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Salvatore Borsellino: «Paolo ucciso per la Trattativa»

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L'ing. SALVATORE BORSELLINO ad Albavilla (CO) 30.9.2019  all'inaugurazione del parco giochi dedicato ai magistrati Falcone e Borsellino

 

SALVATORE BORSELLINO   Fratello minore del magistrato Paolo Borsellino dopo la Strage di via d'Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992, in cui il fratello Paolo fu ucciso dalla mafia assieme ai membri della scorta, si è dedicato attivamente alla sensibilizzazione riguardo al contrasto alla criminalità organizzata, il malgoverno e le collusioni tra politica, poteri occulti e mafia.

 


Speciale TRATTATIVA STATO - MAFIA


Intervista rilasciata a Word News 

 

Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

L’INTERVISTA/Prima parte. Per parlare di un pezzo di storia del nostro Paese abbiamo coinvolto Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Da anni Salvatore conduce la battaglia per la Verità e la Giustizia, condivisa da migliaia di giovani e di cittadini disseminati su tutto il territorio. La loro arma simbolica è l’Agenda Rossa, come quella rubata il giorno della strage in via D’Amelio (19 luglio 1992) dalla borsa del magistrato ucciso dagli apparati deviati dello Stato. «Ritengo che mio fratello sia stato ucciso non perché avrebbe potuto opporsi alla Trattativa, mio fratello è stato ucciso per la Trattiva. È stato uno dei punti della Trattativa l’eliminazione di mio fratello. Perché gli interessi dei pezzi deviati dello Stato e della mafia coincidevano.» Una strage di Stato. Le “menti raffinatissime” hanno accelerato, hanno voluto la morte del giudice Paolo Borsellino. 57 giorni dopo la strage di Capaci. Una «strategia della tensione» per mettere sotto scacco un intero Paese. Per l’ennesima Trattativa tra Cosa nostra e pezzi deviati delle Istituzioni. Non gli è bastata la morte violenta del giudice Giovanni Falcone, l’amico fraterno di Paolo Borsellino. Serviva un’altra dimostrazione di forza. Si doveva eliminare l’ostacolo più grande, più ingombrante. E nemmeno hanno trovato pace. Il piano prevedeva altri obiettivi: come l’Agenda Rossa (prelevata dalla borsa del magistrato in via D’Amelio subito dopo il botto, con i corpi martoriati e ancora caldi). Ma nemmeno davanti a questa vigliaccata si sono fermati. Per la verità, l’escalation criminale inizia subito dopo la mazzata del Maxi Processo (Cassazione, 30 gennaio 1992). I secolari accordi sono frantumati. Gli equilibri politici sono saltati. Grazie a una intuizione geniale di Falcone l’AmmazzaSentenze, che chiamava il collega “faccia da provolone”, finisce in un altro ufficio. E l’impianto accusatorio non crolla. Gli ergastoli fanno impazzire i capimafia sanguinari. Siate maledetti. Per la prima volta lo Stato condanna il vertice di Cosa nostra. Termina, dopo secoli, l’impunità. E la reazione delle bestie (senza offesa per i nobili animali) non si fa attendere. Il 12 marzo dello stesso anno tocca a Salvo Lima, il braccio destro in Sicilia di Giulio Andreotti (prescritto e, quindi, non assolto per mafia). Due mesi dopo, come già abbiamo ricordato, la strage di Capaci. A meno di due mesi dall’Attentatuni arriva via D’Amelio. Il disegno stragista non finisce con la morte di Borsellino. Il 17 settembre dello stesso anno è il turno di Ignazio Salvo, imprenditore, mafioso di Salemi legato a Lima. Il 15 gennaio del 1993, grazie ad un accordo, viene arrestato il Capo dei Capi Totò Riina. Ma qualcuno si “dimentica” di perquisire la sua abitazione. Il verbo, però, non è corretto. Non viene fatta di proposito, scientificamente. Le bombe cominciano ad essere disseminate nel Continente: 14 maggio, l’attentato in via Fauro a Roma (al giornalista Maurizio Costanzo); nella notte tra il 26 e il 27 maggio la strage dei Georgofili, a Firenze, 5 morti (tra cui due bambini) e 48 feriti; 27 lugliostrage di via Palestro a Milano, 5 morti e 12 feriti; 27 luglio le bombe a Roma, due messaggi politici: San Giorgio al Velabro (Napolitano Giorgio è il presidente della Camera) e San Giovanni in Laterano (Spadolini Giovanni è il presidente del Senato). Quella del 27 luglio è la notte nera della Repubblica. Un black-out investe Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio dell’epoca, Ciampi, parlerà di tentativo di colpo di Stato. Viene convocato in via straordinaria il Consiglio Superiore di Difesa. È una vera e proprio guerra, che lo Stato non ha voluto e non vuole vincere. Il capo della Polizia, Parisi, ipotizza la “matrice mafiosa”. Nel gennaio del 1994, due anni dopo la sentenza del Maxi Processo, l’epilogo finale: centinaia di carabinieri, impegnati nel servizio d’ordine, devono saltare in aria. È la mancata strage dell’Olimpico di Roma. L’ordine cambia all’ultimo secondo. L’accordo è stato raggiunto con il sangue degli innocenti. Il 18 gennaio, dello stesso anno, nasce Forza Italia. «La Trattativa continuò - ha affermato nel novembre del 2018 Nino Di Matteo - anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra». Per parlare di questo pezzo di storia del nostro Paese (“Orribilmente sporco”, come diceva Pier Paolo Pasolini, il poeta massacrato nel 1975) abbiamo coinvolto Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Da anni Salvatore conduce la sua battaglia, condivisa da migliaia di giovani e di cittadini disseminati su tutto il territorio. La loro arma è l’Agenda Rossa (simbolica), proiettata al cielo per chiedere Giustizia e Verità. Siamo partiti dal mese scorso. Dalla scelta di far salire sul palco Luana Ilardo, la figlia del confidente del colonnello dei carabinieri Michele RiccioLuigi Ilardo, in occasione del XXVIII anniversario della strage di via D’Amelio (19 luglio 1992) in cui furono uccisi (dalla mafia e dallo Stato) il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti di scorta (polizia di Stato) Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano. «Dopo aver letto il suo percorso, la rivendicazione della verità e della giustizia sull’assassinio di Ilardo ho pensato che gli assassini di suo padre sono gli stessi assassini di mio fratello. E, quindi, ho ritenuto che fosse giusto, in quel giorno, averla sul palco insieme a me. Noi cerchiamo lo stesso tipo di giustizia, per me gli assassini di mio fratello non sono i mafiosi. La mafia era il nemico che mio fratello combatteva e quando in guerra si viene uccisi dal nemico è una cosa quasi normale. Non è normale, invece, che si venga uccisi dal fuoco che ti arriva dalle spalle.  

Gli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato.»

Sono ancora oggi dentro lo Stato?

«Sicuramente sono ancora oggi. Sono sicuramente dentro lo Stato. Ritengo che mio fratello sia stato ucciso non perché avrebbe potuto opporsi alla Trattativa, mio fratello è stato ucciso per la Trattiva. È stato uno dei punti della Trattativa l’eliminazione di mio fratello. Perché gli interessi dei pezzi deviati dello Stato e della mafia coincidevano. Paolo era uno dei due nemici fondamentali della mafia, erano stati condannati a morte dal plenum della mafia e Paolo doveva essere eliminato perché senza di lui la Trattativa non avrebbe potuto andare avanti. Ritengo che sia uno dei punti posti da chi trattava, all’interno della mafia, l’eliminazione di Paolo, per poter accettare di portare avanti questa Trattativa.»

Ancora oggi, con una sentenza di primo grado, grazie al lavoro di magistrati come Ingroia e Di Matteo, c’è qualche negazionista. Come è possibile?

«Non solo ci sono dei negazionisti ma, purtroppo, c’è ancora di peggio. C’è chi, addirittura, afferma, anche persone che si intendono di legge e professori universitari, che la Trattativa, anche se c’è stata, è giusto che ci sia stata. Si può trattare con la mafia. Ma questo significa, per come sono andate le cose, che si può arrivare, per poter portare avanti una Trattativa con la mafia, ad eliminare gli ostacoli di questa Trattativa. Anche se l’ostacolo è un servitore dello Stato. Mio fratello è stato condannato a morte da pezzi deviati dello Stato. E il suo comportamento, negli ultimi giorni della sua vita, ne è un chiaro esempio.

Paolo non solo sapeva che sarebbe stato ucciso ma sapeva chi aveva deciso di ucciderlo, chi non lo avrebbe protetto, ed erano proprio quei pezzi dello Stato che avrebbero dovuto assicurare la sua sicurezza.

Pietro Giammanco non gli comunica neanche che è arrivato a Palermo il tritolo che poteva servire per lui. Paolo, negli ultimi giorni della sua vita, si comporta proprio come un condannato a morte. Saluta i suoi amici come se, appunto, non dovesse vederli più. Lo vedo come una persona che non solo sa che deve essere ucciso, ma è rassegnato ad essere ucciso. La sua fiducia nello Stato è venuta a crollare, perché sa che dall’interno, da pezzi deviati dello Stato, è arrivata la sua condanna a morte. E si comporta in questa maniera.»           Salvatore Borsellino con

Ma cosa è la Trattativa Stato-mafia?

«La Trattativa è quello che hanno deciso alcuni pezzi dello Stato. Piuttosto che contrastare la mafia, hanno trattato con la mafia per fermare le stragi. È una decisione assolutamente insensata. Se pezzi dello Stato trattano con la mafia, da un lato c’è lo Stato di diritto che può concedere, se non benefici di legge, qualche tipo di beneficio alla controparte; dall’altra parte, invece, ci sono dei criminali che per alzare il prezzo della Trattativa non possono fare altro che fare quello che sanno fare, cioè altre stragi e altri assassini. Ed è quello che è successo.

Il potere portare avanti la Trattativa, dopo l’uccisione di Paolo, ha portato alla strage di via dei Georgofili, alla strage di via Palestro, ha portato a quella che sarebbe stata la più grande della storia del nostro Paese, cioè la strage che avrebbe dovuto avvenire allo stadio Olimpico. Questo succede quando si tratta con i criminali, e per questa Trattativa hanno assicurato l’impunità a Provenzano che per anni, non è stato soltanto latitante, è stato protetto da pezzi deviati dello Stato.

E per questa protezione si sono dovuti mettere in atto altri omicidi, come quello di Attilio Manca. Aveva visto, sicuramente, qualcuno che non doveva vedere attorno a Provenzano quando è stato operato a Marsiglia.»

Ufficialmente Attilio Manca si è suicidato.

«Sì, facendo l’iniezione con la mano destra, lui che era mancino. Spaccandosi il nasospaccandosi i testicoli a forza di calci. Una maniera piuttosto strana per suicidarsi.»

In questo massacro c’è la mano della mafia o degli apparati dello Stato?

«Assolutamente non la mano di Cosa nostra, ma la mano degli apparati dello Stato che non potevano ammettere che Provenzano fosse protetto a Marsiglia da quelle persone che Attilio Manca, sicuramente, ha visto attorno a lui. Parliamo di pezzi grossi dei nostri servizi

E ritorniamo al punto di partenza. Ilardo viene ammazzato perché stava consegnando su un piatto d’argento il latitante Provenzano?

«Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

L’INTERVISTA a Salvatore BORSELLINO/Seconda parte. «Sicuramente dal castello Utveggio, se non è stata direttamente comandata l’esplosione, c’è stata la cabina di regia. Il centro del SISDE venne smantellato in fretta e furia dopo la strage. Ogni anno faccio salire i miei ragazzi dell’Agenda Rossa fino al castello Utveggio per far vedere, dalla torretta, come si vede esattamente il portone di via D’Amelio. Da lì, sicuramente, hanno potuto seguire tutti i movimenti e poi, con altre basi nei dintorni come la casa in costruzione dei fratelli Graziano dove c’era un altro punto di osservazione, comandare la strage». Sull'eccidio di via D’Amelio: «La mafia, forse, l’avrebbe ucciso. Ma non così presto. Non era negli interessi neanche della mafia uccidere Paolo, a soli 57 giorni dall’assassinio di Giovanni Falcone. A meno che Paolo non rientrasse nel prezzo, come io ritengo nelle riflessioni che ho fatto, posto dalla mafia per poter portare avanti la Trattativa. E pezzi deviati dello Stato hanno accondisceso a tutto questo. Hanno sacrificato Paolo Borsellino.»

«Gli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato». Le parole di Salvatore Borsellino sono chiare, nette. Non ammettono replica. Lo stesso discorso vale per la morte di Attilio Manca, l’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), massacrato a Viterbo. Un altro “mistero” che si somma ai tanti “misteri” di questo Paese. Da Portella della Ginestra (1° maggio 1947) in poi. Anzi, dall’Unità d’Italia in poi.

Con Salvatore Borsellino abbiamo toccato diversi argomenti. Nella prima parte ci siamo soffermati sulla morte del magistrato Paolo Borsellino (strage di Stato, 19 luglio 1992), senza dimenticare il massacro di Attilio Manca, la schifosa Trattativa Stato-mafia, le stragi, le bombe e la mancata cattura di Bernardo Provenzano.

Iniziamo questa seconda parte con la domanda lasciata in sospeso, legata alla scelta di Salvatore Borsellino di ricordare un’altra vittima di mafia e di Stato, Luigi Ilardo, il confidente del colonnello dei carabinieri Michele Riccio

Ilardo viene ammazzato perché stava consegnando su un piatto d’argento il latitante Provenzano?

«Certo. Provenzano doveva essere protetto e non poteva essere catturato. Penso che la mancata cattura di Provenzano fosse uno dei punti della Trattativa. Provenzano si vende Riina e si assicura l’impunità.

Per proteggere Provenzano viene, appunto, ucciso Attilio Manca, c’è la mancata cattura di Santapaola con quella sceneggiata messa in atto per poterlo avvertire, per farlo scappare. Undici anni di latitanza assicurata a Provenzano che, ovviamente, è in grado di ricattare lo Stato. E, credo, che oggi la cosa continui con Matteo Messina Denaro.

La mancata perquisizione del covo di Riina e, quindi, la possibilità – per chi doveva farlo – di prendere la cassaforte e portarla via con tutti i segreti inconfessabili che doveva contenere

Non sarebbe meglio utilizzare la parola al plurale: Trattative tra mafie e Stato?

«Noi parliamo di Trattativa, ma dobbiamo parlare di Trattative. La Trattativa nel nostro Paese comincia con l’assassinio di Salvatore Giuliano».

Dalla strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947)?

«Sì. Anche quella è una strage di Stato, di Cia, di servizi segreti, di Decima Mas, ect. In nome dell’anticomunismo, purtroppo, in questo Paese si è fatto di tutto. E, appunto, si è instaurata questa collaborazione, questi interessi comuni con la mafia, questa Trattativa vista come un argine verso il comunismo nel nostro Paese. E ha portato a tutto quello che ha portato. A tutte le nefandezze che sono state compiute. Nefandezze, in buona parte, in cui lo Stato si è servito della mafia per compiere i lavori sporchi, per servire gli interessi di chi voleva combattere il comunismo con questi mezzi scellerati.»

È ancora in corso, oggi, una Trattativa Stato-mafia?

«Fino a quando Matteo Messina Denaro sarà a piede libero vuol dire che la Trattativa, sicuramente, è ancora in corso e ancora vigente. Purtroppo ci sono degli apparati che sono invariabili. Ci sono degli apparati di potere che sono a monte dei Governi, al di sopra. Centri di potere che non sono soltanto centri di potere politici, ma sono anche centri di potere industriali per inconfessabili rapporti tra mafia e, appunto, questi ambienti imprenditoriali. È un nodo difficile da spezzare. Dobbiamo ricordarci che una enorme parte del PIL del nostro Paese arriva dall’attività criminale. Questi soldi sporchi rientrano in circolo nell’economia pulita. 

Oggi, con l’avvento della ‘ndrangheta, rispetto alla mafia, che ha ancora una più elevata capacità imprenditoriale, è una cosa che si sta diffondendo e che sta drogando l’economia pulita del Nord.

In un momento di crisi come questo ci sono, al Nord, industriali che non guardano da dove arrivano i soldi che gli vengono offerti. Questo sta drogando l’economia, anche perché sempre maggiori attività vengono acquisite con l’utilizzo di capitali che, sicuramente, non hanno una provenienza pulita.»

Abbiamo parlato di apparati dello Stato. Non si può non ricordare il castello Utveggio di Palermo. E questo ci porta direttamente in via D’Amelio e agli apparati presenti prima e durante la strage di Stato.

«Purtroppo quelle indagini si sono interrotte, quelle indagini che stava portando avanti Gioacchino Genchi. Sono state stoppate e, quindi, non si è andato avanti su quel versante. Però Paolo, sicuramente, sapeva che al castello Utveggio c’era un centro del SISDE. Lo disse negli ultimi giorni della sua vita, anche a sua moglie, aggiungendo di chiudere le finestre della stanza da letto perché dal castello Utveggio potevano spiare.

Sicuramente dal castello Utveggio, se non è stata direttamente comandata l’esplosione, c’è stata la cabina di regia. Il centro del SISDE venne smantellato in fretta e furia dopo la strage.

Ogni anno faccio salire i miei ragazzi dell’Agenda Rossa fino al castello Utveggio per far vedere, dalla torretta, come si vede esattamente il portone di via D’Amelio. Da lì, sicuramente, hanno potuto seguire tutti i movimenti e poi, con altre basi nei dintorni, come la casa in costruzione dei fratelli Graziano dove c’era un altro punto di osservazione, comandare la strage.»

Ed ecco arrivati alla famosa Agenda Rossa di Paolo Borsellino. Sparita subito dopo la strage.

«Per me è uno snodo fondamentale l’Agenda Rossa. Chi ha ucciso Paolo è chi ha prelevato l’Agenda Rossa. Sicuramente».

È stata una mano mafiosa?

«No, assolutamente no. Che cosa poteva interessare ai mafiosi l’Agenda Rossa di Paolo. C’erano riportate delle cose che, sicuramente, non interessavano alla mafia. Ci poteva essere il fatto che Paolo dice ad Agnese (la signora Borsellino, consorte del magistrato, nda) che Subranni era punciutu

E cosa vuol dire punciutu?

«Punciutu non vuol dire colluso con la mafia, ma vuol dire affiliato alla mafia. E cosa poteva significare per Paolo, nei giorni precedenti al suo assassinio, sapere che Subranni, il capo del Ros, è affiliato, addirittura, alla mafia. Deve essere crollato un mondo a Paolo, che aveva una fiducia enorme nello Stato. Io che sono di natura anarchica avevo anche scontri con Paolo su questo argomento. Paolo che aveva una fiducia immensa nello Stato rendersi conto che lo Stato era bacato, addirittura, a quei livelli. Credo che gli aveva proprio fatto perdere la voglia di vivere. Ritengo che a un certo punto Paolo abbia preferito sacrificare la sua vita pur di non continuare a vivere in un mondo in cui lo Stato, in cui tanto credeva, lo stava tradendo. E lo aveva condannato a morte».

Subranni è un nome, insieme ad altri, che appare spesso in determinate situazioni.

«Addirittura, se ben ricordo, nel depistaggio per la morte di Peppino Impastato (Salvatore Borsellino ricorda bene: il generale Subranni per quella vicenda è stato prescritto per favoreggiamento. “Gravi omissioni ed evidenti anomalie investigative”, scriverà il gip di Palermo, nda). Si inizia da lontano per quanto riguarda Subranni.»

Il generale Antonio Subranni è stato condannato, in primo grado, nel processo sulla Trattativa Stato-mafia?

«Sì, certo.»

Il magistrato Di Matteo, nel novembre del 2018, ha dichiarato: «La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Lei è d’accordo?

«Sono assolutamente d’accordo. Ascoltare queste parole mi crea disgusto. Ma questo va al di là dei Governi. Adesso stiamo parlando di Berlusconi, ma non c’era Berlusconi quando è iniziata la Trattativa. Non c’era Berlusconi quando Mancino, mentre Paolo sta interrogando Mutolo, lo chiama al Viminale e gli fa trovare Contrada.

Nessuno dovrebbe sapere della collaborazione di Mutolo e Contrada dice a Paolo‘dica a Gaspare che se ha qualcosa da dire lo può raccontare a me’.

Paolo deve aver respirato, veramente, aria di morte nel momento in cui incontra Contrada. Ritengo che abbia incontrato Mancino e che Mancino abbia detto che doveva fermare le sue indagini sull’assassinio di Giovanni Falcone, perché lo Stato stava trattando con la mafia. E come avrebbe potuto reagire Paolo? Deve avere minacciato di rivelare quella Trattativa all’opinione pubblica, di percepirla come reato. A questo punto non esisteva che una possibilità.»

Quale?

«Eliminare Paolo e fare sparire la sua Agenda Rossa. Non solo, ma impedire, come aveva richiesto a gran voce nel suo ultimo incontro pubblico del 25 giugno, di essere chiamato a Caltanissetta.

È possibile che Paolo, il migliore amico di Falcone, l’unico che aveva letto i suoi diari, dopo 57 giorni dalla strage di via Capaci, non era stato ancora convocato a Caltanissetta?

Queste sono le cause concomitanti che hanno portato all’accelerazione dell’assassinio di Paolo.

La mafia, forse, l’avrebbe ucciso. Ma non così presto. Non era negli interessi neanche della mafia uccidere Paolo, a soli 57 giorni dall’assassinio di Giovanni Falcone. A meno che Paolo non rientrasse nel prezzo, come io ritengo nelle riflessioni che ho fatto, posto dalla mafia per poter portare avanti la Trattativa. E pezzi deviati dello Stato hanno accondisceso a tutto questo. Hanno sacrificato Paolo Borsellino.»                

Perché ad un certo punto, dopo le stragi e le bombe del ’92 e del ’93, termina la «strategia della tensione»?

«Perché la Trattativa era stata conclusa. Era arrivata alla fine. Non ci sarà più bisogno dell’ultima strage, quella dell’Olimpico di Roma.»

Cosa significa “la Trattativa era arrivata alla fine”?

«Viene assicurata l’impunità a Provenzano. Viene assicurata l’accettazione dei punti, che non sono soltanto, secondo me, quelli posti nel papello di Totò Riina. Ma ce ne sono degli altri. Viene accettata la richiesta sui benefici carcerari ai detenuti. Tanto è vero che poco tempo dopo il ministro Conso (della Giustizia, nda) decide di mettere fuori 300 condannati al 41 bis. Quando c’è una Trattativa si tratta, da un lato, per ottenere qualcosa; dall’altro si discute su cosa concedere e cosa non concedere. Ad un certo punto si sono messi d’accordo e, quindi, le stragi non erano più necessarie. Infatti, improvvisamente, si fermano.»

Lei ha parlato del depistaggio sulla morte di Peppino Impastato. Anche su via D’Amelio ci sono stati dei depistaggi. Non possiamo non citare la vicenda del falso pentito Scarantino. Ma possiamo parlare di depistaggio di Stato?

Borsellino: «L’Agenda Rossa è stata nascosta. È diventata arma di ricatto»

L’INTERVISTA a Salvatore BORSELLINO/Terza ed ultima parte. DEPISTAGGI DI STATO.  «La sentenza del Borsellino quater, che è la prima sentenza che fa un po’ di luce su quella che è stata la strage di via D’Amelio, dice che c’è stato un depistaggio e non soltanto. Un depistaggio di Stato. Ci sono stati funzionari di Stato che hanno messo in bocca a Scarantino quello che Scarantino non poteva conoscere». Ma dove è finita l’Agenda Rossa rubata da una mano “amica”? «L’Agenda Rossa non doveva essere distrutta, doveva sparire. E c’era chi attendeva in via D’Amelio che ci fosse quella esplosione per mettere in atto tutto quello che è stato fatto. L’Agenda Rossa non doveva sparire altrimenti l’assassinio di Paolo non sarebbe servito a nulla». Una Paese fondato sui depistaggi. Per nascondere la verità, per non far emergere le responsabilità. Da Salvatore Giuliano a Peppino Impastato, da Pino Pinelli (l’anarchico accusato della strage di Piazza Fontana, lanciato dalla finestra della questura di Milano) ad Attilio Manca. Senza dimenticare Ilaria Alpi, fino a Stefano Cucchi.  Da piazza Fontana alla stazione di Bologna, passando per via D’Amelio. L’elenco è drammaticamente lungo. Il Paese è senza vergogna. Per colpa di questi maledetti manovratori, inseriti nelle Istituzioni della Repubblica. Hanno giostrato, imbrogliato, occultato, inquinato. Ucciso. Altro che mafia. Hanno superato le mafie. In questi secoli hanno utilizzato i criminali per i lavori sporchi: prima i mafiosi, poi i terroristi. Poi ancora i mafiosi. La manodopera, la longa manus per compiere omicidi e stragi. Veri e propri eccidi di Stato. Compiuti da killer di Stato. Peggio dei mafiosi, più schifosi e pericolosi dei mafiosi. Senza anima, senza pietà. Per il potere, per mantenere i loro maledetti equilibri. 

Non hanno mai guardato in faccia a nessuno. I loro progetti dovevano (e devono) andare avanti. Senza ostacoli. Chi può creare qualche problema deve essere eliminato. «Lo sai… tra oggi e domani dovrebbero ammazzare a Falcone, lo dovrebbero ammazzare con un lanciamissili». Sono due mafiosi che parlano tra di loro. Ma il piano salta, viene rinviato. 

«Si venne a sapere – spiega uno dei due – che la cosa non era stata fatta in quanto, da parte dei politici era stata data assicurazione che Falcone sarebbe stato bruciato politicamente». Non ci riusciranno politicamente. Lo faranno saltare in aria in autostrada, a Capaci. Insieme alla sua signora e alla sua scorta.

Come faranno saltare in aria Borsellino. Il nuovo ostacolo. Non hanno guardato in faccia a nessuno questi vigliacchi. Persone senza dignità. A Borsellino lo hanno ridotto a brandelli. Lo stavano aspettando in via D’Amelio, per rubare la sua Agenda. La loro arma di ricatto. 

Ed è iniziato il depistaggio. Hanno utilizzato una versione di comodo. Il metodo è sempre lo stesso. Per via D’Amelio questi idioti hanno tirato fuori dal cilindro il balordo Scarantino. Gli hanno fatto imparare la lezione a furia di botte. Ma sono stati scoperti. I processi, è vero, ancora non rendono giustizia. Ma ognuno di noi sa benissimo che quella “accertata” non è la verità.  Siete voi i balordi.

E proprio sul più grande depistaggio della storia di questo Paese riprendiamo e concludiamo l’intervista a Salvatore Borsellino, il fratello del magistrato Paolo. Per non dimenticare l’Agenda Rossa rubata da mani “amiche”. «Chi ha ucciso Paolo è chi ha prelevato l’Agenda Rossa».                  

Anche su via D’Amelio ci sono stati dei depistaggi. Non possiamo non citare la vicenda del falso pentito Scarantino. Ma possiamo parlare di depistaggio di Stato?

«La sentenza del Borsellino quater, che è la prima sentenza che fa un po’ di luce su quella che è stata la strage di via D’Amelio, dice che c’è stato un depistaggio e non soltanto. Un depistaggio di Stato.

Ci sono stati funzionari dello Stato che hanno messo in bocca a Scarantino quello che Scarantino non poteva conoscere. Una cosa che risalta agli occhi è questa: quando, finalmente, dopo i due processi deviati dal depistaggio di Scarantino, si è arrivati alla collaborazione di Spatuzza, quindi a sapere effettivamente quello che era successo – come il furto della 126 e tante altre cose –, le stesse cose dette da Scarantino, che non poteva sapere.

Scarantino non era nient’altro che un balordo di quartiere.

Chi ha messo in bocca a Scarantino quelle cose erano personaggi di certi ambienti. Per me l’ipotesi più probabile è che conoscevano quello che era successo, perché avevano direttamente partecipato. Spatuzza dice che c’è un personaggio nel garage di Palermo, quando la 126 viene riempita di esplosivo, che non è un mafioso.

Nel Borsellino quater Scarantino era ancora imputato di calunnia, a cui era stato costretto con torture fisiche e psicologiche che sono durate per anni. È stata soltanto la mia parte civile, oltre ovviamente agli avvocati di Scarantino, a richiedere la sua assoluzione. Per me Scarantino è la settima vittima di via D’Amelio. Perché è stato massacrato, hanno addirittura tentato di farlo autoaccusare di un assassinio.»

Quale assassinio?

«Dell’agente Agostino.»

Lei cosa si aspetta da questo processo?

«Tanto. È uno dei punti fondamentali che possono portare alla verità. Sempre se la verità verrà perseguita. Cosa che non avviene, sicuramente, a Caltanissetta.

Sono convinto che, fin quando le indagini sulla strage di via D’Amelio staranno a Caltanissetta non si farà un passo avanti sulla strada della verità e della giustizia, se non quello che è stato fatto nel Borsellino quater in cui, però, l’impianto processuale dei pubblici ministeri è stato sovvertito. Altrimenti la verità non si sarebbe avuta nemmeno da quel processo.»

Cosa si afferma nel Borsellino quater?

«Che c’è stato un depistaggio di Stato. Sono state rimandate le carte processuali all’Ufficio Istruzione perché si indaghi veramente sulla sparizione dell’Agenda Rossa, che è uno snodo fondamentale nella strage di via D’Amelio.

Solo attraverso quello si potrà arrivare agli assassini. Su questo punto non ci sono mai state indagini serie. Noi al Borsellino quater abbiamo presentato un video, nel quale mettemmo insieme gli spezzoni girati in via D’Amelio. Noi delle Agende Rosse siamo riusciti ad identificare anche delle persone che non sono mai state prese in considerazione, come il generale Borghini, a cui probabilmente il capitano Arcangioli porta la borsa dopo averla prelevata dalla macchina di Paolo. Sa che cosa è successo?»

Cosa è successo?

«I pubblici ministeri si sono alzati, si sono allontanati dall’aula e non sono ritornati più per tutto il giorno.»

Lei come ha interpretato questo atteggiamento?

«Evidentemente spunti di indagine che riguardavano la sparizione dell’Agenda Rossa non erano di loro interesse. Ma io so perché.»

Perché?

«Perché sanno benissimo dove si trova l’Agenda Rossa

Dove si trova?

«Nei sotterranei dove hanno sede i servizi.»

Quindi l’Agenda Rossa non è stata distrutta?

«Assolutamente no. Ci sono stati dei falsi scoop giornalistici in cui hanno mostrato quello che era un parasole. Sotto la macchina, presentata come l’Agenda Rossa.

L’Agenda Rossa non doveva essere distrutta, doveva sparire. E c’era chi attendeva in via D’Amelio che ci fosse quella esplosione per mettere in atto tutto quello che è stato fatto. L’Agenda Rossa non doveva sparire altrimenti l’assassinio di Paolo non sarebbe servito a nulla. E, sicuramente, non interessava alla mafia farla sparire. Ma a chi non poteva permettere che a soli 57 giorni dalla strage di Capaci, con quello che era l’opinione pubblica in quel momento, venisse fuori che lo Stato stava trattando con la mafia. Era impossibile. Immaginate cosa sarebbe successo nel nostro Paese.»

Secondo lei cosa sarebbe successo?

«Se a 57 giorni dalla morte di Falcone avesse detto, come faceva ogni tanto con le sue interviste che rendeva per denunciare certe cose, dell’esistenza di una Trattativa tra Stato e mafia. Sarebbe successo l’inferno.

E questo non poteva succedere, dal punto di vista di quelle persone. Perciò hanno deciso di sacrificare Paolo, per poter portare avanti quella Trattativa. E perché quella Trattativa venisse alla luce dopo anni. Allora, ripeto, sarebbe successa la rivoluzione nel nostro Paese.»

Ed oggi cosa è cambiato?

«Oggi la gente sente parlare di Trattativa ed è diventata quasi una cosa normale. Non si indigna, non reagisce. A questo sono serviti anni di depistaggio. Gente, come Tinebra, sono passati ad altra vita e, purtroppo, l’oblio sta scendendo anche su questo. Io penso che bisogna cercare di evitare che questo oblio scenda e tenere viva la memoria soprattutto dei giovani che queste cose non le hanno conosciute, perché possano continuare a gran voce a chiedere la Verità nel nostro Paese.

Fino a quando la Verità non verrà a galla quel fresco profumo di libertà, di cui parlava Paolo, nel nostro Paese non si potrà sentire. Ma solo il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e della complicità. Questa è la vera mafia, non la mafia di Provenzano, di Riina. Ma quello che sta attorno alla mafia, chi con la mafia collude, chi con la mafia fa affari. La mafia persegue gli interessi perché sono i loro stessi interessi.»

I responsabili sono solo i soggetti finiti sotto processo?

«Oggi c’è un processo in cui vengono processati, per questo depistaggio, quattro pedine. Sono ben altre le persone che io vorrei vedere alla sbarra. Alcune non posso vederle più.

Tinebra che, sicuramente, del depistaggio fa parte per aver avallato delle testimonianze assolutamente incredibili. E oggi, purtroppo, non c’è più.

Forse, per arrivare alla verità, bisogna aspettare che la maggior parte dei protagonisti, di quella terribile stagione, non ci siano più. Però, ripeto: fino a quando l’inchiesta della Procura sulla strage di via D’Amelio starà alla Procura di Caltanissetta non mi aspetto che possa venire fuori alcuna verità.»

Perché a Caltanissetta non può emergere la verità?

«Per quello che è stato l’iter di tutti i processi lo dimostra chiaramente. La Procura è su una linea che si è perpetrata anche al cambiare del Capo della Procura, che è andata sempre nella stessa direzione. Non si è mai, veramente, cercata la verità.

L’Agenda Rossa, ripeto e continuo a ripeterlo, è un punto fondamentale di quella strage. È la scatola nera di quella strage.

E proprio in quella direzione non si è fatto mai alcun passo. Anzi, si sono fatti solo dei passi indietro. Ho dovuto assistere al Borsellino quater a sette testimoni che dicevano delle cose che succedevano in quella via quel giorno, attorno alla macchina di Paolo. Dicono delle cose completamente diverse tra di loro. Non sono mai stati messi a confronto tra di loro. Come può succedere che il capo dei pompieri arriva e dice che cerca di guardare dentro le macchine per vedere se ci sono dei feriti da soccorrere. Dice che non si vedeva nulla, perché i vetri erano completamente neri per il fumo.

Poi arriva Ayala e dice ‘ho guardato, ho visto la borsa di Paolo sul sedile della macchina. Allora ho fatto aprire la portiera per prenderla’. Una delle sue tante diverse versioni di quello che è successo sempre in quella strada. Ecco, su questo non viene nemmeno fatto un confronto. È assolutamente assurdo. A Caltanissetta non si vuole arrivare alla verità

Ci vorrebbe un pentito di Stato?

«Sì, ma purtroppo è un sogno che non esiste. Anche quando si dovesse arrivare alla possibilità di avere un pentito di Stato o qualcuno che parli come avrebbe potuto fare, perché tante cose sicuramente sapeva, quel «faccia da Mostro», allora c’è chi pensa di eliminarlo prima che possa parlare con un provvidenziale infarto o qualcosa del genere. O come ritengo sia successo, negli ultimi anni, a Provenzano. Per il pericolo che potesse, in qualche maniera, passando gli anni, dire qualcosa. Secondo me è stato massacrato di botte, fino a farlo diventare demente. E poi a morire.

Questi sono gli effetti del Protocollo Farfalla e di tutto quello che è avvenuto nelle carceri italiane con quel protocollo che permetteva ai servizi di entrare nelle carceri senza che la magistratura ne fosse, in nessuna maniera, messa al corrente.»

A proposito di carceri, nei mesi scorsi c’è stata una forte polemica tra il magistrato Nino Di Matteo e il ministro della Giustizia. A distanza di mesi, lei cosa può aggiungere?

«Ho rapporti sia con Di Matteo che con Bonafede. Ritengo che la versione data da Di Matteo sia assolutamente veridica e, ritengo, che Bonafede non abbia detto abbastanza.

Si è tradito quando ha detto che ‘la prossima volta non ci saranno né interventi né condizioni che tengano’.

Ho chiesto a Bonafede: ‘tu devi dirmi cosa intendevi con quella frase’. Lui dice che è stata una frase infelice e non c’è niente dietro. Ritengo che sia una persona assolutamente in buonafede, ma che non abbia detto tutto quello che doveva dire.

Sicuramente ci saranno stati dei condizionamenti per quanto riguarda la nomina di Di Matteo a capo del DAP. Anche se ritengo che quello che era il progetto di Bonafede sarebbe stato valido, cioè ritengo che avrebbe potuto fare, forse di più, Di Matteo messo a capo di un qualcosa che era come l’Ufficio degli Affari Penali di cui era stato capo Falcone, anche se dopo la morte di Giovanni Falcone quell’Ufficio era stato snaturato e, quindi, avrebbe potuto essere riportato a quello che era. Oggi come oggi il Capo degli Affari Penali non risponde più direttamente al Ministro, ma c’è un personaggio intermedio.

Però, sicuramente, qualcosa che non quadra c’è.»

Se ci fosse stato Di Matteo al DAP si sarebbero registrate tutte quelle scarcerazioni?

«Assolutamente no.»

Sono passati due anni dalla scomparsa di Rita Borsellino. Che ricordo ha di sua sorella?

«Insieme a Rita abbiamo combattuto la stessa battaglia, anche se con mezzi diversi. Rita aveva in più il suo essere donna. Ricordiamo la mamma di Impastato e le tante persone che, sicuramente, in quello che hanno fatto ci hanno messo in più il fatto di essere donna. Rita mi manca molto, sono da solo a combattere.

Adesso c’è anche Fiammetta che ha cominciato a parlare, anche se segue una strada diversa dalla mia. Lei, ad esempio, ammette che una delle cause dell’assassinio di mio fratello possa essere stato il dossier “Mafia e appalti”. Mentre io ritengo che “Mafia e appalti” sia uno degli elementi messi in campo dal ROS proprio per depistare quello che era il vero motivo dell’accelerazione messa in atto nella strage di via D’Amelio. Tutti combattiamo per la verità. Una cosa è certa…»

Cosa?

«Che spesso devono essere sempre i familiari delle vittime di mafia a cercare la verità e a continuare a chiedere la verità.

Oggi, nei miei incontri, non incontro più gli adulti. Incontro i giovani nelle scuole perché, come diceva Paolo, solo da un completo cambio generazionale possa arrivare la sconfitta della mafia. Paolo, nell’ultimo giorno della sua vita, a dei ragazzi risponde con le parole di un pazzo. Dice ‘sono ottimista’. Come si può essere ottimisti quando si sa di dover morire, come lo sapeva Paolo. Bisogna tenere viva la memoria, ed è quello che cerco di fare.»

Il Paese ancora non è pronto?

«Non solo il Paese non è pronto, ritengo che le cose stanno peggiorando. La fortissima penetrazione della ‘ndrangheta, all’interno del nostro Paese, non trova un sufficiente contrasto dal punto di vista della popolazione. Mentre noi siciliani, da ragazzi, ci siamo fatti gli anticorpi perché abbiamo visto i morti ammazzati per strada, i giudici ammazzati, i poliziotti ammazzati. Invece, purtroppo, al nord questo non c’è. Al nord la mafia penetra con la finanza, pulisce e impiega i propri capitali. Questo fa si che non si formino nella gente gli anticorpi per poterla contrastare.

Purtroppo non esiste ancora una legislazione europea comune per poter contrastare la criminalità mafiosa.»

Gli anticorpi si formano in molti modi. In via D’Amelio le Agende Rosse non permettono alcun tipo di “passerella” ai rappresentanti politici. Perché?

«A me la passerella è una parola che poco mi piace perché spesso, addirittura, hanno accusato noi delle Agende Rosse di fare delle passerelle in via D’Amelio. Io non permetto che rappresentanti delle Istituzioni, che ancora non assicurato la verità e la giustizia per la strage di via D’Amelio, vengano a portare dei simboli di morte. In cui, in ogni caso, pezzi dello Stato, sicuramente, hanno partecipato a quella strage. Quindi non lo permetto. All’inizio dovevamo fare dei presidi per impedire che venisse qualcuno, oggi non ce n’è più bisogno.»

Non vengono più?

«Non vengono, non c’è nessuno che ha il coraggio di presentarsi in via D’Amelio. Hanno paura. Ma noi non facevamo altro che alzare l’Agenda Rossa e voltare le spalle ai rappresentanti delle Istituzioni che venivano in via D’Amelio a portare le loro corone di morte, i loro simboli di morte. Non vengono. Hanno unificato l’anniversario e vengono in via D’Amelio il 23 maggio (giorno della strage di Capaci, nda), invece di venire il 19 di luglio.»

Ci fu un episodio con un ex presidente della Repubblica. Lo vuole ricordare?

«Nei primi anni, quando io avevo cominciato con questa mia determinazione a non far venire le Istituzioni in via D’Amelio, ci fu l’ex – per fortuna – presidente Napolitano, il quale fece chiedere alla polizia aeroportuale di Palermo se Salvatore Borsellino aveva prenotato un volo per Palermo il 23 maggio. Voleva andare il 23 maggio in via D’Amelio, ma voleva essere sicuro che io non fossi presente lì per poter portare avanti la mia battaglia con un presidente della Repubblica che è stato indegno di questo ruolo

Perché indegno?

«Quel presidente della Repubblica ha fatto distruggere le intercettazioni, invece di pretendere che fossero conosciute da tutto il popolo italiano per evitare che nessuno potesse pensare che in quei colloqui il presidente avrebbe potuto assicurare l’impunità ad un imputato in un processo, quale era allora il processo di Palermo sull’attentato al corpo politico dello Stato. Avrebbe dovuto pretendere che fossero note a tutti, invece ne ha preteso la distruzione. E questo è indegno di un Presidente della Repubblica degno di questo nome.»

Senza dimenticare il conflitto di attribuzione?

«Certo, ancora più grave. È stato tentato di mettere un macigno sulla strada della verità e della giustizia, sul processo portato avanti da Di Matteo e Ingroia. Che poi, per fortuna, ha avuto un esito diverso da quello che il presidente Napolitano avrebbe sperato. Anche se, a mio avviso, non sufficiente. Purtroppo a causa della possibilità del rito abbreviato, quindi sdoppiare i processi che dovrebbero essere non sdoppiabili, alcuni imputati – come ad esempio Mannino – hanno potuto avere una sorte diversa da quella di altri imputati. Anche quel Mancino, che ritengo abbia delle grosse responsabilità e sappia tante cose che non ha detto, ha potuto essere assolto anche lui.»

In via D’Amelio, negli anni passati, ci fu un abbraccio simbolico, forte, importante tra lei e Massimo Ciancimino. Perché decise di abbracciarlo?

«L’ho spiegato più volte, anche se quell’abbraccio mi ha provocato delle critiche all’interno del mio stesso Movimento. Ho abbracciato quel giorno Ciancimino, che era nel retropalco, per quella che era la sua condizione umana. Massimo Ciancimino ha rinunciato ad una vita di agi, di ricchezze e di essere rispettato, come succedeva fino a quel momento da tutta la Palermo bene, per potere – come mi disse lui – fare si che suo figlio non dovesse un giorno vergognarsi, come si era dovuto vergognare lui del nome che portava suo padre.

Massimo Ciancimino è un personaggio che sicuramente ha dei problemi, il fatto di essere vissuto con quel padre che, addirittura, lo incatenava per impedire di fare le sue scorribande con le macchine di cui poteva godere. Lo prendeva a schiaffi in continuazione. Quindi, sicuramente, è una persona che ha qualche problema.

L’ho abbracciato perché dal punto di vista umano ho ritenuto che le sue scelte fossero delle scelte coraggiose. E non solo. È stato il primo a parlare, senza Massimo Ciancimino il processo sulla Trattativa, forse, non si sarebbe neanche potuto svolgere. L’ho abbracciato allora e lo riabbraccerei. Dal punto di vista umano, pur con tutti gli errori compiuti, ritengo che abbia fatto delle scelte coraggiose.»

Chiudiamo questa intervista con la “Casa di Paolo”. Un sogno che si è realizzato?

«Un mio sogno che ho perseguito a lungo e quando nei sogni si crede veramente si realizzano. L’ho messa in piedi da solo, semplicemente con l’aiuto di volontari, rifiutandomi di chiedere qualsiasi tipo di aiuto allo Stato.

Un giorno camminavo per quella via dove da ragazzi giocavamo, spesso con quei bambini che avrebbero preso delle cattive strade, e mi sono detto che questa cosa non doveva più succedere. Avrei dovuto fare tutto il possibile per evitare che i ragazzi a rischio di quel quartiere – che ho sempre amato – potessero avere una opportunità, per sfuggire alla povertà, all’emarginazione, alla criminalità organizzata. Ho ripreso in mano la mia vecchia farmacia che era ridotta un rudere, ho acquisito i locali vicini e ho fatto nascere una Casa di Accoglienza per i ragazzi del quartiere, gestita solo da volontari.

Penso di esserci riuscito, penso anche di aver trovato chi continuerà anche dopo di me.»

Chi continuerà dopo di lei?

«Mia nipote Roberta Gatani, figlia di mia sorella Adele. Una sorella di cui si parla poco, ma per me era una grandissima donna. Nella Casa di Paolo facciamo doposcuola per i ragazzi ma, soprattutto, cerchiamo di dare amore. Quell’amore che i ragazzi a casa non possono trovare. Vivono in bassi dove non hanno nemmeno un tavolo per studiare, i genitori spesso sono in carcere, non hanno i soldi per comprare i libri. Nella Casa di Paolo ho fatto anche una scuola di informatica, non per usare il computer, ma per programmarlo. Quella strada, una volta, era piena di artigiani che mettevano a bottega i ragazzi. Davano la possibilità ai ragazzi di imparare un mestiere e di avere, quindi, un lavoro. Oggi, purtroppo, quegli artigiani non ci sono più. Attraverso l’amore voglio offrire un’alternativa e spero che questa cosa possa continuare anche quando io non ci sarò più.»   

Paolo De Chiara - Agosto  2020  WORD NEWS

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