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Borsellino, depistaggio PM, il testo della richiesta d’archiviazione

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Borsellino 7 via Damelio

Il documento della Procura Messina dopo la sentenza con cui si escludevano depistaggi da parte dei pm. Sistema incapace di svelare la verità e anomalie nella gestione dei pentiti. Scarantino inattendibile. Indagini segnate dal tempo trascorso

“Le indagini, doverosamente svolte secondo l’indicazione della Corte di assise di Caltanissetta, pur avendo imposto a quest’ufficio un considerevole dispendio di energie ai fini di soddisfare il canone della completezza, non hanno consentito di individuare alcuna condotta posta in essere ne’ dai magistrati indagati, ne’ da altre figure appartenenti alla magistratura che abbiano posto in essere reali e consapevoli condotte volte ad inquinare le dichiarazioni, certamente false, rese da Vincenzo Scarantino”.

Lo scrivono i pm di Messina – coordinati dal procuratore Maurizio de Lucia – nella richiesta di archiviazione dell’inchiesta sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio del 1992 in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta, a carico degli ex pm Anna Maria Palma e Carmelo Petralia.

Questi ultimi, secondo una prima ipotesi accusatoria, avrebbero avuto un ruolo nell’inquinamento delle indagini.

Per gli stessi fatti e per la stessa accusa – calunnia aggravata – a Caltanissetta è in corso un processo contro tre dei poliziotti che condussero le indagini e che, costruendo a tavolino tre falsi pentiti, avrebbero inquinato la ricostruzione dell’attentato al giudice Paolo Borsellino e alla sua scorta.

“Indubbiamente, – aggiunge la Procura di Messina – senza la successiva collaborazione di Gaspare Spatuzza, di tale falsità non vi sarebbe stata alcuna certezza; tale dato deve fare riflettere su un sistema processuale che, in ben tre gradi di giudizio, non è riuscito a svelare tale realtà. Tuttavia, questa valutazione esula dai compiti di questa Procura della Repubblica, così come ogni valutazione concernente profili diversi da quello penale, per gli indagati e per i magistrati comunque coinvolti nella vicenda processuale”.

“Anomalie nella gestione dei pentiti”

“Le indagini in questione, svolta a distanza di oltre 27 anni dalla strage, hanno ricostruito il contesto nel quale è maturata la ‘collaborazione con la giustizia’ di Scarantino e le anomalie tecnico giuridiche e valutative che hanno caratterizzato quella gestione, in termini di uso dei colloqui investigativi, di contatti informali con il collaboratore ed i suoi familiari”.

I magistrati sottolineano più volte le “anomalie” dell’indagine sull’attentato che ha portato alla condanna all’ergastolo, per l’attentato al giudice Borsellino, di sette innocenti.

Per i pm “il silenzio, ineccepibile in punto di diritto del quale si sono avvalsi” i tre poliziotti sotto processo per il depistaggio a Caltanissetta, Bo, Mattei e Ribaudo, che come i due pm rispondono di calunnia aggravata, “non ha consentito di comprendere quale effettivo ruolo hanno svolto il dottor Giovanni Tinebra – a quell’epoca Procuratore capo della Repubblica di Caltanissetta – e i suoi sostituti nella gestione di Scarantino, né quale direzione effettiva essi hanno avuto delle indagini. Senza dire che la scomparsa di Tinebra e La Barbera ha impedito, oggettivamente, di acquisire le conoscenze che gli stessi direttamente avevano o potevano avere dei fatti”.

“Le indagini scontano tempo trascorso”

“Le indagini – si legge ancora nel documento – scontano dei limiti strutturali difficilmente superabili”.

I magistrati messinesi, che in due anni di indagini hanno interrogato veri e falsi pentiti e tutti i protagonisti delle vicende dell’epoca – poliziotti, avvocati e magistrati – sottolineano “il venir meno, nel tempo, di fonti di prova rilevanti (è il caso – scrivono – dei sopravvenuti decessi del dott. Tinebra e del dott. Arnaldo La Barbera, i quali hanno certamente avuto un ruolo importante nella vicenda)”.

Il riferimento è all’ex procuratore di Caltanissetta e all’ex capo della Mobile di Palermo che coordinava il gruppo investigativo che svolse gli accertamenti sull’attentato al giudice Borsellino.

Boccassini, gestione Scarantino sciatta

Alla lettera con cui l’ex pm Ilda Boccassini, il 12 ottobre del 1994, metteva nero su bianco le sue perplessità sull’attendibilità e sulla gestione del falso pentito Vincenzo Scarantino è dedicata un’ampia parte della richiesta di archiviazione.

Sentita dai pm di Messina, Boccassini ha raccontato di aver fatto consegnare la missiva, scritta poco prima di lasciare l’ufficio inquirente di Caltanissetta, a tutti i colleghi, ma nessuno di loro, interrogato successivamente, dice di averla ricevuta. Tutto l’ufficio ne sarebbe venuto a conoscenza anni dopo.

Anche il maresciallo a cui Boccassini dice di aver dato la lettera da recapitare ai colleghi non ricorda di averla materialmente fatta avere ai destinatari.

Nonostante le lacune e le contraddizioni per la Procura di Messina è però ragionevole pensare che Palma e Petralia, e il loro capo di allora, Gianni Tinebra, poi morto, fossero a conoscenza delle forti perplessità manifestate dalla Boccassini e dal collega Saieva sull’attendibilità delle iniziali dichiarazioni di Scarantino.

“Il fatto che Scarantino mentisse in maniera grossolana – ha detto Boccassini alla Procura di Messina – era percepibile il primo o secondo interrogatorio. Tant’è che c’è stata per me l’esigenza, perché avevo capito che c’era un atteggiamento diverso da parte dei colleghi, e feci la prima relazione insieme a Roberto Saieva e fu portata dal mio collaboratore, che stava con me a Milano, nelle stanze di tutti i colleghi. Poi non l’hanno letta questo è un altro paio di maniche”.

Durissimi i giudizi della Boccassini su come veniva gestito Scarantino.

“Interrogare Scarantino senza avvocato chiusi in una stanza. – dice – Tutto così, raffazzonato. Ma non dico neanche per… avevano uno scopo, per sciatteria voglio sperare, anche se io ritengo la sciatteria peggio della… dell’agire con dolo rispetto a certe cose”.

I pm peloritani, Scarantino inattendibile

Anche i magistrati messinesi hanno confermato che “la principale fonte dichiarativa sulla strage di via D’Amelio, Vincenzo Scarantino, ha continuato, nel corso degli anni, a contraddirsi rendendo, di fatto ed in diritto, del tutto inutilizzabili le sue dichiarazioni, le quali, comunque, non hanno mai assunto un accettabile grado di concretezza in ordine a possibili contatti delittuosi tra lo stesso e magistrati della Procura di Caltanissetta”.

“Scarantino ha mantenuto tale atteggiamento ondivago anche nel corso dell’interrogatorio reso innanzi a questo ufficio, arrivando a negare circostanze e fatti che, invece, aveva riferito in precedenti contesti giudiziari”, si legge nel documento.

Per Mannoia Scarantino non era mafioso

Anche l’interrogatorio di un pentito storico come Francesco Marino Mannoia è stato alla base degli accertamenti della procura di Messina..

Nel corso di un confronto, del tutto inedito a cui fu sottoposto dalla Procura di Caltanissetta con Scarantino nel 1995, Mannoia aveva concluso, e riferito agli inquirenti, rafforzando quanto detto da altri collaboratori, che il “picciotto della Guadagna” non era un mafioso.

Conclusione che Mannoia ha ripetuto ai pm messinesi.

La figlia del giudice sentita sui colloqui con Graviano

Tra i testi sentiti dai pm di Messina nell’inchiesta sul depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio c’è stata anche Fiammetta Borsellino, figlia del giudice, che da anni combatte una battaglia per arrivare alla verità sulla morte del padre.

La Borsellino ha raccontato ai magistrati del suo incontro in carcere con i boss Giuseppe e Filippo Graviano, capimafia di Brancaccio condannati per l’attentato. La figlia del magistrato ha definito l’incontro “un percorso personale”, ma non nasconde di aver sperato che da quel colloquio arrivasse un contributo alla verità pur nella consapevolezza che sarebbe stato molto difficile vista la caratura criminale dei due boss.

Fiammetta Borsellino ha raccontato ai pm dei “grotteschi” tentativi di Graviano di discolparsi addossando la colpa del depistaggio delle indagini ai magistrati.

“L’unica cosa che mi sono limitata a dire è che spostare la responsabilità su altri non serviva ad eludere le sue di responsabilità, soltanto questo”, ha raccontato ai pm.

Diverso sarebbe stato invece il tono del colloquio con Filippo Graviano che si sarebbe presentato “in uno stato di dolore e prostrazione visibile”.

“Una persona – ha detto Fiammetta Borsellino – che non aveva imparato la lezioncina a memoria, cioè, lì c’è stato spazio per parlare di dolore, di insicurezze, del fatto che lui, appunto, non rinnegava quello che aveva fatto."  QUOTIDIANO DI SICILIA  11.6.2020

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