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La denuncia di Fiammetta Borsellino

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Fiammetta Borsellino è la minore dei tre figli che il magistrato ebbe con Agnese Borsellino. Classe 1973, è sorella di Lucia e Manfredi. La sua adolescenza non fu come quella di tante altre ragazze. All’età di 12 anni dovette trasferirsi con la famiglia all'Asinara. Tutti insieme sull'isola  SEGUE

 
     

Fiammetta Borsellino e  "LA DENUNCIA DI FIAMMETTA Borsellino" 

FIAMMETTA BORSELLINO:

  • "SE UN BAMBINO DOVESSE FERMARLA PER STRADA CHIEDENDOLE COS’È LA MAFIA, COSA RISPONDEREBBE?    "La mafia è un’organizzazione criminale fatta di regole, di rituali. Un’organizzazione simile ad uno Stato. Ha una mentalità che si basa sull’oppressione. È una mentalità che trae le sue fondamenta da una concezione della vita come affermazione del potere."
  • “La verita' e' l'esatto opposto della menzogna e dobbiamo ogni giorno cercarla e pretenderla, non solo nei momenti commemorativi. Solo cosi' possiamo vivere in un Paese libero dal potere e dal ricatto mafioso" 
  • “Mio padre è morto con dignità, perché è anche vissuto con dignità. Però credo anche che possa vivere e morire con dignità chi, avendo fatto del male, riconosce il danno che ha fatto alle famiglie e alla società e ripara il danno. Credo che la giustizia in sé non sia un giudizio eterno e incontrovertibile, si configura come un equilibrio di molteplici poteri e verità. Avendo delle figlie, so che una verità non è davvero sensata se non può essere spiegata a una bambina di 8 anni. Io dico sempre alle mie figlie che non bisogna mai smettere di sognare, forse io stessa sono una bambina che crede nel cambiamento, quello vero, delle coscienze.”
  • “Il valore della memoria è necessario a proiettarsi nel futuro con la ricchezza del passato" 
  • “Mio padre e Falcone non svolsero il loro compito con aridità e freddezza burocratica, anzi ebbero quello sguardo all’uomo che gli permise di passare da un’allusione ad una confessione – e ricordo quello che disse Giovanni Falcone di Buscetta: “fu per noi come un professore di lingua straniera che ci insegnò a parlare ai turchi passando dai gesti alle parole. Bisognava essere anche un po’ mafiosi per combattere la mafia”. 
  •  “Credo che ricordare la morte di mio padre, di Giovanni Falcone, di Francesca e degli uomini della scorta, possa contribuire a coltivare il valore della memoria. Quel valore necessario per proiettarsi nel futuro con la ricchezza del passato significa anche dire in maniera ferma da che parte stiamo, perché noi stiamo dalla loro parte, dalla parte della legalità e della giustizia per le quali sono morti. Credo che con questa stessa forza dobbiamo pretendere la restituzione di una verità che dia un nome e un cognome a quelle menti raffinatissime che con le loro azioni e omissioni hanno voluto eliminare questi servitori dello stato, quelle menti raffinatissime che hanno permesso il passare infruttuoso delle ore successive all’esplosione, ore fondamentali per l’acquisizione di prove che avrebbero determinato lo sviluppo positivo delle indagini. Quelle prove a cui mio padre e Giovanni tenevano così tanto. Tutto questo non può passare in secondo piano, e non può passare in secondo piano che per via di false piste investigative ci sono uomini che hanno scontato pene senza vedere in faccia i loro figli, come quei giovani che sono morti nella strage di Capaci. Questa restituzione della verità deve essere anche per loro. La verità è l’opposto della menzogna, dobbiamo ogni giorno cercarla, pretenderla e ricordarcene non solo nei momenti commemorativi. Solo così, guardando in faccia i nostri figli, potremmo dire loro che siano in un paese libero, libero dal puzzo del potere e del ricatto mafioso.” 
  • “Sono andata da Giuseppe e Filippo Graviano con l’idea che può vivere e morire con dignità non soltanto il magistrato che sacrifica la propria vita, ma anche chi, pur avendo fatto del male, è capace di riconoscere il grave male che ha inflitto alle famiglie e alla società ed è capace di chiedere perdono e di riparare il danno. Riparare il danno vuol dire non passare il resto della propria vita all’interno di un carcere, ma dare un contributo concreto per la ricerca della verità. Chi uccide, uccide la parte migliore di sé. E poi soltanto contribuendo alla ricerca della verità, i figli potranno essere orgogliosi dei padri”
  • “Io mi fido di chi, pur essendo esposto al maggiore pericolo, svolge il suo lavoro con sobrietà; di certo non mi fido di chi si espone alle liturgie dell’antimafia per la devozione dei devoti." 
  • «Credo che mio padre sia morto con dignità perché è anche vissuto con dignità.  Però credo anche che possa vivere e morire con dignità chi, avendo fatto del male, riconosce in qualche modo il danno che ha fatto alle famiglie e alla società e ripara il danno. E riparare il danno non vuol dire stare chiuso e muto nelle patrie galere. Per me quella non può essere una soddisfazione, quello è soltanto un fallimento dello Stato. Per me vuol dire dare proprio un contributo di onestà.»
  • «Ad Aprile del 2017 il bilancio era stato amarissimo: c'era stata una sentenza a conclusione del quarto processo di via D'Amelio che svelava il grande inganno di via D'Amelio, quello che poi, un po' dopo, verrà definito come il depistaggio più grave della storia di questo Paese. Una storia di orrore, di menzogne, un depistaggio che si distingue proprio per la sua grossolanità e che pertanto costituisce un'offesa all'intelligenza e alla buona fede non soltanto della nostra famiglia, ma anche del popolo italiano.»
  • «Se le nuove generazioni hanno il coraggio di urlare ogni giorno il loro no alla mafia, la mafia finirà, perché la mafia è fatta di uomini. Per combatterla non ci vogliono le conoscenze giuste, ma la giusta conoscenza, quella che si impara a scuola. La prima cosa da fare quindi è studiare, avere consapevolezza dei propri diritti e doveri, come la casa, un lavoro, la bellezza. Sapere sempre innanzitutto che avere queste cose non deve essere una sorta di favore concesso da terzi a condizioni illecite: parliamo di diritti. Considerare uno Stato come amico e non come nemico, non cedendo all’indifferenza e denunciando quando qualcosa non va” .  

a cura di Claudio Ramaccini, Direttore -Resp. Comunicazione Centro Studi Sociali contro la mafia - PSF

 

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