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i ricordi di AGNESE BORSELLINO

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TI RACCONTERÒ TUTTE LE STORIE CHE POTRÒ

La moglie di Paolo Borsellino, Agnese Piraino Leto, è morta il 5 maggio del 2013. Aveva 71 anni ed era malata da tempo. Non smise però  mai di cercare la verità sulla morte di suo marito e manifestò sempre il suo impegno contro la mafia. Ha lasciato un bellissimo libro Ti racconterò tutte le storie che potrò, un racconto straordianario da lei stessa definito come un regalo alla famiglia. Agnese e Paolo si sposarono il 23 dicembre del 1968. Dal loro matrimonio nacquero tre figli: Fiammetta, Lucia e Manfredi. In occasione della sua ultima apparizione pubblica, l’inaugurazione della nuova sede della Dia a Palermo, già provata dalla malattia, aveva pronunciato poche parole dense di significato “Questa città deve resuscitare, deve ancora resuscitare. Proprio a causa della malattia, non aveva potuto partecipare alla cerimonia per il ventennale delle stragi, ma aveva inviato un messaggio ai giovani “Dopo alcuni momenti di sconforto – aveva scritto – ho continuato e continuerò a credere e rispettare le istituzioni di questo Paese come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato. Non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato intorno a lui.”  Nei giorni antecedenti alla sua morte aveva preso il via a Caltanissetta il quarto processo per la strage di via D’Amelio e lei, che era già stata sentita in fase di istruttoria, era indicata tra i principali testimoni del dibattimento. Tra le altre cose, aveva dichiarato che le inquietudini del coniuge si erano accentuate dopo la strage di Capaci. “Paolo mi disse: ‘Mi ucciderà la mafia ma solo quando altri glielo consentiranno’.” Il testamento di Agnese Borsellino Ti racconterò tutte le storie che potrò”: è questo il titolo le libro-testamento pubblicato lo scorso novembre. Agnese Borsellino ha voluto affidare alle pagine di un libro i ricordi di una vita: dal primo incontro con  quell’uomo che poi sarebbe diventato suo marito al giorno della strage, passando per tutte le persone che l’hanno sostenuta negli anni. Il libro è il risultato di una serie di interviste con il giornalista Salvo Palazzolo. Il titolo nasce da una frase pronunciata dal giudice “Lo sai perché stai con me? Perché io ti racconto la lieta novella. Io ti sollecito, ti stuzzico, ti racconto la lieta novella che sta dentro tante storie di ogni giorno. Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io vivrò. La lieta novella manterrà sempre fresco il nostro amore. Perché l’amore ha bisogno di mantenersi fresco.” Non mancano particolari inediti sui giorni successivi alla strage del 19 luglio 1992 “In quei giorni – racconta la signora Agnese nel libro – ero contesa da prefetti, generali e alti esponenti delle istituzioni. Mi invitavano e mi sussurravano tante domande. Ora so perché mi facevano tutte quelle domande. Volevano capire se io sapevo, se mi aveva confidato qualcosa nei giorni che precedettero la sua morte. E allora tante parole di mio marito mi sono apparse chiare, chiarissime.

 

5 MAGGIO 2013 - Morta Agnese Borsellino. Malata da tempo, aveva 71 anni. Non smise mai di cercare la verità sull’assassinio di suo marito, Paolo Borsellino. Riservata e lontana dai riflettori pubblici, Agnese Piraino Leto, preferiva parlare ai giovani dando messaggi di speranza e di riscatto da quel cancro della mafia che le tolse il marito, l’amico, il padre dei suoi tre figli: Lucia, Manfredi e Fiammetta. Nella sua ultima apparizione, in occasione dell’inaugurazione a Palermo della nuova sede della Dia, già provata dalla malattia, Agnese pronunciò parole che ancora adesso sembrano pietre: «Questa città deve resuscitare, deve ancora resuscitare». Agnese Piraino Leto è morta oggi, nella sua abitazione, a 71 anni. A darne la notizia è stato Salvatore Borsellino, fratello del magistrato. «È andata a raggiungere Paolo - ha scritto su Facebook - Adesso saprà la verità sulla sua morte». In una nota i figli chiedono che «oggi sia un momento di preghiera strettamente privato nel rispetto di una perdita che ha una dimensione prima di tutto familiare».

Sempre a testa alta, in quella sua figura minuta ma fiera e orgogliosa, Agnese Borsellino, che sposò Paolo il 23 dicembre 1968, non ha mai perso la fiducia nella giustizia e nella verità, anche quando i depistaggi e i falsi pentiti raccontarono una storia che ora i magistrati di Caltanissetta stanno cercando di riscrivere, pezzo dopo pezzo. Proprio per la malattia che l’affliggeva, non aveva potuto partecipare alle manifestazioni per il ventennale delle stragi. Aveva però mandato un messaggio ai giovani: «Dopo alcuni momenti di sconforto - aveva scritto - ho continuato e continuerò a credere e rispettare le istituzioni di questo Paese come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato. Non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato intorno a lui».

In occasione delle udienze del processo per la strage di via D’Amelio aveva riferito le preoccupazioni del marito che si erano accentuate dopo la strage Falcone. «Mi disse che c’era un colloquio tra mafia e pezzi infedeli dello Stato», raccontò. E parlò di un Borsellino «sconvolto» mentre le rivelava di avere saputo che l’ex capo del Ros, Antonio Subranni, era «punciuto» (uomo d’onore, ndr). «Paolo mi disse: “Mi ucciderà la mafia ma solo quando altri glielo consentiranno”». I verbali dei suoi interrogatori sono stati acquisiti anche al processo al generale dei carabinieri Mario Mori. La malattia le impedì di essere presente in aula a ripetere quelle parole.

L’anno scorso in un’intervista all’Ansa disse: «Io e i miei figli siamo rimasti quelli che eravamo. E io sono orgogliosa che tutti e tre abbiano percorso le loro strade senza trarre alcun beneficio dal nome pesante del padre. Di questo siamo grati a Paolo. Ci ha lasciato una grande lezione civile. Diceva che chiedere un favore vuol dire diventare debitore di chi te lo concede. Era così rigoroso e attento al senso del dovere che alla fine della giornata si chiedeva: ho meritato oggi lo stipendio dello Stato?». Unanime il cordoglio delle istituzioni. Il Capo dello Stato; Giorgio Napolitano, ha inviato un messaggio alla famiglia Borsellino. Solidarietà anche dal presidente della Camera Laura Boldrini, dal premier Enrico Letta, dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, dal Guardasigilli Annamaria Cancellieri, dal governatore della Sicilia, Rosario Crocetta, dall’Anm. «Con dolore vero sincero e immenso apprendo la notizia della morte di Agnese Borsellino, donna di singolare esempio di attaccamento e fedeltà alle istituzioni, di grande coraggio e grande forza», ha dichiarato il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta. I funerali si terranno domani alle 9.30 nella chiesa di S. Luisa di Marillac a Palermo, la stessa dove si svolsero le esequie di Paolo Borsellino. LA STAMPA


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LA TESTIMONIANZA DI AGNESE BORSELLINO AL PROCESSO PER LA STRAGE DI VIA D’AMELIO

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"Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere." Agnese Borsellino. Estratto da verbale del 18 agosto 2009

Verbale di sommarie informazioni della signora AGNESE PIRAINO BORSELLINO davanti al Procuratore della Repubblica Sergio Lari e dell'Aggiunto Domenico Gozzi

PROCURA DELLA REPUBBLICA presso il Tribunale di Caltanissetta Direzione Distrettuale Antimafia Verbale di sommarie informazioni di persona informata sui fatti Il giorno 27 gennaio 2010, in Palermo, Via Cilea, avanti il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta dott. Sergio Lari ed il Procuratore Aggiunto dott. Domenico Gozzo, è comparsa: Agnese Piraino Borsellino, nata a Misilmeri 7 febbraio 1942, residente in Palermo, Via Cilea 97 Avvertita dell'obbligo di riferire ciò che sa intorno ai fatti sui quali viene sentita, dichiara: A.d.r.: Confermo che il 28 giugno 1992 mio marito, il dott. Paolo Borsellino, si è incontrato sia con la dott.ssa FERRARO che con il ministro ANDÒ tornando da un convegno di Magistratura Indipendente che si era tenuto a Giovinazzo in Puglia. Il Ministro ANDÒ arrivò dopo il discorso tra Paolo e la dott.ssa FERRARO, e, se ben ricordo, i due non si incontrarono. Ricordo che eravamo insieme a mio marito in occasione di quel viaggio, e che al convegno e per tutto il viaggio siamo stati "superscortati". Si trattò di una protezione molto stretta, che non era mai stata apprestata in questi termini per la sicurezza di Paolo. Non ricordo se vi era un appuntamento tra Paolo e la dott.ssa FERRARO. Ricordo che eravamo nella sala V.I.P. dell'aereoporto di Fiumicino. Ricordo ancora che l'aereo per Palermo partì con un'ora di ritardo proprio per la presenza di mio marito e gli accertamenti per la sua sicurezza che si resero necessari. In ogni caso, mio marito non mi fece partecipare all'incontro con la dott.ssa FERRARO. Anche successivamente, non mi riferì nulla, salvo quanto detto dal Ministro ANDÒ, che - per quello che mi venne riferito da mio marito - disse che era giunta notizia da fonte confidenziale che dovevano fare una strage per ucciderlo, e che ciò sarebbe avvenuto a mezzo di esplosivo. Mi disse che era stata inviata una nota alla Procura di Palermo al riguardo, e che ANDO', di fronte alla sorpresa di mio marito, gli chiese: "Come mai non sa niente? ". In pratica, la nota che riguardava la sicurezza di mio marito era arrivata sul tavolo del Procuratore GIAMMANCO, ma Paolo non lo sapeva. Paolo mi disse, poi, che l'indomani incontrò GIAMMANCO nel suo ufficio, e gli chiese conto di questo fatto. GIAMMANCO si giustificò dicendo che aveva mandato la lettera alla magistratura competente, e cioè alla Procura di Caltanissetta. Mi ricordo che Paolo perse le staffe, tanto da farsi male ad una delle mani, che - mi disse - battè violentemente sul tavolo del Procuratore. A d.r. Mio marito, dopo l'incontro alla sala V.I.P, non mi disse nulla che riguardava CIANCIMINO. Ricordo, invece, che mio marito mi disse testualmente che "c'era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello stato". Ciò mi disse intorno alla metà di giugno del 1992. In quello stesso periodo mi disse che aveva visto la "mafia in diretta", parlandomi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano. In quello stesso periodo chiudeva sempre le serrande della stanza da letto di questa casa, temendo di essere visto da Castello Utveggio. Mi diceva:" ci possono vedere a casa". A d.r. Paolo mi disse dell'incontro con MORI a Roma presso il R.O.S. In quella occasione so che dopo doveva andare insieme ai carabinieri che incontrò a battezzare il bambino di un giovane magistrato da lui conosciuto, il dott. CAVALIERO. Devo specificare a questo punto che mio marito non mi diceva tutto perché non voleva mettermi in pericolo. Confermo che mi disse che il gen. SUB RANNI era "punciuto". Mi ricordo che quando me lo disse era sbalordito, ma aggiungo che me lo disse con tono assolutamente certo. Non mi disse chi glielo aveva detto. Mi disse, comunque, che quando glielo avevano detto era stato tanto male da aver avuto conati di vomito. Per lui, infatti, l'Arma dei Carabinieri era intoccabile. Spontaneamente aggiunge: Mi è stato detto che CIANCIMINO il 19 luglio era a Roma, e che sturò una bottiglia di champagne per la morte di mio marito. In conseguenza di ciò fu cacciato dall'albergo in cui si trovava. A d.r. In effetti mio marito mi disse che si era recato al ministero perchè era stato chiamato mentre interrogava MlJfOLO. Per questo motivo - mi disse - non potè verbalizzare la seconda parte dell'interrogatorio. A d.r. Riguardo all'incontro presso la sala V.I.P. non ricordo se la dott.ssa FERRARO e mio marito si spostarono fuori per fare telefonate, tra cui una telefonata al Procuratore GIAMMANCO. Ricordo invece, così come mi evidenziate, che intervenni durante l'incontro, manifestando il desiderio che mio marito curasse maggiormente la propria sicurezza perché temevo che i miei figli potessero restare orfani. A.d.r.: Non ho altro da aggiungere nè da modificare.--//



La lettera di Agnese a suo marito Paolo Borsellino in occasione del ventesimo anniversario della strage di via d'Amelio (Audio)   "Caro Paolo, da venti lunghi anni hai lasciato questa terra per raggiungere il Regno dei cieli, un periodo in cui ho versato lacrime amare; mentre la bocca sorrideva, il cuore piangeva, senza capire, stupita, smarrita, cercando di sapere. Mi conforta oggi possedere tre preziosi gioielli: Lucia, Manfredi, Fiammetta; simboli di saggezza, purezza, amore, posseggono quell'amore che tu hai saputo spargere attorno a te, caro Paolo, diventando immortale. Hai lasciato una bella eredità, oggi raccolta dai ragazzi di tutta Italia; ho idealmente adottato tanti altri figli, uniti nel tuo ricordo dal nord al sud - non siamo soli. Desidero ricordare: sei stato un padre ed un marito meraviglioso, sei stato un fedele, sì un fedelissimo servitore dello Stato, un modello esemplare di cittadino italiano, resti per noi un grande uomo perché dinnanzi alla morte annunciata hai donato senza proteggerti ed essere protetto il bene più grande, "la vita", sicuro di redimere con la tua morte chi aveva perduto la dignità di uomo e di scuotere le coscienze. Quanta gente hai convertito!!! Non dimentico: hai chiesto la comunione presso il palazzo di giustizia la vigilia del viaggio verso l'eternità, viaggio intrapreso con celestiale serenità, portando con te gli occhi intrisi di limpidezza, uno sguardo col sorriso da fanciullo che noi non dimenticheremo mai. In questo ventesimo anniversario ti prego di proteggere ed aiutare tutti i giovani sui quali hai sempre riversato tutte le tue speranze e meritevoli di trovare una degna collocazione nel mondo del lavoro. Dicevi: 'Siete il nostro futuro, dovete utilizzare i talenti che possedete, non arrendetevi di fronte alle difficoltà'. Sento ancora la tua voce con queste espressioni che trasmettono coraggio, gioia di vivere, ottimismo. Hai posseduto la volontà di dare sempre il meglio di te stesso. Con questi ricordi tutti ti diciamo 'grazie Paolo'".


IL TESTAMENTO DI AGNESE BORSELLINO  di Giorgio BongiovanniAgnese Piraino Leto in Borsellino non ha mai smesso di parlare e chiedere verità. Da quando quella bomba, vent'anni prima, le aveva portato via il marito con il quale aveva condiviso una vita blindata e perennemente sotto scorta, non si è mai tirata indietro quando c'era da puntare il dito contro chi aveva voltato le spalle allo Stato e a Paolo Borsellino. Uno Stato defraudato della sua accezione più profonda proprio dai suoi rappresentanti, che non hanno disdegnato di sedersi al tavolo della trattativa insieme ai vertici di Cosa nostra. Per chi ha nascosto le proprie responsabilità dietro ipocrite dichiarazioni di amicizia e sostegno, non poteva esserci perdono. “L'uccisione di mio marito è una dichiarazione di guerra contro la mia città. Se è guerra, guerra sia: inviate i militari per presidiare il territorio e difendere gli obiettivi a rischio” aveva infatti replicato all'indirizzo dell'ex ministro Mancino, quando subito dopo il funerale di Paolo aveva messo le forze dello Stato a sua disposizione. Agnese era insieme silenzio nel dolore e grido di giustizia, grido di accusa contro chi, all'indomani della strage di Capaci, abbandonò ulteriormente suo marito, rimasto a combattere una battaglia che da solo non poteva vincere: “Falcone rappresentava per lui come uno scudo. Senza il quale la sua esposizione è aumentata. Da qui probabilmente nasce l'esigenza di mio marito in quei 57 giorni di annotare scrupolosamente spunti di indagine, valutazioni, memorie personali di cui si riprometteva di parlare con i PM allora in servizio alla Procura di Caltanissetta, titolari dell'inchiesta su Capaci. Nessuno però in quei lunghi 57 giorni lo chiamò mai. E' possibile che nelle pagine dell'agenda rossa, usata per i progetti di lavoro e per annotare i fatti più significativi, avesse scritto cose che non voleva confidare a noi familiari. Quell'agenda è stata recuperata sul luogo della strage ma, come si sa, è scomparsa. Se esistesse ancora e se fosse nelle mani di qualcuno potrebbe essere usata come un formidabile strumento di ricatto”. La famiglia Borsellino aveva segnalato l'esistenza di quell'agenda ad Arnaldo La Barbera (morto nel 2002, ndr) che aveva guidato il gruppo investigativo all'indomani della strage di via d'Amelio, ma lui si limitò a replicare “che questa agenda era il frutto della nostra farneticazione”. Dagli ultimi sviluppi delle indagini risultò poi che La Barbera, negli anni precedenti alla nomina di Capo della Squadra Mobile a Palermo, era stato per un periodo al soldo dei servizi segreti con il nome in codice “Catullo”. Non solo. Nell'ambito dell'inchiesta su via d'Amelio La Barbera aveva studiato il teorema investigativo a tavolino, trovando in seguito quei 'pentiti' che avrebbero portato in dibattimento una falsa verità. ”Forse qualcuno - rifletteva la 'vedova di guerra', come lei stessa si definiva - aveva l'ansia di arrivare celermente a un risultato. Ma mi chiedo come mai anche ai magistrati, nei tanti filoni processuali e nei vari gradi di giudizio, siano sfuggite le incongruenze del racconto di Scarantino”. “Posso solo dire, per esserne stata testimone oculare, che mio marito si adirò molto quando apprese per caso dall'allora ministro Salvo Andò, incontrato all'aeroporto, che un pentito aveva rivelato: è arrivato il tritolo per Borsellino. Il procuratore Pietro Giammanco, acquisita la notizia, non lo aveva informato sostenendo che il suo dovere era solo quello di trasmettere per competenza gli atti a Caltanissetta”. “Quella volta - ricordava in una nota dell'Ansa la signora Agnese - ebbe la percezione di un isolamento pesante e pericoloso. Non escludo che proprio da quel momento si sia convinto che Cosa nostra l'avrebbe ucciso solo dopo che altri glielo avessero consentito”. Parole difficili da dimenticare: “Mio marito non era amato assolutamente in Procura. Paolo mi disse 'la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno', queste sono parole che sono scolpite nella mia testa, e sino a quando sono in vita non potrò dimenticare”. In un cerchio che, in piena trattativa Stato-mafia, si stringeva sempre di più sul giudice Borsellino: “Ci furono due trattative Stato-mafia. E mio marito fu ucciso per la seconda. Quella che doveva cambiare la scena politica italiana” diceva nella sua ultima intervista al Corriere della Sera. In un susseguirsi di tasselli che la moglie di Paolo prova a far combaciare per conoscere finalmente la verità: “Dopo la strage di Capaci mio marito disse che c'era un dialogo in corso già da molto tempo tra mafia e pezzi deviati dello Stato” affermava in un suo intervento alla trasmissione Servizio Pubblico, per poi aggiungere: “Paolo mi disse che materialmente lo avrebbe ucciso la mafia ma i mandanti sarebbero stati altri”. E ancora: “Mio marito mi disse testualmente che c'era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello stato'. Ciò mi disse intorno alla metà di giugno del 1992. In quello stesso periodo mi disse che aveva visto la 'mafia in diretta', parlandomi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano”. “Mi disse che il gen. Subranni era 'punciuto' - (punto in un rito di affiliazione a Cosa Nostra, ndr) - Mi ricordo che quando me lo disse era sbalordito, ma aggiungo che me lo disse con tono assolutamente certo. Non mi disse chi glielo aveva detto. Mi disse, comunque, che quando glielo avevano detto era stato tanto male da aver avuto conati di vomito. Per lui, infatti, l'Arma dei Carabinieri era intoccabile”. Uno stillicidio che si trascinò fino al giorno della strage: “Quel caldo pomeriggio del 19 luglio 1992, quando è stato eliminato un servitore scomodo dello Stato e i suoi angeli custodi ho avuto la sensazione di subire impotente una guerra combattuta da un nemico senza una precisa identità”. Le cui indagini hanno subito un pesante depistaggio “perchè sono venduti e comprati tutti. - diceva in un'intervista a Left - Quando succedono queste cose sono coinvolti tutti.


Agnese Borsellino, una vita aspettando Verità e Giustizia  - 5 maggio 2013 - Agnese Piraino Leto  Borsellino se ne è andata, nella discrezione e nel silenzio che le era congeniale;  lei vedova di uno dei più grandi magistrati che ha avuto questo paese, ucciso per non farlo indagare e non solo su cosa nostra; lei donna nobile d’animo e donna “gentile” di educazione palermitana che incarnava  la forza d’animo ed anche  la ferma volontà dei palermitani e siciliani  onesti di arrivare alla Verità sulla morte del marito e della sua scorta in quel torrido 19 luglio 1992. Agnese Borsellino non amava né le interviste, nè le apparizioni pubbliche. Subito dopo la strage di Via D’Amelio  si era chiusa nel suo dolore  con i figli ed i familiari più vicini, aspettando con la sua grande forza d’animo, che si facesse luce su quell’auto bomba devastante che ,per altro, il marito Paolo, pochi giorni prima gli aveva anche anticipato, confessandole d’aver saputo che era arrivato in Sicilia il tritolo che avrebbero usato per lui. Non aveva paura Paolo: ma temeva per  i suoi familiari, per la scorta che pure doveva avere,: e per lei, Agnese ed i loro figli. Ma Agnese lo aveva rincuorato: capiva i timori del marito, ma  lei e la sua famiglia, sarebbero stati sempre con lui, vicino a lui ed ai suoi ideali. Così fu,una promessa mai mancata. Non era possibile; perché Agense, Paolo ed i loro figli erano una cosa sola.È morta all’età di 71 anni Agnese Piraino Leto Borsellino. A dare la notizia il fratello del magistrato, Salvatore, con un post su Facebook: “E’ morta Agnese. E’ andata a raggiungere Paolo. Adesso saprà la verità sulla sua morte”. Agnese, figlia del presidente del tribunale di Palermo Angelo, si era sposata con Paolo Borsellino, allora giovane magistrato, il 23 dicembre 1968. Dal loro matrimonio sono nati tre figli: Lucia, 44 anni, che oggi ricopre l’incarico di assessore regionale alla Sanità, Manfredi, 41 anni, attuale dirigente del commissariato di polizia di Cefalù, e Fiammetta, di 40. Una vita felice la loro, segnata anche dall’impegno di Paolo Borsellino come magistrato, dalla sua  battaglia giudiziaria contro la mafia, dal suo impegno come magistrato che ha sempre fatto, innanzitutto, il proprio dovere; sino a quel maxi processo che istruì con Giovanni Falcone, aprendo finalmente  gli scenari nascosti di cosa nostra, ma segnando la rottura  di quel patto tra mafia e politica che aveva governato per anni in Italia. Lì l’Italia della società civile si schierò con i magistrati palermitani, la politica dei poteri forti, si incagliò  in quella rottura del patto. Borsellino e Falcone da eroi della lotta contro la mafia, diventarono quasi imputati, rei d’aver rotto gli equilibri: il corvo, i trasferimenti, la chiusura dell’esperienza del pool antimafia di Palermo, segnarono quegli anni a cavallo della caduta del muro di Berlino. E che non dovevano concludersi con la sentenza definitiva della Cassazione che sancì l’ottimo lavoro di Borsellino e Falcone con la condanna definitiva alla cupola di cosa nostra. Con quella sentenza e con  l’assassinio di Salvo Lima, la mafia sancì anche la morte di Falcone a Capaci, il 23 maggio del 1992. Borsellino sopravvisse a quel dolore perche voleva scoprire chi era stato,  doveva capire se  dietro quella strage c’erano apparati dello Stato,  se c’era un altro patto scellerato: lo capì presto e chi di noi , la sera del giugno 1992 era alla Casa Professa di Palermo a sentire la sua ricostruzione dei fatti davanti a centinaia di studenti, capì che quell’uomo sapeva, aveva capito ed aveva fretta di arrivare alle sue conclusioni giudiziarie. E che  impersonava  la speranza di una mondo che voleva finalmente chiudere con la mafia. Ma proprio ad Agnese, la sua Agnese che l’aveva seguito sempre, anche  all’Asinara  con la famiglia  quando Giovanni e Paolo dovevano redigere il rinvio a giudizio che avrebbe poi portato  al maxi processo; alla sua Agnese, Paolo aveva confidato i propri timori, i suoi sospetti,  il perché di quelle  notti insonni e di quegli appunti sull’agenda rossa dalla quale non si separava mai ( e che infatti sparì con lui a Via D’Amelio). Agnese  era rimasta con i suoi segreti e dubbi, evitando al massimo le sue apparizioni ed interviste, limitandosi a presenziare a poche cerimonie pubbliche in ricordo del marito. Ma nonostante questo, aveva sempre detto con chiarezza il suo pensiero nell’impegno antimafia, nella vicinanza ai giovani  che si schieravano, in nome di Paolo e Giovanni, contro  le mafie e per la rinascita della sua Sicilia.La sua riservatezza non le aveva mai impedito di chiedere la verità sulle stragi e la giustizia vera, volendo arrivare sino in fondo per capire chi fossero i mandanti veri di quella stagione di bombe italiane,  quel 1992-1993 che aveva segnato la vita sua e della sua famiglia.  Non avrebbe mai potuto stare sempre in silenzio, perché di Paolo, suo marito, fu veramente compagna e partecipe in ogni decisione ed in ogni momento, soprattutto in quelli più difficili: e con gli anni che avanzavano e mentre  sui motivi di quelle stragi si aprivano scenari di trattative tra stato e mafia, volle finalmente parlare.  Solo nelle sedi opportune, però.  Solo in occasione delle udienze del processo per la strage di via D’Amelio aveva riferito le confidenze e le preoccupazioni del marito alla vigilia dell’attentato del 19 luglio 1992. Proprio in questi giorni è iniziato a Caltanissetta il quarto filone processuale sull’attentato. Agnese era stata sentita durante la fase istruttoria, era indicata fra i testimoni principali del dibattimento. Aveva tra l’altro riferito sulle inquietudini del coniuge che si erano moltiplicate dopo la strage di Capaci nella quale vennero uccisi Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta. Aveva parlato di quell’agenda scomparsa,dei tanti perché che si erano accavallati dopo Via D’Amelio, domande sinora senza risposta. Ma aveva  sempre riportato nelle sedi giudiziarie la fiducia che si potesse  arrivare, alla fine, a far luce su quei misteri. Non ce l’ha fatta: ma altri, a partire dai figli, porteranno avanti la sua ricerca di Verità e  Giustizia. 


AGNESE BORSELLINO, DONNA CORAGGIO DEL NOSTRO TEMPO5 maggio 2014- “Nel corso dell’ultimo incontro con Agnese, nel quale si preparava alla morte, mi ha comunicato il suo desiderio che emergesse la verità sulla morte di Paolo. Agnese ha dato tutta se stessa nella sua vita. E’ stata una roccia salda. Sperava di riuscire a veder nascere il bambino di Fiammetta ma non ce l’ha fatta. Lo vedrà dall’alto”. Le parole che padre Scordato pronunciò durante l'omelia, ai funerali di Agnese Piraino Leto in Borsellino, riecheggiano ancora ad un anno di distanza nella chiesa di Santa Luisa di Marillac, a Palermo.E cos'altro vedrà ancora, la signora Agnese, guardando dall'alto questa Italia che tanta sofferenza le ha causato in vita? Con profonda amarezza possiamo dire che il suo più profondo desiderio non è stato ancora avverato. “Voglio sapere la verità, perchè è stato ucciso, chi ha voluto la sua morte e perchè lo hanno fatto e non voglio nient’altro”. Agnese non chiedeva la verità solo per se stessa e per Paolo, ma anche per gli altri martiri di mafia e soprattutto per le giovani generazioni che non hanno avuto la possibilità di conoscerlo. Su iniziativa del procuratore aggiunto Domenico Gozzo, era stato creato un gruppo a lei dedicato, “Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino”, a seguito dell'intervista rilasciata dal generale Antonio Subranni nella quale sosteneva che la moglie di Borsellino soffrirebbe di Alzheimer, in quanto era stato da lei definito come "l'amico traditore" di cui parlava il marito. Molti ragazzi che le si sono avvicinati, delle stragi del '92 e '93 a volte non conservano nemmeno il ricordo. La moglie del giudice Borsellino aveva imparato ad amarli, quei giovani che le inviavano così tanti messaggi affettuosi, e anche quando la malattia l'ha poi costretta a restare a casa su una sedia a rotelle, Agnese non smetteva mai di leggere e rispondere alle lettere che arrivavano dalla parte più pulita dell'Italia. Per loro, per i suoi figli e nipoti, continuava a dare voce e fiato alla sua richiesta di giustizia.

Parole inascoltate   Chi, però, ha davvero ascoltato le parole di Agnese? Non certo gli uomini delle istituzioni, nei confronti dei quali la moglie di Paolo aveva le idee chiare: “A loro non voglio rivolgere un appello. Sarebbe tempo perso” diceva. Nell'ultimo anno il livello di tensione attorno ai magistrati che in Sicilia si occupano di indagini di mafia, e in particolare ai pm di Caltanissetta e Palermo, è salito ulteriormente. Di questo già se ne angosciava, Agnese Borsellino, quando nell'ultimo periodo della sua vita apprese di una lettera minatoria indirizzata ai pubblici ministeri Nino Di Matteo, Domenico Gozzo e Sergio Lari: “Mi sembra di rivivere un incubo... Non c'è solo la mafia dietro queste parole minacciose, ne sono sicura. Perchè quei magistrati hanno toccato con le loro indagini alcuni nervi scoperti dello Stato”. Oggi Di Matteo, pm di punta del processo trattativa Stato-mafia e condannato a morte da Totò Riina, è nella lista dei magistrati in questo momento più a rischio. Nonostante ciò, per lui non è stato ancora predisposto il bomb jammer (come era stato invece annunciato, ndr) il dispositivo che intercetta i segnali radio impedendo così l'esplosione di una bomba collegata a un telecomando. Lo stesso dispositivo che, se fosse stato predisposto per Falcone e Borsellino, avrebbe bloccato lo scoppio del tritolo a Capaci e in via D'Amelio. Sul processo che si occupa dei dialoghi tra Stato e mafia - quella trattativa per la quale Borsellino si era messo di traverso, consapevole del grave rischio che correva e poi pagato con la vita - è stato detto di tutto. Proprio recentemente i legali degli imputati Mori, De Donno e Subranni hanno avanzato la richiesta di spostare il dibattimento ad altra sede (facendolo così ripartire da zero) richiesta che la Cassazione ha rispedito al mittente. La trattativa è stata considerata (nel libro scritto a quattro mani da Fiandaca e Lupo) non solo “presunta”, ma condotta addirittura “a fin di bene” per far cessare le stragi piuttosto che cedere alle richieste dei boss mafiosi, nonostante la tragica sequenza di eventi di quei primi anni '90 ci dica palesemente il contrario. Un muro di ovattato silenzio è ancora presente attorno alla morte di Paolo e ai misteri del '92, che da una certa parte si è rinsaldato ulteriormente. Proprio alcuni giorni fa l'ex ministro Nicola Mancino (imputato al processo trattativa Stato-mafia per falsa testimonianza) è comparso davanti ai pm di Caltanissetta del Borsellino quater avvalendosi della facoltà di non rispondere (legittima, per carità, ma certamente discutibile). D'altronde, è coinciso che a seguito del conflitto di attribuzione sollevato da Napolitano in merito alle conversazioni con Mancino, non un esponente degli ambienti politici (di oggi e di allora) si è fatto avanti per contribuire alle indagini con nuove verità. Un vero e proprio silenzio di tomba è calato sui palazzi del potere.

Il coraggio di cambiare “Dobbiamo chiedere perdono al Signore per le cose che non siamo riusciti a portare alla luce, per le cose che ancora non sappiamo. Dobbiamo lavorare per costruire una società degna di essere vissuta” continuava l'omelia di padre Scordato il giorno 6 maggio 2013. Da allora molto è stato fatto, e da diverse città d'Italia una parte della società civile ha dato vita a iniziative, cortei, sit in e movimenti per sostenere le battaglie in cui Agnese Borsellino credeva. Agnese, che da “signorina dei pizzi e merletti” - il nome con cui era conosciuta da giovane, come racconta nel libro “Ti racconterò tutte le storie che potrò” (editore Feltrinelli Fuochi) scritto prima di lasciare questo mondo insieme al giornalista Salvo Palazzolo – era diventata la donna forte che ha accompagnato Paolo per tutta una vita. La sua voce ha fatto rivivere una storia d'amore che, rileggendo quelle pagine, sembra non abbia mai avuto fine. Agnese è l'esempio di vita di una donna che, guardando in faccia un Paese colpevole e vigliacco, con profondo amore e bruciante indignazione – anche se “Io, di certo, non vivrò abbastanza per conoscere la verità” - ha saputo infondere la speranza e la fiducia che un giorno le cose cambieranno. Una parte di questo Paese ha risposto al suo richiamo d'amore e, lo ripetiamo, da allora molto è stato fatto. Non è poco, ma non è neanche tutto. Perchè le cose cambieranno davvero solo se la morte di Paolo e delle altre vittime di mafia saranno considerate delitti perpetrati ai danni di ogni singolo cittadino, al quale ognuno è chiamato a rispondere con coraggio “per costruire una società degna di essere vissuta”. E per non cancellare il ricordo di Agnese, che oggi ci piace ricordare ancora una volta al fianco del suo Paolo, più viva che mai.

 

I VERTICI DELLO STATO SAPEVANO. “PAOLO AVEVA CAPITO TUTTO” di Sandra Amurri - Il Fatto Quotidiano del 17 giugno 2012   Agnese Piraino Borsellino non è donna dalla parola leggera. È abituata a pesarle le parole prima di pronunciarle, ma non a calcolarne la convenienza. È una donna attraversata dal dolore che il dolore non ha avvizzito. I suoi occhi brillano ancora. E ancora hanno la forza per guardare in faccia una verità aberrante che non sfiora la politica e le istituzioni. Una donna che trascorre il suo tempo con i tre figli e i nipotini, uno dei quali si chiama Paolo Borsellino. Le siamo grati di aver accettato di incontrarci all’indomani delle ultime notizie sulla trattativa Stato-mafia iniziata nel 1992, che ha portato alla strage di via D’Amelio, di cui ricorre il ventennale il 19 luglio, e alle altre bombe. In un’intervista al Fatto l’11 ottobre 2009, Agnese disse: “Sono una vedova di guerra e non una vedova di mafia” e alla domanda: “Una guerra terminata con la strage di via D’Amelio?”, rispose: “No. Non è finita . Si è trasformata in guerra fredda che finirà quando sarà scritta la verità”. A distanza di tre anni quella verità, al di là degli esiti processuali, è divenuta patrimonio collettivo: la trattativa Stato-mafia c’è stata. Sono indagati, a vario titolo, ex ministri come Conso e Mancino, deputati in carica come Mannino e Dell’Utri. Lei che ha vissuto accanto a un uomo animato da un senso dello Stato così profondo da anteporlo alla sua stessa vita, cosa prova oggi? Le rispondo cosa non provo: non provo meraviglia in quanto moglie di chi, da sempre, metteva in guardia dal rischio di una contiguità tra poteri criminali e pezzi dello Stato, contiguità della quale Cosa Nostra, ieri come oggi, non poteva fare a meno per esistere. Non la meraviglia neppure che probabilmente anche alte cariche dello Stato sapessero della trattativa Stato-mafia, come si evince dalla telefonata di Nicola Mancino al consigliere giuridico del presidente della Repubblica, Loris D’Ambrosio, in cui chiede di parlare con Giorgio Napolitano e dice: “Non lasciatemi solo, possono uscire altri nomi” (tra cui Scalfaro)? Come dire: le persone sole parlano di altre persone? Questo mi addolora profondamente, perché uno Stato popolato da ricattatori e ricattati non potrà mai avere e dare né pace né libertà ai suoi figli. Ma ripeto, non provo meraviglia: mio marito aveva capito tutto. Lei descrive i cosiddetti smemorati istituzionali, coloro che hanno taciuto o che hanno ricordato a metà, come “uomini che tacciono perché la loro vita scorre ancora tutta dentro le maglie di un potere senza il quale sarebbero nudi” e disse di provare per loro “una certa tenerezza”. La prova ancora, o ritiene che abbiano responsabilità così grandi da non poter essere né compianti né perdonati? Non perdono quei rappresentanti delle istituzioni che non hanno il senso della vergogna, ma sanno solo difendersi professandosi innocenti come normalmente si professa il criminale che si è macchiato di orrendi crimini. Alcuni cosiddetti “potenti”, ritenuti in passato intoccabili, hanno secondo me perso in questa storia un’occasione importante per salvare almeno la loro dignità e non mi meraviglierei se qualche comico li ridicolizzasse. Paolo Borsellino ai figli ripeteva spesso: imparate a fare la differenza umanamente, non è il ruolo che fa grandi gli uomini, è la grandezza degli uomini che fa grande il ruolo. Mai parole appaiono più vere alla luce dell’oggi. Il posto, il ruolo, non è importante, lo diventa secondo l’autorevolezza di chi lo ricopre. Oggi mio marito ripeterebbe la stessa espressione con il sorriso ironico che lo caratterizzava. Signora, perché ha raccontato ai magistrati di Caltanissetta solo nel 2010, dopo 18 anni, che suo marito le aveva confidato che l’ex comandante del Ros, il generale Antonio Subranni, era in rapporto con ambienti mafiosi e che era stato “punciutu”? Potrebbe apparire un silenzio anomalo, ma non lo è. I tempi sono maturati successivamente e gli attuali magistrati di Caltanissetta, cui ancora una volta desidero manifestare la mia stima e il mio affetto, sanno le ragioni per le quali ho riferito alcune confidenze di mio marito a loro e soltanto a loro. Sta dicendo che ha ritenuto di non poter affidare quella confidenza così sconvolgente alla Procura di Caltanissetta fino a che è stata diretta da Giovanni Tinebra? Il primo problema che mi sono posta all’indomani della strage è stato di proteggere i miei figli, le mie condotte e le mie decisioni sono state prevalentemente dettate, in tutti questi lunghi anni, da questa preoccupazione. Il pm Nico Gozzo all’indomani della dichiarazione del generale Subranni, che l’ha definita non credibile con parole che per pudore non riportiamo, ha fondato su Facebook il gruppo: ”Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino”. Un fiume di adesioni, lettere commoventi , fotografie, dediche struggenti. Come lo racconterebbe a suo marito in un dialogo ideale? Caro Paolo, l’amore che hai sparso si è tradotto anche in tantissime lettere affettuose, prive di retorica e grondanti di profondi sentimenti, che ho avuto l’onore di ricevere perché moglie di un grande uomo buono. Dove trova la forza una donna che ha toccato il dolore per la perdita del suo più grande amore e ora deve sopportare anche il dolore per una verità che fa rabbrividire? Nel far convivere i sentimenti emotivi e la ragione, ho fatto prevalere quest’ultima in quanto mi ha dato la forza di sopportare il dolore per la perdita di un marito meraviglioso ed esemplare e per accettare una verità complessa, frutto di una società e di una politica in pieno degrado etico e istituzionale.

 

Senza la verità non sarà mai un Paese libero”. La vedova del magistrato dopo l’appello di Annozero “Sono una vedova di guerra”  Agnese Borsellino, vedova di Paolo, oggi assomiglia ad un’isola privata del suo mare che non ha perduto la speranza che le onde tornino a bagnarla. Parla di “Verità nascoste”, la puntata di Annozero. Delinea con la sua consueta signorilità il ritratto di chi ha perduto definitivamente la memoria e di chi la memoria la sta riconquistando pian piano. “Santoro e Ruotolo hanno fatto quello che i magistrati non sono riusciti a fare per 17 anni – dice – sulla bilancia sono stati messi i fatti e la bilancia ha smesso di pendere. Fatti che raccontano una storia molto pericolosa ancora da scrivere che sono stati affrontati con grande rigore etico. Credo che ora ognuno di noi abbia maggiori strumenti per accrescere la propria coscienza civica. Giovedì, a dimostrazione di quanto bisogno vi sia di un’informazione libera capace di spezzare la catena che protegge il muro di silenzio, sono saltati alcuni anelli”. 

Per questo Liofredi, direttore di Raidue, voleva che quelle “Verità” restassero “nascoste”? Ne sono rimasta colpita ma non meravigliata. Tuttavia preferisco non fare commenti e lasciare a chi legge e ascolta di trarre le considerazioni che vanno tratte.

Alcune memorie continuano ad essere fuori uso. Altre, lentamente, iniziano a funzionare. Perché?   Perché i tempi sono cambiati. Forse ci si sente meno soli, nel senso di isolati, anche grazie al ruolo dell’informazione, almeno di una certa informazione onesta. Le parole smuovono le coscienze, agitano gli animi. Oggi la magistratura indaga in quella direzione. C’è una coscienza collettiva che sta prendendo consapevolezza e ricordare diventa più facile. Talvolta in questo Paese gli uomini tacciono perché la loro vita scorre ancora tutta dentro le maglie di un potere senza il quale sarebbero nudi. Le loro coscienze sono troppo, troppo pesanti. E per volare nel cielo limpido della legalità bisogna essere leggeri dentro. Provo una certa tenerezza, sa, per loro. Mi appaiono bambini che balbettano parole appena imparate e muovono incerti i primi passi. Solo che, a differenza dei bambini, hanno perduto il piacere della scoperta, la freschezza della curiosità, il gusto di vivere in un Paese pulito.

Si è mai trovata faccia a faccia con qualche “smemorato”? Sì. E’ accaduto. Hanno farfugliato qualche parola di giustificazione non richiesta che ho lasciato cadere. A cosa serve dire loro ciò che già sanno? Il coraggio della verità, se lo si vuole, lo si può conquistare nel tempo, ma non lo si può inventare lì per lì. C’è da dire che all’ombra degli eroi antimafia sono fiorite brillanti carriere. Non voglio sentir parlare di mafia e antimafia. Chiacchiere da tempo perso. Tutte vittime, tutti eroi, come se fossimo accomunati dalla stessa storia. Non è così. Io non mi sento una vittima della mafia, non sono una vedova di mafia ma piuttosto una vedova di guerra. Sono una donna che ha perduto suo marito in guerra. Dunque, se mio marito è un eroe, è un eroe di guerra, perché quella che si è consumata è una guerra  tra Antistato e Stato in cui ha vinto la ragion di Stato e…

E ? E ragioni, interessi diversi. Mio marito ha continuato a lavorare di fronte ad una morte annunciata che lo rincorreva come una persona colpita dal cancro che sa di avere ancora poco tempo a disposizione. La morte non l’ha sorpreso eppure non è fuggito. Ricordo bene quando disse in tv che il tritolo per lui era già arrivato.

Diversamente da Di Pietro, avvisato e mandato all’estero, a suo marito nessuno disse nulla.   Lui lo aveva appreso dalle indagini che stava conducendo. Ripeto: lo disse in tv. Ma non accadde nulla. Ha combattuto con il valore della sola arma che possedeva: il senso dello Stato, di cui si sentiva un umile servitore. Un soldato che in quel momento si stava sacrificando sopra ogni forza per restituire giustizia alla morte del suo compagno di battaglia, Giovanni Falcone. Ne è seguito un attacco preventivo. Ucciderlo voleva dire eliminare un ostacolo che impediva il raggiungimento del fine. 

Una guerra terminata con la strage di via D’Amelio? No. Non è finita. Si è trasformata in guerra fredda che finirà quando sarà scritta la verità. Come può esserci pace in un Paese popolato ancora da ricattatori e ricattati? La mia fiducia è tutta dentro quel viso pulito, fiero di Cecilia, la ragazza di 14 anni intervenuta ad Annozero. Sapere che la morte di Paolo ha un senso anche per chi non era ancora nato è una gioia immensa che spero possa provare presto anche chi ancora tace.

“Vi chiedo in ginocchio di parlare” ha scritto nella lettera inviata ad Annozero. Un appello disperato. Vi prego di non dimenticare che non si è mai lontani abbastanza dalla verità per poterla trovare. Vuol dire che non c’è più tempo per fuggire e forza per resistere: è giunto il tempo della verità.

Come riesce a gestire quel conflitto tra emotività e ragione? Con l’aiuto della fede, la sola capace di quietare il dolore, facendo prevalere la logica per non smarrire la lucidità dell’analisi. Paolo non mi ha mai detto nulla e non ha lasciato documenti in casa volutamente per evitare di metterci in pericolo. Ma Paolo era mio marito, lo conoscevo bene, ci conoscevamo bene. Sapevo interpretare i suoi silenzi, i suoi umori, cogliere quella sua irrefrenabile voglia di vivere con una sola preoccupazione: fare la differenza. Lo ripeteva spesso, i miei figli sono intrisi delle sue parole: non è il ruolo che fa grandi gli uomini, è la grandezza degli uomini che fa grande il ruolo. Ho rimesso assieme frammenti di ricordi: parole ascoltate da una telefonata, sguardi rubati tra porte socchiuse, silenzi improvvisi e immotivati, gioie spezzate dall’angoscia”. L’eredità di Paolo Borsellino è una scuola di pazienza, come lo è il mare che insegna a mostrare mani che si sporcano su cui puoi contare, gesti che dicono da che parte sta il tuo cuore, respiri che regalano la sapienza del riconoscere l’anima di chi si incontra al di là delle vesti che indossa e le maschere che calza per essere altro da sé o per paura di non sapere volare.  di Sandra Amurri (in Il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2009)

 


Paolo Borsellino e Agnese Piraino Leto/ Il figlio Manfredi: “Papà grande giudice grazie alla mamma”  Paolo Borsellino e Agnese Piraino Leto, una coppia che ha vissuto insieme la lotta alla mafia. Il ricordo del figlio Manfredi: “Senza di lei…”.  Paolo Borsellino e Agnese Piraino Leto hanno formato per anni una coppia bellissima che, insieme, ha condiviso anche la lotta alla mafia. Dopo la morte del marito, ucciso dalla mafia nella strage di via D’Amelio assieme ai cinque agenti della sua scorta il 19 luglio 1992, Agnese Piraino Leto ha portato avanti, seppur in modo diverso, la lotta alla mafia cominciata dal marito. Una donna forte, dolce e sempre presente nella vita del magistrato che, per tutta la sua vita sia privata che professionale. Dalla loro unione sono nati tre figli: Lucia, Manfredi e Fiammetta che, in modo diverso, portano avanti quelli che sono stati gli insegnamenti dei genitori. Molto riservata, la signora Borsellino ha dedicato la sua vita alla famiglia accompagnando, però, il marito nelle cerimonie ufficiali e incoraggiandolo nelle sue scelte, anche quando sapeva che avrebbero potuto metterlo in pericolo. Il giorno della morte di Paolo Borsellino avrebbe voluto accompagnare il marito che, tuttavia, decie di lasciarla a casa come era solita raccontare lei stessa: “Quando gli ho detto: ‘Vengo con te’. E lui ‘No, io ho fretta’. Io: ‘Non devo chiudere nemmeno la casa, chiudo il cancello e vengo con te’. Lui continuava a darmi le spalle e a camminare verso l’uscita del viale, allora ho detto: ‘Con questa borsa che porti sempre con te sembri Giovanni Falcone’”. 

Paolo Borsellino e Agnese Piraino Leto, il ricordo del figlio Manfredi  Paolo Borsellino e Agnese Piraino Leto sono stati un grande insegnamento per i figli Lucia, Manfredi e Fiammetta che, ancora oggi, ricordano l’amore che ha unito i genitori che si sono sempre supportati a vicenza. Una coppia solida che, insieme, ha affrontato anche le enormi difficoltà che il lavoro del magistrato presentava ogni giorno. Nella mente del figlio Manfredi c’è ancora il ricordo di mamma Agnese, morta il 5 maggio del 2013 e che, per tutti gli anni vissuti senza la presenza del marito, ha portato avanti il ricordo del padre dei suoi figli e la lotta alla mafia che aveva portato avanti con coraggio. “Una bella coppia ma è importante che tutti sappiano che papà non sarebbe stato quello che è stato, il giudice che tutti ricordiamo, se accanto non avesse avuto quella donna straordinaria che è stata la mamma“, raccontava il figlio Manfredi ai microfoni de La Repubblica subito dopo la morte di mamma Agnese. 01.12.2020 - Stella Dibenedetto Sussidiario

 

IL FIGLIO DI AGNESE BORSELLINO  "LEI E PAPÀ CHE COPPIA"  Manfredi è stato raggiunto dalla notizia della morte della madre a Bologna dove si era recato per un problema personale. "Senza la mamma, mio padre non sarebbe stato l'uomo che è stato"  Le aveva detto: "Mamma voglio stare con te", ma lei aveva deciso che doveva partire e non perdere più tempo. Agnese Borsellino aveva espresso un desiderio e il suo unico figlio maschio lo ha esaudito anche se controvoglia: "Stai tranquillo, ti aspetto", gli aveva detto. E così tre giorni fa Manfredi ha preso l'aereo per risolvere un problema personale fuori città. Sarebbe tornato oggi pomeriggio, ma non ce l'ha fatta a dare l'ultimPaolo Borsellino e Agnese Piraino Leto/ Il figlio Manfredi: “Papà grande giudice grazie alla mamma”  Paolo Borsellino e Agnese Piraino Leto, una coppia che ha vissuto insieme la lotta alla mafia. Il ricordo del figlio Manfredi: “Senza di lei…”.  Paolo Borsellino e Agnese Piraino Leto hanno formato per anni una coppia bellissima che, insieme, ha condiviso anche la lotta alla mafia. Dopo la morte del marito, ucciso dalla mafia nella strage di via D’Amelio assieme ai cinque agenti della sua scorta il 19 luglio 1992, Agnese Piraino Leto ha portato avanti, seppur in modo diverso, la lotta alla mafia cominciata dal marito. Una donna forte, dolce e sempre presente nella vita del magistrato che, per tutta la sua vita sia privata che professionale. Dalla loro unione sono nati tre figli: Lucia, Manfredi e Fiammetta che, in modo diverso, portano avanti quelli che sono stati gli insegnamenti dei genitori. Molto riservata, la signora Borsellino ha dedicato la sua vita alla famiglia accompagnando, però, il marito nelle cerimonie ufficiali e incoraggiandolo nelle sue scelte, anche quando sapeva che avrebbero potuto metterlo in pericolo. Il giorno della morte di Paolo Borsellino avrebbe voluto accompagnare il marito che, tuttavia, decie di lasciarla a casa come era solita raccontare lei stessa: “Quando gli ho detto: ‘Vengo con te’. E lui ‘No, io ho fretta’. Io: ‘Non devo chiudere nemmeno la casa, chiudo il cancello e vengo con te’. Lui continuava a darmi le spalle e a camminare verso l’uscita del viale, allora ho detto: ‘Con questa borsa che porti sempre con te sembri Giovanni Falcone’”. 

 

26.6.1992 «In quei giorni accade una cosa mai verificatasi a casa nostra - racconta Agnese Borsellino - "Paolo non riesce a trovare il tempo per occuparsi della famiglia. Carte, solo carte. Finisce in ufficio e torna a casa con la borsa piena di documenti da leggere, telefonate da fare, appuntamenti da riordinare. Con me e i miei figli parla solo di notte, quando tutti gli altri dormono. È diventato quasi una macchina. No, nessuno di noi gliene fa una colpa. Se trascura moglie e figli, ha motivi gravissimi, lo sappiamo bene. In gioco ci sono cose troppo importanti. Si è reso conto, pur nella sua umiltà, che in quel momento è l'unico ad avere la capacità e la volontà di lavorare con questi ritmi massacranti.» Lucia ricorda lo sforzo di mantenere alto il livello del suo impegno contro la mafia, nonostante i mille ostacoli messi sulla sua strada dal procuratore capo Giammanco. «Pur di continuare il suo lavoro è disposto ad accettare certi limiti che gli pone sempre più spesso Giammanco. Gli costa un sacrificio doppio sapere che per motivi gerarchici è tenuto a raccontare al suo superiore i passi delle sue indagini, senza però ricevere in cambio, ne è convinto, lo stesso flusso di informazioni. Capisce che gli vengono nascoste conoscenze acquisite dall'ufficio, episodi che potrebbero interessarlo, anche fatti gravi.»  Da "L'agenda rossa di Paolo Borsellino - gli ultimi 56 giorni nel racconto di familiari, colleghi, magistrati, investigatori e pentiti.

 

a cura Claudio Ramaccini Direttore Centro Studi Sociali contro le mafie - Progetto San Francesco

 

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