Stampa

GIOVANNI BRUSCA, u verru scannascristiani

on .

 

GIOVANNI BRUSCA -  Così ho ucciso Giovanni Falcone e la sua scorta: "Il primo lavoro era quello di riuscire a entrare nel cunicolo e vedere com'era fatto. Io ero un po stanco per tutto ciò che avevo fatto poco prima. Nel momento in cui provai a infilarmi nel cunicolo sentii un po d'affanno, mi mancò l'aria. E pensai: <<Se entro qua dentro muoio>>. La stessa cosa accadde a La Barbera. Nel frattempo arrivò Gioè, più riposato, più fresco. E disse: <<Voglio provare io>>. Entrò al buio, tranquillo... LEGGI TUTTO  


«Non ricordo i nomi di quelli che ho ucciso» Nel libro «Ho ucciso Giovanni Falcone» - scritto da Saverio Lodato Brusca dice di sé: «Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento.»


 AUDIO deposizioni ai processi


Trattativa Stato-mafia, il super pentito inciampa sulla data


Al processo d’appello vacilla la tesi dell’accordo stato- mafia. Il difensore di Mori fa emergere che Brusca, nel ’ 97, aveva collocato il piano dell’attentato a Mannino in epoca incompatibile con la ricostruzione del presunto “patto”  17 Settembre 2019 IL DUBBIO


Giovanni Brusca, soprannominato u verru (il porco), oppure lo scannacristiani per la sua ferocia (San Giuseppe Jato20 febbraio 1957), è un mafioso e collaboratore di giustizia italiano.  È stato un membro di rilievo di Cosa nostra e attuale collaboratore di giustizia, condannato per oltre un centinaio di omicidi, tra cui quello tristemente celebre del piccolo Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito Santino Di Matteo) strangolato e sciolto nell'acido e l'omicidio del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta, Antonio MontinaroRocco Dicillo e Vito Schifani. Brusca ricoprì un ruolo fondamentale nella strage di Capaci in quanto fu l'uomo che spinse il tasto del radiocomando a distanza che fece esplodere il tritolo piazzato in un canale di scolo sotto l'autostrada.  Figlio del famoso boss Bernardo Brusca (1929-2000) entrò nella cosca del padre fin da giovanissimo per diventarne ben presto il reggente. Dopo l'arresto del padre avvenuto nel 1985 divenne capo del suo mandamento, quello di San Giuseppe Jato, fiancheggiatore dei corleonesi capeggiati da Totò Riina. In accordo con Bernardo Provenzano prese il comando dei corleonesi dopo l'arresto di Salvatore Riina e Leoluca Bagarella. Fu arrestato il 20 maggio 1996 ad Agrigento, nel quartiere (o contrada) Cannatello in via Papillon al civico 34, dove un fiancheggiatore gli aveva dato a disposizione un villino. Al momento guardava il film sulla strage di Capaci.  Per identificare esattamente il covo in cui si trovava Brusca (in quanto nella via vi erano diverse villette una accanto all'altra), si adottò lo stratagemma di utilizzare una motocicletta guidata da un poliziotto in borghese il quale dava delle forti accelerate al motore portandosi di fronte ai cancelli delle ultime 3 ville in modo che il rombo del motore fosse percepibile dall'audio di "fondo" nell'intercettazione telefonica sull'utenza di Brusca. Via radio "guidarono" il collega in moto in quel segmento di via, e ascoltando il massimo percepibile del rumore del motore, capirono che quello era il punto esatto, dando il via al blitz. Alcuni abitanti locali della via raccontano che gli agenti, non riuscendo a capire perfettamente qual era l'esatta ubicazione della casa di Brusca, irruppero contemporaneamente nelle due villette a destra e a sinistra (oltre che a quella centrale dove poi fu scovato), onde evitare appunto uno sbaglio che avrebbe compromesso l'operazione e potenzialmente favorito la fuga. L'azione fu molto movimentata e nello stesso tempo velocissima, tanto che alcuni vicini di casa dirimpettai, accorsi alle finestre per il trambusto udito, alla vista di questi agenti non in divisa, armati, che indossavano il "mephisto" nero, abbassarono terrorizzati le tapparelle delle proprie finestre, uscendo da casa solamente il giorno dopo. Dopo l'arresto, Brusca tentò inizialmente di depistare gli inquirenti ma poi decise di collaborare con la giustizia e confessò numerosi omicidi. Inizialmente condannato all'ergastolo per l'omicidio di Ignazio Salvo, dopo il suo pentimento la pena gli viene ridotta a 26 anni di reclusione. Sarà libero nel 2022.

CONDANNE

Strage di Capaci Giovanni Falcone aveva iniziato la lotta alla mafia già a fine anni sessanta. Fu lui, insieme ai suoi più stretti collaboratori come Paolo Borsellino, a iniziare l'istruttoria del più grande processo alla mafia svoltosi a Palermo, dove vennero convocati oltre 400 imputati. Giovanni Falcone era divenuto pericoloso per le cosche dopo l'omicidio di Ignazio Lo Presti, costruttore "amico degli amici". La moglie di quest'ultimo fece una grossa rivelazione, e cioè che Lo Presti era in stretto contatto con Tommaso Buscetta, "il boss dei due mondi". Era quest'ultimo, dal Brasile, a dirigere gli affari del traffico della droga e gli interessi delle famiglie. Quando Falcone seppe dell'arresto di Buscetta volle andare subito a interrogarlo. Grazie a Buscetta si fece luce su tanti omicidi, sia politici sia tradizionali, come quelli dei pentiti durante la guerra di mafia, ma anche su quelli dei tanti collaboratori di Falcone, come Rocco ChinniciGiuseppe Montana e Ninni Cassarà. Totò Riina, scottato dalla condanna in primo grado all'ergastolo, si mise in agitazione perché il giudice stava andando troppo oltre, applicando - prima con Tommaso Buscetta, poi con Salvatore ContornoNino Calderone e Francesco Marino Mannoia - lo strumento della collaborazione dei "pentiti", già sperimentato nella lotta al terrorismo, nelle indagini su Cosa nostra. Per questo motivo, il magistrato fu criticato sia dai colleghi magistrati sia dalla stampa, che gli rimproverò una presunta "voglia di protagonismo". Dopo le critiche, anche aspre, a Falcone fu di fatto impedito di assumere il coordinamento delle indagini sulla mafia[1]. Dopo quest'azione di delegittimazione, il 23 maggio 1992 al suo ritorno da Roma, dove svolgeva il ruolo di direttore degli affari penali per il ministero di grazia e giustizia, durante il tragitto verso casa il giudice Giovanni Falcone, che già nel 1989 era scampato a un attentato, trovò la morte. Per commettere il delitto furono assoldati ben cinque uomini, tra cui Giovanni Brusca che fu la persona che fisicamente azionò il telecomando, i quali riempirono di tritolo un tunnel che avevano scavato sotto l'autostrada nei pressi di Capaci (per assicurarsi la buona riuscita del delitto, ne misero circa 500 kg). Fu una strage ("l'attentatuni") nella quale persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e tre uomini della scorta (Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo).

Strage di via d'Amelio   Brusca dichiarò di non aver partecipato fisicamente alla Strage di via d'Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992 a Palermo in cui persero la vita il giudice antimafia Paolo Borsellino e la sua scorta, bensì di essere uno dei mandanti perché a conoscenza di tutti i progetti di morte di Cosa Nostra per l'anno 1992.

Omicidio di Giuseppe Di Matteo  Giovanni Brusca decise di affrontare la situazione del pentimento di Santino Di Matteo, detto "Mezzanasca", rapendo l'allora tredicenne figlio di questi, Giuseppe. Con la collaborazione di altri criminali e pregiudicati a lui sottoposti, sequestrò il ragazzo nei pressi di un maneggio che era solito frequentare e per i due anni successivi lo spostò continuamente in vari nascondigli. I tentativi di Cosa Nostra di convincere il padre a ritrattare le sue confessioni fallirono e portarono Brusca a eliminare il piccolo Di Matteo, facendolo prima strangolare e successivamente sciogliere nell'acido. Per l'omicidio del piccolo Giuseppe, oltre che Giovanni Brusca, sono stati condannati all'ergastolo i boss Leoluca BagarellaGiuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro.

Processo Trattativa Stato-Mafia Il 24 luglio 2012 la Procura di Palermo, sotto Antonio Ingroia e in riferimento all'indagine sulla Trattativa Stato-Mafia, ha chiesto il rinvio a giudizio di Brusca e altri 11 indagati accusati di "concorso esterno in associazione mafiosa" e "violenza o minaccia a corpo politico dello Stato". Gli altri imputati sono i politici Calogero ManninoMarcello Dell'Utri, gli ufficiali Antonio SubranniMario Mori e Giuseppe De Donno, i boss Totò RiinaLeoluca BagarellaAntonino Cinà e Bernardo Provenzano, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (anche per "calunnia") e l'ex ministro Nicola Mancino ("falsa testimonianza").

La detenzione Detenuto nel carcere romano di Rebibbia dal 20 maggio 1996, nel 2004, grazie ad una decisione del Tribunale di sorveglianza di Roma, gli sono stati concessi periodicamente dei permessi premio per buona condotta, consentendogli così di poter uscire dal carcere ogni 45 giorni e poter far visita alla propria famiglia, in una località protetta. L'autorizzazione suscitò diverse polemiche da parte dell'opinione pubblica. Sempre nello stesso anno, però, perse il diritto alle uscite dal carcere concesse in premio, a causa dell'uso di un telefono cellulare, in aperta violazione alle norme sui benefici carcerari.  Nel 2010 ricevette, in carcere, un'accusa di riciclaggio, di intestazione fittizia di beni e di tentata estorsione. Il 17 settembre di quell'anno, i carabinieri del Gruppo di Monreale, per ordine della Procura di Palermo effettuarono una perquisizione nella sua cella e, in contemporanea, anche nelle abitazioni di suoi familiari, confiscando a Brusca una parte del suo patrimonio che, secondo gli inquirenti, avrebbe continuato a gestire dal carcere. L'8 agosto 2015 i giudici della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo accolgono la richiesta della Procura distrettuale disponendo il sequestro di beni intestati ai prestanome del pentito ma a lui finanziariamente riconducibili. In realtà Brusca si è smascherato da solo con una lettera inviata a un imprenditore in cui ammetteva di «aver omesso spudoratamente di riferire di quei beni ai giudici». In precedenza erano stati trovati 190.000 euro a casa della moglie durante una perquisizione. Nel 2016 interviene l’assoluzione definitiva nel processo, il reato di estorsione viene derubricato in tentativo di violenza privata, mentre la questione relativa all’intestazione fittizia di beni era andata prescritta e all’ex boss furono restituiti 200.000 euro che gli erano stati sequestrati. Successivamente i permessi premio vennero ripristinati, permettendogli di trascorrere in media cinque giorni al mese fuori dal carcere. Per gli ultimi dell’anno 2016 Brusca è tornato a casa in stato di libertà, sotto l’occhio vigile e la sorveglianza del Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria. Ma adesso potrebbe usufruire della detenzione domiciliare. 


Niente anticipo sul fine pena nel 2022 - La Cassazione dice no a Brusca. Il boss di Cosa Nostra finirà di scontare 30 anni di reclusione senza beneficiare di uno sconto Nessuno sconto di pena per Giovanni Brusca: è stato dichiarato inammissibile il ricorso con cui il boss di Cosa Nostra contestava, davanti alla Cassazione, il calcolo della pena da espiare - per complessivi 30 anni di reclusione - compiuto dal pm detraendo il periodo trascorso in custodia cautelare. Per Brusca, dunque, nessun anticipo sul fine pena, previsto nel 2022. Con una sentenza depositata oggi, la prima sezione penale della Suprema Corte ha condiviso, infatti, le conclusioni dei giudici della Corte d'assise d'appello di Milano, che, competenti sull'esecuzione pena, avevano, nel novembre 2019, respinto il reclamo della difesa del boss, la quale sosteneva che i 10 mesi e 11 giorni trascorsi da Brusca in custodia cautelare tra il 19 settembre 1996 e il 29 luglio 1997 fossero da detrarre non dal cumulo materiale ma da quello giuridico delle pene inflitte al condannato per fatti commessi prima del settembre 1996.  Nei confronti di Brusca, emerge dalla sentenza, sono stati emessi tre provvedimenti di cumulo, comprendenti vari gruppi di sentenze, distinti in base ai periodi di carcerazione: il terzo gruppo si riferisce all'espiazione della pena di 3 anni per un reato commesso il 30 luglio 1997. Il cumulo è stato formato tenendo conto del precedente - pari a 29 anni, 2 mesi e 22 giorni di reclusione, previa detrazione di 10 mesi e 11 giorni di pre-sofferto cautelare, per un residuo di 28 anni, 4 mesi e 11 giorni - a cui sono stati aggiunti 3 anni di reclusione dell'ultimo reato commesso. Secondo la Cassazione, "il giudice dell'esecuzione si è correttamente attenuto al principio di diritto espresso costantemente dalla giurisprudenza di legittimità secondo il quale 'in tema di esecuzione di pene concorrenti, qualora durante l'espiazione di una pena determinata a seguito di un provvedimento di cumulo, venga emessa una sentenza di condanna, o di applicazione della pena, relativa ad un reato commesso anteriormente a quelli inclusi in tale provvedimento, la pena da eseguire va determinata detraendo il periodo di pre-sofferto relativo alla nuova condanna dalla pena irrogata per quest'ultima, e sommando successivamente l'eventuale pena residua a quella complessiva indicata nel primo provvedimento di cumulo. La pena totale da espiare dovrà, infine, essere calcolata in base agli ordinari criteri in materia di esecuzione". AGI 06 novembre 2020 Di Simona Olleni


COMO, Di Matteo assale Brusca: "Animale ti stacco la testaDrammatico il faccia a faccia fra i due nel palazzo di giustizia di Como, dove la corte d'assise di Caltanissetta sta tenendo le udienze del processo bis per la strage di via D'Amelio, quella del 19 luglio 1992, nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini delle scorta.

Di Matteo assale Brusca: 'Animale, ti stacco la testa'

"Stu figghiu e' buttana", grida Santino Di Matteo contro Giovanni Brusca. Poi afferra il microfono che gli è davanti, lo strappa dal supporto e glielo lancia violentemente addosso. L'ira sale, Di Matteo si alza e gli si scaglia contro. Tenta di afferrarlo, ma è bloccato dagli agenti di polizia.  I due sono l'uno di fronte all'altro. A sinistra della corte Santino Di Matteo, pentito di vecchia data, uno dei primi ad abbandonare i corleonesi di Totò Riina. A destra Giovanni Brusca da San Giuseppe Jato, cresciuto anche lui sotto l'ala protettiva di Totò u' curtu, anche lui controverso collaboratore di giustizia. Giovanni Brusca, che si è macchiato di uno dei crimini più terribili della storia di Cosa nostra: lo scioglimento nell'acido di un bambino di dodici anni, con la sola colpa di essere figlio di "uno che aveva cantato". Quel bambino, morto per strangolamento e poi gettato nel liquido corrosivo nel gennaio 1996 si chiamava Giuseppe Di Matteo, e suo padre è proprio Santino. Drammatico il faccia a faccia fra i due nel palazzo di giustizia di Como, dove la corte d'assise di Caltanissetta sta tenendo le udienze del processo bis per la strage di via D'Amelio, quella del 19 luglio 1992, nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini delle scorta. "Giocava con mio figlio", urla Di Matteo. E ricorda i giorni della loro carriera nelle fila Cosa Nostra. Quando Brusca andava a casa sua e portava il figlio nel giardino di casa, per divertirlo. Le invettive diventano sempre più pesanti, la rabbia cresce. "Animale, non sei degno di stare in questa aula. Parliamo di fronte ad un animale", fa Di Matteo. E poi: "Ci dovrei staccare la testa, uno che ha ucciso una donna incinta e un bambino". Il tono diventa di sfida. "Perché non lo mettiamo a un'incrocio. All'ultimo magari, presidente, ci mette tutti e due in quella cella là...". Brusca è impassibile, dice che Di Matteo è accecato dalla vendetta e che dice falsità. Santino non regge più, scoppia. Il presidente Pietro Falcone, dopo l'aggressione, sospende l'udienza. Che riprende dopo pochi minuti.  "Faccia uno sforzo e si calmi", dice il presidente rivolto a Santino Di Matteo. Ma non c'è verso. Gli insulti continuano. "Lei è padre di figli", dice Di Matteo rivolto al giudice. E aggiunge, di nuovo: "Ci dovrei staccare la testa a quello là". Falcone cerca di mettere ordine: "Lei ha avviato una collaborazione con la giustizia". "Garantisco che continuerò - risponde subito Di Matteo - ma almeno fatemelo guardare". Brusca è ormai circondato da un cordone di poliziotti. Le parole per lui sono ferocissime: "Solo questo ha fatto nella vita. La sua carriera l'ha fatta con Salvatore Riina attraverso le tragedie, la sua carriera è stata solo di uccidere le persone buone. Lui è più animale di Salvatore Riina. Me lo deve far vedere. Mi ha cercato per cinque anni, invece ha trovato un bambino. Me lo mangio vivo. Ha ucciso solo una donna incinta, solo perchè poteva sapere qualche cosa".  Odio, solo odio, fra i due. Appena placato il 20 maggio 1996 dalla notizia dell'arresto di Brusca. "Finalmente lu pigliaru a stu curnutu, e adesso mettetegli la testa nella merda", disse in lacrime Santino Di Matteo. Più volte i due si sono incontrati nelle aule di tribunale. E sempre lo scontro ha avuto toni drammatici.  Giovanni Brusca ha sempre ammesso l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Del pentimento, quello morale, per il gesto compiuto, appena l'ombra, nelle sue parole: "Se avessi avuto un momento in più di riflessione, più calma per poter pensare, come ho fatto in altri crimini, forse ci sarebbe stata una speranza su mille, su un milione, che il bambino fosse vivo. Oggi qualsiasi giustificazione sarebbe inutile. In quel momento non ho ragionato".  (15 settembre 1998) La Repubblica 


Santino Di Matteo: "Mio figlio ucciso nell'acido"

 


Giovanni Brusca e le “colpe” di Falcone e Borsellino  Giovanni Brusca, il quale ha, innanzitutto, confermato l'insoddisfazione che montava in Salvatore Riina per l'andamento del maxi processo ancor prima della sentenza definitiva della Corte di Cassazione e, conseguentemente, la ripetuta manifestazione della minaccia di uccidere l'On. Lima sul quale il Riina aveva fatto affidamento per "aggiustare"  il maxi processo (" da quando ... durante il primo Maxiprocesso che io andavo dai cugini Salvo affinché intervenissero per intervenire sul presidente, su quella che era la situazione, per ottenere un favore positivo e le risposte erano sempre negative, quando io portavo le risposte da Totò Riina dice: "lo a questo lo devo ammazzare" e dipende dal tono e il modo come lo diceva per me già era sentenza, non c'era bisogno di aspettare il '92. Poi era sempre il ritornello che continuava, ma già per me era il quadro. Siccome poi questa volontà è andata avanti che primo grado, secondo grado, in Cassazione non ha fatto niente, quindi è arrivato al punto quando poi ha chiuso il conto ..  Non era un 'esternazione di quella "Ah, a questo lo devo ammazzare" o "Questo di qua" o un certo spazio, lo spazio di un ripensamento era l' l%. Cioè, si poteva salvare ... si poteva salvare se l'onorevole Lima avrebbe portato un risultato positivo per Cosa Nostra .... io siccome ho vissuto in prima persona, sia perché imputato, ma perché mi ci mandava, prevalentemente era l'interesse di Totò Riina per il Maxiprocesso affinché venisse manipolato, aggiustato per ottenere un esito positivo, in particolar modo quella che era la fissazione sua era il teorema Buscetta la cosiddetta commissione ....  lo l'ho seguito dal primo giorno. Poi sempre un 'altra lamentela ci fu quando non intervenne perché si fece un decreto, ora non mi ricordo in dettaglio, di retroattività. che ci fu una contestazione tra Difesa. Pubblico Ministero e Corte. e lui non intervenne affinché questo decreto non passasse ... Possiamo dire che tutte le richieste di Riina non trovavano soddisfazione"). Brusca ha, quindi, riferito che la questione del maxi processo fu oggetto di più riunioni della "commissione provinciale" tenutesi a partire dal 1990 e nelle quali via via si prese atto dell'evoluzione della vicenda sino a quell'intervento, attribuito al Dott. Falcone, finalizzato a far sostituire il Presidente Carnevale, sul quale erano riposte le aspettative dei mafiosi, con altro Presidente della Corte di Cassazione con conseguente previsione dell'esito infausto per l'associazione mafiosa che, infine, vi sarebbe stato ("E allora. riunioni di commissione provinciale ce ne sono state più di una .... '" ... dal novanta ... '92, fino a che è arrestato Riina ho partecipato a quattro cinque o forse qualcuna di più .. E quindi io in queste riunioni successive, siccome già al fatto dell 'onorevole Lima non ci stavo attento. io stavo attento a quelle che erano le novità dell'oggetto, perché l'onorevole Lima già sapevo che ... Lima, il dottor Falcone il dottor Borsellino questi io già li sapevo da una vita, ogni volta c'erano novità dipende qual 'era l'esigenza del contendere. Attraverso questi fatti mi ricordo che si discuteva in commissione di Cosa Nostra ... .Guardi, più che discussioni c'erano ricordi. rinnovamenti ... Guardi. diciamo che da quando fu assegnato in commissione, cioè in Cassazione, cioè, facciamo un piccolo passo indietro, in Corte d'Assise d'appello il processo stava andando bene, cambiò la situazione quando cominciò a collaborare Francesco Marino Mannoia che cominciò a collaborare nel corso d'opera e stravolse quelle che erano le aspettative, tant'è che io ero stato assolto in primo grado e in secondo grado poi sono stato condannato, come tanti altri. le condanne all 'ergastolo e via dicendo. Quindi poi si sperava di poterlo aggiustare in Cassazione e da lì sono stati... Principalmente con la corrente ...attraverso l'onorevole Lima e l'onorevole Andreotti, poi c'erano anche... .a lui doveva intervenire principalmente, se non ricordo male, che ci fu di evitare la cosiddetta, la rotazione dell 'assegnazione, in maniera che ... doveva fare in modo che arrivasse al dottor Carnevale, in sostanza, questo era l'interesse di Totò Riina....  Che poi Totò Riina attraverso altri canali l'avrebbe ... nel merito ci sarebbe entrato, ma quantomeno voleva che lui facesse in modo che facesse assegnare questo processo al dottor Carnevale. Nel merito  lui pensava di farlo gestire attraverso un amico di Mazara del Vallo, un avvocato, non mi ricordo chi è, con Carnevale erano molto amici, amici, si conoscevano non so se per quali fini o per quali motivi ... ; .... 

P.M DR. TERESI - E quindi la rotazione di questa turnazione nell'assegnazione dei processi in Cassazione, come dire, sconvolse le vostre aspettative?;

IMPUTATO BRUSCA - Sì, con l'intervento del dottor Giovanni Falcone ....  Ma l'abbiamo capito subito quando lui da Palermo se ne andò a Roma per andare a fare principalmente questo, perché era un lavoro suo e quindi voleva portarlo a termine ....  Davamo la colpa a Falcone, ma principalmente a Martelli che gli aveva consentito di fare questo ... cioè, di andare a occupare questo posto … . Anche qui io la volontà di uccidere il dottor Falcone per me risale già subito dopo Chinnici e ho fatto pure dei tentativi, ho studiato pure degli obi... cioè delle abitudini, per una serie di fatti sempre veniva rinviato. Quando invece in ultima battuta sapevo di questo fatto, però io non sapevo ancora la volontà di Totò Riina, io c'entro, tra virgolette, per sbaglio in quest'attentato .... Cioè, io entro nella fase ... sapevo la deliberazione, sapevo la volontà di Totò Riina, io entro nel piano esecutivo di portare a termine tutta una serie diattentati omicidiari e quant'altro ... "). Indi, Brusca ha confermato che nel dicembre 1991 si tenne un'ulteriore riunione della "commissione provinciale" ("Che io mi ricordi l'ultima fu, credo, come di solito si faceva sempre, a Natale '91, tutta allargata, successivamente ... "), forse in un luogo diverso dalla casa di Guddo ("L'ultima, che io mi ricordo, fu a casa del cugino di Salvatore Cancemi, di un certo... Non mi ricordo come si chiama .... ; ...

P.M DR. TERESI - È possibile che si chiami Guddo?;

IMPUTATO BRUSCA - No, c'è un altro, c'è un altro che poi è stato individuato. A casa di Guddo ne abbiamo fatto altre di riunioni, ma questa che mi ricordo credo che sia l'ultima, che mi ricordo anche la presenza di Nino Giuffrè, si chiama questo ... è stato già individuato, è stata individuata pure la casa, avendo assistito ad altri processi, però in questo momento non mi viene il nome, Vito, Vito... eravamo in uno scantinato, comunque vicino la casa di Guddo, perché Totò Riina si muoveva sempre nell'ambito da casa sua dove abitava vicino alla rotonda, si muoveva, diciamo, nell'arco di un chilometro, 2 chilometri, 3 chilometri, non andava oltre ....  Si muoveva nel territorio di Raffaele Ganci, di Angelo La Barbera e Salvatore Cancemi .... "), cui parteciparono quasi tutti i capi "mandamento" tra i quali anche Giuffré ("Ma partecipammo quasi ... no "quasi", tutti, credo che fu un momento che in due o tre occasioni partecipammo tutti, al/ora eravamo ... .alvatore Riina per Corleone e capo provincia, Biondino Salvatore che sostituiva Giuseppe Giacomo Gambino, Angelo La Barbera per Porta Nuova, per Passo di Rigano che sostituiva Salvatore Buscemi, Matteo Motisi per Pagliarelli, Salvatore Montalto che sostituiva il padre per Villabate che prima era Bagheria e poi è diventato Villabate, io per San Giuseppe Jato, Giuseppe Graviano per Brancaccio, Francesco Lo lacono per Partinico che sostituiva Geraci Antonino il vecchio, Giuffi-è Antonino per Caccamo, Salvuccio Madonia per San Lorenzo, Pietro Aglieri e Carlo Greco per Santa Maria di Gesù, Raffaele Ganci per la Noce, credo di averli detti tutti ... ") e nella quale, come pure riferito dallo stesso Giuffrè, prese la parola Riina, manifestando, senza alcuna opposizione dei presenti, l'intendimento di uccidere i Dott.ri Falcone e Borsellino quali nemici storici di "cosa nostra" ed alcuni politici che, a suo dire, avevano tradito "cosa nostra", tra i quali Lima e, forse, Mannino (" .... Di solito in queste circostanze li prendeva sempre Salvatore Riina, erano quasi sempre monologhi, difficilmente qualcuno interveniva, perché quando parlava lui tutti gli altri ascoltavano o per amore o per timore o perché gli conveniva, era quasi sempre lui che parlava. Interveniva qualcuno tipo mi ricordo Matteo Motisi che fece un intervento, non mi ricordo qual era il motivo e quasi no lo rimproverò, ma per educazione per l'età lo mise un po' a tacere, ed era quello che voleva ... cioè, voleva uccidere tutti, che si doveva vendicare, che non riusciva più a portare avanti quelle chenerano le sue esigenze, dell'interesse di Cosa Nostra, che lui stava facendo tutto, che la politica si stava ... i politicanti lo stavano tradendo. Questa è la sostanza dell'argomento... Sì, faceva i nomi... .a principalmente c 'era il dottor Giovanni Falcone. quello era il suo chiodo fisso. poi c 'era quello del dottor Borsellino che lo nominava da tanto tempo, si è aggiunto Lima che io già sapevo e poi tutta un 'altra serie di nomi di politici ... Prima di tutto, il primo di tutti era Giovanni Falcone, il secondo era il dottor Borsellino che io sapevo già dagli anni Ottanta, si ci è aggiunto a questo, in base a quello che già ... perché nel '91 già ... non è che aspettavamo la sentenza di Cassazione che veniva confermata, sapevamo, e quindi pubblicamente esternava la volontà di uccidere Lima. Credo qualche altro politico. non mi ricordo se fece quello di Mannino o di qualche altro, il nome di qualche altro l'abbia fatto. Là, in quella circostanza, non disse: "Dobbiamo uccidere, tu pensa a questo. io penso ... "."Dobbiamo uccidere", punto .... O meglio "Ci dobbiamo rompere le corna" per semplificare il concetto della discussione...  Le ragioni stratificate nel tempo, sommate nel tempo dell'odio di Cosa Nostra verso Giovanni Falcone. poi ritenuto addirittura responsabile della questione della Cassazione. ne abbiamo parlato, per quanto riguarda il dottore Borsellino ...  so. per l'arresto di Leoluca Bagarella, che era indagato per via Pecori Girardi per un omicidio e il dottor Borsellino non voleva accondiscendere alle sue richieste di aggiustamento da Pubblici Ministeri”). Neppure secondo Brusca in quella riunione si parlò della "Falange Armata" e, quindi, come si vede, v'è sostanziale coincidenza tra il racconto del predetto e quello del Giuffrè al di là del luogo della riunione, riferito, peraltro, da quest'ultimo in termini incerti e che, d'altra parte, a distanza di tanto tempo può essere non ben ricordato da uno di essi o da entrambi. Brusca, infine, ha attribuito quella decisione comunicata nella riunione esclusivamente a Riina ben conoscendo il potere assoluto che questi, all'epoca, esercitava in "cosa nostra" ("E in particolar modo Totò Riina. la persona di Totò Riina ... aveva un fatto specifico personale. per questo dico che aveva più interessi di tutti”) e, pertanto, ha detto di non essere a conoscenza della riunione della "commissione regionale" tenutasi a Enna ("No. non ne so nulla io di questa riunione"). Di quest'ultima riunione, tuttavia, ha parlato Malvagna Filippo (il cui racconto è apparso lineare e, anche con riferimento alla scelta collaborativa, caratterizzato dall'assenza di elementi idonei ad inficiare l'attendibilità intrinseca del dichiarante), il quale ebbe ad apprendere di questa, tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992, dallo zio Pulvirenti Giuseppe, a sua volta informato da Benedetto Santapaola che vi aveva partecipato in qualità di capo della "provincia" di Catania.  MAFIE di ATTILIO BOLZONI


 

GIOVANNI BRUSCA : "Liberati dal canuzzu" Il bambino è prigioniero da settecentosettantanove giorni. E' una larva, non pesa neanche trenta chili. Un uomo lo mette con la faccia al muro e lo solleva da terra, il bimbo non capisce, non fa resistenza, nemmeno quando sente la corda intorno al collo. Il suo è appena un sussurro: <<Mi portate a casa?>>. Ci sono altri due uomini che lo tengono. Per le braccia e per le gambe. E poi il piccolo Giuseppe se ne va. Un mese e mezzo dopo, un mafioso si presenta davanti a un sostituto procuratore della Repubblica di Palermo, che gli chiede: <<Intende collaborare con la giustizia?>>. Giuseppe Monticciolo risponde: <<Intendo fare dichiarazioni di omicidio>>. Comincia dalla fine Dall'ultimo. Comincia da Giuseppe Di Matteo, undici anni, il figlio di Santino Mezzanasca, uno dei sicari di Capaci. Il bambino lo rapiscono per far ritrattare il padre pentito. Mezzanasca non ritratta e suo figlio sparisce in un bidone di acido muriatico, i suoi resti sotterrati in una fossa dietro le montagne di Palermo. Giuseppe Di Matteo viene rapito il 23 novembre 1993 e ucciso l'11 gennaio 1996. Lo prendono al maneggio di Villabate, i macellai di Brancaccio. Lo legano e lo portano dopo la piana di Buonfornello, a Lascari. Poi lo consegnano a Giovanni Brusca, quello che a San Giuseppe Jato chiamano ù verru, il maiale. Lo nascondono nei bagagliai delle automobili, lo spostano da un covo all'altro per mezza Sicilia. A Misilmeri, vicino Palermo. A Villarosa, alle porte di Enna. In contrada Giambascio, alle spalle di San Giuseppe Jato. sempre legato e bendato, sempre incatenato. Giuseppe non piange mai. Non chiede mai niente ai suoi carcerieri. Per due anni lo tengono prigioniero. E aspettano un segnale da quell' "infamone" di suo padre. A Giuseppe fanno scrivere lettere al nonno. Vogliono spingere Mezzanasca a rimangiarsi tutto. Passano le settimane, non succede nulla. E' la sera dell'11 gennaio 1996. Giovanni Brusca guarda la tv, è l'ora del telegiornale. Sente una notizia: <<Grazie alle rivelazioni del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, sono stati condannati all'ergastolo Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella>>.  Giuseppe Monticciolo è lì, accanto a Brusca, che ha uno scatto d'ira. Poi ù verru gli ordina: <<Liberati del canuzzu>>. Uccidi il cagnolino. Vincenzo Chiodo è quello che gli sbatte la faccia al muro e lo solleva. Enzo Brusca e Giuseppe Monticciolo lo tengono per le braccia e per le gambe. E' Chiodo che stringe la corda. <<Lo ha strozzato lui>> confessa Monticciolo. Gli chiede il magistrato: <<Il bambino non ha reagito?>>. Monticciolo abbassa gli occhi: <<No, niente, non era più un bambino come tutti gli altri, era debole, debole,...>>. I bidoni di acido sono già pronti. Dopo un pò si vedono solo i piedini di Giuseppe. I tre mafiosi si baciano. Racconterà qualche tempo dopo Brusca: <<Noi avevamo l'abitudine di mettere sempre da parte l'acido, anche se non c'era le necessità immediata di utilizzarlo. Ci vogliono 50 litri di acido per disintegrare un corpo in una media di tre ore. Il corpo si scioglie lentamente, rimangono i denti della vittima, lo scheletro del volto si deforma. A quel punto si prendono i resti e si vanno a buttare nel torrente. Ai palermitani che ci sfottevano perché eravamo contadini, rozzi, noi rispondevamo: e voi allora, bella acqua bevete a Palermo...>>. L'acqua del torrente di San Giuseppe Jato finisce in una diga. Quella che disseta tutta Palermo.( Attilio Bolzoni -PAROLE D'ONORE- )


BRUSCA GIOVANNI Già dalletà di tredici-quattordici anni aveva avuto contatti con i personaggi di maggiore caratura criminale di COSA NOSTRA, come RIINA SalvatorePROVENZANO Bernardo, BAGARELLA Calogero - fratello maggiore di Leoluca, ucciso nel corso dellagguato al boss mafioso CAVATAIO Michele – persone queste che trascorrevano la loro latitanza a S. Giuseppe Iato, ospiti di tale DANNA. Il padre BRUSCA Bernardo, infatti, uomo di assoluta fiducia del RIINA, aveva incaricato il figlio di portare il cibo ai predetti latitanti. Nel 1975 la fedeltà del giovane BRUSCA alla causa di COSA NOSTRA ed il riconoscimento delle sue attitudini criminali trovarono formale riconoscimento con il rituale inserimento nella famiglia” mafiosa di San Giuseppe Jato ed il nuovo adepto poté vantare come padrino” alla cerimonia di affiliazione proprio il RIINA. Allepoca il padre Bernardo reggeva di fatto il mandamento, in sostituzione di SALAMONE Antonino, che per problemi giudiziari conseguenti alla c.d. prima guerra di mafia trascorreva gran parte del suo tempo in Brasile. BRUSCA Bernardo seppe essere uno dei più validi alleati del RIINA nella faida che contrappose la c.d. fazione corleonese al gruppo sino ad allora dominante in COSA NOSTRA e che faceva capo a BADALAMENTI Gaetano, BONTATE Stefano e INZERILLO Salvatore, faida che per vari anni covò in forma latente e che esplose poi in forme assai cruente tra il 1981 ed il 1982, concludendosi con lo sterminio dei rivali e lassoluto trionfo della fazione corleonese. Il BRUSCA venne ricompensato con lattribuzione della carica di capomandamento di S. Giuseppe Iato allorché vennero ricostituiti i mandamenti tra la fine del 1982 e gli inizi del 1983 e la zona di Dammusi, rientrante in tale ambito territoriale, divenne il punto di riferimento della consorteria criminale, anche perché il RIINA vi trascorreva la sua latitanza, sicché lì avevano luogo varie riunioni di COSA NOSTRA a gruppi, riunioni di cui il giovane BRUSCA ebbe così modo di avere contezza pur senza parteciparvi personalmente. Arrestato nel settembre del 1984 a seguito delle iniziative giudiziarie scaturenti dalle rivelazioni di BUSCETTA Tommaso, Giovanni BRUSCA nel febbraio – marzo 1985 raggiunse il soggiorno obbligato di Linosa, da dove rientrò il 31 gennaio 1986. La situazione del mandamento presentava in quel periodo delle novità, a causa dellarresto di BRUSCA Bernardo, avvenuto nel corso del 1985 e dellallontanamento da quel territorio, non più ritenuto sicuro, del latitante RIINA. La gestione del mandamento era stata assunta da DI MAGGIO Baldassare, che manteneva i rapporti tra il RIINA e quel mandamento, anche se le funzioni di rappresentante nella commissione provinciale vennero delegate da BRUSCA Bernardo al RIINA, dati gli stretti rapporti tra i due ed il sospetto che larresto del capomandamento fosse da ricollegare al tradimento di qualcuno degli uomini a lui più vicini, sospetto al quale non si erano sottratti neanche il fratello Mario ed il figlio di questultimo. Questa situazione si era mantenuta pressoché inalterata sino agli ultimi mesi del 1989, anche se nel frattempo i rapporti con il DI MAGGIO si erano andati progressivamente ad incrinare, per il modo con cui questi gestiva gli affari del mandamento e per talune sue vicende private che gli avevano alienato le simpatie del capomandamento, che dagli arresti ospedalieri e poi da quelli domiciliari aveva continuato a seguire le vicende interne, nelle quali veniva progressivamente acquisendo un ruolo crescente BRUSCA Giovanni. Questultimo stava già procacciandosi ulteriori meriti in quel consesso criminale con limpegno profuso nella guerra che i corleonesi stavano conducendo in territorio di Alcamo contro la famiglia rivale dei RIMI ed intorno allottobre del 1989, in epoca prossima allomicidio di DAIDONE Giovanni, commesso in Alcamo, assunse la reggenza di quel mandamento, subentrando al DI MAGGIO ormai caduto in disgrazia. Da allora BRUSCA Giovanni assunse un ruolo preminente nellorganizzazione denominata COSA NOSTRA, partecipando a molti dei più scellerati fatti di sangue di cui la medesima si rese responsabile e divenendo uno dei principali fautori ed elementi trainanti di quella strategia stragista di attacco allo Stato, nel cui ambito deve iscriversi anche la strage per cui è processo. Resosi latitante dal 31 gennaio 1992, a seguito dei provvedimenti restrittivi emessi dopo la sentenza n. 80 della I Sezione della Cassazione, il BRUSCA rimase prevalentemente nel mandamento di San Giuseppe Iato sino alla consumazione della strage di Capaci, in cui svolse un ruolo esecutivo preminente, e successivamente si rifugiò in alcune zone del trapanese, come Mazara del Vallo e Castellammare del Golfo, per poi tornare a nascondersi in prevalenza a Palermo, ove aveva iniziato a convivere con CRISTIANO Rosaria, sino a quando non venne tratto in arresto in data 20 maggio 1996 a Cannatello, in provincia di Agrigento. Il curriculum criminale del BRUSCA, benché solo sinteticamente delineato, appare già assai eloquente in ordine alla profonda conoscenza che questi possedeva delle vicende criminali di COSA NOSTRA, della struttura e del suo organigramma, nonché delle sue modalità di funzionamento e delle logiche che ispiravano la sua attività, sicché sotto tale profilo è indubbio che il livello di informazioni dellimputato è idoneo a fornire una rappresentazione sufficientemente completa di molti dei più gravi delitti posti in essere da quel sodalizio mafioso, per quanto attiene alla fase deliberativa e spesso anche a quella esecutiva.  In ordine alla ragioni che determinarono la sua scelta collaborativa, iniziata tra fine luglio e primi di agosto del 1996, e quindi a distanza di pochi mesi dal suo arresto, limputato ha riferito che già durante la latitanza ebbe ad apprendere un episodio rivelato durante la sua collaborazione da CANCEMI Salvatore, che aveva dichiarato che il RIINA aveva in passato manifestato a BIONDINO Salvatore lintenzione di punire con la morte sia il BRUSCA che MADONIA Salvatore, figlio di Francesco, e cioè i figli di due degli uomini a lui più vicini, perché responsabili di avere preso contatti con persone di Salemi per questioni attinenti ad un traffico di droga senza aver chiesto la sua preventiva autorizzazione. Tale notizia lo aveva profondamente turbato ed indotto a riflettere sulla reale consistenza dei rapporti che legavano tra loro questi autorevoli esponenti di COSA NOSTRA. Il BRUSCA, che aveva appreso da fonti giornalistiche le rivelazioni fatte su tale vicenda dal CANCEMI in pubblica udienza, era stato in grado di apprezzarne la veridicità, in quanto lepisodio rimproveratogli dal RIINA aveva avuto realmente luogo, anche se egli dal proprio punto di vista non riteneva di avere alcuna colpa, avendo spiegato che i contatti avuti con tale MICELI Giuseppe a Salemi erano soltanto preliminari e che sia lui che il MADONIA ne avrebbero certamente parlato con il RIINA se il progetto non si fosse quasi subito arenato. Di diverso avviso doveva, invece, essere stato il RIINA, che aveva imposto una ferrea regola, a tutela della propria egemonia, regola secondo la quale i contatti con persone di altri mandamenti ed ancor più di altre province, come nel caso di specie, dovevano essere preventivamente autorizzati per via gerarchica e cioè dai capimandamento e dai capiprovincia interessati, a nulla rilevando che si trattasse o meno di semplici colloqui iniziali, stante la necessità che i capi dei territori interessati fossero informati anche dei meri propositi dei propri consociati. Tale regola era ben nota anche al BRUSCA, che però evidentemente riteneva di poterla rispettare con un grado di elasticità maggiore di altri in virtù delle benemerenze acquisite e della sua assoluta fedeltà al RIINA, sicché anche sotto questo profilo doveva ferirlo il fatto che questi avesse potuto sospettare di lui sino al punto di proporre, sia pure a livello discorsivo, con una persona così vicina al RIINA come il BIONDINO, un così grave provvedimento a suo carico. Ciò doveva aver indotto il BRUSCA a considerare che le prove di assoluta fedeltà fornite prima dal padre e poi da lui non erano state sufficienti a meritargli una maggiore considerazione e fiducia da parte del RIINA, sicché ne usciva incrinata quella devozione personale nei confronti del capo di COSA NOSTRA che costituiva il nucleo centrale e più forte del suo legame con il sodalizio mafioso. Ad ulteriormente aggravare la crisi del BRUSCA erano poi state le vicende del suo arresto, allorché egli aveva potuto forse per la prima volta percepire tangibilmente la crescente divaricazione tra COSA NOSTRA e la società civile nella quale sino a poco tempo prima quella consorteria criminale aveva prosperato come nel suo humus più fertile, poiché alluscita in manette dalla Questura di Palermo non aveva trovato ad accoglierlo il folto gruppo di parenti ed amici che solitamente attende la persona di rango da poco tratta in arresto, bensì una folla di manifestanti che lo additava come il mostro che con la sua ferocia aveva perpetrato lefferata strage in cui erano stati barbaramente uccisi Giovanni FALCONE, la moglie ed gli agenti della sua scorta. Ma ancor più doveva aver pesato sullanimo turbato del BRUSCA il commiato appena preso negli uffici della Questura dai familiari e soprattutto dal figlio, ancora in tenera età, che egli doveva avere la consapevolezza di non poter più rivedere da uomo libero. E se è vero che la consuetudine con i più turpi delitti non può mai estinguere nellanimo umano i sentimenti che gli sono più connaturali, e tra questi lamore per le persone più care – sentimento del quale però si coglie solo laspetto più diretto e personale, mentre non se ne avverte la sua essenza più profonda ed universale - non può meravigliare che colui che non aveva esitato a compiere i crimini più gravi, incurante dellirreparabile scia di dolore e di lutto che si lasciava alle spalle, potesse soffrire e provare angoscia nel lasciare i propri affetti, sofferenza ed angoscia che stavolta non potevano essere leniti dalla fede assoluta negli ideali di COSA NOSTRA e nella persona che li incarnava agli occhi del BRUSCA. I colloqui investigativi intrattenuti dallimputato con i funzionari della Squadra Mobile di Palermo Luigi SAVINA e Claudio SANFILIPPO seguirono di pochi giorni il suo arresto e si protrassero sino a quando il BRUSCA non decise di collaborare con lAutorità giudiziaria. In proposito limputato ha riferito che tale intervallo di circa due mesi deve ricondursi al suo vano tentativo di comunicare il suo proposito al padre, per indurlo a condividerne le scelte o quanto meno per manifestargli il proprio rispetto in un momento in cui si accingeva a rompere il legame omertoso che lo legava a quel mondo. Non essendogli stata accordata tale possibilità, egli aveva infine superato le sue remore ed aveva iniziato la collaborazione. Come è stato riferito dal BRUSCA e confermato dal teste SAVINA, le indicazioni fornite dal BRUSCA sin dai colloqui investigativi, e quindi prima dellinizio della sua collaborazione ufficiale, si rivelarono decisive per la cattura di due personaggi di assoluto rilievo in COSA NOSTRA, e cioè AGLIERI Pietro e GRECO Carlo, il primo arrestato dopo una latitanza durata oltre quattro anni. In quelle medesime occasioni egli aveva anche fornito alcuni spunti investigativi per la cattura di PROVENZANO Bernardo, che pur essendosi rivelati esatti nei presupposti non avevano però consentito di individuare la più recente dimora del latitante. Il BRUSCA fornì anche delle indicazioni su beni patrimoniali ancora in possesso dellorganizzazione, soprattutto riguardo a terreni edificabili intestati a dei prestanome del RIINA, nonché per lindividuazione di rifugi sotterranei e depositi di armi, ciò nel corso degli interrogatori innanzi ai Magistrati. In particolare il teste SAVINA ha riferito che sulla base di indicazioni fornite dal BRUSCA in data 13 settembre 1996 era stata effettuata una perquisizione all'interno di un appezzamento di terreno di proprietà di MARTORANA Calogero, cugino di Monticciolo Giuseppe, ove furono eseguiti degli scavi che consentirono il rinvenimento di una stanza adibita a rifugio sotterraneo; che lo stesso collaborante aveva consentito lindividuazione di una stanza sotterranea sita all'esterno della villa del MONTICCIOLO, in contrada Quarta Mulino in agro di San Cipirello, ove fu rinvenuto un bunker perfettamente costruito, in grado di potere ospitare all'interno persone ed inoltre, in unarea antistante la medesima villa, in un punto diverso dal bunker, sotterrate, erano state trovate alcune armi, tutte in pessimo stato d'uso, e precisamente un revolver calibro 3,57, una pistola semiautomatica calibro 9, due pistole semiautomatiche cal. 7,65, due revolver calibro 38, un fucile mitragliatore calibro 9 Parabellum di fabbricazione artigianale, un tubo silenziatore per pistola semiautomatica calibro 7,65, due caricatori per fucile, mitragliatori calibro 9 PB di fabbricazione artigianale, un caricatore per pistola semiautomatica calibro 7,65 monofilare, settantatré cartucce calibro 12 di varie marche e tipo. Peraltro, il teste SAVINA ha precisato che i depositi ben più consistenti di armi su cui poteva contare il mandamento di San Giuseppe Iato insieme a quello di Corleone erano già stati fatti ritrovare dal MONTICCIOLOuomo donore” di San Giuseppe Iato, che aveva preceduto il BRUSCA nella scelta collaborativa. In quello stesso deposito erano stati ritrovati alcuni pezzi del telecomando che il BRUSCA riconobbe aver impiegato per la strage di Capaci, nonché i due pezzi, ricevente e trasmittente, di altro telecomando che doveva essere utilizzato per un attentato al magistrato Pietro GRASSO da compiersi a Monreale, telecomando questo che era stato fornito al BRUSCA dagli alleati della famiglia” di Catania dopo la strage di Capaci e che poi egli aveva consegnato al BIONDINO per alcuni giorni per consentirne la modificazione. Il BRUSCA aveva, altresì, rappresentato agli inquirenti che due bazooka o lanciamissili erano stati nella disponibilità del suo mandamento e che erano poi stati ceduti uno alla famiglia” mafiosa di Castellammare e laltro a quella di Misilmeri, condotta da LO BIANCO Pietro, successivamente ucciso, che era entrato in conflitto con il capo mandamento di Belmonte Mezzagno SPERA Benedetto, potendo contare sullappoggio del BRUSCA e del BAGARELLA, mentre lo SPERA era vicino alle posizioni del PROVENZANO. Il BRUSCA aveva dapprima tentato di far recuperare il bazooka nella disponibilità di Misilmeri mediante lintervento del cognato CRISTIANO Salvatore, che avrebbe dovuto contattare persone a conoscenza del nascondiglio di quellarma, ma tale tentativo non era riuscito, sicché successivamente il collaboratore aveva fornito altre indicazioni che avevano consentito la cattura di alcuni uomini donore” di Misilmeri, uno dei quali aveva poi a sua volta fatto ritrovare quel bazooka che era stato nella disponibilità del BRUSCA e che questi aveva poi ceduto a GRAVIANO Giuseppe. Sempre a questa primissima fase della collaborazione del BRUSCA risale la sua confessione di alcuni tra i più gravi delitti di mafia, come la strage di via Pipitone Federico a Palermo, in cui ebbe a perdere la vita il consigliere istruttore del locale Tribunale Rocco CHINNICI; la strage di Capaci; l'omicidio del colonnello dei Carabinieri RUSSO Giuseppe; i plurimi omicidi commessi sulla circonvallazione di Palermo, allorché erano stati uccisi FERLITO Alfio e gli uomini che stavano effettuando la sua traduzione dal carcere; lomicidio del capitano BASILE. Ed è da evidenziare come per alcuni di quei fatti criminosi, come la strage in cui aveva perso la vita il consigliere CHINNICI, lomicidio del Col. RUSSO ed i plurimi omicidi della circonvallazione di Palermo, non vi era alcuna accusa nei confronti del BRUSCA prima della sua confessione. Appare, pertanto, innegabile che già in questa fase la collaborazione dellimputato ebbe a rivelarsi preziosa non solo per la cattura di pericolosi latitanti e lindividuazione di alcuni covi – anche se larsenale di armi più consistente era già stato fatto trovare dal MONTICCIOLO – ma anche per lacquisizione di elementi probatori di notevole rilievo per laccertamento di gravi delitti. Vero è che quando il BRUSCA intraprese la sua collaborazione aveva già riportato una condanna definitiva per associazione mafiosa a circa sei anni di reclusione nellambito del primo maxiprocesso di Palermo; era stato condannato in primo grado all'ergastolo per l'omicidio di Ignazio Salvo; gli erano state notificate delle ordinanze di custodia in carcere per la strage di Capaci e per altri delitti, sempre più numerosi a seguito della collaborazione di nuovi soggetti, ma non può revocarsi in dubbio che egli, a differenza di altri che intrapresero la sua stessa strada e che erano gravati da accuse non meno gravi – e valga per tutti lesempio del CANCEMI, di cui si dirà specificamente in seguito – non ebbe sin dallinizio alcuna remora non solo ad ammettere le sue responsabilità per i gravi delitti di cui era già accusato, senza alcun tentativo di ridimensionare il proprio ruolo, ma anche a confessarne degli altri non meno gravi, che se pure non potevano modificare in misura sostanziale il suo complessivo trattamento sanzionatorio tuttavia davano una dimensione sempre più compiuta ed allarmante della sua enorme capacità criminale. Ma se questa piena ammissione delle sue penali responsabilità costituisce unindubbia importante caratteristica positiva della collaborazione intrapresa dal BRUSCA non possono sottacersi le tare che affliggevano tale scelta. Non si intende qui far riferimento alle dichiarazioni del SIINO, che alludienza del 13 marzo 1999 ha dichiarato che il CRISTIANO, cognato del BRUSCA e COSTANZA Franco, recatisi a casa sua perché incaricati dal BRUSCA di recuperare alcune armi, gli avevano detto di avvisare persone vicine al PROVENZANO che gli inquirenti erano ormai sulle tracce di questultimo. Tale avvertimento, infatti, anche ad ammettere, pur in assenza di riscontri, che sia stato effettivamente dato al SIINO, ben difficilmente può ascriversi ad uniniziativa del BRUSCA, atteso che questi aveva parlato direttamente con il solo cognato e tra le indicazioni fornitegli non vi era stata quella di recarsi a casa del SIINO, avendo in proposito il CRISTIANO riferito che era stato il COSTANZA ad assumere tale decisione e che inoltre questultimo si era appartato a parlare con il SIINO per alcuni minuti. Ben poteva, quindi, il COSTANZA, che in questo dibattimento si è avvalso della facoltà di non rispondere, aver dato al SIINO di sua iniziativa quellavvertimento, la cui utilità era peraltro assai dubbia, essendo ormai di pubblico dominio, come riferito dallo stesso SIINO, che il BRUSCA aveva deciso di collaborare e poteva, quindi, anche fornire le informazioni in suo possesso anche sui rifugi del PROVENZANO e sui contatti dello stesso. Ma anche sotto altro profilo appare inverosimile che sia stato proprio il BRUSCA a volere che il PROVENZANO fosse avvisato dal SIINO dei rischi che correva per la sua latitanza, avuto riguardo al fatto, di cui anche questultimo collaborante ha fatto menzione, che tra il BRUSCA ed il PROVENZANO i rapporti erano tuttaltro che buoni ed i due, dopo larresto del RIINA, avevano visioni profondamente diverse, come si dirà meglio in seguito, sulla strategia che avrebbe dovuto adottare COSA NOSTRA dopo la reazione dello Stato alle stragi del 1992 e del 1993. Tra laltro questa diversità di vedute si era presto concretizzata nella formazione di due schieramenti che in modo non troppo larvato si contrapponevano, sicché da una parte militavano il BRUSCA ed il BAGARELLA, dallaltra GRECO, AGLIERI, SPERA e lo stesso PROVENZANO, che pure formalmente cercava di mediare tra le due fazioni, anche se era manifesta la sua propensione per tale secondo schieramento. E proprio questa notazione consente di meglio comprendere il fattore inquinante che contraddistingue la prima fase della collaborazione del BRUSCA, e cioè la sua faziosità, la sua netta propensione per un determinato gruppo di COSA NOSTRA, che limputato si è portato dietro come un ingombrante fardello anche dopo linizio della sua collaborazione. Lo stesso BRUSCA ha, infatti, ammesso di non aver subito fornito agli inquirenti le notizie in suo possesso per addivenire alla cattura di VITALE Vito, additato anche dal collaboratore di giustizia DI RAIMONDO Natale come colui che guidava lo schieramento più oltranzista di COSA   NOSTRA dopo la cattura del BRUSCA e di BAGARELLA e che in armi stava cercando di eliminare gli avversari e di immettere in tutte le articolazioni territoriali di COSA NOSTRA, anche fuori della provincia di Palermo, persone di sua fiducia. Il teste SAVINA ha riferito che il BRUSCA, mentre non aveva esitato sin dai primi colloqui investigativi a dare le informazioni utili per la cattura di AGLIERI, GRECO e PROVENZANO, non casualmente personaggi dello schieramento opposto - e questo prima ancora di avere contatti con lAutorità giudiziaria, ben consapevole che ogni ritardo avrebbe rischiato di vanificare quelle informazioni, consentendo ai latitanti di modificare i propri contatti – riguardo al VITALE si era, invece, limitato a mostrarsi possibilista, asserendo che avrebbe cercato di richiamare alla mente quei dati che avrebbero potuto essere utili alla ricerca, così in realtà consentendo al VITALE - con il quale egli doveva invece aver mantenuto i contatti più stretti sino alla cattura e di cui quindi gli sarebbe stato più facile indicare i rifugi ed i contatti – di rimanere operativo nellambito di COSA NOSTRA. E sempre nella stessa ottica di faziosità si inscrive il tentativo del BRUSCA di mantenere defilata la posizione del VITALE e di DI PIAZZA Francesco, occultandone le responsabilità penali, fino al punto di attribuire al fratello Enzo, con laccordo di questultimo, con il quale aveva avuto contatti nel carcere dellUcciardone nellagosto del 1996 – durante i colloqui investigativi il BRUSCA, infatti, con il consenso degli investigatori era rimasto nelle strutture carcerarie ordinarie – la responsabilità per alcuni delitti commessi da quei due soggetti, pur consapevole del fatto che altri collaboratori come il MONTICCIOLO ed il CHIODO li accusavano per gli stessi fatti (cfr. dich. del BRUSCA del 23.1.1999). Al riguardo occorre ulteriormente sottolineare che tali motivazioni interne del BRUSCA hanno inciso negativamente sulle sue dichiarazioni sia sotto il profilo della copertura apprestata a personaggi di COSA NOSTRA a lui vicini e non troppo compromessi da altre indagini, sia sotto quello delle false accuse che sono state mosse ad altre persone, ma in questultimo caso il mendacio appare chiaramente circoscritto allaccusa nei confronti di se stesso o dei più stretti congiunti, previo loro consenso. Nel perseguire tali finalità il BRUSCA non si è troppo preoccupato di creare contrasti con altri collaboratori, come nel caso già riferito del MONTICCIOLO e del CHIODO, o come si è verificato nellambito del processo per la strage di Capaci, allorché il BRUSCA ha consapevolmente creato dei contrasti con le dichiarazioni rese da DI MATTEO Mario Santo in ordine alla fornitura di esplosivo da parte del consociato AGRIGENTO Giuseppe, affermata dal primo e da lui falsamente negata. Al riguardo il BRUSCA ha ammesso anche nel corso di quel processo, e lo ha ribadito nellambito del presente giudizio, di aver mentito per creare unoccasione di confronto processuale con DI MAGGIO Baldassare - altro collaboratore della stessa famiglia” mafiosa di origine, e quindi in grado di fornire indicazioni sullo AGRIGENTO - al fine di poter contestare allo stesso alcune sue false o reticenti affermazioni. Altro dato caratterizzante la faziosità della collaborazione del BRUSCA in tale fase è stato, infatti, il suo forte risentimento nei confronti del DI MAGGIO, da lui giustificato oltre che da ragioni personali pregresse anche dal fatto che egli aveva consapevolezza che questultimo, con la complicità degli altri collaboranti DI MATTEO e LA BARBERA Gioacchino stava organizzando un gruppo di uomini armati che si prefiggevano leliminazione nel territorio di San Giuseppe Iato delle persone più vicine al BRUSCA. Al riguardo occorre rilevare che recenti iniziative giudiziarie hanno dimostrato la non infondatezza dei sospetti del BRUSCA - che non erano stati invece ritenuti in un primo momento fondati dagli inquirenti - almeno nei confronti di alcune delle persone da lui accusate di perseguire tale finalità e non v’è dubbio che tale preoccupazione abbia condizionato negativamente limputato, inducendolo da un lato a screditare tali collaboranti ove era possibile, onde provocare una revoca del loro programma di protezione o almeno un maggior controllo dei loro movimenti, dallaltro a lasciare immuni da problemi giudiziari coloro che potevano meglio difendere le persone che i predetti cercavano di eliminare. E tuttavia la portata dellattività criminale svolta dal VITALE e dalle persone a lui vicine nellambito di COSA NOSTRA era certamente ben più ampia di quella intesa a difendere i congiunti e gli amici di BRUSCA nel territorio di San Giuseppe Iato e di tale ampiezza limputato non poteva non essere consapevole, dato che il VITALE era uno dei suoi epigoni in tale strategia, sicché egli, nel coprirne la latitanza e le responsabilità penali, ben sapeva che gli effetti sarebbero andati molto al di là di una mera difesa dellincolumità dei suoi amici. Se, quindi, il BRUSCA nella sua prima scelta collaborativa non perseguiva direttamente, oltre al legittimo intento di ottenere i benefici premiali, anche la finalità di incidere sui futuri equilibri interni di COSA NOSTRA - lasciando che lattività repressiva dello Stato incidesse più energicamente sugli elementi della fazione avversa piuttosto che su alcuni di quelli, non ancora assai compromessi da iniziative giudiziarie, che erano a lui più vicini - può dirsi però che quanto meno egli aveva accettato che le simpatie e le amicizie che avevano contrassegnato la sua appartenenza alla consorteria mafiosa condizionassero anche il suo comportamento di collaborante con tutti i rischi che potevano derivarne per il prosieguo dellattività criminale di quel sodalizio. Né daltronde la crisi che come si è detto sopra aveva determinato la scelta collaborativa del BRUSCA poteva modificarne radicalmente il temperamento e le passioni: se il suo interesse principale era quello di tornare agli affetti familiari usufruendo dei benefici premiali e del programma di protezione ed accettando così la perdita della sua posizione di prestigio allinterno di COSA NOSTRA, che mai più avrebbe potuto recuperare, limputato ben difficilmente poteva anche spogliarsi del tutto ed in modo così repentino di quegli intimi legami di condivisione di obiettivi e di modalità di condotta che lo avevano sino ad allora avvinto a quel sodalizio mafioso in cui sino al momento del suo arresto svolgeva ancora un ruolo attivo, con limpeto e la spietata determinazione che sempre hanno caratterizzato il suo operato. Tali legami hanno condizionato la sua iniziale collaborazione, ma gradatamente il BRUSCA ha mostrato di voler rivedere la sua iniziale linea di condotta e di saper ricomporre loriginaria contraddizione tra il vecchio ed il nuovo, ammettendo molti dei suoi errori, almeno nella misura in cui ne constatava linconciliabilità con il proprio obiettivo primario, e cioè il suo pieno accreditamento come collaboratore di giustizia. Ovviamente ciò non comporta la certezza che il BRUSCA abbia completamente superato tutte le sue contraddizioni, ma la comprensione delle spinte iniziali della sua scelta collaborativa e della complessità delle sue molteplici motivazioni, nonché della refluenza che esse hanno avuto sul contenuto delle sue dichiarazioni costituisce un utile strumento per la valutazione della loro attendibilità, consentendo di individuare le aree di maggiore affidabilità da quelle a rischio, per le quali sussiste la necessità di un rigore critico ancora maggiore per i pericoli di inquinamento sopra evidenziati. Al riguardo può in linea generale ritenersi che le dichiarazioni di BRUSCA riguardanti persone della sua stessa fazione, dal RIINA a coloro che si riconoscevano nelle sue posizioni oltranziste, siano immuni dal rischio di accuse calunniose e per converso possono ancora presentare qualche rischio di reticenza, ma solo nel caso in cui si tratti di soggetti marginalmente raggiunti dalle accuse di altri collaboranti; le propalazioni riguardanti, invece, gli appartenenti allo schieramento contrapposto, per le quali non sussiste certamente un pericolo di reticenza da parte del BRUSCA, possono comportare un residuale rischio di accusa calunniosa, almeno nellipotesi in cui egli possa sperare di screditare, creando un contrasto, quei collaboratori con i quali limputato si è sin dallinizio posto in rotta di collisione, e cioè quelli appartenenti al suo stesso mandamento, primi tra tutti il DI MAGGIO, il DI MATTEO ed il DI CARLO. Negli altri casi, infatti, la profonda conoscenza da parte del BRUSCA del curriculum criminale di gran parte dei consociati, almeno di quelli più pericolosi, è senzaltro più che sufficiente per consentirgli di rendere dichiarazioni veritiere sulla loro attività criminale senza dover inutilmente aggravare la loro posizione con accuse mendaci che possono essere smentite e, quindi, compromettere la sua attendibilità. Per quanto concerne poi più direttamente il reato di strage per cui è processo, deve rilevarsi che le dichiarazioni del BRUSCA attengono pressoché integralmente alla sola fase ideativa e deliberativa ed al contesto della strategia in cui tale crimine si inserisce, sicché esse si sottraggono allarea a rischio di accuse calunniose, essendo stata tale strategia principalmente promossa dalla fazione oltranzista nella quale egli militava, responsabilità questa che limputato ha in primo luogo ricondotto non solo al RIINA, ma anche a se stesso ed alle altre persone più vicine al boss corleonese. Deve, invece, registrarsi in questa materia uniniziale reticenza del BRUSCA nel delineare in modo chiaro i tempi e le circostanze in cui tale strategia venne elaborata allinterno di COSA NOSTRA e dei suoi organismi di vertice, reticenza che deve evidentemente ricondursi alle remore del propalante nel rappresentare in modo netto le responsabilità di tutti coloro che operavano allinterno di questa strategia stragista nella quale egli stesso pienamente si riconosceva e nel precisarne gli obiettivi. Tali remore il BRUSCA ha però mostrato di aver superato sia nellambito delle udienze dibattimentali di questo processo che in quello di appello per la strage di Capaci, i cui verbali sono stati acquisiti ex art. 238 c.p.p. nei confronti degli imputati comuni, tra cui tutti i presunti componenti della commissione provinciale e regionale di COSA NOSTRA. Né può certamente sostenersi che il BRUSCA si sia in questo modo supinamente adagiato sulle dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia, pur di poter usufruire dei benefici premiali, atteso che il livello di conoscenze sul punto manifestato dallimputato – livello pienamente giustificato dal ruolo rivestito nel sodalizio mafioso - è stato superiore a quello di qualsiasi altro collaborante ad eccezione del CANCEMI, rispetto alle cui dichiarazioni il BRUSCA ha peraltro mostrato piena autonomia, evidenziando altresì una ricchezza e chiarezza di ricordi che possono trarre origine solo dalla diretta partecipazione ai fatti riferiti. MISTERI D’ITALIA


Omicidio Scopelliti, la rivelazione di Brusca durante il processo: “gesto preventivo della mafia per rafforzare i legami con la ‘Ndrangheta”Reggio Calabria, al processo sulla ‘Ndrangheta stragista il pentito Giovanni Brusca svela ulteriori dettagli sull’omicidio del giudice reggino


CAPACI - Brusca:  “Tritolo procurato dai Graviano”  “Una parte dell’esplosivo utilizzata per la strage di Capaci l’ho procurata io e si trattava di esplosivo di cava, il resto era tritolo e venne procurato dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano di Brancaccio. Che fossero stati i Graviano a procurarlo me lo disse Totò Riina”. Lo ha detto il pentito Giovanni Brusca, deponendo questa mattina nel processo d’appello in abbreviato per la strage di Capaci, che vede imputati davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta Giuseppe Barranca, Cristofaro “Fifetto” Cannella e il neo collaboratore di giustizia Cosimo D’Amato. “Questo esplosivo procurato dai Graviano – ha aggiunto Brusca – era di consistenza farinosa e di colore giallino e Pietro Rampulla, che si intendeva di esplosivo, mi disse che secondo lui si trattava di materiale proveniente da residuati bellici. Confezionammo l’esplosivo per l’attentato in dodici bidoncini da 25 chili l’uno e ne usammo anche uno da 30-35 chili”. A conclusione della deposizione di Brusca, il legale di Cannella, l’avvocato Giuseppe Dacquì, ha chiesto alla Corte di ascoltare il boss Totò Riina a conferma della dichiarazione di Brusca. Il processo è stato rinviato al 24 febbraio per la decisione della Corte; in quell’occasione verrà anche fissato il calendario delle prossime udienze ANSA GENNAIO 2016


"Posso ancora diventare una bestia" Il collaborante aveva scritto alla coniuge di un ex favoreggiatore per farsi restituire una somma investita. Nelle sette pagine del documento si parla all'acquisto di alcune case in via Pitrè. Riferimenti anche ad alcuni uomini che sarebbero ancora fedeli all'ex capomafia   "Da parte di Giovanni. Egregia signora come sta?". Inizia così la lettera che il pentito Giovanni Brusca invia a settembre alla moglie di un suo favoreggiatore, Santo Sottile, arrestato nel 1996. Non è una lettera di piacere, questa. L'ex capomafia di San Giuseppe Jato vuole recuperare i soldi dati a Sottile anni fa per un affare immobiliare in via Pitrè, a Palermo. "È come se stessi scrivendo al tuo consorte - precisa - ma ho preferito rivolgermi a te, in nome della nostra amicizia (che dentro di me è rimasta intatta)". Nelle poche righe dell'introduzione c'è già materia per un trattato di sociologia sul rapporto donne e mafia. Dice Brusca: "Mi rivolgo a te, perché sei a conoscenza di tutto, e del quesito per cui ti ho scritto. Secondo, in qualità di moglie, ma soprattutto di madre, con la speranza che tali requisiti ti diano la forza di condurre il tuo consorte a fargli trovare il buon senso e la ragione". C'è anche una terza curiosa ragione per cui Brusca ha deciso di scrivere alla moglie del suo favoreggiatore, e non a lui direttamente. "Anche per un fattore di alfabetizzazione - taglia corto l'ex boss, che certo non è un letterato - sempre che in quest'ultimo periodo il tuo consorte si sia istruito".
Arriva presto il tempo delle minacce, inizialmente velate: "Ognuno si prende le proprie responsabilità", avverte Brusca. Prima di entrare in argomento prova ancora ad utilizzare i toni del padrino vecchio stampo. Scrive: "Quando vi siete resi disponibili a darmi una mano d'aiuto nella mia latitanza l'ho apprezzato totalmente e per questo motivo non finirò mai di ringraziarvi". Ma Brusca non è un padrino vecchio stampo, e soprattutto porta ancora dentro del rancore per alcune dichiarazione fatte da Sottile subito dopo l'arresto. Così, il suo tono cambia presto: "Dovete ricordarvi che non vi ho costretto, e che c'erano dei rischi era prevedibile e ne eravate consapevoli, quindi certe esternazioni successive da parte vostra mi sembrano del tutto gratuite, e poi, che ne sapete per quale motivo ho scelto di fare il "pentito", sapete quello che ho passato al momento dell'arresto, sapete per caso quello che ho passato per fermare, o meglio bloccare il "signor Di Maggio" e company? Se non avessi fatto così sapete qual era il programma di questa specie di soggetto e quanti altri innocenti voleva colpire?". Brusca sembra parlare da capomafia che ha difeso il suo clan, anche se adesso ha il tono arrabbiato del capomafia che si sente tradito: "Un giorno ve lo dico chi erano quegli innocenti".
Ecco la questione che sta a cuore a Brusca: "In occasione della conversazione con tuo marito mi ha proposto di fare un affare, che sarebbero alcuni appartamenti in via Pitrè, che non erano vostri, ricordalo. Ho ceduto alla proposta, e così facendo mi sono sentito quasi in obbligo di farvi un favore per togliervi da un impiccio". Ecco, di nuovo, i toni del boss vecchio stampo che si atteggia a padre buono per i suoi picciotti: "In quel momento - scrive Brusca - non pensavo all'affare, ma di avere un appoggio e quando si sarebbero sistemate le cose, avrei voluto indietro solo il capitale affrontato. Per me era come se vi avessi fatto un prestito a lunga scadenza".
Dalle lettera si capisce che gli appartamenti furono poi venduti, ma i soldi guadagnati non sono mai arrivati a Brusca. Ecco perché l'ex boss rompe gli indugi: "Se il tuo consorte non torna a trovare il buon senso della ragione la spinta per farlo entrare in cose che non lo riguardano gliela do io, e non mi riferisco sul piano giuridico, ma ai miei ex accoliti, che in nome del Dio denaro non guardano in faccia a nessuno". Brusca insiste: "Non so se a tuo marito gli hanno messo i galloni e l'hanno fatto diventare boss o forse ne frequenta (...) e ne vuole assumere la funzione, e comunque a me di come stanno le cose non mi interessa, e neanche mi intimoriscono, neanche se diventasse il nuovo Totò u curtu, anzi, se così fosse mi fa incavolare di brutto".
Brusca rivuole quei soldi a tutti i costi. Minaccia provvedimenti estremi nei confronti di Sottile: "Appena ne avrò la possibilità sarà il primo che vado a trovare, e poi vediamo se ha i galloni del boss, a quel punto chiuderemo ogni conto, chi avrà la meglio non lo so, ma io indietro non mi tiro proprio". Aggiunge: "Sono disposto ad arrivare fino in fondo, costi quel che costi, e non mi riferisco alle vie legali, tanto per essere chiari". Il finale: "Non pensavo di essere ripagato in questo modo da voi e la cosa mi fa molto male e mi fa diventare una bestia, più di quanto non lo sia stato nel mio passato".  
(di SALVO PALAZZOLO La Repubblica18 settembre 2010)


Omicidio Scopelliti, la rivelazione di Brusca durante il processo: “gesto preventivo della mafia per rafforzare i legami con la ‘Ndrangheta” Reggio Calabria, al processo sulla ‘Ndrangheta stragista il pentito Giovanni Brusca svela ulteriori dettagli sull’omicidio del giudice reggino L’omicidio del sostituto procuratore generale della Cassazione Antonino Scopelliti fu deciso come “gesto preventivo” per rafforzare i legami di Cosa nostra con la ‘ndrangheta. A dirlo è stato il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, rispondendo alle domande del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo nel processo “‘Ndrangheta stragista“. Brusca, l’uomo che azionò il telecomando che fece brillare l’esplosivo che uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta, ha detto di non avere notizie particolari sull’omicidio di Scopelliti ma ha sottolineato che per il capo di Cosa nostra “rappresentava un monito per chiunque avesse continuato il suo lavoro in Cassazione“. Scopelliti, infatti, avrebbe dovuto sostenere la pubblica accusa nel maxi processo alla mafia. Il collaboratore, figlio di Bernardo, ex capo mandamento di San Giuseppe Jato e fedelissimo di Totò Riina, ha anche parlato dei legami dello stesso Riina con il clan Piromalli di Gioia Tauro e dei suoi interventi per sanare alcune fratture fra le cosche della ‘ndrangheta di Reggio Calabria, sfociati in sanguinose faide. Brusca, autore dell’omicidio del piccolo Francesco Di Matteo, ucciso per vendetta contro il padre che si era pentito, ha confermato i tentativi di Cosa nostra di aggiustare il maxi processo in Cassazione, chiamando in causa don Giovanni Stilo, ex parroco di Africo Nuovo, e l’avv. Giuseppe Lupis, al quale anni fa vennero sequestrati, al valico di Como, titoli di Stato americani del valore di circa trenta miliardi di vecchie lire, senza che ne spiegasse la provenienza, “perchè avevano agganci giudiziari a Roma“. Brusca ha anche riferito delle dinamiche interne a Cosa nostra, dei rapporti tra Riina e Giuseppe Graviano, imputato nel processo sulla “‘ndrangheta stragista“, rimasto fedele alla linea dura del boss corleonese insieme a Leoluca Bagarella, Salvatore Biondino e Matteo Messina Denaro – quest’ultimo indagato nella nuova inchiesta sull’omicidio Scopelliti insieme ad altri 17 boss calabresi e siciliani – e sui contrasti sorti tra Bagarella e Provenzano subito dopo l’arresto di Riina per il comando di Cosa nostra, mai sopiti.  STRETTO WEB 22.3.2012

 


"L'assassino di Falcone l'ho preso grazie alla foto che tenevo sulla scrivania" L'arresto di Giovanni Brusca ha dato una svolta alla lotta alla mafia: "Per mesi ho guardato l'immagine della sua famiglia. Il figlio mi ha portato da lui"  «Ho scavalcato il cancello, lui era alla finestra. Si è sporto leggermente. Ci siamo guardati per un attimo, forse una frazione di secondo. In quel momento ho realizzato che lo avevamo preso. Avevamo catturato Giovanni Brusca». Una scena che nella mente di Claudio Sanfilippo è indelebile, anche a distanza di 20 anni. Erano anni difficili. Da tempo la mafia aveva dichiarato guerra allo Stato. La strategia stragista di Cosa Nostra aveva messo in ginocchio l'Italia e l'eco delle bombe che nel 1992 avevano ucciso Falcone e Borsellino faceva ancora rumore. Sopratutto in chi come lui la mafia la combatteva sul campo. Ha fatto carriera Claudio Sanfilippo, ora non scavalca più cancelli e non passa le notti in appostamento a caccia di mostri. È uno di quei personaggi che, senza apparire, magari con indosso un passamontagna, ha contribuito a scrivere una pagina importante della storia del nostro Paese. Lo hanno ribattezzato «acchiappamafiosi», ma è e rimane soprattutto uno sbirro. «Lo sono da sempre, sbirro». Ma quell'etichetta continua a portarsela dietro. E a ricordarglielo, nel suo ufficio c'è la copertina del Time che ritrae Giovanni Brusca in manette mentre esce dal suo ufficio della squadra mobile di Palermo, prima di essere portato in carcere all'Ucciardone. Questo sbirro palermitano ha lo sguardo di chi ne ha viste tante. Un pizzico di diffidenza tipica della gente di mare. L'immancabile sigaro toscano tra le dita. Nel suo ufficio di Catania dov'è vice questore vicario, ha appeso le frasi che guidano il suo lavoro. «Senza fretta, senza tregua», il suo motto preferito da quando guidava la sezione catturandi della squadra mobile di Palermo. E nel mirino, sopra a tutti, c'era lui, Giovanni Brusca. Uno dei boss mafiosi più violenti e sanguinari. Lo «scannacristiani», il «porco». Uno che non ha avuto nessuno scrupolo a rapire, uccidere e sciogliere nell'acido un ragazzino, Giuseppe Di Matteo, perché il padre Santino ha osato collaborare con la giustizia. Uno che ha confessato di aver eseguito personalmente almeno cento omicidi. Ma, soprattutto, Giovanni Brusca rimane per tutti il boia di Capaci, l'uomo che ha premuto l'interruttore della bomba che ha ucciso Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. E per chi ha lavorato mesi per poterlo catturare questa è stata una spinta fortissima. «È a loro che ho pensato subito dopo averlo preso», ammette Sanfilippo. Quella notte lui era lì, a guidare i suoi uomini. Il primo ad entrare nella villetta dove si nascondeva il boss. «È stata un'indagine in cui si sono mischiate metodologie tradizionali e innovative. Era il 1996, si usavano i primi cellulari gsm. E Brusca ne aveva uno. Siamo riusciti ad individuare la sua utenza e ad intercettarlo. Tutte le sere alle 21 in punto faceva una telefonata, poi lo spegneva». Tanto bastò per capire dove si nascondeva. Ma l'utilizzo di tecnologie all'epoca nuove non era sufficiente. Servivano il lavoro sotto traccia e il fiuto dello sbirro. «Sapevamo che era a Cannatello, un luogo di villeggiatura vicino ad Agrigento, ma nella zona ci sono diverse villette simili. Allora un pomeriggio andai lì con un collega, in macchina. Facemmo un giro di perlustrazione intorno alle villette senza dare nell'occhio e, all'improvviso, percorrendo una stradina sulla mia destra vidi un bambino che giocava nel giardino della villa. Dissi al collega di andare via subito perché lo avevamo trovato. Quel bambino era il figlio di Giovanni Brusca. Avevo la sua fotografia sulla mia scrivania, come quelle di tutti i suoi familiari». E allora altri appostamenti notturni, una luce che si accende proprio in quella villa, un uomo che si avvicina alla finestra con un cellulare all'orecchio. Era lui, poteva scattare il blitz. Un arresto che ha fatto epoca. Come le immagini dei ragazzi della mobile che, con ancora i passamontagna indosso, fanno rientro in questura suonando i clacson ed esultando fuori dai finestrini delle auto. Gioia pura. «Che dimostra quanto ci fosse in gioco. La gioia di un gruppo che per mesi si è dimenticato delle famiglie, del tempo libero, della vita privata». Perché un buono sbirro non può pensare di fare tutto da solo. Deve fare squadra. «E noi a Palermo eravamo una grandissima squadra. Compatta, coesa. Altro che corvi e invidie». Una squadra forte, ma il capo ha delle responsabilità. Come quella di passare tutta la notte insieme al mafioso che per mesi ha inseguito, temuto e desiderato di prendere. «Prima di andare in carcere è stato tutta la notte nel mio ufficio. Ho parlato per ore, gli ho fatto una specie di lavaggio del cervello per cercare di convincerlo a collaborare. Ma lui nemmeno rispondeva. Quando lo hanno portato via però si è fermato sulla porta, mi ha guardato e ha detto. Dotto', se dovesse accadere sarà il primo a saperlo. Due giorni dopo il direttore dell'Ucciardone mi ha chiamato. Brusca voleva parlare con me». Da quel giorno il boss ha iniziato a collaborare con la giustizia, contribuendo alla cattura di altri super latitanti. Nel curriculum delle catture di Sanfilippo ci sono altri nomi di spicco della mafia come Pietro Aglieri, il killer di Paolo Borsellino («Il pentito Francesco Marino Mannoia mi disse che non lo avremmo preso perché era troppo intelligente. Mi fece girare i cosiddetti. E alla fine abbiamo preso anche lui»), Carlo Greco, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Francesco Tagliavia ed Emanuele Grigoli, l'assassino di padre Puglisi. E altri ancora. Una vita in divisa, interamente dedicata al servizio dello Stato. «È un lavoro meraviglioso. Lo dico sempre ai giovani poliziotti». Ma una vita così non ammette altro. Minacce, scorte e pericoli costanti significano niente famiglia e pochissimi amici. «Ho anteposto la mia professione a tutto. È una scelta di vita. Non puoi permetterti un lato debole. E devi tutelare chi ti sta accanto». Eppure se gli chiedi se ne è valsa la pena, non ha nessun dubbio. «Rifarei tutto. Nello stesso modo, con gli stessi gesti e le stesse modalità». Senza fretta, senza tregua. E senza incertezze. Lo sbirro è diventato acchiappamafiosi. È stato nominato vice questore, primo dirigente, dirigente superiore. Ha fatto carriera. Ma resta sbirro. Orgoglioso di esserlo.  IL GIORNALE 23.5.2016


Brusca: “Io il dominus per la strage di Capaci su mandato di Riina”  Lunga deposizione del pentito al processo bis, in trasferta al carcere Rebibbia   “Persone fuori Cosa nostra hanno partecipato la strage? Per quanto mi riguarda il dominus su Capaci ero io”. E' una deposizione fiume quella del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, l'uomo che schiacciò il pulsante del telecomando dando l'impulso alla bomba che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo ed i tre agenti di scorta lungo l'autostrada Palermo-Mazara del Vallo. Il pentito, presente in aula al bunker di Rebibbia dove in questa settimana verrà celebrato in trasferta il processo, ha parlato dei tutte le fasi di preparazione dell'attentato escludendo il coinvolgimento di soggetti esterni nelle varie fasi. “Né durante le fasi di preparazione né in quelle di esecuzione ricordo persone estranee a Cosa nostra” ha detto Brusca in maniera categoria parlando della preparazione dell'esplosivo che si svolse in parte “nella villetta di Antonino Troia dove caricammo 13 bidoncini di esplosivo”. “Inizialmente - ha aggiunto Brusca - avevamo pochi bidoncini a nostra disposizione. Erano pochi, non bastavano. Ferrante è andato quindi a comprarne altri. Nella villetta di Troia si svolsero le operazioni di travaso degli esplosivi”. Il commando misurò anche la lunghezza del canale di scolo del cunicolo sotto l'autostrada da dove sarebbe transitato il giudice Falcone. “L'abbiamo misurata attraverso una corda. E' stato semplicissimo”.

L'attentatuni Con la voce a tratti tremolante, l'ex capomafia di San Giuseppe Jato ha ricordato il momento decisivo della strage: “Assieme ad Antonino Gioé ero appostato sulla montagna aspettando che passasse il corteo delle auto di scorta. Ad un certo punto Gioé, che aveva il binocolo, mi disse 'Vai, vai vai', Antonino me lo disse tre volte che potevo schiacciare il telecomando, quando arrivò il corteo con il giudice Giovanni Falcone. Non so perché ma non schiacciai subito il telecomando. C'era qualcosa che mi diceva di non farlo. Subito dopo l'esplosione mi venne a prendere Gioacchino La Barbera. Mi disse che avevamo fatto una crudeltà, sentendo i commenti della gente. Avevamo ucciso il giudice Giovanni Falcone”.

La preparazione della strage “In base alle prove che abbiamo fatto, eravamo certi della riuscita dell'attentato. Non c'è stata nessuna sorpresa – ha aggiunto Brusca rispondendo alle domande dei pm Onelio Dodero e Stefano Luciani - Per tre settimane avevamo fatto appostamenti. Era tutto organizzato Ganci e Cancemi dovevano osservare le auto partire dalla casa. Ferrante all'aeroporto ci avrebbe confermato l'arrivo di Falcone. La Barbera, in macchina, doveva darci la velocità del corteo. Avevamo lasciato un frigorifero per individuare il momento per dare l'impulso. Ci accorgemmo a vista d'occhio che il corteo era improvvisamente rallentato”. In base ai programmi iniziali a premere il pulsante in quel 23 maggio del 1992 sarebbe dovuto essere Pietro Rampulla. “Quel giorno ebbe un problema familiare. Mi chiese se era un problema ma gli dissi che poteva anche non venire. Io ero in grado di fare tutto. Sarebbe stato lui solo per 'ospitalità' perché l'avevamo chiamato apposta per quella strage”. Brusca ha anche confermato che durante le fasi di caricamento del tunnel di scolo che passava sotto l'autostrada di Capaci erano stati utilizzati torce e guanti, un dato importante considerato che dalle analisi compiute ad anni di distanza è stata rinvenuta un'impronta su una torcia, rinvenuta a 63 metri dal cratere porta con le impronte del boss Salvatore Biondino. “Da quel che so c'era chi aveva il compito di far sparire tutto. Dopo le operazioni di travaso dell'esplosivo ad esempio Troia fece un gran falò. Però non so se queste cose poi erano state fatte sparire”.

Riina e l'esplosivo per la guerra allo Stato“Eravamo nel momento storico delle stragi. Riina che avevamo una disponibilità di esplosivo tale che si poteva fare la guerra allo Stato. Mi disse che l'avevano i picciotti, riferendosi ai Graviano”. Il pentito ha raccontato tutte le fasi di raccolta dell'esplosivo. “Avevamo più forniture. Oltre a quello recuperato dalla cava Inco, c'era quello portato da Biondino, io non ho mai visto Giuseppe Graviano portarmi il tritolo. Di questo esplosivo mi parlò anche Riina dicendo che proveniva dai pescatori”. Prima della strage vennero effettuate diverse prove sia per verificare la capacità distruttiva dell'esplosivo che la velocità di trasmissione dell'impulso. “Per stabilire il luogo in cui colpire mi confrontai anche con Pietro Rampulla e lo stesso Piediscalzi – ha ricordato Brusca - Loro mi spiegarono che l'ideale era utilizzare l'esplosivo in luoghi particolarmente stretti. Delle prove vennero fatte in contrada Rebottone e in quell'occasione portò dell'esplosivo anche Gioé. Era quello avanzato da un attentato alle sedi della Dc. Per Capaci avevamo comunque un certo quantitativo di esplosivo. Quello della Inco doveva essere utilizzato anche per uccidere Pietro Grasso nell'autunno del 1992. Riina mi disse che questo doveva essere un colpetto per convincere quelli che si erano fatti sotto”. Per quanto riguarda l'attentato al giudice Falcone Brusca ha raccontato che fu deciso di “preparare l'attentato a Giovanni Falcone a Capaci, in autostrada perché farlo a Palermo avrebbe potuto comportare il rischio di uccidere vittime innocenti. Inizialmente in alternativa al cavalcavia pedonale sull'autostrada si pensò di fare l'attentato mettendo l'esplosivo in alcuni cassonetti della spazzatura nei pressi dell'abitazione del magistrato”.

Falcone, nemico numero uno“Subito dopo la sentenza del maxiprocesso, Cosa nostra decise di fare pulizia. A lamentarsi per gli ergastoli che vennero inflitti non furono solo alcuni condannati ma anche Totò Riina, il quale prima di prendere qualsiasi decisione voleva attendere l'esito della Cassazione. Dopo la sentenza del maxi processo c’erano due progetti di attentato a Falcone. Uno su Roma e l’altro su Palermo. Del primo erano incaricati Matteo Messina Denaro, Sinacori, Spatuzza ed altri e da quello che so era previsto per con armi convenzionali. Poi su Palermo c’era un progetto per l’utilizzo dell’esplosivo”. A parlarne è Giovanni Brusca, il collaboratore di giustizia di San Giuseppe Jato che fu protagonista della strage di Capaci premendo il pulsante che uccise Falcone, la moglie e gli agenti di scorta. “Avevamo già fatto attentati di questo tipo con Chinnici, Carlo Palermo e nel ’91 contro il clan dei Greco - prosegue Brusca - Avevamo esperienza. C’erano stati anche degli attentati dimostrativi contro le sedi della democrazia cristiana tra la morte di Lima e la strage di Capaci. L’idea di questi ultimi attentati Biondino mi diceva che erano fatti per far comparire questi attentati come se fosse un fattore politico e non di Cosa nostra. Doveva essere un qualcosa per creare confusione, quasi un depistaggio. Era la prima volta che Riina consentiva questo tipo di attentato. Io mi adoperai per Morreale e Messina, i Graviano a Misilmeri e Biondino presso Isola delle Femmine”. Tornando sull’attentato a Falcone Brusca ha aggiunto: “Mi diedero la priorità per quella strage dicendomi di spicciarmi su quello che dovevo fare. Falcone era un nostro nemico dichiarato e dal 1983, dopo Chinnici, c’erano progetti di attentato nei suoi confronti. In quell'anno pedinai Falcone e iniziai a studiarne le abitudini, ma poi il progetto fu sospeso”. L'ex boss ha rivelato inoltre che una delle opzioni al vaglio dei boss per l'eliminazione del magistrato “era quella di imbottire un vespone di tritolo da far saltare poi al tribunale al passaggio di Falcone. Poi ho saputo, nell'87, di un progetto per colpire Falcone, era stato preparato un bazooka, mi raccontò Di Maggio, ma l'idea non fu portata a termine. Quando Riina mi diede l’incarico di occuparmi di Falcone nel 1992 io entrai in contatto con il gruppo di Biondino, Raffaele Ganci e Totò Cancemi. Il primo mi parlò dell’idea di utilizzare un sottopasso. Gli altri due mi parlarono di un cassonetto vicino l’abitazione del magistrato. Io però potevo scegliere. L’esplosivo usato? Riina sapeva che io avevo in disponibilità quello della cava Inco di Camporeale. Lo usammo anche per altri attentati”.

La riunione di Natale “In occasione del maxiprocesso, volevamo l'assoluzione di tutti. Volevamo l'immunità, ma - ha aggiunto il pentito Giovanni Brusca, detto ”il Verro” (il porco) - C'era già sentore che le cose, non sarebbero andate per il verso giusto. Non era stata trovata nessuna via per raggiungere uno dei componenti della Corte. Le sensazioni vennero poi confermate dalla sentenza”. L'ex boss di San Giuseppe Jato, si è poi soffermato sulle riunioni della commissione di Cosa nostra svoltisi agli inizi degli anni '90: Sono certo di aver preso parte a tre riunioni plenarie della Commissione, svoltisi fra il '90 ed il '91. Ho partecipato alla riunione degli auguri di Natale, a quella sulla spartizione dei lavori pubblici e quella sull'assalto ai tir”. Il pentito ha ricordato che "non c'era bisogno di fare i nomi" della lista di personalità da uccidere, perché “era sottinteso che Giovanni Falcone era il numero uno e lo sapevano pure i gatti che dovevamo ucciderlo. Io stesso lo seguivo dal 1981 e per me, come per tutti gli altri, era scontato”. L'ex boss di San Giuseppe Jato, poi, ha proseguito: "In quella riunione si parlò della strategia politica, di quello che doveva fare Cosa nostra”. Brusca ha anche ribadito di non sapere nulla dell'omicidio del giudice Antonino Scopelliti, avvenuto nell'agosto del '91. Al di là dello stretto di Messina - ha spiegato l'ex boss - ognuno può fare quello che vuole”.

L'incontro con Rita Borsellino In apertura di deposizione Brusca ha anche raccontato del suo incontro con Rita Borsellino, sorella del giudice ucciso in via d'Amelio nel luglio 1992. “Il giorno che incontrai Rita Borsellino, nel 2007, fu uno dei giorni più belli della mia vita. Compresi il grande sforzo che questa donna aveva fatto per vedere da vicino uno dei carnefici di suo fratello, anche se non ho partecipato materialmente all’attentato”. “C’erano alcuni particolari a cui io non avevo dato peso – ha proseguito - Quando Rita Borsellino mi chiese un incontro a quattr’occhi io diedi la mia disponibilità ma non ci vedemmo più. Mi chiesi perché e probabilmente era perché c’era un’indagine su di me per cui poi sono stato assolto. Io comunque parlai con i magistrati. A quel tempo proiettavano spesso l’intervista di Paolo Borsellino con i due giornalisti francesi in cui parlò di Dell’Utri e Berlusconi. Io dissi che da quello che sapevo non era quello il motivo per cui il giudice fu ucciso. A me Riina fece i nomi di Dell’Utri e Mangano ma mi disse che non era interessato a quella cosa”. L'udienza si è conclusa con le dichiarazioni spontanee dell'imputato Salvino Madonia, difeso dall'avvocato Sinatra, che ha chiesto un confronto con lo stesso Brusca: “Ha detto un mucchio di farneticazioni. Sono vent'anni che ascolto questi pentiti ma io mi devo difendere. Nessuno di loro dice che ho partecipato alle riunioni di commissione. Dicono sempre che sostituivo mio fratello Antonino o mio padre Francesco. Mi tirano dentro vent'anni dopo ma le collaborazioni iniziano prima, per Brusca, per Giuffré per Cancemi. Ora mi trovo indagato per l'Addaura, imputato per Capaci e via d'Amelio. E poi come fa Brusca a non ricordare le cose che dice Giuffré che per la riunione di Natale parla di gelo. E' la riunione dove si decide la morte di Falcone e Borsellino e di altri e loro dicono cose diverse”. Il processo riprenderà domani mattina con gli interrogatori di Gioacchino La Barbera e Mario Santo Di Matteo.   di Aaron Pettinari - 24 novembre 2014 ANTIMAFIA DUEMILA


Sequestro  da un milione di euro al collaboratore di giustizia Giovanni Brusca. I carabinieri hanno sequestrato alcuni immobili, per un valore complessivo di circa un milione di euro, intestati o riconducibili al collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, già capo del mandamento mafioso di San Giuseppe Jato, condannato per la strage di Capaci

I carabinieri hanno sequestrato alcuni immobili, per un valore complessivo di circa un milione di euro, intestati o riconducibili al collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, già capo del mandamento mafioso di San Giuseppe Jato, catturato il 20 maggio 1996, e condannato per essere stato organizzatore ed esecutore materiale della strage di Capaci, nella quale persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta.

Il provvedimento scaturisce da un'indagine - iniziata nel 2009 e conclusa nel 2011, diretta dalla Procura di Palermo coordinata dall'aggiunto Dino Petralia e dai sostituti Sergio Demontis e Claudia Ferrari - che ha consentito di bloccare un piano di recupero, ideato e attuato dal collaboratore di giustizia, di alcuni immobili intestati a prestanome e di ingenti somme di denaro, sequestrate e poi restituite. I sequestri riguardano un immobile a San Giuseppe Jato, in via Saraceni, intestato a Brusca; il ricavato della vendita di un immobile a Palermo, in via Pecori Giraldi; un magazzino a San Giuseppe Jato, in via Saraceni; alcuni locali a Piana degli Albanesi, in via Matteotti, intestati alla moglie di Brusca, Rosaria Cristiano; un locale a Palermo, in via generale Emanuele Pezzi, attualmente affittato a una chiesa evangelica apostolica. LA REPUBBLICA 8.8.2015


 Sentenza Strage di Capaci


Giovanni Brusca Ha assassinato il procuratore antimafia Giovanni Falcone nel 1992 e una volta ha affermato di aver commesso tra i 100 ei 200 omicidi. [1] Era stato condannato all'ergastolo in contumacia per associazione mafiosa e omicidi multipli. Brusca è stata catturata nel 1996 e si è trasformata in pentito . Un mafioso grassoccio, barbuto e spettinato, Brusca era conosciuto nei circoli mafiosi come 'u verru (in siciliano) o il porco o il maiale (in italiano; "il maiale", "il maiale") o' u scannacristiani ("il popolo -slayer "; in lingua siciliana la parola cristianu significa sia" cristiano "che" essere umano "). Tommaso Buscetta , il voltagabbana mafioso che aveva collaborato alle indagini di Falcone, ha ricordato Giovanni Brusca come "uno stallone selvaggio ma un grande leader". [2]

Primi anni di vita  Brusca è nata il 20 febbraio 1957 a San Giuseppe Jato . Suo nonno e suo bisnonno, entrambi contadini, furono resi membri della mafia . Suo padre Bernardo Brusca (1929–2000), un patriarca locale della mafia, ha scontato ergastoli simultanei per numerosi omicidi. [3] Bernardo si alleò con i Corleonesi di Salvatore Riina , Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella quando sostituì Antonio Salamone come capomandamentodi San Giuseppe Jato, ha aperto la strada alla carriera dei suoi tre figli: Giovanni, il fratello minore Vincenzo e il fratello maggiore Emanuele. Quando Bernardo fu mandato in prigione nel 1985, Giovanni divenne capo del suo quartiere San Giuseppe Jato. [1]

Spietato assassino  Dopo che Santino Di Matteo fu arrestato il 4 giugno 1993, divenne il primo degli assassini di Falcone a diventare un testimone del governo - un pentito . [4] Ha rivelato tutti i dettagli dell'assassinio: chi è entrato in una galleria sotto l'autostrada, chi ha imballato i 13 tamburi con TNT e Semtex , chi li ha trasportati su uno skateboard e chi ha premuto il pulsante. [5]

Per rappresaglia al fatto che Di Matteo fosse diventato un informatore, la mafia rapì il figlio di 11 anni, Giuseppe Di Matteo, il 23 novembre 1993. [6] Secondo una successiva confessione di uno dei rapitori, Gaspare Spatuzza , si vestivano da agenti di polizia e ha detto al ragazzo che era stato portato a vedere suo padre, che in quel momento era tenuto sotto la protezione della polizia sul continente italiano. [7]

Di Matteo fece un disperato viaggio in Sicilia per cercare di negoziare la liberazione del figlio ma l'11 gennaio 1996, dopo 779 giorni, il ragazzo, che ormai si era ammalato anche fisicamente per maltrattamenti, fu finalmente strangolato, e il corpo fu successivamente sciolto in un barile di acido - una pratica nota colloquialmente come lupara bianca . [8] [9] [10] Gli esecutori testamentari furono Enzo Brusca, fratello di Giovanni, Vincenzo Chiodo e Salvatore Monticciolo per ordine di Giovanni Brusca. [9] Poco prima di ordinare l'omicidio di Di Matteo, Brusca aveva anche scoperto di essere stato condannato in contumacia all'ergastolo per l'omicidio di Ignazio Salvo . [11]

Brusca è stata coinvolta nella campagna di terrore nel 1993 contro lo Stato durante la repressione della mafia dopo gli omicidi dei magistrati antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino . Dopo i mesi successivi all'arresto di Riina nel gennaio 1993, ci furono una serie di attentati dei Corleonesi contro diverse località turistiche della terraferma italiana: l' attentato di Via dei Georgofili a Firenze , Via Palestro a Milano e Piazza San Giovanni in Laterano e Via San Teodoro a Roma , che ha provocato 10 morti e 71 feriti oltre a gravi danni a centri del patrimonio culturale come la Galleria degli Uffizi . [12]

Arresto  Il 20 maggio 1996, all'età di 39 anni, Brusca fu arrestato in una piccola casa nella campagna siciliana vicino ad Agrigento , dove stava cenando con la sua ragazza, il loro giovane figlio e suo fratello Vincenzo, sua cognata ei loro due figli. [2] [13] Gli investigatori sono stati in grado di individuare la loro posizione esatta quando il rumore di un agente in borghese che guidava da casa in moto è stato captato dagli agenti che ascoltavano una chiamata intercettata sul cellulare di Brusca. [14]

Quando Brusca è stata portata in fretta alla stazione di polizia di Palermo circa 90 minuti dopo l'arresto, dozzine di agenti di polizia hanno applaudito, suonato il clacson e si sono abbracciati. Mentre la Brusca dalla barba trasandata usciva da un'auto, vestita di jeans sporchi e camicia bianca sgualcita, alcuni si strapparono i passamontagna, come a dire che non avevano più nulla da temere dalla mafia. Secondo quanto riferito, uno è riuscito a sfuggire alle guardie e ha preso a pugni Brusca in faccia. [2]

Nel 1997 Di Matteo e Brusca si sono incontrati faccia a faccia durante i procedimenti giudiziari. Scoppiando in lacrime Di Matteo ha detto al giudice: "Garantisco la mia collaborazione, ma a questo animale non garantisco nulla. Se mi lasci solo con lui per due minuti gli taglio la testa". Lo scontro rischiava di diventare violento, ma le guardie giurate del tribunale hanno trattenuto Di Matteo. [5] [10] Brusca aveva chiesto perdono anche alla famiglia di Giuseppe Di Matteo. [9] Brusca fu condannato all'ergastolo per l'omicidio di Di Matteo. [11]

Nel 1997 Brusca ricevette l'ergastolo dopo essere stato condannato in contumacia per omicidio, successivamente condannato per l' attentato dinamitardo che uccise il magistrato antimafia Giovanni Falcone nei pressi di Capaci . [15] In tribunale, Brusca ha ammesso di aver fatto esplodere la bomba, piazzata sotto l'autostrada dall'aeroporto a Palermo, con telecomando mentre osservava il convoglio del magistrato con un binocolo da una collina. [16] Brusca è stato condannato all'ergastolo nel 2009, per l'omicidio di Salvatore Caravà. [17]

Collaborare con la giustizia italiana Dopo il suo arresto, Brusca ha iniziato a collaborare con la polizia. Inizialmente la sua collaborazione è stata accolta con scetticismo, temendo che il suo "pentimento" potesse essere uno stratagemma per sfuggire alle dure pene detentive riservate ai capi mafiosi di rango. [18] Nei primi tre mesi, gran parte di ciò che ha detto Brusca si è rivelato non verificabile o falso, e un crescente coro di politici ha chiesto un inasprimento del sistema di collaborazione. [19]

Brusca aveva offerto una versione controversa della cattura di Totò Riina: un accordo segreto tra carabinieri , agenti segreti e boss di Cosa nostra stanchi della dittatura dei Corleonesi. Secondo Brusca, Bernardo Provenzano "vendette" Riina in cambio del prezioso archivio di materiale compromettente che Riina teneva nel suo appartamento di via Bernini 52 a Palermo. Brusca ha anche affermato che Riina gli aveva detto che dopo l'assassinio di Falcone, era stato in trattative indirette con il ministro dell'Interno Nicola Mancino in un accordo per prevenire ulteriori uccisioni. Mancino in seguito ha detto che questo non era vero, [20]ma nel luglio 2012 Mancino è stato condannato a essere processato per aver negato le prove sui colloqui del 1992 tra lo stato italiano e la mafia e sulle uccisioni di Falcone e Borsellino. [21]

Brusca è stata incarcerata a Rebibbia , Roma, anche se dal 2002 ha chiesto gli arresti domiciliari nove volte, tutte rifiutate. [22] Nel 2004, è stato riferito che a Brusca è stato permesso di uscire di prigione per una settimana ogni 45 giorni per vedere la sua famiglia, una ricompensa per il suo buon comportamento oltre a diventare un informatore e collaborare con le autorità. [16] Come risultato della sua collaborazione con la polizia, la sua condanna è stata ridotta a 26 anni di carcere. [1]

Beni confiscati  Il terreno della famiglia Brusca è stato sequestrato dal governo e nel 2000 ceduto a un'organizzazione chiamata Consorzio per lo Sviluppo Legale. Restituisce i beni confiscati ai mafiosi imprigionati e li restituisce alla comunità. Il piccolo casale in pietra di San Giuseppe Jato, a 40 minuti da Palermo, è stato ristrutturato nel 2004. È il primo agriturismo antimafia della Sicilia. I turisti possono gustare la pasta biologica macinata con grano coltivato nei terreni di Brusca e il vino biologico prodotto dai suoi vigneti dalla cooperativa Placido Rizzotto , dal nome del sindacalista di Corleone , fucilato dalla mafia nel 1948. [23] [24]

Secondo Lucio Guarino, direttore dell'organizzazione, la restituzione delle proprietà invia un messaggio potente: "La famiglia Brusca ha controllato le fortune di questo territorio per quasi trent'anni. Quindi è un simbolo incredibile. Qui terra è potere. E questo progetto lo dimostra con il volontà del popolo, è possibile sequestrare e restaurare terreni mafiosi ". [24] Non è stato facile rivendicare alla comunità i terreni mafiosi confiscati. Il primo anno dopo che la cooperativa aveva appena seminato il raccolto, un gregge di pecore arrivò dal nulla per distruggerle. Il giorno prima del primo raccolto di grano del progetto, tutte le mietitrebbie della zona sono misteriosamente scomparse. [23]

Riferimenti

  1. c "Dalla strage di Capaci all'uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo: ecco chi è Giovanni Brusca" (in italiano). corriere.it. 7 ottobre 2019.
  2. c "The Pig" è Penned , Time Magazine, 3 giugno 1996
  3. ^ Testa a testa con Cosa Nostra , The Guardian, 14 febbraio 2000
  4. ^ Jamieson, The Antimafia , p. 98-99
  5. b Freed mafia grass a marchiato uomo , The Guardian, 14 marzo 2002
  6. ^ Jamieson, The Antimafia , p. 217
  7. ^ (in italiano) "Uccisero il piccolo Giuseppe Di Matteo" , La Repubblica, 16 gennaio 2012
  8. ^ (in italiano) La madre del bimbo sciolto nell'acido: «Giuseppe ha vinto, la mafia ha perso» , Corriere della Sera, 10 novembre 2008
  9. c BRUSCA AI DI MATTEO: 'PERDONATEMI' - La Repubblica.it
  10. b (in italiano) Di Matteo assale Brusca: "Animale, ti stacco la testa" , La Repubblica, 15 settembre 1998
  11. b "Omicidio Di Matteo, in appello confermati gli ergastoli per i killer del bimbo" . ilfattoquotidiano.it. 18 marzo 2013.
  12. ^ (in italiano) Autobombe del 1993 cronologia dei principali avvenimenti Archiviato il 2007-06-07 in Internet Archive ...
  13. ^ La polizia italiana arresta il "boss dei boss" della mafia , The Independent, 21 maggio 1996
  14. ^ Boss mafioso latitante arrestato dalla polizia italiana in Sicilia , The New York Times, 22 maggio 1996
  15. ^ STRAGE DI CAPACI, 24 ERGASTOLI - La Repubblica.it
  16. b Mafia 'Butcher' parla della sua via d'uscita dalla vita dietro le sbarre , The Times, 14 ottobre 2004
  17. ^ Condannati Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca Archiviato il 19 luglio 2009 in InternetArchive
  18. ^ L' Italia tratta il pentimento di un leader mafioso con cautela , The New York Times, 24 agosto 1996
  19. ^ Backlash minaccia di mettere a tacere gli informatori collegamento morto permanente ] , The Independent, 2 maggio 1997
  20. ^ Folain, Vendetta , p. 150
  21. ^ Italia: ex ministro degli interni implicato in negoziati sulla mafia , AND Kronos International, 25 luglio 2012
  22. "Mafia, Giovanni Brusca resta in carcere. La Cassazione boccia la richiesta dei domiciliari"(in italiano). repubblica.it. 8 ottobre 2019.
  23. b La Sicilia offre un assaggio sicuro della vita mafiosa , BBC News, 11 giugno 2004
  24. bGiving Mafia Property a Makeover in Sicily


a cura di Claudio Ramaccini DirettoreCentro Studi Sociali contro la mafia - PSF

I cookie vengono utilizzati per migliorare il nostro sito e la vostra esperienza quando lo si utilizza. I Cookie tecnici impiegati per il funzionamento essenziale del sito sono già stati impostati. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli, vedere la nostra cookie policy.

Accetto i Cookie da questo sito.