina ha sempre utilizzato il cognome di Tamburello e possiede documenti intestati a tale cognome. Non ricordo il nome, ma so per certo che si spaccia per dottore o avvocato...".  Non ci sono volute troppe ore di trattativa per convincere Balduccio a raccontare ciò che sa. Anche perché - lo spiegherà lui stesso - mettersi nelle mani dei carabinieri e parlare è l'ultima spiaggia. Nella lite tra la sua famiglia e quella dei Brusca, Totò Riina ha scelto i Brusca. Riina lo vuole morto. Dunque, peggio per lui. Questo pensa Balduccio nella notte di quel sabato. E il crescendo è una bellezza. "Riina, che usa un paio di occhiali completamente bianchi non perché ha disturbi alla vista, ma per mascherare la sua immagine, dà appuntamenti per i suoi affari nella zona in un raggio di 300 - 400 metri di via Leonardo Da Vinci". "Gangi Raffaele e Angelo La Barbera erano in possesso di un telecomando per aprire il cancello dell'abitazione della casa dove abita Riina. Quando Gangi Raffaele è stato arrestato, è stato trovato in possesso di un telecomando, per cui Riina ha provveduto a cambiare il codice dell'apertura del cancello con un altro telecomando". "Detta villetta è nel quadrivio composto da via della Regione Siciliana, via Leonardo da Vinci e via Notarbartolo". Il mistero di Casa Riina, il segreto inconfessabile di quei 18 giorni che senza una spiegazione scivolano via tra la cattura del padrino di Cosa Nostra (15 gennaio) e la prima, a quel punto inutile, perquisizione nella sua villa (3 febbraio), comincia proprio da e con Balduccio. Davvero la sua confessione nasce dal terrore di essere fatto fuori o c'è un piano interno all'organizzazione mafiosa, che prevede la consegna di Riina e di tutti gli esponenti più duri dell'ala stragista dei corleonesi allo Stato, una ridistribuzione del potere al vertice e il ritorno a una strategia di profilo più basso, quasi sommerso, alla ricerca di una nuova convivenza possibile con il potere legale? La mancata irruzione in Casa Riina è conseguenza di un patto? E in questo caso, stipulato da chi, con chi e per conto di chi? Dopo cinque anni sappiamo che la telecamera piazzata dai carabinieri del Ros di fronte al cancello automatico del condominio di via Bernini 52 / 54 viene disattivata alle ore 16 dello stesso giorno in cui il padrino finisce in manette. E che tre ore più tardi, Ninetta Bagarella in Riina esce insieme ai quattro figli e per sempre dalla villa a due piani per far ritorno a Corleone. Tumbarello o Buonomo o quale che fosse il suo falso nome, tutti quelli che nel condominio dei Sansone ancora non sanno di avere avuto il padrino di Cosa Nostra per vicino scoprono la verità col telegiornale. Basta un'occhiata alla foto che sta facendo il giro del mondo: Riina in piedi, in manette e contro il muro, sotto un ritratto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Possono mai immaginare quei condomini che Casa Riina, chiusa e buia, sia stata abbandonata non tanto dalla famiglia del padrino, ma dai carabinieri che avrebbero dovuto già averla rigirata come un guanto? Possono mai immaginare il procuratore capo Caselli e i suoi sostituti che il consiglio del Ros di ritardare l'irruzione - teniamo sotto controllo la villa, filmiamo tutto e vediamo se nella rete finisce qualche altro pesce grosso - sia niente più che un'idea senza seguito? È accettabile la spiegazione del fraintendimento, che insomma tutti son convinti di fare quello che va fatto e alla fine lo fanno solo gli uomini di Cosa Nostra? Dichiara Mario Mori, all'epoca colonnello vicecomandante del Ros (La Repubblica, 5 novembre 1997): "Se Provenzano ci avesse venduto Riina, allora il pentito Balduccio Di Maggio avrebbe dovuto indicare anche il complesso di via Bernini tra le possibili residenze di Riina. Invece Balduccio non ne parlò. Quando fu portato nella zona individuata dai nostri uomini, Balduccio disse che quel posto non lo conosceva. Solo dopo, scorrendo i nostri filmati, riconobbe Ninetta Bagarella". Eppure, sei giorni prima della cattura, Balduccio disegna una piantina che si trova nel "Verbale di dichiarazioni spontanee" rese davanti al generale Delfino, in cui colloca l'abitazione di Riina proprio nel condominio dei Sansone, parla dei Sansone come di autisti di Riina, mette frecce e freccette sul quadrivio, cita il cancello, il telecomando. Ma per giustificare meglio la mancata perquisizione, Mori dice ancora: "I fatti sono molto chiari. Ultimo, il capitano che aveva catturato il boss, propose di soprassedere, visto che Riina era stato arrestato per strada e che c'era qualche possibilità di fare delle investigazioni in via Bernini... Tutti, dico tutti, furono d'accordo. Forse ci fu solo un fraintendimento. La Procura pensava che l'obiettivo sarebbe stato tenuto sotto controllo. Secondo Ultimo invece bisognava evitare qualsiasi verifica. Quando la Procura ci chiese chiarimenti glieli fornimmo. Per noi la storia si e' chiusa li'. Se per qualcuno, invece, e' continuata il fatto non mi riguarda". La colpa dunque è di Ultimo, nome in codice di uno dei più affidabili e tosti ufficiali del Ros? L'uomo che la mattina del 15 gennaio agguanta per il collo Riina e se lo porta in caserma mettendo fine alla leggenda di un padrino feroce con 23 anni di clandestinità alle spalle? Il "fatto" comunque va avanti altri 18 giorni e di sicuro riguarda almeno Cosa Nostra. Racconteranno tre pentiti - La Barbera, Giovanni Brusca, Sinacori - che alla faccia di tutti i controlli, gli uomini d'onore cominciano a ripulire Casa Riina praticamente dal giorno successivo all'arresto del padrino. Un trasloco vero e proprio. Spariscono mobili antichi, quadri preziosi, effetti personali, viene svuotata la stanza blindata in cui Ninetta Bagarella, si racconta, custodisse le sue pellicce. La Fulgida di Cosa Nostra alla fine spedisce pure i pittori che grattano via la carta da parati, stuccano e imbiancano. Dopo 17 giorni, la Procura domanda come vanno le cose in quel di via Bernini e per la prima volta ufficialmente scopre (parole del Procuratore capo Giancarlo Caselli nella richiesta scritta di chiarimenti inviata al comandante della Regione carabinieri Sicilia) che "il servizio di osservazione del complesso era gia' cessato nel pomeriggio del 15 gennaio" e "nulla veniva detto su perchè tale sospensione non fosse stata tempestivamente comunicata". All'alba del 3 febbraio, alcune centinaia di carabinieri circondano il condominio, e fanno irruzione manu militari. Elicotteri, giubbotti antiproiettile, ci sono anche le cosiddette unita' cinofile. E mentre Mori interroga gli inquilini, scoppia qualche baruffa coi cani condominiali. Tutto perfettamente inutile. Casa Riina è linda e vuota. E pensare che al momento dell'arresto il padrino aveva in tasca bigliettini e note che permisero di stabilire che proprio quella mattina si stava recando a un summit della Cupola. Pensare quante carte e di quale straordinaria importanza potevano esserci nella villa. Pensare con quale tranquillità i mafiosi la ripulirono. Senza paura di essere arrestati, senza fretta, come se sapessero che non c'era pericolo. Proprio come quando c'è garanzia assoluta di un patto. E le carte dove sono finite? In mano a Cosa Nostra o, come sospetta qualcuno, in mano a "entità deviate" dello Stato che invece la villa l'hanno perquisita davvero, ma prima dei mafiosi, con altri scopi e grazie a quel "fraintendimento" tra Ros e Procura? Ieri al processo per le stragi del 1993 in corso a Firenze, Giovanni Brusca avrebbe voluto dire la sua sulla cattura di Riina. "Ne riparliamo lunedì", ha replicato il Pm. Dopo cinque anni di nebbia e misteri, che differenza fanno due giorni in più?    Questo articolo, firmato da Andrea Purgatori, è stato pubblicato sul Corriere della Sera il 16 gennaio 1998.


MAFIA: DI MAGGIO CONFESSA UN ALTRO OMICIDIO  ''L'HO FATTO PER IL BENE DEL POPOLO'' 4 ott.99 - (Adnkronos) - Il pentito del bacio ritorna in aula e confessa un nuovo omicidio. Ma annuncia anche di avere agito solo per ''il bene del popolo siciliano e italiano''. Trascinato su una sedia a rotelle dalle guardie carcerarie, riappare nell'aula bunker Pagliarelli di Palermo Balduccio Di Maggio, l'ex boss mafioso di San Giuseppe Jato che tre mesi dopo il suo arresto aveva parlato ai magistrati del presunto incontro, con relativo abbraccio affettuoso, tra il senatore Hiulio Andreotti e il boss dei boss Toto' riina. Un'apparizione voluta da lui e annunciata in grande stile dal suo avvocato Giuseppe Dante che aveva parlato di nuove ''rivelazioni'' del suo cliente per spiegare ai giudici palermitani il ''vero motivo'' del suo ritorno in Sicilia. Nell'ottobre del '97 mentre era sotto il programma di protezione, Di Maggio era stato arrestato su richiesta della Procura di Palermo, con l'accusa di aver riorganizzato tra il '94 e il '96 con tanto di omicidi, la cosca mafiosa nel suo paese d'origine. Un'accusa che l'ex pentito -detenuto in una localita' segreta- respinge con tutte le sue forze. ''E' vero'', dice con un filo di voce davanti ai giudici della seconda sezione della Corte d'Assise di Palermo dove insieme con altri due pentiti e' imputato per omicidi compiuti nel palermitano negli anni Ottanta, ''sono tornato a San Giuseppe Jato. Ma l'ho fatto su pressione della Procura. Loro cercavano il latitante Giovanni Brusca e chiesero aiuto a me''.  Poi entra nei particolari. ''Un giorno, mentre ero alloggiato presso la Scuola allievi carabinieri di Roma, mi vennero a trovare i carabinieri. Con loro c'era anche Francesco Reda (poi scomparso coni l metodo della lupara bianca su ordine di Giovanni Brusca, ndr). Mi dissero che loro avevano molte difficolta' per riuscire a trovare Brusca, e quindi ci voleva una persona sul luogo, cioe' io''. E continua: ''C'erano pressioni del Ros e del gruppo 2 dei carabinieri di Monreale che mi venivano a trovare sempre''. 

A CURA DI CLAUDIO RAMACCINI DIRETTORE CENTRO STUDI SOCIALI CONTRO LE MAFIE - PROGETTO SAN FRANCESCO

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