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ARNALDO LA BARBERA e i misteri di Via D'Amelio

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I giudici: «Via D’Amelio fu il più grande depistaggio della storia». Chiesto processo per tre poliziotti E' quanto hanno scritto nelle motivazioni della sentenza del processo quater sulla strage costata la vita al giudice, i giudici di Caltanissetta. Il riferimento è ad Arnaldo La Barbera, funzionario di polizia che coordinò le indagini sull’attentato. «Collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa»

 



Arnaldo La Barbera (Lecce9 dicembre 1942 – Roma12 dicembre 2002) poliziottofunzionario e prefetto italiano, dirigente generale di Pubblica Sicurezza.Dopo la laurea lavora alla Montedison. Iniziata la carriera in polizia nel 1972 come commissario di Pubblica sicurezza, è capo della squadra mobile di Venezia-Mestre dalla fine degli anni Settanta, dove è impegnato anche in indagini antiterrorismo. In quel periodo (nel 1986 e nel 1987) risulta essere stato anche un collaboratore del Sisde, il servizio segreto civile, con il nome in codice "Catullo".

Promosso capo della squadra mobile di Palermo nell'agosto del 1988. Qui dopo una serie di arresti di latitanti eccellenti, gestisce le prime indagini per le stragi di Capaci e di via D'Ameliodel 1992. Nel gennaio 1993 viene nominato dirigente generale di PS e trasferito alla Direzione centrale della polizia criminale, per tornare pochi mesi dopo a Palermo per guidare il "gruppo d'indagine Falcone-Borsellino" dello SCO, e poi essere nominato nel 1994 questore del capoluogo siciliano. Ha convinto a collaborare il falso pentito Vincenzo Scarantino, che portò ai processi sulla strage di via d'Amelio, le cui risultanze furono completamente smentite diciassette anni dopo da Gaspare Spatuzza nel processo Borsellino quater[4][5], nella cui sentenza i giudici hanno scritto che:

«...[La Barbera ebbe un] ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa...»
(Sentenza sul processo Borsellino quater)

Resta a Palermo fino al febbraio del 1997, quando arriva la nomina a questore di Napoli. Il 14 ottobre del 1999 è diventato questore di Roma, dove resta fino al gennaio 2001. Da gennaio 2001, nominato prefetto dal Consiglio dei ministri, è a capo della Direzione centrale della polizia di prevenzione (l'ex Ucigos), da cui viene spostato il 3 agosto 2001 per un avviso di garanzia ricevuto dopo l'irruzione della polizia alla scuola Diaz durante il G8 di Genova, per andare alla vice direzione del CESIS, l'organo di coordinamento dei servizi d'intelligence. Morì per un tumore al cervello a 60 anni.


Il superpoliziotto La Barbera era un agente dei Servizi  Per almeno due anni fu una "fonte" del Sisde. Nome in codice "Catullo". Per ora non ci sono legami tra i buchi neri delle inchieste e il doppio ruolo del poliziotto. Possibili ripercussioni sulle indagini per gli attentati all'Addaura e a Paolo Borsellino

C'è una relazione riservata che è finita fra le carte delle stragi siciliane. E' la fotocopia di un fascicolo dei servizi segreti, una scheda intestata alla "fonte Catullo". Sotto il nome in codice, c'è anche il nome vero del personaggio sotto copertura: Arnaldo La Barbera, capo della squadra mobile di Palermo a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta e poi a capo del "Gruppo Falcone-Borsellino", il pool di investigatori che per decreto governativo ha investigato sulle uccisioni dei due magistrati.

Questa è l'ultima informazione arrivata dall'Aisi (l'Agenzia per la sicurezza interna) ai procuratori di Caltanissetta che indagano su Capaci e via Mariano D'Amelio, ed è anche l'informazione che potrebbe dare una sterzata decisiva a tutte le inchieste sui massacri di mafia avvenuti in quella stagione in Sicilia. Arnaldo La Barbera, morto di cancro nel settembre del 2002, fama di funzionario integerrimo, un duro catapultato nella prima settimana di agosto del 1988 in una Palermo rovente soffocata dai sospetti e dai veleni, in realtà era al soldo del Sisde con una regolare retribuzione registrata nel fascicolo spedito qualche settimana fa agli inquirenti siciliani. Un'anomalia  -  capo della mobile di Palermo e "fonte Catullo" - che forse porterà a inseguire altre tracce sulle stragi. A cominciare dall'autobomba che ha fatto saltare in aria Borsellino e a finire al fallito attentato dell'Addaura. Per il momento non c'è alcun collegamento - preciso, documentato - fra i buchi neri delle indagini sui massacri e la scoperta della "fonte Catullo", lo scenario che però si apre con l'entrata in scena di La Barbera agente segreto è di quelli molto inquietanti. 

A svelare l'esistenza della scheda e del doppio incarico di Arnaldo la Barbera sono stati due giornalisti, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, che ne L'Agenda Nera - un saggio che sarà in libreria domani (Chiarelettere, pagg 464, euro 15) - ricostruiscono come sono state taroccate le indagini su via D'Amelio. Un capitolo è dedicato ai "depistaggi di Stato". Ed è lì che si svela l'identità della "fonte Catullo". Chi ha indagato sugli assassini di Paolo Borsellino  -  e ha incastrato il falso pentito Vincenzo Scarantino, quello smentito diciassette anni dopo da Gaspare Spatuzza  -  risultava nel 1986 e nel 1987, quindi nei due anni precedenti al suo arrivo a Palermo, un agente sotto copertura. Se la circostanza è assai strana di per sé (perché un poliziotto, anzi un superpoliziotto, avrebbe dovuto ricevere degli "extra" dal servizio segreto? e quali notizie di polizia giudiziaria avrebbe dovuto rivelare all'intelligence?), ancora più complicato e cupo è il contesto in cui questa informazione scivola. E' quello della strage Borsellino. Indagine che è parzialmente da rifare, con un pezzo del processo già definito in Cassazione che va verso la revisione. 

Le ultime investigazioni hanno accertato che il pentito Scarantino, voluto a tutti i costi da Arnaldo La Barbera come l'autore del furto di quell'auto che poi servì a uccidere Borsellino, mentiva. E mentiva probabilmente per sviare le indagini. L'interrogativo che si pongono oggi i magistrati: Vincenzo Scarantino è stato incastrato per un'ansia da prestazione, per trovare subito un colpevole oppure è stato "costruito" a tavolino per insabbiare ogni altra indagine sugli assassini del procuratore? 

La scoperta della "fonte Catullo" riporta anche ad un'altra vicenda: quella sul fallito attentato all'Addaura. Una nuova inchiesta ha capovolto la scena del crimine: quel giorno  -  il 21 giugno 1989  -  sugli scogli c'era un pezzo di Stato che voleva Falcone morto e un altro pezzo che l'ha salvato. Da una parte boss e agenti dei servizi che piazzarono l'ordigno, dall'altra i poliziotti Nino Agostino ed Emanuele Piazza che scoprirono quello che stava accadendo e riuscirono a sventare l'attentato. Dopo un mese e mezzo l'agente Agostino fu ucciso (Emanuele Piazza fu strangolato nove mesi dopo) e la squadra mobile di Palermo seguì per anni un'improbabile "pista passionale". Un altro depistaggio. Cominciato la stessa notte dell'omicidio con una perquisizione a casa del poliziotto ucciso. Qualcuno entrò nella sua casa e portò via dall'armadio alcune carte che Agostino nascondeva. Quel qualcuno era l'ispettore di polizia Guido Paolilli, ufficialmente in servizio alla questura di Pescara ma spesso "distaccato" a Palermo e "a disposizione" di La Barbera. Scendeva in Sicilia in missione segreta  -  come la sera che perquisì la casa dell'agente Agostino e fece sparire gli appunti - senza lasciare mai traccia della sua presenza nell'isola. Qualche mese fa una microspia ha registrato la sua voce mentre raccontava al figlio: "In quell'armadio di Agostino c'erano carte che ho distrutto". (09 giugno 2010)  - La Repubblica  di ATTILIO BOLZONI


LA BORSA E L'AGENDA ROSSA DI PAOLO BORSELLINO

Lucia BORSELLINO: «Vent’anni fa con mio fratello andammo a consegnare l’unica agenda rimasta a casa, quella grigia dell’Enel, l’unico documento in cui si evince che mio padre incontrò l’onorevole Mancino e qualcun altro. Quella testimonianza sarebbe divenuta verità processuale se solo allora fosse stata depositata agli atti dalla procura di Caltanissetta.
Quell’agenda l’andai a consegnare personalmente, un commesso me la stava sottraendo dalle mani perché fosse messa agli atti. Chiesi che venissero fatte le fotocopie davanti a me, pagina per pagina, e me le sono portate a casa.
Ricordo dei volti quasi infastiditi. Quando Arnaldo La Barbera venne poi a casa mia a consegnare la borsa di mio padre ho scoperto, dopo vent’anni, che questa consegna non era stata verbalizzata agli atti. E quando l’aprii e vidi che non c’era l’agenda rossa che ho visto aprire e chiudere da mio padre quella mattina del 19 luglio, perché dormivo nel suo studio, dissi: "Come mai questa agenda non è presente?"
Mi risposero: "Ma di quale agenda sta parlando?".
Ho sbattuto la porta e La Barbera ebbe il coraggio di dire a mia madre: "Faccia curare sua figlia perché sta male, sta vaneggiando".
Io queste cose le ho raccontate alla Procura di Caltanissetta. E dopo vent’anni sono tornata lì e non c’era nulla, non c’era una traccia nei verbali».   
da “La Repubblica” del 20 giugno 2014

 

a cura di Claudio Ramaccini, Direttore -Resp. Comunicazione Centro Studi Sociali contro la mafia - PSF

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