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NINNI CASSARÀ, in attesa dei killer

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PAOLO BORSELLINO: «Io ricordo ciò che mi disse Ninnì Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985, credo. Mi disse: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano». VIDEO


Nato il 7 maggio 1947, Ninni Cassarà fu Commissario della Polizia di Stato nella questura di Reggio Calabria e poi a Trapani, dove ebbe modo di conoscere Giovanni Falcone. Fu poi vice questore aggiunto in forza presso la questura di Palermo e il vice dirigente della squadra mobile. Nel 1982 lavorava per le strade di Palermo insieme all'agente Calogero Zucchetto, nell'ambito delle indagini sui clan di Cosa nostra. In una di queste occasioni Cassarà e Zucchetto riconobbero i due killer latitanti Pino Greco e Mario Prestifilippo, ma non riuscirono ad arrestarli perché questi fuggirono. Tra le numerose operazioni cui prese parte, molte delle quali insieme al commissario Giuseppe Montana, la nota operazione "Pizza connection", in collaborazione con forze di polizia degli Stati Uniti. Cassarà fu uno stretto collaboratore di Giovanni Falcone e del cosiddetto "pool antimafia" della Procura di Palermo e le sue indagini contribuirono all'istruzione del primo maxiprocesso alle cosche mafiose. Sposato e padre di tre figli, venne ucciso dalla mafia nel 1985, all'età di 38 anni.


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Audio udienze processi per omicidi Cassarà e Montana

"IL DOVERE DELLA MEMORIA" ORGANIZZATO DALL'ASSOCIAZIONE COORDINAMENTO ANTIMAFIA PER COMMEMORARE LA SCOMPARSA DI BORIS GIULIANO, CASSARA', BEPPE MONTANA E ROBERTO ANTIOCHIA - AUDIO


7 KILLER DUECENTO COLPI DI KALASHNIKOV

L'assassinio il 6 Agosto 1985, rientrando dalla questura nella sua abitazione di via Croce Rossa (al civico 81) a Palermo a bordo di un'Alfetta e scortato da due agenti, scese dall'auto per raggiungere il portone della sua abitazione quando un gruppo di nove uomini armati di fucile AK-47, appostati sulle finestre e sui piani dell'edificio in costruzione di fronte alla sua palazzina (al civico 77), sparò sull'Alfetta.

L'agente Roberto Antiochia, che era uscito dall'auto per aprire lo sportello a Cassarà, venne violentemente colpito dagli spari e cadde a terra davanti al portone di ingresso dello stabile. Natale Mondo, l'altro agente di scorta, restò illeso, riuscendosi a riparare sotto l'automobile bersagliata dai colpi dei killer (ma sarà ucciso anch'egli il 14 gennaio 1988).

Cassarà, colpito dai killer quasi contemporaneamente ad Antiochia, spirò sulle scale di casa tra le braccia della moglie Laura, accorsa in lacrime dopo aver visto l'accaduto insieme alla figlia dal balcone della propria abitazione. Antonino Cassarà è seppellito nel Cimitero di Sant'Orsola a Palermo. Dopo l'assassinio (o contemporaneamente a esso) sparisce in questura la sua agenda, dove si presume fossero annotate importanti informazioni.

 

Ninni Cassarà e Roberto Antiochia. Un’amicizia sino all’estremo sacrificio di Pippo Giordano

Risultati immagini per ROBERTO ANTIOCA

 Roberto Antioca, l’amico di Cassará

6 Luglio 2020 alle 10.00 la Polizia di Stato deporrà una corona presso il Cimitero di Prima Porta ( confine nord, lotto 2 C, primo piano), insieme al fratello Alessandro, agli amici e ai volontari del Libera Roma Presidio II Municipio "Roberto Antiochia"

NINNI CASSARÁ Entrato in polizia a venticinque anni, rinunciando all'ultimo alla carriera da magistrato, Cassarà andò a dirigere giovanissimo la Squadra Mobile di Trapani nel 1975, distinguendosi subito per un dinamismo insolito nel contrasto agli interessi mafiosi della città. Nel 1980 la sua intransigenza lo portò a perquisire il circolo Concordia dove si ritrovava tutta la Trapani "bene" per giocare d'azzardo, cosa che portò l'allora questore Giuseppe Aiello.a rimuoverlo dalla guida della Squadra Mobile su pressione dei notabili locali. Cassarà venne quindi trasferito a Palermo, dove, dopo un breve tirocinio alla Squadra omicidi, passò subito alla sezione investigativa, su impulso dell'allora capo della Squadra Mobile Ignazio D'Antone. Per prima cosa, Cassarà trasformò la sezione in un ufficio che si occupava esclusivamente di mafia, poi cominciò a scegliere personalmente gli uomini che ne avrebbero dovuto far parte. La scarsità di mezzi (quattro vecchie automobili, niente soldi, niente computer) portava gli uomini della Mobile a farsi prestare mezzi da parenti e/o amici. Lo stesso Cassarà per girare senza pericolo nelle zone di Palermo alla ricerca di latitanti, si faceva prestare la 127 di suo padre, ogni volta mimetizzata da Francesco Accordino della sezione omicidi con targhe di auto mandate al macero. Poi adottò un metodo di lavoro rivoluzionario per l'epoca: ogni squadra avrebbe indagato autonomamente secondo gli incarichi ricevuti, ma tutto sarebbe stato condiviso con le altre squadre: briefing mattutino in cui ciascuna squadra riferiva delle indagini del giorno precedente, circolazione delle notizie fra tutti, nuovi input ed elaborazione delle informazioni fino al minimo particolare. Non veniva tralasciato nulla, nemmeno indizi che a prima vista potevano sembrare irrilevanti.


Insieme nella lotta alla mafia degli anni ’80 e nella morte

 


Il sodalizio con Beppe Montana  Quando dopo l'omicidio del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa arrivò alla Squadra Mobile di Palermo Beppe Montana, che a Catania aveva arrestato alcuni pericolosi boss, l'attività divenne ancora più intensa. Montana, grazie alla sua esperienza, era convinto che i mafiosi latitanti fossero tutti nel proprio territorio di appartenenza, quindi decise di creare una "Squadra Catturandi", scegliendo personalmente gli uomini che ne avrebbero fatto parte. Tra questi vi fu anche Roberto Antiochia. La Catturandi divenne la sesta sezione della questura di Palermo (la quinta era l'Investigativa), occupando inizialmente un ufficio al pian terreno con le finestre sulla strada, poi al primo piano per via della scarsa sicurezza, dopo aver vinto le resistenze di Montana. Fisicamente, gli uffici di Cassarà e Montana distavano due stanze l'uno dall'altro e questo contribuì a sviluppare un'intensa collaborazione tra le due sezioni, che nel mentre svilupparono anche solidi rapporti con il Nucleo Operativo dei Carabinieri, la sezione anticrimine guidata da Angiolo Pellegrini e l'ufficio istruzione guidato prima da Rocco Chinnici e poi da Antonino Caponnetto.

Le indagini internazionali Cassarà, che aveva già conosciuto Giovanni Falcone a Trapani, affiancò quest'ultimo nell'indagine Pizza Connection, che avrebbe svelato l'intenso traffico di stupefacenti tra gli USA e la Sicilia, assicurando alla giustizia diversi boss italo-americani e mafiosi siciliani. Insieme ad Angiolo Pellegrini scrisse poi il famoso rapporto "Michele Greco + 161", che poi fecero dattiloscrivere da un agente, dato che da Roma non arrivavano i computer richiesti per l'immane lavoro, che durò 44 notti Rassegnato all'idea di non ricevere alcun supporto da Roma, Cassarà finì per chiedere a colleghi e cronisti di sottoscrivere una carta di credito della Diners, la quale ogni dieci iscritti regalava un computer, il primo dei quali arrivò ai primi di agosto del 1985 ma dopo quel fatidico 6 agosto in cui Cassarà perse la vita. Al processo di Caltanissetta per la morte di Rocco Chinnici, inoltre, confermò insieme ad Angiolo Pellegrini la circostanza che il capo dell'Ufficio Istruzione stesse per emettere dei mandati di cattura nei confronti dei cugini Salvo.

La morte di Salvatore Marino  I successi investigativi di Montana segnarono la sua condanna a morte e la sera di domenica 28 luglio 1985, dopo una giornata trascorsa al mare con la fidanzata e gli amici, fu freddato da quattro colpi in faccia sparati da una 357 Magnum e una calibro 38 con proiettili ad espansione, mentre si trovava in sandali e costume da bagno, ovviamente disarmato, mentre riportava in un cantiere di rimessaggio il motoscafo, a Porticello, frazione marina del comune di Santa Flavia, in provincia di Palermo. L'omicidio di Montana scatenò la rabbia dei suoi uomini e la scarsa lucidità portò a un'altra tragedia. Un testimone parò di una Peugeot 205 azzurra usata dai killer, che risultò poi essere intestata al calciatore del Pro Bagheria Salvatore Marino, molto ben voluto nei quartieri popolari di Palermo. Arrivati a casa sua, senza trovarlo, durante la perquisizione gli agenti ritrovarono 34 milioni di lire in contanti, di cui 10 avvolti in un giornale che riportava la notizia della morte di Montana. Interrogato al riguardo, Marino disse che erano stati dati dalla sua squadra, che però smentì la circostanza. Il giorno successivo il calciatore si presentò con il proprio avvocato in Questura, andando però alla sezione anti-rapine e là, nel tentativo di estorcergli informazioni, venne torturato e non sopravvisse all'interrogatorio. Il 5 agosto si celebrarono i funerali del giovane calciatore e l'indignazione popolare portò l'allora ministro dell'Interno Oscar Luigi Scalfaro, dopo un incontro con il presidente del Consiglio Bettino Craxi, a sollevare dall'incarico con apposito decreto il capo della Squadra Mobile Francesco Pellegrino, il Capitano dei Carabinieri Gennaro Scala e il dirigente della sezione antirapine Giuseppe Russo. Anche se l'intento del ministro era quello di restituire credibilità alle istituzioni, l'effetto fu quello di decapitare i vertici investigativi della lotta alla mafia in un momento difficilissimo per gli uomini dello Stato.


L'omicidio  Per approfondire, vedi Strage di via Croce Rossa

Nei giorni immediatamente successivi alla morte di Montana, Cassarà fu lasciato solo. Alla riunione in Questura due giorni dopo la morte di Montana, Cassarà annunciò l'arrivo da Roma di Antiochia e disse che avrebbe potuto contribuire alle indagini sulla morte di Montana, avendo passato diversi giorni a luglio con lui e quindi era a conoscenza delle ipotesi investigative elaborate dal suo amico, ma nonostante questo non gli vennero affidate le indagini sulla sua morte. Ritenendosi oramai "un morto che cammina", come si era detto con Montana qualche tempo prima, non voleva essere scortato[7]. Cosa che realmente si stava verificando, per via del fatto che molti agenti stavano andando in ferie, tanto Antiochia decise di rimanere a Palermo per scortarlo, nonostante non si trovasse in servizio. Nonostante le precauzioni di uscire sempre ad orari diversi dalla Questura per il rientro a casa e i cenni dal balcone da parte della moglie che dava il via libera in assenza di uomini sospetti sulla strada, quel 6 agosto 1985 Cosa Nostra fece in modo che l'attentato andasse a buon fine. I killer si erano appostati alle finestre del palazzo di fronte e quando, verso le 15:30, l'Alfetta bianca blindata targata 728966 arrivò al civico 77 di via Croce Rossa, si scatenò l'inferno: furono oltre 200 i colpi di kalashnikov sparati all'indirizzo di CassaràL'autista dell'auto, Natale Mondo, si salvò gettandosi sotto l'auto, mentre Giovanni Salvatore Lercara, 25 anni, riuscì a salvarsi solo perché scivolando batté la testa contro il gradino del portone. Roberto Antiochia invece fu invece ucciso e con lui se ne andò anche una mente brillante utile alle indagini sulla morte di Montana.

Le reazioni e i funerali  A rendere omaggio alla salma di Cassarà e Antiochia arrivarono anche l'allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, e il ministro Scalfaro, che venne però duramente contestato anche durante i funerali. La protesta per l'inerzia dello Stato si estese a tutto il Paese: ad Agrigento il personale della questura si auto-consegnò in blocco, a Roma 700 agenti rifiutarono il rancio per due giorni, mentre a Palermo 200 agenti chiesero il trasferimento. Il Ministero degli Interni inviò così 800 tra poliziotti, carabinieri e finanzieri per la lotta alla mafia in Sicilia e la questura di Palermo venne riorganizzata con la fusione della Mobile con le volanti.

Indagini e processi  Come riferì poi lo stesso Falcone e come fu accertato in sede giudiziaria, Cassarà aveva avuto uno o più traditori al suo fianco, dato che la notizia della sua partenza dalla questura quel giorno poteva arrivare solo da una talpa. Inoltre, l'agguato a Cassarà era preparato da mesiNel 1989 iniziò il processo "Michele Greco + 32", che unificava le indagini sulla morte di Montana, Cassarà e Antiochia. La sentenza di primo grado, emessa il 17 febbraio 1995, condannò i principali esponenti della Commissione (Greco, Riina, Provenzano, Brusca, Madonia) all'ergastolo in qualità di mandanti, con sentenza poi confermata nel 1998 dalla Cassazione Durante il processo celebrato nel 1997 contro "Francesco Madonia + 25", il pentito Francesco La Marca riferì che per uccidere Cassarà i capi mandamento si erano accordati per far partecipare uno o più membri di ogni "famiglia". La prima riunione avvenne il 3 agosto, subito dopo la morte di Marino, al Fondo Pipitone, nel garage di Enzo Galatolo. Arrivato là, La Marca trovò il suo capo Nino Madonia insieme a Pippo Gambino, Raffaele Ganci, i fratelli Enzo, Giuseppe e Raffale Galatolo, Calogero Ganci, Giovanni Motisi, Paolo Anzelmo, Salvatore Biondino e altre persone che non conosceva, in tutto una ventina. Su ordine di Raffaele Ganci, La Marca rubò un vespone e un vespino, portandoli al Fondo Pipitone, che però non vennero usati nella strage. Durante il sopralluogo in via Croce Rossa con Nicola Di Trapani verificarono che la radio ricetrasmittente fosse in grado di ricevere messaggi alla distanza di cento metri dal portone della casa di Cassarà. Il 6 agosto, appena la radio trasmise la notizia dell'arrivo di Cassarà, tre gruppi di uomini salirono le scale e si piazzarono alle finestre del secondo, terzo e quarto piano, in attesa dell'auto, per poi andarsene senza problemi.  WIKI MAFIA

                     
                                                    Il Commissario Ninni Cassarà e il  Generale Angiolo Pellegrini

di Angiolo Pellegrini "Generale dei Carabinieri".

NOI ricordiamo e ricorderemo sempre. Palermo, 6 agosto 1985, il vile assassinio di Ninni Cassarà e di Roberto Antiochia. Dalla pag. 211 di “Noi, gli uomini di Falcone”. Prima di lasciarci, Ninni mi chiese con la voce velata di tristezza: «Angiolo, ma secondo te noi abbiamo dato tutto quello che potevamo dare per provare a vincere questa guerra contro la mafia?» «Sì, Ninni. Credo proprio di sì. Ma il destino, come sai bene anche tu, stava in altre mani». Erano appena scoccate le due del pomeriggio di quel martedì 6 agosto 1985. Lui sarebbe tornato a casa, non ci andava più da giorni per motivi di sicurezza. Io dovevo rientrare in ufficio. Ripensai a lungo a quel colloquio durante il tragitto fino alla Carini. Non avevo mai visto Cassarà così abbattuto. E, a ben pensarci, nemmeno io ero mai stato tanto sfiduciato. Nei nostri sguardi, nelle nostre parole, c’era una venatura di malinconia che non ci era mai appartenuta prima. Senza rendercene conto, avevamo finito per parlare al passato. E, anche se non ce lo eravamo detti apertamente, entrambi avevamo l’amara sensazione che la resa dei conti fosse ormai vicina. Molto più di quanto potessimo pensare. Meno di un’ora dopo, il vicequestore Antonino Cassarà, numero due della squadra Mobile di Palermo, era cadavere.

 

"Prima di lasciarci, Ninni mi chiese con la voce velata di tristezza: «Angiolo, ma secondo te noi abbiamo dato tutto quello che potevamo dare per provare a vincere questa guerra contro la mafia?» «Sì, Ninni. Credo proprio di sì. Ma il destino, come sai bene anche tu, stava in altre mani». Erano appena scoccate le due del pomeriggio di quel martedì 6 agosto 1985. Lui sarebbe tornato a casa, non ci andava più da giorni per motivi di sicurezza. Io dovevo rientrare in ufficio. Ripensai a lungo a quel colloquio durante il tragitto fino alla Carini. Non avevo mai visto Cassarà così abbattuto. E, a ben pensarci, nemmeno io ero mai stato tanto sfiduciato. Nei nostri sguardi, nelle nostre parole, c’era una venatura di malinconia che non ci era mai appartenuta prima. Senza rendercene conto, avevamo finito per parlare al passato. E, anche se non ce lo eravamo detti apertamente, entrambi avevamo l’amara sensazione che la resa dei conti fosse ormai vicina. Molto più di quanto potessimo pensare. Meno di un’ora dopo, il vicequestore Antonino Cassarà, numero due della squadra Mobile di Palermo, era cadavere".  Dal libro "Noi, gli Uomini di Falcone - la guerra che ci impedirono di vincere" del Gen. Angiolo Pellegrini, qui intervistato dal nostro condirettore.


DUECENTO COLPI DI KALASHNIKOV

Scatenata, la mafia all' attacco, come in guerra. Un commando di almeno sette killer tre dei quali armati di mitra e kalashnikov ha teso ieri pomeriggio un agguato al commissario Antonio "Ninni" Cassarà, trentotto anni, tre figli dai due ai tredici anni, uccidendolo sui gradini del portone di casa mentre rientrava alle 15,30. Duecento colpi di mitra che hanno stroncato anche la vita di uno degli agenti di scorta, il giovane Roberto Antiochia di ventitrè anni. Poteva essere un massacro: perchè Cassarà era arrivato con la sua Alfetta bianca blindata targata 728966 accompagnato da tre uomini della Squadra mobile. L' autista, Monti, si è salvato gettandosi sotto l' auto. Giovanni Salvatore Lercara, venticinque anni, scivolando provvidenzialmente a terra ha battuto con la fronte il primo gradino del portone, al numero 81 della via Crocerossa, ferendosi leggermente (avrà quattro punti di sutura). Siamo nel quartiere residenziale di San Lorenzo, dalle parti dello stadio della Favorita, poco distante dall' ospedale Villa Sofia. Laura, la moglie del commissario, era affacciata alla finestra, al secondo piano. Ha assistito allucinata alla scena, ha avuto la forza di scendere le scale gridando disperata aiuto. Giù, il suo uomo, agonizzando, si trascinava sui cinque gradini dell' ingresso, lasciandosi dietro una lunga striscia di sangue, chiamandola per nome, cercando di entrare lo stesso a casa. Ha sollevato la testa, il commissario, ha visto Laura e lei gli si è gettata addosso, un ultimo inutile e impotente abbraccio. E' morto così questo commissario che da dieci anni lottava contro la mafia, cinque dei quali passati in prima linea proprio a Palermo. Lottava con i suoi uomini sotto choc per la drammatica morte di Salvatore Marino, lottava senza mezzi, al limite della sopportabilità: "turni massacranti, pochi aiuti eppure noi abbiamo fatto miracoli in questa guerra" hanno gridato esasperati i compagni di lavoro di Cassarà, vice di Francesco Pellegrino, il capo della Mobile allontanato dall' incarico lunedì, dietro direttive impartite dal ministero. Negli ultimi tempi Cassarà lavorava assieme a Giuseppe Montana, il capo della sezione "catturandi" assassinato al molo di Porticello dieci giorni fa. Dopo questo delitto, aveva capito qual era il pericolo della polizia, si rischiava di restare isolati. La frontiera antimafia, una frontiera al massacro: "Senza il nostro sangue molti Soloni non avrebbero pontificato nè convegni e nè summit" aveva dichiarato polemico. Eccolo ora là, su quei cinque gradini, la testa spappolata da proiettili che perforano l' acciaio. I killer hanno sparato da trenta metri, nascosti nella casa di fronte. Dovevano essere lì da almeno un' ora. Ogni giorno, infatti, il commissario tornava a pranzo nell' intervallo fra le due e le tre del pomeriggio. Ieri aveva ritardato un po' perchè, "saltato" Pellegrino, di fatto era diventato lui l' uomo guida della Mobile palermitana. E' stato un agguato preparato minuziosamente. Da professionisti che hanno curato ogni particolare. Via Crocerossa è una strada lunga, stretta, a senso unico. Prima di arrivare all' ingresso di casa del commissario si deve superare il palazzo contrassegnato dal numero 77. Al pianoterra ci sono gli uffici dipartimentali Aci 4 di Palermo. C' è sempre via vai, dunque, su guel pianerottolo. Ed è qui che possono entrare, senza essere troppo notati, i tre killer. Si sono piazzati nelle scale di servizio dello stabile alto tredici piani, quelle cioè che danno sul cortile del complesso Castagna e che fronteggiano il palazzo numero 81, quello dove appunto abitava il commissario. I mafiosi sanno che l' auto blindata accompagna il dirigente della Mobile fin sotto il portone. Davanti, ci sono dei grandi portafiori. Sette metri e 80 centimetri dall' ingresso all' auto, stabilirà più tardi la scientifica. Se sparano sull' automobile, i killer rischiano di fallire il bersaglio. Devono perciò calcolare quanti secondi hanno a disposizione, dal momento cioè che i poliziotti scendono dall' Alfetta al momento in cui entrano definitivamente nel palazzo. Devono dunque essere dei professionisti, i più abili del crimine. Una squadra del delitto che la mafia deve adoperare per i lavori più difficili. L' imboscata non è un episodio isolato: deve far parte di un piano più articolato, un disegno "di potenza e di intimidazione della mafia" nei confronti di chi li sta combattendo con grande efficacia. E' anche un momento particolare, questo che sta attraversando la Mobile palermitana. Sembra quasi che i cervelli di questo piano abbiano messo in conto anche la tensione, l' ostilità e le polemiche che hanno colpito la Questura di Palermo, soprattutto dopo la misteriosa morte di Salvatore Marino avvenuta durante un interrogatorio quattro giorni prima. Domenica 28 luglio sono stati regolati i conti con il commissario Montana, ormai divenuto troppo pericoloso per la mafia. Poi, ad alimentare la confusione, c' è stato l' ambiguo funerale di Marino alla Kalsa, uno dei capisaldi della mafia tradizionale cittadina, dove si è vista gente che se la prendeva con la polizia e che chiedeva giustizia. E martedì 6 agosto, puntuale, è arrivata la vendetta mafiosa. Più che mai un' irridente prova di forza. I killer dunque sono ben appostati. Aspettano che i complici fuori dal complesso Castagna li avvertano. Un' auto civetta, una Fiat Ritmo 70 color aviazione con targa falsa PA 701439 è in attesa del segnale. Un' altra auto, una Giulietta 1800 marrone scuro servirà per la prima parte della fuga. Una terza auto controlla la situazione. Cassarà arriva che sono le 15,30. Fa caldo, lo scirocco porta dall' Africa umidità e nuvole. La sua Alfetta bianca svolta, come sempre, nel cortile, sulla destra. Imbocca lo stradino che porta al numero 81. In via Crocerossa, subito, la Ritmo avanza di qualche metro piazzandosi proprio a metà dell' ingresso, di traverso, per impedire l' accesso ad altre eventuali vetture. Contemporaneamente dalle finestre delle scale interne del palazzo 77 spuntano tre canne corte di mitra. Sono al secondo, al terzo, al quarto piano. L' Alfetta ha frenato. Si spalancano le porte. Al secondo piano, ignara che di fronte a lei ci sono gli assassini della mafia che le ammazzeranno il marito, c' è Laura Cassarà. Saluta con la mano Ninni. Forse era preoccupata del ritardo. Il commissario ricambia il saluto, scende dall' automobile, accompagnato dall' agente Antiochia, povero figlio, volontario in questa scorta perchè si trovava in vacanza da queste parti e si era messo a disposizione della Mobile palermitana dopo l' uccisione di Montana. Poi, secco, improvviso il rumore: cinque lunghissimi secondi, raffiche furibonde di mitragliatrice. Vanno in frantumi i vetri dell' entrata, sull' intonaco spuntano cinque fori. Cadono stramazzati a terra Antiochia e il commissario, nel cortile due uomini incappucciati corrono freneticamente: evidentemente stavano lì a coprire l' azione dei tre che hanno sparato. I killer, intanto, lasciano imperturbabili le scale da dove hanno esploso le raffiche. Escono dal numero 77, saltano dentro le auto per la fuga. Più tardi la Giulietta 1800 verrà trovata bruciata in viale Lazio. Pochi minuti dopo, un' ambulanza arriva al pronto soccorso dell' ospedale Villa Sofia. Non c' è nulla da fare: Antiochia muore, anche a lui hanno spappolato il cervello. In via Crocerossa, si precipitano poco per volta tutti gli uomini dello Stato che a Palermo combattono ad "armi impari" questa lunga interminabile battaglia contro la mafia. Arrivano i colleghi di Cassarà, piangono, gridano furibondi "bastardi", bastardi a tutti quelli che gli hanno impedito di lavorare come avrebbero potuto, bastardi a quelli che li hanno criminalizzati per l' affare Marino. "La polizia è sola", ce l' hanno con la stampa, l' esasperazione è comprensibile perchè "ci troviamo con le mani legate: da anni qui a Palermo chiediamo mezzi, chiediamo rinforzi, chiediamo nuove tecnologie. Lo Stato ha combattuto il terrorismo adeguando le proprie forze, la lotta alla mafia invece procede come dieci, vent' anni fa. Siamo diventati carne da macello". Sono agenti che lavorano da anni alla Mobile, conoscevano bene Cassarà. Sfogano dunque la loro rabbia e il loro dolore questi agenti mentre sfilano i magistrati del pool antimafia, Falcone, Antonio Caponnetto, "siamo in guerra e qualcuno non l' ha capito e non lo vuol capire". Vincenzo Paino, procuratore capo dice: "Dovete comprendere questi ragazzi vanno lasciando il sangue in mezzo alla strada, rischiano la vita giorno per giorno, qui siamo in guerra, dovete farlo capire a chi di dovere". Arriva il sindaco Leoluca Orlando Cascio, altri magistrati e carabinieri. Noialtri non abbiamo più il coraggio di fiatare. Alle 17,30 un furgoncino nero Fiat 850 porta via la salma di Cassarà, seguita da cinque auto della Mobile. A Palermo è stato dichiarato il lutto cittadino. Oggi, alle 15,30, i funerali del commissario. LA REPUBBLICA 7.8.1985

da “Storia di Giovanni Falcone”, di Francesco La Licata Una cosa va detta, a onore della verità: il maxiprocesso non sarebbe stato possibile senza l’iniziale, determinante apporto di Ninni Cassarà (il più alto nella foto, n.d.r.). E questo in più di una occasione è stato riconosciuto anche da Giovanni Falcone. Fu Cassarà che si invento un’inchiesta impossibile. Fu lui che convinse più di un mafioso a parlare. Non era epoca di pentiti (siamo all’inizio dell’82) e così il commissario non aveva altra strada che quella della “via confidenziale”.  Con lui si confidò Mariella Corleo, moglie di quel Lo Presti di cui abbiamo già parlato, offrendo un primo appiglio per poter inquadrare nel mirino i potenti Ignazio e Nino Salvo, esattori di Salemi. E anche Salvatore Contorno parlò: non firmò alcun verbale perche non poteva. Cas¬sarà gli concesse l’anonimato e la latitanza, nel rapporto profeticamente “Fonte prima luce”. L’inchiesta era quella dei “162”, ovvero “Greco Michele +161”.  C’era il racconto di tutta la guerra di mafia, dell’ascesa dei Corleonesi, la dittatura di Toto Riina, la sua strategia sanguinaria. Ninni Cassarà fece parlare i cosiddetti “perdenti”. Quante notti il commissario trascorse a battere in lungo e in largo la città nel difficile compito di individuare i covi dei latitanti che le sue “fonti” gli confidavano. Alla fine fece un quadro inedito della mafia, definì i nuovi organigrammi, spiego origini e cause della guerra tra le cosche. Il rapporto dei “162” piacque a Dalla Chiesa, tanto che, appena insediato, se ne appropriò. Era convinto che con quello si potesse preparare la prima vera risposta dello stato all’assalto delle “famiglie”. Falcone ne ricavò la cellula primitiva che avrebbe dato luogo al maxiprocesso. Anche l’inchiesta di Cassarà, infatti, partiva da una premessa indispensabile: che Cosa Nostra fosse un’organizzazione unitaria e segreta e che gli avvenimenti che ne segnavano la vita, apparentemente slegati, non fossero indipendenti l’uno dall’altro ma connessi e rispondenti a una strategia unica. I due si trovarono d’accordo.

 

La moglie di Ninni Cassarà: «Mio marito mi disse “siamo morti che camminano”»

Trentaquattro anni fa moriva in un agguato di mafia il vicecapo della Squadra mobile. I killer lo aspettavano a casa. Ecco la storia degli anni insanguinati di Palermo visti attraverso gli occhi della persona che gli stava più vicino al mondo, Laura

La voce amara di Paolo Borsellino che ironizza sulla libertà di morire ammazzato la sera quando non era disponibile l’auto blindata, riemersa dagli archivi segreti della commissione parlamentare antimafia, non le ha provocato particolari emozioni: «Purtroppo per noi quella situazione era il pane quotidiano. Noi sapevamo già tutto, ma quelli che ascoltavano no, e la cosa grave è che quando hanno saputo non hanno fatto niente per cambiare la situazione, lasciando soli e senza mezzi quei pochi che combattevano la guerra sulla trincea. Ninni è morto per questo». Laura Iacovoni Cassarà è la moglie di Ninni Cassarà, il vicecapo della Squadra mobile di Palermo trucidato dai killer corleonesi 34 anni fa, il 6 agosto 1985, un anno e tre mesi dopo la denuncia di Borsellino all’Antimafia. Erano ancora i tempi della protezione in orario d’ufficio, e Cassarà fu ammazzato durante la pausa pranzo. Non perché non fosse scortato, aveva pure l’auto blindata «anche se si rompeva in continuazione». Morì perché nessuno l’aveva portato via da una città che non poteva più essere sicura per uno come lui: «Viveva e lavorava in un isolamento tangibile, segnalato, ignorato. Se vieni additato come colui che porta avanti le indagini con più convinzione degli altri, diventi il nemico numero 1 e ti fanno fuori. Alla Squadra mobile Ninni poteva contare solo su un piccolo gruppo di uomini sicuri e fedeli, niente più».

Lo sterminio dei fedelissimi Uno era il commissario Beppe Montana capo della Sezione catturandi, ucciso dieci giorni prima di Cassarà, domenica 28 luglio, sul lungomare di Porticello, di rientro da una gita in barca con la fidanzata. «Quel giorno anche noi dovevamo essere lì - ricorda la signora Laura - ma all’ultimo momento non siamo andati perché era arrivato un mio zio da Messina. La sera giunse la telefonata, Ninni si gelò e uscì». Sul luogo del delitto accorsero anche Giovanni Falcone e Borsellino, il quale svelò che davanti al cadavere di Montana Cassarà disse loro: «Convinciamoci che siamo cadaveri che camminano». Quando toccò a lui, Falcone affranto si sfogò con Laura: «Mi hanno fatto calpestare il sangue di Ninni...». Un altro fedelissimo era l’agente Roberto Antiochia, 23 anni, che dopo l’omicidio Montana rientrò dalle ferie per aiutare Cassarà nella ricerca degli assassini e proteggerlo. Fu travolto con lui dalla grandine di proiettili: «Ma è normale che sia un ragazzo come Antiochia a decidere di tornare per stare vicino a Ninni? È il segno della disattenzione e sottovalutazione da parte di chi doveva capire, prevenire, evitare quello che è successo. Lo capisce Antiochia che c’è pericolo, e non lo capiscono i superiori?». E poi c’era Natale Mondo, da anni l’ombra di Cassarà, sempre al suo fianco: in ufficio, in macchina, nei sopralluoghi e negli interrogatori, nei momenti liberi a fargli da guardaspalle mentre “il capo” passeggiava con la moglie, a controllare fuori dalla scuola dei figli, ad accompagnare a pesca lui e Falcone. Il 6 agosto era alla guida dell’Alfetta, non morì perché riuscì a proteggersi dietro una fioriera. Lo uccisero due anni e mezzo più tardi, la mafia non lascia conti in sospeso: «Prima hanno provato a infangarlo sospettandolo di essere la talpa che avvisò i killer, ma io ho testimoniato che non poteva essere vero. E non era vero. Ninni gli aveva affidato la sua vita, gli aveva affidato noi».

La strage in diretta Laura Cassarà quel giorno vide tutto in diretta, affacciata dal sesto piano dove abitava con Ninni e i tre figli: Gaspare di 10 anni, Marida di 8, Elvira di 2. Con lei aveva solo la piccolina, gli altri erano in vacanza coi nonni: «Faceva molto caldo. Ninni mi chiama poco prima delle 15 per dirmi che torna a casa. Non rientrava da due giorni, dopo l’omicidio Montana l’avrò visto un paio di volte. Gli chiedo se si ferma a mangiare qualcosa, e lui mi dice di sì». Laura si mette in attesa sul balcone, come faceva spesso, con Elvira in braccio. Dopo pochi minuti vede arrivare l’Alfetta blindata, e subito comincia il crepitare dei kalashnikov: «Io non capii che sparavano, pensai a una bomba, mi affacciai per vedere se la macchina saltava in aria». Il consigliere istruttore Rocco Chinnici l’avevano ammazzato così, due anni prima, questa era la guerra di Palermo: « Guardo giù e vedo Ninni che comincia a correre verso l’atrio del palazzo, e poi sento Mondo gridare “Signora vada dentro!”». Laura si precipita giù per le scale, consegna Elvira a un vicino e quando arriva sul primo pianerottolo vede Ninni a terra: «Ero convinta di trovarlo vivo, l’avevo visto fare i primi quattro gradini con un solo balzo. Pensavo che ce l’avrebbe fatta, e in effetti c’è mancato poco. L’autopsia ha stabilito che un solo colpo l’ha ucciso, recidendo l’aorta». L’immagine della vedova Cassarà accanto al corpo senza vita del marito riverso sulle scale di casa è una delle icone della guerra di mafia che s’è combattuta a Palermo all’inizio degli anni Ottanta. O meglio la guerra che la mafia dichiarò a quel pezzo di Stato che non voleva arrendersi a connivenze, convivenze e “zone grigie”.

Disarmati in guerra Pochi uomini mandati allo sbaraglio, e pochissimi mezzi: «Anche alla Mobile serviva il computer che Borsellino voleva all’Ufficio istruzione, ma nessuno se ne preoccupava. Così a Ninni venne l’idea di farselo regalare dall’American Express come premio a chi presentava amici e conoscenti titolari di nuove carte di credito. Si arrangiava». Come quando dava la sua Vespa all’agente Calogero Zucchetto per perlustrare i quartieri a caccia di latitanti, finché nel 1982 qualcuno lo riconobbe e finì ammazzato davanti a una cabina telefonica, mentre mangiava un panino. Un lungo elenco di caduti, uno dopo l’altro. Prima della drammatica estate del 1985 c’erano stati sei anni di omicidi cosiddetti “eccellenti” - da Boris Giuliano a Piersanti Mattarella, dal prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa al giudice Chinnici passando, per Michele Reina, Pio la Torre e tanti altri - che aveva decapitato il vertice politico-giudiziario-investigativo della città; uno sterminio istituzionale senza eguali nel mondo. «Noi siamo arrivati a Palermo da Trapani nel 1981 - ricorda Laura Cassarà -, nel pieno di questa guerra di cui nessuno, tra chi di dovere, si degnava di occuparsi. A ogni delitto seguivano dichiarazioni di sdegno, funerali solenni e grandi promesse, ma poi tutti ripartivano e qui si continuava con il solito tran tran: pochi e disarmati che finiscono additati come il vero e unico pericolo per la mafia. Trasformandosi in bersagli da colpire». Funzionava così la palude palermitana: un drappello che porta avanti riforme o indagini, mentre gli altri stanno a guardare. Nei palazzi della politica, negli uffici giudiziari, tra le forze di polizia: «Anche in questura», accusa la moglie di Cassarà, dove il vice-capo della Mobile diffidava del capo (Ignazio D’Antone, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) e di altri poliziotti di grido come Bruno Contrada (condannato anche lui). Per questo, dopo la sua morte, Laura non volle la camera ardente in questura, né esequie di Stato: «Meglio tenerlo a casa sua, con le persone che gli hanno voluto bene. Ho pensato che Ninni avrebbe fatto così».

I potenti e le minacce Appena arrivato a Palermo Cassarà si mette al lavoro sul famoso rapporto contro il capomafia Michele Greco + 161, che sarà la spina dorsale del maxiprocesso, poi raccoglie le confidenze di Salvatore Contorno e riscontra le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, i pentiti che svelano i segreti di Cosa nostra dall’interno. Un affondo pericoloso per i boss, ma anche per i loro alleati politici, a cominciare dall’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e gli esattori democristiani Nino e Ignazio Salvo. Nel marzo 1984, al processo per l’omicidio Chinnici, Cassarà rivela che il consigliere istruttore voleva inquisirli e arrestarli per mafia: «La sera stessa della deposizione, prima ancora che rientrasse, ricevetti una telefonata: “Casa Cassarà? Quanti siete in famiglia?” “Cinque”, risposi. “Vi ammazzeremo uno a uno, come cani”, e riattaccarono. Ninni denunciò l’episodio, ma gli risposero che non era credibile...». Quando finalmente arrivano gli arresti antipasto del “maxi”, nell’elenco non ci sono solo boss e gregari di Cosa nostra ma anche i cugini Salvo; Cassarà scopre che hanno nell’agenda il numero diretto di Giulio Andreotti, un altro anello della catena che li lega al potere: «L’ho riferito nei processi perché me l’aveva confidato lui, io sono stata la sua voce dopo che è morto», rivendica la moglie. E poi Ciancimino: «Per mio marito sono state soddisfazioni, certo, però sempre accompagnate dalla consapevolezza che poi sarebbe arrivato il conto. Non me lo diceva, lo capivo da me; negli ultimi tempi non uscivamo quasi più insieme, quando dovevamo andare nello stesso posto mi mandava da sola, e lui veniva per conto suo».

Burocrazia complice Precauzioni per salvare la famiglia dalla vendetta. L’unica via di scampo per sé sarebbe stata andarsene, ma non lo chiese: «Toccava ad altri proporlo, non gli hanno dato nemmeno la possibilità di dire no. A un certo momento si parlò di un trasferimento a Genova, ma gli comunicarono che il posto era già occupato. Può essere una risposta sensata, se c’è la necessità di salvare una vita?». La burocrazia a volte diventa complice degli assassini. Come l’indifferenza denunciata proprio da Cassarà all’indomani dell’omicidio Montana, quando si lamentò per lo scarso rilievo dato a quel fatto dai mezzi d’informazione: «Senza il sangue versato dai poliziotti, molti Soloni che si riempiono la bocca di grandi strategie antimafia non potrebbero pontificare... Ma purtroppo qui chi mostra di fare sul serio, prima o poi muore ammazzato». Lo disse una settimana prima che arrivasse il suo turno. Nel frattempo dovette attraversare un’altra tempesta: la morte in questura di un sospetto basista dell’omicidio Montana, Salvatore Marino, durante violenti interrogatori. Quando accadde, Cassarà era fuori ufficio: «Mi consegnò la copia di un verbale dal quale risultava che lui non c’entrava, come una prova da conservare a futura memoria se lui non avesse potuto più difendersi. Un altro segnale che sentiva la fine vicina». I killer stavano già preparando l’agguato, appostandosi su tre piani del palazzo di fronte: «Qualcuno li ha avvisati che stava tornando a casa, ma non può essere stato chi ha visto uscire la sua macchina dall’ufficio, perché quello accadeva di continuo. A casa invece non tornava da giorni. Avvisò me pochi minuti prima, con quella telefonata». Di “talpe” nell’omicidio Cassarà s’è sempre parlato, sebbene i pentiti non abbiano fatto nomi. Laura Cassarà aveva 34 anni quando tutto precipitò, suo marito 38: «Eravamo giovani, forse troppo per le responsabilità che dovemmo affrontare. Ci è stato chiesto tanto».

Qualcuno ha deciso Oggi sul pianerottolo dove cadde Cassarà c’è un estintore; la targa che ricorda l’eccidio è stata messa nel cortile del condominio dopo vent’anni; nel trentaquattresimo anniversario la questura di Palermo ha deciso per una stele sulla pubblica piazza, in modo che tutti possano leggere e ricordare. La moglie di Cassarà è una donna serena, che ha continuato a vivere con fatica, seguitando a insegnare inglese fino alla pensione e crescendo bene i tre figli che le hanno dato altrettanti bellissimi nipoti: «È stato un percorso difficile e doloroso, che ci portiamo dentro, ma è anche la nostra forza. Mi aspettavo un’altra vita, poi qualcuno ha deciso che andasse diversamente. E non mi riferisco agli assassini, che sono un aspetto quasi marginale. Penso a chi doveva proteggerlo e non l’ha fatto, a chi non ha capito che bisognava portarlo via, o non ha voluto farlo». Lo fecero con Falcone e Borsellino, all’indomani dell’omicidio Cassarà: presi e deportati nel supercarcere abbandonato dell’Asinara, dalla sera alla mattina, perché non c’era altro luogo in cui garantirne la sicurezza mentre scrivevano il rinvio a giudizio del maxiprocesso: «Poi nel 1992 hanno presentato il conto anche a loro, ed è stato un altro momento terribile. Prima però hanno dovuto subire isolamenti e sconfitte. Non da parte della mafia, ma dello Stato. Com’è successo a Ninni Cassarà, mio marito». CORRIERE DELLA SERA 2.8.2019 GIOVANNI BIANCONI

 

Calogero Zucchetto(Sutera3 febbraio 1955 – Palermo14 novembre 1982 Si occupava di mafia e in particolare collaborava alla ricerca dei latitanti che allora erano molto numerosi. All'inizio degli anni ottanta, presso la squadra Mobile della Questura di Palermo, collaborò con il commissario Ninni Cassarà alla stesura del cosiddetto "rapporto Greco Michele + 161" che tracciava un quadro della guerra di mafia iniziata nel 1981, dei nuovi assetti delle cosche, segnalando in particolare l'ascesa del clan dei corleonesi di Leggio, Riina e Provenzano. Riuscì a entrare in contatto anche con il pentito Totuccio Contorno che si rese molto utile con le sue confidenze per la redazione del rapporto dei 162.

Con il commissario Cassarà andava in giro in motorino per i vicoli di Palermo e in particolare per quelli della borgata periferica di Ciaculli, che conosceva bene, a caccia di ricercati. In uno di questi giri con Cassarà incontrò due killer al servizio dei corleonesi, Pino Greco detto "scarpuzzedda" e Mario Prestifilippo, che aveva frequentato quando non erano mafiosi. Questi lo riconobbero e non si fecero catturare. All'inizio di novembre del 1982, dopo una settimana di appostamenti, tra gli agrumeti di Ciaculli riconobbe il latitante Salvatore Montaltoboss di Villabate, ma essendo solo e non avendo mezzi per arrestarlo rinunciò alla cattura, avvenuta poi il 7 novembre con un blitz di Cassarà.

La sera di domenica 14 novembre 1982, all'uscita dal bar "Collica" in via Notarbartolo, una via del centro di Palermo, fu ucciso con cinque colpi di pistola alla testa sparati da due killer in sella a una moto.  Successivamente gli autori del delitto vennero individuati in Mario Prestifilippo e Pino Greco, gli stessi che aveva incrociato in motorino. Come mandanti furono in seguito condannati i componenti della "cupola mafiosa", cioè gli appartenenti all'organo più importante di "Cosa Nostra", Totò RiinaBernardo ProvenzanoRaffaele Ganci e altri.

a cura di Claudio Ramaccini, Direttore  Centro Studi Sociali contro la mafia - PSF

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