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SALVATORE BIONDINO, u Driver

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 Detto u Driver (in quanto autista di Totò Riina). Detenuto, al 41 bis, dal 15 gennaio 1993, quando fu arrestato con Totò Riina.
• Massimo grado raggiunto in Cosa Nostra: sostituto reggente del mandamento di San Lorenzo. È stato condannato a più ergastoli per associazione mafiosa, omicidi (tra gli altri di Savoca padre e figlio - vedi Giuseppe Graziano) e per stragi: di Capaci (fu incaricato da Riina di sovrintendere all’esecuzione, rimediò il tritolo macinato “sconfezionando” ordigni usati per la pesca da frodo, fece sopralluoghi su sopralluoghi, andò avanti e indietro per informare i vari capi mandamento sullo stato dei lavori), di via D’Amelio (comprò il telecomando per fare esplodere la bomba, lo modificò per poterlo alimentare con la batteria della macchina, provò se funzionava una settimana prima - in località case Ferreri -, e il 19 luglio 1992, a partire dalle sette del mattino pattugliò le strade di Palermo in attesa delle auto con a bordo il giudice Borsellino e gli agenti della scorta, per comunicarlo in tempo utile a chi fece scoppiare la bomba).   (a cura di Paola Bellone).  di Giorgio Dell’Arti

 

Salvatore Biondino (Palermo, 10 gennaio 1953). Arrestato il 15 gennaio 1993 con Totò Riina[1], fu condannato all'ergastolo per la strage di Capaci[1][2] e quella di via D'Amelio[1][3] e a 26 anni di reclusione per il fallito attentato dell'Addaura[4].

Biondino era affiliato alla famiglia di San Lorenzo[1], nell'omonimo mandamento[2], e sostituì il capomandamento Giuseppe Giacomo Gambino alla guida di quest'ultimo[4]. In queste vesti, secondo la Corte di Cassazione, partecipò a una riunione preparatoria dell'attentato all'Addaura[4] e coordinò i sopralluoghi, la fornitura dell'esplosivo e l'organizzazione generale dell'attentato[4].

Nel successivo attentato a Giovanni Falcone, la strage di Capaci, nella quale il magistrato rimase ucciso, Biondino curò l'organizzazione[2], mentre in occasione della strage di via D'Amelio, ancora secondo la Corte di Cassazione, partecipò alla decisione di compiere l'eccidio e all'individuazione delle modalità operative[5], procurò il telecomando, lo provò[5] e, dalle 7 del mattino del 19 luglio 1992, partecipò «al "pattugliamento" di alcune strade della città di Palermo per verificare il momento in cui transitavano le auto con a bordo il dott. Borsellino e gli agenti della scorta e darne comunicazione agli altri complici»[5]. Inoltre è anche accusato di essere il mandante dell'omicidio dell'agente Emanuele Piazza e dei fratelli Sceusa.

Nel 2014 anche suo fratello maggiore Girolamo Biondino (1948) è stato arrestato per associazione mafiosa.

Note

  1. ^ Angelo Vecchio, con la collaborazione di Andrea Cottone, La mafia dalla A alla Z - Piccola enciclopedia di Cosa nostra, Palermo, Novantacento, 2012, pagina 30, ISBN 978-88-96499-30-6.
  2. ^ Le condanne all'ergastolo, Fondazione "Giovanni e Francesca Falcone". URL consultato il 27 agosto 2012 (archiviato dall'url originale il 13 giugno 2013).
  3. ^Lorenzo Baldo, Nuovi processi per la strage di via D'Amelio, in Antimafia Duemila, 14 ottobre 2011. URL consultato il 27 agosto 2012 (archiviato dall'url originale il 14 luglio 2014).
  4. ^ La sentenza della Corte di Cassazione sull'attentato dell'Addaura riportata sul sito del giornalista Salvo Palazzolo (PDF), su ipezzimancanti.it. URL consultato il 27 agosto 2012.
  5. ^ La sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione al termine del processo Borsellino-bis (PDF), su laprivatarepubblica.com. URL consultato il 27 agosto 2012.

 

Salvatore Biondino 

«[…] Il primo passo l’hanno fatto alcuni superboss da qualche anno in galera: Carlo Greco, Giuseppe Madonia, Salvatore Buscemi, Filippo Graviano. Avevano manifestato, probabilmente sotto la regia di Aglieri, la loro disponibilità a ”dissociarsi” in cambio di sconti di pena e carcere meno duro. Ma la svolta è arrivata nei mesi scorsi. Prima con l’adesione dei Corleonesi duri e puri che hanno inviato come loro ”ambasciatore” pronto a dialogare Salvatore Biondino, un fedelissimo di Totò Riina. […]» .

Attilio Bolzoni e Francesco Viviano, la Repubblica 17/04/2002

***

Il giorno in cui il capitano Ultimo prese Totò ’u curtu […] Ultimo deve decidere in un attimo: qualche ordine secco via radio, poi sale su un’auto civetta con due ragazzi tosti e piomba sulla Citroën mentre il conducente, Salvatore Biondino braccio destro e «tutore» della latitanza di Riina, si appresta ad imboccare la rotonda che dà sull’assessorato all’Agricoltura della Regione siciliana. Il motore «imballato» della «civetta» copre le grida dei carabinieri che aprono contemporaneamente gli sportelli dell’utilitaria e immobilizzano don Totò mettendogli una coperta sulla testa. In pochi secondi Riina e il suo scudiero si ritrovano sul sedile posteriore della «civetta» che sgomma verso il centro. […].

Francesco La Licata La Stampa 10/01/2003


 

C’è una parte importante di Cosa nostra siciliana che da tempo cerca un accordo con lo Stato: una sorta di «dissociazione dolce» - per dirla con l’eufemismo di chi ha portato avanti questa proposta - in cambio di qualche beneficio carcerario che attenui il rigore del «41 bis», il regime di isolamento previsto per i mafiosi e per i terroristi. […] I termini di quel primo contatto facevano riferimento al rifiuto, da parte di Cosa nostra, di ogni forma di pentitismo o dissociazione. In sostanza la tesi di Aglieri era (ed è ancora) che bisognava dare la possibilità, a chi accettava l’idea della sconfitta della mafia ad opera dello Stato, di arrendersi senza per questo dover accusare nessuno o confessare le proprie colpe. Come segnale di resa, la mafia si diceva disponibile a «deporre le armi», proprio in senso stretto, cioè consegnando il proprio armamento. In questa linea si riconoscevano boss importanti come Salvatore Biondino, l’uomo di fiducia di Riina arrestato in auto col capo (forse molto più importante di quanto sia finora emerso), […]. Il contatto saltò, anche perché nel giugno del 2000 finì tutto sui giornali. Ma continuò sottotraccia fino al 2002, passando per vari espedienti: prima la lettera famosa di Aglieri a Vigna e Grasso (allora procuratore a Palermo), poi la curiosità inedita di un mafioso calabrese, uno degli Imerti, che chiede la dissociazione. Fatto stranissimo che troverà spiegazione quando si saprà che il rappresentante della ”ndrangheta era stato in cella con Salvatore Biondino, numero due della trattativa, dopo Aglieri, e «delegato» da tutte le associazioni mafiose a portare avanti la strategia della dissociazione. Altra stranezza: nel novembre 2001 ancora Biondino chiede alla direzione del suo carcere di poter fare lo scopino, attività di solito ambita dai detenuti meno abbienti perché consente di guadagnare qualcosa. Ma Biondino non aveva certo bisogno di arrotondare con mestieri umili. E allora? Allora forse voleva fare lo scopino perché quell’attività gli consentiva di muoversi più liberamente e soprattutto di contattare detenuti chiusi lontano dalla sua cella. In sostanza, lo scopino poteva aggirare i rigori del «41 bis». Ma questa strategia fu intuita dall’allora capo dell’ispettorato del Dap, il magistrato Alfonso Sabella, che mette nero su bianco e scrive una nota con cui blocca la richiesta di Biondino. Era il 5 di novembre: lo stesso giorno Sabella viene destituito (direttore del Dap è da poco l’ex procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra) e prende il suo posto Salvatore Leopardi, che di Tinebra era stato sostituto.

[…] l’autunno del 2005 […]. E’ un momento di grande iperattività pseudoinvestigativa nelle carceri: si registrano persino tentativi di orientare le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. […] Ma il tentativo di forzare e fare l’assemblea è di ottobre 2005, quando alcuni mafiosi (sicuramente Aglieri e Biondino, ancora loro) vengono momentaneamente trasferiti al carcere dell’Aquila. Lì si dovranno aprire le celle e dar vita al confronto tra i boss, per definire i particolari di questa «resa». Ma qualcosa non va per il verso giusto. E’ pensabile che dalla direzione del carcere si sia richiesta l’autorizzazione necessaria a modificare il decreto ministeriale che vieta ai detenuti mafiosi di avere contatti. Finora il confronto è avvenuto registrando le rispettive posizioni dei leader e farle conoscere «a giro». I boss, però, vogliono la possibilità di parlare direttamente, anche perchè c’è da prendere decisioni per conto di chi sta fuori dalle sbarre […].

Francesco La Licata, La Stampa13/8/2007


Scopini. Nel 2001 i mafiosi ci riprovano, e con loro anche i boss detenuti di ”Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita, ma i giornali pubblicano la notizia e l’iniziativa si blocca per qualche mese. Finché il boss Salvatore Biondino, che già aveva manifestato la volontà di dissociarsi, chiede di fare lo scopino (così avrebbe potuto spazzare le celle di detenuti altrimenti non autorizzati a parlare con lui), e Pippo Calò (il mafioso che a Roma aveva lavorato con la Banda della Magliana), scrive ai giudici di volersi dissociare.

Alfonso Sabella, Cacciatore di mafiosi, Mondadori 2008


E’ la vigilia di Natale del 1992, Totò Riina è euforico, eccitato, si sente come fosse il padrone del mondo. In una casa alla periferia di Palermo ha radunato i boss più fidati per gli auguri e per comunicare che lo Stato si è fatto avanti. […] Riina è tutto contento e tiene stretta in mano una penna: "Ah, ci ho fatto un papello così..." […] Le parole con le quali Riina introduce questo discorso del "papello" Brusca le ricorda così: "Si sono fatti sotto. Ho avuto un messaggio. Viene da Mancino".

L’uomo che uccise Giovanni Falcone - di cui "L’espresso" anticipa il contenuto dei verbali inediti - sostiene che sarebbe Nicola Mancino, attuale vice presidente del Csm che nel 1992 era ministro dell’Interno, il politico che avrebbe "coperto" inizialmente la trattativa fra mafia e Stato. […] Il contatto politico Riina lo rivela a Natale. […] Ma nel dicembre ’92 nella casa alla periferia di Palermo, Riina è felice che la trattativa, aperta dopo la morte di Falcone, si fosse mossa perché "Mancino aveva preso questa posizione". 

E quella è la prima e l’ultima volta nella quale Brusca ha sentito pronunziare il nome di Mancino da Riina. Altri non lo hanno mai indicato, anche se Brusca è sicuro che ne fossero a conoscenza anche alcuni boss, come Salvatore Biondino (detenuto dal giorno dell’arresto di Riina), […]. La mattina del 15 gennaio 1993, mentre Riina e Biondino si stanno recando alla riunione durante la quale Totò ù curtu avrebbe voluto informare i suoi fedelissimi di ulteriori retroscena sui contatti con gli uomini delle istituzioni, il capo dei capi viene arrestato dai carabinieri.

[…] Nell’incontro di Natale ’92 Biondino prese una cartelletta di plastica che conteneva un verbale di interrogatorio di Gaspare Mutolo, un mafioso pentito. E commentò quasi ironicamente le sue dichiarazioni: "Ma guarda un po’: quando un bugiardo dice la verità non gli credono". La frase aveva questo significato: Mutolo aveva detto in passato delle sciocchezze ma aveva anche parlato di Mancino, con particolare riferimento a un incontro di quest’ultimo con Borsellino, in seguito al quale il magistrato aveva manifestato uno stato di tensione, tanto da fumare contemporaneamente due sigarette. Per Biondino sulla circostanza che riguardava Mancino, Mutolo non aveva detto il falso. Ma l’ex ministro oggi dichiara di non ricordare l’incontro al Viminale con Borsellino […].

Lirio Abbate, L’espresso, 29 ottobre 2009, pag. 34


la Repubblica/cronaca: I boss in carcere trattano la resa  Lo Stato e la mafia sono tornati a "trattare". La resa di Cosa Nostra in cambio di sconti di pena e di un carcere meno duro per i Corleonesi, la "dissociazione" dei boss per firmare una sorta di armistizio a quasi dieci anni dalle stragi che hanno fatto tremare l'Italia. Una mafia sospesa tra grandi affari e grandi incertezze è sempre alla ricerca di patti, di un accordo "dolce" che garantirebbe comunque la sua sopravvivenza anche dopo la sconfitta della sua politica terrorista.

Trattano ancora i capi che marciscono in galera e intanto guardano al futuro i capi che sono latitanti da dieci, venti o anche quasi quarant'anni come Bernardo Provenzano. Sono le due "linee" di Cosa Nostra nella sua stagione più cruciale, è la strategia dei vecchi e dei nuovi Padrini.

L'ambasciatore delle "famiglie" questa volta è stato Salvatore Biondino, uomo di fiducia e ombra di Totò Riina negli ultimi suoi mesi di latitanza. Si è visto in gran segreto con il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna nei primi giorni di gennaio, si sono parlati, probabilmente si vedranno ancora. La nuova "trattativa" è ormai in una fase avanzata, però si sa che senza il "nulla osta" dello "zio Totò" e soprattutto di Leoluca Bagarella il negoziato potrebbe saltare un'altra volta. Sono 6 i boss che si sono fatti avanti, quelli pronti a rinnegare o comunque a dichiararsi in qualche modo vinti davanti allo Stato. Non vogliono pentirsi, vogliono arrendersi e basta.

C'è quel Biondino che è diventato il loro "portavoce", poi ci sono i palermitani Pietro Aglieri e Carlo Greco della borgata di Santa Maria del Gesù, c'è Salvatore Buscemi della "famiglia" di Boccadifalco, c'è uno dei fratelli Graviano di Brancaccio e infine c'è Giuseppe Madonia di Caltanissetta. Della cordata a quanto pare non fanno parte altri "pezzi da novanta" (già in altre occasioni dati per "dissociati") come Pippo Calò o come Nitto Santapaola.

La "trattativa" tra i boss e l'antimafia è ripartita dopo qualche mese di silenzio ma anche di boatos, mesi segnati dalla febbrile attesa di quei 17 mila miliardi di "Agenda 2000" in arrivo in Sicilia per la realizzazione di grandi opere e mesi scanditi anche dagli annunci di un'imminente cattura di Bernardo Provenzano. 

Tra il procuratore Vigna e Salvatore Biondino c'è stato un "colloquio investigativo" nei primi giorni dell'anno, una chiacchierata durante la quale l'uomo di fiducia di Totò Riina ha manifestato la sua disponbilità "ad ammettere le proprie responsabilità" pur non accusando i suoi compari.

Un primo contatto, un preliminare per verificare le "condizioni" poste dalla controparte, per scoprire fino a quale punto Cosa Nostra può spingere la nuova "trattativa". Secondo alcune indiscrezioni raccolte, sarebbe stato il vecchio capomandamento di Caltanissetta Piddu Madonia a suggerire di mandare allo scoperto Salvatore Biondino e a nominarlo "ambasciatore" dei Corleonesi in questo negoziato, proprio per la sua vicinanza allo "zoccolo duro" di Cosa Nostra, agli irriducili, l'ala più stragista dell'intera storia di Cosa Nostra, gente come Bagarella che per quindici anni ha "ragionato" solo con i kalashanikov o piazzando ovunque tritolo e bombe. 

Dopo l'incontro con il "portavoce" Biondino, il procuratore nazionale Pier Luigi Vigna ha informato la Procura di Palermo e quella di Caltanissetta, e poi anche il Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria guidato da Gian Carlo Caselli.

Tutti stanno mettendo a punto una specie di "piano" tecnico, si stanno organizzando per quando i boss faranno il prossimo passo.

Di questo "patto" che i vecchi e i nuovi Corleonesi vorrebbero stringere con lo Stato italiano c'è una conferma che proviene dall'interno di quel mondo mafioso, proprio da quel "direttorio" che ultimamente avrebbe sostituito la Cupola. E' una traccia lasciata da un'intercettazione ambientale di qualche mese fa, conversazioni registrate su nastro. Con quell'intercettazione è stato ricostruito un summit di mafia, probabilmente il più grande summit mai tenuto negli ultimi anni in Sicilia tra i capi di Cosa Nostra, sicuramente il più importante dopo quelli del 1992 quando hanno deciso di uccidere Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

L'hanno fatto la scorsa estate, qui a Palermo. Convocato da Bernardo Provenzano, era presente tutta la Cupola latitante: da Salvatore Lo Piccolo di San Lorenzo ad Antonino Giuffrè di Caccamo, da Benedetto Spera (il boss di Belmonte Mezzagno preso appena una settimana fa in un casolare) al trapanese Matteo Messina Denaro. Praticamente tutto il gotha di Cosa Nostra, tutto il nuovo governo dell'organizzazione. A quel summit c'era anche un altro personaggio, un "uomo d'affari" legatissimo ai Corleonesi.

Era proprio lui, l'uomo d'affari, "l'intercettato", quello seguito per settimane e ascoltato in ogni suo respiro. Era sempre lui che - qualche tempo dopo il summit - raccontava a un interlocutore di cui non si conosce l'identità, chi c'era e cosa si era detto in quel summit a Palermo voluto da Bernardo Provenzano in estate. Era la fine di agosto e all'ordine del giorno della nuova Cupola c'erano due punti: i soldi di "Agenda 2000" e la situazione dei carcerati.

"L'uomo d'affari" parlava con l'altro e gli ricordava quali erano le direttive dei capi. 

Intanto una microspia registrava tutto. Frasi come questa: "Dicono che non bisogna fare danni, raccomandano a tutti di non far rumore e di non attirare mai l'attenzione perché ci dobbiamo prendere tutta questa Agenda 2000...". O frasi come quest'altra: "Dicono anche che tutti i responsabili delle province devono stare molto tranquilli... e poi bisogna pensare ai detenuti che sperano nell'abolizione dell'ergastolo...".

In questro contesto si intreccia il "mistero Provenzano". Le voci sempre più insistenti sulla sua cattura, i blitz a vuoto nel regno dei suoi favoreggiatori, le "soffiate" che ancora ricevono i boss a lui vicini. Ci sono indizi che fanno sospettare di "talpe", indagati di mafia che sono sempre al corrente delle investigazioni che li riguardano, che sanno di essere sotto controllo.

Di Bernardo Provenzano si parla tanto anche dentro Cosa Nostra, anche tra i suoi fedelissimi. E' sempre un'intercettazione ambientale che rivela il pensiero di due boss di Cinisi sulla latitanza dell'ultimo dei Corleonesi.

Dice il primo sicuro: "Appena lo pigliano possiamo fare le valigie e possiamo andarcene tutti...". Gli risponde l'altro perplesso: "Secondo me... allo Stato non interessa pigliarlo... lo Stato bene o male lo sa... solo a qualche magistrato, a qualche prefetto, a qualche testa di minchia gli interessa fare l'arresto... Secondo me ancora non gli conviene prenderlo, lo sanno che c'è la rivoluzione industriale appena prendono quello...". Opinioni di mafiosi che parlano a ruota libera. Opinioni che si infrangono però con le certezze di Pier Luigi Vigna, il "superprocuratore" che sta conducendo la "trattativa" con i boss. Sono molto significative le sue dichiarazioni di qualche giorno fa, subito dopo la cattura del latitante Benedetto Spera.

E' il 30 gennaio quando Vigna parlando di Bernardo Provenzano, afferma: "Gli consiglierei di consegnarsi... Visto come si stanno mettendo le cose ho l'impressione che ci sia in Cosa Nostra chi avrebbe meno attenzioni garantiste di quelle che avrebbero gli organi dello Stato nei suoi confronti...". Il riferimento del procuratore corre anche al ferimento di Carmelo Virga, un grande imprenditore di Marineo sfuggito miracolosamente a un agguato nemmeno un mese fa. 

Gli investigatori considerano questo Virga vicino in qualche modo all'area del capo dei Corleonesi. Quei colpi di pistola forse sono stati un segnale anche per il fantasma, per l'imprendibile Provenzano che sta traghettando dal passato al futuro tutta Cosa Nostra.  (6 febbraio 2001)

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