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Don Pino - sentenza per capitoli

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Speciale Don Pino

 

DON PINO, UN DELITTO ANNUNCIATO 

A maggio, cinque mesi prima, Papa Wojtyla durante la messa celebrata nella Valle dei Templi di Agrigento aveva gridato il suo anatema contro la mafia. E ai boss aveva urlato: «Convertitevi». A settembre, cinque mesi dopo, Cosa Nostra ha ucciso don Pino. Era il giorno del suo cinquantaseisimo compleanno, il 15 settembre 1993. Quella sera padre Puglisi stava rientrando a casa, nel suo appartamento di piazza Anita Garibaldi, nel quartiere palermitano di Brancaccio. Erano pressappoco le 20 e 40. Qualcuno lo stava aspettando con le armi in pugno, gli è scivolato alle spalle e gli ha sparato un colpo alla nuca. Don Pino era il parroco della chiesa di San Gaetano, a due passi abitavano i fratelli Graviano, Giuseppe e Filippo, i boss delle stragi che fra un attentato e l'altro tenevano il moccolo a Totò Riina. La chiesa di Don Pino non era la loro chiesa, quella che negava l’esistenza della mafia e dava rifugio ai latitanti. Lui, sacerdote impegnato nel sociale, rifletteva perfettamente l’impegno evangelico in quella borgata periferica di Palermo,  degradata, dove si respirava omertà e dove in tanti - troppi - erano schiavi del potere mafioso. Don Pino aveva sfidato i boss semplicemente svolgendo il dovere di un prete: offrire ai ragazzi del suo quartiere un’alternativa diversa da quella della criminalità. Non erano mancate le intimidazioni. Alla fine di giugno del 1993 in una notte qualcuno aveva incendiato la porta di casa di tre volontari del Comitato intercondominiale di Brancaccio, poi le molotov contro la chiesa, poi ancora le telefonate e le lettere anonime. Segnali. Era un prete troppo ingombrante, un prete troppo pericoloso. Non per quello che diceva, ma per quello che faceva. Lontano dalle passerelle, dai riflettori, dalle parate.M I Graviano lo tenevano d'occhio. Il suo è stato un delitto annunciato. Un delitto che non doveva sembrare un’esecuzione mafiosa ma l’azione violenta di qualche balordo. Il sicario, un attimo prima di far fuoco, gli aveva portato via il borsello. E mentre Grigoli sparava, don Pino ebbe il tempo di voltarsi, guardarlo negli occhi, sorridere e dirgli: «Me lo aspettavo»..


La straordinaria storia di Don Pino  “Esponente del clero siciliano più avanzato e coraggioso”, Padre Giuseppe Puglisi “era divenuto, al pari di altri preti di frontiera impegnati nelle attività sociali, un sacerdote di trincea che aveva trasformato la sua chiesa in una prima linea nella lotta alla mafia; esprimeva l’immagine di un clero isolano non più timido ed impacciato nelle prese di posizione contro il potere mafioso, bensì risoluto e battagliero nella coerenza evangelica e nella testimonianza di fede, ed impavido nel mobilitare la comunità e favorire il risveglio delle coscienze”.
“Era stato parroco della chiesa di San Gaetano a Brancaccio, che il sacerdote aveva cercato di trasformare da roccaforte e riserva di “Cosa Nostra” in avamposto dell’antimafia, dal quale combatteva ogni forma di prepotenza e soprusi ed aveva avviato un’opera di risanamento morale e religioso che aveva coinvolto larghe fasce di fedeli, i quali avevano visto nel sacerdote un punto di riferimento in una realtà territoriale spesso indifferente o peggio acquiescente ed in una situazione ambientale fortemente intessuta di complicità, silenzi ed omertà”.
Don Puglisi “concepiva la sua missione come impegno nelle attività sociali, come educazione dei giovani alla giustizia, al rispetto dei diritti e dei doveri e, nel rigoroso ambito della visione pastorale ed evangelica del suo operato, esortava cittadini e parrocchiani e tutta la comunità ecclesiastica ad aderire alla cultura ed alla pratica dell’ordinaria legalità. Per questo raccoglieva i giovani dalla strada tossicodipendenti e sbandati, utilizzando per il loro recupero e lo svolgimento delle attività sociali luoghi che un tempo erano sotto il dominio di “Cosa Nostra” che li destinava all’esercizio di attività criminali. Aveva dato vita anche ad un gruppo di giovani volontari diventando presto punto di riferimento per tutti gli emarginati della zona ed aveva creato un centro di accoglienza “Padre Nostro”, annesso alla chiesa di San Gaetano”.
“Con l’ausilio di volontari ed altri religiosi, operando in un quartiere degradato ed emarginato, assoggettato alla cultura della sudditanza alla organizzazione criminale che aveva reso passivi e succubi larghi strati di popolazioni, il prete aveva lucidamente inteso la sua missione – tramite il suo silenzioso ma efficace operato – come un “percosso di liberazione” dei suoi parrocchiani ed in generale della gente della borgata, dall’impotente assuefazione al predominio mafioso [...]. Aveva valorizzato gli spazi di aggregazione e potenziato l’esperienza del centro sociale, moltiplicando le occasioni di incontro con la gente della borgata ed in genere con i più bisognosi, sperando di incidere anche in quelle frange ormai cronicamente cresciute in un clima di omertà mafiosa, fossero essi giovani malavitosi o ragazzi abbandonati, più facili prede delle lusinghe mafiose”.
“Era di carattere schivo e riservato, preferendo l’impegno quotidiano alle azioni spettacolari, ma per il suo attivismo che si esprimeva nell’organizzazione di visite ed incontri con le Istituzioni, nella partecipazione a cortei contro il prepotere criminale, nelle denunce del malaffare, si era esposto prima alle rappresaglie poi all’offensiva della mafia, aveva ricevuto minacce, avvertimenti, che aveva coraggiosamente denunciato ai fedeli nelle omelie domenicali”.
Don Puglisi, [...] era convinto che [...] le intimidazioni e le minacce, che avevano lo scopo evidente di incutere paura e terrore, provenissero da chi allora comandava nel quartiere, affermando espressamente che i comandanti della zona con sicurezza erano i fratelli Graviano.

[...] Da tutti gli atti del processo [...] emerge, la figura di un prete di trincea, un sacerdote che infaticabilmente lavorava sul territorio; un religioso non contemplativo ma calato pienamente nel sociale, immerso nella realtà del tutto particolare e difficile di un quartiere degradato, dove, “fino a qualche tempo prima c’era quasi il coprifuoco la sera”.

[...] Ed a Brancaccio si poteva morire anche solo per avere avuto il coraggio di reclamare una vita normale, la legalità più elementare, la voglia di professare l’impegno sociale cristiano, da molti spesso sbandierato ma solo da pochi praticato.
Don Pino non faceva politica, non era iscritto nel lungo elenco dei retori dell’antimafia. Era solo un uomo ed un cristiano che cercava la normalità e pretendeva la normalità. Per lui la legalità era normalità del convivere civile e non un esercizio di retorica. La legalità, per lui, era potere operare da uomo libero, con semplicità, con naturalezza, senza servire il politico o l’amministratore di turno e senza abdicare alla dignità di cittadino, di sacerdote e di uomo.[...]
Sulla vita e sulla attività del sacerdote hanno reso testimonianza le persone a lui più vicine e coloro che lo affiancarono nel suo quotidiano apostolato: [...]
L’allora diacono Renna Rosario Mario, che coadiuvava padre Puglisi nelle celebrazioni liturgiche, nell’amministrazione della parrocchia e nelle attività del centro di accoglienza “Padre Nostro”, e che era stato l’ultimo a vedere in vita il prelato la sera del delitto, ha riferito che il sacerdote dedicava particolare cura al recupero dei bambini del quartiere di Brancaccio che non frequentavano la scuola, e che, per rendere più incisiva tale opera, verso la fine del primo anno di parrocato, padre Puglisi aveva istituito dei corsi di scuola elementare e di scuola media, maturando e portando avanti anche l’idea di creare un centro di accoglienza per dare assistenza ai malati, agli anziani ed ai diseredati, mancando del tutto il quartiere di strutture in tal senso.
Padre Puglisi manteneva ottimi rapporti col Comitato Intercondominiale di via Azolino Hazon, al quale dava tutto il suo contributo, incoraggiando le persone impegnate nello stesso e schierandosi al loro fianco per tutte le iniziative sociali che venivano portate avanti.
Detto comitato era costituito da un gruppo di persone di quel rione che portavano avanti iniziative sociali in perfetta sintonia con l’opera pastorale parallelamente svolta da Don Puglisi, il quale dava allo stesso comitato il suo pieno sostegno come padre spirituale.
Il Renna ha aggiunto che padre Puglisi non gli aveva mai riferito di avere ricevuto minacce. Negli ultimi tempi, però, il sorriso sulle sue labbra si era spento, il suo sguardo adombrato, circostanze che egli aveva fatto presente al sacerdote, ricevendone come risposta: “non ti preoccupare…… non c’è niente”.

[...] Carini Giuseppe, un giovane allora studente della facoltà universitaria di medicina e chirurgia molto vicino a Padre Puglisi, ha evidenziato che il religioso aveva rapporti tormentati con il Consiglio di Quartiere e con le forze politiche in genere. Il Carini, che era stato uno dei più attivi collaboratori della parrocchia di San Gaetano, ha affermato che padre Puglisi non si sarebbe mai azzardato a fare propaganda elettorale per alcun partito e che aveva avuto modo di constatare che era entrato in conflitto con certi soggetti – come uno dei fratelli Mafara, il medico Nangano e la moglie, Pippo Inzerillo, Cosimo Damiano Inzerillo – i quali facevano parte di un comitato di festeggiamenti che organizzavano feste rionali mediante questue con cantanti od altre cose del genere, utilizzando tali nmanifestazioni come trampolino per ricevere voti elettorali.

Padre Puglisi appunto non aveva accettato che “in un quartiere, dove c’era un disagio sociale grandissimo, si potessero spendere anche ottanta milioni per delle feste, ed entrò in contrasto con loro, soprattutto col dottore Nangano”.
Il teste ha ricordato che per l’Epifania una signora, facente funzioni di segretaria del Consiglio di Quartiere, aveva organizzato una recita, alla quale avevano presenziato l’onorevole Mario D’Acquisto ed alcuni consiglieri comunali, tra cui una signora chiamata la “madrina di Brancaccio”. In quella occasione padre Puglisi aveva mostrato il suo disappunto per la presenza di quelle persone che, pur sapendo che la gente del quartiere viveva in condizioni misere, avevano avuto il coraggio di presentarsi in quella zona per chiedere consensi elettorali. Il sacerdote in quella occasione aveva preso la parola ed aveva detto testualmente: “Qui c’è una situazione nel quartiere disagiata al massimo, senza una scuola media, gente disoccupata,…….situazioni familiari assurde, promiscuità incredibile e voi venite qui a chiedere voti, ma perché, con quale faccia vi presentate qui!”.
Negli ultimi mesi di vita padre Puglisi era cambiato d’umore: era divenuto molto riservato ed aveva cominciato ad allontanare tutti coloro che gli erano stati più vicini, evitando che rimanessero con lui fino a tarda sera.
[…] Don Puglisi aveva acquistato uno stabile, installandovi il centro di accoglienza “Padre Nostro” che all’inizio aveva avuto come obiettivo lo studio delle condizioni ambientali del quartiere; in seguito era stato strutturato in modo da dare assistenza ai minori a rischio, agli anziani, ai disadattati. A questo scopo vi lavoravano le suore dei poveri di Santa Caterina da Siena e parecchi volontari. Il prezzo di acquisto dell’immobile era stato pagato in parte con un mutuo bancario e in parte con denaro messo a disposizione dallo stesso Don Puglisi, il quale insegnava presso il liceo classico Vittorio Emanuele di Palermo. [...] 
Dalle deposizioni delle persone […] che affiancarono don Puglisi nel suo apostolato quotidiano [...] emerge la figura di un prete di trincea, un religioso che infaticabilmente operava sul territorio, “fuori dall’ombra del campanile” della sua parrocchia.Don Puglisi, in sostanza, era il centro motore di molteplici iniziative non soltanto pastorali ma anche sociali e persino economiche in favore della sua comunità ecclesiale che potessero servire al riscatto della gente onesta della borgata, migliorandone le condizioni di sopravvivenza civile. Tutte le opere e le iniziative benefiche che avevano fatto capo al sacerdote [...] mostrano la figura di un religioso non contemplativo ma calato pienamente nel sociale, un prete immerso nella difficile realtà di un quartiere della periferia degradata della città, che non si arrende neppure di fronte alle minacce ed alle intimidazioni. Il parroco della chiesa di San Gaetano di Brancaccio aveva scelto di schierarsi, apertamente e concretamente, dalla parte dei deboli e degli emarginati; aveva deciso di appoggiare fermamente e senza riserve i progetti di riscatto provenienti dai cittadini onesti, che intendevano cambiare il volto del quartiere, desiderosi di renderlo più accettabile, vivibile ed accogliente, e per questo erano mal visti, boicottati e addirittura bersaglio di intimidazioni e di atti violenti.  Tutto ciò non lo aveva distolto dalle sue occupazioni silenziose e quotidiane in favore della comunità: soltanto di fronte all’azione implacabile di una maledetta truce mano omicida il suo spirito indomito di religioso, impegnato sul piano etico e civile, aveva dovuto soccombere, solo ed inerme Per il suo attivismo, infatti, il buon prete si era esposto dapprima alle rappresaglie, e, poi alla tremenda offensiva mortale della mafia. La straordinaria vicenda di Padre Pino Puglisi – 3 P come chiamavano il sacerdote i suoi collaboratori più stretti – è, in realtà, nella sua disarmante semplicità, la storia di quanti sono morti per affermare la normalità e la legalità in una terra soggiogata dalla prepotenza mafiosa.


Ucciso il giorno del suo compleanno Il processo in esame riguarda l’omicidio del parroco della chiesa di San Gaetano nella borgata di Brancaccio, un sacerdote barbaramente ucciso a causa del suo impegno evangelico e sociale svolto in un quartiere periferico della città di Palermo, molto degradato e costretto a misere condizioni di omertà e di assoggettamento al potere mafioso locale. Padre Giuseppe Puglisi venne colpito alle spalle, attinto alla nuca da un unico colpo di pistola alle ore 20 e 40 circa del giorno 15 settembre 1993.

Stava rientrando a casa nel modesto appartamento sito nella locale Piazza Anita Garibaldi al civico 5 del quartiere di Brancaccio ed aveva appena raggiunto il portone esterno d’ingresso. Gli assassini lo avevano atteso in quel luogo. Rapida e silenziosa fu la sequenza del delitto. Il killer esplodeva il colpo con un’arma semiautomatica di calibro 7.65, munita di silenziatore e da una distanza non superiore a venti centimetri dal bersaglio.

Il bossolo, residuo dello sparo, veniva rinvenuto dalla Polizia Giudiziaria nel corso del sopralluogo. Il referto autoptico dirà che la vittima era stata colta nell’atto di aprire il portone e proprio nel momento in cui, il capo leggermente reclinato in avanti, introduceva le chiavi nella serratura del portone. Nessuno aveva udito il colpo di pistola; nessuno in nessun modo aveva avvertito alcunchè. Solo le grida di chi si era accorto che il corpo insanguinato di qualcuno giaceva sull’asfalto avevano di lì a poco richiamato l’attenzione di un agente di Polizia di Stato, Restivo Paolo, abitante nel vicino immobile sito al civico 3 della stessa Piazza Garibaldi.

Quest’ultimo fissava l’ora di rinvenimento del corpo del povero Padre Giuseppe Puglisi alle ore 20 e 45 di quel giorno. Padre Puglisi era stato soccorso e trasportato al pronto soccorso del vicino ospedale Buccheri La Ferla. Qui i medici, nonostante prontamente intervenuti per soccorrerlo, dopo un inutile intervento, non avevano potuto far altro che constatarne il decesso.

Le particolari circostanze del delitto, e tra queste la mancanza di segni di colluttazione sul corpo dell’ucciso ed il mancato ritrovamento del borsello della vittima, in uno alla personalità ed all’impegno religioso e sociale del prelato, un esponente di grande levatura del clero siciliano, muovevano le indagini degli inquirenti in ogni ragionevole direzione di approfondimento, onde accertare la vera matrice ed il reale movente dell’atroce scelta assassina.

Ma ben presto dette indagini, scartando tutte le altre piste alternative, si sono indirizzate in un ambito investigativo ben preciso, e cioè sul contesto ambientale di Brancaccio e sul fastidio che il prete dava alla criminalità organizzata di quello scacchiere mafioso.

Giuseppe Puglisi, infatti, dal giorno della prelatura presso la Chiesa di San Gaetano di Brancaccio, si era attivamente dedicato ad una costruttiva, anche se silenziosa, opera di recupero sociale. Questa opera si era diversificata nell’aiuto in un ambiente povero e degradato ai bambini abbandonati, alle famiglie in difficoltà e ciò attraverso l’azione del neo fondato centro di accoglienza “Padre Nostro”, luogo questo vicino alla parrocchia San Gaetano, sito al numero civico 461 della Via Brancaccio.

Il sacerdote si era attivato anche per il recupero dei tossicodipendenti, per la creazione di aggregati sociali, tra questi il Comitato Intercondominiale della via Azolino Hazon in cui si cercava di promuovere, attraverso diverse iniziative, il recupero del territorio urbano del quartiere tra i più degradati della città di Palermo. E quindi la creazione di una scuola, a tal fine utilizzando un ampio vano terrano dismesso all’interno dell’immobile sito sempre nella via Azolino Hazon del quartiere di Brancaccio.

A questa opera laica svolta da Padre Puglisi era congiunta una continua e visibilmente ben corrisposta attività di evangelizzazione, sicchè la Chiesa di San Gaetano era ormai divenuta un centro di riferimento permanente per tutti coloro che nell’azione del sacerdote si riconoscevano e trovavano un’alternativa alla triste e violenta realtà del quartiere di Brancaccio.

L’aggregazione sociale voluta da Don Pino Puglisi, la pratica dei valori cristiani tradizionalmente opposti alla logica della violenza e del terrore di “Cosa Nostra”, quindi, rappresentava un consistente pericolo per l’organizzazione criminale che vedeva compromessi i suoi principi proprio nel luogo ove più forte era il suo radicarsi per consolidata permanenza.

Ecco, allora, che nel variegato panorama di indagini, la matrice del grave fatto di sangue veniva ricercata nella intensa attività di impegno sociale e pastorale portato avanti con tenacia dal coraggioso prete. L’impianto accusatorio, inizialmente promosso in tal senso, si rafforzava ancor più a seguito delle propalazioni di numerosi mafiosi della zona che, per motivi vari, si erano dissociati dall’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, iniziando un percorso collaborativo con la giustizia. E’ stato possibile, pertanto, effettuare una puntuale e completa ricostruzione di ogni circostanza che portò gli assassini di “Cosa Nostra” ad accanirsi contro un uomo giusto, portatore del Vangelo. Si avviavano, al riguardo, tre distinti procedimenti sfociati in altrettanti processi.


Le prime indagini dopo l'omicidio In un primo contesto processuale venivano giudicati gli esecutori materiali del crimine, ad eccezione dell’odierno imputato Grigoli Salvatore. Tutti sono stati già condannati alla massima pena dell’ergastolo, consentenza ormai divenuta irrevocabile, sulla base delle stesse fonti di prova del processo in esame.

In altro processo venivano giudicati i fiancheggiatori ed i favoreggiatori degli sterminatori di morte operanti nel quartiere di Brancaccio, e tra questi il medico Mangano Salvatore, il quale, come persona insospettabile, gli assassini avevano posto a controllo degli spostamenti del prete una volta deliberata la decisione di ucciderlo.

Un terzo contesto processuale, quello che ci occupa, vede imputati due mandanti, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, ed uno degli esecutori materiali apertosi successivamente alla collaborazione, appunto Grigoli Salvatore.

E ciò perché il contenuto delle varie dichiarazioni rese nel tempo dai collaboratori di giustizia, in relazione all’omicidio del parroco di Brancaccio, è caratterizzato da un dato comune: il riferimento costante ai così detti reggenti della famiglia mafiosa di quella periferia della città di Palermo, sicuramente ed indiscutibilmente individuati nei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, e l’indicazione di Grigoli Salvatore, quale componente del “gruppo di fuoco” che operava in quel contesto ambientale.

Per cui, dette propalazioni ed i tanti elementi certi raccolti in sede di accertamenti investigativi ed acquisiti agli atti sono sfociati dapprima nella emissione di una ordinanza di custodia cautelare nei confronti dei fratelli Graviano Giuseppe e Graviano Filippo, quali mandanti dell’omicidio del sacerdote, nonché nei riguardi di uno degli esecutori materiali del crimine, Grigoli Salvatore, e successivamente nella richiesta di rinvio a giudizio dei tre soggetti sopra indicati, regolarmente formulata dal Pubblico Ministero nelle forme e nei termini di legge.

Con decreto del 21 novembre 1995 il Giudice dell’Udienza Preliminare presso il Tribunale di Palermo, su conforme richiesta del Procuratore della Repubblica, disponeva il giudizio davanti alla Corte di Assise della stessa città nei confronti di Graviano Giuseppe e Graviano Filippo, in stato di detenzione, e di Grigoli Salvatore, latitante, per rispondere, i primi due, dei reati di associazione per delinquere di stampo mafioso, omicidio premeditato in persona di Padre Giuseppe Puglisi, detenzione e porto illegale di arma e duplice violenza privata ed il terzo dei reati di associazione per delinquere di stampo mafioso, omicidio premeditato, detenzione e porto illegale di arma.

Nel processo di primo grado svoltosi avanti la Corte di Assise si costituiva ritualmente la comunità civile, in quelle articolazioni locali della Provincia Regionale e del Comune di Palermo. Non si costituivano, invece, la comunità ecclesiale ed i parenti dell'ucciso.

Dopo la regolare costituzione delle parti e la dichiarazione di apertura del dibattimento, il Pubblico Ministero svolgeva la relazione introduttiva, procedendo ad una dettagliata esposizione dei fatti posti a sostegno delle imputazioni e all’indicazione delle prove a carico degli imputati di cui chiedeva l’ammissione.

Quella Corte, indi, provvedeva alla ammissione delle prove orali, così come regolarmente dedotte, ed alla acquisizione delle prove documentali, così come ritualmente indicate dall’accusa e dalla difesa degli imputati.

Si procedeva, pertanto, in varie udienze discontinue nel tempo a causa della concomitanza con molti altri procedimenti nei quali i Graviano erano pure imputati, ad una lunga e complessa attività di istruzione dibattimentale, nel corso della quale venivano sentiti numerosi testimoni, i consulenti tecnici e molti imputati di reato connesso e venivano acquisiti, altresì, gli atti ed i documenti di volta in volta offerti dalle parti.

In particolare, l’agente della Polstato Restivo Paolo, il sovrintendente Passafiume, i consulenti tecnici Dottori Milone e Pugnetti, gli esperti balistici Farnetti e Azzolina, hanno parlato dei tempi e delle modalità di esecuzione del commesso omicidio nonché dell’arma utilizzata, circostanze, queste, che hanno permesso di ricostruire in maniera precisa e puntuale la dinamica dei fatti.

E’ emerso, così, che la sera del 15 settembre 1993, alle ore 20 e 40 circa, l’agente della Polizia di Stato Restivo Paolo, mentre era intento a cenare nella propria abitazione, aveva udito delle urla provenienti dall’esterno. Affacciatosi al balcone, aveva notato il corpo di un uomo disteso supino per terra parallelamente al portone di ingresso ubicato al numero civico 5 della Piazza Garibaldi. Accorso sul posto, aveva rinvenuto sanguinante ma ancora in vita padre Giuseppe Puglisi, parroco della chiesa di San Gaetano in Brancaccio, il quale, trasportato in autoambulanza al vicino ospedale Buccheri La Ferla, era successivamente deceduto a causa delle lesioni riportate.

Attraverso l’esame autoptico si accertava che la morte era stata causata da gravi lesioni cranio-encefaliche prodotte da un unico colpo di arma da fuoco, esploso da una pistola semiautomatica, munita di congegno di silenziatore, calibro 7,65, corto, entro il limite delle brevi distanze, con direzione dall’indietro in avanti, da sinistra verso destra e dal basso verso l’alto, ad opera di uno sparatore posto alle spalle della vittima e lievemente alla sua sinistra.

Il sacerdote era stato attinto alla regione retroauricolare sinistra mentre si trovava a brevissima distanza dall’ingresso della sua modesta abitazione, sita al civico 5 della Piazza Anita Garibaldi, nel quartiere Brancaccio, ed era stato colto nell’atto di aprire il portone e proprio nel momento in cui stava introducendo le chiavi nella serratura.

Nel corso del sopralluogo veniva rinvenuto il bossolo calibro 7,65, corto, e, in sede autoptica, veniva trovato un proiettile di pari calibro. Attraverso l’esame dei reperti balistici in sequestro si accertava, inoltre, che l’arma utilizzata, una pistola marca Beretta, calibro 7,65, modello 34 o 35, era munita di silenziatore. Un sopralluogo effettuato nell’abitazione della vittima, infine, consentiva di rinvenire un milione cinquecento cinquantamila lire e cento dollari USA, mentre non si rinveniva il borsello che padre Puglisi era solito portare sempre con sé.


Le minacce prima dell'agguato Attraverso le testimonianze di Porcaro Gregorio, Guida Giuseppe, Palazzolo Salvatore, Carini Giuseppe e Renna Rosario, poi, si ricostruiva il contesto ambientale in cui si era mosso Don Pino Puglisi, il suo operato, il suo impegno sociale e pastorale, le gravi minacce e le intimidazioni dallo stesso subite ed ancora quelle subite da coloro che nel suo operato si riconoscevano e trovavano una alternativa alla triste e violenta realtà del quartiere Brancaccio.

Si è accertato, così, che il sacerdote, il quale operava in un quartiere degradato sito nella periferia della città, quale era appunto quello di Brancaccio all’epoca dei fatti, si era dedicato al recupero dei bambini non scolarizzati, istituendo corsi di scuola elementare e media; aveva creato il centro di accoglienza “Padre Nostro”, luogo questo vicino alla parrocchia San Gaetano, per dare assistenza ai minori a rischio, agli anziani e ai disadattati, provvedendo anche alla raccolta dei fondi per l’acquisto dei locali che ospitavano detto centro.

Si è appreso, anche, che il sacerdote fungeva da direttore spirituale e animatore del “Comitato Intercondominiale” di via Azolino Hazon, istituito e composto da volontari che si erano associati allo scopo di migliorare la qualità della vita del quartiere, attraverso diverse iniziative.

Si è saputo, inoltre, che i rappresentanti di tale comitato – Romano Mario, Guida Giuseppe e Martinez Giuseppe – nella notte del 29 giugno 1993, erano stati destinatari di attentati incendiari, a contenuto intimidatorio, da essi regolarmente denunciati agli organi competenti e negativamente commentati da padre Puglisi nella omelia della messa domenicale.

Con l’audizione delle persone predette, veniva dimostrato altresì l’isolamento politico e sociale in cui il povero prete ha dovuto assolvere il suo ministero sacerdotale fino alla morte: la sua attività sociale, infatti, era osteggiata anche dalle forze politiche che allora reggevano il Consiglio di quel quartiere. I segnali intimidatori, poi, erano stati estesi direttamente a Don Giuseppe Puglisi, anche se da quest’ultimo non esplicitamente denunciati agli organi di polizia o alla magistratura.

Anche il teste Balistreri Serafino riferiva, nel corso del suo esame dibattimentale, di un attentato incendiario, avvenuto nello stesso periodo, ad un proprio mezzo meccanico, parcheggiato in un'area antistante l’edificio ecclesiastico ed impegnato nei lavori per la ristrutturazione del tetto della parrocchia di San Gaetano, a lui dati in appalto.

Quest’ultimo atto delittuoso non venne denunciato dalla persona offesa, ma fu, invece, riferito e stigmatizzato, durante l’omelia della messa domenicale, proprio da Don Pino Puglisi, il quale pubblicamente ha deprecato non solo l’episodio ma anche il modo illecito con cui venivano gestiti gli appalti. Ciò aveva destato evidentemente enorme scalpore nel quartiere, da sempre soggiogato al potere mafioso ed assoggettato ad un pesante clima di omertà. Lipari Antonino, un giovane che operava in parrocchia, poi, raccontava che per due volte, nel luglio del 1993, era stato avvicinato ed intimorito da sconosciuti che lo avevano minacciato di bastonarlo e gli avevano intimato di non frequentare più la chiesa. Aggiungeva che Padre Puglisi lo aveva esortato a non aver paura e gli aveva fatto presente che anch’egli aveva ricevuto minacce a mezzo posta o per telefono, cui non aveva dato peso. Precisava, ancora, che, dopo l’uccisione del sacerdote, aveva ricevuto telefonate anonime di carattere intimidatorio ed era stato aggredito con un coltello da due individui che gli avevano detto che avrebbe fatto la stessa fine di don Pino Puglisi, unitamente al vice parroco della stessa chiesa di San Gaetano, padre Porcaro. Concludeva affermando che le minacce erano cessate dopo che lui si era allontanato dalla parrocchia di Brancaccio. Quanti erano stati vicini ed avevano collaborato con l’ucciso nella sua opera di recupero sociale e di evangelizzazione, quindi, delineavano il movente dell’omicidio e nel contempo evidenziavano che gli episodi di intimidazione non erano cessati alla morte del povero Don Pino Puglisi, ma addirittura si erano estesi anche successivamente, prendendo di mira coloro i quali, per dovere civico oltre che per rispetto alla memoria del coraggioso sacerdote, avevano continuato nell’attività di impegno pastorale e sociale portato avanti dal quel martire della mafia.

Ancora. Attraverso l’audizione degli imputati di reato connesso Drago Giovanni, Cancemi Salvatore, Contorno Salvatore, Marchese Giuseppe, Mutolo Gaspare, La Barbera Gioacchino, Di Matteo Mario Santo, Pennino Gioacchino, Cannella Tullio, Di Filippo Emanuele, Di Filippo Pasquale, Romeo Pietro, Carra Pietro, Calvaruso Antonino e Brusca Giovanni, tutti collaboratori di giustizia, il contenuto delle cui dichiarazioni sarà esposto dettagliatamente in altra parte della presente sentenza, è risultato acclarato che i mandanti dell’omicidio del sacerdote sono stati indicati unanimemente negli odierni imputati Giuseppe e Filippo Graviano, i quali componevano all’epoca i ranghi dell’associazione per delinquere denominata “Cosa Nostra” con ruoli di promozione, direzione ed organizzazione.

Ed è rimasto provato, altresì, dalle dichiarazioni rese nel tempo dai numerosi citati collaboratori di giustizia, oltre che da altre incontrovertibili e certe acquisizioni di natura oggettiva (atti e documenti usciti dal carcere), che i due congiunti sopra menzionati non solo facevano parte in epoca coeva all’uccisione del povero prete ma fanno parte tuttora, con i medesimi ruoli di preminenza, della temibile associazione criminale mafiosa, nonostante il ristretto regime detentivo di cui all’articolo 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario a cui sono pure sottoposti.

Con l’audizione dei collaboratori di giustizia Di Filippo Pasquale e Romeo Pietro, poi, è stata acclarata la responsabilità di Grigoli Salvatore quale esecutore materiale – in concorso con Mangano Antonino, Spatuzza Gaspare, Giacalone Luigi e Lo Nigro Cosimo, separatamente giudicati e ormai tutti condannati con sentenza definitiva - dell’uccisione di Padre Puglisi e l’organica appartenenza dello stesso Grigoli al “gruppo di fuoco” agli ordini della famiglia mafiosa di Brancaccio.

Lo stesso Grigoli, del resto, come si dirà da qui a poco, non appena tratto in arresto in data 19 giugno 1997, immediatamente cominciava a collaborare con la giustizia, fornendo la chiave di lettura del crimine mediante indicazione di causale, mandanti ed esecutori materiali dell’omicidio di padre Puglisi, primo fra tutti egli stesso.

Con l’esame degli ufficiali di polizia giudiziaria La Barbera Salvatore, Messina Francesco, Pellizzari Maria Luisa, Giuttari Michele, Alaimo Mario, Manganelli Antonio, Grassi Andrea, Pomi Domenico, Minicucci Marco, Bossone Davide, Brancadoro Andrea, i quali, dopo l’uccisione di Don Puglisi , si sono tutti occupati attivamente di svolgere indagini, sia sul contesto di Brancaccio che in campo nazionale sulla attività criminosa della famiglia di Brancaccio, sono stati ricostruiti due interminabili anni di attività investigativa sull’omicidio del povero prete, dalle nebulose investigazioni dei primi giorni fino alle certe acquisizioni della chiusura delle indagini preliminari, ed inoltre è stata evidenziata la composizione della famiglia mafiosa di Brancaccio, i suoi rapporti con i Corleonesi di Bagarella Leoluca, il suo coinvolgimento - e questo è un punto molto importante per intendere meglio i fatti – nella strategia stragista di “Cosa Nostra” con l’attacco alle Istituzioni dello Stato e della Chiesa.

Infine. L’esistenza, la struttura e le regole comportamentali dell’organizzazione criminale “Cosa Nostra” sono state dimostrate mediante acquisizione di copia delle sentenze, ormai passate in autorità di cosa giudicata, emesse nell’ambito dei così detti “maxi processi”, celebratisi nel recente passato dalle Corte di Assise di Palermo.

L’appartenenza a “Cosa Nostra” dei fratelli Graviano Giuseppe e Graviano Filippo veniva riscontrata dall’acquisizione delle sentenze dalle quali risulta che i predetti due congiunti sono stati entrambi condannati per il reato di cui all’articolo 416 bis del Codice Penale, in quanto appartenenti alla famiglia di Brancaccio ed al mandamento di Ciaculli.

Non solo, ma attraverso la prova offerta da testimoni e da collaboratori di giustizia, ed anche con atti e documenti usciti dal carcere, veniva dimostrato altresì che i predetti imputati, non solo durante lo stato di latitanza, ma anche dalla detenzione carceraria, sottoposta al vincolo ristrettissimo di cui all’articolo 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario, erano stati capaci di impartire ordini e di determinare scelte criminali. Mediante l’acquisizione della sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti, emessa dal giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Palermo nei confronti di Castiglione Gaetano e Catanzaro Antonino, poi, è rimasto acclarato che questi ultimi soggetti hanno pesantemente minacciato, al fine di non farli ulteriormente parlare e testimoniare nel processo in esame, soggetti che erano rimasti vicini al buon sacerdote ucciso. Inoltre, con l’acquisizione della sentenza di condanna, emessa nei confronti di Nangano Salvatore con le forme del rito abbreviato e non appellabile in quanto la pena inflitta non deve essere scontata, è rimasto provato che quel medico di Brancaccio era stato incaricato dalla famiglia mafiosa di quella borgata di seguire i movimenti di padre Giuseppe Puglisi poco prima di essere ucciso. Oltre a questo, con la produzione di numerosa documentazione amministrativa, venivano dimostrati anche i pregressi rapporti intercorsi tra il Comitato Intercondominiale di Via Azolino Hazon, la Prefettura, il Comune di Palermo e il Consiglio di quartiere di Brancaccio in ordine alla assegnazione di alcuni locali da destinare a struttura scolastica. Frattanto, in data 19 giugno del 1997, mentre era in corso l’istruzione dibattimentale avanti i primi giudici, veniva tratto in arresto Grigoli Salvatore, il quale immediatamente cominciava a collaborare con la giustizia.


IL “PENTIMENTO" DI SALVATORE GRIGOLI   Per quel che riguarda il procedimento in esame, il predetto imputato, all’udienza del 7 luglio dello stesso anno 1997, rendeva spontanee dichiarazioni, riportate nella sentenza di primo grado e che appare opportuno qui trascrivere testualmente, nei passi più salienti, costituendo la sua collaborazione una svolta decisiva, la chiave di lettura dell’omicidio di Padre Puglisi, in quanto il predetto ha espressamente indicato causale, mandanti ed esecutori materiali dell’omicidio, primo fra tutti se stesso.
Il Grigoli ha così esordito: “Io vorrei collaborare….con la giustizia, quindi definendomi collaboratore”.
“Però, per quanto riguarda questo processo, vorrei definirmi io più che altro un pentito, perché mi sono pentito realmente di aver commesso questo omicidio”.
“Riguardo ….io cominciai già a pensare qualcosa del genere all’incirca, riguardo sul pentirmi, un sei mesi addietro a questa parte…. E mi ha dato modo di pensare questo il fatto che da un anno a questa parte io non ero più sostenuto da nessuno, né economicamente né ….cioè in poche parole io non ero più in condizioni di campare, come si suol dire la famiglia; mi sono dovuto persino impegnarmi dell’oro che avevo io per potere mandare dei soldi a casa….e fare….altre cose; addirittura farmi prestare dei soldi per potere tirare avanti i miei figli e questa cosa mi ha cominciato a fare pensare io con chi…per tutta…per gran parte della mia vita, con chi ho avuto a che fare, se è stato giusto le cose che ho commesso, i delitti….cioè questa cosa mi cominciò a far pensare se era stato giusto quello che avevo fatto io per conto di questa organizzazione. E da questo, ecco, che io ho deciso anche di collaborare con la giustizia”.
“Adesso vorrei dire io cosa sono a conoscenza e le mie responsabilità riguardo il delitto di Padre Puglisi”.
“Vorrei premettere un’altra cosa, che io….tengo a precisare che non è assolutamente vero il fatto che io mi sia vantato, dopo aver commesso questo omicidio, perché non ne trovavo le ragioni, non me ne vantavo per altri omicidi….figuriamoci di questo che già….anche perché, dopo averlo commesso, ci pensavo spesso a questo omicidio e non vedevo la ragione per cui è stato fatto….anche se i motivi ne sono a conoscenza, ma non mi sembravano motivi validi per uccidere un prete”.

“Prima….volevo precisare un’altra cosa, prima dell’omicidio, ho commesso un altro reato, lo dico perché secondo me è attinente a questo omicidio. Fummo incaricati io, Spatuzza e Guido Federico di bruciare tre porte di tre famiglie di uno stabile di via Azolino Hazon, nei dintorni di questa via…perché queste persone erano vicine a padre Puglisi”.
“I fatti che io conosco, le responsabilità dell’omicidio sono quelli che un giorno…non ricordo se fu lo Spatuzza o Nino Mangano che un giorno mi disse che dovevamo commettere questo omicidio, che deve essere stato lo Spatuzza anche perché la persona che conosceva il padre. Già aveva parlato con Giuseppe Graviano e si doveva commettere questo omicidio, sicuramente ne parlai anche con Nino Mangano, perché io non facevo niente se non ne parlassi con lui”.
“Quindi una sera….cercammo di vedere i movimenti, gli spostamenti del padre e lo incontrammo a Brancaccio, in un telefono pubblico. Non mi ricordo se già ero armato o dopo averlo visto…ci recammo per armarci, anche se poi l’unico a essere armato ero io e lo attendemmo nei pressi di casa”.
“Così fu, eravamo io, lo Spatuzza, Giacalone Luigi e Lo Nigro Cosimo. Eravamo comunque…non avevamo né macchine rubate, né motociclette, niente di tutto questo, eravamo con le macchine….una era di disponibilità del Giacalone, un BMW e una Renault 5 di proprietà del Cosimo Lo Nigro. Scese Spatuzza dalla macchina del Lo Nigro, perché Spatuzza era con Lo Nigro ed io ero con Giacalone. Il primo ad arrivare fu lo Spatuzza, ricordo che il padre si stava accingendo ad aprire il portone di casa, ….lo Spatuzza si ci affiancò, perché il padre aveva un borsello, gli mise la mano nel borsello e gli disse: padre questa è una rapina".
“Allorchè il padre neanche si era accorto di me….e il padre, fu una cosa questa qui che non posso dimenticare, perché ogni volta che penso a questo episodio mi viene in mente questa visione del padre che sorrise, non capii se fu un sorriso ironico o sorrise….sorrise e gli disse allo Spatuzza “me l’aspettavo”. Allorchè io gli sparai un colpo alla nuca e il padre morì sul colpo senza neanche accorgersene di essere stato ucciso”.
“Dopo di ciò chiaramente il borsello fu portato via dallo Spatuzza… Dopo di ciò ci recammo in uno stabilimento della zona industriale cosiddetto Valtras, uno stabilimento di export-import…una specie di spedizionieri erano e lì fu controllato il borsello. Ricordo bene che c’era una patente, lo ricordo bene perché lo Spatuzza aveva la mania, perché lui all’epoca già era latitante, di togliere le marche da bollo che potevano servire per eventuali documenti falsi e tutti i documenti e tolse le marche da bollo”.
“Tra le altre cose ricordo che c’era una lettera…non ricordo se è stata inviata al padre o….c’era una busta con un foglio, una lettera di una persona che gli aveva scritto che, se non ricordo male, gli facesse gli auguri non so di cosa, all’incirca trecento mila lire e poi altri pezzettini di carta…”
“Vorrei premettere che il borsello fu portato via, perché si voleva far credere che l’omicidio….cioè l’omicidio dovevano pensare gli inquirenti che era stato fatto da qualche tossicodipendente o da qualche rapinatore, ecco perché fu utilizzata la 7,65, non è un’arma consueta agli omicidi di mafia”. “Questo è quello che io sono a conoscenza….”.
Al termine di dette dichiarazioni spontanee il Pubblico Ministero chiedeva l’esame di Grigoli Salvatore, che la Corte di Assise ammetteva e che veniva espletato all’udienza del 28 ottobre 1997, nel corso del quale sono stati approfonditi, nel contraddittorio fra le parti, i temi già spontaneamente enunciati dal predetto imputato.
A richiesta della difesa di Graviano Filippo, poi, venivano acquisiti i verbali delle dichiarazioni rese dal Grigoli il 24 giugno 1997 al Procuratore della Repubblica di Firenze ed al Procuratore della Repubblica di Palermo il 26 giugno successivo.
Frattanto l’istruzione dibattimentale proseguiva con l’esame dei testi addotti dalla difesa degli imputati Graviano Giuseppe e Graviano Filippo.
Il processo di primo grado subiva una battuta d’arresto a causa di una prolungata assenza per malattia del Presidente nonché per il trasferimento ad altro ufficio del giudice a latere di quella Corte.
Quest’ultima circostanza rendeva necessaria la rinnovazione del dibattimento disposta con ordinanza del 21 settembre 1998 a seguito della quale quella Corte, nella nuova composizione, dichiarava utilizzabili gli atti dell’attività istruttoria fino ad allora compiuta, disponendo solo un nuovo esame dell’imputato Grigoli Salvatore che veniva espletato all’udienza del 27 ottobre 1998.
Esaurita l’assunzione delle prove si svolgeva la discussione finale, nel corso della quale il Pubblico Ministero e successivamente i Difensori delle parti civili e degli imputati formulavano ed illustravano le rispettive conclusioni.
Ultimata la discussione, orale, il presidente dichiarava chiuso il dibattimento e subito dopo la Corte si ritirava in camera di consiglio per la deliberazione.

 

L'assenso dei Graviano, i capi di BrancaccioLe indagini relative all’uccisione di don Pino Puglisi, parroco della chiesa di San Gaetano di Brancaccio, prontamente avviate dagli organi inquirenti all’indomani del grave fatto di sangue, inizialmente venivano orientate in ogni ragionevole direzione di approfondimento, non scartando nessuna pista investigativa, comprese quelle fornite da notizie anonime pervenute agli organi di polizia. Si è proceduto, innanzi tutto, ad un accurato sopralluogo, nel corso del quale, come già detto, veniva rinvenuto qualche rivolo di sangue, ma non anche segni eclatanti di un omicidio  Nelle vicinanze del posto dal quale era stato rimosso il corpo del reverendo veniva trovato un bossolo 7 e 65, calibro confermato dal proiettile rinvenuto in sede autoptica. L’esame del proiettile, poi, ha evidenziato che questo aveva attraversato la canna di una pistola munita di congegno di silenziamento. Sul corpo del sacerdote non sono stati riscontrati segni di colluttazione: si è giunti, quindi, alla conclusione che egli era stato colto di sorpresa. In un primo tempo si era pensato ad una rapina perché sui luoghi non è stato rinvenuto il borsello che Don Puglisi portava sempre con sé. Tale ipotesi, però, è stata scartata sia per le modalità dell’aggressione e per l’uso dell’arma silenziata, sia per il ritrovamento di una somma di denaro di lire un milione cinquecento cinquanta mila e di cento dollari USA nell’abitazione della vittima.

Del pari, le stesse modalità di esecuzione dell’omicidio, condotto con fredda determinazione e perpetrato con un unico colpo esploso a distanza ravvicinata alla nuca, escludevano l’ipotesi che il crimine fosse stato opera di qualche balordo o fosse legato alla condotta d’impeto di un tossicodipendente.

Ma, ben presto, nel variegato panorama investigativo riguardante l’omicidio del povero sacerdote, la vera matrice ed il reale movente dell’atroce scelta assassina veniva in rilievo, grazie al coraggio civile di chi aveva creduto nell’insegnamento di don Pino. Dalle minuziose indagini condotte sulla vita dell’ucciso, infatti, emergeva, fin dai primi atti investigativi, che il vero movente dell’omicidio era da ricercare nell’attività di impegno sociale e pastorale portato avanti dallo stesso. Il reverendo, dal giorno della prelatura presso la chiesa di San Gaetano in Brancaccio, infatti, aveva portato avanti una serie di iniziative volte al recupero sociale dell’ambiente degradato di quel quartiere. Si accertava, in particolare, che lo stesso aveva profuso un grande impegno nel tentativo di costruzione di centri di accoglienza, di acquisizione di alcuni locali da destinare a scuola media, di attivazione di altre opere di aggregazione sociale; e si era attivato anche per recuperare i tossicodipendenti ed aiutare i diseredati ed i bisognosi. Ed emergeva, altresì, sin dalle prime fasi delle indagini, che diversi ed inequivocabili segnali intimidatori avevano preceduto il terribile atto omicidiario: numerosi ed ultimativi erano stati gli inviti ad accettare il consolidato e triste potere criminale mafioso che regnava sovrano nel territorio urbano di Brancaccio, un quartiere tra i più degradati della città di Palermo.

Ma, altrettanto forte e decisa era stata la scelta del prete di continuare l’opera laica di recupero sociale alla quale si era attivamente dedicato sin dal primo giorno del suo apostolato presso la chiesa di San Gaetano di Brancaccio e che lo aveva portato ad entrare in contrasto con le forze politiche che allora reggevano il Consiglio di quel quartiere e, in special modo, con l’organizzazione criminale che vedeva compromessi i suoi principi proprio nel luogo ove più forte era la sua consolidata permanenza.

La continua e ben corrisposta attività di evangelizzazione, tradizionalmente opposta alla logica della violenza e del terrore, e l’intensa opera di aggregazione e di recupero sociali, rappresentavano un consistente pericolo per l’organizzazione criminale che da tempo regnava sovrana nel quartiere di Brancaccio. Da qui gli avvertimenti inequivocabili e le intimidazioni. I primi atti intimidatori sono stati due distinti attentati incendiari.

Il 29 maggio 1993 l’impresa Balistreri di Bagheria, aggiudicataria dell’appalto relativo ai lavori per la ristrutturazione del tetto della parrocchia di San Gaetano, subiva un attentato incendiario ad un proprio autocarro parcheggiato in un’area antistante l’edificio ecclesiastico.

L’episodio delittuoso non era stato denunciato dal Balistreri agli organi di polizia. Padre Puglisi, però, nel corso dell’omelia della messa domenicale ne aveva parlato ed aveva anche pronunciato espressioni dure e pesanti contro gli ignoti attentatori ed il modo illecito con cui venivano gestiti gli appalti. Ciò, evidentemente, aveva destato scalpore in un quartiere da sempre assoggettato ad un pesante clima di omertà e tradizionalmente soggiogato alla mafia.

Il 29 giugno successivo, Guida Giuseppe, Romano Mario e Martinez Giuseppe, persone impegnate in attività sociali e componenti del Comitato Intercondominiale di Via Azolino Hazon, presieduto e diretto da don Pino Puglisi, subivano contemporaneamente degli attentati incendiari alle porte di ingresso dei rispettivi appartamenti, dagli stessi regolarmente denunciati. Ed anche in tale occasione il sacerdote aveva preso pubblicamente posizione, commentando negativamente e deprecando l’accaduto in alcune omelie delle messe domenicali, dicendo chiaramente che gli atti incendiari erano rivoli indirettamente alla sua persona ed al contempo esternando le sue preoccupazioni per eventuali nuove iniziative che danneggiavano l’ambiente, mettendo anche in pericolo la gente del quartiere.

Ancora. Dalle indagini emergeva, altresì, che un ragazzo, di nome Lipari Antonino, il quale operava nella parrocchia di San Gaetano, per ben tre volte era stato avvicinato ed intimorito da sconosciuti, che lo avevano minacciato di bastonate e gli avevano intimato di non frequentare più la chiesa. L’ultimo episodio era stato il più grave, giacché era stato aggredito con un coltello e gli era stata strappata la maglietta. In tale occasione padre Puglisi lo aveva esortato a non avere paura e gli aveva fatto presente che anch’egli aveva ricevuto minacce a mezzo posta e per telefono, cui non aveva dato peso.

Le gravi minacce e le intimidazioni, quindi, non si erano limitate alle persone vicine al sacerdote, che con lui collaboravano e nel cui operato si riconoscevano, ma erano state estese, poi, direttamente a don Giuseppe Puglisi, anche se da quest’ultimo mai esplicitamente denunciate agli organi di polizia o alla magistratura e che, però, nelle conferenze pubbliche e nelle riunioni private, erano state manifestate con una serena aspettativa e cristiana speranza per il futuro. Fin dai primi atti investigativi, quindi, emergeva in modo univoco che il movente dell’omicidio era da ricercare unicamente nell’attività di impegno sociale e pastorale portato avanti dal sacerdote.

Peraltro, il rinvenimento a casa della vittima della somma di lire un milione cinquecento cinquantamila e di una banconota di cento dollari, unitamente alle concordanti circostanze che il corpo dell’ucciso non presentava nessun segno di colluttazione e che lo stesso aveva l’abitudine di circolare con poco denaro addosso - cosa questa in linea col suo stile di vita improntato all’essenzialità ed alla povertà - escludevano tra i moventi possibili quello dell’omicidio a scopo di rapina.

Le stesse modalità di esecuzione dell’omicidio, infine, condotto con fredda determinazione e con un unico colpo esploso a distanza ravvicinata alla nuca, escludevano parimenti l’ipotesi che il crimine fosse stato opera di un qualche balordo o legato alla condotta d’impeto di un tossicodipendente. Si manifestavano, pertanto, evidenti depistagli: la sottrazione del borsello e la dinamica del fatto, invero, non erano consone con le modalità con cui di regola vengono eseguiti e perpetrati gli atti omicidiari in “Cosa Nostra”.

Il delineato movente dell’omicidio si rafforzava sempre di più con l’audizione di quanti, uomini e donne, avevano collaborato con l’ucciso nella sua opera quotidiana, i quali tratteggiavano la figura e l’impegno religioso e sociale del prete.

Le indagini sull’assassinio di Giuseppe Puglisi subivano un salto di qualità allorquando Drago Giovanni, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio e dichiarato esecutore di numerosi omicidi, collaborante di giustizia, appreso dell’efferato omicidio avvenuto in quello che era stato il suo territorio, il quartiere di Brancaccio, sentiva il bisogno di rendere alcune importanti dichiarazioni. Si rafforzava così maggiormente l’impianto accusatorio fino a quel momento promosso, sia in relazione al movente, sia in relazione alle intuite responsabilità dei cosiddetti reggenti della famiglia mafiosa di quella periferia.

Dunque, questo primo collaboratore di giustizia, nell’ambito delle indagini per l’omicidio di Don Pino Puglisi, riferisce il quadro ed il perché “Cosa Nostra” prende la decisione di eliminare il sacerdote. Per cui, in questa prima fase, le dichiarazioni di Drago sono nel senso che apprende da Folonari, uomo d’onore della stessa famiglia, in quanto tutti e due di Brancaccio, che nel quartiere c’era apprensione data dalla presenza di questo parroco coraggioso, impegnato nel sociale ed in tutto ciò che era antimafia, il quale, pertanto, doveva essere punito.

Dunque, da questo momento, le forze investigative cominciano a penetrare nel contesto in cui Don Pino Puglisi operava, il contesto ambientale di Brancaccio, e ad approfondire il fastidio che detto prete dava alla criminalità organizzata di quello scacchiere mafioso. Le indagini, cioè, sono state indirizzate in un ambito investigativo ben preciso, vale a dire su quello che è il fenomeno omicidiario nell’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, che, come già è stato pacificamente dimostrato, con sentenze ormai divenute irrevocabili da tempo, ha delle regole ben determinate e dei moventi altrettanto precisi al riguardo: la stessa struttura di “Cosa Nostra”, articolata per territorio, influenza molto la scelta omicidiaria di detta associazione mafiosa. Dunque il Drago riferisce che proprio per la struttura di “Cosa Nostra”, per il modo in cui “Cosa Nostra” è articolata, quell’omicidio, l’omicidio di un sacerdote, l’omicidio di un prete di così grande levatura e di tanto fulgore, non può che essere avvenuto con l’assenso di quelli che erano i riconosciuti capi storici di Brancaccio, cioè a dire di Graviano Giuseppe e Graviano Filippo, i quali risultavano essere stati entrambi condannati per il delitto di cui all’articolo 416 bis del Codice Penale, in quanto appartenenti all’organizzazione mafiosa “Cosa Nostra”, e che all’epoca detenevano il governo mafioso di quel territorio.

Il riferimento del Drago alla struttura ed al fenomeno omicidiario in “Cosa Nostra”, portava gli organi inquirenti a sentire un altro collaboratore di giustizia, Cancemi Salvatore. Costui era un uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova, nonché membro della commissione di “Cosa Nostra”, cioè dell’organismo di vertice di questa organizzazione criminale.

Dunque il Cancemi, pur non potendo riferire direttamente sull’omicidio, confermava quanto dichiarato dal Drago in ordine alla struttura ed al fenomeno omicidiario in “Cosa Nostra”, per quella che era la sua esperienza aggiornata stante che si era costituito nelle mani delle forze dell’ordine nell’imminenza dei fatti.

Si perveniva, poi, all’audizione di un altro collaboratore di giustizia, Pennino Gioacchino, il quale, apertosi alla collaborazione con la giustizia, ricostruiva in modo organico e qualificato le attività di “Cosa Nostra”, viste però stavolta non in chiave militare, come aveva riferito il Drago ed in parte anche il Cancemi, ma in chiave più altamente politica e di supporto alle attività criminali. Le indagini, a questo punto, registravano la ennesima dissociazione di soggetti aderenti a “Cosa Nostra” e la loro fattiva e piena collaborazione. In particolare, iniziavano a collaborare con la giustizia altri due mafiosi: i fratelli Di Filippo Emanuele e Di Filippo Pasquale, a cui si aggiungeva da lì a poco anche Cannella Tullio.

Questi collaboratori di giustizia, i due Di Filippo molto vicini ai Graviano ed il Cannella Tullio addirittura con un particolare rapporto con i Graviano medesimi, non solo rafforzavano il quadro probatorio già esistente a carico dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, ma permettevano altresì di identificare anche uno degli autori materiali dell’omicidio in Grigoli Salvatore.

E ciò, perché il contenuto delle loro dichiarazioni, rese nel tempo, è caratterizzato da un dato comune: il riferimento costante ai fratelli Graviano quali reggenti la famiglia mafiosa di Brancaccio e l’indicazione di Grigoli Salvatore quale componente del “gruppo di fuoco” facente capo a certo Mangano Antonino.Per cui, a punto, si determina un quadro che consente di delineare il contesto ambientale in cui il delitto era maturato e di focalizzare il volto e il nome dei mandanti dell’uccisione dell’esponente del clero siciliano, quadro che si riesce a ricostruire attraverso le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia proprio su quella che è la struttura di “Cosa Nostra” nel quartiere Brancaccio. Ma si ha anche l’indicazione dell’esecutore materiale in questo Grigoli Salvatore appartenente ad un “gruppo di fuoco” - il “gruppo di fuoco” è una formazione di killer a disposizione delle varie famiglie di “Cosa Nostra” - che era a servizio dei Graviano e di Mangano Antonino, soggetto quest’ultimo appartenente a “Cosa Nostra” che successivamente prenderà il posto dei primi allorchè gli stessi verranno arrestati a Milano in una brillante operazione di polizia condotta dai carabinieri del nucleo operativo di Palermo. Le indagini sull’assassinio di Giuseppe Puglisi subivano un ulteriore impulso allorquando altri noti collaboratori di giustizia rendevano alcune importanti dichiarazioni in ordine all’efferata scelta omicidiaria. La loro fattiva e piena collaborazione, unitamente alle menzionate dichiarazioni di quanti erano stati vicini all’ucciso e con lui avevano collaborato nella sua opera sociale e pastorale, hanno così rafforzato l’impianto investigativo fino a quel momento promosso, sia in relazione al movente sia per quanto concerne le intuite responsabilità dei cosiddetti reggenti della famiglia mafiosa di Brancaccio.

Tralasciando qui di esporre dettagliatamente il contenuto delle dichiarazioni rese nel tempo dai vari collaboratori di giustizia, quello che è interessante sottolineare in questa sede è il dato comune che le caratterizza: il riferimento costante ai fratelli Graviano sopramenzionati, quali reggenti la famiglia mafiosa di Brancaccio, e l’indicazione, quale esecutore materiale, di questo Grigoli Salvatore, componente del gruppo di fuoco, specializzato nel commettere omicidi, che operava all’interno del mandamento di Brancaccio e che, all’epoca dell’omicidio di Padre Puglisi, faceva capo a certo Mangano Antonino, soggetto appartenente anch’egli a “Cosa Nostra”.

Sulla base di detti elementi certi, le indagini relative all’omicidio che ci occupa, a quel punto, erano sfociate nella emissione di una ordinanza di custodia cautelare nei confronti dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, quali mandanti dell’omicidio del sacerdote, nonché nei riguardi di uno degli esecutori materiale del crimine, Grigoli Salvatore.

Le intense e penetranti indagini preliminari scaturite dall’uccisione di Don Pino Puglisi ed attivamente condotte sia sul contesto mafioso di Brancaccio che in campo nazionale sull’attività criminosa della famiglia di quel quartiere di periferia, sono state chiuse dopo ben due anni con la richiesta del Procuratore della Repubblica di rinvio a giudizio dei tre odierni imputati.

E’ appena il caso di rilevare, poi, che le ulteriori investigazioni hanno consentito di acclarare, in seguito, che l’aggressione sferrata alla Chiesa con l’uccisione di don Pino Puglisi e le altre azioni intimidatorie poste in essere in quel contesto temporale, non erano limitate al territorio di Brancaccio ma erano strettamente collegate ad una più vasta e totalizzante scelta strategica di terrore perseguita a livello nazionale dall’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, continuata all’indomani dell’assassinio del povero prelato e sfociata negli attentati eclatanti del 1993 a Firenze, Roma e Milano.


L'attacco mafioso contro la Chiesa La verifica giudiziale delle prove raccolte nel presente procedimento utilizzate per la ricostruzione della vicenda omicidiaria che ci occupa e per l’affermazione della responsabilità degli autori dell’efferato delitto, non può prescindere dalla disamina, sia pure breve, del contesto ambientale in cui è inserito il grave episodio criminoso e dell’aggregato criminale imperante nell’ambito territoriale in cui il delitto è maturato ed è stato portato a compimento. Già i giudici di prime cure si sono soffermati sul contesto ambientale in cui è maturato ed è stato eseguito l’omicidio di don Pino Puglisi, e questa Corte non può che condividere quanto dagli stessi affermato in merito Il contesto è quello di una borgata della periferia degradata della città di Palermo, in cui, all’epoca dei fatti, tra l’altro, regnava sovrano l’ordine mafioso, conservatore, opprimente e reazionario, che era stato imposto dal gruppo criminale emergente della zona. Tutte le deposizioni testimoniali delle persone che affiancarono don Pino Puglisi nel suo apostolato, hanno evidenziato la difficile e triste realtà del tipico quartiere degradato della periferia, composto da un agglomerato urbano disomogeneo, lasciato in totale stato di abbandono: non esistevano, infatti, i servizi essenziali, come le fognature, ed i liquami si riversavano per strada, mentre le autorità competenti, il cui intervento era stato più volte richiesto, avevano eseguito dei lavori fognanti solo parziali che non avevano per nulla risolto il problema. La zona era infestata anche da topi e non si era proceduto ad una efficace opera di bonifica. Mancava una scuola media. Non vi erano spazi verdi per i ragazzi che giocavano in mezzo alle immondizie, né altri servizi sociali. Ma nel quartiere esisteva anche un grave arretramento culturale e vi era la presenza di un alto potenziale criminogeno: la gente viveva ed operava sotto una cappa di dominio e sopraffazione, subiva impotente un clima di intimidazione, correva rischi concreti se si fosse adoperata solo per migliorare le condizioni minime di sopravvivenza civile degli abitanti o per favorire un processo di avanzamento del fronte della legalità. Al riguardo, i primi giudici hanno così scritto: “La radiografia del quartiere, all’epoca della commissione dell’omicidio di padre Puglisi, infatti, alla stregua delle ampie e dettagliate descrizioni rassegnate dai testi esaminati, consente di tracciare una geografia di poteri locali comprendente varie componenti, espressione dell’ambiente politico del tempo largamente inquinato, settori della società civile degradati, amministratori degli enti locali e rappresentanti delle articolazioni di quartiere per buona parte corrotti o collusi, esercenti attività economiche fortemente condizionati, un’accentuata presenza di malavitosi e gente di malaffare, in un tessuto storico sociale caratterizzato da violenza e sottocultura: in questo contesto la parrocchia, la scuola, il commissariato e poche altre sedi istituzionali non inquinate rappresentavano delle nicchie di legalità mal tollerate dal potentato criminale locale che costituiva allora il centro di coagulo dei delinquenti della zona e di formazione permanente della manovalanza in crescita”. “In un territorio a prevalente sovranità mafiosa , una di queste isole di extra-territorialità era costituita dalla parrocchia di don Pino Puglisi che, per adesioni e progettualità e per la vitalità manifestata, era diventata “un enclave” di valori cristiani, morali e civili”. Alle eloquenti deposizioni degli amici e collaboratori di padre Puglisi, si affiancano le preziose indicazioni fornite dagli ex malavitosi ed ex criminali di quartiere che, attratti nell’orbita della potente organizzazione criminale facente capo alla cosca di Brancaccio, hanno scelto, immediatamente dopo la cattura, per motivi economici o anche per ragioni di opportunità, la via della collaborazione con la giustizia. Detti soggetti, con le loro rivelazioni, hanno fornito importanti notizie dirette sulle condizioni di vita e sulle presenze mafiose nel quartiere di Brancaccio. Sulla base di dette rivelazioni, infatti, è stato possibile ricostruire l’assetto organizzativo criminale del mandamento di Brancaccio, negli anni novanta, sullo sfondo di un quartiere degradato, intriso di sottocultura e di violenza, nel quale aveva trovato spazio ed era radicato il fenomeno della diretta cooptazione di manovalanza delinquenziale per il compimento delle più svariate imprese criminose. Ma nella stessa area criminale si era verificato anche un intenso fenomeno di “pentitismo”, che aveva consentito di aprire vistose maglie nel blocco fino ad allora pressoché impenetrabile del sistema mafioso imperante nella zona. Ed infatti, la dirompente collaborazione dei fratelli Di Filippo Emanuele e Pasquale, cui si è aggiunta a breve distanza di tempo la devastante e pur provvidenziale emorragia rappresentata dalle collaborazioni di Calvaruso Antonino, Ciaramitaro Giovanni, Romeo Pietro, Scarano Antonino e Trombetta Agostino, hanno consentito di scoprire dall’interno i segreti del citato mandamento mafioso, di indicare gli esponenti di rango della gerarchia mafiosa nell’articolazione locale del sodalizio, di operare la ricostruzione delle relazioni della cosca con soggetti ad essa esterni nonché di individuare i responsabili dei più gravi fatti delittuosi addebitabili agli uomini d’onore ed ai componenti del gruppo operativo di quel quartiere. Si è appreso, in tal modo, che il gruppo operativo, all’interno del mandamento di Brancaccio, all’epoca dell’omicidio di Padre Puglisi, faceva capo ai fratelli Graviano, prima; a Mangano Antonino ed a Bagarella Leoluca dopo; il Mangano è stato indicato dai collaboranti unanimemente come il portavoce dei fratelli Graviano e, dopo il loro arresto, avvenuto nel gennaio del 1994, come il loro successore per diretta investitura del Bagarella, divenuto esponente di vertice dell’associazione mafiosa, alla guida di quel territorio, senza che per altro venissero recisi i collegamenti con i detti fratelli detenuti, i quali continuavano a dare disposizioni e ad impartire ordini anche dall’interno del carcere. Nell’anno in cui è stato assassinato il coraggioso prete della Diocesi di Palermo sono accaduti diversi episodi criminosi eclatanti, che è opportuno qui ricordare brevemente in quanto, come già detto, riconducibili tutti ad una scelta strategica di terrore perseguita a livello nazionale dall’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, la così detta “strategia stragista continentale”, voluta dai vertici dell’organizzazione stessa e tendente a realizzare effetti destabilizzanti per la società civile e per le Istituzioni. L’anno 1993 si era aperto con la cattura di Riina Salvatore, capo indiscusso di “Cosa Nostra”, ponendo fine ad una lunghissima latitanza. Ma già nel precedente anno 1992 si era assistito ad una stagione di delitti culminati con le stragi Falcone e Borsellino, nonché con altri omicidi eccellenti, quali quelli dell’onorevole Salvo Lima e del finanziere Ignazio Salvo. E l’ondata di violenza non era destinata ad esaurirsi, poiché era stata scatenata, al contempo, una campagna terroristica da parte di gruppi criminali mafiosi sfociata nei noti attentati del 1993 nelle città di Firenze, Roma e Milano, nella prospettiva di realizzare un clima di destabilizzazione mediante stragi e atti di terrorismo, per finalità di eversione dell’ordine democratico e tendenti ad instaurare nuove relazioni esterne con settori del mondo politico al fine di ristabilire la forza dell’organizzazione mafiosa ed ottenere l’impunità degli affiliati alla stessa. Sempre nell’anno 1993 venne sferrato un vile quanto feroce attacco ai pentiti con il gesto terribile ed eclatante del rapimento del giovane figlio del collaborante Di Matteo Mario Santo, in seguito barbaramente strangolato e disciolto nell’acido. Anche la Chiesa è stata colpita per il suo atteggiamento ostile verso “Cosa Nostra”, e l’aggressione venne sferrata con gli attentati dinamitardi in danno di alcuni edifici sacri di Roma, ma, sopratutto, con l’uccisione di Don Pino Puglisi, esponente di punta del clero siciliano, prete coraggioso che si batteva per gli emarginati, fra i quali la mafia arruola le sue reclute, un prete il cui impegno non si era limitato alla testimonianza della fede ma si era esteso nel sociale, mediante l’attuazione di progetti rivolti ai ceti più umili ed ai diseredati, nel tentativo di avviare un processo reale di rigenerazione collettiva della gente sfiduciata del quartiere di Brancaccio. Sulle stragi continentali sono stati svolti accurati ed approfonditi accertamenti investigativi, dai quali è risultato che gli attentati erano stati opera dell’ala intransigente di “Cosa Nostra”, facente capo a Salvatore Riina e della quale facevano parte anche i fratelli Graviano, odierni imputati, e che avevano avuto essenzialmente uno scopo terroristico: quello di ingenerare panico attraverso la distruzione di edifici sacri, di monumenti e di bellezze artistiche dello Stato, in modo da costringere le Istituzioni a scendere a patti con “Cosa Nostra” per una modifica della normativa restrittiva della carcerazione cautelare derivante dall’introduzione dell’articolo 41 bis nell’Ordinamento Penitenziario.


Il "gruppo di fuoco" dei Graviano  Come è noto, e come hanno ben argomentato i primi giudici, il potere mafioso si avvaleva, all’epoca dell’omicidio di Padre Puglisi, e si avvale tuttora, di gruppi che operano sul territorio a vari livelli per la realizzazione delle singole operazioni criminali, che vanno dalle estorsioni alle rapine, al traffico di armi e stupefacenti ai sequestri di persone e agli omicidi.
Questi ultimi venivano portati a compimento da speciali corpi armati, dotati di cospicui arsenali, inseriti in una vasta rete protettiva di covi e reticoli relazionali in grado di assicurare coperture e latitanze.
Tali squadre avevano compiti specifici diversificati: vi erano i picchiatori, gli addetti a bruciare i negozi, a rubare macchine, a riscuotere il pizzo, a fare le telefonate estorsive, ad eseguire sequestri di persone ed uccisioni.
Organizzava e sovrintendeva i vari gruppi criminali una figura dominante, dotata di carisma e di capacità gestionali, la quale era in genere candidata a succedere alla massima carica del mandamento.
Tale aspirante capo era anche colui che dirigeva il così detto “gruppo di fuoco”: l’unità militare armata che custodiva e maneggiava le armi ed uccideva sparando alle vittime designate.
Il gruppo di fuoco era una vera e propria struttura militare, composta da killers abilmente selezionati dagli uomini di vertice di Cosa Nostra, i quali, dopo un periodo di tirocinio nell’esecuzione di reati meno gravi e di attenta osservazione delle capacità operative dimostrate, destinavano i più abili all’esecuzione degli omicidi.
Questi soggetti, specializzati nell’esecuzione di omicidi, occupavano una posizione privilegiata all’interno dell’ambiente mafioso, perché autorizzati a custodire e maneggiare le armi.
Attorno al ristretto gruppo di fuoco ruotava, poi, una cerchia di altri personaggi di fiducia e di provata capacità in grado di fornire supporto, ausilio e sostegno logistico.
Il gruppo di fuoco in assetto operativo era, dunque, una formazione militare costituita da soggetti feroci autorizzati a sparare e da altri soggetti pronti ad intervenire in funzione di appoggio o per offrire copertura. Per quel che qui interessa, Grigoli Salvatore ha raccontato che era divenuto killer di fiducia di Mangano Antonino, il quale lo aveva aggregato ad un gruppo specializzato nel commettere omicidi.
Tale gruppo operava all’interno del mandamento di Brancaccio ed aveva avuto una composizione variegata man mano mutata nel tempo col ricambio di nuovi personaggi che sostituivano quelli receduti (come ad esempio Di Filippo Emanuele) o via via arrestati. Dapprima ne era capo Graviano Giuseppe e dopo Mangano Antonino.
Mangano Antonino era sostanzialmente il capo di un “gruppo di fuoco feroce che aveva a disposizione una serie di personaggi killer”; eseguiva gli ordini impartiti dai Graviano e, dopo l’arresto di questi ultimi, era divenuto addirittura reggente della famiglia e del mandamento di Brancaccio.
In particolare, il Grigoli ha riferito di aver fatto parte del “gruppo di fuoco” della famiglia mafiosa dei Graviano insieme a Mangano Antonino, coordinatore del gruppo stesso, Giacalone Luigi, Lo Nigro Cosimo, Spatuzza Carmine, Giuliano Francesco, Tutino Vittorio, Romeo Pietro e Di Filippo Pasquale; di aver ricevuto dai fratelli Graviano, tramite il Mangano, l’ordine di uccidere il sacerdote; di avere incontrato occasionalmente quest’ultimo per strada, mentre ritornava nella sua abitazione; di avere, insieme allo Spatuzza, al Giacalone ed al Lo Nigro, organizzato nella immediatezza l’omicidio già deciso in precedenza; di avere sparato al sacerdote alla nuca con una pistola munita di silenziatore con l’aiuto dello Spatuzza, mentre il Giacalone ed il Lo Nigro si trovavano alla guida delle rispettive autovetture ad aspettarlo.
Or bene il collaborante Calvaruso Antonio ha riferito che del gruppo di fuoco di Brancaccio, all’epoca dei fatti in esame, facevano parte, oltre che il Grigoli, Mangano Antonino, Spatuzza Gaspare, Lo Nigro Cosimo, Giuliano Francesco, Tutino Vittorio e Giacalone Luigi. Impartivano loro ordini dapprima Giuseppe Graviano e, dopo l’arresto di quest’ultimo, Mangano Antonino, il quale, - sempre secondo rivelazioni dei collaboranti - era divenuto il nuovo reggente del mandamento di Brancaccio.

Il Calvaruso ha precisato, altresì, che quando Giuseppe Graviano era stato catturato facevano parte del citato gruppo Gaspare Spatuzza, Francesco Giuliano, Cosimo Lo Nigro, Luigi Giacalone, Vittorio Tutino; dopo l’avvento del Mangano si sono aggiunti Pietro Romeo e Pasquale Di Filippo.
Il gruppo di fuoco disponeva di diverse basi operative nonché di una nutrita dotazione di armi e munizioni, la maggior parte delle quali, allorchè il gruppo operava sotto le direttive del Graviano, era custodita dagli appartenenti al mandamento di Brancaccio-Ciaculli, mentre il resto era nella disponibilità di quelli di Corso dei Mille.
Di Filippo Emanuele ha dichiarato che “la famiglia di Roccella era stata data in mano a Mangano Antonino, insieme al Giacalone e al Grigoli”: Queste persone erano dedite alle stesse attività illecite del gruppo di fuoco di Brancaccio: omicidi, estorsioni ed altro.
Romeo Pietro ha aggiunto che il “gruppo di fuoco” era specializzato nell’eseguire i crimini più gravi: “...uccidere le persone...lupare bianche...estorsioni, stragi...” Lo dirigeva prima Giuseppe Graviano; dopo l’arresto di quest’ultimo, Antonino Mangano. In effetti, dalle tante prove acquisite agli atti del processo risulta che erano i Graviano a trasmettere ordini dal carcere, indicando le persone che dovevano essere soppresse; chi operava in concreto era, tuttavia, il Mangano, coordinatore di detto “gruppo di fuoco”.
Ciaramitaro Giovanni, cooptato nell’organizzazione mafiosa nell’anno 1993, infine, ha riferito che del gruppo di fuoco hanno fatto parte anche Giacalone Luigi e Spatuzza Gaspare, come aveva saputo da Giuliano Francesco.
Quanto alla costituzione del “gruppo di fuoco” facente capo alla famiglia mafiosa dei Graviano ed alla individuazione dei soggetti che ne hanno fatto parte, quindi, la dichiarazione del Grigoli ha trovato ampia conferma nelle convergenti dichiarazioni dei numerosi collaboranti prima indicati, di guisa che l’attribuzione dell’omicidio di Padre Pino Puglisi (dagli amici chiamato affettuosamente 3 P, in quanto tutto comincia con la lettera P) a tale gruppo, ritenuta dai primi giudici nell’impugnata sentenza, contrariamente a quanto sostenuto dalla Difesa, è, tra l’altro, anche una deduzione logica pienamente condivisibile da questa Corte. Senza pregio alcuno, inoltre, deve ritenersi anche l’altra censura difensiva riguardante il periodo di costituzione di detto gruppo, tenuto conto che dalle dichiarazioni di alcuni dei suddetti collaboranti è emerso che la formazione era operante ancor prima dell’arresto dei fratelli Graviano e che il capo coordinatore della stessa era il Mangano, il quale, come già detto, ha preso il posto dei Graviano dopo il loro arresto.
Alla luce delle rivelazioni del collaboratori di giustizia, che hanno trovato pieno riscontro negli accertamenti investigativi, adunque, risulta acclarata l’esistenza, coevamente all’uccisione del parroco della chiesa di San Gaetano, di una formazione militare costituita da un gruppo di uomini ferocissimi, con a disposizione armi potentissime, pronti a commettere qualsiasi tipo di crimine, e con una sede come base operativa per torture, scomparse ed assassinii (la così detta camera della morte); la commissione, da parte di questa formazione, di una serie interminabile di gravi delitti nel territorio in genere e nel contesto sociale del quartiere di Brancaccio in particolare; la diretta subordinazione di questo gruppo di uomini alle necessità funzionali della famiglia mafiosa capeggiata dai fratelli Graviano; infine, la evidente utilità di questi delitti al consolidamento del potere criminale e di terrore esistente in quel quartiere.
Di conseguenza, l’attribuzione dell’omicidio del povero padre Puglisi al “gruppo di fuoco” operante all’epoca nel territorio di Brancaccio, come espressamente riferito dall’imputato collaborante Grigoli Salvatore e come esattamente argomentato e ritenuto dai giudici di prime cure, non può che essere confermata pienamente anche da questa Corte, essendo evidente l’utilità di detto delitto al consolidamento del potere mafioso esistente in quel quartiere periferico della città di Palermo.

 

Spatuzza, il nuovo capomandamento. Sulla figura del collaborante Grigoli Salvatore e sulla sua attendibilità intrinseca ed estrinseca, si sono soffermati a lungo i primi giudici, sul rilievo che il fulcro dell’accusa ruota attorno alle sue dichiarazioni auto ed etero accusatorie. Il Grigoli, soprannominato “il cacciatore” o “il ricciolino”, ha avuto un ruolo di spicco all’interno dell’organizzazione criminale denominata “Cosa Nostra”; in particolare in quella articolazione operante nella difficile realtà del quartiere Brancaccio, della quale è stato un feroce “super killer”. “Membro stabile dell’apparato militare del mandamento, dedito all’attività di killer abituale, abilitato ed adibito all’uso consueto delle armi, in un ambiente che egli presenta come una fabbrica inarrestabile di violenza, il predetto imputato ha confessato i delitti commessi e si è professato affidabile professionista del crimine per qualità ed attitudini personali, responsabile di gravi misfatti, ciascuno dei quali tappa di un’escalation delinquenziale finalizzata all’organico inserimento, per speciali meriti criminali, nel tessuto organizzativo dell’ente mafioso, proteso nella scalata all’oligarchia elitaria del mandamento” di Brancaccio. Egli, nonostante non fosse stato ritualmente affiliato, oltre che commettere omicidi ed altre azioni delittuose nell’interesse dell’organizzazione criminale, ha partecipato anche ad appuntamenti con vari esponenti di massimo livello dell’associazione mafiosa, quali Bagarella Leoluca, Messina Denaro Matteo, Virga Rodolfo, Nicolò Di Trapani, Guastella ed altri, con i quali è entrato altresì in contatto. In effetti egli era un “riservato”: infatti - secondo il suo assunto - non veniva presentato ad alcuno ma accompagnava i maggiori esponenti del sodalizio mafioso locale e godeva della loro massima ed incondizionata fiducia. Come detto, pur facendo parte, a tutti gli effetti, dell’organizzazione “Cosa Nostra”, non era stato mai formalmente affiliato, nonostante che questa fosse stata una sua non dissimulata aspirazione, ostandovi, tra l’altro, il fatto che era imparentato con un esponente delle forze dell’ordine (un suo cognato era un poliziotto in attività di servizio in territorio adeguatamente lontano). Originario della via Giafar, nel cuore di Brancaccio, Grigoli Salvatore, prima di essere cooptato in “Cosa Nostra”, aveva esercitato l’attività di commerciante. In precedenza aveva lavorato anche presso un’impresa, ma ben presto era stato licenziato per cessata attività. In questo periodo, per sfamare la famiglia aveva cominciato a delinquere, frequentando Giacalone Luigi; altro malavitoso del quartiere. Aveva partecipato ad una rapina in una gioielleria e dopo, nell’anno 1986 - sempre secondo quanto da lui stesso riferito - era stato avvicinato da Filippo Quartararo e da Mangano Antonino, soggetti appartenenti all’associazione mafiosa, i quali gli avevano commissionato vari delitti che egli aveva regolarmente commesso. Aveva fatto anche da autista e guardaspalle a tale Giovanni Sucato da Villabate, soprannominato il “mago dei soldi”, in seguito trovato bruciato all’interno della sua autovettura Volkswagen Polo lungo la strada statale Palermo-Agrigento il 30 maggio 1996. Il Sucato, era stato l’organizzatore di una maxi-truffa: aveva, infatti, raccolto dagli scommettitori un’ingente quantità di denaro, che alla fine era stata incamerata da Mangano Antonino, da Quartararo Filippo e da Giovanni Torregrossa. Grigoli Salvatore conosceva all’epoca il Mangano, il quale abitava nella sua stessa borgata, e tra loro era nata “una sorta di amicizia, anche perché lui (Mangano) si conosceva già da prima con Giacalone Luigi”. Allo stesso modo aveva conosciuto Quartararo Filippo, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio.

Per loro tramite aveva conosciuto altri uomini d’onore, iniziando a commettere, per conto dell’organizzazione, dapprima piccoli reati, (come attentati incendiari di macchine e negozi) dando poi la scalata al vertice criminale, divenendo killer del gruppo di fuoco del mandamento di Brancaccio, i cui capi erano i fratelli Graviano, Giuseppe e Filippo. Aveva commesso il suo primo omicidio nell’anno 1989, quando aveva l’età di ventiquattro anni e ne erano seguiti molti altri. Secondo il suo assunto, a capo del gruppo di fuoco, quando Graviano Giuseppe era stato arrestato, era succeduto Antonino Mangano, il quale lo aveva aggregato ad una formazione specializzata nel commettere omicidi all’interno del mandamento di Brancaccio.

Già allora facevano parte di tale formazione Gaspare Spatuzza, Francesco Giuliano, Cosimo Lo Nigro, Luigi Giacalone, Vittorio Tutino; dopo l’avvento del Mangano si sono aggiunti Pietro Romeo e Pasquale Di Filippo. Secondo Grigoli, Mangano Antonino, che è stato a capo del “gruppo di fuoco”, organizzava i singoli omicidi, impartendo ordini e specificandone le modalità esecutive, pur se trattavasi di azioni delittuose commissionate direttamente dai Graviano. Il gruppo di fuoco disponeva di diverse basi operative nonché di una nutrita dotazione di armi e munizioni, la maggior parte delle quali, allorchè detto gruppo operava sotto le direttive dei Graviano, era custodita dal mandamento di Brancaccio-Ciaculli, mentre il resto era nella disponibilità di quella di Corso dei Mille.

La composizione del medesimo gruppo nelle varie imprese criminali era variabile in quanto “l’unico esecutore materiale” era stato per lo più egli soltanto, mentre gli altri si erano alternati con ruoli diversi: o guidavano le macchine, o le moto, ovvero davano la “battuta”.

Dopo l’inizio della collaborazione dei fratelli Di Filippo e la cattura di Bagarella e dopo un periodo di semiclandestinità, il Grigoli aveva trascorso la latitanza nella provincia di Trapani per circa un anno, in località Alcamo e Marausa sotto la protezione di Antonino Melodia.

Dopo che si era sospettato che anche Vincenzo Ferro, uomo d’onore componente della famiglia di Alcamo, avesse cominciato a collaborare con la giustizia, il Grigoli aveva fatto ritorno a Palermo, fidando nella protezione di Gaspare Spatuzza, assurto nel frattempo alla più alta carica mafiosa nel mandamento di Brancaccio.

Come hanno ben sottolineato i giudici del primo grado di giudizio, “i suoi fitti e pregressi rapporti di frequentazione con esponenti di vertice di “Cosa Nostra” (in epoca coeva all’uccisione di Padre Puglisi) evidenziano l’evolversi ed il consolidarsi della sua figura delinquenziale, adusa alle imprese sanguinose più eclatanti che accrescevano di volta in volta il suo prestigio criminale; ben inserita nella compagine locale del sodalizio mafioso, al seguito del più noto Leoluca Bagarella, che aveva frequentato quando aveva intrapreso a tutelare la latitanza di Matteo Messina Denaro, facendo da autista a quest’ultimo ed accompagnandolo nei suoi assidui appuntamenti con i rappresentanti della varie famiglie”. Il Grigoli, colpito da ordinanza di custodia cautelare in carcere del 18 luglio 1995 perché coinvolto in una lunga serie di omicidi, veniva arrestato, dopo una lunga latitanza, il 19 giugno del 1997. Era stato a lungo ricercato; per molto tempo era stato inafferrabile ed aveva costituito una delle braccia armate più spietate a disposizione di “Cosa Nostra” ed uno dei sicari più pericolosi e killer di fiducia del Mangano Antonino.

Inoltre, è stato coinvolto nel processo sulle stragi del 1993, nel fallito attentato a Maurizio Costanzo, nel fallito attentato a Formello ideato contro il collaborante Salvatore Contorno, nel sequestro del piccolo Di Matteo, il figlio del collaboratore, segregato per circa due anni e poi strangolato e disciolto nell’acido.

Dopo la cattura, il Grigoli ha scelto subito la via della collaborazione. Ha parlato ad investigatori e magistrati delle decine di omicidi commessi per conto della famiglia mafiosa di Brancaccio, delle varie scomparse e delle numerose intimidazioni ai commercianti del quartiere.

Ha spiegato le ragioni che lo avevano indotto ad imboccare la strada della dissociazione, da individuarsi, in primo luogo, in impellenti necessità di sopravvivenza materiale, essendo egli braccato, privo di risorse finanziarie e non sostenuto economicamente nella latitanza dal capocosca, il quale non aveva ritenuto di adempiere al relativo compito.

Infatti, lo Spatuzza, divenuto, dopo l’arresto del Mangano, capo del mandamento di Brancaccio, ed a cui competeva farsi carico del sostentamento delle famiglie dei latitanti, non gli aveva riconosciuto il dovuto merito di essere stato un superkiller, uno dei migliori sicari del gruppo di fuoco.

Di fronte al comportamento omissivo dello Spatuzza, il Grigoli aveva allora cominciato a riflettere “se fosse stato giusto tutto quello che aveva fatto per l’organizzazione criminale “Cosa Nostra” e, pensando a tutti I crimini commessi, si era reso conto che tutto ciò che aveva fatto era stata una cosa errata”. Ha altresì contribuito alla maturazione di questa scelta di vita, a tenore

delle dichiarazioni del Grigoli, il fatto che egli fosse rimasto particolarmente scosso dalla fine che era stata riservata al piccolo Giuseppe Di Matteo, che egli aveva sequestrato assieme ad altri componenti del gruppo di fuoco, nonché dalla sorte toccata a padre Giuseppe Puglisi e dalla barbara uccisione di una ragazza estranea ai conflitti mafiosi durante un omicidio commesso ad Alcamo: tutto questo lo aveva indotto a meditare sul suo passato criminale e ad iniziare la collaborazione con le autorità dello Stato.

Come risulta dalle sue stesse confessioni e dichiarazioni, Grigoli Salvatore era diventato killer perché questo era l’unico modo per affermarsi nella triste realtà del quartiere di Brancaccio, perché ciò gli garantiva denaro, donne, autovetture, motociclette e soprattutto uno “status”.

Grigoli ha confessato di avere commesso un numero incredibile di omicidi perché attraverso il crimine, sempre più orrendo, affermava se stesso e otteneva la considerazione degli “uomini d’onore” che contavano e il rispetto degli umili, di quelli che avevano abdicato alla propria dignità di uomini liberi.

Non appena è stato arrestato, tuttavia, si sarà reso conto che il suo sistema di valori perversi era crollato per sempre e che la sua “onnipotenza” era ormai finita, da quando era stato identificato come un pericolo killer al soldo della famiglia mafiosa di Brancaccio e da quando non era più utile e funzionale agli interessi della sua cosca.

Egli, a quel punto, solo e misero, decise di confessare tutti i crimini commessi e di collaborare con la giustizia, scegliendo la via della legalità. Ma, se don Pino Puglisi è l’esempio dell’affermazione della dignità umana, dell’uomo che non si fa soggiogare dal (pre)potente di turno, Grigoli, il suo carnefice, è l’esempio tipico della dignità negata. Per quel che interessa il procedimento in esame, va rilevato che Grigoli Salvatore, il quale, come già detto, immediatamente dopo il suo arresto, messo nelle condizioni di comprendere il sistema di valori perversi in cui fino ad allora era vissuto, aveva cominciato a collaborare fattivamente con la giustizia, ha ammesso di essere stato egli stesso l’esecutore materiale dell’omicidio di Padre Puglisi, indicando causale, mandanti e complici.

Egli, all’udienza del 7 luglio del 1993, e cioè pochi giorni dopo il suo arresto, davanti alla Corte di Assise di Palermo rendeva spontanee dichiarazioni che appare opportuno anche qui riportare testualmente, sia pure nei passi più salienti, costituendo la sua collaborazione una svolta importante del processo, in quanto ha fornito la chiave di lettura dell’uccisione di padre Puglisi, indicando, come già detto, causale, mandanti ed esecutori materiali dell’omicidio, primo fra tutti egli stesso.

Anche se le predette dichiarazioni, rese dal Grigoli nel corso del procedimento del quale ci occupiamo, cronologicamente non siano le prime sull’omicidio del sacerdote -- avendo egli fatto abbondanti dichiarazioni al riguardo -- a giudizio della Corte, tuttavia, è da queste che bisogna prendere l’esame sia, appunto, per la loro spontaneità, sia perché in nessun modo influenzate dall’intervento di terzi, accusa o difesa, legittimamente mosse da interessi contrapposti.

Ebbene, il Grigoli Salvatore ha così liberamente esordito: “Io vorrei collaborare, …..con la giustizia, quindi definendomi collaboratore. Però per quanto riguardo questo processo vorrei definirmi io più che altro un pentito, perché mi sono pentito realmente di aver commesso questo omicidio”. “Riguardo. io cominciai già a pensare qualcosa del genere all’incirca, riguardo sul pentirmi, un sei mesi addietro a questa parte...E mi ha dato modo di pensare questo il fatto che da un anno a questa parte io non ero più sostenuto da nessuno, né economicamente né....cioè in poche parole io non ero più in condizione di campare, come si suol dire, la famiglia. Mi sono dovuto persino impegnarmi dell’oro che avevo io per potere mandare dei soldi a casa...e fare....altre cose; addirittura farmi prestare dei soldi per potere tirare avanti i miei figli, e questa cosa mi ha cominciato a fare pensare io con chi...per tutta...per gran parte della mia vita, con chi ho avuto a che fare, se è stato giusto le cose che ho commesso, i delitti...cioè questa cosa mi cominciò a far pensare se era stato giusto quello che avevo fatto io per conto di questa organizzazione”.

“E da questo ecco che io ho deciso anche di collaborare con la giustizia...”

“Adesso vorrei dire io cosa sono a conoscenza e le mie responsabilità riguardo il delitto di padre Puglisi”.

“Vorrei premettere un’altra cosa, che io... tengo a precisare che non è assolutamente vero il fatto che io mi sia vantato, dopo aver commesso questo omicidio, perché non ne trovavo le ragioni; non me ne vantavo per altri omicidi....figuriamoci di questo che già...anche perché, dopo averlo commesso, ci pensavo spesso a questo omicidio e non vedevo la ragione per cui è stato fatto...anche se i motivi ne sono a conoscenza, ma non mi sembravano motivi validi per uccidere un prete”.

“Prima...volevo precisare un’altra cosa, prima dell’omicidio, ho commesso un altro reato, lo dico perché secondo me è attinente a questo omicidio. Fummo incaricati io, Spatuzza e Guido Federico di bruciare tre porte di tre famiglie di uno stabile di via Azzolino Hazon, nei dintorni di questa via...perché queste persone erano vicine a padre Puglisi”. “I fatti che io conosco, le responsabilità dell’omicidio sono quelli che un giorno...non ricordo se fu lo Spatuzza o Nino Mangano, che un giorno mi disse che dovevamo commettere questo omicidio, che deve essere stato lo Spatuzza anche perché la persona che conosceva il padre. Già aveva parlato con Giuseppe Graviano e si doveva commettere questo omicidio; sicuramente ne parlai anche con Nino Mangano, perché io non facevo niente se non ne parlassi con lui”.

“Quindi una sera...cercammo di vedere i movimenti, gli spostamenti del padre e lo incontrammo a Brancaccio, in un telefono pubblico. Non mi ricordo se già ero armato o dopo averlo visto....ci recammo per armarci, anche se poi l’unico ad essere armato ero io, e lo attendemmo nei pressi di casa. Così fu, eravamo io, lo Spatuzza, Giacalone Luigi e Lo Nigro Cosimo. Eravamo comunque...non avevamo né macchine rubate, né motociclette, niente di tutto questo, eravamo con le macchine...una era di disponibilità del Giacalone, un BMW, e una Renault 5 di proprietà del Cosimo Lo Nigro. Scese Spatuzza dalla macchina del Lo Nigro, perché Spatuzza era con Lo Nigro ed io ero con Giacalone. Il primo ad arrivare fu lo Spatuzza, ricordo che il padre si stava accingendo ad aprire il portone di casa, lo Spatuzza si ci affiancò, perché il padre aveva un borsello, gli mise la mano nel borsello e gli disse: padre, questa è una rapina…il padre neanche si era accorto di me..., fu una cosa questa qui che non posso dimenticare, perché ogni volta che penso a questo episodio mi viene in mente questa visione del padre che sorrise, non capii se fu un sorriso ironico o sorrise sorrise e gli disse allo

Spatuzza “me l’aspettavo”. Allorchè io gli sparai un colpo alla nuca e il padre morì sul colpo senza neanche accorgersene di essere stato ucciso”. “Dopo di ciò chiaramente il borsello fu portato via dallo Spatuzza.…

Dopo di ciò ci recammo in uno stabilimento della zona industriale, cosiddetto Valtras, uno stabilimento di export-import...una specie di spedizionieri erano e lì fu controllato il borsello. Ricordo bene che c’era una patente, lo ricordo bene perché lo Spatuzza aveva la mania, perché lui all’epoca già era latitante, di togliere le marche da bollo che potevano servire per eventuali documenti falsi e tutti i documenti e tolse le marche da bollo”.

“Tra le altre cose ricordo che c’era una lettera...non ricordo se è stata inviata al padre o...c’era una busta con un foglio, una lettera di una persona che gli aveva scritto che, se non ricordo male, gli facesse gli auguri non so di cosa, all’incirca trecentomila lire e poi altri pezzettini di carta...”

“Vorrei premettere che il borsello fu portato via, perché si voleva far credere che l’omicidio....cioè l’omicidio dovevano pensare gli inquirenti che era stato fatto da qualche tossicodipendente o da qualche rapinatore, ecco perché fu utilizzata la 7 e 65, che non è un’arma consueta agli omicidi di mafia”. “...Questo è quello che io sono a conoscenza...”.

Al termine di dette dichiarazioni spontanee il Pubblico Ministero ne chiedeva l’esame che la Corte del primo grado di giudizio ammetteva e che veniva espletato all’udienza del 28 ottobre 1997. Nel corso di detto esame sono stati approfonditi i temi già spontaneamente enunciati dal Grigoli, il quale ha ribadito di aver fatto parte di “Cosa Nostra” ed ha spiegato testualmente: “Vede io non avevo mai commesso reati di nessun genere...fino all’incirca undici, dodici anni fa. Dal momento in cui poi io sono stato licenziato perché il lavoro era finito, avevo già un bambino piccolino, nove mesi, cominciai a delinquere”.

“All’epoca io feci una rapina in una gioielleria per fare soldi e poter dare da mangiare al mio bambino. Ecco, da lì poi continuai a delinquere, perché purtroppo poi essendo che uno comincia poi a conoscere i soldi, poi viene ancora più difficile tornare indietro. E quindi nella borgata lo stesso Quartararo Filippo, Nino Mangano, loro mi osservavano sotto questo aspetto che ero uno, non so, uno in gamba, qualcosa del genere. E quindi ci fu questa sorta di avvicinamento. Da lì poi cominciai a far parte di questa...Perché poi cominciai a delinquere per loro, cominciai a bruciare autovetture, negozi”.

“Poi mi fu presentato Giuseppe Graviano e quindi poi io dipendevo da lui. Mi disse un giorno Nino Mangano: Senti, c’è un appuntamento, ci sono persone che ti vogliono conoscere. E lì trovai Giuseppe Graviano. Lui si presentò dicendomi: Io sono Giuseppe Graviano, credo che tu hai sentito parlare di me come io ho già sentito parlare di te”. “E quindi da allora io ho capito che dipendevo da lui”.

“Ma già anche da prima, anche...perché io lo conoscevo, perché da piccolino....ci conoscevamo da bambini con Giuseppe Graviano perché eravamo della stessa borgata. Poi non ci siamo più visti. E quindi già diciamo che lo conoscevo. Anche quando io operavo per Mangano e Filippo Quartararo era sottinteso che era già all’epoca Giuseppe Graviano il capo mandamento di Brancaccio. Io addirittura cominciai insieme solo io e Giacalone Luigi a commettere i primi omicidi. Poi successivamente proprio il Giuseppe Graviano ci affiancò lo Spatuzza Gaspare e poi tutti gli altri”.

“Nino Mangano ci comunicava: “I picciotti vogliono che si fa questo omicidio”.

“Perché sono fratelli. Erano tutti e due in sostanza a reggerlo, anche se si parlava di Giuseppe come capo mandamento. Però c’era riferimento ai “picciotti”.

“Ma io ebbi ordine anche direttamente da Graviano...Giuseppe”. “Quando ci comunicò il fatto di sequestrare il piccolo Di Matteo”. “Ma vede, lui all’epoca, non è che io adesso voglio difenderlo,

perché...però lui fece una specie di...per entrare in questo discorso girò talmente tanto, perché tipo che era quasi dispiaciuto di dovere fare questa cosa. Quindi come dire...”Voi potete pensare che io sono....insomma mi ha fatto tutto un raggiro per dirci poi: “Dobbiamo sequestrare....siccome già a Napoli è stata effettuata una cosa del genere con esiti positivi” dice: “Dobbiamo sequestrare il figlio di un pentito per tenerlo alcuni giorni, quindi fare in modo che il padre ritrattasse o perlomeno si impiccasse”.

A precisa domanda del Pubblico Ministero che gli chiedeva: “Senta chi le disse di uccidere don Pino Puglisi?” il Grigoli ha risposto: “Mangano Antonino mi disse che i picciotti gli avevano parlato di questa cosa che si doveva fare questo tipo di delitto”.

“Perché si diceva che siccome lì a Brancaccio, nei pressi della parrocchia di Brancaccio, c’era un ...un non so come definire, c’erano delle suore, una congregazione, non so come dire, dove operavano delle suore in sostanza, non so cosa facessero, e si pensava che in questo locale si erano infiltrati i poliziotti e anche in chiesa. Cioè si pensava che padre Puglisi era un confidente, uno che si stava anche interessando per la cattura di Giuseppe Graviano”.

Ancora. A domanda del Pubblico Ministero che gli chiedeva:

“Senta, prima di questo atto omicidiario, lei partecipò a qualche attività delittuosa di intimidazione nei confronti di persone vicine a don Pino Puglisi?”, il Grigoli ha così risposto: “Sì...Questa se non ricordo male me la comunicò Gaspare Spatuzza che si era visto...disse: “Sai, mi sono visto con “madre natura” e dobbiamo fare questa cosa qui”; però, tutto quello che io... erano poche le cose che mi comunicavano gli altri, ma quelle poche cose prima ne parlavo con Nino Mangano. Dico, per dire: “di questa storia qui tu ne sei a conoscenza” e lui mi diceva: “Sì, a posto, ci puoi andare”. “Questa...me la comunicò lo Spatuzza, questa cosa qui. Dovevamo bruciare tre porte di tre abitazioni nello stesso palazzo...nello stesso complesso, erano tre scale ed in ogni scala c’era una porta da incendiare. Una, se non erro, è al decimo piano, una al settimo e una al quinto, se non erro. C’era un certo Martinez e gli altri non li ricordo. E andammo io e lo Spatuzza, insieme anche a Vito Federico, e salimmo tutti e tre contemporaneamente le scale; abbiamo dato tempo a colui che doveva arrivare al decimo piano di arrivare prima e abbiamo dato fuoco a queste porte e poi scendemmo tutti e tre contemporaneamente e poi andammo via”.

Ed, alla ulteriore domanda del Pubblico Ministero:

“Senta lei sa, è a conoscenza di un altro attentato incendiario che fu fatto proprio contro la chiesa di San Gaetano, nel senso, a una attività di impresa che all’interno della chiesa si svolgeva?”, Grigoli Salvatore ha risposto: “Si, si bruciò credo un furgone, adesso non mi ricordo bene, di questo appaltatore che stava facendo i lavori in chiesa ”

“So che a farlo sicuramente era stata gente di Brancaccio, ma non so chi specificamente ci andò”.

Infine, in ordine all’organigramma della famiglia mafiosa di Brancaccio, ha precisato: “Il capo mandamento era Giuseppe Graviano, poi c’era Nino Mangano, uomo d’onore, e poi c’eravamo tutti noi del gruppo di fuoco”.

Nell’interrogatorio reso il 26 giugno del 1997 al Procuratore della Repubblica di Palermo che gli chiedeva chi avesse dato l’ordine di ammazzare Don Pino Puglisi, il Grigoli ha risposto: “L’ordine me lo comunicò il Gaspare Spatuzza che mi disse...dice...”madre natura”, che lo chiamavamo proprio come Madre Natura a Giuseppe Graviano, diciamo fece sapere che si deve fare questo omicidio di Padre Puglisi”.

“Il motivo fu, perché si diceva che il padre fosse un confidente o perlomeno qualcuno che desse una mano alla Polizia di effettuare indagini anche su loro stessi che erano latitanti, addirittura c’erano le suore, una comunità di suore che potevano esserci poliziotti infiltrati là dentro..., per questo motivo. Una 7,65 fu usata anche perché doveva sembrare un omicidio non fatto da “Cosa Nostra”, ma un omicidio di un tossicodipendente, o di un ladruncolo, qualche cosa del genere. Infatti noi portammo via al prete il suo borsello per sembrare che fosse una rapina”.

“....Nella famiglia di Brancaccio,....fino alla cattura Giuseppe Graviano prendeva le decisioni....Giuseppe Graviano e Filippo Graviano, sicuramente le prendevano assieme...le decisioni”.

“Magari non avevano. cioè sono due tipi diversi, uno si occupava del gruppo di fuoco, Giuseppe Graviano, e magari Filippo Graviano si occupava di altre cose ”.

“Giuseppe Graviano, secondo me, aveva....i compiti di ordinare i vari....i vari incendi, i vari...Poi si occupava di costruttori....era Filippo Graviano ad occuparsene di gli ordini li impartiva a Tutino Vittorio”.

Dello stesso tenore sono le dichiarazioni rese nell’esame effettuato davanti alla Corte di Assise nella sua nuova composizione in data 20 ottobre 1998.

Ed infatti, al Pubblico Ministero che gli chiedeva:.

“Lei ha detto che il mandamento era retto da Giuseppe Graviano; però, prima, quando ha parlato degli omicidi, ha parlato dei “picciotti”, cioè di Giuseppe e Filippo, e allora, dico, perché questa differenza, ce lo sa spiegare?”, il Grigoli ha risposto: “quello che è a conoscenza mia è che il mandamento di Brancaccio lo gestiva Giuseppe Graviano, però, come risulta a me, ogni qualvolta o talvolta, perché l’ho detto pure che alcune volte si diceva “madre natura” come talvolta si diceva i “picciotti”, mi veniva dato questa indicazione, poi io non lo so spiegarglielo perchè i picciotti e reggeva solo Giuseppe Graviano”.

“Ho sparato a padre Puglisi....Perché mi è stato ordinato. Da Nino Mangano, che diceva che gliel’aveva fatto sapere madre natura Madre Natura è Giuseppe Graviano”.

E, a seguito di insistenza del Pubblico Ministero, il collaborante ha precisato: “Mangano ha detto “i picciotti” o “madre natura”....Non so spiegarmi il motivo per cui Nino Mangano diceva talvolta i picciotti. I picciotti mandano a dire questo, mandano a dire quell’altro”.

Ciò posto va subito detto che le dichiarazioni di Grigoli Salvatore, autoaccusatosi di avere personalmente ucciso il sacerdote e chiamante in causa dei mandanti e dei partecipi all’esecuzione del crimine, risultano assistite da elevata attendibilità intrinseca ed estrinseca secondo i criteri direttivi di disamina affrontati dalla Suprema Corte di Cassazione e riportati in altra parte della presente sentenza.


Il movente “semplice” del delitto  Il vastò e variegato materiale probatorio acquisito agli atti del processo nel corso del lungo e complesso dibattimento svoltosi avanti i primi giudici testimonia, in modo inoppugnabile, che la causale dell’uccisione del parroco delle Chiesa di San Gaetano in Brancaccio va ricercata ed individuata nell’intensa ed instancabile attività di risanamento morale e civile di quella borgata, dallo stesso portata avanti con salda e tenace determinazione. Don Pino Puglisi era un prete di trincea, che operava infaticabilmente in un tipico quartiere della periferia degradata della città di Palermo ad alto potenziale criminogeno, dove esisteva un grave arretramento culturale e mancava la coscienza civile dei diritti più elementari e dove la gente viveva ed operava sotto una cappa di dominio e di sopraffazione. In questo contesto ambientale padre Puglisi era diventato sostanzialmente il centro motore di molteplici iniziative pastorali, sociali ed anche economiche in favore della sua comunità ecclesiale che potessero servire al riscatto della gente onesta della borgata. L’opera continua e profonda del prete della diocesi di Palermo ha finito per rappresentare una insidia ed una spina nel fianco del gruppo criminale emergente che governava il territorio di quella periferia della città, perché costituiva un elemento di sovversione in quella situazione ambientale dove dominava l’ordine mafioso, conservatore, reazionario ed opprimente, contro cui il buon sacerdote mostrava di essere uno dei più tenaci ed indomiti oppositori.

E padre Puglisi, che non era solo religioso e contemplativo ma che si era profondamente immerso nella difficile realtà di quel quartiere, calandosi pienamente nel sociale, non si arrendeva neppure di fronte alle minacce ed alle intimidazioni. Don Pino Puglisi aveva scelto di schierarsi, concretamente, dalla parte dei deboli e degli emarginati; aveva preferito appoggiare, senza riserve, i progetti di riscatto provenienti dai cittadini onesti, che intendevano cambiare il volto del quartiere, desiderosi di renderlo più accettabile, accogliente e vivibile, e per questo erano malvisti, boicottati o addirittura bersaglio di atti violenti. Il coraggioso parroco di Brancaccio era andato oltre la mera solidarietà e l’appoggio morale agli emarginati; aveva scelto di denunciare pubblicamente i soprusi ed i misfatti, scoraggiando l’appoggio offerto alla Chiesa dai potenti della zona, collusi e compromessi con gli esponenti locali del potere mafioso e con il ceto politico, facile a certi compromessi, conscio che essi non operavano per il bene del quartiere. La sua attività di recupero del quartiere e di risanamento morale e sociale di quel territorio non era sfuggita all’occhio vigile ed attento degli esponenti del potere criminale che dominavano la zona e che evidentemente erano portatori di interessi contrapposti o confliggenti con quelli espressi dalla comunità ecclesiale che si stringeva attorno al parroco. L’opera pastorale del prete di Brancaccio, che aveva coagulato intorno a sé un vasto movimento popolare in difesa di valori cristiani e di tolleranza, aveva inevitabilmente interferito, invero vistosamente, con l’ordine sociale imposto dalla cosca di quello scacchiere mafioso e si era fatalmente scontrato con i contrapposti interessi della mafia. Siffatta epoca, infatti, rappresentava “una variabile eversiva intollerabile in un territorio dove il fenomeno criminale aveva profondissime radici e costituiva il serbatoio di reclutamento e di ricambio delle forze delinquenziali”, “prodotto del sistema che si rigenera in un “humus” ambientale e culturale difficile da rimuovere”.

Conseguentemente, “si doveva bloccare il progetto che il parroco stava attuando di liberare le forze sane della società civile e di favorire un processo di avanzamento del fronte della legalità”: detto fronte doveva essere spezzato, colpendo al cuore questo movimento, e l’attacco doveva essere condotto proprio nel cuore del quartiere di Brancaccio, dove, allora, indiscusso ed inviolato, dilagava il potere dei fratelli Graviano, indicati unanimemente con i massimi esponenti del mandamento, controllori incontrastati del territorio e di parte dell’apparato militare della mafia, non solo dagli ex mafiosi ed ex criminali che hanno scelto la via della collaborazione con la giustizia ma anche da tutti gli organi inquirenti che hanno condotto indagini sulle condizioni di vita e sulle presenze mafiose in quel quartiere.

I giudici del primo grado di giudizio hanno dato ampio spazio, nella parte motiva dell’appellata sentenza, alla causale, giustamente individuata nella eliminazione, da parte dell’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, di un personaggio di spicco del clero locale operante nel quartiere di Brancaccio ed impegnato in prima fila proprio nella lotta ad ogni forma di prepotenza e di soprusi. Questa Corte non può che condividere appieno il “decisum” su tale movente, risultante, tra l’altro, da plurime e convergenti dichiarazioni di collaboranti e di testimoni oltre che da argomentazioni di natura logica.

Anche questa Corte, invero, ritiene che l’omicidio del parroco di Brancaccio sia maturato in un contesto mafioso, individuando la causale nel preminente interesse dei fratelli Graviano, capi clan di quel mandamento, a far tacere un esponente del clero locale impegnato da anni nel sociale, pronto a combattere ogni forma di sopruso e di prevaricazione.

Come già detto, infatti, padre Puglisi era considerato un esponente di punta del clero siciliano, in quanto aveva trasformato la sua parrocchia in una prima linea nella lotta al potere mafioso imperante nel quartiere di Brancaccio, educando i giovani e le famiglie ad un quotidiano impegno sul territorio, valorizzando gli spazi di aggregazione e moltiplicando le occasioni di incontro con la gente della borgata onde favorire un processo di avanzamento della legalità.

Per tale ragione i fratelli Graviano, che controllavano in maniera incontrastata quel territorio, - ed il loro luogotenente e portavoce Mangano Antonino, che dopo l’arresto dei predetti era subentrato al loro posto - avevano tutto l’interesse, manifestato in più occasioni, di mettere a tacere una persona giudicata scomoda, in quanto contestava il perseguimento dei loro sporchi scopi criminosi e nel contempo di fare ripiombare il quartiere in quella consueta atavica atmosfera di soggiogazione al potere mafioso. La Difesa dell’imputato Graviano Giuseppe, nei motivi a sostegno del proposto appello, ha lamentato, tra l’altro, che l’impugnata sentenza aveva “del tutto ignorato matrici omicidiarie alternative a dispetto di precise emergenze” processuali.

Ha dedotto che, proprio la stessa mattina del giorno in cui venne commesso l’omicidio, Don Puglisi era presente a Palazzo delle Aquile, sede del Comune, per definire la tormentata vicenda relativa all’assegnazione degli scantinati di via Azolino Hazon numero 18, curata personalmente da lui e dai componenti il Comitato Intercondominiale Martinez, Romeo e Guida, destinatari anch’essi di intimidazioni e danneggiamenti, vicenda che confliggeva con gli interessi vitali dei malavitosi del luogo che occupavano detti locali per svolgervi i loro loschi traffici. Ha dedotto, altresì, che il giovane Lipari era stato vittima di tutta una serie di intimidazioni da parte di esponenti di tale frangia malavitosa, continuate anche dopo la scomparsa di Don Puglisi, e ciò in quanto aveva partecipato alle ulteriori residue iniziative sempre mirate allo spossessamento dei locali sopra menzionati. Ha assunto, infine, che gli attentati subiti da Martinez, Guida e Romano postulano una lettura indipendente da quanto riferito dall’imputato collaborante Grigoli Salvatore.

Ha concluso sostenendo che “vi è un solo filo conduttore che consente di legare tutte le esperienze intimidatorie, i danneggiamenti, fino all’epilogo delittuoso in danno di Don Pino Puglisi: ed è appunto quello legato al rilevante interesse al mantenimento dei locali” di Via Azolino Hazon. Tale doglianza, alla luce di quella che è la realtà processuale, appare del tutto priva di pregio.

Al riguardo, basti osservare che i locali a piano terra dell’edificio sito al numero civico 18 di via Hazon, dei quali il Comitato Intercondominiale e padre Puglisi avevano chiesto l’acquisizione per ristrutturarli e destinarli a scuola media, erano costituiti di soli pilastri, accessibili a tutti e lasciati in stato di completo abbandono: gli stessi, invero, erano ricettacolo di semplici ladruncoli, giovani prostitute e drogati, i quali avrebbero potuto servirsi agevolmente anche di qualsiasi altro vicino spazio per le loro losche attività. Ma, ciò che maggiormente rileva è che l’ordine rigorosamente imposto in quel quartiere dal potere mafioso locale era tale da precludere qualsivoglia possibile autonomia, qualsiasi spunto o iniziativa a eventuali frange criminose del luogo e non, dal momento che le stesse non avrebbero mai avuto modo di esprimersi da sole in un contesto territoriale così minuziosamente ed ineluttabilmente controllato dai massimi esponenti del mandamento.

Nessun reato, dal semplice furto al più grave degli omicidi, a maggior ragione se “eccellente”, sarebbe stato possibile perpetrare in quello scacchiere mafioso senza un “placet” del supremo sodalizio criminoso territoriale, alla cui guida erano, in modo incontrastato, come già detto, proprio i fratelli Graviano; e ciò secondo regole ben precise che vigono in seno all’organizzazione criminale “Cosa Nostra” e che vanno osservate in maniera rigorosa ed inderogabile. Alla stregua delle considerazioni esposte, adunque, l’asserita causale alternativa, legata appunto alla tutela e, quindi, alla temuta lesione degli interessi di una frangia criminale autonoma ed indipendente da “Cosa Nostra”, si è rivelata non percorribile sin dalle prime fasi delle indagini e si rivela tuttora del tutto infondata alla stregua di quelli che sono gli elementi probatori tutti versati in atti. Ecco affiorare, allora, chiaramente, nel pur variegato panorama probatorio, la vera causale dell’omicidio del coraggioso sacerdote, l’unica possibile sulla base di quelle che sono le emergenze processuali: la sua intensa ed instancabile attività tendente al risanamento morale e sociale del quartiere di Brancaccio che lo aveva portato ineluttabilmente in contrasto con il gruppo criminale emergente che dominava nella zona.

Ed invero, detta attività di risanamento morale e sociale del quartiere e di affrancazione dal potere mafioso non poteva lasciare indifferenti i maggiorenti della zona, i quali, ad un certo momento di questa sfiancante contrapposizione, decisero di eliminare il prestigioso ed ingombrante capo spirituale della zona, per disperdere i frutti della sua opera e del suo apostolato e nel contempo fare ripiombare il quartiere nella plumbea atmosfera di vassallaggio all’imperante potere mafioso. La causale, così identificata, assume specifica rilevanza per la valutazione e per la coordinazione logica di tutte le risultanze processuali ai fini della formazione del convincimento di questa Corte in ordine a una ragionata certezza della responsabilità, quali mandanti, di detti maggiorenti, sicuramente e unanimemente indicati ed individuati nei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, odierni imputati appellanti. E valga il vero!

Il collaborante Drago Giuseppe ha ricordato che Giuliano Giuseppe, detto “Folonari”, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio, gli aveva riferito che don Puglisi “....era un prete che predicava contro la mafia. Quindi era una persona che dava fastidio, appunto, alla famiglia dei mafiosi di Brancaccio”. Si era addirittura pensato che padre Puglisi avesse consentito la infiltrazione nella parrocchia di agenti per conoscere più da vicino i personaggi dell’ambiente mafioso e scoprire le loro malefatte. E Grigoli Salvatore ha riferito “...Si diceva che lui...aveva creato un. locale dove c’erano delle suore che operavano; sostenevano che padre Puglisi aveva infiltrato dei poliziotti anche per la stessa ricerca di Giuseppe Graviano, che all’epoca era latitante. Comunque, si diceva che era un confidente della Polizia”. Romeo Pietro, ha dichiarato, poi, di avere appreso da Giuliano Francesco che già da prima era stata decretata la morte di don Puglisi perché “....lui si prendeva i bambini e per non farli cadere, diciamo, a farli diventare persone che rubano, che vanno in carcere, ...per non darli, diciamo, nelle mani alla mafia”. Ha aggiunto che l’ordine di uccidere il sacerdote - secondo quel che gli aveva comunicato il Giuliano - era stato impartito perché l’opera di evangelizzazione del religioso disturbava i piani della mafia, parlando “ male della mafia” e procedendo ad un’opera di rieducazione sociale non consona alle regole territoriali.Calvaruso Antonio, altro collaborante, ha affermato che Leoluca Bagarella, dopo che era stata pubblicata la notizia dell’uccisione di padre Pino Puglisi, aveva con lui commentato negativamente la vicenda, sottolineando che era un problema che riguardava i fratelli Graviano, i quali avevano sbagliato nel non prendere prima le loro contromisure consentendo al sacerdote di “diventare un personaggio”.

Secondo Bagarella, quindi, i fratelli Graviano “dovevano pensarci prima, in modo che non si sollevava tutto questo polverone che si sollevò poi effettivamente, dopo che padre Pino Puglisi era diventato un personaggio: che è abbastanza notevole contro la lotta” alla mafia.

Nel corso delle conversazioni che Calvaruso aveva scambiato con Giacalone Luigi e con Bagarella Leoluca, poi, egli aveva avuto modo di apprendere che il prete era stato ucciso per il suo impegno antimafia, che “era un motivo già valido”.

Ma, in concreto, quel che aveva spinto i Graviano a commissionare il delitto sono state essenzialmente le critiche del Bagarella, il quale “ne aveva per tutti; criticava i Graviano, nel senso che c’era questo prete nel loro territorio, che faceva questi discorsi, che faceva le manifestazioni contro la mafia, che prendeva questi bambini, cercando di dire loro “non mettetevi con i mafiosi”, e comunque operava per cercare di levare la gente dalle mani mafiose: per il Bagarella questo era uno smacco nei confronti dei Graviano, che avevano un personaggio di questo (spessore) che continuava ad adoperarsi contro la mafia, e loro praticamente lo ignoravano. Quindi i Graviano furono costretti a dare una risposta anche al Bagarella, che loro non si sarebbero fatti mortificare da un prete”.

Ciaramitaro Giovanni, infine, dopo che il prete era stato ucciso, ha avuto modo di sentire le doglianze di Giuliano Francesco, il quale aveva commentato negativamente la vicenda, adducendo che la morte del sacerdote aveva provocato un certo scompiglio in seno all’organizzazione giacchè gli affari andavano male e non potevano più muoversi. Il Giuliano aveva anche affermato che in fondo non vi erano neppure ragioni tanto valide per commettere tale omicidio, che aveva “smosso troppo le acque della zona” e che era stato commesso dal Grigoli, il quale aveva sparato per dimostrare che aveva tanto coraggio da far fuoco, “...senza alcun problema”, anche contro un sacerdote. Il parroco di Brancaccio, quindi, per il suo impegno antimafia, era diventato un “personaggio” scomodo, uno “smacco nei confronti dei Graviano” i quali “furono pure costretti” a commissionare il delitto “per dare una risposta anche al Bagarella, che loro non si sarebbero fatti mortificare da un prete”. Tale movente, risultante da plurime e convergenti dichiarazioni di collaboranti e testimoni, oltre a costituire un ulteriore fattore di coesione e di raccordo, utile allo svolgimento del percorso logico diretto a riconoscere valenza probatoria agli altri elementi probatori su cui si fonda l’accusa, fornisce, altresì, la certezza che l’omicidio di padre Puglisi fu ideato, deciso e realizzato nell’ambito della famiglia mafiosa dei Graviano, con esclusione di piste alternative, adombrate dalla Difesa sulla base solo di mere congetture ed illazioni e non già di precise risultanze processuali.


Il potere di "Madre Natura" Il quartiere di Brancaccio, all’epoca del fatti per cui è processo, era una di quelle zone della città di Palermo a più alta densità delinquenziale, “in cui era maggiormente radicata la presenza di dinastie mafiose di consolidate origini e tradizioni ed in cui il potere sul territorio era mantenuto attraverso l’uso della forza militare e la violenza”.
E la cosca mafiosa di Brancaccio era, nei primi anni novanta, saldamente nelle mani dei fratelli Graviano, indicati unanimemente come i massimi esponenti del mandamento, controllori incontrastati del territorio e di parte dell’apparato militare della mafia.
Tutti i collaboranti che hanno offerto il loro contributo probatorio nell’ambito di questo processo, infatti, hanno concordemente affermato che in quel tempo dominavano nel quartiere di Brancaccio i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano entrambi latitanti, perché colpiti da provvedimenti di custodia cautelare e ricercati per una condanna loro inflitta per associazione per delinquere di stampo mafioso.
Tra i vari mafiosi che, ad un certo punto del loro percorso criminale, hanno scelto di collaborare con la giustizia, Di Filippo Emanuele ha spiegato che la famiglia di Brancaccio era “stata data in mano ai fratelli Graviano…..Filippo, Giuseppe e Benedetto Graviano”.
Ha aggiunto che nel quartiere di Brancaccio comandavano i fratelli Graviano: qualsiasi cosa succedesse – estorsioni, rapine, omicidi – “loro ne erano a conoscenza”, se non addirittura ne erano gli autori o i mandanti. Del resto, ha aggiunto, sintomaticamente, queste erano le regole dell’organizzazione, “….nel senso che tutto quello che succedeva, tutto quello che veniva comandato, noi dovevamo saperlo, e questa è una storia, una situazione che percorre nel tempo e non può cambiare per cui, andando avanti nel tempo ed essendo che i Graviano dopo presero il possesso di Brancaccio, la storia si tramanda, e anche loro comandano, eseguono e sono responsabili di quello che succede nella zona”.
Il “comando” dei Graviano non si era neppure sminuito con la loro cattura, tant’è “…..che molti detenuti, come Sacco, come Giacalone Luigi, cercavano di far pervenire messaggi ai Graviano per avere delle risposte sul come comportarsi o durante i processi dibattimentali o durante la detenzione”.
Il collaborante Drago Giovanni ha riferito che Giuseppe Graviano era colui che dirigeva la famiglia mafiosa di Brancaccio, e, dopo l’arresto di Lucchese Giuseppe, era divenuto reggente del mandamento di Ciaculli, “… Graviano Filippo (era) la mente, Giuseppe a suo pari, mentre Benedetto il braccio di forza”.
Calvaruso Antonio, altro collaborante di giustizia, ha ribadito che coloro che reggevano le sorti del quartiere di Brancaccio erano Giuseppe, Filippo e Benedetto Graviano;: tutti egualmente influenti e capi, “solo che il Giuseppe Graviano era il primo in assoluto; poi veniva Filippo e, in ultimo, Benedetto”.
Anche Carra Pietro, un autotrasportatore che lavorava per una società di spedizioni nella zona industriale di Brancaccio, pur non essendo uomo d’onore e non avendo mai fatto la conoscenza dei predetti Graviano, ma essendo stato vicino alla famiglia mafiosa sin dal 1993, aveva sentito spesso parlare di loro come esponenti di massimo livello dell’organizzazione criminale da Spatuzza, da Giuliano, da Giacalone, da Cosimo Lo Nigro, da Barranca.
Ciaramitaro Giovanni, cooptato nell’organizzazione mafiosa nell’anno 1993, non aveva personalmente conosciuto Giuseppe Graviano; aveva saputo, però, che “….era….il capo prima di Nino mangano e comandasse lui la zona di Brancaccio”.
Il dottor Pennino Gioacchino, che aveva fatto parte di quell’aggregato mafioso locale, non appena ha iniziato la sua fattiva collaborazione con la giustizia, ha espressamente indicato i fratelli Graviano come capi in assoluto del mandamento di Brancaccio.
Anche Brusca Giovanni, già esponente di massimo livello dell’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, e, in particolare, della famiglia mafiosa di San Giuseppe Jato, divenuto successivamente collaboratore di giustizia, riferendosi al mandamento di Brancaccio, ha ribadito: “…..il punto di riferimento è Giuseppe Graviano, come capo mandamento. Però, bene o male, tutti in famiglia, nel senso di “Cosa Nostra” collaboravano”.
Ha aggiunto: “il capo mandamento è Giuseppe Graviano, poi lo affiancava, perché si può dire che erano……decidevano quasi tutto insieme, Filippo”.
Ha concluso: “Parlando con Filippo era come parlare con Giuseppe; cioè, come si suol dire, erano la stessa persona”.
E lo stesso Grigoli Salvatore, nel ripercorrere il suo passato di criminale, ha ricordato: “….Era già all’epoca Giuseppe Graviano il capo mandamento di Brancaccio………Filippo era il fratello… Erano tutti e due in sostanza a reggerlo, anche se si parlava di Giuseppe come capo mandamento. Però c’era riferimento ai picciotti”, individuati sicuramente nelle persone di Giuseppe e Filippo Graviano.
E’ appena il caso di rilevare come le varie dichiarazioni rese nel tempo dai collaboratori di giustizia sulle leadership della famiglia mafiosa di Brancaccio, oltre che concordanti e convergenti, sul punto, siano tutte caratterizzate da un dato comune: il riferimento costante e preciso ai fratelli Graviano, Giuseppe e Filippo, quali unici reggenti di fatto, in quel tempo, della famiglia stessa, ed al loro dominio assoluto ed incontrastato nella zona.
E questa asserzione, sui due fratelli Graviano e sulla loro comune appartenenza in modo organico ed altamente qualificato a “Cosa Nostra”, trova un ulteriore preciso e puntuale riscontro documentale nelle sentenze emesse, nell’ambito dei così detti maxi-processi storici, dalla Corte di Assise di Palermo, divenute irrevocabili e regolarmente acquisite al processo in esame, con le quali i predetti sono stati entrambi giudicati e condannati per il delitto di cui all’articolo 416 bis del Codice Penale, in quanto appartenenti appunto allo scacchiere mafioso di Brancaccio.
E che in epoca coeva all’uccisione di don Pino Puglisi dominassero nel quartiere di Brancaccio i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, entrambi latitanti, perché colpiti da provvedimenti di custodia cautelare e ricercati per una condanna loro inflitta per associazione per delinquere di stampo mafioso, è stato possibile apprenderlo, oltre che dalle plurime convergenti propalazioni dei collaboranti, anche attraverso le dichiarazioni dei numerosi investigatori che, successivamente all’omicidio del parroco di Brancaccio, hanno svolto un incessante lavoro di penetrazione in quel quartiere.
Qui basta ricordare solo alcuni di detti investigatori.
Il maggiore Bossone Davide, comandante del Nucleo Operativo dei carabinieri di Palermo, che aveva svolto indagini sulla famiglia mafiosa di Brancaccio a partire dall’anno 1992 nell’ambito dell’operazione denominata “Pipistrello”, ha riferito che Dragna Giuseppe, il quale ha pagato con la vita le sue propalazioni, nel corso della sua collaborazione fiduciaria con le Forze dell’Ordine, aveva rivelato che al vertice della famiglia di Brancaccio erano i Graviano, in particolare Giuseppe e Filippo.
I due erano stati arrestati a Milano il 27 gennaio 1994 presso il ristorante “Il Cacciatore” al termine di un reiterato pedinamento di diversi soggetti.
La cattura di questi due latitanti era stata considerata un passo strategico nel contrasto al fenomeno criminale mafioso in quell’area.
L’Ufficiale ha aggiunto, tra l’altro, che sul conto dei Graviano era emerso che gli stessi reimpiegavano i loro capitali illeciti nel settore dell’edilizia avvalendosi di diversi soggetti come prestanome.
Il capitano Minicucci Marco ha dichiarato che, nella sua qualità di comandante del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Palermo, aveva coordinato le indagini che avevano portato alla cattura dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano a Milano il 27 gennaio 1994 nel ristorante “Il Cacciatore”. Tali indagini erano state maggiormente intensificate all’indomani dell’omicidio di padre Puglisi, essendosi i sospetti appuntati proprio sui detti fratelli, allora entrambi latitanti, i quali controllavano a quel tempo il territorio nel quale era avvenuto il delitto.
Le susseguenti indagini avevano confermato che i due fratelli erano stati insieme anche durante la latitanza.
Il capitano Brancadoro Andrea, che dal 1992 al 1996 aveva prestato servizio presso il Nucleo Operativo dei carabinieri di Palermo ed aveva effettuato attività investigativa sul quartiere di Brancaccio e sulla famiglia mafiosa che ne controllava il territorio, ha dichiarato che dopo l’omicidio di padre Puglisi l’attività investigativa era stata incentrata sulla cattura dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, entrambi da tempo latitanti, i quali erano i maggiori indiziati del delitto.
Ha precisato che, dal contesto delle lettere sequestrate dalla Direzione Investigativa Antimafia di Palermo nell’abitazione di Mangano Antonino nonché dagli altri elementi raccolti, era risultato chiaro che coloro i quali a quell’epoca comandavano nella zona di Brancaccio erano proprio Giuseppe e Filippo Graviano.
Ha aggiunto di non aver fatto indagini dirette sull’omicidio di padre Puglisi ma che la cattura di questi due latitanti era considerata un “passo strategico” nel contrasto al fenomeno criminale in quell’area.
Alla strega delle dichiarazioni, concordanti e pienamente attendibili, rese dai vari collaboratori di giustizia, pienamente riscontrate dagli accertamenti investigativi degli ufficiali di polizia giudiziaria, adunque, risulta provato, in maniera certa ed inconfutabile, che i maggiorenti del mandamento mafioso di Brancaccio, all’epoca dell’uccisione del coraggioso parroco della chiesa di San Gaetano, erano entrambi i fratelli Graviano, Giuseppe e Filippo, odierni imputati .
Sulla base di tutte le numerose univoche dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e degli inquirenti, risulta acclarato, quindi, che la cosca mafiosa di Brancaccio era, di fatto, nei primi anni novanta, saldamente ed indistintamente, nelle mani dei due fratelli Graviano, Giuseppe e Filippo, con un ruolo paritario, senza che l’uno primeggiasse o fosse meno capace dell’altro ad attuare il dominio territoriale nel quartiere, dove indiscusso e inviolato, dilagava il loro potere, anche se formalmente si parlava di Giuseppe come capo del mandamento: i due congiunti, infatti, venivano indistintamente considerati come i massimi esponenti del mandamento, controllori incontrastati del territorio e dell’apparato militare in quello scacchiere mafioso.
Come risulta, in maniera incontestabile, da tutti gli elementi di prova versati in atti, poi, i due più volte menzionati fratelli, anche durante la loro detenzione, non hanno per nulla reciso i collegamenti con l’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, e, in particolare, con quella articolazione locale del famigerato quartiere di Brancaccio, facente capo, dopo il loro arresto, a Mangano Antonino prima ed a Leoluca Bagarella dopo: il Mangano, infatti, è stato indicato unanimemente come il portavoce dei fratelli Graviano e, dopo la loro cattura, anche il loro successore per diretta investitura del Bagarella alla guida di quel territorio, senza che peraltro venissero recisi i collegamenti con i detti fratelli detenuti, i quali continuavano a trasmettere ordini dal carcere e ad impartire precise disposizioni relative alla gestione familiare delle azioni criminose.
Ed invero, a seguito della cattura di Bagarella Leoluca, nel corso di una perquisizione effettuata presso l’abitazione del Mangano – il quale gestiva all’epoca un’agenzia di assicurazioni nel Corso dei Mille e che già allora era stato attenzionato per i suoi probabili collegamenti, poi risultati certi, col Bagarella - – è stata rinvenuta una copiosa corrispondenza epistolare tra quest’ultimo e Graviano Giuseppe, nella quale si parla di attività illecite dell’organizzazione criminale del mandamento di Brancaccio.
Nella stessa, mittente e destinatario sono indicati con nomi di fantasia: Graviano Giuseppe si firma con lo pseudonimo di “Madre Natura”, Mangano con altro.
Ebbene, tale corrispondenza contiene precise indicazioni relative ad acquisto di armi, ad attività estorsive in danno di imprenditori compiute nell’interesse dell’organizzazione, a nomi o pseudonimi di soggetti inseriti o vicini all’organizzazione medesima, a lettere scambiate con i Graviano contenenti riferimenti a personaggi facenti parte di tale associazione.
Costituisce, pertanto, un puntuale ed incontrovertibile riscontro documentale alle numerose dichiarazioni dei collaboranti, secondo cui la cosca di Brancaccio era, in epoca coeva all’uccisione di padre Puglisi, ed è tutt’ora, saldamente nelle mani dei fratelli Graviano, odierni imputati, unanimemente indicati quali incontrastati capi “ex equo” di quell’assetto criminale.


I picciotti di Brancaccio. Attraverso le tante prove accumulate nel corso di una lunga ed incessante istruzione dibattimentale svoltasi avanti i giudici del primo grado di giudizio, è stato acclarato, in maniera incontrovertibile, come già detto, che la posizione preminente in seno al sodalizio criminoso del famigerato quartiere di Brancaccio, all’epoca dell’uccisione del sacerdote, da liberi ma pur durante la latitanza e successivamente anche dal carcere, era di entrambi i fratelli Graviano, Giuseppe e Filippo, odierni imputati.

Giuseppe Graviano, libero e non ancora latitante, si occupava prevalentemente di strategie ed azioni sul campo: capeggiava il “gruppo di fuoco” creato per la commissione dei più svariati reati connotati dal comune denominatore di procacciare entrate finanziarie alla famiglia e mantenere saldo il predominio nel quartiere, che, successivamente, ed in particolare dopo il suo arresto, venne capeggiato da Mangano Antonino, considerato suo “alter ego”.

Flippo Graviano aveva anch’egli un ruolo preminente nell’ambito di quel sodalizio criminoso locale: era collocato non già in un “gradino inferiore”, sibbene alla pari con il fratello al vertice della famiglia, anche se con mansioni più strettamente, ma non esclusivamente, inerenti alla gestione finanziaria dei crimini.

Questa ripartizione di potere criminale fra i due fratelli, tuttavia, non incideva minimamente sulla collocazione di entrambi “ex aequo” al vertice di quell’aggregato mafioso, sì che tutto promana indifferentemente da loro, senza che l’uno fosse più o meno attivo dell’altro, senza che l’uno primeggiasse o fosse meno capace dell’altro ad attuare la gestione familiare dei crimini e ad imporre il loro dominio sul territorio. Essi, quindi, “insieme” comandavano, promuovevano e gestivano gli affari illeciti, uccidevano e facevano uccidere, ed avevano un ritorno economico della collaudata “partnership” familiare mafiosa.

Non solo non è distinto il ruolo dei due ma addirittura è giudicato paritario scorrendo tutte le numerose dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e dei vari inquirenti, anche se formalmente il capo mandamento veniva indicato nella persona di Giuseppe.

Alla luce degli elementi probatori versati in atti, infatti, risulta pacificamente acclarato l’inserimento, con posizione di preminenza, e paritaria, dei due fratelli, Giuseppe e Filippo Graviano, nell'organizzazione criminale “Cosa Nostra”, indipendentemente dall’attribuzione di qualunque carica formale.

Questo primato criminale, questo loro dominio incontrastato nella zona viene così descritto dai giudici del primo grado di giudizio: “Il quartiere di Brancaccio si presentava, all’epoca dei fatti, come uno di quelli a più alta densità delinquenziale, in cui era maggiormente radicata la presenza di dinastie mafiose di consolidata origine e tradizioni ed in cui il potere sul territorio era mantenuto attraverso l’uso della forza militare e della violenza. La cosca mafiosa di Brancaccio era, nei primi anni novanta, saldamente nelle mani dei fratelli Graviano…..” Giuseppe e Filippo.

Non può condividersi, pertanto, l’affermazione fatta dagli stessi giudici in altra parte della motivazione dell’impugnata sentenza, secondo i quali Filippo va “collocato, alla pari con il fratello, al vertice della famiglia” ma “posto in un gradino inferiore quanto meno con riferimento alla strategia e all’azione sul campo”.

Ed invero, il collaborante Grigoli salvatore, profondo conoscitore di quel contesto ambientale, ove aveva operato da sempre, ha ribadito che “erano tutti e due , in sostanza, a reggerlo, anche se si parlava di Giuseppe come capo mandamento”, tant’è che c’era continuo e costante riferimento ai “picciotti”, individuati sicuramente nelle persone di Giuseppe e Filippo Graviano.

Graviano Filippo, di contro, va collocato alla pari con il fratello al vertice del sodalizio criminale e non già in un “gradino inferiore”, neppure con riferimento alle strategie delle azioni criminose poste in essere per le esigenze della famiglia, avendo avuto anch’egli un ruolo del pari preminente in quello scacchiere mafioso.

E convergenti erano anche le volontà dei due fratelli Graviano nell’ideazione, decisione e realizzazione delle varie azioni criminose perpetrate nella zona e non, per le necessità funzionali della famiglia, in considerazione del loro ruolo paritario di vertice rivestito in seno a quell’aggregato mafioso di Brancaccio.

Il ruolo di questo fratello è tanto importante al punto che gli affiliati non sono in grado spesso di distinguere le posizioni dei due ed enunciano una sorta di comunanza indistinta di ruoli, sia in virtù del rapporto di fratellanza che lega i due, sia a causa della consapevolezza che la volontà dell’uno non possa non coincidere con quella dell’altro: “erano come la stessa persona” ha precisato sintomaticamente il collaborante Brusca Giovanni.

Comunanza indistinta di ruoli, quindi: tutto promana indifferentemente dai Graviano, sicuramente individuati nei fratelli Giuseppe e Filippo, odierni imputati, indiscussi dominatori del quartiere.

La volontà indistinta degli stessi diviene il cardine di ogni manifestazione esteriore degli intenti criminosi da realizzare.

Anche Graviano Filippo, quindi, all’epoca dei fatti che ci occupano, era incontrastato capo “ex equo” di quello scacchiere mafioso; e, insieme al fratello Giuseppe, che si interessava prevalentemente del settore operativo, egli si occupava della gestione familiare dei crimini, in posizione del tutto paritaria, anche se, come detto, con mansioni più strettamente, ma non esclusivamente, inerenti all’aspetto finanziario..

Stante il loro provato inserimento, con posizioni di preminenza, nell’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, tra i due fratelli vi era anche un acclarato consueto accordo decisionale non solo per la gestione degli affari illeciti della famiglia ma anche per la realizzazione di tutte le azioni criminosa in genere. Unicità di intenti criminosi da realizzare, quindi.

E’ da escludere, pertanto, che il ruolo di questo fratello fosse del tutto marginale, come pure sostenuto dalla Difesa nei motivi dedotti a sostegno del proposto appello.

Al contrario, come ha precisato il collaborante Drago Giovanni, profondo conoscitore del contesto ambientale e delle vicende criminali di quella famiglia, Graviano Filippo era “la mente” di quell’aggregato mafioso locale e Giuseppe “suo pari”.

Pertanto, se di prevalenza di Giuseppe si vuol parlare, come fa la Difesa, questa forse era limitata esclusivamente nell’ambito della “famiglia anagrafica”, ma giammai in seno alla “famiglia mafiosa”.

Graviano Filippo, infatti, come il fratello Giuseppe, era incontrastato capo “ex equo” di quell’assetto criminale; e, insieme al fratello, si occupava anch’egli della gestione familiare dei crimini, in posizione del tutto paritaria.

E’ da escludere, quindi, come già detto, che il ruolo di questo fratello fosse secondario e quasi notarile, come vorrebbero far credere i suoi difensori.

L’idea di una marginalità del ruolo del Graviano Filippo in seno all’organizzazione criminale, a parere della Corte, sulla scorta di quelle che sono gli elementi probatori versati in atti, è insolubilmente errata e, quindi da disattendere. Risulta provato, infatti, che il suo ruolo era del pari direttivo come quello di Giuseppe, svolgendo anch’egli, in seno a quell’assetto criminale, mansioni di capo oltre che di organizzazione e di direzione della “societas sceleris”.

Prova evidente ne è il fatto che tutti i collaboratori di giustizia e tutti gli inquirenti parlano, senza distinzione alcuna, dei Graviano o genericamente dei “picciotti”, come di coloro che erano a capo della famiglia mafiosa di Brancaccio e di una loro volontà indistinta negli intenti criminosi da realizzare.

Tutto promana, indifferentemente ed indistintamente dai “picciotti”, tanto che anche il Mangano sovente usa espressioni quali: “i picciotti hanno mandato a dire…..”, “i picciotti dicono…..”.

Espressioni che confermano la loro indiscussa posizione di preminenza in seno alla famiglia e che sono in grado di farci individuare le loro comuni responsabilità in ordine ai singoli fatti delittuosi perpetrato nell’interesse e per le esigenze di quell’aggregato mafioso e, per quanto qui ci occupa, in ordine all’omicidio del povero padre Puglisi.

Ed invero, in quanto collocati al vertice del sodalizio criminoso del quartiere di Brancaccio, in posizione del tutto paritaria, essi soltanto, e non altri, avevano il potere supremo di impartire l’ordine di uccidere un esponente locale del clero cattolico, secondo le precise ed inderogabili regole del sistema mafioso o antistato.


Don Pino sfida la mafia. Dalle emergenze processuali, siano esse costituite da propalazioni dei singoli collaboratori - primo fra tutti Grigoli Salvatore, autoaccusatosi di avere personalmente ucciso il povero sacerdote - che da attività di investigazione tradizionale, è dato affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che l’omicidio di padre Giuseppe Puglisi rispondeva ad una concreta esigenza, dal punto di vista criminale, della famiglia mafiosa di Brancaccio, disturbata dall’opera incessante di lotta verbale e attivamente fattiva del coraggioso prete, volta ad affrancare il quartiere dallo stato di soggezione e di degrado in cui versava.

L’uccisione del parroco di Brancaccio rispondeva alla necessità di sopravvivenza della stabilità criminale di quell’aggregato mafioso locale, all’esigenza di consolidamento del sistema di potere criminale e di terrore nel quartiere, messa in forse dall’azione del prete: il controllo del territorio e la sovranità criminale sullo stesso, invero, come già detto, costituiscono il motivo ed il movente dell’efferato atto delittuoso punitivo.

Come hanno ben osservato i primi giudici nella parte motiva dell’impugnata sentenza, e come già detto, l’opera di Don Pino aveva finito per rappresentare una spina nel fianco del gruppo criminale emergente che dominava il territorio, perché costituiva un elemento di sovversione nel contesto dell’ordine mafioso, conservatore, opprimente e reazionario che era stato imposto nella zona, contro cui il prete mostrava di essere uno dei più tenaci ed indomiti oppositori. L’interesse alla eliminazione del buon prete, quindi, coinvolgeva tutta la «famiglia», rispondendo alla necessità funzionale della stessa.

Ed invero, «ciò che doveva essere bloccato era il progetto che il parroco stava attuando di liberare le forze sane della società civile, favorendo un processo di avanzamento del fronte della legalità: detto fronte doveva essere spezzato, colpendo al cuore questo movimento, e l’attacco doveva essere condotto proprio nel cuore del quartiere di Brancaccio», onde ripristinare la forza del potere mafioso su quel territorio.

E la famiglia mafiosa di quel famigerato quartiere di periferia, all’epoca dei fatti, per cui è processo, era capeggiata saldamento dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, entrambi latitanti, con braccio operativo Mangano Antonino che dirigeva sul campo l’attività del sodalizio.

E’ stato acclarato, infatti, dalle tante prove accumulate nel corso di un’incessante istruzione dibattimentale, che la posizione preminente in seno a quel sodalizio criminoso, da liberi ma pur durante la latitanza e successivamente anche dal carcere, era di entrambi i predetti due fratelli, quali incontrastati capi «ex-equo», indipendentemente dall’attribuzione di qualunque carica formale: a Brancaccio, invero, in epoca coeva all’uccisione di don Pino Puglisi, «non si muoveva foglia senza il consenso dei fratelli Graviano.»

Su quel territorio, quindi, dilagava indiscusso e inviolato, il potere di entrambi i fratelli Graviano, indicati unanimemente come i massimi esponenti del mandamento, controllori incontrastati del territorio e di parte dell’apparato militare della mafia, i quali agivano sempre insieme e di concerto tra di loro, anche se formalmente il capo mandamento veniva indicato nella persona di Giuseppe.

Sull’omicidio di padre Puglisi la fonte di conoscenza primaria è quasi esclusivamente Grigoli Salvatore, il quale si è autoaccusato di avere personalmente ucciso il sacerdote ed ha indicato gli altri partecipanti alla esecuzione materiale del crimine (Mangano Antonino, Spatuzza Gaspare, Giacalone Luigi e Lo Nigro Cosimo) nonché la causale ed i mandanti, gli odierni imputati Giuseppe e Filippo Graviano.

Gli altri collaboratori, non avendo preso parte al delitto, non hanno potuto riferire altro che quello che nell’ambiente era trapelato in ordine al fatto delittuoso.

Causale ed autori materiali del crimine erano venuti fuori, tuttavia, prima della cattura e della collaborazione di colui che premette il grilletto della pistola silenziosa e pose fine alla vita di un uomo giusto, attraverso notizie più o meno dirette fornite dagli altri collaboranti.

Era conseguenziale, quindi, secondo i criteri ben precisi che regolano il fenomeno omicidiario in «Cosa Nostra», risalire ai mandanti, nelle persone dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, genericamente indicati come «i picciotti», in quanto indiscussi dominatori del quartiere.

L’esistenza, la struttura verticistica, l’organizzazione su base territoriale (per famiglie, mandamento, e quant’altro), le principali caratteristiche dell’attività dell’organizzazione criminale denominata «Cosa Nostra» e le modalità di partecipazione alla stessa, da parte dell’uomo d’onore ritualmente «combinato» o di chi abbia posto in essere condotte parimenti indicative di uno stabile vincolo associativo, sono state inconfutabilmente accertate e analiticamente approfondite in diversi processi ormai definiti e principalmente nell’ambito del processo storico così detto «maxi uno».

In questa sede, pertanto, non occorre soffermarsi più di tanto su detti argomenti, essendo sufficiente rimandare a quanto è stato affermato nella sentenza resa dalla Suprema Corte all’esito del procedimento penale sopra menzionato, ritualmente acquisita agli atti del processo (Sentenza numero 80 Registro Generale 1992).

Piuttosto, per quel che qui maggiormente interessa, va rilevato che, come pure è stato ormai acclarato, il fenomeno omicidiario in «Cosa Nostra» ha delle regole ben determinate, dei moventi ben precisi, e che la stessa struttura dell’organizzazione criminale, articolata per territorio, influenza la scelta delle vittime.

Al riguardo, il collaborante Drago Giovanni ha ribadito, nel corso del suo esame, che proprio per la struttura dell’organizzazione mafiosa «cosa nostra», per il modo in cui la stessa è articolata, questo omicidio, l’omicidio di un sacerdote, l’omicidio di così grande levatura, non può che essere avvenuto con l’assenso di coloro che erano i capi storici della famiglia di Brancaccio, cioè a dire dei fratelli Graviano Giuseppe e Graviano Filippo.

Anche Brusca Giovanni, il noto collaborante già famigerato capo della famiglia di San Giuseppe Jato, rispondendo ad una precisa domanda del Pubblico Ministero che gli chiedeva se avesse appreso chi erano stati i mandanti dell’uccisione di padre Puglisi, ha affermato testualmente:

«......Guardi, come mandanti per me il punto di riferimento è Giuseppe Graviano, come capo mandamento di Brancaccio, all’epoca dell’omicidio” del sacerdote.

“Poi lo affiancava, perché si può dire che decidevano quasi tutto assieme, Filippo...”. “Tra i due fratelli non c’era nessun tipo di problema...Filippo come se fosse la stessa persona di Giuseppe ...cioè, come si suol dire, erano la stessa persona”.

Questa asserzione sui due Graviano come mandanti dell’uccisione del povero prete dei diseredati si basa non solo su quelle che sono le regole ben precise di «cosa nostra» in ordine agli omicidi, ma risulta altresì provata, manifestamente e pacificamente, grazie ad una miriade di concordanti ed incontrovertibili emergenze processuali. Prima fra tutte le dichiarazioni accusatorie di Grigoli Salvatore, il solo che è in grado di fornirci elementi di conoscenza diretta su chi effettivamente diede l’ordine di uccidere il religioso.

E detto collaborante, nel corso del suo primo esame dibattimentale, avvenuto all’udienza del 28 ottobre 1997 tenuta dalla Corte di Assise, a precisa domanda, ha chiarito che Nino Mangano gli disse che «i picciotti» gli «avevano parlato» che si doveva fare questo tipo di delitto, facendo, quindi, esplicito riferimento ai «picciotti», quali mandanti dell’uccisione del prete.

E il termine generico «i picciotti» sicuramente ed incontestabilmente si riferisce ai fratelli Graviano Giuseppe e Filippo, odierni imputati.

Inoltre, poiché, come ha precisato lo stesso Grigoli, i due fratelli « le decisioni sicuramente le prendevano insieme», nessun ragionevole dubbio può sussistere in ordine alla effettiva e cosciente compartecipazione di entrambi al terribile mandato assassino.

Il riferimento generico ai «picciotti», sicuramente individuati nei due fratelli Giuseppe e Filippo, costantemente e unanimemente fatto dai vari collaboranti nelle loro convergenti propalazioni, è più che sufficiente ad assumere la connotazione di elemento individualizzante dei due congiunti.

Al riguardo, il Grigoli ha precisato: «Vorrei sottolineare che si intendevano ...i fratelli Graviano i picciotti». «Quando si parlava di picciotti non è che si parlava di altre persone, si parlava dei fratelli Graviano, o i picciotti o madre natura». «...In genere Nino Mangano, dipende cosa mandavano a dire, diceva: i picciotti vogliono che facciamo questa tale cosa. I picciotti vogliono che si fa questo omicidio, e, alcune volte, ci spiegava anche il perché». «Erano tutti e due, in sostanza, a reggerlo anche se si parlava di Giuseppe come capo mandamento. Però c’era riferimento ai picciotti». E’ certo, quindi, che i «picciotti» si identificavano indiscutibilmente nei due fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, i quali stavano costantemente insieme e d’accordo reggevano le fila del mandamento di Brancaccio anche nel periodo in cui erano latitanti.

Le volontà dei due fratelli nell’ideazione, decisione ed esecuzione dell’omicidio di don Puglisi, quindi, sono state perfettamente convergenti, fino al punto di congiungersi, unificarsi e diventare all’esterno la volontà indistinta dei «picciotti».

Invero, il fatto era di tale gravità da richiedere certamente un preventivo accordo decisionale fra i due congiunti: trattandosi di un omicidio eclatante, la determinazione di uccidere non si poteva esaurire nel singolo ma richiedeva necessariamente l’assenso di entrambi i fratelli.

La scelta di uccidere un rappresentante del clero locale, divenuto ormai un «personaggio», per il suo impegno antimafia, richiedeva necessariamente un coinvolgimento della volontà di entrambi i fratelli, in quanto l’atto omicidiario, tra l’altro, avrebbe suscitato una enorme indignazione popolare ed avrebbe creato un eccessivo scalpore con evidente danno per quella articolazione locale dell’organizzazione criminale a causa dell’aspra reazione delle forze dell’ordine, così come in effetti poi è avvenuto.

Non bisogna dimenticare che la commissione di un omicidio così eclatante in quel particolare momento non fu condiviso da tutti all’interno dell’organizzazione criminale. Lo stesso Bagarella, che non si faceva scrupoli ad uccidere o fare uccidere anche per ragioni molto meno gravi di quelle che costituiscono la causale di questo, ebbe ad avanzare critiche non per l’omicidio in sé, ma per il momento tardivo in cui il crimine era stato commesso, e, cioè, quando padre Puglisi era diventato un «personaggio» e, quindi, la sua uccisione aveva creato enorme scalpore con conseguente danno per l’organizzazione. Del resto, se, come è stato probatoriamente dimostrato, normalmente vi era una gestione familiare dei crimini, se vi era solitamente un accordo fra i due fratelli per la realizzazione delle azioni criminose che in genere venivano poste in essere nell’interesse e per i bisogni, dal punto di vista criminale, della famiglia, non si vede perché debba escludersi che un accordo vi sia stato per l’omicidio del povero prete dei diseredati.

Alla luce delle tante prove accumulate nel processo, è da disattendere, pertanto, anche sul piano logico, l’idea che il Filippo potesse avere rispetto al fratello una diversa opinione sul modo di arginare l’attività nociva del sacerdote, l’attivismo del coraggioso prete che osava insidiare addirittura la stessa sopravvivenza e la stabilità criminale dell’intera dinastia mafiosa di consolidate origini e tradizioni. Ed è errato pensare che l’un fratello non sapesse ciò che l’altro stava ordinando, così come non è esatto ipotizzare un eventuale silenzioso disaccordo del Filippo sulla soppressione dell’esponente del clero siciliano.

Dal principio, assoluto ed inderogabile, vigente nell’organizzazione criminale «Cosa Nostra», secondo cui nessun omicidio può essere commesso nella zona di influenza di una determinata famiglia, specie se trattasi di «omicidio eccellente», senza il consenso del vertice della famiglia stessa; dalle precise e puntuali dichiarazioni accusatorie di Grigoli Salvatore, che indica genericamente come mandanti dell’uccisione di Padre Puglisi «i picciotti», sicuramente individuati in Giuseppe e Filippo Graviano; dall’acclarato inserimento organico, con posizioni paritarie di preminenza, dei due predetti fratelli, nell’organizzazione criminale denominata «Cosa Nostra»; dalla provata gestione familiare dei crimini in generale e dal dimostrato consueto accordo tra gli stessi fratelli nella ideazione e nella realizzazione delle azioni criminose, è gioco forza affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che vi sia stato un accordo decisionale tra i medesimi anche in ordine alla terribile scelta di sopprimere il povero sacerdote: un uomo giusto ma che, nell’ottica perversa del sistema mafioso costituiva un elemento di disturbo e di sovversione da eliminare.

L’assassinio punitivo di don Pino Puglisi, il buon parroco della chiesa di San Gaetano, in quanto momento di ripristino della forza mafiosa nel quartiere di Brancaccio, infatti, costituì la soluzione finale per un problema di coloro che quel territorio controllavano e sul quale dominavano in modo incontrastato.

Del resto, l’ascrivibilità del delitto che ci occupa all’organizzazione criminale «Cosa Nostra», nell’articolazione particolare di quella periferia della città, è stata definitivamente accertata nel processo a carico dei correi degli odierni imputati, Mangano Antonino, Spatuzza Gaspare, Giacalone Luigi e Lo Nigro Cosimo, conclusosi con la condanna degli stessi alla pena a vita.

Non bisogna dimenticare che l’uccisione di don Pino Puglisi - prete coraggioso che si batteva per gli emarginati, che dava accoglienza alle famiglie dei detenuti e sfamava i diseredati e che stava attuando il progetto di liberare le forze sane della società civile dal potere mafioso e di portare avanti un processo di avanzamento del fronte della legalità - rispondeva alle necessità funzionali della famiglia del quartiere ed era finalizzato ad affermare e consolidare l’egemonia mafiosa del gruppo criminale emergente che dominava nel territorio e che vedeva quali capi incontrastati, nei primi anni novanta, proprio Giuseppe e Filippo Graviano, unanimemente considerati come i massimi esponenti del mandamento, con un ruolo paritario, senza che l’uno primeggiasse o fosse più o meno capace dell’altro ad attuare il dominio territoriale nella zona, dove indiscusso ed inviolato dilagava di fatto il loro potere.

E non bisogna neppure dimenticare che l’uccisione di don Pino, come esattamente osservato dai giudici del primo grado di giudizio, si inquadrava in una strategia di livello criminale nazionale, consistente, tra l’altro, anche nell’aggressione sferrata dalla mafia alla Chiesa come Istituzione, strategia che i due Graviano ebbero a condividere pienamente, come risulta dagli accertamenti investigativi all’uopo espletati e dalle conseguenti iniziative giudiziarie.

Ebbene, se i fratelli Graviano di fatto erano i capi incontrastati della famiglia criminale di Brancaccio e se gli stessi condivisero una strategia stragista di respiro nazionale che prevedeva tra gli atti eclatanti anche l’assassinio terroristico del parroco di Brancaccio, non ha ragione di esistere il dubbio, esternato dai primi giudici nell’impugnata sentenza, che Filippo avrebbe potuto non sapere.

Conseguentemente, l’affermazione della Corte di Assise, secondo cui “non può neppure escludersi che il Filippo potesse avere rispetto al fratello una diversa opinione sul modo di arginare l’attività nociva del sacerdote”, alla luce di quelle che sono le precise risultanze processuali, non ha una compiuta e raziocinante ragione di esistere e va del tutto disattesa.

Del pari disattesa va la prospettazione difensiva di “un potere contrapposto” a quello dei Graviano, nel quartiere di Brancaccio, in epoca coeva all’uccisione di don Pino Puglisi; di “frange indipendenti ed autonome, di tresche e clandestinizzazioni (gruppi di fuoco autonomi) determinanti una situazione assolutamente ambigua ed indecifrabile tale da non consentire la imputabilità certa” dei Graviano medesimi.

Come già detto, infatti, la posizione preminente in seno a quel territorio, da liberi ma pur durante la latitanza e successivamente anche dal carcere, era di entrambi i predetti due congiunti, quali incontrastati capi di quell’assetto mafioso.

E, proprio in forza di tale potere i fratelli Graviano hanno assunto l’iniziativa e si sono determinati a togliere la vita al coraggioso sacerdote in assoluta autonomia decisionale ed indipendenza e nel pieno rispetto del dogma della onnipotenza di «Cosa Nostra».

Anche l’altro assunto difensivo, poi, secondo cui l’assassinio di padre Puglisi “ha rappresentato la mossa giusta al momento giusto perché potessero uscire definitivamente di scena” i fratelli Graviano, “secondo un piano a tal punto ben preordinato da terzi”, si basa non già su elementi probatori acquisiti agli atti del processo sibbene su mere congetture e su pure illazioni.

Pertanto, l’ipotesi adombrata dalla Difesa di “una sorta di sovrapposizione di poteri e di tradimenti”, in seno al mandamento di Brancaccio, “in coincidenza temporale con la rilevata assenza dei Graviano da quel territorio”, con conseguente “addirittura isolati exploit da parte di frange indipendentiste che perseguivano interessi e vendette personali”, estranei agli interessi di «Cosa Nostra», non trova fondamento alcuno nelle emergenze processuali, ma anzi è in netto e palese contrasto con le risultanze medesime.

Contrariamente a quanto dedotto dalla Difesa, invero, il parroco della Chiesa di San Gaetano in Brancaccio, i cui sermoni non risparmiavano veementi attacchi ad ogni forma di sopruso e di sopraffazione, rappresentava un elemento di turbamento ed un pericolo per l’ordine mafioso costituito in quel territorio. Da qui un interesse reale alla sua eliminazione da parte di coloro che l’egemonia mafiosa detenevano: si trattava, infatti, di riscattare attraverso l’omicidio una immagine di leaders calpestata.

 


 

La "religiosità" dei Graviano La Difesa ha sostenuto nei motivi di gravame che i fratelli Graviano non avrebbero potuto ordinare un omicidio così eclatante, in quanto per loro sarebbe stato del tutto controproducente, avendo gli stessi tutto l’interesse al mantenimento dello “status quo”.
Si assume, al riguardo, che l’uccisione di “un sacerdote che godeva di una certa considerazione” non poteva considerarsi una “eliminazione di routine” ma doveva “ritenersi un omicidio eccellente”, con la conseguente previsione che avrebbe concentrato su quel territorio l’attenzione delle forze investigative: “eliminare padre Puglisi significava soltanto sovraesporre il territorio, quel territorio ed in particolare chi lo reggeva”.
Non a caso, aggiunge sempre la Difesa, la cattura dei fratelli Graviano “prende le mosse proprio dalla concentrazione di forze in quel territorio e dalla attenzione che viene loro rivolta come possibili mandanti”.
Detto argomento difensivo, a parere della Corte, si appalesa del tutto incongruo e comunque tale da non scalfire neppure minimamente quello che è il pregnante quadro accusatorio nei confronti degli odierni appellanti.
Ed invero, anche le terribili stragi del 1992, in cui tragicamente hanno perso la vita i giudici Falcone e Borsellino e le persone a loro vicine o che con loro si trovavano, era prevedibile che avrebbero provocato gravi reazioni sul piano investigativo e giudiziario contro l’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, così come in effetti è avvenuto, e nonostante ciò gli autori efferati delle stesse non hanno desistito per nulla dal loro vile proposito criminoso.
Non bisogna dimenticare, poi, che il grave episodio criminoso che ci occupa non può essere esaminato prescindendo dal considerare il contesto mafioso in cui è maturato ed è stato portato a compimento e l’ondata di violenza scatenata dall’organizzazione criminale “Cosa Nostra” a livello nazionale in cui è inserito.
Nell’anno 1992, infatti, si era assistito ad una intensa stagione di delitti, culminata con le ricordate stragi Falcone e Borsellino, nonché con altri omicidi eccellenti, quali quelli dell’onorevole Salvo Lima e del finanziere Ignazio Salvo.
E l’ondata di violenza non era destinata certo ad esaurirsi con detti delitti, poiché era stata scatenata, al contempo, una campagna terroristica da parte dei vertici di alcuni gruppi criminali mafiosi sfociata nei noti attentati del 1993 presso le città di Firenze, Roma e Milano, nella prospettiva di realizzare un clima di destabilizzazione mediante stragi e atti di terrorismo, finalizzati ad instaurare nuove relazioni esterne con settori del mondo politico, al fine di ristabilire la forza e l’impunità dell’organizzazione mafiosa.
Sempre nell’anno 1993 veniva sferrato un vile attacco ai pentiti con il gesto terribile ed eclatante del rapimento del giovane figlio del collaborante Di Matteo Mario Santo, successivamente barbaramente strangolato e disciolto nell’acido, mentre l’aggressione alla Chiesa, come Istituzione, veniva espressa con l’uccisione di Don Pino Puglisi, prete coraggioso che si batteva per gli emarginati fra i quali la mafia arruola le sue reclute, un prete il cui impegno non si era limitato alla testimonianza della fede ma si era esteso all’attuazione di progetti rivolti ad aiutare i ceti più umili, nel tentativo di avviare nel tessuto sociale sfiduciato del quartiere di Brancaccio un processo reale di rigenerazione collettiva e di riscatto dal clima di intimidazione e di violenza mafiosa.
Ebbene, la verifica giudiziale delle prove raccolte ed acquisite agli atti del processo, utilizzate per la ricostruzione della efferata vicenda omicidiaria in esame e per l’affermazione della responsabilità degli scellerati autori della stessa, consente di affermare, con certezza, che i fratelli Graviano ebbero a condividere in pieno la così detta “strategia stragista continentale” voluta da Totò Riina e da loro espressa attraverso la distruzione di edifici sacri, di monumenti e di bellezze artistiche e culminata con l’uccisione dell’esponente di punta del clero siciliano.

La Difesa, nei motivi a sostegno del proposto appello, ha dedotto, tra l’altro, che i giudici di prime cure avevano del tutto ignorato un dato comportamentale dei fratelli Graviano, di particolare pregnanza, e cioè che gli stessi, come già riferito da un cameriere del ristorante “Il Cacciatore” di Milano al Capitano dei Carabinieri Brancadoro, “facevano il segno della croce mettendosi a tavola”.
Dunque, secondo la difesa, “un significativo genuino profilo di religiosità”, questo, “oggetto di ripetuta attenzione in circostanze sicuramente non sospette”.
“Significativo”, dal momento che si tratterebbe di “manifestazioni di cristianità assolutamente estranee alla esperienza della maggior parte dei praticanti, a maggior ragione ove si consideri che tali manifestazioni di fede sarebbero intervenute in locali pubblici, in presenza di ben altre attenzioni, sollecitazioni e, perché no, di quei ricorrenti condizionamenti che fanno capo al così detto rispetto umano”.
“Una così manifesta, spontanea sensibilità”, sempre secondo quanto sostenuto dalla Difesa, “non appare in alcun modo conciliabile con la truce aggressione di un messaggero di Cristo”.
Ebbene, a parere della Corte, l’asserito profilo di religiosità, pubblicamente esternato dai fratelli Graviano ed oggetto di attenzione da parte di taluni soggetti, non può considerarsi una spontanea e genuina manifestazione di cristianità.
Ed invero, anche a prescindere dal fondato sospetto che un tale comportamento possa essere stato preordinato per “future significazioni defensionali”, e, quindi, essere falso e strumentale, è inverosimile immaginare che lo stesso, in quanto posto in essere da due soggetti mafiosi come i fratelli Graviano, appartenenti ad una temibile famigerata organizzazione criminale, già condannati per innumerevoli gravissimi delitti di mafia, sia manifestazione spontanea e sincera di fede cristiana.
E’ difficile credere che due persone che hanno ammazzato o comandato di ammazzare per conquistare potere e denaro siano talmente presi dal rispetto umano e così carichi di senso cristiano da rivolgersi anche in pubblico e sinceramente a Dio come fonte di verità per ringraziarlo e lasciarsi guidare da Lui.
Il vero si è che bisogna riconoscere che qualcosa di ambiguo c’è in questa presunta religiosità dei mafiosi.
E l’ambiguità diventa contraddizione ove si esaminano attentamente alcune manifestazioni religiose dei mafiosi stessi.
Bisogna ammettere, allora, che l’Essere Supremo in cui i veri cristiani credono non sia lo stesso di quello in cui crede un mafioso: se le parole e certi atteggiamenti esteriori sono simili, infatti, diversi sono i contenuti della fede e le scelte esistenziali.
Si è molto discusso ultimamente sulla così detta religiosità dei mafiosi, specie a seguito della cattura di noti esponenti di spicco dell’organizzazione criminale “Cosa Nostra”.
Che molti di questi ultimi abbiano una religiosità è indubbio, perché una religiosità mafiosa si coglie da tanti segnali: bisogna chiedersi, però, che tipo di religiosità sia e che tipo di rapporto abbia con quella cristiana.
Or bene, quella dei mafiosi non è e non può essere una religiosità cristiana, sibbene una religiosità senza Dio.
E’ una religiosità senza Vangelo, perché il Vangelo di Gesù è quello delle beatificazioni, è il Vangelo che proclama beati i poveri, i non violenti, i costruttori di pace, i perseguitati, coloro che cercano la giustizia e sono capaci di misericordia coloro che sono pronti a sacrificarsi per difendere la dignità degli uomini, come il buon povero Padre Puglisi, il cui martirio è il prezzo della fedeltà a Cristo in ogni tempo.
Secondo il Vangelo non si uccide, tanto meno un “messaggero” di Cristo: Gesù ha fatto del bene a tutti ed è morto ammazzato sulla croce come supremo atto di amore verso l’umanità intera.
Che cosa c’è, allora, della fede cristiana in questa asserita religiosità dei mafiosi? Nulla!
Se guardiamo alle innumerevoli e sanguinarie azioni delittuose dei mafiosi, infatti, nella loro religiosità di cristianesimo non c’è proprio nulla.
Un vero cristiano, quando sbaglia sa di commettere peccato e chiede perdono a Dio.
Non pare che in questa religiosità mafiosa ci sia il senso del peccato e quindi il bisogno di conversione.
Solo in rarissimi casi di vero pentitismo, è riemerso nell’ex mafioso un senso più autentico di religiosità, forse legato al ritorno della religiosità di quando era fanciullo, ed è affiorata l’anima cristiana unitamente ai valori etici del giusto e dell’onesto.
In realtà, i simboli e certi atteggiamenti esteriori dei mafiosi sono mutuati dalla religione cristiana: vi è, tuttavia, un profondo abisso tra l’invocazione religiosa che fanno questi soggetti, consolatoria ed autogiustificante, e la coerenza evangelica della loro esistenza e del loro quotidiano agire.
Il comportamento individuale e sociale dei mafiosi non ha nulla a che fare con la morale evangelica, perché non è conseguenza di un rapporto con Dio, e, quindi, genuino profilo di cristianità siamo, invece, come è stato acutamente osservato, all’interno di una “visione magica” che tende ad usare la religione per la realizzazione dei propri progetti illeciti, piuttosto che per mettersi alla sequela di Gesù Cristo, che tutto vede e tutto ascolta, e lasciarsi guidare da Lui.

Si tratta, quindi, di una religiosità alquanto ambigua, certamente distorta, comunque vuota di contenuti; di una “religiosità senza Dio”, di un “ateismo religioso”, come pure è stato detto. Come tale, del tutto estraneo al vero cristianesimo e, conseguentemente, ben compatibile “con la truce aggressione in danno di un messaggero di Cristo”.
In quest’ottica, l’assunto difensivo appare del tutto privo di pregio: non rimane che la speranza e l’augurio che questi soggetti abbandonino le opere peccaminose e nefaste dell’organizzazione criminale, che tanti lutti e tanto terrore hanno seminato e che hanno distrutto le loro stesse famiglie oltre che notevolmente turbato la serena convivenza civile e sociale nella nostra terra di Sicilia.
Che si ricordino di Padre Pino Puglisi, non solo per la sua morte crudele per mano della mafia ma soprattutto per la profondità e la ricchezza del cammino interiore di fede che a quella morte lo ha condotto.
Che guardino a questo martire per la giustizia, per la carità, per la fedeltà al suo ministero, come vero modello di cristiano, per lasciarsi contestare e contagiare dalla sua vita e dalla sua morte e per riporre fedeltà al Vangelo e ai Poveri senza compromessi ed ambiguità.

 

Don Pino che andava incontro alla morte. Gli elementi probatori acquisiti nel corso di una lunga ed accurata istruzione dibattimentale, siano essi costituiti da attività di investigazione tradizionale che da convergenti, molteplici e significative propalazioni dei singoli collaboratori, consentono di confermare il giudizio relativo alla penale responsabilità dei tre imputati in ordine al reato associativo nelle forme e con le aggravanti di cui alla impugnata sentenza.

Non vi è dubbio alcuno, infatti, che, come già detto, entrambi i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, pur durante la latitanza e successivamente anche dal carcere, fossero, tradizionalmente e stabilmente inseriti nell’organizzazione criminale «Cosa Nostra», ed in particolare in quella articolazione locale operante nel famigerato quartiere di Brancaccio, con posizione preminente di organizzazione e di direzione di quell’assetto mafioso.

Dalle dichiarazioni convergenti dei collaboratori di giustizia, che hanno trovato pieno riscontro negli accertamenti investigativi, poi, risulta acclarata l’esistenza, in seno a detta organizzazione mafiosa, di una formazione militare costituita da un gruppo di uomini ferocissimi, con a disposizione armi potentissime, pronti a commettere qualsiasi tipo di crimine, e con una sede come base operativa per torture, scomparse ed assassini, la così detta «camera della morte».

Ebbene, i fratelli Graviano, in quanto dominatori incontrastati del quartiere, si avvalevano della forza di intimidazione insita nel vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere i più svariati reati connotati dal comune denominatore di procacciare entrate finanziarie e mantenere saldo il predominio nel quartiere; per acquisire, in modo diretto o indiretto, la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici in genere; per realizzare profitti ingiusti; per impedire od ostacolare il libero esercizio del diritto di voto e per procurare voti a determinate persone in occasione di consultazioni elettorali.

Le molteplici attività delinquenziali svolte anche con uso delle armi nell’interesse del sodalizio dai membri e dagli affiliati, pur sotto la direzione ed il controllo dei sopra menzionati due congiunti, ampiamente e con dovizia di particolari descritte dai collaboratori di giustizia, danno contezza dei metodi propri di «Cosa Nostra», secondo la descrizione del reato associativo di stampo mafioso operata dall’articolo 416 bis del Codice Penale, usati dalla famiglia mafiosa di Brancaccio, disturbata dall’opera incessante di lotta verbale e attivamente fattiva di padre Puglisi, volta ad affrancare quel quartiere dallo stato di soggezione e di degrado.

In altra parte della presente sentenza è stata ricostruita la figura specifica dei due congiunti, specie con riguardo al loro paritario ruolo direttivo ed organizzativo all’interno della compagine mafiosa in cui sono stati inseriti, a prescindere dall’attribuzione di qualsiasi qualifica o carica formale di capo-mandamento o capo-famiglia.

Entrambi i fratelli, infatti, sono stati univocamente indicati, quali dominatori incontrastati dell’aggregato criminale di Brancaccio, non soltanto da parte di tutti i collaboranti ascoltati ma anche da parte degli investigatori che hanno condotto in quello scacchiere mafioso accurate ed approfondite indagini all’indomani dell’uccisione di don Pino Puglisi.

Giuseppe Graviano, libero e non ancora latitante, capeggiava il «gruppo di fuoco», composto da ferocissimi killer e creato per la commissione dei più svariati reati finalizzati a procacciare entrate finanziarie e mantenere saldo il predominio nel quartiere.

Filippo Graviano aveva anch’egli un ruolo preminente nel sodalizio mafioso, pur svolgendo prevalentemente, ma non esclusivamente, mansioni più strettamente inerenti alla gestione finanziaria delle varie attività delinquenziali della famiglia.

Il suo ruolo dirigenziale è tanto importante al punto che gli affiliati non sono in grado di distinguere la posizione dell’uno e dell’altro ed enunciano una sorta di comunanza indistinta di ruoli, sia in virtù del rapporto di fratellanza che lega i due, sia soprattutto a causa della consapevolezza che la volontà dell’uno possa non coincidere con quella dell’altro.

Per cui, è la volontà indistinta dei «picciotti» che ogni volta viene manifestata esteriormente per la realizzazione degli intenti criminosi dei due fratelli.

Da tutti gli elementi di prova versati in atti, poi, risulta, in maniera incontrovertibile, che i due congiunti più volte sopra menzionati, pur durante la loro detenzione e pur sottoposti al regime carcerario di cui all’articolo 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario, non hanno per nulla reciso i collegamenti con l’organizzazione criminale «Cosa Nostra», e, in particolare, con quella articolazione locale operante nel quartiere di Brancaccio da loro reso famigerato.

Anche dopo la loro cattura, infatti, i due fratelli continuavano a trasmettere ordini dal carcere e ad impartire precise disposizioni relative alla gestione familiare delle azioni criminose, che venivano puntualmente eseguiti dal loro «alter ego» e luogotenente sul campo Mangano Antonino.

Ed invero, come già detto in altra parte della sentenza, a seguito della cattura di Bagarella Leoluca, è stata rinvenuta nell’abitazione del Mangano una copiosa corrispondenza epistolare tra quest’ultimo e Graviano Giuseppe, nella quale si parla, tra l’altro, di attività illecite compiute nell’interesse e per le esigenze dell’organizzazione criminale del mandamento di Brancaccio, con espliciti riferimenti anche a nomi e pseudomini di soggetti inseriti o vicini alla organizzazione medesima.

Alla stregua delle considerazioni sopra esposte, adunque, l’assunto difensivo, sostenuto nei motivi dedotti a sostegno del proposto gravame, secondo cui Graviano Filippo, relativamente al reato associativo, dovrebbe essere «mandato esente da responsabilità», quanto meno in ordine alle circostanze aggravanti contestatigli al riguardo, va disatteso perché del tutto privo di fondamento logico giuridico.

L’appello concernente il delitto di associazione per delinquere di stampo mafioso, pertanto, va disatteso e l’impugnata sentenza confermata sul punto.

Del pari confermata va la sentenza emessa dalla Corte di Assise di primo grado in ordine alla ritenuta responsabilità di Graviano Giuseppe per il delitto di violenza privata aggravata, mentre nei confronti di Filippo Graviano va affermata la pena responsabilità anche relativamente a detto delitto.

Ed invero, tra le molteplici gravissime attività delinquenziali poste in essere dagli affiliati alla cosca mafiosa capeggiata incontrastatamente dai due congiunti sopra menzionati, sempre sotto la direzione ed il controllo degli stessi, bisogna pur annoverare le violenze e le minacce, esercitate anche attraverso l’uso di attentati incendiari, per costringere i componenti del Comitato Intercondominiale di Via Azolino Hazon, nelle persone di Martinez Giuseppe, Guida Giuseppe e Romano Mario, a desistere dalla loro attività di impegno politico e sociale, portata avanti instancabilmente con l’aiuto, non soltanto spirituale ma anche economico, del povero parroco della chiesa di San Gaetano.

Anche tali attentati, infatti, secondo quanto riferito soprattutto dal Grigoli, rientravano nella strategia volta a scoraggiare padre Puglisi ed i suoi più stretti collaboratori dall’intraprendere iniziative ritenute pregiudizievoli per la famiglia di Brancaccio secondo la perversa logica mafiosa.

Per quanto concerne il delitto di omicidio in danno del povero padre Puglisi ed il connesso reato in armi, l’impugnata sentenza va parzialmente riformata nella parte concernente l’assoluzione da detti reati dell’imputato Graviano Filippo, ferma restando la penale responsabilità al riguardo affermata dai giudici del primo grado di giudizio sia nei confronti del Graviano Giuseppe che nei riguardi di Grigoli Salvatore.

Ed invero, come già ampiamente detto prima, da una attenta ed accurata disamina di tutte le emergenze processuali, siano esse costituite da propalazioni dei singoli collaboratori - primo fra tutti Grigoli Salvatore, autoaccusatosi di avere personalmente ucciso il sacerdote - che da attività di investigazione tradizionale, è dato affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che l’omicidio di padre Giuseppe Puglisi rispondeva ad una concreta esigenza, dal punto di vista criminale, della famiglia mafiosa di Brancaccio, capeggiata, all’epoca dei fatti, dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, entrambi latitanti, indiscussi dominatori del quartiere, i quali hanno ideato e deciso insieme il crimine, trasmettendo il relativo «comando di uccidere» a Mangano Antonino, loro stretto collaboratore e luogotenente, che dirigeva sul campo l’attività operativa del sodalizio.

Non vi è dubbio alcuno, infatti, che, come già pure detto, la posizione preminente in seno al sodalizio criminoso operante nel quartiere di Brancaccio, pur durante la latitanza e successivamente anche dal carcere , era di entrambi i fratelli, Giuseppe e Filippo Graviano, i quali di fatto svolgevano insieme, in posizione paritaria ed in maniera incontrastata, funzioni di organizzazione e di direzione di quell’assetto mafioso.

Pertanto, l’interesse alla eliminazione di quel prete tanto scomodo quanto coraggioso e battagliero coinvolgeva tutti e due i fratelli e non soltanto Giuseppe, come inopinatamente ritenuto dai primi giudici, stante la evidente utilità per entrambi a far tacere un esponente del clero siciliano, impegnato da anni nel sociale, pronto a combattere ogni forma di sopruso e di prevaricazione, e, conseguentemente, l’utilità al consolidamento del sistema di potere criminale e di terrore in un quartiere degradato ed emarginato, fortemente intessuto di complicità, silenzi ed omertà.

Ed invero, padre Giuseppe Puglisi era considerato un esponente di punta del clero locale, in quanto aveva trasformato la sua parrocchia in una prima linea nella lotta al potere mafioso imperante nel quartiere di Brancaccio, educando i giovani e le famiglie ad un quotidiano impegno sul territorio, valorizzando gli spazi di aggregazione e moltiplicando le occasioni d’incontro con la gente della borgata.

Per questo era un uomo pericoloso, perché capovolgeva le regole atavicamente accertate e indiscusse ed insidiava il controllo delle persone e del territorio su cui si basa il potere mafioso.

Per tale ragione i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, incontrastati capi di quell’assetto criminale - ed il loro luogotenente Mangano Antonino, che dopo l’arresto dei due congiunti aveva preso il loro posto - avevano tutto l’interesse, manifestato in più occasioni, di mettere a tacere per sempre una persona giudicata «scomoda», secondo la perversa logica mafiosa, in quanto con il suo attivismo contrastava il perseguimento dei loro sporchi scopi delittuosi per approdare ad una comunità civile la quale si facesse artefice di un processo di liberazione spirituale e sociale.

Alla luce di tali considerazioni è da escludere l’idea che il Filippo potesse avere rispetto al fratello una diversa opinione sul modo di arginare l’attività antimafia del sacerdote. Tanto basta, sicuramente, in ossequio ai principi inderogabili vigenti nell’organizzazione criminale «Cosa Nostra», per affermare, con assoluta certezza, il coinvolgimento, quali mandanti, di tutti e due i mafiosi più volte sopra citati in ordine all’uccisione di Padre Puglisi, come reclamato a viva voce dal Procuratore della Repubblica e dal Procuratore Generale, sul rilievo fondamentale che l’eliminazione del sacerdote rispondeva all’esigenza di sopravvivenza della stabilità criminale della famiglia di Brancaccio, i cui capi, all’epoca, erano, di fatto, appunto Giuseppe e Filippo Graviano, indiscussi dominatori di quello scacchiere mafioso.

Trattandosi di episodio maturato in un contesto mafioso, invero, vige la rigorosa regola comportamentale che nessun omicidio può essere commesso nella zona di influenza di una determinata famiglia senza la decisione o, quanto meno, senza il consenso del vertice della famiglia stessa.

A tale principio, che, si badi bene, nel sistema dell’organizzazione mafiosa ha un valore assoluto ed inderogabile, specie se trattasi di un

«omicidio eccellente», nel caso di specie, si aggiungono le precise ed articolate dichiarazioni del collaborante Grigoli Salvatore - il carnefice di don Pino, colui che ha premuto il grilletto dell’arma che ha ucciso un uomo giusto - le quali indicano, in maniera puntuale, nei «picciotti», sicuramente individuati nei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, le persone dalle quali è partito l’ordine scellerato di uccidere il coraggioso sacerdote, trasmesso all’intermediario che si è incaricato dell’organizzazione e della coordinazione della squadra esecutiva.

E, si è visto come dette propalazioni siano assistite da elevata attendibilità intrinseca ed estrinseca secondo i criteri direttivi di disamina affermati dalla Suprema Corte: sotto il profilo «intrinseco», per la coerenza e la costanza del racconto, sotto il profilo «estrinseco», perché riscontrate da numerosi elementi esterni, quali le modalità del fatto, gli accertamenti di polizia giudiziaria e le dichiarazioni convergenti di molti altri collaboranti.

Le volontà dei due fratelli nella ideazione e decisione dell’efferato crimine, come pure già detto prima, non possono essere state che

«convergenti» sino al punto di unificarsi: ed invero, l’uccisione di un esponente di punta del clero isolano, divenuto ormai un «personaggio» per il suo instancabile, quotidiano ed incisivo impegno antimafia sul territorio, nel tentativo di attuare un processo di rigenerazione del tessuto sociale, per troppo tempo assoggettato alla signoria mafiosa, era un fatto così eclatante e di tale gravità da richiedere un accordo decisionale tra i vertici di quella famiglia mafiosa della periferia della città di Palermo, che, all’epoca, incontestabilmente ed incontrastatamente, si identificavano appunto nei due fratelli Graviano.

La determinazione di uccidere un esponente di punta del clero siciliano, invero, era un fatto così eclatante ed inaudito che non si poteva esaurire nel singolo, ma che richiedeva necessariamente l’assenso di entrambi i fratelli stante la loro incontrastata «leadership».

Don Giuseppe Puglisi sapeva di andare incontro alla morte, ma trovò il coraggio di andare avanti nella sua missione, tra minacce e intimidazioni, ed era disposto anche al sacrificio della vita pur di raggiungere il suo scopo: lo rivelano i suoi discorsi e le sue omelie domenicali, lo ricordano i suoi amici più fidati ed i suoi più stretti collaboratori.

La consapevolezza del suo martirio si coglie nelle parole del suo killer, reo confesso. Grigoli Salvatore, infatti, racconta di essere rimasto colpito, quella sera del 15 settembre 1993, dal sorriso sul volto della sua vittima, che accolse quel proiettile nella nuca con un inequivocabile «me l’aspettavo».

I suoi collaboratori ricordano di averlo avvertito più volte di fare attenzione, di non «pestare troppo i piedi» alla temibile e famigerata cosca mafiosa di quella borgata. Ma lui, spirito indomito e caparbio, rispondeva sempre: «il massimo che possono fare è ammazzarmi. E allora? Io non posso tacere.»

Come se la morte non gli facesse paura, neppure quando gli attentati intimidatori si ripeterono a catena contro di lui e contro i suoi amici e sostenitori: porte di casa bruciate ai volontari, aggressioni per strada e minacce varie.

Don Puglisi stesso si trovò le ruote dell’auto tagliate e un labbro spaccato: ma lui sdrammatizzava sempre e continuava a fare il proprio dovere, mettendo sempre al primo posto evangelizzazione e promozione sociale.

Negli ultimi tempi, però, questo prete che quotidianamente stava con gli ultimi anche «al di fuori dell’ombra del campanile» della sua parrocchia e che chiamava Cristo «Paparino», questo sacerdote che si opponeva sempre ad ogni forma di intimidazione e di sopruso, tant’è che veniva definito dalla stampa «prete antimafia», impediva agli amici e ai suoi collaboratori di andarlo a trovare nelle ore serali e sovente soffermava le sue riflessioni spirituali sul tema della morte, nella consapevolezza, forse, del suo martirio annunciato.

Tanti episodi fanno pensare, infatti, a un don Pino consapevole di andare incontro a morte violenta, dalla battuta al medico che si occupava di autopsie («quando toccherà a me stammi vicino»), alla fretta che gli faceva per battezzare il figlio («non ci rimane più molto tempo»), alla risposta data alle preoccupazioni della suora che lo assisteva «non ho paura di morire, se quel che dico è la verità». E fu ucciso dai mafiosi la sera del 15 settembre 1993. Il riconoscimento del martirio da parte della Chiesa, quindi, non potrebbe essere altro che un suggellare ciò che di fatto già viene riconosciuto.




 

A. BOLZONI S. BORTOLETTO e F.TROTTA  - La Repubblica   Hanno collaborato: Elisa Boni, Francesca Carbotti, Sara Cela, Rosa Cinelli, Ludovica Marcelli, Marta Miotto, Enza Marrazzo, Sofia Matera, Asia Rubbo Supervisione Tecnica a cura di Alessia Pacini.

 

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