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GASPARE MUTOLO, Asparinu

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 Mutolo


17 Luglio 1992, due giorni prima di essere ucciso il dottor Borsellino interroga Gaspare Mutolo - VERBALI 1 e 17 Luglio 1992 



Intervista Radio Saiuz 26.10.2020


Gaspare Mutolonato a Palermo il 5 febbraio 1940, collaboratore di giustizia e pittore.  Chiamato "Asparino", inizialmente fu meccanico, poi si dedicò alla malavita. Da giovane si occupava solo di piccoli furti, fino a quando fu arrestato nel 1965 per associazione a delinquere. In carcere conobbe Totò Riina, compagno di cella per otto mesi. Fu lui a consigliare la lettura de I Beati Paoli di William Galtromanzo cult dei mafiosi, ma anche a suggerire l'uscita dalla microcriminalità e l'ingresso nella mafia (“più facile uccidere che rubare”, sosteneva Riina), raccomandandolo a Rosario Riccobono - boss dei quartieri Partanna e Mondello - non appena uscito dal carcere. Dopo una serie di arresti e scarcerazioni, nel 1973 incontrò Riccobono e Riina, nel frattempo in libertà, ed entrò in Cosa Nostra attraverso i riti della “pungintina” e della “Santina bruciata” (immaginetta sacra). “Le cose essenziali sono queste: se un uomo d'onore sbaglia con una donna di un uomo d'onore, con una figlia o una sorella, il padre, anche con le lacrime agli occhi, deve strangolare il figlio. Non ci deve essere mai perdono, anche se passano trenta o quarant'anni: se uno fa la spia, nel letto sicuramente non ci muore, ma viene ammazzato dalla mafia, anche se ha cento anni. È un principio e si fa di tutto per non farlo morire nel proprio letto”, spiegò Riccobono dopo il giuramento. Sposatosi su suggerimento (pratica obbligatoria dei mafiosi), divenne in breve tempo il più stretto collaboratore di entrambi (di Riina anche fidato autista). Mutolo fu figura operativa, non di dialogo: omicidi, estorsioni, intimazioni, sequestri (nel 1974 fu incaricato di rapire Berlusconi). Divenne poi un grosso trafficante di droga, in contatto con il singaporegno Koh Bak Kin. Un lavoro remunerativo, che gli permise di possedere in poco tempo un appartamento e di costruire una palazzina. Nel 1982 fu salvato da Riina dalla mattanza dei Riccobono, ma non dall'arresto e dalla reclusione nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano. Fu proprio tra le mura del penitenziario fiorentino che Mutolo si avvicinò all'arte. E grazie all'ergastolano Mungo, detto l'Aragonese, di cui ammirava la pittura durante l'ora d'aria. Finirono in cella insieme e per il mafioso siciliano fu l'inizio di un nuovo modo di comunicare, con colori e pennelli. In carcere conobbe anche Luciano Liggio e a sua firma dipinse alcune tele.

Il pentimento Nel 1986 venne coinvolto nel Maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e, dopo la sentenza di primo grado (dicembre '87), fu condannato a dieci anni di reclusione. Nel '91 Falcone gli propose di collaborare. “Gaspare, qua la dobbiamo finire, non lo vedi là fuori cosa stanno combinando!” Sia le pressioni del magistrato - che iniziò a vedere con fiducia e rispetto -, sia l'attentato al mafioso Giovanni Bontate, che coinvolse anche la moglie - precedente sconvolgente e non in linea con l'ideale mafioso -, sia l'arresto della consorte, spinsero Mutolo a parlare, ma a patto che ad ascoltarlo fosse il solo Falcone. Rivelazioni che però il magistrato non ascolterà mai, poiché trasferito dal ministro Martelli alla direzione del dipartimento degli Affari penali. Mutolo si ritrovò così ad affidare le proprie rivelazioni, solo all'indomani della strage di Capaci, a Borsellino, che lo interrogò per l'ultima volta due giorni prima della strage di via D'AmelioDurante gli interrogatori, però, si susseguirono strane telefonate, in primis quella del ministro Mancino (imputato nel 2012 per falsa testimonianza nel processo sulla Trattativa Stato-Mafia) a Borsellino, proprio durante un colloquio con MutoloNel 1993, grazie agli sconti di pena previsti, Mutolo venne condannato dal Tribunale di Livorno a nove anni di reclusione. Tra le dichiarazioni rilasciate a Borsellino e poi a Vigna, i ruoli di LimaAndreotti, Conti, Barreca, Mollica, D'Antoni, Signorino e Contrada. Oggi è un uomo libero, pur sotto il Servizio Sociale di Protezione, e vive dipingendo quadri. 

GASPARE MUTOLO: “Voglio Paolo Borsellino. Mi fido solo di lui” Gaspare Mutolo annunciò per la prima volta di voler collaborare con gli inquirenti all'inizio del 1992, a una condizione: avrebbe rivelato i segreti della mafia solo a Falcone. Ma il nuovo incarico romano del giudice non gli consentiva più di farlo, e quindi il pentito si rifiutò di parlare con altri. Solo dopo la sua morte, cambiò idea. Come tanti, sia dentro che fuori dalla mafia, considerava Borsellino l'erede naturale di Falcone e annunciò:  <<Voglio Paolo Borsellino. Mi fido solo di lui>>.  Questi aveva grandi aspettative su quanto Mutolo fosse disposto a dirgli. <<Siamo qui ai livelli di Tommaso Buscetta, forse al di sopra>>, disse il procuratore a un collega.  Quando Borsellino incontrò Mutolo a Roma, il collaboratore rivelò senza indugio che la mafia aveva degli infiltrati sia in polizia che in tribunale. Fece il nome di due presunte spalle: Bruno Contrada, l'ex capo della squadra mobile di Palermo che ora lavorava per il servizio segreto SISDE di Roma, a il giudice antimafia Domenico Signorino, amico e collega di Borsellino. Una telefonata inaspettata interruppe l'interrogatorio di Borsellino. Dopo aver risposto alla chiamata, il procuratore disse a Mutolo che era stato convocato dal neonominato ministro dell'Interno Nicola Mancino, che si era insediato in carica quel giorno: sarebbe tornato entro mezz'ora. Borsellino fu di ritorno dopo un'ora, ed era infuriato e preoccupato. Mutolo gli domandò cos'era successo.Borsellino gli disse che, invece il ministro, aveva visto Vincenzo Parisi, capo della polizia, e il generale Contrada, proprio quello che il collaboratore aveva appena indicato come spalla della mafia. Borsellino era infuriato perché entrambi erano venuti a conoscenza del suo incontro con Mutolo<<L'interrogatorio è segreto, come diavolo ha fatto Contrada a scoprirlo?>>, gridò Borsellino, ignorando Mutolo. Il procuratore era così agitato che accese due sigarette contemporaneamente e le tenne entrambe nella mano. <<Dottore, ha due sigarette!>>, gli disse Mutolo. Borsellino rise, ma era ancora nervoso. Continuò a insistere che dovesse fargli mettere per iscritto la sua dichiarazione, ma Mutolo rifiutò: non voleva perché era sicuro che sarebbe stato ucciso e preferiva mettere nero su bianco ciò che riguardava le gerarchie nella mafia. Non si sa se Mutolo disse a Borsellino di avere sentito nel 1980, dodici anni prima, che la mafia voleva eliminare il procuratore, perché aveva firmato un mandato d'arresto per il boss Francesco Madonia, accusato dell'omicidio, avvenuto quell'anno, del capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Gli assassini spararono a Basile mentre, con la figlioletta in braccio, si dirigeva in caserma con la moglie. Entrambe rimasero illese. Nel 2007 la Cassazione condannò Contrada a dieci anni di prigione per i legami con la mafia; l'anno successivo gli concessero i domiciliari per motivi di salute. Signorino, l'altra spalla secondo Mutolo, si suicidò nel dicembre del 1992. - JOHN FOLLAIN i 57 giorni che hanno sconvolto l'Italia

Gaspare Mutolo:  “Come uccide Cosa Nostra”  Gli strangolamenti, il rapporto con Totò Riina e,  un  mese prima di Via D’Amelio,  l’addio a Cosa nostra. Quello che segue é lo sconvolgente racconto di Gaspare MUTOLO tratto da “La mafia non lascia tempo”. Il ritratto del pentito Mutolo di Anna Vinci per Rizzoli. Uomo d’onore, braccio destro di Totò Riina, killer e infine collaboratore di giustizia.

Una volta, in compagnia di altri ragazzi, fui mandato a Cinisi per ammazzare un certo Gallina. Dei mafiosi gli avevano ucciso un fratello e si diceva che lui volesse vendicarsi. Era mattina e viaggiavamo su due macchine. Ci appostammo in campagna perché sapevamo che portava le mucche al pascolo, a pochi metri dalla stalla. Era uno pericoloso e quel posto isolato era l’ideale per farlo fuori. La prima “scopettata” non gliela diedi io, ma un altro molto più rapido di me: in un baleno uscì dalla macchina, aprì il fuoco e ci lasciò finire il lavoro con le nostre pistole. Ricordo un altro omicidio a Borgonovo, nella zona di Totuccio Inzerillo. Ho dimenticato chi fosse il bersaglio. Eravamo stati informati al volo: “Venite, è qui”. Partimmo subito, arrivammo nel giro di pochi minuti e restammo seduti in macchina.  Quando lo vidi arrivare, decisi che quella volta toccava a me fare fuoco per primo. Scesi dall’auto, lasciando gli altri a fissarmi dai finestrini. Mi avvicinai piano all’obiettivo e cominciai a pedinarlo con molta circospezione: non potevo farmi vedere, né dovevo lasciargli capire che ero solo. Camminavo sotto i portici, seguendolo a giusta distanza. Ero abile, eravamo addestrati. Alla fine scelgo di superarlo, giusto di qualche passo, tenendo la pistola dietro la schiena. Era una calibro 38 a tamburo, la mia preferita. In situazioni simili un’automatica può incepparsi e allora da cacciatore diventi preda.  Un’arma a tamburo invece non salta un colpo. Mi accorsi che si era fermato, stava parlando con un amico, appoggiato al muro accanto a una bottega. Gli andai incontro e mi parai davanti. Tirai fuori la pistola e allungai il braccio tenendo sotto controllo ogni suo movimento. Il primo colpo arrivò dritto al petto: da vicino è come essere travolti da trecento chili di roba in caduta libera. Non cadde giù perché il muro alle sue spalle lo sorreggeva. In un attimo di lucidità si catapultò dentro la bottega. Lo seguii. Lo raggiunsi. Lo finii. Mentre si accasciava, mi allontanai indisturbato. Il più delle volte le persone non si rendono neanche conto di quello che sta accadendo. La gente non è mica come noi, abituata a convivere con le armi, gli spari, la morte violenta, il sangue. Altri hanno paura. Oppure si stupiscono. Oppure capiscono, ma non vogliono impicci. Quel giorno avevo una bella giacca verde di velluto che avevo preso nel negozio di un socio occulto di Giacomo Giuseppe Gambino. Mentre fuggivo pensai che avrei dovuto buttarla: dei vestiti così sgargianti ti rendono più riconoscibile . Avevo appena ucciso un uomo e il mio primo pensiero era per quella giacca. Niente rimorsi o sensi di colpa, l’unica preoccupazione era sparire tra la folla. Non ho mai avuto paura, neanche la prima volta, perché in quei momenti non si ha paura. Certo, un bravo killer, uno che regge, può essere emozionato, spaesato, ma non si spaventa. Eravamo sempre in gruppo, ben organizzati e pronti a intervenire al minimo intoppo. Per scongiurare dei conflitti a fuoco in mezzo ai passanti, oltre alle pistole portavamo dei fucili e chi restava in macchina a fare da palo li teneva bene in vista. Il più delle volte non era necessario usarli, era sufficiente che i nostri nemici li notassero per capire che non stavamo scherzando e che gli conveniva scappare e lasciarci fare il nostro lavoro. Sono trucchetti psicologici, ma funzionano. Spesso incrociavamo una volante della polizia, ma il più delle volte anche agli agenti bastava vedere i fucili per cambiare strada. Certo, ammazzare strangolando è diverso. In molti, dopo averlo fatto, correvano a vomitare. 

L'omicidio per strangolamento è più lungo, bisogna avere mani forti e stringere la corda senza fermarsi. Solo quando il poveraccio sanguina dalle orecchie e se la fa addosso, si può realmente decretare la morte. A quanto ne so, Nitto Santapaola, il grande boss di Catania, è stato l’unico ad aver strangolato qualcuno a mani nude. Di solito non si fa così e non si è mai soli. Due stringono le mani della vittima da dietro e uno gli mette la corda al collo. Strangolamento classico. A volte gli sguardi si incrociano, ma non ci sono momenti rivelatori e le emozioni di chi muore strangolato sono sempre le stesse: paura, terrore, a volte sgomento, stupore. Uno che sta per morire può mai essere allegro? Una sola persona è sopravvissuta alle mie mani. Era un corleonese, un omicidio commissionato da Totò Riina. Lavorava in un magazzino seminterrato e io, Riccobono, Gambino e Carmelo Pedone gli facemmo visita fingendo di voler comprare dei quadri. Appena entrati nel locale, Pedone gli dette un pugno sul naso e quel lo crollò a terra. In due gli bloccarono le mani dietro la schiena, mentre io cominciai a stringergli la corda intorno al collo. Alzai per un attimo gli occhi e mi accorsi che le finestre del magazzino davano su un cortiletto interno. Qualcuno mi stava guardando e, come se non bastasse, intravedevo anche gli uffici di alcune guardie giurate. L’idea di essere beccato prese il sopravvento e non attesi i segni rivelatori: niente sangue dalle orecchie, niente pipì. Quando sentii che cominciava a cedere, gli lasciai la corda stretta intorno al collo e scappammo. Il tizio invece era ancora vivo e se la cavò. Avevamo fatto un pessimo lavoro e per un po’ gli amici non fecero altro che sfotterci. “Quattro contro uno... e non siete riusciti ad ammazzarlo.”


MUTOLO era inserito dal 1973 nella famiglia” di COSA NOSTRA di Partanna Mondello, allepoca retta da RICCOBONO Rosario, che dirigeva anche il mandamento, mentre dopo la morte di questultimo, avvenuta nel 1982 nel corso della c.d. seconda guerra di mafia, il mandamento era stato poi retto dalla famiglia” di San Lorenzo, di cui era rappresentante GAMBINO Giuseppe, assai vicino al RIINANellambito di COSA NOSTRA il MUTOLO era stato persona di fiducia del RICCOBONO, che accompagnava nei suoi incontri con altri personaggi di COSA NOSTRA anche di altre province e si era occupato prevalentemente del traffico internazionale della droga, nel quale la famiglia” del RICCOBONO era ben inserita, al pari di quelle del BONTATE e dello INZERILLO, suscitando così le invidie della fazione dei corleonesi, che aspiravano a sottrarre tali lauti traffici alle predette famiglie”. Il ruolo importante assunto dal MUTOLO nel traffico della droga e la sua vicinanza al RICCOBONO avevano consentito allo stesso di stringere importanti legami in questo ambiente e di venire a conoscenza delle strategie perseguite da COSA NOSTRA, nonostante i lunghi periodi di carcerazione, con brevi interruzioni, sofferti dal 1976 al febbraio del 1982, dal giugno del 1982 sino al 1988 e poi dallagosto del 1991 sino alla sua collaborazione con lA.G.. Tale volontà di collaborazione il MUTOLO aveva manifestato a Giovanni FALCONE nel corso del colloquio avuto con lo stesso nel dicembre del 1991, che però non aveva avuto uno sbocco immediato in quanto il MUTOLO avrebbe voluto rendere le proprie dichiarazioni direttamente a quel magistrato, di cui aveva potuto valutare la profonda conoscenza del fenomeno mafioso e lassoluta impermeabilità a qualsiasi pressione esterna, ma ciò non era stato possibile per il ruolo che ricopriva questultimo in quel momento nellambito del Ministero di Grazia e Giustizia, ruolo che non prevedeva alcuna funzione investigativa e giudiziaria. Solo dopo la strage di Capaci il MUTOLO aveva incontrato Paolo BORSELLINO, al quale rendeva tre interrogatori tra luno ed il diciassette luglio 1992, questultimo due giorni prima della strage per cui è processo. Appare innegabile che la scelta collaborativa del MUTOLO sia stata determinata anche dallaffievolirsi di quel sentimento di solidarietà allinterno del sodalizio mafioso e di condivisione delle sue scelte operative che, come si è detto, può rendere più sopportabile anche il regime detentivo. E, invero, se il MUTOLO aveva potuto ritenere in qualche modo giustificabile nella logica mafiosa lassassinio del RICCOBONO, non affidabile per il RIINA, doveva già apparirgli meno comprensibile il sistematico sterminio degli altri componenti di quella famiglia” attuato dai corleonesi sino al 1987, ed ancor più odioso doveva essere ai suoi occhi lintento di ucciderlo perseguito dai corleonesi e rivelatogli durante il suo soggiorno toscano da CONDORELLI Domenico, uomo donore” della famiglia” di Catania, che non volle eseguire tale incarico e che venne successivamente a sua volta eliminato. Tale intenzione dei corleonesi il MUTOLO aveva contestato al GAMBINO durante la comune detenzione presso il carcere di Spoleto dal 31.10.1991 al 22.6.1992, ricevendo una smentita che non gli apparve convincente. Nel presente processo sono state anche acquisite ex art. 238 c.p.p. le dichiarazioni rese dal MUTOLO nelle udienze del ventuno e del ventidue febbraio 1996 del giudizio di primo grado per la strage di Capaci, per quanto attiene ai numerosi imputati in comune. Il contributo fornito dallo stesso riguarda essenzialmente le indicazioni fornite sui contrasti tra le due contrapposte fazioni che si contendevano legemonia allinterno di COSA NOSTRA durante la c.d. guerra di mafia; sulle aspettative ed i timori che si nutrivano tra i detenuti di quella consorteria mafiosa alla vigilia della sentenza della S.C. di Cassazione del 30 gennaio 1992; sulle reazioni seguite alla pronuncia del Supremo Collegio e poi alle stragi di Capaci e di via DAmelio. Tali indicazioni appaiono adeguate al livello dei rapporti che il MUTOLO aveva instaurato con gli esponenti di COSA NOSTRA di più antica militanza, avuto anche riguardo al fatto che le informazioni ricevute dal collaborante non presupponevano affatto la conoscenza delle strategie perseguite da quel sodalizio – conoscenza questa che era certamente preclusa al MUTOLO – bensì solo lo scambio di battute di carattere generale tra detenuti che militavano da decenni nella medesima organizzazione. Al riguardo deve, altresì, rilevarsi che sulla base della documentazione acquisita in atti è stata accertata la comune detenzione del MUTOLO e del GAMBINO presso la Casa di Reclusione di Spoleto dal 31.10.1991 al 22.6.1992, salvo un periodo di interruzione dal 17.12.1991 al 7.2.1992, nonché la comune detenzione con MONTALTO Salvatore presso la stessa Casa di Reclusione di Spoleto dal 9.5.92 al 22.6.1992. Parimenti risulta comprovata la possibilità che tali imputati avevano di incontro sia nellambito della stessa sezione sia nel corso dei colloqui e delle visite in infermeria, nel corso dei quali erano possibili anche contatti con detenuti ristretti in altre sezioni come AGATE Mariano, SPATARO Tommaso, VERNENGO Antonio e SAVOCA Giuseppe. MISTERI D’ITALIA


Corte assise Caltanissetta 26 settembre 1997  - MUTOLO Gaspare Era inserito dal 1973 nella “famiglia” di COSA NOSTRA di Partanna Mondello, all’epoca retta da RICCOBONO Rosario, che reggeva anche il mandamento, al quale erano aggregate anche le “famiglie” di San Lorenzo e di Cardillo, mentre dopo la morte del RICCOBONO, avvenuta nel 1982 nel corso della c.d. seconda guerra di mafia, il mandamento venne poi retto dalla “famiglia” di San Lorenzo, di cui era rappresentante GAMBINO Giuseppe, assai vicino al RIINA. Nell’ambito di COSA NOSTRA il MUTOLO si era occupato prevalentemente del traffico internazionale della droga, nel quale la “famiglia” del RICCOBONO era ben inserita, al pari di quelle del BONTATE e dello INZERILLO, che erano riuscite a fare della Sicilia uno snodo cruciale del commercio delle sostanze stupefacenti provenienti dai Paesi produttori dell’Oriente e che venivano raffinate nei laboratori siciliani controllati da COSA NOSTRA, per essere poi destinate non solo al mercato nazionale ma persino a quello statunitense, come è emerso nelle indagini nordamericane sulla c.d. Pizza Connection ed in quelle istruite da Giovanni FALCONE nell’ambito del maxiprocesso di Palermo e come già si intravedeva del resto dalle indagini condotte dal Commissario della P.S. Boris GIULIANO, che avevano portato al sequestro all’aeroporto di Palermo di due valige contenenti 500.000 dollari statunitensi (destinati al pagamento delle partite di droga cedute da COSA NOSTRA siciliana negli U.S.A.), sequestro avvenuto poco prima dell’assassinio del valoroso investigatore, consumato a Palermo il 21 luglio 1979. Il ruolo importante assunto dal MUTOLO nel traffico della droga, e cioè del principale canale di arricchimento dell’associazione mafiosa, consentì allo stesso di stringere importanti legami in questo ambiente e di venire a conoscenza delle strategie perseguite da COSA NOSTRA, nonostante i lunghi periodi di carcerazione sofferti dal 1976 al 1981, dal 1982 al 1988 e poi dall’agosto del 1991 sino alla sua collaborazione con l’A.G.. Tale volontà di collaborazione il MUTOLO ebbe a manifestare a Giovanni FALCONE nel corso del colloquio avuto con lo stesso nel dicembre del 1991, che però non aveva avuto uno sbocco immediato in quanto il MUTOLO avrebbe voluto rendere le proprie dichiarazioni direttamente a quel Magistrato, di cui aveva potuto valutare la profonda conoscenza del fenomeno mafioso e l’assoluta impermeabilità a qualsiasi pressione esterna, ma ciò non era stato possibile per il ruolo che ricopriva quest’ultimo in quel momento nell’ambito del Ministero di Grazia e Giustizia, ruolo che non prevedeva alcuna funzione investigativa e giudiziaria. Solo dopo la strage di Capaci il MUTOLO ebbe ad incontrare Paolo BORSELLINO, al quale rendeva tre interrogatori tra l’uno ed il diciassette luglio 1992, due giorni prima che anche quest’ultimo Magistrato restasse vittima della strage di via D’Amelio a Palermo. Appare innegabile che la scelta collaborativa del MUTOLO sia stata determinata anche dall’affievolirsi di quel sentimento di solidarietà all’interno del sodalizio mafioso e di condivisione delle sue scelte operative che, come si è detto, può rendere più sopportabile anche il regime detentivo. E, invero, se il MUTOLO aveva potuto ritenere in qualche modo giustificabile nella logica mafiosa l’assassinio del RICCOBONO, non affidabile per il RIINA, doveva già apparirgli meno comprensibile il sistematico sterminio degli altri componenti di quella “famiglia” attuato dai corleonesi sino al 1987, ed ancor più odioso doveva essere ai suoi occhi l’intento di ucciderlo perseguito dai corleonesi e rivelatogli durante il suo soggiorno toscano da CONDORELLI Domenico, “uomo d’onore” della “famiglia” di Catania, che non volle eseguire tale incarico e che venne successivamente a sua volta eliminato. Tale intenzione dei corleonesi il MUTOLO ebbe a contestare al GAMBINO durante la comune detenzione presso il carcere di Spoleto dal 31.10.1991 al 22.6.1992, ricevendo una smentita da quest’ultimo, che addossò la responsabilità al nuovo capo della sua “famiglia” mafiosa. Il contributo fornito dal MUTOLO nell’ambito del presente processo riguarda essenzialmente le indicazioni fornite, oltre che sul funzionamento generale degli organi di vertice di COSA NOSTRA, sul “clima” che si respirava tra i detenuti di questa organizzazione alla vigilia della sentenza della S.C. di Cassazione nel primo maxiprocesso di Palermo e dopo tale sentenza, nonché dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, contributo questo che appare adeguato al livello dei rapporti instaurati dal MUTOLO all’interno del sodalizio mafioso, atteso che – almeno per le parti più attuali - non presuppone la conoscenza e l’elaborazione delle strategie del medesimo sodalizio, momenti questi dai quali il collaborante era certamente tenuto al di fuori, bensì solo lo scambio di battute di carattere generale tra detenuti della stessa consorteria che si conoscevano da oltre venti anni. In proposito deve rilevarsi che è stata documentalmente accertata, sulla base delle note della Direzione di quell’istituto del 25.1.1996 nn. 586 e 589 e dei relativi allegati la comune detenzione del MUTOLO e del GAMBINO presso la Casa di Reclusione di Spoleto dal 31.10.1991 al 22.6.1992, salvo un periodo di interruzione dal 17.12.1991 al 7.2.1992, nonché la possibilità degli stessi di svolgere vita in comune non solo tra loro, che erano ristretti nella stessa sezione, ma anche con altri detenuti, quali BAGARELLA Leoluca, AGATE Mariano, SPATARO Tommaso, VERNENGO Antonino, SAVOCA Giuseppe ed altri.


La mafia di oggi secondo Mutolo: “Cosa nostra decapitata, Messina Denaro non è un vero capo “La mafia è stata completamente decapitata, i capi storici sono stati presi tutti, molti sono morti. E Matteo Messina Denaro è un capomafia solo nel trapanese, e basta. I palermitani non gli permetterebbero mai di guidare Cosa nostra”. L’analisi sugli sviluppi della mafia negli ultimi anni arriva da un ex uomo d’onore ed ex braccio destro di Totò Riina, Gaspare Mutolo. Uno dei più spietati killer di Cosa Nostra prima di collaborare con la giustizia e confrontarsi in tribunale con quello che era il suo capo indiscusso. In una intervista all’Adnkronos l’ex boss mafioso ripercorre gli ultimi passi avanti fatti dallo Stato nella lotta a Cosa nostra. Nel 2013, nel libro ‘La mafia non lascia tempo’, scritto con Anna Vinci, Gaspare Mutolo, aveva detto: “Ho paura che ci sarà una stagione più violenta di quella del ’92-93”. Oggi ha cambiato idea. “Non lo penso più – racconta – Cosa nostra ha eseguito alla lettera quello che ha detto Bernardo Provenzano, e ha capito che la violenza non paga, ed è ciò che è accaduto. Ricordiamoci che con gli arresti degli ultimi anni, la mafia è stata completamente decapitata”. Per Gaspare Mutolo il boss latitante Matteo Messina Denaro, ricercato da oltre 30 anni, “è sì un capo, ma solo nel trapanese. Palermo non permetterebbe mai a Messina Denaro di fare il capo assoluto”. Dice poi che la mafia degli anni Ottanta, prima dell’avvento di Totò Riina e dei corleonesi, “era diversa, la mafia palermitana non si assoggetterà mai alla mafia di Agrigento o di Catania, o Trapani. Possono esserci personaggi importanti, certo, come Settimo Mineo”, arrestato nei mesi scorsi a Palermo e considerato l’erede di Riina. Ma c’è anche Nino Rotolo, altro boss arrestato più di 10 anni fa. “Rotolo ha la testa più dura di Riina“, dice. E sulla ‘vecchia’ mafia dice: “Io avevo più fiducia nei Lo Piccolo che nei Greco di Ciaculli. Greco era una persona ricca, internamente era un vigliacco. Era il più traditore di tutti”. Gaspare Mutolo, il pentito più importante insieme a Tommaso Buscetta, è stato l’autista di Riina, il suo braccio destro e il suo killer fino al 1991. Quando però la mafia inizia a uccidere anche le donne, madri, sorelle, mogli, Mutolo si sentì tradito da Riina e decise di parlare. L’incontro con Falcone e Borsellino fu fondamentale per il suo percorso di redenzione. “Avevo una grande ammirazione per Falcone, lui bersagliava i mafiosi e io lo ammiravo – dice ancora Mutolo – quando ho deciso di collaborare è perché mi fece molto male la morte delle donne, ma dopo il mio pentimento, ci fu una valanga di collaborazioni con la giustizia”. Sul giudice Borsellino aggiunge:  ‘E’ stato ucciso perchè era impedimento a trattativa’. Poi, Mutolo, tiene a precisare che “non c’è mai stata la seconda guerra di mafia, erano omicidi e basta dei corleonesi… Loro uccidevano donne e bambini. La mafia era un’altra cosa”. 20.4.2019 GRANDANGOLO

 

Riina, il pentito Mutolo: “Io non immagino una politica senza mafia. Berlusconi? Non dimentichiamo che Dell’Utri è in galera”. Io non immagino una politica senza mafia“. Parola di Gaspare Mutolo, ex mafioso fedelissimo di Salvatore Riina e poi tra i pentiti più importanti della storia di Cosa nostra. “Riina era un uomo carismatico, per me è stato un papà. Siamo stati in galera insieme. E lì è nata una profonda amicizia. Lui era un personaggio carismatico. Non era prepotente, lui conquistava le persone con le belle parole. Non abbiamo mai litigato, solo che a un certo punto ognuno ha preso la sua strada”, ha raccontato il collaboratore di giustizia che nel giorno della morte del capo dei capi ha partecipato ad un incontro alla Incappucciato, ha riavvolto indietro il nastro della storia, sostenendo che dietro l’arresto di Luciano Liggio ci fosse proprio Riina. “Fino al 1973/74 Riina è stato agli ordini di Luciano Liggio. Poi Liggio lo voleva estromettere e allora lui l’ha fatto arrestare a Milano nel 1974. E lì Riina ha preso il potere. Perché Riina era diverso da Bernardo Provenzano che era un bonaccione“, sono le parole usate da Mutolo. Che poi dà una sua personale visione della seconda guerra di mafia scatenata dallo stesso Riina. “Riina – ha detto il pentito – arrivò a costruire questo sistema che induceva le persone a lui affezionate a tradire i loro capi. Lui ha fatto uccidere i suoi migliori amici perché a un certo punto è diventato pazzo e aveva paura di essere tradito a sua volta”.  Quindi spazio anche ai rapporti tra mafia e politica. “In Cosa nostra – ha detto Mutolo – c’erano anche i cugini Salvo che con Salvo Lima erano il potere. Erano amici di Andreotti. La mafia era ben vista finché non si è messa contro il governo. Nei Paesi comandavano tre persone: il prete, il mafioso e il maresciallo. Il maresciallo non perseguitava il mafioso perché non era un criminale come gli altri”. E quando parla di rapporti tra mafia e politica Mutolo poi tira in ballo anche Silvio Berlusconi. “Anche Berlusconi: l’amico intimo di Berlusconi che è Dell’Utri è in galera: vogliamo fare scomparire questo? Noi a Palermo vedevamo che Mangano faceva lo stalliere ad Arcore” IL FATTO QUOTIDIANO 18.11.2017

 

Gaspare Mutolo: «L’omicidio di Mario Francese deciso dalla Cupola». Il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, in un interrogatorio del 15 dicembre 1993, confermò la matrice mafiosa dell’omicidio di Mario Francese e il sicuro coinvolgimento della "Commissione" di "Cosa Nostra": «Lo definivamo “cornuto”, oltrepassò ogni limite quando osò attaccare pubblicamente padre Agostino Coppola per il suo coinvolgimento nel sequestro di Montelera»

La matrice mafiosa dell’omicidio di Mario Francese, ed il sicuro coinvolgimento della "Commissione" di "Cosa Nostra" nella deliberazione criminosa, sono stati affermati dal collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, il quale, nell’interrogatorio del 15 dicembre 1993, ha dichiarato quanto segue:

Come ho già riferito in precedenti interrogatori, secondo una regola fondamentale di Cosa Nostra tutti gli omicidi che per l'importanza delle vittime possono avere conseguenze negative per l'intera organizzazione in ragione delle prevedibili reazioni delle Forze dell'ordine devono essere decisi dalla Commissione, e perciò anche gli omicidi di giornalisti.

Con specifico riferimento all'omicidio del giornalista FRANCESE Mario, avvenuto in Palermo nel mese di gennaio 1979, posso dire che a quell'epoca mi trovavo ristretto presso il carcere dell'Ucciardone Sez. IV (infermeria), ove erano ristretti tutti gli altri uomini d’onore. Ricordo bene che già da molto tempo prima, e cioè da almeno due anni, tutti noi uomini d’onore commentavamo sfavorevolmente l'attività professionale svolta secondo noi con troppo zelo dal predetto giornalista, cronista del quotidiano "Giornale di Sicilia". Ricordo in particolare che il FRANCESE non perdeva occasione per attaccare in qualunque modo la mafia ed i soggetti ad essa appartenenti. Se non erro si interessò molto delle vicende relative ai lavori di appalto e di subappalto realizzati nella Valle del Belice per la costruzione della diga Garcia ed a tal proposito pubblicò spesso articoli riguardanti anche numerosi omicidi che erano avvenuti in quel periodo nella zona del Trapanese e del Palermitano interessata proprio da tali lavori. Più volte ho commentato tali omicidi con AGRIGENTO Giuseppe, uomo d’onore della famiglia di San Cipirrello che è stato ristretto con me sia pure per breve periodo. L'AGRIGENTO c'era stato raccomandato da RIINA Salvatore perché venisse destinato all'infermeria.

Nei commenti che facevamo frequentemente il FRANCESE veniva definito "un cornuto", ed uso proprio tale espressione perché a mio modo di vedere rende meglio il reale pensiero di chi tali parole pronunziava. In altri termini, è certo che il giornalista FRANCESE Mario non era per nulla benvoluto nell'ambiente mafioso e ricordo anzi che sembrò addirittura oltrepassare ogni limite consentito quando osò attaccare pubblicamente padre Agostino COPPOLA per il suo coinvolgimento nel sequestro di Montelera. Padre COPPOLA era notoriamente molto vicino ai corleonesi e a RIINA Salvatore in particolare, che chiamava addirittura fratello. Io stesso ho più volte visto Padre Agostino COPPOLA scrivere dei messaggi da far pervenire a RIINA Salvatore, nei quali lo stesso si rivolgeva a RIINA chiamandolo "caro fratello". Diversamente si comportava con tutti gli altri,che chiamava semplicemente con il nome di battesimo. Ricordo tale particolare perché quasi sempre inviavo i miei saluti al RIINA scrivendo in calce alla stessa lettera scritta da Padre COPPOLA.

Quando si è avuta notizia in carcere dell'omicidio del FRANCESE quindi nessuno di noi si meravigliò, apparendo cosa assolutamente pacifica che detto omicidio fosse stato voluto e deciso dalla Commissione.

Ricordo anzi che ci fu qualche commento, sia pure generico, e che qualcuno pronunziò le parole "Così gli altri imparano".

Già al tempo dell'omicidio del giornalista FRANCESE Mario la composizione della Commissione era tale per cui RIINA Salvatore ed i corleonesi avevano il maggior peso in termini di decisioni.

Ed invero mentre sino al 1978, quando cioè BADALAMENTI Gaetano non era stato ancora estromesso da Cosa Nostra, i corleonesi non avevano la maggioranza in seno a detto organismo di vertice, subito dopo, tenuto conto e di tale estromissione e del fatto che quasi contestualmente venne costituito il mandamento di Resuttana, il cui capo era MADONIA Francesco, RIINA Salvatore iniziò ad avere il sopravvento in Commissione.

MADONIA Francesco era infatti notoriamente uomo di fede corleonese ed il suo mandamento era stato creato a discapito di quello di RICCOBONO Rosario. Non a caso, del resto, proprio in quel periodo si sono registrati numerosi delitti cosiddetti eccellenti, peraltro avvenuti tutti nel territorio del MADONIA. Ricordo le uccisioni del giudice TERRANOVA Cesare, del giornalista FRANCESE Mario, di REINA Michele e di GIULIANO Boris. In epoca precedente invece l'unico omicidio di una certa importanza che è avvenuto è stato quello del Colonnello dei CC RUSSO Giuseppe, e non essendo ancora prevalsa in Commissione la nuova strategia introdotta essenzialmente dai corleonesi, l'omicidio stesso dovette essere commesso in territorio di Corleone, e non, ad esempio, a Palermo, ove pure sarebbe stato possibile proprio perché il Col. RUSSO viveva in questa città. Ricordo infatti che per quell'omicidio, secondo quanto ho sentito dire, non c'era stato il consenso di tutti i componenti della Commissione.

Ho ricordato prima che l'omicidio del giornalista FRANCESE Mario è avvenuto nel territorio del mandamento di Resuttana, e cioè in viale Campania. Ciò mi induce a dire che certamente l'omicidio stesso è stato commesso da MADONIA Francesco o da altro componente della sua famiglia. Quasi certamente a detto omicidio ha partecipato anche GAMBINO Giacomo Giuseppe, che tutti noi uomini d’onore sapevamo essere d'accordo con quella parte di Cosa Nostra che voleva cambiare volto all'organizzazione facendo ricorso ad una vera e propria strategia sanguinaria comprendente anche l'uccisione di uomini politici, di componenti delle forze dell'ordine e di altri personaggi delle istituzioni che con il loro lavoro cercavano di ostacolarne il nuovo corso.

Ho detto prima che FRANCESE Mario aveva pubblicato numerosi articoli riguardanti la realizzazione della diga Garcia. Al riguardo voglio precisare che ai relativi lavori di subappalto erano fortemente interessati tutti gli uomini d’onore, e soprattutto quelli operanti nella zona. Ricordo che io stesso venni invitato a quel tempo da altro uomo d’onore che era con me ristretto all'Ucciardone, tale LAMBERTI Salvatore, ad acquistare una pala meccanica che mi avrebbe consentito di realizzare facili e lauti guadagni, mettendola a disposizione per i lavori che si realizzavano nella Valle del Belice.

Ricordo anche che nel periodo in cui ero ristretto all'Ucciardone insieme a Padre COPPOLA venne tratta in arresto una persona di una certa età di cui non ricordo ovviamente il nome e che ci venne personalmente raccomandata da RIINA Salvatore. Il messaggio che abbiamo ricevuto era stato quello di fare in modo da farlo trasferire all'infermeria e di metterci a sua disposizione, soprattutto al fine di controllarlo per assicurarci che reggesse bene lo stato di detenzione. Ci fu detto infatti che tale soggetto, che probabilmente era un pubblico amministratore, si era interessato, non so a quale titolo ed in che misura, di alcuni appalti riguardanti la diga Garcia, ed il RIINA Salvatore era preoccupato che potesse riferire qualcosa. Ovvio quindi che proprio il RIINA era fortemente interessato a quei lavori per la realizzazione della diga Garcia sui quali aveva ampiamente scritto il giornalista FRANCESE Mario. Se non ricordo male quella persona anziana, che appariva distinta, lavorava presso il Consorzio di bonifica del Belice.

Null'altro posso riferire oggi in merito all'omicidio del giornalista FRANCESE Mario, anche se non escludo che sforzando un po' i miei ricordi possano venirmi in mente fatti e circostanze di rilievo […].

LA “CANTATA” DEL PENTITO. Dall’esame delle predette deposizioni del Mutolo emerge una serie di circostanze di fondamentale importanza ai fini della ricostruzione dei fatti per cui è processo. In particolare, le dichiarazioni del collaborante evidenziano che:

  • secondo una regola fondamentale (ed in quel periodo sicuramente operante) di "Cosa Nostra", gli omicidi di magistrati, uomini politici, soggetti appartenenti alle forze dell’ordine, avvocati e giornalisti – potendo provocare conseguenze negative per l’organizzazione, tenuto conto della rilevanza delle vittime e delle prevedibili reazioni dello Stato – dovevano essere deliberati dalla "Commissione";
  • le sole eccezioni a questa regola furono rappresentate dagli omicidi del colonnello Giuseppe Russo e del Procuratore della Repubblica di Palermo Gaetano Costa, maturati in contesti assolutamente peculiari;
  • già al momento dell’omicidio di Mario Francese, Salvatore Riina aveva preso il sopravvento all’interno della "Commissione", in virtù della estromissione (decretata nel 1978) di Gaetano Badalamenti dall’organizzazione mafiosa, e della quasi contestuale costituzione del "mandamento" di Resuttana, a capo del quale vi era Francesco Madonia, notoriamente legato ai “corleonesi”; non a caso, proprio in quel periodo si verificarono numerosi omicidi “eccellenti” (segnatamente, quelli di Cesare Terranova, di Michele Reina e di Boris Giuliano), tutti commessi nel territorio del predetto "mandamento";
  • all’epoca dell’omicidio di Mario Francese, facevano parte della "Commissione" Francesco Madonia (capo del "mandamento" di Resuttana), Rosario Riccobono (capo del "mandamento" di Partanna Mondello), Giuseppe Calò (capo del "mandamento" di Porta Nuova), Bernardo Brusca (per il "mandamento" di San Giuseppe Jato), Antonino Geraci (capo del "mandamento" di Partinico), Salvatore Riina (capo del "mandamento" di Corleone, il cui sostituto era Bernardo Provenzano), Michele Greco (capo del "mandamento" di Ciaculli), Stefano Bontate (capo del "mandamento" di Santa Maria di Gesù); a questi soggetti il Mutolo nell’interrogatorio del 3 settembre 1992 ha aggiunto Giuseppe Bono, Salvatore Inzerillo, Salvatore Scaglione, Calogero Pizzuto; nell’interrogatorio del 22 aprile 2000 il Mutolo ha menzionato anche il Motisi (capo del "mandamento" di Pagliarelli), non indicato in data 3 settembre 1992;
  • per gli esponenti mafiosi detenuti presso l’istituto penitenziario dell’Ucciardone, era assolutamente pacifico che l’omicidio di Mario Francese (considerato da taluno anche come un monito rivolto agli altri giornalisti) fosse stato voluto e deciso dalla "Commissione";
  • già da almeno due anni prima dell’omicidio, tutti gli "uomini d'onore" effettuavano commenti fortemente negativi (talvolta, con l’uso di espressioni che riflettevano una violenta avversione) sull’attività professionale svolta da Mario Francese, da essi considerata come un costante attacco a "Cosa Nostra" ed ai suoi componenti;
  • Mario Francese, tra l’altro, aveva pubblicato frequentemente articoli sulle vicende relative ai lavori di appalto e di subappalto realizzati nella Valle del Belice per la costruzione della Diga Garcia, ed a numerosi omicidi realizzati nella zona interessata dai lavori;
  • tutti i lavori di subappalto relativi alla diga Garcia erano stati affidati a mafiosi, secondo quanto il collaborante apprese da Salvatore Lamberti, esponente della "famiglia" di Borgetto, il quale gli propose di prendere parte a questa lucrosa attività impiegando una pala meccanica;
  • ai lavori relativi alla costruzione della diga erano fortemente interessati anche Bernardo Provenzano e Salvatore Riina;
  • Salvatore Riina si era persino preoccupato di “raccomandare”, perché fosse trasferito in infermeria e venisse trattato con riguardo, un pubblico amministratore piuttosto anziano, in servizio presso il Consorzio di Bonifica del Belice, il quale si era interessato di alcuni appalti riguardanti la suddetta diga ed era stato tratto in arresto; l’intento del Riina era quello di assicurarsi che il medesimo individuo sopportasse bene lo stato di detenzione e non collaborasse con l’autorità giudiziaria;
  • la suddetta raccomandazione era stata impartita da Salvatore Riina mediante un messaggio inviato a padre Agostino Coppola, avvalendosi delle agevoli possibilità di comunicazione tra i detenuti e l’esterno, in quel periodo riscontrabili nell’istituto penitenziario dell’Ucciardone;
  • ai mafiosi, era sembrato che Mario Francese oltrepassasse ogni limite consentito quando aveva attaccato pubblicamente padre Agostino Coppola (legato da rapporti fraterni con Salvatore Riina) per il suo coinvolgimento nel sequestro di Rossi di Montelera;
  • dopo l’omicidio di Mario Francese, che possedeva e manifestava una profondissima conoscenza del fenomeno mafioso, gli "uomini d'onore" detenuti esternarono la loro contentezza;
  • il luogo dove fu ucciso Mario Francese ricadeva nel territorio del "mandamento" di Resuttana;
  • ciascun “capo-mandamento” doveva avere preventivamente conoscenza degli omicidi che sarebbero stati commessi all’interno del proprio territorio.[…].

LE “CONFERME” ALLE INTUIZIONI DI FRANCESE. Si è già avuto modo di osservare come Mario Francese avesse scritto, dal 1974 in poi, numerosi articoli giornalistici su don Agostino Coppola, mettendone in luce gli stretti rapporti con Salvatore Riina, l’inserimento nell’ “anonima sequestri” capeggiata da Luciano Liggio, il coinvolgimento nel sequestro di Luigi Rossi di Montelera. L’avversione manifestata da don Coppola nei confronti di Mario Francese è stata ricordata dal suo collega Franco Nicastro nelle dichiarazioni rese in data 10 aprile 1998, precedentemente riportate.

Nel capitolo IV, è stata pure presa in esame l’approfondita serie di articoli che Mario Francese, sin dal 1977, iniziò a scrivere sui molteplici interessi mafiosi connessi alla costruzione della diga Garcia, esplicitandone le connessioni con numerosi episodi di omicidio verificatisi nella zona e con l’assassinio del colonnello Russo, ed illustrando le singolari operazioni immobiliari realizzate dalla società Zoosicula RI.SA., che veniva ricondotta a Salvatore Riina. Tra le iniziative giudiziarie su cui Mario Francese si soffermò nel descrivere le indagini espletate in relazione all’uccisione dell’ufficiale dei Carabinieri, vi era l’emissione di un mandato di cattura, per il reato di favoreggiamento, a carico di Biagio Lamberti (autotrasportatore di Borgetto), e l’invio di una comunicazione giudiziaria, per il reato di associazione a delinquere, nei confronti del padre del medesimo soggetto, Salvatore Lamberti, indicato come individuo “implicato, insieme a don Agostino Coppola, nel tentato omicidio dell’allevatore Francesco Randazzo” e detenuto, per tale motivo, presso l’istituto penitenziario dell’Ucciardone.

Lo spessore mafioso dei Lamberti era stato posto in evidenza nel rapporto giudiziario riguardante il duplice omicidio del colonnello Russo e dell’insegnante Filippo Costa, redatto il 25 ottobre 1977 dal Comandante del Nucleo Investigativo del Gruppo di Palermo dei Carabinieri, Magg. Antonio Subranni; in tale atto Salvatore Lamberti era stato definito come “pregiudicato mafioso, già latitante”, si era illustrata la “personalità mafiosa” di Biagio Lamberti, e si erano descritte le singolari modalità del suo ingresso nei lavori affidatigli dalla società Lodigiani presso la diga Garcia, precisando altresì che Biagio Lamberti svolgeva tale attività con l’impiego di diversi mezzi meccanici, tra cui una pala meccanica, e riceveva dalla società Lodigiani il doppio del compenso normale.

Nel medesimo rapporto si era compiuta una ricostruzione delle vicende relative alla costruzione della diga Garcia che risulta perfettamente coerente con le indicazioni fornite dal Mutolo, oltre che con il quadro tracciato da Mario Francese nelle sue inchieste giornalistiche.

Il rapporto giudiziario, in particolare, aveva esplicitato quanto segue: «la costruzione della diga suscitava ovviamente una disordinata corsa per accaparrarsi le forniture dei materiali occorrenti, per offrire il noleggio dei mezzi meccanici per i movimenti di terra e per aggiudicarsi i sub-appalti delle opere minori, provocando una incrinatura nei rapporti e negli equilibri dei gruppi mafiosi delle zone interessate. Ben presto, però, anche la mafia del “corleonese”, non insensibile certo rispetto ai cospicui interessi emergenti emergenti, allungava le sue rapaci ed avide mani sulla “valle del Belice”, e, stabilendo e rafforzando i suoi legami con la mafia di Roccamena e del trapanese, e ricorrendo al delitto, instaurava un nuovo stabile equilibrio, assicurandosi il monopolio delle forniture e dei sub-appalti. Così, facendo leva sul prestigio mafioso dei vari Riina, Provenzano, Bagarella e sulla forza che gli deriva dall’allargamento dei suoi quadri, questo gruppo mafioso è riuscito ad imporre elementi di sua fiducia, attraverso i quali si è garantito il totale controllo delle forniture e dei sub-appalti relativi alla costruzione della diga Garcia, che nella zona rappresenta al momento il più immediato settore di sfruttamento. In questa lotta per il predominio sugli interessi suscitati dalla costruenda diga, vanno interpretati il triplice tentato omicidio di Napoli Rosario, Napoli Fedele e Montalbano Vincenzo (19.7.1977) e l’omicidio di Artale Giuseppe (30.7.1977)». Nell’ambito di questa ricostruzione delle vicende connesse alla costruzione della diga Garcia, si era sottolineato: “in tale contesto va collocata anche l’uccisione del ten. Col. Russo Giuseppe” (pagg. 36-37 del rapporto), formulando le seguenti osservazioni:

  • l’ufficiale annoverava tra i suoi amici più intimi l’imprenditore Rosario Cascio, cui l’ing. Ero Bolzoni (dirigente della società Lodigiani, con funzioni di direttore tecnico dei lavori della diga) aveva assicurato l’assegnazione della fornitura dei materiali inerti per la realizzazione dell’intera opera;
  • nei mesi di giugno e luglio 1976 si erano però verificati alcuni attentati dinamitardi contro la società Lodigiani, «compiuti dalla mafia del “corleonese” per assicurarsi il totale controllo di ogni settore produttivo legato alla diga Garcia e, tra l’altro, per indurre i titolari della Lodigiani a sostituire Cascio Rosario con il geometra Modesto Giuseppe, uomo di paglia della mafia “corleonese”, nella fornitura esclusiva di inerti; operazione questa da realizzare – per come poi è stata realizzata – mediante la preventiva sostituzione degli ingg. Bolzoni e Gazzola, che avevano assunto l’impegno con Cascio, con altri due tecnici, che erano invece esenti da impegni con chicchessia e che quindi, al momento dell’inizio dei lavori per la costruzione della diga, avrebbero potuto conferire la fornitura a Modesto Giuseppe»;
  • con questa azione la mafia si riprometteva, tra l’altro, di assoggettare definitivamente ai propri voleri la volontà della società Lodigiani;
  • Rosario Cascio, dopo essere stato estromesso dalla fornitura degli inerti (affidata, invece, alla società IN.CO., di pertinenza del Modesto), si era rivolto al colonnello Russo, il quale aveva rivolto la sua attenzione contro la mafia del “corleonese” e si era adoperato per raccogliere gli elementi necessari per imbastire una denuncia penale, al fine di “colpire con successo la mafia ormai dominante di Leggio – Riina e Coppola” smascherandone l’ingerenza nella valle del Belice;
  • il Modesto, presidente del consiglio di amministrazione della società IN.CO., era «“l’uomo di fiducia” del gruppo di mafia facente capo a Riina Salvatore, Provenzano Bernardo e Bagarella Leoluca», e quindi “lo strumento ed il rappresentante di interessi mafiosi”;
  • i dirigenti della Lodigiani avevano cooperato ad un preciso piano criminoso del più pericoloso gruppo mafioso, capeggiato da Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella, e composto da varie cosche, i cui elementi maggiormente rappresentativi erano Gioacchino Cascio (qualificato come “noto capo-mafia di Roccamena e da vari anni residente a Monreale”), Bartolomeo Cascio (indicato come “l’elemento di maggior spicco della cosca di Roccamena, dopo suo zio Cascio Gioacchino”), Giuseppe Giambalvo, Vincenzo Giambalvo, Leonardo Diesi, Salvatore Lamberti, Biagio Lamberti, Giovanni Armato;
  • il piano criminoso in questione era diretto ad eliminare ogni possibile concorrenza alla società IN.CO. di Giuseppe Modesto ed alla ditta Lamberti.[…].

UN COLLABORATORE CREDIBILE. Appaiono pienamente credibili le indicazioni del Mutolo in ordine al contenuto ed al tempo delle conversazioni intercorse tra lui ed altri "uomini d'onore" in ordine all’attività giornalistica di Mario Francese, al monopolio mafioso sui lavori di subappalto riguardanti la diga, ed alla possibilità di conseguire rilevanti guadagni mettendo a disposizione di Salvatore Lamberti una pala meccanica per gli stessi lavori. Un univoco riscontro a tali dichiarazioni è, infatti, offerto dalla codetenzione del Mutolo insieme a numerosi esponenti mafiosi (tra i quali Tommaso Buscetta e Salvatore Lamberti) presso l’infermeria della Casa Circondariale dell’Ucciardone in un periodo in cui:

  • Mario Francese aveva già pubblicato sul "Giornale di Sicilia" diversi articoli riguardanti gli interessi mafiosi relativi alla costruzione della diga Garcia, i connessi omicidi verificatisi nella zona circostante, il convolgimento di don Agostino Coppola nel sequestro di Luigi Rossi di Montelera;
  • si era già in presenza di un totale controllo esercitato dal gruppo mafioso capeggiato da Salvatore Riina sulle forniture e sui sub-appalti relativi alla costruzione della diga;
  • la società Lodigiani aveva affidato proprio al figlio di Salvatore Lamberti, a condizioni eccezionalmente favorevoli, alcuni lavori che costui svolgeva con l’impiego di diversi mezzi meccanici, tra i quali una pala meccanica.

La sentenza in questione è quella della Corte di Assise di Palermo, presidente Leonardo Guarnotta, contro Salvatore Riina +9. DOMANI 17.2.2021

 

 

a cura di Claudio Ramaccini, Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia - PSF 

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