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PENTITI o solo COLLABORANTI?

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«Pentitismo e garanzie» - Intervento di Giovanni Falcone al convegno del 22 aprile 1986 promosso dall'ANM a Torino

 

Il pentitismo come fenomeno rilevante ai fini della lotta alla mafia inizia a partire dalla prima metà degli anni Ottanta, in particolare con l'avvio del primo Maxiprocesso di Palermo contro Cosa Nostra. Storicamente, se ne attribuisce la genesi a seguito della sanguinosa repressione che i Corleonesi intrapresero nei confronti degli esponenti delle famiglie perdenti della Seconda Guerra di Mafia.

La stagione dei grandi «pentiti», come vennero impropriamente definiti i collaboratori di giustizia, fu inaugurata da Tommaso Buscetta, che il 18 luglio 1984, tre giorni dopo la sua estradizione in Italia, decise di collaborare con Giovanni Falcone, già impegnato nella mastodontica istruttoria del Maxiprocesso. Per 45 giorni il "boss dei due mondi", come lo aveva soprannominato la stampa, mise nero su bianco tutto quello che sapeva su Cosa Nostra. Fu talmente importante la testimonianza di Buscetta, che Falcone ebbe a dire, anni dopo:

Prima di lui, non avevo - non avevamo - che un'idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa Nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno. Ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. È stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare coi gesti.


Un collaboratore di giustizia, secondo la legge italiana, è un soggetto che trovandosi in particolari situazioni di conoscenza di un fenomeno criminale, decide di collaborare con la magistratura italiana. Alla loro tutela ed incolumità fisica provvede il servizio centrale di protezione. La figura si distingue dal testimone di giustizia.

Il codice Rocco conosceva solo istituti come quelli dell'articolo 56 commi terzo e quarto, per il colpevole che "volontariamente desiste dall'azione" o che "volontariamente impedisce l'evento" (cui si è aggiunto di recente, come novella, il ravvedimento operoso dell'articolo 452-decies); successivamente i magistrati impegnati nella lotta alla mafia in Italia furono però i primi a riconoscere l'importanza di comportamenti ulteriori, volti a scardinare il vincolo omertoso delle più pericolose associazioni a delinquere rivolgendosi ai loro componenti.

Un importante avvenimento per il fenomeno del pentitismo nella sua forma più conosciuta si ebbe con la legge 6 febbraio 1980, n. 15 (la cosiddetta legge Cossiga)che diede un importante impulso alla lotta contro il terrorismo, sebbene sia stata criticata per il fatto di concedere privilegi ai criminali di primo piano, ovviamente in possesso di informazioni importanti, mentre chi commetteva crimini in un ruolo subalterno, spesso non aveva la possibilità di fornire informazioni utili alla Giustizia e quindi doveva rinunciare agli sconti di pena.

Giovanni FalconeFerdinando Imposimato ed Antonino Scopelliti furono tra i primi magistrati a intuire l'importanza del fenomeno dei collaboratori di giustizia per la lotta contro la criminalità organizzata. Alla riflessione da loro attivata si devono numerosi provvedimenti volti ad incoraggiare l'utilizzo dei cosiddetti “pentiti” per la risoluzione di importanti e delicate indagini nonché per la formazione della cosiddetta "prova orale" nel dibattimento processuale.

Negli anni 1990 furono emanate le prime norme a tutela di questi soggetti, in particolar modo riguardo alla figura del collaboratore e del testimone di giustizia. Grazie all'opera del magistrato palermitano simbolo dell'Antimafia venne poi emanato il decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82 ricordata come una delle prime leggi emanate per disciplinare il fenomeno nell'ambito della repressione della mafia in Italia; il provvedimento fu modificato dalla legge 13 febbraio 2001, n. 45. wikipedia




Mafia, quanti sono i pentiti a rischio: il record del "chimico" di Cosa Nostra, Francesco Marino Mannoi

 COLLABORATORI E TESTIMONI: UN SISTEMA CON MOLTE FALLE

 

 

 

Differenza tra collaboratore di giustizia e testimone di giustizia   Cons. St., sez. III, 13 marzo 2019, n. 1678 – Pres. Frattini, Est. Noccelli

A differenza del collaboratore di giustizia, il testimone di giustizia è estraneo alle vicende, oggetto di propalazione il Consiglio di Stato ha chiarito che la distinzione tra testimone di giustizia e collaboratore di giustizia, per la consolidata giurisprudenza, risieda nella posizione di estraneità e di terzietà del primo rispetto alle vicende, oggetto di propalazione (Cons. St., sez. III, 29 gennaio 2018, n. 610), e ciò implica una ulteriore valutazione sulla effettiva estraneità del testimone al contesto criminale, come la stessa Commissione centrale di cui all’art. 10 della l. n. 82 del 1991 ha stabilito in via generale con la propria determinazione, in data 30 luglio 2009, nella quale ha dettato i criterî di massima per il riconoscimento dello status di testimone (Cons. St., sez. III, 25 gennaio 2016, n. 218). Ha ancora precisato la Sezione che nella vicenda in esame, però, al dichiarante era stata negata dalla Commissione centrale di cui all’art. 10,  l. n. 82 del 1991 la qualifica di testimone di giustizia perché egli era stato costretto, sotto pesante minaccia da parte delle associazioni camorristiche, a detenerne le armi nella propria carrozzeria. Il Consiglio di Stato, nell’annullare il provvedimento della Commissione per carenza di motivazione ed illogicità, ha ritenuto che sarebbe paradossale, e segno di un’intima contraddizione in seno all’ordinamento, che proprio la vittima delle intimidazioni mafiose, subite in un contesto di pesantissima vessazione, fisica e psicologica, e di altissimo rischio per sé e i suoi cari, debba scontare, in sede amministrativa, il “prezzo” di tali violenze con la qualificazione di mero collaboratore di giustizia, che presuppone una volontaria adesione e deliberata contiguità ad un mondo criminale al quale, invece, il testimone di giustizia ha mostrato di ribellarsi mettendo a rischio l’incolumità propria e dei propri familiari. L’affermata contiguità non occasionale del dichiarante al sodalizio mafioso, necessaria ad affermarne lo status di collaboratore anziché di testimone di giustizia, avrebbe dovuto trovare riscontro non già nelle sue semplici e spontanee dichiarazioni autoaccusatorie rese all’autorità giudiziaria, dalle quali trapela, al contrario, la pesante intimidazione subita da soggetti di notoria caratura delinquenziale, tanto che la sua posizione è stata poi archiviata dal g.i.p. in sede penale, ma da elementi ulteriori che lasciassero ragionevolmente apprezzare la sua consapevole, libera, deliberata, non episodica vicinanza al clan camorristico.


Mafia, il dossier del Viminale:in Puglia solo 167 pentiti La relazione semestrale sui collaboratori. Sono di più nella ‘ndrangheta - Paolo Lattanzio: «Il dato così basso risente della situazione foggiana» di Bapi Castellaneta La strada per contrastare e sconfiggere le cosche passa necessariamente per le rivelazioni dei pentiti, ma in Puglia sono appena 167. Addirittura meno di quanti sono fuoriusciti dalla ‘ndrangheta calabrese, da sempre ritenuta dagli investigatori un’organizzazione per certi versi oscura e particolarmente difficile da scardinare dall’interno. E invece proprio la Puglia è all’ultimo posto per numero di pentiti tra i territori colpiti dall’inquinamento mafioso in Italia: è quanto emerge dai dati contenuti nella “Relazione sulle misure di protezione per i collaboratori di giustizia, la loro efficacia e le modalità generali di applicazione”. Il dossier, curato dal ministero dell’Interno, è stato presentato in Parlamento il 28 ottobre. I numeri si riferiscono al secondo semestre del 2018 e tracciano un quadro ben preciso su una materia particolarmente delicata, visto che in ballo ci sono le sorti dell’attività di contrasto alla criminalità organizzata. Attualmente i pentiti di mafia in Italia sono 1.189: sono tutti inseriti in un programma di protezione insieme ai loro 4.586 familiari, un dato in calo rispetto al primo semestre del 2018 quando le persone sotto protezione - tra collaboratori e familiari - erano 6.246.

Adesso al primo posto tra le grandi organizzazioni criminali per numero di pentiti c’è la camorra campana con 504 affiliati che hanno deciso di intraprendere la strada della collaborazione con lo Stato; subito dopo c’è Cosa Nostra siciliana (258), quindi la ‘ndrangheta calabrese (176) e infine Sacra Corona Unita e altri clan pugliesi da cui provengono 167 collaboratori. La relazione elaborata dal ministero dell’Interno consente non soltanto di fare il punto sui numeri, ma anche di ricavare una fotografia accurata che riflette lo scenario complessivo della criminalità organizzata in Italia e può rivelarsi molto utile a livello investigativo per interpretare determinate dinamiche interne alle cosche. I dati che colpiscono maggiormente gli analisti sono due: l’aumento del numero dei collaboratori di giustizia tra i ranghi tradizionalmente blindati della ‘ndrangheta calabrese, che mantiene comunque una supremazia assoluta nel traffico di droga, e il basso numero dei pentiti tra i clan che si contendono e spartiscono gli affari criminali in Puglia, dove l’escalation della criminalità foggiana ha assunto i contorni di un’autentica emergenza.

«Il dato pugliese - spiega Paolo Lattanzio, deputato barese del Movimento Cinque Stelle e componente della commissione parlamentare antimafia - risente evidentemente della situazione che c’è in tutta la provincia di Foggia: in queste zone il numero dei pentiti è decisamente più basso rispetto a quello che riguarda ad esempio i clan baresi e quindi i numeri complessivi regionali risultano più bassi». «Sul Gargano - aggiunge Lattanzio - ma anche a Foggia e in altri centri della provincia - le organizzazioni criminali vertono prevalentemente su nuclei familiari; in uno scenario di questo genere - prosegue il parlamentare - quando un affiliato decide di collaborare con la giustizia si trova di fronte a una doppia dissociazione: quella dalla cosca a cui appartiene e quella dalla famiglia. La situazione - prosegue Lattanzio - è diversa in altre realtà come Bari, dove prevale una criminalità organizzata che può essere definita più commerciale».  29 novembre 2019 | CORRIERE DEL MEZZOGIORNO


2018 Chi sono e quanto costano i pentiti. Un esercito che inizia a far tremare persino la ‘Ndrangheta 9/10/2019   Poco più di 44 milioni. È quanto ha speso nel secondo semestre del 2018 lo stato italiano la protezione dei 1.189 collaboratori di giustizia attualmente riconosciuti e inseriti nel programma di protezione e dei loro 4.586 familiari, anch’essi sotto protezione. A dare i numeri, la “Relazione sulle misure di protezione per i collaboratori di giustizia, la loro efficacia e le modalità generali di applicazione” presentata lunedì in Parlamento. Rispetto al primo semestre 2018, i numeri sono in diminuzione: erano infatti 6.246 le persone sotto protezione, delle quali 1319 i collaboratoriSecondo il ministro dell’Interno, a guidare l’esercito dei pentiti è la camorra, con 504 pentititiseguita da Cosa Nostra con 258, dalla ‘ndrangheta con 176, 10 dei quali sono donne e 11 di origine straniera. Solo 167, invece, i collaboratori della Sacra Corona Unita puglieseUn piccolo esercito sparso per il Paese che vive con nomi falsi e sotto l’occhio vigile di centinaia di agenti del Servizio Centrale di Protezione. Un popolo al quale lo Stato riconosce uno stipendio – un collaboratore riceve in media tra i 1.000 e i 1.500 euro al mese, più altri 500 per ogni familiare a carico -, paga l’affitto, i trasferimenti e le spese mediche. Secondo la relazione, nella seconda metà del 2018, in stipendi se ne sono andato 10.306.000 euro; circa 23 milioni sono stati usati per la locazione degli appartamenti5,3 milioni per spese varie; 2 milioni sono stati utilizzati per l’assistenza legale; 1,8 per gli alberghi; 781.000 per le spese mediche; 763.000 per i trasferimenti. Rispetto al semestre precedente, a colpire è l’aumento del pentitismo tra gli affiliati della ‘Ndrangheta. Se infatti non sorprende il primato della Camorra napoletana – un universo polverizzato, continuamente in guerra, dove alleanze e appartenenze vengono continuamente messe in crisi – la ‘Ndrangheta è tutta un’altra cosa: “Storicamente, è un’organizzazione a base fortemente familiare, pertanto poco incline al fenomeno della collaborazione di giustizia”, si legge nel documento. Uno dei punti di forza dell’organizzazione più potente del Paese, infatti, è sempre stato il fitto reticolo familiare che unisce i clan, frutto spesso di matrimoni combinati. Un muro di omertà che inizia a crollare. «Le dichiarazioni di stampo collaborativo hanno contribuito a far emergere la capacità di tale organizzazione criminale di coinvolgere negli affari esponenti della politica, delle istituzioni e delle professioni”, annotano gli investigatori. I quali sottolineano l’utilità dei collaboratori per comprendere le nuove dinamiche criminali di un’organizzazione assai adattabile, attenta a tutte le novità e capace di dominare i nuovi processi economici. Così la Dda ha potuto apprendere, per esempio, come affiliati delle cosche abbiamo proposto ai narcos colombiani di utilizzare i Bitcoin al posto del contante per l’acquisto di cocaina. Una proposta caduta nel vuoto per il rifiuto dei colombiani, incapaci di utilizzare la moneta virtuale. Sempre grazie ai pentiti, gli investigatori hanno anche scoperto del lancio di una startup “che attraverso il crowdfounding in Bitcoin ha raccolto 126 milioni di euro in 3 ore“. Dal suo peculiare punto di osservazione” continuano gli inquirenti, “la Commissione centrale per le misure di protezione ha potuto verificare l’incidenza della ‘Ndrangheta nel traffico, anche internazionale, di stupefacenti (settore in cui mantiene una posizione di supremazia) e negli ambiti delle energie rinnovabili, della depurazione delle acque e dell’assistenza ai migranti (nei quali, di recente, ha allargato il proprio raggio di azione). Tale organizzazione si caratterizza, inoltre, per la conquista del monopolio di interi settori dell’economia legale e per l’espansione nelle regioni del Nord Italia e nei Paesi esteri (in Europa, Nord America e Australia)”.  BUSUNESS INSIDER 


 

2017 QUANTI SONO E COME VIVONO I COLLABORATORI DI GIUSTIZIA  Oltre 6 mila persone, tra "pentiti" e familiari", vivono sotto la tutela dello Stato. E, come racconta uno di loro, dopo l'omicidio del fratello di un pentito di 'ndrangheta Marcello Bruzzese, molti si considerano "morti che camminano". E tra i collaboratori di giustizia c'è anche un bambino di 12 anni

Sono 6.246 persone che ogni giorno rischiano di essere uccise come Marcello Bruzzese, fratello di un pentito di 'ndrangheta massacrato da un commando di killer a Pesaro. Di questi, 1.319 sono collaboratori e testimoni di giustizia e quasi 5 mila i loro familiari che li hanno seguiti: mogli, figli, fratelli, suoceri, cognati, nipoti, conviventi, secondo un report realizzato dall'agenzia AdnKronos. Sono sparsi in tutto il territorio nazionale, dal nord al sud, molti hanno un’ altra identità, si sono rifatti una nuova vita e vivono con i loro familiari. Molti altri sono usciti dal programma di protezione ottenendo una sorta di “liquidazione” dallo Stato, ma la maggioranza per la propria sicurezza e quella dei propri cari fa affidamento su centinaia di poliziotti del Servizio Centrale di Protezione che dà loro assistenza, procurandogli nuove identità, nuove abitazioni e adoperandosi anche per trovargli un lavoro.

Poche decine di collaboratori sono stati "espulsi" dal programma di protezione e ritornati in carcere perché non avevano perso il vizio di compiere reati. La gestione dei collaboratori e dei testimoni di giustizia non è semplice e la loro valutazione viene periodicamente fatta da alcuni magistrati della Direzione Nazionale Antimafia che deve accettare o respingere le richieste di questo popolo di pentiti. 

In genere un "collaboratore di giustizia" ha uno stipendio di 1000-1.500 euro al mese, più altri 500 per ogni familiare a carico. A spese dello Stato ci sono anche gli affitti delle loro abitazioni, spese mediche ed altri benefit.

I pentiti di Cosa Nostra sono oltre 300 ma l’ organizzazione che registra più collaboratori di giustizia è la Camorra con oltre 600 pentiti seguita dalla 'ndrangheta con poco meno di 200 e la Sacra Corona unita che supera il centinaio e poi una ottantina di collaboratori stranieri sudamericani, africani e dell’ est europeo.

Sono oltre 60 le collaboratrici di giustizia, madri, figli, sorelle di dei boss e killer delle organizzazioni mafiose che hanno deciso, per salvare loro stessi ed i loro figli, di passare dall’ altra parte della barricata. Una scelta difficilissima che ha provocato l’ allontanamento dal nucleo familiare, dalle loro città o paesi e che ha registrato anche vittime, come Maria Concetta Cacciola, figlia del boss della Ndrangheta Gregorio Bellocco, madre di tre figli, che decise di collaborare con la giustizia. Aveva vissuto per mesi in una località protetta ed in attesa del ricongiungimento con i propri figli, fu trovata morta. Suicidio, si disse in un primo momento poi si scopri che era stata uccisa dai suoi familiari. E tra i collaboratori e testimoni di giustizia c’ è anche un 'baby pentito', un bambino di 12 anni calabrese che andava in giro con il padre ndranghetista assistendo ad omicidi o traffici di droga.  Sempre l'Adnkronos ha intervistato un collaboratore di giustizia, ex mafioso di Bagheria (Palermo), che oggi vive con la sua famiglia in una località protetta del Centro Nord: "Diciamoci la verità, io sono un morto che cammina... Il fratello del collaboratore che è stato ammazzato a Pesaro è solo il primo. Temo un effetto domino. Oggi, domani, o tra un mese, potrei essere ucciso anche io. O un mio familiare. Perché non siamo protetti". Anche lui, come Bruzzese, ha scelto di mantenere la sua vera identità: "Me lo hanno consigliato gli stessi funzionari del Servizio di protezione - dice - perché anche per avere i contributi lavorativi sarebbe stato un problema in futuro. O per l'iscrizione a scuola di mio figlio".  28/12/2018 di Eugenio Arcidiacono Famiglia Cristiana


2016 I dati - Le statistiche sono molto chiare. Innanzitutto si conferma il trend crescente di persone che accedono al programma di protezione: se dal 2000 al 2006 c'è stata una graduale diminuzione, dagli iniziali circa 4000 tra collaboratori, testimoni e loro famigliari sino a quasi 2900, dal 2007 al 2016 sono aumentati gradualmente fino a quasi 5.200 individui.  Ma curiosamente ad aumentare è solamente il numero dei pentiti (e loro famigliari) mentre rimane pressoché basso e invariato il numero dei testimoni, segno che la legislazione su questi individui effettivamente aveva bisogno di qualche ritocco per essere realmente efficace.
Non solo, analizzando i dati dell'ultimo anno si scopre che la maggior parte delle richieste di accesso alla protezione si concentra a Napoli e in Puglia e stranamente solo in minima parte dalle altre due Regioni a forte incidenza mafiosa, la Calabria e la Sicilia: un chiaro segnale dell'impermeabilità di Cosa Nostra e 'ndrangheta. Salta all'occhio anche la presenza di richieste dal centro e dal nord Italia: Roma, Brescia, Torino, Ancona, Bologna, sintomo anche nel Centro-Nord, dove la mafia da anni ha consolidato la propria presenza, si stanno facendo avanti pentiti e testimoni.
I costi - Ma quanto ci costa questo sistema? Si tratta di quasi 32 milioni di euro nel primo semestre 2016, in controtendenza rispetto alla costante crescita degli ultimi anni: 76 milioni nel 2013, quasi 78 milioni nel 2014 e oltre 85,5 milioni nel 2015. La quasi totalità di queste spese viene assorbita dagli affitti per le abitazioni di testimoni e collaboratori e per i loro contributi mensili. Una spesa sicuramente consistente ma al tempo stesso necessaria per tenere in piedi un sistema dall'insostituibile valore investigativo, avendo consentito in questi anni di aggredire e smantellare importantissime organizzazioni criminali che, altrimenti, sarebbero state difficilmente individuabili. RISTRETTI ORIZZONTI 27.3.2017


2012 - Quanti sono: gli ultimi dati sui collaboratori di giustizia e testimoni sottoposti a programma di protezione, pubblicati nella relazione del Servizio Centrale al Parlamento e relativo al secondo semestre del 2012 indicano in 1140 i titolari di programma di protezione, ripartiti in 1059 collaboratori e 81 testimoni. A loro si aggiungono 4.189 familiari, di cui 3934 congiunti di collaboratori e 255 di testimoni: il totale è di 5.329 persone. Il maggior numero di pentiti arriva dalla camorra (456), a cui seguono i pentiti di mafia (279), la ‘ndrangheta (126), la Sacra Corona Unita (102) e 96 riconducibili ad altre organizzazioni criminali. Per i testimoni di giustizia il numero maggiore è legato alle ‘ndrine calabresi (25), 22 della camorra, 13 la mafia, 4 la criminalità pugliese e 17 di altre organizzazioni.

 

 

SENATO della REPUBBLICA - Chi sono i testimoni di giustizia?  Con il decreto-legge n. 8 del 1991 è stata introdotto nel nostro ordinamento un sistema “premiale” per i collaboratori di giustizia per i delitti di stampo mafioso, in analogia con la disciplina adottata in precedenza per i reati di terrorismo. La legge n. 45 del 2001 ha sostanzialmente esteso ai testimoni di giustizia le misure a favore dei “pentiti”. I testimoni sono identificati, dall'articolo 16-bis del decreto-legge n. 8 del 1991, come coloro che coloro che “assumono rispetto al fatto o ai fatti delittuosi in ordine ai quali rendono le dichiarazioni esclusivamente la qualità di persona offesa dal reato (cd. testimone vittima), ovvero di persona informata sui fatti o di testimone” (cd. testimone terzo) a condizione che nei loro confronti non sia stata disposta una misura di prevenzione ovvero sia in corso un procedimento di applicazione della stessa. Quest'ultima preclusione è stata interpretata estensivamente dalla Commissione centrale presso il Ministero dell’interno che, nelle cd. delibere di massima, l'ha riferita alla effettiva pericolosità sociale del soggetto dichiarante (in quanto autore di specifici reati o contiguo a contesti criminali), indipendentemente dall'applicazione o meno della misura di prevenzione o dal relativo iter in corso (tale più rigorosa impostazione è stata confermata dalla giurisprudenza amministrativa, si veda TAR Lazio, sentenza n. 667 del 2014).

Diversamente che per i collaboratori, le dichiarazioni rese dai testimoni di giustizia:

  • possono riferirsi a qualunque tipo di reato (l'articolo 9, comma 3, del decreto legge n. 8 del 1991, riguardo ai collaboratori, limita invece l'ambito di applicazione delle misure di protezione in relazione a dichiarazioni su reati di associazione mafiosa, terrorismo ed altri specifici, gravi delitti);
  • debbono essere attendibili: non è necessario, quindi, che abbiano le caratteristiche di quelle rilasciate dai collaboratori di giustizia (ovvero attendibilità intrinseca, novità e completezza, nonché notevole importanza per le indagini o ai fini del giudizio).
  • Ai testimoni, come detto, sono estese le misure di protezione previste per i collaboratori di giustizia (articolo 9 e 13, comma 5, del decreto legge n. 8 del 1991). E' prevista peraltro la possibile estensione di tali misure anche a coloro che:
  • coabitano o convivono stabilmente con i testimoni di giustizia;
  • risultino esposti a grave, attuale e concreto pericolo a causa delle relazioni intrattenute con i testimoni di giustizia.

 La necessità di una riforma: la relazione della Commissione antimafia La Commissione bicamerale sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, al termine di numerose audizioni – svolte sia in commissione plenaria che nell’ambito del V Comitato – ed un’attenta analisi della documentazione in materia, ha approvato il 21 ottobre 2014 una relazione sulla revisione del sistema di protezione dei testimoni di giustizia. (Doc XXIII, n. 4)(1) .

In tale documento la Commissione antimafia sottolinea la necessità di una revisione complessiva del sistema che, nonostante gli aggiustamenti apportati con i regolamenti di attuazione e l’impegno profuso sia in termini di personale che di risorse finanziarie, ha finito per determinare anche un notevole malcontento da parte degli stessi testimoni, confermato anche dal contenzioso amministrativo. Tra i limiti evidenziati nei primi 10 anni di attuazione si sottolineano in particolare:

  • il massiccio ricorso ai programmi di protezione in località protette, in situazioni spesso degradate e di completo isolamento dalla realtà sociale,
  • l’insufficienza delle risorse economiche per assicurare il pregresso tenore di vita ai testimoni e alle loro famiglie,
  • la disparità di trattamento economico tra testimoni di giustizia,
  • l’eccessiva farraginosità e rigidità delle procedure.

Il contenuto del disegno di legge  Il disegno di legge in titolo, già approvato dalla Camera dei deputati, recepisce sostanzialmente le proposte formulate dalla Commissione nella citata relazione sulla revisione del sistema di protezione dei testimoni di giustizia.

Il provvedimento si compone di 28 articoli ripartiti in 4 Capi:

  • Il Capo I (articoli 1-2) disciplina le condizioni di applicabilità delle speciali misure di protezione per i testimoni di giustizia.
  • Il Capo II (articoli 3-9) concerne le speciali misure di protezione per i testimoni di giustizia e per gli altri protetti.
  • Il Capo III (articoli 10-19) delinea il procedimento di applicazione, modifica, proroga e revoca delle speciali misure di protezione.
  • Il Capo IV (articoli 20-28) reca disposizioni finali e transitorie.

 Le condizioni di applicabilità delle speciali misure di protezione per i testimoni di giustizia  

L'articolo 1 precisa l'ambito di applicazione delle misure di protezione che sono applicate ai testimoni di giustizia e, se ritenute necessarie, salvo dissenso, anche agli "altri protetti". Quest’ultima categoria viene introdotta ex novo e richiama sia le persone stabilmente conviventi col testimone (a qualsiasi titolo), sia coloro i quali, per le relazioni che intrattengono con quest'ultimo, sono esposti a grave, attuale e concreto pericolo.

L'articolo 2 detta una nuova definizione del testimone di giustizia ai fini delle condizioni di applicabilità delle misure di tutela.

In particolare, è testimone di giustizia colui che:

  • rende, nell'ambito di un procedimento penale, dichiarazioni dotate di fondata attendibilità intrinseca(attualmente basta la semplice attendibilità) e rilevanti per le indagini o il giudizio;
  • L'attendibilità intrinseca delle dichiarazioni- requisito attualmente richiesto con riguardo ai collaboratori di giustizia dall'articolo 9, comma 3 del decreto legge n. 8 del 1991 - appare quella che non necessita di riscontri esterni e che sostanzialmente il giudice desume dalla presenza dei requisiti del disinteresse, della genuinità, della spontaneità, della costanza, della logica interna del racconto (tra le tante, Cassazione, sentenze n. 13279 del 1990; n. 2494 del 1994; n. 2014 del 1996; n. 5567 del 1997; n. 13272 del 1998).
  • assume rispetto al fatto delittuoso oggetto delle sue dichiarazioni la qualità di persona offesa ovvero informata sui fatti o di testimone;
  • non è stato condannato per delitti non colposi connessi a quelli per cui si procede e non ha tratto profitto dall'essere venuto in relazione con il contesto criminale su cui testimonia;
  • non è stato sottoposto a misura di prevenzione e non è in corso un procedimento di applicazione di detta misura (condizione già prevista dalla normativa vigente) da cui -quid novum – si desuma la persistente attualità della pericolosità sociale del soggetto e la ragionevole probabilità che possa commettere delitti di grave allarme sociale;
  • si trova in una situazione di pericolo grave, concreto ed attuale rispetto al quale appaiono inadeguate le misure ordinarie di tutela adottabili dalle autorità di pubblica sicurezza; la valutazione del pericolo viene messa in relazione alla qualità delle dichiarazioni rese, alla natura del reato, allo stato e grado del procedimento penale nonché alle caratteristiche di reazione dei singoli o dei gruppi criminali oggetto delle dichiarazioni.

Le speciali misure di protezione per i testimoni di giustizia e per gli altri protetti

L'articolo 3 - rinviando per le ulteriori misure di dettaglio alle previste norme attuative di cui all'articolo 26 - indica la tipologia delle speciali misure di protezione dei testimoni.

Le speciali misure di protezione si sostanziano in:

  • misure di tutela (fisica);
  • misure di sostegno economico;
  • misure di reinserimento sociale e lavorativo.

L'individuazione di ulteriori, apposite disposizioni per i minori oggetto delle misure è demandata ai citati regolamenti di attuazione (articolo 26).

Nel decreto legge n. 8 del 1991, la locuzione “speciali misure di protezione” (che non comprende quelle, di maggior tutela, adottate col programma speciale di protezione), è usata in relazione a tutte le misure adottabili nei confronti dei testimoni di giustizia.

L'articolo 4 del provvedimento detta i criteri di scelta delle misure di protezione, che vanno personalizzateed adeguate al caso specifico. Tali misure - se non in via temporanea ed eccezionale - non possono comportare diminuzione e perdita dei diritti goduti dal testimone prima delle dichiarazioni. Salvo motivate eccezioni di sicurezza, devono essere garantite al testimone la permanenza nella località di origine e la prosecuzione delle attività finora svolte. Il trasferimento in località protetta e il cambio d'identità del testimone restano, invece, ipotesi derogatorie ed eccezionali rispetto alle misure ordinarie, applicabili "quando le altre forme di tutela risultano assolutamente inadeguate rispetto alla gravità e attualità del pericolo" e devono, comunque, tendere a riprodurre le precedenti condizioni di vita, tenuto conto delle valutazioni espresse dalle competenti autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza. In ogni caso deve essere assicurata al testimone e agli altri protetti "un'esistenza dignitosa".

L'articolo 5 indica una serie di misure di tutela, volte a garantire la sicurezza dei testimoni di giustizia,degli altri protetti e dei loro beni, da graduare in base all'attualità e gravità del pericolo. L'articolo unifica in una sola disposizione le misure già previste dal decreto-legge del 1991(art. 13, commi 4 e 5, del decreto legge n. 8 del 1991) e dal DM 161/2004, eliminando la distinzione tra misure di protezione adottate nella località di origine e quelle adottate col trasferimento in località protetta (ovvero l'attuale speciale programma di protezione). Il sistema delle misure di tutela comprende:

  •  misure di vigilanza e protezione;
  •  misure di natura tecnica per la sicurezza di abitazioni, immobili ed aziende di pertinenza dei protetti;
  •  misure di sicurezza per gli spostamenti nel comune di residenza o in altro comune;
  •  il trasferimento in luogo protetto;
  •  speciali modalità di tenuta della documentazione e delle comunicazioni del sistema informatico;
  •  l'utilizzo di documenti di copertura;
  •  il cambiamento delle generalità, garantendone la riservatezza anche in atti della PA.
  • Il sistema delle misure di tutela è "chiuso", infine, dalla previsione dell'utilizzo di " ogni altra misura straordinaria, anche di carattere economico, eventualmente necessaria, nel rispetto delle direttive generali impartite dal Capo della polizia-direttore generale della pubblica sicurezza".

L'articolo 6 disciplina le misure di sostegno economico spettanti a tutti i testimoni di giustizia e agli altri protetti.

Tali misure, attualmente – in base all'articolo 16-ter del decreto legge n. 8 del 1991- riguardano il solo testimone sottoposto al programma di protezionecon trasferimento in località protetta.

La disposizione elimina il riferimento all’obbligo di garantire un tenore di vita non inferiore a quello precedente alle dichiarazioni, prevedendo che ai testimoni di giustizia sia assicurata una condizione economica equivalente a quella preesistente.

Rispetto alla legislazione vigente sono introdotte le seguenti nuove misure di sostegno economico:

  • l'esplicita previsione di un rimborso delle spese occasionalmente sostenute dal testimone o dagli altri protetti come esclusiva conseguenza delle speciali misure di protezione;
  • il diritto ad un alloggio che si precisa debba essere idoneo a garantire la sicurezza e la dignità dei testimoni e degli altri protetti (nel caso sia impossibile usufruire della propria abitazione o si sia trasferiti in località protetta). Ulteriori novità rispetto alla disciplina vigente riguardano poi: la previsione che la categoria catastale dell'alloggio fornito debba possibilmente corrispondere a quella della dimora abituale; la possibilità per il testimone di alloggiare, anche con la famiglia, presso strutture comunitarie accreditate dove poter svolgere attività lavorativa;
  • l'estensione al testimone dell'assistenza legale nel processo penale in cui il testimone rende dichiarazioni ed è persona offesa dal reato o parte civile;
  • un indennizzo forfetario ed onnicomprensivo determinato in via regolamentare a titolo di ristoro per il pregiudizio subito con l'applicazione delle misure di protezione conseguenti alla testimonianza resa (a meno che il testimone o gli altri protetti chiedano, in giudizio, il risarcimento del danno biologico o esistenziale);
  • se le misure adottate comportano il definitivo trasferimento in altra località, l'acquisizione dei beni immobili dei quali sono proprietari il testimone o gli altri protetti al patrimonio dello Stato (dietro corresponsione dell'equivalente in denaro secondo il valore di mercato). L'acquisizione è condizionata - rispetto alle previsioni dell'articolo 16-ter decreto legge n. 8 del 1991- dall'accertata impossibilità di vendita dell'immobile sul libero mercato.

Permangono in capo al testimone e agli altri protetti:

  • il diritto a una somma a titolo di mancato guadagno per la cessazione dell'attività lavorativa del testimone;
  • il diritto alle spese sanitarie, ove sia impossibile usufruire di strutture pubbliche;
  • il diritto a un assegno periodico derivante dall'impossibilità di svolgere attività lavorativa o di percepirne i proventi a causa delle misure di tutela adottate o per effetto delle dichiarazioni rese.

L’articolo 7 è dedicato alle misure di reinserimento sociale e lavorativo del testimone di giustizia (e degli altri protetti) che, come quelle economiche, vedono attualmente una disparità di trattamento in favore del testimone sottoposto al programma speciale di protezioneLe misure previste, salvo eccezioni, sono adottate nei confronti di tutti i testimoni di giustizia.

Tra le nuove prerogative in tale ambito si segnala il diritto del testimone:

  • a svolgere, dopo il trasferimento in località protetta (nell’ambito, quindi, del programma speciale di protezione), un’attività lavorativa, anche non retribuita, in base alle proprie inclinazioni. La previsione mira allo sviluppo della persona e alla prosecuzione della sua partecipazione sociale;
  • a beneficiare di specifiche forme di sostegno alla propria impresa, da determinare in via di attuazione. Sono applicabili a tal fine, ove compatibili le disposizioni relative alle aziende confiscate alla criminalità organizzata di cui al cd. Codice antimafia;
  • ad un nuovo posto di lavoro, anche temporaneo, con mansioni e posizione equivalenti a quelle che il testimone di giustizia (o gli altri protetti) ha perso in conseguenza delle sue dichiarazioni (o che le misure adottate impediscono di svolgere).
  • a possibile assegnazione di beni da parte dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata;

Sono confermate le misure che prevedono:

  • il diritto alla conservazione del posto di lavoro o al trasferimento presso altre amministrazioni o sedi;
  • in alternativa alla capitalizzazione (e se il testimone non è economicamente autonomo) il diritto all’accesso a un programma di assunzioni presso la PA (fatte salvo quelle che richiedono particolari requisiti), con chiamata nominativa e con qualifica corrispondente ai titoli posseduti, nei limiti dei posti vacanti;
  • il diritto all'accesso a mutui agevolati, per i quali è specificata la possibilità di convenzioni tra Ministero dell'interno e banche.
  • L'articolo 8 introduce un termine massimo di durata di sei anni delle speciali misure di protezione(sia di tutela che di assistenza economica e reinserimento lavorativo) fissato dalla Commissione centrale, fatte salve le periodiche verifiche sulla gravità e attualità del pericolo e sull'idoneità delle misure. Le misure potranno, tuttavia, protrarsi oltre tale limite su richiesta motivata dell'autorità giudiziaria che le ha proposte.

Con riguardo alle misure di tutela di cui all'articolo 5si prevede che esse siano:

  • mantenute fino a che il pericolo per il testimone rimanga grave, concreto ed attuale;
  • gradualmente affievolite, ove possibile.

Nel caso in cui, al termine delle speciali misure di protezione, il testimone di giustizia e gli altri protetti non abbiano riacquistato l'autonomia lavorativa o il godimento di un reddito proprio, si prevede che il testimone e gli altri protetti accedano o alla capitalizzazione del costo dell'assegno periodico o a un programma di assunzioni nella pubblica amministrazione.

L'articolo 9,modificando l'articolo 10 del decreto legge n. 8 del 1991, innova la composizione della Commissione centrale presso il Ministero dell'internocui, su richiesta dell'autorità giudiziaria, compete decidere sull'adozione delle diverse misure di protezione nonché sulle eventuali vicende modificative. La composizione della Commissione è integrata da un avvocato dello Stato ed è prevista la nomina di un vicepresidente.

Attualmente, presidente della Commissione centrale (composta da otto membri) è un Sottosegretario di Stato all'interno. Ne fanno parte, poi, due magistrati e cinque funzionari e ufficiali preferibilmente scelti tra coloro che hanno maturato specifiche esperienze nel settore e che siano in possesso di cognizioni relative alle attuali tendenze della criminalità organizzata, ma che non sono addetti ad uffici che svolgono attività di investigazione, di indagine preliminare sui fatti o procedimenti relativi alla criminalità organizzata di tipo mafioso o terroristico-eversivo.

La disposizione demanda, poi, ai regolamenti di attuazione la dotazione di personale e mezzi della segreteria che coadiuva la Commissione (attualmente, i compiti di segreteria sono svolti da personale dell'Ufficio per il coordinamento e la pianificazione delle forze di polizia).

Il procedimento di applicazione, modifica, proroga e revoca delle speciali misure di protezione  L'articolo 10 rinvia, in quanto compatibili, a una serie di disposizioni del decreto legge n. 8 del 1991per il procedimento di applicazione, modifica, proroga e revoca delle speciali misure e l'attuazione dei programmi di protezione e per quanto non espressamente disciplinato dal disegno di legge. In via transitoria fino all'adozione del nuovo regolamento di attuazionedi cui all'articolo 26 si applicano le disposizioni dei regolamenti ministeriali attuativi dell'articolo 17-bis del decreto legge n. 8 del 1991 (sostanzialmente, il DM n. 161 del 2004 - essendo il DM n. 144 del 2006 riferito al trattamento penitenziario dei detenuti-collaboratori di giustizia - nonché il regolamento per l'assunzione dei testimoni di giustizia nella PA, DM n. 204 del 2014). L'articolo 11 coordina la disciplina sulla proposta di ammissione alle speciali misure di protezione (prevista dall'articolo 13 del decreto legge n. 8 del 1991) al nuovo status del testimone. La proposta alla Commissione centrale, infatti, deve contenere anche l'attestazione della sussistenza dei requisiti del testimone di giustizia indicati dall'articolo 2 del disegno di legge. Sulla proposta di ammissione - ove la testimonianza riguardi delitti di mafia, terrorismo ed altri delitti di particolare allarme sociale (articolo 51, commi 3-bister e quater, c.p.p.) – è resa obbligatoria la richiesta di parere del Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, attualmente solo eventuale (articolo 11, comma 5, del decreto legge n. 8 del 1991). Si prevede inoltre che la Commissione richieda informazioni, oltre che al Servizio centrale di protezione, anche al prefetto del luogo di dimora del testimone. Infine, la disposizione impone la trasmissione al tribunale dei minorenni, per le eventuali determinazioni di competenza, della proposta di misure di protezione che riguardi minori in condizioni di disagio familiare e/o sociale. Gli articoli 12 e 13 riguardano l’applicazione del programma di protezioneL’articolo 12 prevede modifiche all’attuale disciplina del piano provvisorio di protezione. Si prevede che:

  • la deliberazione della Commissione centrale avviene di regola senza formalità e, in ogni caso, entro la prima seduta successiva alla proposta dell’autorità giudiziaria proponente;
  • il piano provvisorio deve assicurare agli interessati le speciali misure di protezione e condizioni di vita congrue rispetto alle precedenti;
  • nel piano provvisorio, deve operare un referente del testimone di giustizia. Il referente (i cui compiti sono specificamente indicati dall’articolo 16), in sede di piano provvisorio, ha compiti sostanzialmente informativi del testimone sui contenuti delle misure e sui suoi diritti e doveri, deve poi trasmettere alla Commissione centrale entro 30 gg. tutte le informazioni (personali, familiari, patrimoniali) degli interessati nonché chiedere la nomina, ove richiesto, di una figura professionale di supporto psicologico;
  • è stabilito un termine di 90 gg. trascorsi i quali, il piano provvisorio perde efficacia (attualmente, il piano provvisorio decade se entro 180 gg. la proposta del programma definitivo non è stata trasmessa dall’autorità proponente e la commissione non ha deliberato in tal senso). Il presidente della commissione centrale può disporre la prosecuzione del piano provvisorio di protezione per il tempo strettamente necessario a consentire l'esame della proposta da parte della commissione medesima. Il termine di 90 gg. è prorogabile fino a 180 con provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria e comunicato alla commissione centrale.
  • L'articolo 13 apporta modifiche alla disciplina relativa al Programma definitivo per la protezione.

Tra le novità si segnalano:

  • è espressamente prevista l’accettazione del programma; attualmente, le misure sono “sottoscritte” dagli interessati (articolo 12 del decreto legge n. 8 del 1991 e 12 del DM n. 161 del 2004) che contestualmente assumono l'impegno di:
  • riferire tempestivamente all'autorità giudiziaria quanto a loro conoscenza sui fatti di rilievo penale,
  • non rilasciare dichiarazioni su tali fatti a soggetti diversi dall'autorità giudiziaria, dalle forze di polizia e dal proprio difensore,
  • non rivelare o divulgare in qualsiasi modo elementi idonei a svelare la propria identità o il luogo di residenza qualora siano state applicate le misure di tutela.
  • la possibilità di modifica o revoca del programma definitivo (come di quello provvisorio) può avvenire in reazione all’attualità, concretezza e gravità del pericolo (rispetto a quanto previsto dall’articolo 13-ter del decreto legge n. 8 del 1991 è aggiunto il requisito della “concretezza”) nonché in relazione alle esigenze degli interessati;
  • l’introduzione di un termine di 20 gg. dalla richiesta per decidere sulla richiesta di modifica o revoca(attualmente non stabilito), nonché la necessaria acquisizione dei pareri dell’autorità giudiziaria (se non hanno chiesto loro la modifica-revoca) e, eventualmente, del Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo;
  • l’introduzione di un termine semestrale per la verifica periodica del programma da parte della Commissione.

A legislazione vigente, l’articolo 13-quater del decreto legge n. 8 del 1991 prevede un termine non superiore a 5 anni e non inferiore a 6 mesi entro cui deve procedersi alle verifiche per la modifica o la revoca, fermo restando l’obbligo di procedere alle verifiche se lo chieda l’autorità giudiziaria che ha formulato la richiesta.

Viene, infine, precisato che la modifica o revoca del programma definitivo non ha effetto sull'applicabilità dell'articolo 147-bis delle norme di attuazione al c.p.p. dovendosi, comunque, prevedere la partecipazione al dibattimento a distanza da parte del testimone.

L'articolo 14 conferma l'affidamento delle modalità esecutive delle misure di protezione al Servizio centrale di protezione, la cui disciplina sostanziale è contenuta nell'articolo 14 del decreto legge n. 8 del 1991.

Il Servizio centrale di protezione  E' la struttura interforze deputata all’attuazione e alla specificazione delle modalità esecutive del programma speciale di protezione deliberato dalla Commissione centrale del Ministero dell’interno. Istituito nell'ambito del Dipartimento della pubblica sicurezza (con decreto del Ministro dell'interno, che ne stabilisce la dotazione di personale e di mezzi, anche in deroga alle norme vigenti) il Servizio provvede sostanzialmente alla tutela, all’assistenza e a tutte le esigenze di vita delle persone beneficiarie della protezione. Il Servizio è articolato in due sezioni, dotate ciascuna di personale e di strutture differenti e autonome, aventi competenza l'una sui collaboratori di giustizia e l'altra sui testimoni di giustizia. Sul territorio nazionale il Servizio di protezione è articolato in 19 nuclei periferici (i cd. NOP, nuclei operativi di protezione).

Le principali novità introdotte dalla riformasono sostanzialmente:

  • il coinvolgimento del Servizio centrale anche in relazione all'esecuzione del piano provvisorio di protezione (ora si occupa dell'esecuzione del solo programma speciale di protezione; le misure di protezione, provvisorie e definitive, nel luogo di residenza del testimone sono, invece eseguite dagli organi di polizia sul territorio);
  • l'individuazione, nell'ambito della sezione dell'ufficio che si occupa dei testimoni, del referente del testimone di giustizia.

L'articolo 15 prevede che le disposizioni di cui all'articolo 14, comma 1, terzo periodo, si applicano anche in materia di collaboratori di giustizia.

Il terzo periodo del comma 1 dell'articolo 14 prevede che il Capo della polizia-direttore generale della pubblica sicurezza coordina i rapporti tra prefetti e tra autorità di sicurezza nell'attuazione degli altri tipi di speciali misure di protezione, la cui determinazione spetta al prefetto del luogo di residenza attuale del testimone, anche mediante impieghi finanziari non ordinari autorizzati dallo stesso Capo della polizia - direttore generale della pubblica sicurezza.

L’istituzione, ai sensi dell'articolo 16, della figura del referente del testimone di giustizia che lo assiste per tutta la durata del programma di protezione e anche successivamente, fino al riacquisto dell’autonomia economica, costituisce le novità di maggior rilievo della riformain esame.

Al referente sono assegnati i seguenti compiti di assistenza:

  • informare il testimone (e gli altri protetti) sui diritti che la legge gli assicura e sulle conseguenze derivati dall’attuazione delle misure;
  • individuare e quantificare il patrimonio, attivo e passivo, e le obbligazioni del testimone di giustizia e degli altri protetti;
  • informare periodicamente la commissione centrale sull'andamento del programma di protezione, sull'eventuale necessità di adeguarlo alle sopravvenute esigenze dell'interessato, nonché sulla condotta e sull'osservanza degli impegni assunti;
  • assistere gli interessati, con il loro consenso, nella gestione del patrimonio e dei beni aziendali, delle situazioni creditorie e debitorie e di ogni altro interesse patrimoniale del testimone di giustizia e degli altri protetti se questi non possono provvedervi a causa delle dichiarazioni rese o dell'applicazione del programma di protezione;
  • assistere gli interessati nella presentazione dei progetti di reinserimento sociale e lavorativo e verificare la loro concreta realizzazione;
  • assistere gli interessati nella presentazione dei progetti di capitalizzazione, nella concreta realizzazione e nella rendicontazione periodica alla commissione centrale dell'utilizzazione delle somme attribuite;
  • collaborare tempestivamente per assicurare l'esercizio di diritti che potrebbero subire limitazione dall'applicazione delle speciali misure di protezione.

Si tratta a ben vedere di compiti di assistenza: come precisa la norma, infatti, la titolarità delle decisioni resta attribuita al testimone di giustizia e agli altri protetti.

L’articolo 17 prevede la possibilità in qualunque momento del programma, anche nel corso dell'esecuzione del piano provvisorio, di essere sentiti personalmente dalla Commissione centrale o dal Servizio centrale di protezione. Alla richiesta di audizione si deve dare corso entro il termine di trenta giorni.

L'articolo 18 ridelinea la disciplina della somma urgenza.

Quando risultano situazioni di particolari gravità e urgenza che non consentono di attendere la deliberazione della Commissione centrale e nelle more della decisione si prevede:

  • l'applicazione delle disposizioni di cui all'articolo 13, comma 1, sesto e settimo periodo, le quali prevedono che in tali casi, su motivata richiesta della competente autorità provinciale di pubblica sicurezza, il Capo della polizia - direttore generale della pubblica sicurezza può autorizzare detta autorità ad avvalersi, per l'attuazione di misure provvisorie, degli stanziamenti "riservati" previsti dall'articolo 17 del decreto legge n. 8 del 1991 (per i quali sono dettati obblighi di relazione del Capo della polizia al Ministro dell'interno). Nei casi in cui è applicato il piano provvisorio di protezione, il presidente della commissione può richiedere al Servizio centrale di protezione una relazione riguardante la idoneità dei soggetti a sottostare agli impegni assunti;
  • la possibilità per l'autorità provinciale di pubblica sicurezza di accedere ai fondi avvalendosi del Servizio centrale di protezione.

L'articolo 19 integra il contenuto del comma 4 dell'articolo 17 del decreto legge n. 8 del 1991 precisando che gli interventi finanziari relativi alle misure di protezione non sono soggetti alle norme sulla tracciabilità dei pagamenti e sulla fatturazione elettronica.

Il comma 4 dell'articolo 17 del decreto-legge n. 8 del 1991 sancisce la natura riservata e non soggetta a rendicontazione degli interventi finanziari relativi alle misure di protezione.

Disposizioni finali e transitorie

L'articolo 20 dispone l’abrogazione:

  • dell’articolo 12, comma 3, del decreto legge n. 8 del 1991 che - in sede di assunzione degli impegni - esonera i testimoni di giustizia dall’obbligo di specificare tutti i beni posseduti e controllati;
  • del capo II-bis (articoli 16-bis e 16-ter) dello stesso decreto-legge recante norme per la protezione dei soli testimoni di giustizia.

L’articolo 21 modifica l’articolo 392 c.p.p. estendendo anche ai testimoni di giustizia la possibilità di essere ascoltati con incidente probatorio durante le indagini preliminari.

Attualmente, tale forma di assunzione della prova è prevista per i soli collaboratori di giustizia.

L’articolo 22 introduce nell’ordinamento un'ulteriore circostanza aggravante ad effetto speciale del reato di calunnia.

Il delitto in questione è punito dall’articolo 368 c.p. con la pena (base) della reclusione da 2 a 6 anni.

L'aggravante, che consiste nell’avere commesso il reato per usufruire o continuare a fruire delle speciali misure di protezione previste dalla legge in esame, comporta un aumento da un terzo alla metà della pena base. Se uno dei benefici è stato ottenuto, l’aumento è dalla metà ai due terzi.

L’articolo 23 detta una norma transitoria secondo cui è testimone di giustizia colui che, alla data di entrata in vigore della nuova legge, è sottoposto al programma o alle speciali misure di protezione.

L’articolo 24 modifica l'articolo 147-bis, comma 3, delle norme di attuazione del c.p.p. introducendovi una nuova lettera a-bis). La nuova disposizione aggiunge anche le persone ammesse al piano provvisorio o al programma definitivo per la protezione dei testimoni di giustizia tra i soggetti il cui esame in dibattimentoavviene, di regola, a distanza.

L’articolo 25 prevede l’istituzione nell'ambito del sito Internet del Ministero dell’interno di una sezione, di facile accesso e debitamente segnalata nella home page del sito, contenente tutte le informazioni:

  • sull'applicazione dei programmi di protezione per i testimoni di giustizia;
  • sui relativi diritti e doveri

L’articolo 26 demanda l'attuazione della legge in esame ad uno o più regolamenti adottati dal Ministro dell’interno, di concerto con quello della giustizia, sentita la Commissione centrale e previo parere delle Commissioni parlamentari competenti.

Per quanto riguarda l'attuazione delle disposizioni di cui all'articolo 3, comma 2, relative ai minori compresi nelle speciali misure di protezione il regolamento relativo è adottato con decreto del Ministro dell'interno, di concerto con il Ministro della giustizia e con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali.

Infine in riferimento all'attuazione delle disposizioni di cui all'articolo 6, comma 1, relative alle misure di sostegno economico i regolamenti relativi sono predisposti previo parere dell'Agenzia delle entrate.

L’articolo 27 del disegno di legge ribadisce l'obbligo delMinistro dell’interno di relazione semestrale al Parlamento (ex art. 16, del decreto legge n. 8 del 1991) sulle misure di protezione dei testimoni di giustizia, sulla loro efficacia e sulle modalità di applicazione senza riferimento nominativi. Oltre al numero dei testimoni e degli altri protetti, andranno in tale sede precisate, rispetto a quanto attualmente previsto, le spese di assistenza economica sostenute e le elargizioni straordinarie concesse ai testimoni.

L'articolo 28 reca infine la clausola di invarianza finanziaria.

a cura di: C. Andreuccioli


Il  decreto legge n. 8 del 1991 è stata introdotto nel nostro ordinamento un sistema ‘premiale’ per i ‘collaboratori di giustizia’ per i delitti di stampo mafioso riguarda coloro che ‘assumono rispetto al fatto o ai fatti delittuosi in ordine ai quali rendono le dichiarazioni esclusivamente la qualità  di persona offesa dal reato, ovvero di persona informata sui fatti o di testimone‘ a condizione che non siano oggetto di misure di prevenzione.

Nella realtà  cosa avviene? Nella località  protetta (soltanto 17 testimoni di giustizia su 80 beneficiano attualmente delle speciali misure di protezione in località  di origine  e la stessa sorte la hanno anche i familiari) ci sono solo guai e perdite economiche nel caso di attività  esistenti e sarebbe logico assicurare loro aiuti per mantenere le loro attività  dando un messaggio di sicurezza per altri. Se ne parla dal 2014: al Senato, nelle sedute del 29 ottobre 2014 (clicca qui e qua), alla Camera ha discusso la relazione il 21 aprile 2015 ed il 22 aprile 2015, ma anche in Commissione Giustizia della Camera ha avviato il 7 settembre 2016 l’esame dell’ AC 3500, che recepisce gran parte delle indicazioni contenute nella relazione della Commissione antimafia, deliberando altresì di procedere ad una breve ciclo di audizioni (sulle quali leggi questa scheda). Su contenuti ed iter parlamentare della proposta di legge leggi questa scheda.

XVIII Legislatura: progetti di legge presentati e in discussione

ATTIVITA' D’INCHIESTA

ATTI DI INDIRIZZO POLITICO E CONTROLLO

Archivio VARESE NEWS

DISPOSIZIONI PER LA PROTEZIONE DEI TESTIMONI DI GIUSTIZIA (AS 2740). SCHEDA DI SINTESI Premessa. La Camera ha approvato il 9 marzo 2017 il provvedimento, che successivamente è stato approvato all’unanimità dal senato il 21 dicembre 2017.

Finalità del provvedimento. La proposta di legge iniziale (AC 3500) è volta ad adeguare la disciplina (in particolare il decreto legge n. 8 del 1991 e la legge n. 45 del 2001) in materia, al fine di distinguere meglio la posizione dei testimoni di giustizia (di norma semplici cittadini – ad esempio imprenditori oggetto di racket o di usurai – che danno uno specifico apporto alle indagini della magistratura e che per questo possono essere perseguitati da gruppi criminali: in base ai dati forniti dal Governo nel corso dell’iter, essi attualmente sono 78, e 255 i loro familiari) da quella dei collaboratori di giustizia (che fanno invece parte di organizzazioni criminali e che proprio per questo sono in grado di fornire informazioni utili per lo svolgimento delle indagini, ottenendo in cambio benefici di varia natura: attualmente sono 1.277, con 4.915 familiari).

Contenuti della proposta di legge. La proposta di legge prevede in particolare:

  • la ridefinizione del testimone di giustizia (“colui che: rende, nell’ambito di un procedimento penale, dichiarazioni dotate di fondata attendibilità intrinseca e rilevanti per le indagini o il giudizio”) e il riconoscimento della protezione delle persone conviventi ai testimoni e ad altri “protetti” che siano esposti a grave, attuale e concreto pericolo (artt. 1 e 2);
  • l’ampliamento e la personalizzazione delle misure di vigilanza, tutela fisica e sostegno economico e di reinserimento sociale e lavorativo, privilegiando il mantenimento del testimone di giustizia nella località di origine (rispetto al programma di protezione in località protetta) (artt. 3-8);
  • la modifica della composizione della Commissione centrale presso il Ministero dell’Interno e la disciplina riguardante il piano di protezione provvisorio e definitivo (artt. 9-19)
  • l’introduzione della figura del referente del testimone di giustizia, volto ad assisterlo nei suoi rapporti con le istituzioni (art. 16);
  • la possibilità di utilizzo dell’incidente probatorio e della videoconferenza per ascoltare i testimoni di giustizia, al fine di evitarne la sovraesposizione (art. 21 e 24);
  • la previsione di un’ulteriore circostanza aggravante del reato di calunnia, se commessa per usufruire delle misure di protezione (art. 22);
  • la disponibilità sul sito internet del Ministero delle informazioni sull’applicazione dei programmi di protezione per i testimoni di giustizia e sui relativi diritti e doveri (art. 25).

Notizie dell’iter alla Camera. La Commissione Giustizia della Camera ha avviato il 7 settembre 2016 l’esame della proposta di legge, che recepisce gran parte delle indicazioni contenute nella relazione della Commissione antimafia per garantire una più efficace tutela dei testimoni di giustizia attraverso la definizione di una specifica disciplina: la relazione è stata discussa dall’Assemblea di Camera e Senato, con l’approvazione di atti di indirizzo.

Al fine di approfondire ulteriormente gli aspetti problematici del provvedimento, la Commissione Giustizia ha effettuato un breve ciclo di audizioni (seduta del 13 settembre 2016). In particolare, il 25 ottobre 2016 ed il 26 ottobre 2016 sono stati ascoltati i Procuratori della Repubblica presso i tribunali di Reggio Calabria, Napoli, Milano, Palermo, Roma e Torino, nonché il Presidente della Commissione centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure di protezione ed il Procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo (per una sintesi di tali interventi leggi questa scheda).

L’esame degli emendamenti si è svolto nelle sedute del 16 novembre 201623 novembre 201611 gennaio 20171° febbraio 2017 e 23 febbraio 2017. La discussione in Aula è iniziata il 27 febbraio 2017, con gli interventi, tra gli altri, del relatore, On. Mattiello, e del Vice Ministro dell’Interno. A causa del mancato parere espresso dalla Commissione Bilancio, che ha chiesto una relazione tecnica sugli oneri derivanti dal provvedimento (clicca qui e qui), la discussione è stata rinviata al 7 marzo 2017. L’8 marzo 2017 la Commissione Bilancio ha espresso un parere favorevole con osservazioni.

Il 9 marzo 2017 l’Assemblea di Montecitorio ha approvato il testo con alcune modifiche (clicca qui).

L’iter al Senato. La Commissione Giustizia del Senato ha avviato la discussione del provvedimento (e di altre due proposte di legge in materia, AS 809 e AS 2176) il 4 luglio 2017  18 luglio 2017 e 25 luglio 2017: l’esame degli emendamenti è ripreso nella seduta del 19 settembre 2017. La Commissione Giustizia ha ultimato l’esame del provvedimento il 24 ottobre 2017 apportando una modifica all’articolo 1. È stato approvato anche un ordine del giorno di indirizzo al Governo volto a modificare la disciplina dei verbali illustrativi dei contenuti della collaborazione e della loro utilizzabilità entro determinati termini temporali.Il provvedimento è stato poi approvato definitivamente dal Senato il 21 dicembre 2017, ripristinando il testo licenziato dalla Camera. Per maggiori informazioni vedi il dossier del Servizio Studi del Senato.

(ultimo aggiornamento 21 dicembre 2017)  AVVISO PUBBLICO

 

Giovanni Falcone: “Perché servono le leggi sui pentiti”    Vorrei leggervi una lettera, da me ricevuta giorni addietro, che è stata redatta da terroristi dissociati; la stessa è stata indirizzata, oltre che a me, anche ad altri colleghi, quali Caselli, Vigna, Napolitano, Imposimato. Ve la leggo perché penso che racchiuda in sé proprio la tematica di questo nostro incontro, e soprattutto perché costituisce, a mio avviso, un’analisi molto lucida di tutti i problemi che stanno venendo fuori nel corso di questo dibattito.

Inizia (naturalmente vi leggerò solo i passi più essenziali) così: “Noi ex militanti di organizzazioni armate, ovvero detenuti con particolare posizione processuale, nel nostro iter giudiziario e carcerario abbiamo avuto modo di constatare che l’impegno, la perseveranza, l’intelligenza di alcuni magistrati sono stati determinanti e preponderanti nella lotta all’eversione. Serve ricordare sempre che taluni di essi hanno perso la vita per questo. Questi magistrati, che hanno attraversato momento per momento l’eversione con le loro indagini sviscerando e dipanando problematiche mai affrontate sino ad allora nella nostra Repubblica, hanno condizionato anche la legislazione d’emergenza determinando temporalmente gli strumenti adeguati per affrontare e risolvere il problema. La crisi politico-militare e organizzativa delle bande armate è frutto dell’opera investigativa degli inquirenti e della comprensione politica del problema da parte dello Stato che ha adeguatamente legiferato. Il terrorismo però nasce e si innesta su problematiche sociali rimaste in gran parte tuttora insolute e che sono ugualmente l’humus della nascita e della riproduzione della criminalità mafiosa e camorristica. I magistrati impegnati nella lotta all’eversione si sono trovati nelle loro inchieste di fronte ad episodi e sintomi di collusione del terrorismo con la criminalità organizzata”.

E si fanno alcuni esempi: le Unità combattenti comuniste ebbero rapporti delinquenziali, che sfociarono in una rapina al “Club Mediterranée” di Nicotera Marina nell’agosto del ’77, con elementi calabresi appartenenti a cosche operanti nella piana di Gioia Tauro; i collegamenti tra movimento politico Ordine nuovo e banda Vallanzasca; i rapporti fra Stefano Delle Chiaie e personaggi della mafia siculo-americana; i rapporti tra appartenenti ai Nar ed esponenti del clan Giuseppucci-Balducci-Abbruciati; la fornitura da parte di Frank Coppola e del suo clan ad appartenenti al movimento politico Ordine nuovo; i proficui rapporti intercorrenti fra Brigate rosse e organizzazioni criminali risalenti al sequestro-Cirillo; le notevoli connessioni fra Brigate rosse e non meglio identificati esponenti della ‘ndrangheta calabrese; il caso Ligas-Pittelli.

Perché si dice questo? “E proprio da tali considerazioni che sono scaturite le speculazioni su chi collabora con la giustizia, operate da personaggi aventi un marcato interesse alla omertà e tendenti quindi ad evitare nuove norme giuridiche che facilitino il chiarimento su connubio tra potere politico e mafia. Gli stessi giudici che operano durante gli anni più cruenti del terrorismo si ritrovano nella condizioni di solitudine ad istruire processi contro la criminalità organizzata”. E poi vi è un passo estremamente importante che condivido e sottoscrivo in pieno: “I problemi che vengono posti in luce sotto la dicitura “emergenza” sono invece dato strutturale della società italiana. In questo senso il richiamo alla emergenza si pone come tentativo di risanamento morale, politico ed economico del Paese e non come strumento di paralisi della dialettica politica, elemento essenziale fisiologico del corretto rapporto tra maggioranza e opposizione. Pertanto, discutere di emergenza sì emergenza no è una mera strumentalizzazione dei problemi del Paese. La necessità di moralizzare la vita pubblica italiana è sempre emergente e lo Stato deve stringersi attorno a quegli uomini che lavorano con abnegazione nel rispetto della legalità, della democrazia e della Carta costituzionale”.

Ed è proprio per rispettare la legalità che noi siamo qui riuniti e sottolineiamo da tempo la esigenza di norme che agevolino un rapporto più corretto con coloro che intendono collaborare con la giustizia. Non c’è affatto una volontà, una tendenza a indulgere in scorciatoie pericolose. Ed è assolutamente inesistente, per quanto mi risulta, una “cultura del pentitismo”, un voler credere ciecamente e acriticamente in quello che ci viene rivelato. E non mi si dica che negli Stati Uniti proprio perché vi sono soggetti che collaborano maggiormente con la giustizia non si fanno più indagini. Il tipo di indagini che personalmente ho potuto constatare e la qualificazione professionale e le attrezzature tecniche esistenti negli Stati Uniti sono veramente a un livello molto superiore rispetto a quello che abbiamo noi; e debbo dire che talora le indagini e le acquisizioni processuali che noi facciamo in Italia in ordine a gravi reati non sono altro che un riflesso di quello che apprendiamo altrove. Io non penso che ci sia qualcuno che possa seriamente e in buona fede pensare che un magistrato degno di questo nome possa adempiere in questa maniera il suo dovere.

In realtà le norme premiali servono soprattutto a eliminare sacche di illegalità strisciante che noi ogni giorno siamo costretti a dover constatare. Quante volte abbiamo constatato l’esistenza di un rapporto poco chiaro fra polizia e confidente, che poi è sempre il rapporto tra il maresciallo Tizio o l’appuntato Caio e quel singolo confidente? Tante volte ci si dimentica che la facoltà dell’ufficiale di polizia di non rivelare il nome del confidente non significa affatto copertura del reato dallo stesso commesso, che si ha sempre l’obbligo giuridico di perseguire e denunziare. Quante volte ci siamo trovati sul nostro tavolo un processo per sequestro di eroina o di altro stupefacente senza riuscire a capire da dove è partita l’operazione, come si è sviluppata e chi ha fatto la soffiata? E chi ha fatto la soffiata non può essere altro che una persona stabilmente inserita nell’organizzazione. Il confidente, purtroppo, da noi in Italia non è come il confidente negli Stati Uniti, il quale si trova schedato, ha un proprio numero di codice, è il confidente del Governo americano, ha ben precisi obblighi e ben precisi diritti. Le norme premiali per chi collabora con la giustizia, dunque, servono per fare chiarezza, per stabilire che il rapporto fra chi collabora e il magistrato deve essere un rapporto regolamentato dalle leggi.

Pensavo che su questi principi ci fosse anche l’accordo del Ministero dell’interno, ove si consideri che più volte ci siamo incontrati con il ministro Scalfaro e abbiamo appreso che egli era totalmente d’accordo con le nostre considerazioni; mentre oggi dalla relazione di un qualificato esponente del Ministero dell’interno – che debbo ritenere che non parli a titolo personale – mi sembra di cogliere delle perplessità, dei ripensamenti. Da parte mia, credevo che ci si fosse riuniti non per discutere ancora sull’opportunità di queste norme premiali, bensì sui mezzi tecnici più adeguati per introdurre norme siffatte nell’ordinamento vigente”.

Vorrei accennare, poi, ad alcuni dei tanti e delicati problemi che chiunque svolge indagini istruttorie di respiro internazionale deve affrontare. Giorni addietro, per esempio, nell’interrogare un imputato di traffico di stupefacenti negli Stati Uniti, abbiamo appreso dai suoi avvocati che desideravano un nostro impegno scritto a non richiedere la estradizione; impegno che ovviamente non potevamo rilasciare e che in ogni caso non avrebbe avuto alcun valore giuridico. Altro problema riguarda (e questo lo ha ricordato egregiamente il collega Scotti) la possibilità di concessione dell’immunità che da non non esiste: pertanto, accade molto spesso che un soggetto collabori con la giustizia negli Usa, e in Italia si guardi bene dal fare qualsiasi ammissione, perché ciò significherebbe l’inizio dell’azione penale nei suoi confronti. Tutto ciò comporta degli attriti fra le polizie e la magistrature dei diversi Paesi; è evidente, infatti, che vi saranno sempre, ad esempio, delle resistenze a comunicare determinati fatti – ammessi da coloro che collaborano, previa concessione della impunità con la giustizia americana – fin quando ciò inevitabilmente produrrà un procedimento penale in Italia contro coloro che hanno collaborato. Senza dire di tanti altri problemi come, ad esempio, la possibilità di fare consegne controllate e di acquistare partite di stupefacenti, di non sequestrare la droga ma di farla proseguire fino all’estero per individuare altri anelli dell’organizzazione. Nessun procuratore della Repubblica attualmente si sognerebbe, ad esempio, di autorizzare che un corriere di eroina anziché essere arrestato in Italia venga fatto proseguire per l’estero al fine di individuare altri trafficanti, perché poi gli si addebiterebbe, quanto meno, una omissione di atti di ufficio. Ebbene, di fronte a problemi tanto complessi di armonizzazione di ordinamenti giuridici ispirati a principi diversi – armonizzazione resa necessaria dalle stesse dimensioni internazionali della criminalità organizzata – io ritengo che una saggia introduzione di norme generali di natura premiale per chi collabora con la giustizia, oltre a non ledere alcun principio costituzionale, consentirebbero, fra l’altro, di fare un notevole passo avanti nella collaborazione giudiziaria internazionale e, in definitiva, si risolverebbe in una maggiore incisività globale dell’azione della magistratura per la repressione del fenomeno della criminalità organizzata.

* Giovanni Falcone: “La posta in gioco. Interventi e proposte per la lotta alla mafia”, presentazione di Giuseppe D’Avanzo, prefazione di Maria Falcone; Bur Biblioteca Universale Rizzoli e Fondazione Giovanni e Francesca Falcone; 2010, pp 379, euro 11,90; titolo originale dell’intervento: “Una legislazione premiale per i pentiti di mafia”22 MAG 2018 BY FONDAZIONE NENNI



Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere  Seduta n. 171 di Mercoledì 21 settembre 2016  Audizione di Piero Ivano Nava, testimone di giustizia. Testo del resoconto stenografico - PRESIDENZA DELLA PRESIDENTE ROSY BINDI

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del signor Piero Ivano Nava, testimone di giustizia, in occasione dell'anniversario, che ricorre oggi, dell'assassinio mafioso del giudice Rosario Livatino, avvenuto il 21 settembre 1990.

L'audizione odierna rientra nell'ambito dell'approfondimento che la Commissione ha svolto sin dal suo insediamento sui testimoni di giustizia e che ha portato all'approvazione unanime, nella seduta del 21 ottobre 2014, di una relazione sul sistema di protezione dei testimoni di giustizia, fatta propria anche dalle Assemblee di entrambe le Camere. Dalla relazione è poi scaturita una proposta di legge ad hoc, A.C. 3500 Bindi ed altri, sui testimoni di giustizia, anch'essa approvata all'unanimità da tutti i Gruppi parlamentari rappresentati in Commissione, che attualmente è in discussione in Commissione giustizia alla Camera dei deputati.
Il 21 settembre 1990 Piero Nava, all'epoca quarantenne, stava percorrendo per ragioni di lavoro la statale che da Caltanissetta conduce ad Agrigento, quando si trovò ad assistere come testimone oculare all'omicidio del giudice Livatino da parte della mafia detta «stidda». Denunciò immediatamente il fatto e successivamente riuscì a riconoscere i responsabili, che sono stati tutti condannati con sentenze passate in giudicato.
La figura di Piero Nava è una figura emblematica, un testimone di giustizia per così dire «puro» che, dopo aver assistito occasionalmente all'uccisione di una persona – non sapeva infatti che si trattasse di un magistrato – ha sentito immediatamente il dovere di denunciare il fatto alle autorità per disinteressato spirito di giustizia e di solidarietà sociale.
Peraltro ciò avvenne in un'epoca in cui non era ancora entrata in vigore la legge per la protezione dei collaboratori di giustizia del 1991, men che meno quella per i testimoni di giustizia del 2001.
Sappiamo che quella scelta ha determinato per lei, signor Nava, un radicale cambiamento di vita, con gravissime rinunce a livello personale, e che vive tuttora, dopo ben ventisei anni, sotto protezione e con differenti generalità.
L'audizione odierna vuole rendere omaggio per la prima volta in Parlamento a quella sua scelta etica, insieme alla memoria del giudice Livatino, e per questo le chiediamo soprattutto di parlarci della sua decisione, di quel suo slancio civico e di come ha vissuto questi anni da testimone di giustizia, perché vorremmo che le sue parole rimanessero agli atti di questa Commissione e fossero conosciute dal Paese. La avverto che qualora lo ritenesse opportuno potremo passare in seduta segreta, ma ci teniamo molto che almeno una parte dell'audizione possa essere pubblica: consideriamo ciò che ci dirà sulla sua decisione e sulla sua esperienza come testimone di giustizia anche il modo migliore per ricordare la figura del giudice Livatino.
Anche per questo al termine della sua audizione la Commissione approverà una relazione per la pubblicazione delle sentenza relative all'assassinio del giudice Livatino e degli altri documenti progressivamente acquisiti dalla Commissione sulla figura dei giudice sia come magistrato antimafia, sia come vittima di mafia.Nel ringraziarla sentitamente per aver accettato il nostro invito, le cedo volentieri la parola.

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Buonasera. In fondo la mia storia è abbastanza semplice, perché io sono passato dalla strada di scorrimento veloce, stavo andando piano perché avevo una gomma forata, avevo i tubeless sulla mia macchina, me l'avevano rigonfiata, ero stanco, non avevo avuto voglia di fermarmi da un gommista lungo la strada tra Enna e Villaggio Mosè, ho fatto una curva e un rettifilo e ho visto quello che voi sapete.Non c'è da meravigliarsi se la mia memoria è fotografica e se ho riconosciuto tutti i particolari, perché io facevo il direttore commerciale e per fare il direttore commerciale, come mi avevano insegnato i miei imprenditori, a partire da Marcegaglia a scendere, bisogna capire immediatamente come è il cliente e «stamparsi» nella memoria tutto quello che fa: i movimenti delle mani, come tocca gli occhiali, tutto. (I lavori della Commissione proseguono in seduta segreta indi riprendono in seduta pubblica).

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Riconobbi la moto, riconobbi la macchina, poi nelle indagini il giorno stesso trovarono tutto bruciato nelle campagne di Favara e avevo ragione. Alla fine della testimonianza ho detto semplicemente: «Avete il numero di telefono, il documento, sapete dove sono, prendo le chiavi della mia macchina, quando avete bisogno di me mi cercate, perché io ho da fare, devo andare a lavorare, ho un impegno per pranzo a Sciacca e devo andarci». Chiaramente mi hanno detto: «Dove credi di andare?», ho risposto: «A lavorare», «Non ti puoi più muovere» mi disse un funzionario di polizia, un ispettore.
Da quel momento è cambiata la mia vita, da quel momento non sono stato più io, è stato difficile, si fa fatica a capire cosa ti succede. A un direttore commerciale suona il telefono tutto il giorno – agenti, rappresentanti, clienti – anche per le cose più stupide – manca una maniglia, non è arrivata o è arrivata rovinata – invece, il telefono viene bloccato, non ricevi neanche una telefonata. Io avevo un agente che mi chiamava tutte le mattine alle 6.20 per darmi il report, da Catania, ma il telefono non suona più. Non puoi più telefonare, non puoi più fare niente e non ti rendi neanche conto. Io dissi tre o quattro volte: «Voglio andare a lavorare, voglio andare a lavorare con la scorta», ma mi hanno detto di no, oggi dico giustamente, come fai a lavorare con la scorta? Non hai più la tua vita, l'hai persa.
Perché ho fatto questa scelta? È semplice: io ho avuto una famiglia che mi ha insegnato che devi avere senso di responsabilità, che quando tocca a te tocca a te, che non puoi alzarti la mattina, andarti a fare la barba e dirti le bugie
.
Mio nonno è stato capitano del «Savoia cavalleria» ed è morto nel 1916 – io non l'ho neanche conosciuto perché sono del 1949 – mio padre era nato nel 1908, era di un ceppo nobile, mi hanno insegnato certe cose e io non ho fatto altro che metterle in pratica.
Chiaramente non sapevo che era un giudice, ma non era questo l'importante: c'erano delle pistole, c'era qualcosa che non andava, poteva essere chiunque, in quel momento toccava a me, io non avrei più potuto né leggere un giornale, né guardarmi nello specchio se non mi fossi comportato così.
Vi chiedete se lo rifarei?Certo, perché devo avere rispetto di me stesso, il primo ad avere rispetto di me stesso devo essere io, non gli altri. È chiaro che è stato difficile, è stato molto difficile perché, come ha detto la presidente, non c'era il servizio di protezione. Io mi sono trovato con il questore Rotella al servizio di protezione, dove c'erano solo una scrivania e una seggiola. Bravissima persona, un padre, il questore Rotella, però mi disse: «Piero, cosa facciamo? Come la mettiamo?» e risposi: «Non lo so, se sei messo così e la tua organizzazione è questa, cosa vogliamo fare?».
Questa è stata anche la difficoltà, a parte che per me il cambio di generalità è stato traumatico, perché io ero famoso nel mio lavoro, mi pagavano un sacco di soldi per farlo, anche perché avevo vissuto al Sud, avevo diretto uno stabilimento al Sud ed ero stato il primo direttore del Nord ad andare al Sud a dirigere uno stabilimento nella storia dell'industria italiana. È così, non puoi fare niente, non sei più niente, fai difficoltà, non sei più nessuno, cambi le generalità e non sei nessuno. Con il mio nuovo nome chi ero?
A un certo punto non ce la facevo più e ho voluto tornare a lavorare, ho dovuto ricostruirmi la mia vita e
sono partito come un ragazzo di diciotto anni con la borsettina, andavo alle riunioni delle ditte e sentivo dire delle stupidaggini in riunione, ogni tanto alzavo la mano e dicevo: «Non si fa mica così nel mercato, bisogna adoperare una strategia», ma mi guardavano e dicevano: «Ma tu che sei nuovo come fai a saperlo?». Avevo solo vent'anni di carriera alle spalle.
Piano piano negli ultimi anni sono riuscito, perché è il mio mondo, è la mia vita, a ricostruirmi un po’, non sono arrivato ai livelli di un tempo – perché probabilmente, se avessi continuato, sarei diventato amministratore delegato di qualche società o consigliere di amministrazione – ma sono arrivato quasi al mio livello di prima, con molta fatica, perché una cosa è farlo quando hai quarant'anni, altra cosa quando ne hai cinquantacinque, la forza dei quaranta non è la forza dei cinquantacinque, è inutile negarlo.
Cosa si deve fare? Prima di tutto una persona ha bisogno di essere reinserita immediatamente e in questo c'è una difficoltà, perché in un lavoro come il mio era difficile e io sapevo fare solo quello, l'ho fatto per tanti anni, ho venduto funi, serrature, nastro d'acciaio, nastro laminato, porte, porte blindate, finestre, è il mio mondo. Trovare un'occupazione per fare direzione commerciale in un'altra ditta è difficile. Però non sono tutti come me e la cosa importante è che uno venga reinserito immediatamente nel contesto lavorativo, che non debba sentirsi uno «scomodo», perché io mi sono sentito uno scomodo per tanto tempo, mi sono sentito rispondere: «Ma io non guadagno i soldi che guadagni tu» e ho semplicemente risposto: «Hai scelto di fare il questore? Hai fatto bene, io ho scelto di fare il direttore commerciale e ho fatto bene. Dovevi farlo tu il direttore commerciale, che risposta mi dai?», perché mica era colpa mia se guadagnavo dei soldi.
L'altra cosa importante è che ci vuole uno psicologo per la famiglia, perché io ho avuto la fortuna che la mia famiglia ha compreso il gesto. La mia compagna vide in televisione il telegiornale delle 13, era a tavola con i miei figli e, per caso, con il mio socio di Napoli, diedero la notizia: «Omicidio del giudice Livatino, c'è un testimone» e lei, che sapeva che percorrevo quella strada, disse: «Questo è lui, solo lui può essere andato». Il mio socio telefonò in questura ad Agrigento e stupidamente mi passarono la telefonata, ma lasciamo perdere perché c'è anche chi professionalmente ha dei difetti, ma è comprensibile perché, come in un'azienda, ci sono i vari livelli, non è importante. Serve uno psicologo per la famiglia. Io ho fatto un errore: quando sono tornato con un'altra macchina sotto casa alle 5.30 del mattino, ormai albeggiava, io vidi lo sguardo che la mia compagna mi fece dalla finestra del bagno, che è entrato in me. Lì ho fatto un'idiozia – per questo dico che ci vuole uno psicologo – perché sono entrato in casa e ho detto: «Adesso vado a dormire, sono stanco», mi ha chiesto: «Ma cos'è successo?» e ho risposto: «Non è un problema tuo, è una cosa che ho fatto io», invece no, perché tu fai un gesto di grande responsabilità e coinvolgi gli altri, non c'è niente da fare, tu hai fatto il gesto, dovrai fare degli atti e portarlo avanti, tocca a te, ma tutto il contorno è della famiglia.
Lì io ho sbagliato, non è questo che ha leso i rapporti, ma chiaramente poi il rapporto si è rotto, pur rimanendo una stima grandissima da ambo le parti, perché io la mia ex compagna la devo ringraziare, mi è stata molto vicina e non mi ha mai fatto osservazioni. Abbiamo un rapporto bellissimo anche se a un certo punto diventi fratello e sorella perché le priorità sono altre, quindi perdi certe cose, ti siedi a tavola e ti chiedi sempre: «Cosa facciamo? Cosa andiamo a dire? Siamo convocati, come la mettiamo? Ci vogliono dare nuove generalità, cosa decidiamo?» e a un certo punto non è più un rapporto.
Siamo stati insieme per quattordici anni, ma al dodicesimo anno un giorno me l'ha ricordato: «Io sono rimasta male – te lo dico dodici anni dopo – quando tu sei entrato in casa e mi hai risposto così. Io ci sono rimasta male, non hai capito che eravamo tutti coinvolti».
Non sapeva neanche la polizia che ero rientrato, perché furbamente non avvertirono nessuno nella tratta, poi mi arrivò il finimondo in casa, potete immaginarvi. Avevo una casa a quattro piani ed erano persino sul tetto con i mitragliatori, però li capisco, ognuno fa il suo lavoro e ha la sua responsabilità.
Ci vuole uno psicologo e ci vuole il reinserimento nel lavoro subito, perché uno non deve sentirsi defraudato di qualcosa – questa secondo me è la parte più difficile – e deve mantenere il suo livello, anche con i suoi vizi, come fumare, deve poterlo fare perché ti manca qualcosa. Per anni ci è mancato qualcosa.
(I lavori della Commissione proseguono in seduta segreta indi riprendono in seduta pubblica).

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Dipende dall'educazione, è molto importante cosa succede nelle famiglie, l'educazione in casa e la scuola. Mi pare che non ci sia più la lezione di educazione civica, no?

PRESIDENTE. Teoricamente sarebbe stata reintrodotta.

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Molto teoricamente. Dipende da quello, è appena successo sulla metro a Roma, l'ho letto sul giornale, hanno picchiato uno perché ha detto che non si può fumare, si è alzato qualcuno a dire qualcosa? Questo è il mondo brutto nel quale viviamo, ma perché? Perché non c'è un'educazione, perché uno non si sa prendere le responsabilità oppure ha paura di prendersi delle responsabilità perché non si sente tutelato.
Anch'io non mi sono sentito tutelato, però avevo la forza in me. Quante volte hanno cercato di impormi qualcosa, ma ho detto: «No, sono sulla sponda buona, decido io se lo voglio fare o no, non decidi tu per me, io sono dalla parte giusta, faccio parte dei buoni, tira la riga». Non tutti però hanno questa forza, probabilmente altri testimoni non l'hanno avuta, forse non avevano una famiglia come l'avevo io, non avevano la cultura che avevo io, non avevano la storia che avevo io, ma il problema è tutto lì: va inserito immediatamente, non si deve sentire uno scomodo, e io mi sono sentito scomodo tante volte. Me l'avevano detto, non faccio nomi ma me lo dissero una settimana dopo: «sarai scomodissimo per tutti!» e mi sono sentito uno scomodo, perché non sapevano cosa fare, basta dire che i poliziotti scommettevano sull'elicottero perché non nessuno credeva che c'era un testimone. Detto questo ho detto tutto. Il testimone c'era.  
(I lavori della Commissione proseguono in seduta segreta indi riprendono in seduta pubblica).

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Non massacrate una persona che ha fatto questo, non lo massacrate, perché ha già subìto uno shock e ci vuole veramente una grande forza interiore per resistere. E poi dategli veramente una mano, fategli sentire che gli siete vicini, quando gli mandate qualcosa che deve studiare, su cui deve rispondere o viene convocato, scrivete normalmente, non con quel gergo difficile. L'ultima è stata anche per me un'interpretazione difficile, in un primo momento mi sono arrabbiato, poi a casa ho riletto e ho detto: «No, forse voleva dire questo, proviamo a capire». Tutto deve essere più normale, più logico, più semplice, più umano, forse ho trovato il termine giusto, «umano». Se avete domande, vi rispondo senza alcun problema.

PRESIDENTE. Davvero grazie, penso che non potevamo scegliere modo migliore per ricordare oggi la figura del giudice Livatino. Proprio per questo volevo chiederle, visto che lei giustamente ha detto «Ho testimoniato perché ho visto uccidere una persona, non sapevo chi fosse» e questo rende ancora più forte la sua scelta, però avrà avuto modo poi di sapere chi era la vittima e magari di avere dei rapporti con la famiglia...

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. La famiglia una volta mi ha cercato.

PRESIDENTE. Vorremmo sapere che idea si sia fatto lei di Livatino.

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Io ho letto qualcosa di Livatino, poi, sono molto credente anche io. Ho letto che vogliono farlo beato, che era molto credente. Da quanto ho letto di lui era una persona semplice, uno che faceva il suo dovere, punto e basta, era un uomo talmente semplice, mi è dispiaciuto.
È chiaro che l'ho saputo subito, quando sono passato dal Villaggio Mosè in questura avevano lì la camicia e mi hanno detto: «Hanno ammazzato un giudice» spiegandomi chi era. Io non lo conoscevo perché non ero dell'ambiente, poi mi hanno spiegato cosa stava andando a fare.
Penso che fosse una persona a posto, che faceva il suo dovere senza chiedere o pretendere niente. Da quello che ho letto – non so dove sia la verità perché non l'ho mai chiesto – credo che fosse anche un po’ inviso ai suoi colleghi. Conoscevo per lavoro l'ambiente agrigentino, che è un ambiente molto particolare in Sicilia, forse più particolare di altre province, un po’ ostico. Da quanto ho letto penso fosse una bravissima persona.

PRESIDENTE. Si è incontrato con la famiglia?

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. La famiglia ha chiesto di incontrarmi, mi hanno mandato i ringraziamenti, oltretutto aveva un papà e una mamma molto anziani, che avevano aiutato questo ragazzo a diventare magistrato.
Mi hanno mandato i ringraziamenti tramite la polizia perché la mia protezione non ha voluto che mi recassi da loro, anche giustamente. Ho parlato una volta due minuti al telefono con il papà, che piangeva, poverino, quindi ci siamo detti tre o quattro parole che onestamente non ricordo, ma mi ha detto «Grazie» tante volte. Non c'è da dire grazie, era un crimine, è molto semplice.
Era un giudice, ma se fosse stato un pastore sarebbe stato uguale: era un crimine, una cosa che non funzionava, che non doveva essere fatta, non andava bene, mi ha urtato, mi ha proprio urtato. Io ho avuto proprio un urto. Stranamente poi ho avuto la sensazione che stesse capitando qualcosa lungo la strada, mi sorpassarono con la moto con la targa coperta, c'era qualcosa che non andava, poi faccio la curva e... Poi provo a telefonare (come sempre l'Italia è un pochino in ritardo sulla tecnologia) perché avevo già il cellulare in macchina che mi era stato dato appena uscito, però in Sicilia non funzionava, quindi non ho potuto chiamare, altrimenti avrei telefonato immediatamente. D'altronde andavo piano, è stata una serie di cose, non potevo non vedere, e per me stesso non potevo non andarlo a dire, non c'è niente da fare. Non è che uno fa una scelta, non hai scelta, ti tocca, hai visto un crimine e vai a dirlo, punto e basta. Poi quello che succede si vedrà.
Io non mi rendevo neanche conto, non sapevo neanche che mi avrebbero aiutato, ho preso le mie chiavi e ho detto: «Signori, avete tutto, mi potete trovare quando volete, me ne devo andare», quindi io non immaginavo poi l'inferno. Purtroppo è stato un inferno, perché allora non c'erano regole, è stato un inferno perché era difficile, è stato un inferno perché ero un personaggio scomodo. 
(I lavori della Commissione proseguono in seduta segreta indi riprendono in seduta pubblica).

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Quello che dovete fare è cercare di ricostruire il senso civico. Questo manca, due giorni fa si è verificato questo episodio a Roma e nessuno ha parlato, perché la gente non si sente tutelata, è questa la campagna che va fatta, anche se è difficile. Capisco che è di una difficoltà estrema, però, se posso dirlo, su questo c'è stato un po’ di abbandono, quindi io ho avuto la fortuna di avere una famiglia che me l'ha fatto sentire, altri sicuramente ce l'hanno come la mia o migliore della mia, però non credo che oggi sia tanto così. Le persone hanno questa impressione e non si sentono cittadini, non sentono di far parte dello Stato, è una sensazione strana, l'ho avuta anch'io tante volte, è una brutta sensazione perché lo Stato sono anche io, partecipo per una piccolissima parte, ma lo Stato sono anche io. Ma stranamente senti che non ne fai parte, è una sensazione a pelle che non riesci a definire e a chiudere in un quadro, però la senti, da cosa deriva non lo so, però c'è. Questo è il consiglio che vi posso dare: lavoro e uno psicologo subito. So che non è semplice affiancarsi e andare a sentire i pareri dei vari enti, non lasciare all'inventiva, perché i funzionari sono bravissimi ragazzi, però magari sono ignoranti in materia e quindi inventano e possono far bene o sbagliare, mentre se vado dal direttore dell'INPS e gli chiedo come sistemare la pensione a una persona – senza consulenti, in Italia ne abbiamo troppi – lui me lo spiega e il funzionario lo applica, non che magari inventa e poi sbaglia. Manca un po’ di semplicità, di...

PRESIDENTE. Di cose normali.

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Sì, di cose normali, manca un po’ di normalità.

PRESIDENTE. L'onorevole Mattiello è il coordinatore del comitato sui testimoni di giustizia e anche il relatore per la nuova legge sui testimoni e voleva rivolgerle una domanda. Dopo di lui l'onorevole D'Uva, che è anche lui un attivo componente di quel comitato e si è adoperato molto perché anche il disegno di legge fosse presentato con voto unanime.

DAVIDE MATTIELLO. Grazie, presidente, mi associo al ringraziamento e sono personalmente contento di poterla conoscere in questo contesto. Come la presidente evidenziava, con il collega D'Uva abbiamo ascoltato molte storie di testimoni di giustizia. Ogni storia ha il suo valore, ogni percorso va rispettato, ma casi come il suo ancora oggi ce ne sono proprio pochi nel nostro Paese...

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Ed è lì il male.

DAVIDE MATTIELLO. Quindi tanto più hanno valore le considerazioni culturali che stava facendo. Il lavoro che noi abbiamo fatto fin qui, che la presidente Bindi ha richiamato e che adesso stiamo facendo in Commissione giustizia lavorando su questa proposta di riforma sembra cogliere molti degli aspetti che lei ha esplicitato a partire dalla sua esperienza. Mi sono appuntato il riferimento allo psicologo, il riferimento all'inserimento lavorativo, il bisogno che non ci sia più confusione tra testimone e collaboratore. Il senso di questa proposta di legge è proprio questo, avere finalmente nel nostro ordinamento una legge dedicata ai testimoni, in modo da compiere un passo ulteriore per non confondere. Mi sono segnato anche l'importanza dell'incidente probatorio, le difficoltà del cambio di generalità. Le chiedo quindi se, oltre a questi punti sui quali stiamo lavorando, ve ne siano altri. Un'ultima considerazione: da tutta la sua storia mi pare ancor più confermato il bisogno di fondo che il testimone sia sovraesposto il meno possibile nel processo come fonte di prova. Noi dobbiamo fare tutto il possibile per migliorare la vita di chi, in ragione della denuncia fatta, si espone a un rischio tale che la sua vita deve essere modificata radicalmente.

Ma il problema è l'esposizione a tale rischio. Lei lo ha fatto nel 1990 e già aveva un cellulare in macchina – anche se non funzionava in Sicilia – oggi siamo nel 2016, l'incidente probatorio è il minimo sindacale per non sovraesporre un testimone oculare facendolo diventare testimone di giustizia a norma di legge, cioè una persona così esposta al rischio della vita da rendere inadeguate le ordinarie misure di protezione. È necessario – ne ero già convinto e la sua storia me l'ha confermato perché, per quanto poi si lavori con psicologi, inserimento lavorativo, cambi di generalità, la vita è stravolta, indietro non si torna – che con investigatori e magistrati si operi al meglio per evitare che la testimonianza al processo sia così decisiva. Oggi, infatti, la tecnologia consente altre strategie investigative, che pure partano dal valore della testimonianza oculare. Concludo, rivolgendomi alla presidente. Considero molto importante che, per quanto possibile, quanto sta avvenendo qui oggi sia trasmesso alla Commissione giustizia della Camera, credo che sia un contributo molto importante e che nell'attuale fase di raccolta dei materiali giovi a tutti poter leggere direttamente la testimonianza del signor Nava. Rinnovo infine, sempre rivolgendomi alla presidente Bindi, l'auspicio che in Commissione possa essere audito quanto prima il Viceministro Bubbico, per fare il punto su alcune novità di legge già operanti, su cui è bene avere un bilancio, in particolare sull'inserimento lavorativo dei testimoni di giustizia a oltre due anni dall'approvazione di quelle norme.

FRANCESCO D'UVA. Mi sono iscritto dopo il collega Mattiello perché mi sembrava il minimo permettere al coordinatore del comitato di parlare per primo. Abbiamo fatto questo lavoro e devo dire, signor Nava, che la stimo in maniera particolare, perché abbiamo avuto tante audizioni di testimoni di giustizia, non molti testimoni oculari, spesso imprenditori che denunciavano, con tutte altre questioni, e lei è sicuramente un esempio per tutti. Speriamo di poter fare in modo che una storia del genere che risale al 1990 possa non essere dimenticata dalle nuove generazioni. Le volevo chiedere se ha avuto modo di leggere la proposta di legge, per avere una sua opinione al riguardo.

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Se mi date una copia, vi posso mandare le mie osservazioni.

FRANCESCO D'UVA. C'è anche la relazione, che sicuramente non è scritta in quel gergo a cui faceva riferimento. Sarebbe interessante avere la sua opinione al riguardo. Sul cambio di generalità mi chiedevo come sia avvenuto. Ha avuto una nuova carta di identità?

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Sì, ho avuto tutto.

FRANCESCO D'UVA. Un'ultima domanda: come sono stati i suoi rapporti con la commissione centrale del Ministero dell'interno? Abbiamo avuto varie testimonianze e vorremmo raccogliere anche la sua.

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. A proposito dell'incidente probatorio, lei ha mai fatto un incidente probatorio?

DAVIDE MATTIELLO. No.

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Vuole sapere come è stato il mio? Al carcere di Sollicciano, in una stanzetta, io seduto qua, il GIP davanti, l'avvocato difensore vicino e i due assassini dietro di me, che mi potevano toccare così, senza neanche stendere il braccio. Il funzionario di polizia, il dottor Cecere, che era il responsabile dello SCO di Firenze, ha chiesto di poter entrare e non poteva entrare. Per carità, gli è stato pure offerto il caffè, però questo è l'incidente probatorio, per una persona normale avere i due assassini dietro che, se fanno così, lo toccano...Questo è da evitare, non si fa un incidente probatorio così a uno che viene da un altro mondo, dalla strada, una persona normale. Capisco la prassi, capisco che il funzionario di polizia non possa stare dentro, ma sono cose che si cambiano: il funzionario di polizia è garanzia di sicurezza, se questi mi davano una botta, una botta più o una botta meno, comunque l'ergastolo sapevano di prenderlo. Erano qui tutti e due. È uno stato shock(I lavori della Commissione proseguono in seduta segreta indi riprendono in seduta pubblica).

PRESIDENTE. Quando ci siamo incontrati prima dell'audizione ho detto al signor Nava che è stato un testimone prezioso non solo per il coraggio ma, come ci ha raccontato, perché ha visto tante cose, se le è ricordate e non ne ha sbagliata una, dimostrandosi quindi all'altezza della professionalità di Livatino. Le vostre due figure sono state veramente scritte nello stesso libro, visto che lei è credente mi pare che possiamo dirlo...

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Certo, anzi ci tengo.

PRESIDENTE. Siete stati scritti nello stesso libro della vita, vi ha unito la sua morte ma siete stati scritti nello stesso libro della vita. Mi auguro che gli attuali incidenti probatori non si svolgano come lei ci ha raccontato. Credo che lei abbia fatto da pioniere come testimone. Non che dopo la legislazione del 1991 e del 2001 i problemi siano stati risolti, no e noi ci stiamo impegnando per migliorare il sistema. Le consegno la relazione e la proposta di legge sul sistema di protezione dei testimoni di giustizia. Ci promette che avremo un'interlocuzione?

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Certo, vi mando una relazione. Preparatevi, che magari su qualcosa non sono d'accordo.

PRESIDENTE. Magari.

FRANCESCO D'UVA. C'è tempo per emendare.

PRESIDENTE. Siamo in tempo per emendare, il percorso inizia ora e la ringraziamo davvero di cuore, penso che sia stata una delle audizioni più importanti e più interessanti che abbiamo fatto in questa Commissione, anche più utili, oltre che più toccanti e più motivanti. Grazie per essere stato qui con noi, grazie per tutta la sua vita, per quello che ha fatto e anche per avercelo comunicato come una cosa normale, perché non poteva che essere così. Noi siamo convinti che per combattere la mafia non ci sia bisogno di persone straordinarie, ma ci sia bisogno di cittadini normali, quindi grazie davvero. Vorrei farle un'altra domanda: lei ha mai avuto un riconoscimento?

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Io ho ricevuto la medaglia d'oro al valor civile da parte di un comune, sono sul gonfalone – che logicamente non ho mai ricevuto perché non sanno dove sono – la cittadinanza onoraria del comune di Canicattì con relativa medaglia d'oro, poi il comune di Palma di Montechiaro, da cui arrivavano, ha intestato il comune a me e alla mia ex compagna, così non si dimentica nessuno, infatti, il comune è intestato a Piero e Franca Nava. Questi sono i riconoscimenti che ho avuto, dallo Stato non ne ho avuti.

PRESIDENTE. Un'ultima cosa che volevo chiederle anche prima: il suo rapporto con Falcone come è stato?

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. All'inizio è stato di contrapposizione.

PRESIDENTE. Eravate entrambi persone di carattere.

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Io non sapevo chi fosse, mi hanno detto dopo che era Falcone, ma vengo comunque da un mondo dove Falcone o Marcegaglia sono comunque come me, con due gambe, due occhi, un naso. È chiaro che lui si era meravigliato, non faceva parte dei magistrati d'inchiesta perché veniva da Palermo, la stanza era piccola, io ero seduto qua, il funzionario di polizia importante qui, il magistrato qua. La dovizia di particolari l'aveva meravigliato, quindi abbiamo avuto uno scontro sulla moto, perché io ho dichiarato che c'era una Uno verde e che la moto era un Tenerè, lui mi guarda e mi fa: «Come fai a dire che è un Teneré?», e io gli rispondo: «Scusi, io non so chi è lei, ma io ho due motociclette, oltre a cinque automobili, un California Guzzi che si guida in una certa posizione e un Convert 1000 Guzzi che si guida in un'altra. Il Teneré si guida così: non c'è niente da fare, sul Teneré devi stare così. Era un Teneré». In quel momento entra il colonnello dei Carabinieri dicendo che avevano trovato macchina e moto bruciate e le armi, e dice che la moto era un Teneré! Allora Falcone mi ha detto: «Mi scusi» e ho risposto: «Niente, sono qua e vi dico quello che ho visto, quello che non ho visto vi dico che non l'ho visto». È chiaro che erano meravigliati perché uno che si ricordava i colori dalla camicia, che mancavano le cinghiette degli stivali, che era mancino, le Timberland, il maglione rovinato da una parte, il casco, le posizioni eccetera. Me ne hanno messi tre per tre volte a Sollicciano con il casco, alti uguali e vestiti uguali e ho sempre detto: «È quello lì», la terza volta mi hanno chiesto come facessi, ma tutti abbiamo una postura e anche quello aveva una certa postura. Mica è colpa mia se ho questa capacità e tutto quello che hanno riscontrato era vero, che ci devo fare? Per questo ho preso le mie chiavi e ho detto «Sapete tutto e me ne devo andare», perché per me era una cosa normale e la reputo ancora tale. L'ha detto lei, per sconfiggerli, se si va nella normalità, sono subito perdenti, perché loro si fanno le elucubrazioni mentali e tu vai avanti con la normalità, quindi sono perdenti, è semplice.

PRESIDENTE. Come sapete, questa audizione non è stata trasmessa sugli impianti audiovisivi a circuito chiuso per ovvie ragioni di sicurezza, ma daremo la notizia di aver audito il signor Nava non appena avrà lasciato Palazzo San Macuto.
Davvero grazie, ci ricorderemo di lei e anche lei non si dimentichi della Commissione.

PIERO IVANO NAVA, testimone di giustizia. Vi ricordo, vi ho guardato.

PRESIDENTE. Immagino non le sia sfuggito niente. La ringraziamo nuovamente. Dichiaro conclusa l'audizione.

PRESIDENTE. Nella seduta odierna, la Commissione è chiamata ad esaminare una proposta di «relazione per la memoria di Rosario Livatino. Pubblicazione di atti e documenti». Si tratta della pubblicazione delle sentenze dei processi relativi all'omicidio del giudice Livatino e alla raccolta degli atti e dei documenti relativi alla sua figura di magistrato antimafia e vittima di mafia. Ricordo peraltro che è in corso anche la causa di beatificazione. Questi atti saranno raccolti presso l'archivio della Commissione, e poi versati all'archivio storico della Camera, a disposizione di tutti coloro che vorranno consultarli.
Credo sia un modo normale per la nostra Commissione di ricordare Livatino, perché mettiamo a disposizione le cose più preziose che abbiamo, ossia tutta la nostra documentazione. Non ci ha lasciato molte relazioni, però dalle poche cose a disposizione traspare una personalità molto ricca, oltre che un magistrato molto competente e integerrimo, come ebbe a dire Papa Giovanni Paolo II ricordandolo, un giovane con una grandissima maturità e un grandissimo equilibrio, caratteristiche che si addicono a un magistrato. In questo modo la Commissione rende ragione a una persona che, facendo semplicemente il magistrato, ha combattuto la mafia e per questo è stato ucciso. Ha chiesto la parola il senatore Molinari.

FRANCESCO MOLINARI. Non sono credente, ma trovo eccezionale che queste due persone siano state unite in questo modo, quindi proporrei di allegare anche l'audizione di oggi alla documentazione che pubblichiamo.

PRESIDENTE. Credo che nelle sentenze sia già contenuta anche la testimonianza del signor Nava. Il resoconto stenografico dell'audizione di oggi sarà pubblicato nei nostri atti, però, se non vi sono obiezioni, potremmo inserirlo nella parte introduttiva della relazione

Pongo ora in votazione la proposta di «relazione per la memoria di Rosario Livatino. Pubblicazione di atti e documenti». (È approvata all'unanimità).

«Se mi dicono perché l’hanno fatto, se confessano, se collaborano con la giustizia, perché si arrivi ad una verità vera, io li perdono. Devono avere il coraggio di dire chi glielo ha fatto fare, perché l’hanno fatto, se sono stati loro o altri, dirmi la verità, quello che sanno, con coraggio, con lo stesso coraggio con cui mio marito è andato a morire, di fronte al coraggio io mi inchino, da buona cristiana dire perdono, ma a chi? Io perdono coloro che mi dicono la verità ed allora avrò il massimo rispetto verso di loro, perché sono sicura che nella vita gli uomini si redimono, con il tempo, non tutti, ma alcuni si possono redimere è questo quello che mi ha insegnato mio marito». AGNESE BORSELLINO


AUDIO DEPOSIZIONI AI PROCESSI

 

a cura di Claudio Ramaccini  Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia - Progetto San Francesco

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