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i FRATELLI GRAVIANO, i picciotti di Brancaccio

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Giuseppe Graviano è stato accusato da vari pentiti di essere stato lui ad azionare il telecomando dell'autobomba che uccise il giudice Paolo Borsellino e 5 agenti della scorta. 

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Giuseppe Graviano (Palermo, 30 settembre 1963),alliliato a Cosa Nostra.  E’ il terzo per età dei quattro fratelli Graviano. Affiliato alla Famiglia di Brancaccio insieme al fratello maggiore Filippo, nel 1990 divenne reggente del mandamento di Brancaccio-Ciaculli insieme al fratello, sostituendo il boss Giuseppe Lucchese che era stato arrestato. I fratelli Graviano ebbero un ruolo importante nell'organizzazione delle stragi del 1993 a Firenze, Milano e Roma e nell'omicidio di don Pino Puglisi. I due vennero arrestati il 27 gennaio 1994 a Milano. Sta scontando la pena all'ergastolo nel carcere di Opera, a Milano; è stato accusato da vari pentiti di essere stato lui ad azionare il telecomando dell'autobomba che uccise il giudice Paolo Borsellino e 5 agenti della scorta.

Filippo Graviano (Palermo, 27 giugno 1961) legato a Cosa Nostra.  è il secondo per età dei quattro fratelli Graviano. Affiliato alla Famiglia di Brancaccio insieme al fratello minore Giuseppe, nel 1990 divenne reggente del mandamento di Brancaccio-Ciaculli insieme al fratello, sostituendo il boss Giuseppe Lucchese che era stato arrestato. I fratelli Graviano ebbero un ruolo importante nell'organizzazione delle stragi del 1993 a Firenze, Milano e Roma e nell'omicidio di don Pino Puglisi.  I due vennero arrestati il 27 gennaio 1994 a Milano. Sta attualmente scontando la pena all'ergastolo nel carcere di Parma.


FIAMMETTA BORSELLINO INCONTRA I GRAVIANO - Agli assassini di mio padre ho detto: raccontate la verità, solo così sarete uomini liberi

 

 Giuseppe Graviano racconta l'incontro con Fiammetta Borsellino  Dichiarazioni spontanee al processo 'Ndrangheta stragista: "Non si vuole scoperchiare il vaso di Pandora. Ma il tempo è galantuomo"  "Ho avuto la visita di parenti delle vittime. La persona mi dice, 'stiamo venendo solo da lei perché c'è qualcosa che mi ispira'. Poi ho appreso che sono andati anche da mio fratello". E' così che il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, rilasciando dichiarazioni spontanee al processo 'Ndrangheta stragista, parla dell'incontro avuto con Fiammetta Borsellino"Mi era stato detto di non far uscire la notizia e ne parlo solo ora che altri l'hanno fatta uscire - ha aggiunto il capomafia - Come specificato alla signora che è venuta a farmi visita è impossibile che sia stato io a commettere la strage. Ho spiegato che io sono accusato solo da Scarantino. Io ho l'ergastolo per le sue parole e poi dicono che lui è stato smentito da Spatuzza e con quest'ultimo non mi sono mai confrontato anche se avrei voluto". Nel suo flusso di coscienza nel corso del dibattimento dove è accusato assieme a Rocco Santo Filippone per gli attentati ai Carabinieri, in cui morirono gli appuntati Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, Graviano ha un obiettivo chiaro, quello di dimostrare che le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia nei suoi riguardi non sono altro che fandonie ("A volte la mente elucubra e spesso la memoria biologica non coincide con i fatti storici aggiungendo false notizie. Di fake news ce ne sono abbastanza e ci sono sentenze di collaboratori che si autoaccusano di fatti che poi sono false notizie"). Così se la prende con le dichiarazioni del pentito Cuzzola, il quale aveva riferito della comune detenzione tra il boss di Brancaccio e Pino Piromalli, ma anche con il suo ex autista, Fabio Tranchina"Lui dice che in Via d'Amelio avrebbe ricevuto l'ordine di trovare per me un'abitazione. Ma è una cosa da pazzi fare quello che ha detto lui, andarsi a trovare una casa lì. Via d'Amelio è un buco e dopo l'azione rimanevi intrappolato in quel buco". Nei giorni della strage del 19 luglio 1992, a suo dire, non si trovava in via d'Amelio, né in quei pressi. "Ero a duemila chilometri da Palermo come Francesco Mazzola, c'è un fermo e si può controllare" ha sempre detto proseguendo il suo "racconto". La verità e il "tempo galantuomo"  Quindi è tornato a parlare dell'incontro con la figlia del giudice Borsellino: "La persona che voleva rincontrarmi non è stata autorizzata perché le procure dicono che si possono inquinare le prove. Io penso che non si può inquinare. E poi lì brucia veramente il cuore di chi combatte da 25-26 anni per sapere la verità, perché la verità non vuole emergere. Questo vaso di Pandora non si vuole scoperchiare e si è trovato il "capro espiatorio" che è Giuseppe Graviano. Ma il tempo è galantuomo". Infine il boss di Brancaccio, così come aveva fatto lo scorso aprile ribadisce alla Corte d'Assise di Reggio Calabria, presieduta da Ornella Pastore, una propria intenzione: "Sia lei che il pm, che le difese, potete fare tutte le domande che volete. Io risponderò""Il pm ha chiesto l'esame - ha ribadito la stessa Pastore - Quando arriverà il momento, se lei vorrà rispondere alle domande del pm e probabilmente della Corte lo vedremo. In questo momento sono spontanee dichiarazioni". Un appuntamento solo rimandato, dunque. Ma chissà se Graviano avrà la stessa voglia di oggi di proferir parola. di Aaron Pettinari 08 Giugno 2018 ANTIMAFIA DUEMILA
 

L'agenda rossa di Borsellino? Aprite i cassetti della procura di Palermo"Al processo di Reggio Calabria il boss parla delle stragi del 1992 e dell'omicidio Agostino. Attacco a Ingroia, avvocato di parte civile   Torna in aula a Reggio Calabria il boss Giuseppe Graviano, ma adesso che la palla è passata alla parte civile il suo atteggiamento cambia radicalmente. Riottoso, reticente, aggressivo, all’avvocato di parte civile Antonio Ingroia – un tempo pm del pool della procura di Palermo che ha indagato sulla trattativa Stato-mafia – risponde assai malvolentieri.Caduta la maschera che ha plasmato su di sé nel corso delle prime udienze del suo esame al processo “’Ndrangheta stragista”, scaturito dall’inchiesta del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo che ha svelato il coinvolgimento della ‘ndrangheta nella stagione degli attentati continentali, Graviano torna “Madre natura”. E forse per la prima volta mostra il suo volto più feroce. Pochi minuti di risposte telegrafiche per confermare i rapporti con Berlusconi che già nelle precedenti udienze ha raccontato e per smentire di aver mai conosciuto Marcello Dell’Utri. Una raffica di “non so”, “non ricordo”, “l’ho già detto”, “non ho ascoltato le registrazioni” delle conversazioni intercettate in carcere con Adinolfi e che ha preteso di risentire prima di sottoporsi all’esame. Sostiene di non aver avuto un ruolo nelle stragi, si rifiuta di rispondere sulla sua appartenenza a Cosa nostra. Qui e là, qualche allusione significativa a “Binnu” Provenzano “che non conosco e mai mi sarei permesso di chiamare così”. E a Balduccio Di Maggio: “Abbiamo saputo subito quando l’hanno portato a Omegna” dopo la decisione di pentirsi.  Continua a lanciare i suoi messaggi, a dire e non dire, trincerandosi dietro la riservatezza da boss che nega di essere. E quando gli si chiede se sia stato l'allora ministro degli Interni Nicola Mancino a tentare di fermare le stragi, è lapidario: “Non posso rispondere”. Parole diverse dal semplice “non lo so” con cui liquida poco dopo la domanda su un progetto di attentato all’ex ministro Calogero Mannino.  Ma Graviano è nervoso. Palese l’astio nei confronti di Ingroia. E sbotta. Si scaglia contro l’ex pm, contro la procura di Palermo che negli anni Novanta ha indagato sull’omicidio del padre e negli anni successivi su di lui, sulle stragi, su troppi omicidi rimasti senza perchè.  “Quarant’anni di bugie” per Graviano, che perde la testa, urla, mastica le parole in un rosario di accuse. “Se volete la verità – dice – aprite i cassetti dove il processo di mio papà ha soggiornato per 37 anni,  i cassetti della procura di Palermo, e lì c’è la verità. Perché non basta fermarsi agli esecutori. Dovete trovare tutti i responsabili della morte di mio padre, anche se c’è qualche vostro collega che è stato fatto eroe”. Parole pesanti che fanno eco a quelle lasciate cadere nel corso della prima udienza, alludendo a presunte spaccature in procura all’epoca di Falcone e Borsellino sull’utilizzo – sostiene – di informatori come Totuccio Contorno. E quasi ricatta la Corte e i magistrati in aula e fuori.  All’avvocato Ingroia che gli chiede "Berlusconi è stato uno dei mandanti delle stragi mafiose risponde a bruciapelo "Non parlo, prima voglio la verità sulla morte di mio padre. Il processo di mio papà per quasi 38 anni ha soggiornato in un cassetto, dal 1982 al 2019. È sufficiente aprire quel cassetto”. Da lì è un fiume in piena "Ancora che cercate l'agenda rossa e gli autori dell'omicidio Agostino? Aprite i cassetti in Procura che sono chiusi da quasi 40 anni” urla Graviano, che nella foga mastica le parole, fin quando la presidente della Corte non lo interrompe, imponendogli di darsi un contegno. La tensione si abbassa, ma il boss ha alzato un muro. Su Spatuzza e su una serie di conversazioni intercettate in carcere con Adinolfi, che lui stesso ha riconosciuto come “vere”, risponderà – annuncia – solo dopo averle riascoltate o averne riletto le trascrizioni. E quando sarà il suo legale a fare le domande.  “Graviano manda messaggi trasversali a più mondi – commenta Ingroia alla fine dell’udienza – li manda alla politica, li manda al suo mondo di appartenenza e a quell’area grigia che con la mafia ha fatto accordi indicibili. Sullo sfondo di questa vicenda c’è la trattativa Stato-mafia, lui ne sa qualcosa e in proposito manda messaggi”. Ambienti istituzionali, tirati in ballo anche con i continui accenni all’agenda rossa di Paolo Borsellino, all’omicidio di Nino Agostino, su cui Graviano ha più volte accennato di avere qualcosa da dire. “È la vecchia tesi portata avanti dai capimafia, anche da Totò Riina prima di morire. Raccontano i capimafia come capri espiatori, ma le responsabilità dei complici istituzionali della mafia non escludono quelle della mafia”. L'obiettivo di Graviano? "Trovare una via d'uscita, non è un ottantenne come Riina, dunque cerca una via d'uscita e con il sistema nuovo...". Ma lo fa pubblicamente, e anche questo per Ingroia è significativo.di ALESSIA CANDITO 21 febbraio 2020 La Repubblica

 

Il boss Graviano racconta la sua latitanza. “A Milano avevo una copertura favolosa”Il boss e il fratello furono arrestati il 27 gennaio 1994 all’interno di un ristorante. “Per colpa del padre di un giocatore di calcio”, dice lui. Un giocatore che aveva fatto il provino al Milan, con la segnalazione di Marcello Dell’Utri. L'odio per Falcone: "Se campava lui finivamo nei sotterranei"  “A Milano facevo una vita normale – racconta Giuseppe Graviano, il boss delle stragi, al suo compagno dell’ora d’aria – non mi aspettavo l’arresto, ero circondato da una copertura favolosa. Com’ero combinato io… solo solo il Signore… lo bacio. Mi sono spiegato?”. A un certo punto, però, la rete di protezione saltò. All’inizio di gennaio del 1994, i carabinieri ebbero l’indicazione giusta; la sera del 27 gennaio, fecero irruzione nel ristorante “Gigi il cacciatore”, che all’epoca si trovava in via Procaccini. Giuseppe e Filippo Graviano erano a cena con le fidanzate (poi sposate in carcere), Bibbiana Galdi e Francesca Buttita. A tavola, c’erano anche due amici arrivati da Palermo, Salvatore Spataro e Giuseppe D’Agostino. Proprio D’Agostino viene citato da Graviano nel corso delle ultime intercettazioni disposte dai pubblici ministeri Di Matteo, Tartaglia, Del Bene e Teresi nell’ambito dell’inchiesta bis “Trattativa Stato-mafia”.  «Durante la giornata, arrivano persone a Milano, quelli che mi hanno fatto arrestare ... il giocatore del pallone ... D’Agostino... suo padre». Cosa vuole dire: «Mi hanno fatto arrestare?». I carabinieri avevano pedinato D’Agostino? Come erano arrivati a lui, un insospettabile palermitano che non risultava avere avuto rapporti con esponenti mafiosi? E’ rimasto il giallo di quel brillante blitz. Anche Graviano si chiede ancora come sia stato possibile. «Io non me lo immaginavo mai al mondo che mi arrestavano», ripete al suo compagno di carcere, il camorrista Umberto Adinolfi. «Non avevano manco la mia fotografia, nella perquisizione a casa mia non avevano trovato neanche la foto della prima comunione. Sono dovuti andare a prendere il pentito Drago. “E’ lui?”. Si è lui, ha una cicatrice». Al pentito Giovanni Drago era stata fatta vedere una fotografia prima del blitz. Chi sapeva che D’Agostino sarebbe andato a Milano? La sentenza del tribunale di Palermo che ha condannato l'ex senatore Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa ha sostenuto che il figlio di D’Agostino doveva fare un provino al Milan, grazie all’interessamento dei Graviano presso Dell’Utri (nella cui agenda del 1992 c’era un riferimento a D’Agostino: “Melo Barone -  10 anni - in ritiro pullman del Milan, interessato D’Agostino Giacomo (Patrassi – Zagatti)”. In appello, però, la corte di Palermo ha demolito questa ricostruzione e assolto Dell’Utri dall’accusa di aver intrattenuto rapporti con Cosa nostra dopo il 1992. Resta il giallo. Perché uno degli preparatori sportivi del Milan, interrogato dai carabinieri nel 1994, aveva confermato di aver visto il figlio di D’Agostino 15 giorni prima. Chi tradì Graviano? Anche il boss rinchiuso al 41 bis vuole saperlo. Ricostruisce i passaggi di quel giorno: «Ero stato prima all’Upim, a piazza Duono, tipo l’Upim… la Rinascente… una vita normale». E dice ancora: « Mi hanno arrestato e sono finite tutte cose». “Tutte cose”. Ovvero, le stragi.

 

L'ODIO PER FALCONE Graviano è un fiume in piena. In un altro dialogo se la prende con il giudice Giovanni Falcone. «Se campava Falcone, altro che 41 bis». È un odio viscerale quello di Giuseppe Graviano nei confronti del giudice simbolo della lotta alla mafia. «Quando era alla direzione nazionale antimafia aveva proposto di costruire in tutte le carceri delle celle sotterranee dove mettere tutti i condannati al 416 bis. Anche quelli che dovevano fare una pena di cinque anni».
  Le intercettazioni fatte dal centro operativo Dia di Palermo nel carcere di Ascoli Piceno rivelano parole che più chiare non potrebbero essere: «Il 41 bis era stato preparato prima delle stragi… non è stato Alfano a fare il 41 bis, è stato lui».
 “Lui”, Giovanni Falcone, il nemico numero uno di Cosa nostra. «Voleva che si dovessero scontare le pene in queste celle sotterranee – dice ancora il boss al suo compagno carcere – anche perché non c’erano queste norme comunitarie. E lui diceva: “Io non ho figli per colpa che ho combattuto la criminalità organizzata… si spaventava se succedeva qualcosa – commenta ancora  – lui non ha fatto figli sai. Poi si è sposato con una donna divorziata, la Morvillo, che non aveva figli”». Il boss fa una pausa e dice: «Se campava lui, altro che 41 bis». Ovvero, con Giovanni Falcone, le norme antimafia sarebbero state ancora più severe.
  A Falcone, Graviano contesta anche di aver “aggiustato” il maxiprocesso. «Falcone gli ha detto dovete fare questo… l’unico che lo deve fare deve essere Scopelitti, poi Scopelliti lo hanno ammazzato». Era il magistrato calabrese che avrebbe dovuto sostenere la pubblica accusa in Cassazione, per il primo grande processo alle cosche. «Dopo che l’hanno ammazzato, gli hanno messo un altro peggio di Scopelliti», aggiunge Graviano. La partita in gioco era alta, far saltare l’ipotesi dell’associazione mafiosa. «Se andava bene la Cassazione – dice il capomafia – se il 416 bis non esiste a Palermo, non esiste nelle altre parti».

 

UN GIUDICE A BERLINO Ora, Giuseppe Graviano dice di cercare «un giudice a Brancaccio», che finalmente gli riconosca di uscire dal carcere. Ma continua ad essere sfiduciato. «Palermo è brutto. Palermo è brutto come tribunale. Hanno direttive dal ministero, di condannare così… di fare i processi così, proprio con i piedi ». Eppure il suo scopo resta sempre uno. «Il mio unico pensiero è uscire dal carcere». La moglie gli ricorda che sta scontando “l’ergastolo ostativo”, quello che non ammette sconti. Ma lui insiste. E spera in una soluzione. In qualche modo. Una soluzione politica.  Graviano racconta che negli anni Ottanta i mafiosi avevano provato a strumentalizzare il lavoro importante di Marco Pannella, da sempre impegnato a rendere più vivibili le carceri italiane. «L’ho votato sin dal primo momento che sono stato carcerato questo Pannella - dice Graviano - fino al 2002, che ho avuto diritto al voto». Il boss fa un resoconto delle sue passioni politiche. Prima la Democrazia Cristiana («Perché avevamo amico, senatore, amico di famiglia, purtroppo l’hanno arrestato nel 1994»; potrebbe essere un riferimento al senatore Vincenzo Inzerillo), poi Forza Italia («Quando è nata Forza Italia, alla prima votazione»). Infine, il Partito Radicale: «Quando stava fallendo - spiega Graviano al camorrista Umberto Adinolfi - Pannella è andato all’Ucciardone. 1987, 1988, non mi ricordo bene... e non solo. E tutti hanno versato un contributo per sanare le casse del Partito Radicale». Aggiunge: «Se fossi in condizioni mi iscriverei al partito. Sai quant’è all’anno?».

 

LA REPLICA DEL PARTITO RADICALE  Dice Sergio D'Elia, membro della presidenza del Partito Radicale e segretario di Nessuno Tocchi Caino:  «In base ad una regola semplice e senza eccezioni del Partito Radicale per cui si può iscrivere chiunque e nessuno può essere espulso per nessun motivo, per noi del Partito di Marco Pannella non ci sarebbe alcun problema ad accogliere l'iscrizione di Giuseppe Graviano. Così disse Marco Pannella nel lontano 1987: «Anche Piromalli può entrare nel partito che è servizio pubblico. Chi vuole, paga il biglietto e viaggia, per una anno, verso dove la diligenza si dirige. Il “viaggio” è promiscuo, possono salire sulla diligenza radicale anche i “cattivi” che spesso, proprio loro, salvano gli inermi». Dice ancora D'Elia: «Il Partito Radicale non è un tribunale della Sharia chiamato a stabilire il “prezzo del sangue” versato, a perseguire i “nemici di Dio” e i “corrotti in terra”, a “reprimere il vizio e promuovere la virtù”. A dispetto del “fine pena: mai” dell’ergastolo ostativo, un marchio indelebile che vuol dire “tu non cambierai mai”, molti detenuti sono cambiati».di SALVO PALAZZOLO 12 giugno 2017 LA REPUBBLICA

 

Il potere di "Madre Natura" Il quartiere di Brancaccio, all’epoca del fatti per cui è processo, era una di quelle zone della città di Palermo a più alta densità delinquenziale, “in cui era maggiormente radicata la presenza di dinastie mafiose di consolidate origini e tradizioni ed in cui il potere sul territorio era mantenuto attraverso l’uso della forza militare e la violenza”.
E la cosca mafiosa di Brancaccio era, nei primi anni novanta, saldamente nelle mani dei fratelli Graviano, indicati unanimemente come i massimi esponenti del mandamento, controllori incontrastati del territorio e di parte dell’apparato militare della mafia.
Tutti i collaboranti che hanno offerto il loro contributo probatorio nell’ambito di questo processo, infatti, hanno concordemente affermato che in quel tempo dominavano nel quartiere di Brancaccio i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano entrambi latitanti, perché colpiti da provvedimenti di custodia cautelare e ricercati per una condanna loro inflitta per associazione per delinquere di stampo mafioso.
Tra i vari mafiosi che, ad un certo punto del loro percorso criminale, hanno scelto di collaborare con la giustizia, Di Filippo Emanuele ha spiegato che la famiglia di Brancaccio era “stata data in mano ai fratelli Graviano…..Filippo, Giuseppe e Benedetto Graviano”.
Ha aggiunto che nel quartiere di Brancaccio comandavano i fratelli Graviano: qualsiasi cosa succedesse – estorsioni, rapine, omicidi – “loro ne erano a conoscenza”, se non addirittura ne erano gli autori o i mandanti. Del resto, ha aggiunto, sintomaticamente, queste erano le regole dell’organizzazione, “….nel senso che tutto quello che succedeva, tutto quello che veniva comandato, noi dovevamo saperlo, e questa è una storia, una situazione che percorre nel tempo e non può cambiare per cui, andando avanti nel tempo ed essendo che i Graviano dopo presero il possesso di Brancaccio, la storia si tramanda, e anche loro comandano, eseguono e sono responsabili di quello che succede nella zona”.
Il “comando” dei Graviano non si era neppure sminuito con la loro cattura, tant’è “…..che molti detenuti, come Sacco, come Giacalone Luigi, cercavano di far pervenire messaggi ai Graviano per avere delle risposte sul come comportarsi o durante i processi dibattimentali o durante la detenzione”.
Il collaborante Drago Giovanni ha riferito che Giuseppe Graviano era colui che dirigeva la famiglia mafiosa di Brancaccio, e, dopo l’arresto di Lucchese Giuseppe, era divenuto reggente del mandamento di Ciaculli, “… Graviano Filippo (era) la mente, Giuseppe a suo pari, mentre Benedetto il braccio di forza”.
Calvaruso Antonio, altro collaborante di giustizia, ha ribadito che coloro che reggevano le sorti del quartiere di Brancaccio erano Giuseppe, Filippo e Benedetto Graviano;: tutti egualmente influenti e capi, “solo che il Giuseppe Graviano era il primo in assoluto; poi veniva Filippo e, in ultimo, Benedetto”.
Anche Carra Pietro, un autotrasportatore che lavorava per una società di spedizioni nella zona industriale di Brancaccio, pur non essendo uomo d’onore e non avendo mai fatto la conoscenza dei predetti Graviano, ma essendo stato vicino alla famiglia mafiosa sin dal 1993, aveva sentito spesso parlare di loro come esponenti di massimo livello dell’organizzazione criminale da Spatuzza, da Giuliano, da Giacalone, da Cosimo Lo Nigro, da Barranca.
Ciaramitaro Giovanni, cooptato nell’organizzazione mafiosa nell’anno 1993, non aveva personalmente conosciuto Giuseppe Graviano; aveva saputo, però, che “….era….il capo prima di Nino mangano e comandasse lui la zona di Brancaccio”.
Il dottor Pennino Gioacchino, che aveva fatto parte di quell’aggregato mafioso locale, non appena ha iniziato la sua fattiva collaborazione con la giustizia, ha espressamente indicato i fratelli Graviano come capi in assoluto del mandamento di Brancaccio.
Anche Brusca Giovanni, già esponente di massimo livello dell’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, e, in particolare, della famiglia mafiosa di San Giuseppe Jato, divenuto successivamente collaboratore di giustizia, riferendosi al mandamento di Brancaccio, ha ribadito: “…..il punto di riferimento è Giuseppe Graviano, come capo mandamento. Però, bene o male, tutti in famiglia, nel senso di “Cosa Nostra” collaboravano”.
Ha aggiunto: “il capo mandamento è Giuseppe Graviano, poi lo affiancava, perché si può dire che erano……decidevano quasi tutto insieme, Filippo”.
Ha concluso: “Parlando con Filippo era come parlare con Giuseppe; cioè, come si suol dire, erano la stessa persona”.
E lo stesso Grigoli Salvatore, nel ripercorrere il suo passato di criminale, ha ricordato: “….Era già all’epoca Giuseppe Graviano il capo mandamento di Brancaccio………Filippo era il fratello… Erano tutti e due in sostanza a reggerlo, anche se si parlava di Giuseppe come capo mandamento. Però c’era riferimento ai picciotti”, individuati sicuramente nelle persone di Giuseppe e Filippo Graviano.
E’ appena il caso di rilevare come le varie dichiarazioni rese nel tempo dai collaboratori di giustizia sulle leadership della famiglia mafiosa di Brancaccio, oltre che concordanti e convergenti, sul punto, siano tutte caratterizzate da un dato comune: il riferimento costante e preciso ai fratelli Graviano, Giuseppe e Filippo, quali unici reggenti di fatto, in quel tempo, della famiglia stessa, ed al loro dominio assoluto ed incontrastato nella zona.
E questa asserzione, sui due fratelli Graviano e sulla loro comune appartenenza in modo organico ed altamente qualificato a “Cosa Nostra”, trova un ulteriore preciso e puntuale riscontro documentale nelle sentenze emesse, nell’ambito dei così detti maxi-processi storici, dalla Corte di Assise di Palermo, divenute irrevocabili e regolarmente acquisite al processo in esame, con le quali i predetti sono stati entrambi giudicati e condannati per il delitto di cui all’articolo 416 bis del Codice Penale, in quanto appartenenti appunto allo scacchiere mafioso di Brancaccio.
E che in epoca coeva all’uccisione di don Pino Puglisi dominassero nel quartiere di Brancaccio i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, entrambi latitanti, perché colpiti da provvedimenti di custodia cautelare e ricercati per una condanna loro inflitta per associazione per delinquere di stampo mafioso, è stato possibile apprenderlo, oltre che dalle plurime convergenti propalazioni dei collaboranti, anche attraverso le dichiarazioni dei numerosi investigatori che, successivamente all’omicidio del parroco di Brancaccio, hanno svolto un incessante lavoro di penetrazione in quel quartiere.
Qui basta ricordare solo alcuni di detti investigatori.
Il maggiore Bossone Davide, comandante del Nucleo Operativo dei carabinieri di Palermo, che aveva svolto indagini sulla famiglia mafiosa di Brancaccio a partire dall’anno 1992 nell’ambito dell’operazione denominata “Pipistrello”, ha riferito che Dragna Giuseppe, il quale ha pagato con la vita le sue propalazioni, nel corso della sua collaborazione fiduciaria con le Forze dell’Ordine, aveva rivelato che al vertice della famiglia di Brancaccio erano i Graviano, in particolare Giuseppe e Filippo.
I due erano stati arrestati a Milano il 27 gennaio 1994 presso il ristorante “Il Cacciatore” al termine di un reiterato pedinamento di diversi soggetti. La cattura di questi due latitanti era stata considerata un passo strategico nel contrasto al fenomeno criminale mafioso in quell’area.
L’Ufficiale ha aggiunto, tra l’altro, che sul conto dei Graviano era emerso che gli stessi reimpiegavano i loro capitali illeciti nel settore dell’edilizia avvalendosi di diversi soggetti come prestanome.
Il capitano Minicucci Marco ha dichiarato che, nella sua qualità di comandante del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Palermo, aveva coordinato le indagini che avevano portato alla cattura dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano a Milano il 27 gennaio 1994 nel ristorante “Il Cacciatore”. Tali indagini erano state maggiormente intensificate all’indomani dell’omicidio di padre Puglisi, essendosi i sospetti appuntati proprio sui detti fratelli, allora entrambi latitanti, i quali controllavano a quel tempo il territorio nel quale era avvenuto il delitto.
Le susseguenti indagini avevano confermato che i due fratelli erano stati insieme anche durante la latitanza.
Il capitano Brancadoro Andrea, che dal 1992 al 1996 aveva prestato servizio presso il Nucleo Operativo dei carabinieri di Palermo ed aveva effettuato attività investigativa sul quartiere di Brancaccio e sulla famiglia mafiosa che ne controllava il territorio, ha dichiarato che dopo l’omicidio di padre Puglisi l’attività investigativa era stata incentrata sulla cattura dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, entrambi da tempo latitanti, i quali erano i maggiori indiziati del delitto.
Ha precisato che, dal contesto delle lettere sequestrate dalla Direzione Investigativa Antimafia di Palermo nell’abitazione di Mangano Antonino nonché dagli altri elementi raccolti, era risultato chiaro che coloro i quali a quell’epoca comandavano nella zona di Brancaccio erano proprio Giuseppe e Filippo Graviano.
Ha aggiunto di non aver fatto indagini dirette sull’omicidio di padre Puglisi ma che la cattura di questi due latitanti era considerata un “passo strategico” nel contrasto al fenomeno criminale in quell’area.
Alla strega delle dichiarazioni, concordanti e pienamente attendibili, rese dai vari collaboratori di giustizia, pienamente riscontrate dagli accertamenti investigativi degli ufficiali di polizia giudiziaria, adunque, risulta provato, in maniera certa ed inconfutabile, che i maggiorenti del mandamento mafioso di Brancaccio, all’epoca dell’uccisione del coraggioso parroco della chiesa di San Gaetano, erano entrambi i fratelli Graviano, Giuseppe e Filippo, odierni imputati .
Sulla base di tutte le numerose univoche dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e degli inquirenti, risulta acclarato, quindi, che la cosca mafiosa di Brancaccio era, di fatto, nei primi anni novanta, saldamente ed indistintamente, nelle mani dei due fratelli Graviano, Giuseppe e Filippo, con un ruolo paritario, senza che l’uno primeggiasse o fosse meno capace dell’altro ad attuare il dominio territoriale nel quartiere, dove indiscusso e inviolato, dilagava il loro potere, anche se formalmente si parlava di Giuseppe come capo del mandamento: i due congiunti, infatti, venivano indistintamente considerati come i massimi esponenti del mandamento, controllori incontrastati del territorio e dell’apparato militare in quello scacchiere mafioso.
Come risulta, in maniera incontestabile, da tutti gli elementi di prova versati in atti, poi, i due più volte menzionati fratelli, anche durante la loro detenzione, non hanno per nulla reciso i collegamenti con l’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, e, in particolare, con quella articolazione locale del famigerato quartiere di Brancaccio, facente capo, dopo il loro arresto, a Mangano Antonino prima ed a Leoluca Bagarella dopo: il Mangano, infatti, è stato indicato unanimemente come il portavoce dei fratelli Graviano e, dopo la loro cattura, anche il loro successore per diretta investitura del Bagarella alla guida di quel territorio, senza che peraltro venissero recisi i collegamenti con i detti fratelli detenuti, i quali continuavano a trasmettere ordini dal carcere e ad impartire precise disposizioni relative alla gestione familiare delle azioni criminose.
Ed invero, a seguito della cattura di Bagarella Leoluca, nel corso di una perquisizione effettuata presso l’abitazione del Mangano – il quale gestiva all’epoca un’agenzia di assicurazioni nel Corso dei Mille e che già allora era stato attenzionato per i suoi probabili collegamenti, poi risultati certi, col Bagarella - – è stata rinvenuta una copiosa corrispondenza epistolare tra quest’ultimo e Graviano Giuseppe, nella quale si parla di attività illecite dell’organizzazione criminale del mandamento di Brancaccio.
Nella stessa, mittente e destinatario sono indicati con nomi di fantasia: Graviano Giuseppe si firma con lo pseudonimo di “Madre Natura”, Mangano con altro.
Ebbene, tale corrispondenza contiene precise indicazioni relative ad acquisto di armi, ad attività estorsive in danno di imprenditori compiute nell’interesse dell’organizzazione, a nomi o pseudonimi di soggetti inseriti o vicini all’organizzazione medesima, a lettere scambiate con i Graviano contenenti riferimenti a personaggi facenti parte di tale associazione.
Costituisce, pertanto, un puntuale ed incontrovertibile riscontro documentale alle numerose dichiarazioni dei collaboranti, secondo cui la cosca di Brancaccio era, in epoca coeva all’uccisione di padre Puglisi, ed è tutt’ora, saldamente nelle mani dei fratelli Graviano, odierni imputati, unanimemente indicati quali incontrastati capi “ex equo” di quell’assetto criminale. 
Tratto dalla sentenza del processo per l'omicidio di Padre Puglisi

 
 

I picciotti di Brancaccio.  Attraverso le tante prove accumulate nel corso di una lunga ed incessante istruzione dibattimentale svoltasi avanti i giudici del primo grado di giudizio, è stato acclarato, in maniera incontrovertibile, come già detto, che la posizione preminente in seno al sodalizio criminoso del famigerato quartiere di Brancaccio, all’epoca dell’uccisione del sacerdote, da liberi ma pur durante la latitanza e successivamente anche dal carcere, era di entrambi i fratelli Graviano, Giuseppe e Filippo, odierni imputati. Giuseppe Graviano, libero e non ancora latitante, si occupava prevalentemente di strategie ed azioni sul campo: capeggiava il “gruppo di fuoco” creato per la commissione dei più svariati reati connotati dal comune denominatore di procacciare entrate finanziarie alla famiglia e mantenere saldo il predominio nel quartiere, che, successivamente, ed in particolare dopo il suo arresto, venne capeggiato da Mangano Antonino, considerato suo “alter ego”. Flippo Graviano aveva anch’egli un ruolo preminente nell’ambito di quel sodalizio criminoso locale: era collocato non già in un “gradino inferiore”, sibbene alla pari con il fratello al vertice della famiglia, anche se con mansioni più strettamente, ma non esclusivamente, inerenti alla gestione finanziaria dei crimini. Questa ripartizione di potere criminale fra i due fratelli, tuttavia, non incideva minimamente sulla collocazione di entrambi “ex aequo” al vertice di quell’aggregato mafioso, sì che tutto promana indifferentemente da loro, senza che l’uno fosse più o meno attivo dell’altro, senza che l’uno primeggiasse o fosse meno capace dell’altro ad attuare la gestione familiare dei crimini e ad imporre il loro dominio sul territorio. Essi, quindi, “insieme” comandavano, promuovevano e gestivano gli affari illeciti, uccidevano e facevano uccidere, ed avevano un ritorno economico della collaudata “partnership” familiare mafiosa. Non solo non è distinto il ruolo dei due ma addirittura è giudicato paritario scorrendo tutte le numerose dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e dei vari inquirenti, anche se formalmente il capo mandamento veniva indicato nella persona di Giuseppe. Alla luce degli elementi probatori versati in atti, infatti, risulta pacificamente acclarato l’inserimento, con posizione di preminenza, e paritaria, dei due fratelli, Giuseppe e Filippo Graviano, nell'organizzazione criminale “Cosa Nostra”, indipendentemente dall’attribuzione di qualunque carica formale. Questo primato criminale, questo loro dominio incontrastato nella zona viene così descritto dai giudici del primo grado di giudizio: “Il quartiere di Brancaccio si presentava, all’epoca dei fatti, come uno di quelli a più alta densità delinquenziale, in cui era maggiormente radicata la presenza di dinastie mafiose di consolidata origine e tradizioni ed in cui il potere sul territorio era mantenuto attraverso l’uso della forza militare e della violenza. La cosca mafiosa di Brancaccio era, nei primi anni novanta, saldamente nelle mani dei fratelli Graviano…..” Giuseppe e Filippo. Non può condividersi, pertanto, l’affermazione fatta dagli stessi giudici in altra parte della motivazione dell’impugnata sentenza, secondo i quali Filippo va “collocato, alla pari con il fratello, al vertice della famiglia” ma “posto in un gradino inferiore quanto meno con riferimento alla strategia e all’azione sul campo”. Ed invero, il collaborante Grigoli salvatore, profondo conoscitore di quel contesto ambientale, ove aveva operato da sempre, ha ribadito che “erano tutti e due , in sostanza, a reggerlo, anche se si parlava di Giuseppe come capo mandamento”, tant’è che c’era continuo e costante riferimento ai “picciotti”, individuati sicuramente nelle persone di Giuseppe e Filippo Graviano. Graviano Filippo, di contro, va collocato alla pari con il fratello al vertice del sodalizio criminale e non già in un “gradino inferiore”, neppure con riferimento alle strategie delle azioni criminose poste in essere per le esigenze della famiglia, avendo avuto anch’egli un ruolo del pari preminente in quello scacchiere mafioso. E convergenti erano anche le volontà dei due fratelli Graviano nell’ideazione, decisione e realizzazione delle varie azioni criminose perpetrate nella zona e non, per le necessità funzionali della famiglia, in considerazione del loro ruolo paritario di vertice rivestito in seno a quell’aggregato mafioso di Brancaccio. Il ruolo di questo fratello è tanto importante al punto che gli affiliati non sono in grado spesso di distinguere le posizioni dei due ed enunciano una sorta di comunanza indistinta di ruoli, sia in virtù del rapporto di fratellanza che lega i due, sia a causa della consapevolezza che la volontà dell’uno non possa non coincidere con quella dell’altro: “erano come la stessa persona” ha precisato sintomaticamente il collaborante Brusca Giovanni. Comunanza indistinta di ruoli, quindi: tutto promana indifferentemente dai Graviano, sicuramente individuati nei fratelli Giuseppe e Filippo, odierni imputati, indiscussi dominatori del quartiere. La volontà indistinta degli stessi diviene il cardine di ogni manifestazione esteriore degli intenti criminosi da realizzare. Anche Graviano Filippo, quindi, all’epoca dei fatti che ci occupano, era incontrastato capo “ex equo” di quello scacchiere mafioso; e, insieme al fratello Giuseppe, che si interessava prevalentemente del settore operativo, egli si occupava della gestione familiare dei crimini, in posizione del tutto paritaria, anche se, come detto, con mansioni più strettamente, ma non esclusivamente, inerenti all’aspetto finanziario.. Stante il loro provato inserimento, con posizioni di preminenza, nell’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, tra i due fratelli vi era anche un acclarato consueto accordo decisionale non solo per la gestione degli affari illeciti della famiglia ma anche per la realizzazione di tutte le azioni criminosa in genere. Unicità di intenti criminosi da realizzare, quindi. E’ da escludere, pertanto, che il ruolo di questo fratello fosse del tutto marginale, come pure sostenuto dalla Difesa nei motivi dedotti a sostegno del proposto appello. Al contrario, come ha precisato il collaborante Drago Giovanni, profondo conoscitore del contesto ambientale e delle vicende criminali di quella famiglia, Graviano Filippo era “la mente” di quell’aggregato mafioso locale e Giuseppe “suo pari”. Pertanto, se di prevalenza di Giuseppe si vuol parlare, come fa la Difesa, questa forse era limitata esclusivamente nell’ambito della “famiglia anagrafica”, ma giammai in seno alla “famiglia mafiosa”. Graviano Filippo, infatti, come il fratello Giuseppe, era incontrastato capo “ex equo” di quell’assetto criminale; e, insieme al fratello, si occupava anch’egli della gestione familiare dei crimini, in posizione del tutto paritaria. E’ da escludere, quindi, come già detto, che il ruolo di questo fratello fosse secondario e quasi notarile, come vorrebbero far credere i suoi difensori. L’idea di una marginalità del ruolo del Graviano Filippo in seno all’organizzazione criminale, a parere della Corte, sulla scorta di quelle che sono gli elementi probatori versati in atti, è insolubilmente errata e, quindi da disattendere. Risulta provato, infatti, che il suo ruolo era del pari direttivo come quello di Giuseppe, svolgendo anch’egli, in seno a quell’assetto criminale, mansioni di capo oltre che di organizzazione e di direzione della “societas sceleris”. Prova evidente ne è il fatto che tutti i collaboratori di giustizia e tutti gli inquirenti parlano, senza distinzione alcuna, dei Graviano o genericamente dei “picciotti”, come di coloro che erano a capo della famiglia mafiosa di Brancaccio e di una loro volontà indistinta negli intenti criminosi da realizzare. Tutto promana, indifferentemente ed indistintamente dai “picciotti”, tanto che anche il Mangano sovente usa espressioni quali: “i picciotti hanno mandato a dire…..”, “i picciotti dicono…..”. Espressioni che confermano la loro indiscussa posizione di preminenza in seno alla famiglia e che sono in grado di farci individuare le loro comuni responsabilità in ordine ai singoli fatti delittuosi perpetrato nell’interesse e per le esigenze di quell’aggregato mafioso e, per quanto qui ci occupa, in ordine all’omicidio del povero padre Puglisi. Ed invero, in quanto collocati al vertice del sodalizio criminoso del quartiere di Brancaccio, in posizione del tutto paritaria, essi soltanto, e non altri, avevano il potere supremo di impartire l’ordine di uccidere un esponente locale del clero cattolico, secondo le precise ed inderogabili regole del sistema mafioso o antistato. Tratto dalla sentenza del processo per l'omicidio di Padre Puglisi

 

L'assenso dei Graviano, i capi di Brancaccio Le indagini relative all’uccisione di don Pino Puglisi, parroco della chiesa di San Gaetano di Brancaccio, prontamente avviate dagli organi inquirenti all’indomani del grave fatto di sangue, inizialmente venivano orientate in ogni ragionevole direzione di approfondimento, non scartando nessuna pista investigativa, comprese quelle fornite da notizie anonime pervenute agli organi di polizia.
Si è proceduto, innanzi tutto, ad un accurato sopralluogo, nel corso del quale, come già detto, veniva rinvenuto qualche rivolo di sangue, ma non anche segni eclatanti di un omicidio.
Nelle vicinanze del posto dal quale era stato rimosso il corpo del reverendo veniva trovato un bossolo 7 e 65, calibro confermato dal proiettile rinvenuto in sede autoptica.
L’esame del proiettile, poi, ha evidenziato che questo aveva attraversato la canna di una pistola munita di congegno di silenziamento.
Sul corpo del sacerdote non sono stati riscontrati segni di colluttazione: si è giunti, quindi, alla conclusione che egli era stato colto di sorpresa.
In un primo tempo si era pensato ad una rapina perché sui luoghi non è stato rinvenuto il borsello che Don Puglisi portava sempre con sé. Tale ipotesi, però, è stata scartata sia per le modalità dell’aggressione e per l’uso dell’arma silenziata, sia per il ritrovamento di una somma di denaro di lire un milione cinquecento cinquanta mila e di cento dollari USA nell’abitazione della vittima.
Del pari, le stesse modalità di esecuzione dell’omicidio, condotto con fredda determinazione e perpetrato con un unico colpo esploso a distanza ravvicinata alla nuca, escludevano l’ipotesi che il crimine fosse stato opera di qualche balordo o fosse legato alla condotta d’impeto di un tossicodipendente.
Ma, ben presto, nel variegato panorama investigativo riguardante l’omicidio del povero sacerdote, la vera matrice ed il reale movente dell’atroce scelta assassina veniva in rilievo, grazie al coraggio civile di chi aveva creduto nell’insegnamento di don Pino.
Dalle minuziose indagini condotte sulla vita dell’ucciso, infatti, emergeva, fin dai primi atti investigativi, che il vero movente dell’omicidio era da ricercare nell’attività di impegno sociale e pastorale portato avanti dallo stesso.
Il reverendo, dal giorno della prelatura presso la chiesa di San Gaetano in Brancaccio, infatti, aveva portato avanti una serie di iniziative volte al recupero sociale dell’ambiente degradato di quel quartiere.
Si accertava, in particolare, che lo stesso aveva profuso un grande impegno nel tentativo di costruzione di centri di accoglienza, di acquisizione di alcuni locali da destinare a scuola media, di attivazione di altre opere di aggregazione sociale; e si era attivato anche per recuperare i tossicodipendenti ed aiutare i diseredati ed i bisognosi.
Ed emergeva, altresì, sin dalle prime fasi delle indagini, che diversi ed inequivocabili segnali intimidatori avevano preceduto il terribile atto omicidiario: numerosi ed ultimativi erano stati gli inviti ad accettare il consolidato e triste potere criminale mafioso che regnava sovrano nel territorio urbano di Brancaccio, un quartiere tra i più degradati della città di Palermo.
Ma, altrettanto forte e decisa era stata la scelta del prete di continuare l’opera laica di recupero sociale alla quale si era attivamente dedicato sin dal primo giorno del suo apostolato presso la chiesa di San Gaetano di Brancaccio e che lo aveva portato ad entrare in contrasto con le forze politiche che allora reggevano il Consiglio di quel quartiere e, in special modo, con l’organizzazione criminale che vedeva compromessi i suoi principi proprio nel luogo ove più forte era la sua consolidata permanenza.
La continua e ben corrisposta attività di evangelizzazione, tradizionalmente opposta alla logica della violenza e del terrore, e l’intensa opera di aggregazione e di recupero sociali, rappresentavano un consistente pericolo per l’organizzazione criminale che da tempo regnava sovrana nel quartiere di Brancaccio. Da qui gli avvertimenti inequivocabili e le intimidazioni. I primi atti intimidatori sono stati due distinti attentati incendiari.
Il 29 maggio 1993 l’impresa Balistreri di Bagheria, aggiudicataria dell’appalto relativo ai lavori per la ristrutturazione del tetto della parrocchia di San Gaetano, subiva un attentato incendiario ad un proprio autocarro parcheggiato in un’area antistante l’edificio ecclesiastico.
L’episodio delittuoso non era stato denunciato dal Balistreri agli organi di polizia. Padre Puglisi, però, nel corso dell’omelia della messa domenicale ne aveva parlato ed aveva anche pronunciato espressioni dure e pesanti contro gli ignoti attentatori ed il modo illecito con cui venivano gestiti gli appalti. Ciò, evidentemente, aveva destato scalpore in un quartiere da sempre assoggettato ad un pesante clima di omertà e tradizionalmente soggiogato alla mafia.
Il 29 giugno successivo, Guida Giuseppe, Romano Mario e Martinez Giuseppe, persone impegnate in attività sociali e componenti del Comitato Intercondominiale di Via Azolino Hazon, presieduto e diretto da don Pino Puglisi, subivano contemporaneamente degli attentati incendiari alle porte di ingresso dei rispettivi appartamenti, dagli stessi regolarmente denunciati.
Ed anche in tale occasione il sacerdote aveva preso pubblicamente posizione, commentando negativamente e deprecando l’accaduto in alcune omelie delle messe domenicali, dicendo chiaramente che gli atti incendiari erano rivoli indirettamente alla sua persona ed al contempo esternando le sue preoccupazioni per eventuali nuove iniziative che danneggiavano l’ambiente, mettendo anche in pericolo la gente del quartiere.
Ancora. Dalle indagini emergeva, altresì, che un ragazzo, di nome Lipari Antonino, il quale operava nella parrocchia di San Gaetano, per ben tre volte era stato avvicinato ed intimorito da sconosciuti, che lo avevano minacciato di bastonate e gli avevano intimato di non frequentare più la chiesa. L’ultimo episodio era stato il più grave, giacché era stato aggredito con un coltello e gli era stata strappata la maglietta.
In tale occasione padre Puglisi lo aveva esortato a non avere paura e gli aveva fatto presente che anch’egli aveva ricevuto minacce a mezzo posta e per telefono, cui non aveva dato peso.
Le gravi minacce e le intimidazioni, quindi, non si erano limitate alle persone vicine al sacerdote, che con lui collaboravano e nel cui operato si riconoscevano, ma erano state estese, poi, direttamente a don Giuseppe Puglisi, anche se da quest’ultimo mai esplicitamente denunciate agli organi di polizia o alla magistratura e che, però, nelle conferenze pubbliche e nelle riunioni private, erano state manifestate con una serena aspettativa e cristiana speranza per il futuro.
Fin dai primi atti investigativi, quindi, emergeva in modo univoco che il movente dell’omicidio era da ricercare unicamente nell’attività di impegno sociale e pastorale portato avanti dal sacerdote.
Peraltro, il rinvenimento a casa della vittima della somma di lire un milione cinquecento cinquantamila e di una banconota di cento dollari, unitamente alle concordanti circostanze che il corpo dell’ucciso non presentava nessun segno di colluttazione e che lo stesso aveva l’abitudine di circolare con poco denaro addosso - cosa questa in linea col suo stile di vita improntato all’essenzialità ed alla povertà - escludevano tra i moventi possibili quello dell’omicidio a scopo di rapina.
Le stesse modalità di esecuzione dell’omicidio, infine, condotto con fredda determinazione e con un unico colpo esploso a distanza ravvicinata alla nuca, escludevano parimenti l’ipotesi che il crimine fosse stato opera di un qualche balordo o legato alla condotta d’impeto di un tossicodipendente. Si manifestavano, pertanto, evidenti depistagli: la sottrazione del borsello e la dinamica del fatto, invero, non erano consone con le modalità con cui di regola vengono eseguiti e perpetrati gli atti omicidiari in “Cosa Nostra”.

Il delineato movente dell’omicidio si rafforzava sempre di più con l’audizione di quanti, uomini e donne, avevano collaborato con l’ucciso nella sua opera quotidiana, i quali tratteggiavano la figura e l’impegno religioso e sociale del prete.
Le indagini sull’assassinio di Giuseppe Puglisi subivano un salto di qualità allorquando Drago Giovanni, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio e dichiarato esecutore di numerosi omicidi, collaborante di giustizia, appreso dell’efferato omicidio avvenuto in quello che era stato il suo territorio, il quartiere di Brancaccio, sentiva il bisogno di rendere alcune importanti dichiarazioni. Si rafforzava così maggiormente l’impianto accusatorio fino a quel momento promosso, sia in relazione al movente, sia in relazione alle intuite responsabilità dei cosiddetti reggenti della famiglia mafiosa di quella periferia.
Dunque, questo primo collaboratore di giustizia, nell’ambito delle indagini per l’omicidio di Don Pino Puglisi, riferisce il quadro ed il perché “Cosa Nostra” prende la decisione di eliminare il sacerdote. Per cui, in questa prima fase, le dichiarazioni di Drago sono nel senso che apprende da Folonari, uomo d’onore della stessa famiglia, in quanto tutti e due di Brancaccio, che nel quartiere c’era apprensione data dalla presenza di questo parroco coraggioso, impegnato nel sociale ed in tutto ciò che era antimafia, il quale, pertanto, doveva essere punito.
Dunque, da questo momento, le forze investigative cominciano a penetrare nel contesto in cui Don Pino Puglisi operava, il contesto ambientale di Brancaccio, e ad approfondire il fastidio che detto prete dava alla criminalità organizzata di quello scacchiere mafioso.
Le indagini, cioè, sono state indirizzate in un ambito investigativo ben preciso, vale a dire su quello che è il fenomeno omicidiario nell’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, che, come già è stato pacificamente dimostrato, con sentenze ormai divenute irrevocabili da tempo, ha delle regole ben determinate e dei moventi altrettanto precisi al riguardo: la stessa struttura di “Cosa Nostra”, articolata per territorio, influenza molto la scelta omicidiaria di detta associazione mafiosa.
Dunque il Drago riferisce che proprio per la struttura di “Cosa Nostra”, per il modo in cui “Cosa Nostra” è articolata, quell’omicidio, l’omicidio di un sacerdote, l’omicidio di un prete di così grande levatura e di tanto fulgore, non può che essere avvenuto con l’assenso di quelli che erano i riconosciuti capi storici di Brancaccio, cioè a dire di Graviano Giuseppe e Graviano Filippo, i quali risultavano essere stati entrambi condannati per il delitto di cui all’articolo 416 bis del Codice Penale, in quanto appartenenti all’organizzazione mafiosa “Cosa Nostra”, e che all’epoca detenevano il governo mafioso di quel territorio.
Il riferimento del Drago alla struttura ed al fenomeno omicidiario in “Cosa Nostra”, portava gli organi inquirenti a sentire un altro collaboratore di giustizia, Cancemi Salvatore. Costui era un uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova, nonché membro della commissione di “Cosa Nostra”, cioè dell’organismo di vertice di questa organizzazione criminale.
Dunque il Cancemi, pur non potendo riferire direttamente sull’omicidio, confermava quanto dichiarato dal Drago in ordine alla struttura ed al fenomeno omicidiario in “Cosa Nostra”, per quella che era la sua esperienza aggiornata stante che si era costituito nelle mani delle forze dell’ordine nell’imminenza dei fatti.
Si perveniva, poi, all’audizione di un altro collaboratore di giustizia, Pennino Gioacchino, il quale, apertosi alla collaborazione con la giustizia, ricostruiva in modo organico e qualificato le attività di “Cosa Nostra”, viste però stavolta non in chiave militare, come aveva riferito il Drago ed in parte anche il Cancemi, ma in chiave più altamente politica e di supporto alle attività criminali.
Le indagini, a questo punto, registravano la ennesima dissociazione di soggetti aderenti a “Cosa Nostra” e la loro fattiva e piena collaborazione.
In particolare, iniziavano a collaborare con la giustizia altri due mafiosi: i fratelli Di Filippo Emanuele e Di Filippo Pasquale, a cui si aggiungeva da lì a poco anche Cannella Tullio.
Questi collaboratori di giustizia, i due Di Filippo molto vicini ai Graviano ed il Cannella Tullio addirittura con un particolare rapporto con i Graviano medesimi, non solo rafforzavano il quadro probatorio già esistente a carico dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, ma permettevano altresì di identificare anche uno degli autori materiali dell’omicidio in Grigoli Salvatore.
E ciò, perché il contenuto delle loro dichiarazioni, rese nel tempo, è caratterizzato da un dato comune: il riferimento costante ai fratelli Graviano quali reggenti la famiglia mafiosa di Brancaccio e l’indicazione di Grigoli Salvatore quale componente del “gruppo di fuoco” facente capo a certo Mangano Antonino.Per cui, a punto, si determina un quadro che consente di delineare il contesto ambientale in cui il delitto era maturato e di focalizzare il volto e il nome dei mandanti dell’uccisione dell’esponente del clero siciliano, quadro che si riesce a ricostruire attraverso le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia proprio su quella che è la struttura di “Cosa Nostra” nel quartiere Brancaccio. Ma si ha anche l’indicazione dell’esecutore materiale in questo Grigoli Salvatore appartenente ad un “gruppo di fuoco” - il “gruppo di fuoco” è una formazione di killer a disposizione delle varie famiglie di “Cosa Nostra” - che era a servizio dei Graviano e di Mangano Antonino, soggetto quest’ultimo appartenente a “Cosa Nostra” che successivamente prenderà il posto dei primi allorchè gli stessi verranno arrestati a Milano in una brillante operazione di polizia condotta dai carabinieri del nucleo operativo di Palermo.
Le indagini sull’assassinio di Giuseppe Puglisi subivano un ulteriore impulso allorquando altri noti collaboratori di giustizia rendevano alcune importanti dichiarazioni in ordine all’efferata scelta omicidiaria.
La loro fattiva e piena collaborazione, unitamente alle menzionate dichiarazioni di quanti erano stati vicini all’ucciso e con lui avevano collaborato nella sua opera sociale e pastorale, hanno così rafforzato l’impianto investigativo fino a quel momento promosso, sia in relazione al movente sia per quanto concerne le intuite responsabilità dei cosiddetti reggenti della famiglia mafiosa di Brancaccio.
Tralasciando qui di esporre dettagliatamente il contenuto delle dichiarazioni rese nel tempo dai vari collaboratori di giustizia, quello che è interessante sottolineare in questa sede è il dato comune che le caratterizza: il riferimento costante ai fratelli Graviano sopramenzionati, quali reggenti la famiglia mafiosa di Brancaccio, e l’indicazione, quale esecutore materiale, di questo Grigoli Salvatore, componente del gruppo di fuoco, specializzato nel commettere omicidi, che operava all’interno del mandamento di Brancaccio e che, all’epoca dell’omicidio di Padre Puglisi, faceva capo a certo Mangano Antonino, soggetto appartenente anch’egli a “Cosa Nostra”.
Sulla base di detti elementi certi, le indagini relative all’omicidio che ci occupa, a quel punto, erano sfociate nella emissione di una ordinanza di custodia cautelare nei confronti dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, quali mandanti dell’omicidio del sacerdote, nonché nei riguardi di uno degli esecutori materiale del crimine, Grigoli Salvatore.
Le intense e penetranti indagini preliminari scaturite dall’uccisione di Don Pino Puglisi ed attivamente condotte sia sul contesto mafioso di Brancaccio che in campo nazionale sull’attività criminosa della famiglia di quel quartiere di periferia, sono state chiuse dopo ben due anni con la richiesta del Procuratore della Repubblica di rinvio a giudizio dei tre odierni imputati.
E’ appena il caso di rilevare, poi, che le ulteriori investigazioni hanno consentito di acclarare, in seguito, che l’aggressione sferrata alla Chiesa con l’uccisione di don Pino Puglisi e le altre azioni intimidatorie poste in essere in quel contesto temporale, non erano limitate al territorio di Brancaccio ma erano strettamente collegate ad una più vasta e totalizzante scelta strategica di terrore perseguita a livello nazionale dall’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, continuata all’indomani dell’assassinio del povero prelato e sfociata negli attentati eclatanti del 1993 a Firenze, Roma e Milano.  
Tratto dalla sentenza del processo per l'omicidio di Padre Puglisi

 

'NDRANGHETA STRAGISTA: "IL MEMORIALE DI GRAVIANO: 'B. FECE I SOLDI GRAZIE A NOI'"

 L’ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, avrebbe avuto un “ruolo strategico” nella cattura di Giuseppe Graviano. È lo stesso boss di Brancaccio ad affermarlo nel lungo memoriale che dal carcere di Terni, dove è ristretto al 41 bis, ha inviato alla Corte d’Assise di Reggio Calabria. Va subito ricordato che Giuseppe Graviano è stato condannato per le stragi del 1992 e 1993, non è un pentito e le sue parole vanno prese con le doppie pinze. Non sono riscontrate, potrebbero essere solo messaggi infiocchettati tra menzogne e minacce. Le sue affermazioni però non possono essere ignorate come fanno i grandi giornali e restano un fatto eclatante: uno dei maggiori boss di Cosa Nostra, solitamente adusi al silenzio, scrive nero su bianco ai giudici di essere creditore e vittima di Silvio Berlusconi. La Corte di Assise di Reggio da martedì è in camera di consiglio per decidere su ben altro: la richiesta di ergastolo del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo nei confronti di Graviano e del calabrese Rocco Santo Filippone, entrambi accusati di essere i mandanti del duplice omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo consumato il 18 gennaio 1994. La sentenza potrebbe arrivare in giornata ma in queste ore a tenere banco sono le circa cinquanta pagine che Giuseppe Graviano ha letto, riletto, corretto a penna e inviato ai giudici reggini che potrebbero infliggergli l’ennesima condanna. Il memoriale cristallizza la scelta di parlare in aula nei mesi scorsi quando il boss ha puntato il dito contro il fondatore di Forza Italia. L’incipit di Graviano è contro i pentiti che lo hanno accusato durante il processo. Poi Graviano sostiene di non conoscere Marcello Dell’Utri e nella parte finale si dedica a “la vera natura del rapporto con Berlusconi”. Sullo sfondo ci sono sempre i 20 miliardi che il nonno materno di Giuseppe Graviano (a dire del boss) avrebbe dato – insieme ad altri imprenditori di Palermo – a Berlusconi negli anni 60 e 70. Quando Graviano al processo ’Ndrangheta stragista tirò fuori la storia, l’avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini, replicò che le sue affermazioni “sono platealmente destituite di ogni fondamento, sconnesse dalla realtà nonché palesemente diffamatorie”. Per Ghedini, Graviano stava “inventando incontri, cifre ed episodi inverosimili e inveritieri” “Mi rendo solo ora conto però – insiste Graviano nel memoriale – che a fine ’93 qualcosa cambia intorno al sottoscritto, e questo momento corrisponde, a mio avviso e a mente lucida, con l’ultimo incontro che ho avuto con Berlusconi a Milano (in precedenza lo avevo incontrato altre due volte). In quell’incontro si parlò di mettere, dopo tanti anni (più di 20), nero su bianco quello che era stato pattuito con mio nonno, Quartararo e gli altri investitori palermitani. Negli anni i rapporti con Berlusconi, come ho già riferito, erano stati curati da mio cugino Salvo anche perché io ero sempre latitante. Dopo più di venti anni però, gli investitori, che non avevano ricevuto alcuna somma rispetto all’investimento iniziale, intendevano ottenere i propri utili e formalizzare l’accordo davanti ad un notaio”. Stando alla ricostruzione di Graviano, l’appuntamento a Milano presso lo studio di un notaio era stato fissato nella prima settimana del febbraio 1994. Ma quell’incontro tra Berlusconi, Giuseppe Graviano e il cugino Salvo non si fece mai. Il boss è stato catturato il 27 gennaio con il fratello Filippo a Milano. Stessa sorte è toccata al cugino che “il 2 febbraio 94 era stato arrestato con l’accusa infamante di aver commesso un omicidio”, da cui poi è stato assolto. Graviano sorvola sul perché nessun altro della sua famiglia abbia rivendicato quell’antico credito in tutti questi anni, ma si concentra sul suo arresto avvenuto a Milano, il giorno dopo la discesa in campo di Berlusconi. Qualcuno o più di qualcuno aveva interesse a toglierci di mezzo”. Il j’accuse di Graviano è esplicito: “L’arresto di Milano è stato veramente singolare e inaspettato. Sono certo che un ruolo, oltre chiaramente alle forze dell’ordine, sia da attribuire a Contorno e a Berlusconi”. Cosa c’entra il boss pentito, Salvatore Contorno, con il leader di Forza Italia? Stando alla versione un po’ cervellotica del boss, sarebbe stato il “gruppo Contorno” a fare “scattare l’attività investigativa conducendo gli inquirenti a Milano. Vi è però un’altra persona che ha avuto un ruolo strategico in tutto ciò: Berlusconi”. Per Graviano Berlusconi avrebbe “avuto sempre un rapporto stretto e privilegiato con il gruppo Contorno, Bontate e soci” peccato che Contorno non abbia mai parlato di rapporti con Berlusconi. A dire del boss, che si professa innocente per le stragi, la sua carcerazione sarebbe stata utile per non restituire i proventi degli antichi investimenti dei siciliani sul Berlusconi. Per Graviano “queste manovre messe in atto da “qualcuno” o più di “qualcuno”, hanno fatto guadagnare al signor Berlusconi, alla fine degli anni 60, la cifra di ben 20 miliardi di lire, che si dovevano tradurre nel 20 per cento degli investimenti fatti negli anni dallo stesso. Quello che è accaduto in tutti questi anni, compresa la volontà di tenermi ristretto al 41 bis e in area riservata, è la dimostrazione di quello che ho appena descritto”. Alla fine, al di là dei passaggi poco credibili, resta il messaggio: il boss Graviano chiede soldi a Berlusconi. (da "Il Fatto Quotidiano" del 24 luglio 2020)

 

Il "gruppo di fuoco" dei Graviano   Come è noto, e come hanno ben argomentato i primi giudici, il potere mafioso si avvaleva, all’epoca dell’omicidio di Padre Puglisi, e si avvale tuttora, di gruppi che operano sul territorio a vari livelli per la realizzazione delle singole operazioni criminali, che vanno dalle estorsioni alle rapine, al traffico di armi e stupefacenti ai sequestri di persone e agli omicidi.

Questi ultimi venivano portati a compimento da speciali corpi armati, dotati di cospicui arsenali, inseriti in una vasta rete protettiva di covi e reticoli relazionali in grado di assicurare coperture e latitanze. Tali squadre avevano compiti specifici diversificati: vi erano i picchiatori, gli addetti a bruciare i negozi, a rubare macchine, a riscuotere il pizzo, a fare le telefonate estorsive, ad eseguire sequestri di persone ed uccisioni.
Organizzava e sovrintendeva i vari gruppi criminali una figura dominante, dotata di carisma e di capacità gestionali, la quale era in genere candidata a succedere alla massima carica del mandamento.
Tale aspirante capo era anche colui che dirigeva il così detto “gruppo di fuoco”: l’unità militare armata che custodiva e maneggiava le armi ed uccideva sparando alle vittime designate.
Il gruppo di fuoco era una vera e propria struttura militare, composta da killers abilmente selezionati dagli uomini di vertice di Cosa Nostra, i quali, dopo un periodo di tirocinio nell’esecuzione di reati meno gravi e di attenta osservazione delle capacità operative dimostrate, destinavano i più abili all’esecuzione degli omicidi.
Questi soggetti, specializzati nell’esecuzione di omicidi, occupavano una posizione privilegiata all’interno dell’ambiente mafioso, perché autorizzati a custodire e maneggiare le armi.
Attorno al ristretto gruppo di fuoco ruotava, poi, una cerchia di altri personaggi di fiducia e di provata capacità in grado di fornire supporto, ausilio e sostegno logistico.
Il gruppo di fuoco in assetto operativo era, dunque, una formazione militare costituita da soggetti feroci autorizzati a sparare e da altri soggetti pronti ad intervenire in funzione di appoggio o per offrire copertura. Per quel che qui interessa, Grigoli Salvatore ha raccontato che era divenuto killer di fiducia di Mangano Antonino, il quale lo aveva aggregato ad un gruppo specializzato nel commettere omicidi.
Tale gruppo operava all’interno del mandamento di Brancaccio ed aveva avuto una composizione variegata man mano mutata nel tempo col ricambio di nuovi personaggi che sostituivano quelli receduti (come ad esempio Di Filippo Emanuele) o via via arrestati. Dapprima ne era capo Graviano Giuseppe e dopo Mangano Antonino.
Mangano Antonino era sostanzialmente il capo di un “gruppo di fuoco feroce che aveva a disposizione una serie di personaggi killer”; eseguiva gli ordini impartiti dai Graviano e, dopo l’arresto di questi ultimi, era divenuto addirittura reggente della famiglia e del mandamento di Brancaccio.
In particolare, il Grigoli ha riferito di aver fatto parte del “gruppo di fuoco” della famiglia mafiosa dei Graviano insieme a Mangano Antonino, coordinatore del gruppo stesso, Giacalone Luigi, Lo Nigro Cosimo, Spatuzza Carmine, Giuliano Francesco, Tutino Vittorio, Romeo Pietro e Di Filippo Pasquale; di aver ricevuto dai fratelli Graviano, tramite il Mangano, l’ordine di uccidere il sacerdote; di avere incontrato occasionalmente quest’ultimo per strada, mentre ritornava nella sua abitazione; di avere, insieme allo Spatuzza, al Giacalone ed al Lo Nigro, organizzato nella immediatezza l’omicidio già deciso in precedenza; di avere sparato al sacerdote alla nuca con una pistola munita di silenziatore con l’aiuto dello Spatuzza, mentre il Giacalone ed il Lo Nigro si trovavano alla guida delle rispettive autovetture ad aspettarlo.
Or bene il collaborante Calvaruso Antonio ha riferito che del gruppo di fuoco di Brancaccio, all’epoca dei fatti in esame, facevano parte, oltre che il Grigoli, Mangano Antonino, Spatuzza Gaspare, Lo Nigro Cosimo, Giuliano Francesco, Tutino Vittorio e Giacalone Luigi. Impartivano loro ordini dapprima Giuseppe Graviano e, dopo l’arresto di quest’ultimo, Mangano Antonino, il quale, - sempre secondo rivelazioni dei collaboranti - era divenuto il nuovo reggente del mandamento di Brancaccio. Il Calvaruso ha precisato, altresì, che quando Giuseppe Graviano era stato catturato facevano parte del citato gruppo Gaspare Spatuzza, Francesco Giuliano, Cosimo Lo Nigro, Luigi Giacalone, Vittorio Tutino; dopo l’avvento del Mangano si sono aggiunti Pietro Romeo e Pasquale Di Filippo. Il gruppo di fuoco disponeva di diverse basi operative nonché di una nutrita dotazione di armi e munizioni, la maggior parte delle quali, allorchè il gruppo operava sotto le direttive del Graviano, era custodita dagli appartenenti al mandamento di Brancaccio-Ciaculli, mentre il resto era nella disponibilità di quelli di Corso dei Mille. Di Filippo Emanuele ha dichiarato che “la famiglia di Roccella era stata data in mano a Mangano Antonino, insieme al Giacalone e al Grigoli”: Queste persone erano dedite alle stesse attività illecite del gruppo di fuoco di Brancaccio: omicidi, estorsioni ed altro.  Romeo Pietro ha aggiunto che il “gruppo di fuoco” era specializzato nell’eseguire i crimini più gravi: “...uccidere le persone...lupare bianche...estorsioni, stragi...” Lo dirigeva prima Giuseppe Graviano; dopo l’arresto di quest’ultimo, Antonino Mangano. In effetti, dalle tante prove acquisite agli atti del processo risulta che erano i Graviano a trasmettere ordini dal carcere, indicando le persone che dovevano essere soppresse; chi operava in concreto era, tuttavia, il Mangano, coordinatore di detto “gruppo di fuoco”. Ciaramitaro Giovanni, cooptato nell’organizzazione mafiosa nell’anno 1993, infine, ha riferito che del gruppo di fuoco hanno fatto parte anche Giacalone Luigi e Spatuzza Gaspare, come aveva saputo da Giuliano Francesco.  Quanto alla costituzione del “gruppo di fuoco” facente capo alla famiglia mafiosa dei Graviano ed alla individuazione dei soggetti che ne hanno fatto parte, quindi, la dichiarazione del Grigoli ha trovato ampia conferma nelle convergenti dichiarazioni dei numerosi collaboranti prima indicati, di guisa che l’attribuzione dell’omicidio di Padre Pino Puglisi (dagli amici chiamato affettuosamente 3 P, in quanto tutto comincia con la lettera P) a tale gruppo, ritenuta dai primi giudici nell’impugnata sentenza, contrariamente a quanto sostenuto dalla Difesa, è, tra l’altro, anche una deduzione logica pienamente condivisibile da questa Corte. Senza pregio alcuno, inoltre, deve ritenersi anche l’altra censura difensiva riguardante il periodo di costituzione di detto gruppo, tenuto conto che dalle dichiarazioni di alcuni dei suddetti collaboranti è emerso che la formazione era operante ancor prima dell’arresto dei fratelli Graviano e che il capo coordinatore della stessa era il Mangano, il quale, come già detto, ha preso il posto dei Graviano dopo il loro arresto. Alla luce delle rivelazioni del collaboratori di giustizia, che hanno trovato pieno riscontro negli accertamenti investigativi, adunque, risulta acclarata l’esistenza, coevamente all’uccisione del parroco della chiesa di San Gaetano, di una formazione militare costituita da un gruppo di uomini ferocissimi, con a disposizione armi potentissime, pronti a commettere qualsiasi tipo di crimine, e con una sede come base operativa per torture, scomparse ed assassinii (la così detta camera della morte); la commissione, da parte di questa formazione, di una serie interminabile di gravi delitti nel territorio in genere e nel contesto sociale del quartiere di Brancaccio in particolare; la diretta subordinazione di questo gruppo di uomini alle necessità funzionali della famiglia mafiosa capeggiata dai fratelli Graviano; infine, la evidente utilità di questi delitti al consolidamento del potere criminale e di terrore esistente in quel quartiere. Di conseguenza, l’attribuzione dell’omicidio del povero padre Puglisi al “gruppo di fuoco” operante all’epoca nel territorio di Brancaccio, come espressamente riferito dall’imputato collaborante Grigoli Salvatore e come esattamente argomentato e ritenuto dai giudici di prime cure, non può che essere confermata pienamente anche da questa Corte, essendo evidente l’utilità di detto delitto al consolidamento del potere mafioso esistente in quel quartiere periferico della città di Palermo. 
Tratto dalla sentenza Processo omicidio Padre Puglisi

 

Stragi, accertamenti della procura di Firenze sull’arresto dei fratelli Graviano. Il boss disse in aula: “Da lì scoprirete i veri mandanti”L'ufficio inquirente guidato da Giuseppe Creazzo indaga sulle stragi del 1993 a Firenze, Milano e Roma. Nelle ultime settimane gli inquirenti acquisito elementi per chiarire alcuni aspetti dell’arresto dei boss di Brancaccio, avvenuto a Milano, al ristorante Gigi il cacciatore di via Procaccini, la sera del 27 gennaio del 1994. Il capomafia in aula aveva detto al pm: "Vada ad indagare sul mio arresto e sull’arresto di mio fratello Filippo e scoprirà i veri mandanti delle stragi, scoprirà chi ha ucciso il poliziotto Agostino e la moglie, scoprirà tante cose" Un’indagine sull’arresto dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. È quella che stanno portando avanti gli investigatori della Dia di Firenze su input della procura del capoluogo toscano. L’ufficio inquirente guidato da Giuseppe Creazzo sta indagando sulle stragi del 1993 a Firenze, Roma e Milano e sugli attentati del 1994 allo stadio Olimpico e al pentito Totuccio Contorno. Nelle ultime settimane gli inquirenti hanno acquisito elementi per chiarire alcuni aspetti dell’arresto dei fratelli Graviano, avvenuto a Milano, al ristorante Gigi il cacciatore di via Procaccini, la sera del 27 gennaio del 1994. A dare notizia è l’agenzia Ansa che la accredita ad ambienti investigativi: l’attività d’indagine ha già portato ad alcuni interrogatori mentre altri sono in programma. La procura di Firenze ha riaperto le indagini sulle stragi dopo le intercettazioni in carcere di Graviano con Umberto Adinolfi. Sul registro degli indagati erano iscritti i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, almeno fino al novembre dello scorso anno. Grazie al fatto che figurasse tra gli indagati per le stragi del 1993, infatti, il leader di Forza Italia si è potuto avvalere della facoltà di non rispondere quando è stato citato come testimone al processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. Il nome di Berlusconi è stato evocato più volte dallo stesso Graviano durante le udienze del processo Ndrangheta stragista, in corso davanti alla corte d’Assise di Reggio CalabriaDurante una serie di udienze il boss di Brancaccio ha sostenuto di essere stato in affari con l’ex presidente del consiglio, grazie agli investimenti compiuti dal nonno a Milano negli anni ’70. Ha parlato di “imprenditori di Milano” che non volevano fermare le stragi. E poi ha invitato la procura a indagare sul suo arresto per scoprire i mandanti delle stesse stragi. “Vada a indagare sul mio arresto e sull’arresto di mio fratello Filippo e scoprirà i veri mandanti delle stragi, scoprirà chi ha ucciso il poliziotto Agostino e la moglie, scoprirà tante cose”, ha detto Graviano al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo il 23 gennaio scorso. Che intendeva dire ? Cosa c’entra il suo arresto con l’omicidio mai risolto del poliziotto Nino Agostino, ucciso in Sicilia insieme alla moglie del 1989? E che c’entra l’arresto dei Graviano coi mandanti delle stragi? I fratelli di Brancaccio vengono fermati a Milano. A incastrarli è involontariamente Giuseppe D’Agostino, un palermitano che va trovarli a Milano per accompagnare il figlio Gaetano a fare un provino con i pulcini Milan. “Se i carabinieri diranno la verità su come sono andati i fatti, se anche D’Agostino Giuseppe dirà chi li ha invitati a fare il provino al Milan, e la società di Milano, voi scoprirete chi sono i veri mandanti”, ha detto tra le altre cose il boss in aula. Il pm lo ha incalzato: “Lei ci vuole dire oggi chi sono i responsabili delle stragi?”. “Io non faccio l’investigatore”, ha risposto fiero il boss prima di aggiungere: “Io dentro al carcere ho incontrato certe persone, che mi hanno raccontato che a imprenditori di Milano interessava che non si fermassero le stragi”. Chi sono questi imprenditori? “Madre natura”, come lo chiamavano i suoi uomini, non ha risposto limitandosi a dire semplicemente che “si evince anche dalle intercettazioni con Adinolfi. Io parlo di un imprenditore, come si evince dalle intercettazioni, però a me non fate dire nessun nome perché io non riferirò nessun nome”. Poi il pm ha esplicitato la madre di tutte le domande: “Silvio Berlusconi è tra i veri mandanti delle stragi?”. Graviano, però, non ha risposto. Prima si è innervosito. Poi, redarguito dalla giudice Ornella Pastore, ha detto: “Dottoressa, io per il momento non mi ricordo”. L’ennesimo messaggio trasversale del boss che custodisce i segreti delle stragi.di F. Q. | 21 LUGLIO 2020

 

Mafia, trovato il libro mastro del clan Graviano. Ecco la spending review varata da Cosa nostra In tempi di crisi, anche Cosa nostra ha attuato la sua spending review. Lo rivela un documento eccezionale ritrovato dai finanzieri del nucleo speciale di polizia valutaria: è l’ultimo libro mastro della famiglia mafiosa di Filippo e Giuseppe Graviano, i boss delle stragi, che possono contare ancora su un cospicuo patrimonio. In alcuni foglietti sono indicati i nuovi stipendi per i familiari dei mafiosi e i fedeli prestanome dei boss. E i tagli sono evidenti, rispetto alle cifre scoperte alcuni anni fa, nell’ambito di un’altra indagine sul clan di Brancaccio. Gli stipendi sono proprio dimezzati. “4.000 Bib.”, scriveva qualche mese fa uno dei ragioneri del clan. “4000 F.”, “4000 Picc.”. Secondo i finanzieri coordinati dal tenente colonnello Pietro Vinco, queste sono le paghe mensili corrisposte dall’organizzazione alle donne dei Graviano. “Bib.” sta per Bibbiana, ovvero il secondo nome di Rosalia Galdi, la moglie di Giuseppe Graviano. “F.” è Francesca Buttitta, la moglie di Filippo. “Picc.” sta perpicciridda, ovvero la piccola di casa, Nunzia, la sorella dei Graviano, anche lei attualmente in carcere con l’accusa di aver gestito il patrimonio di famiglia.Solo 1.000 euro al mese, invece, per il più grande dei fratelli Graviano, Benedetto, che è sempre rimasto ai margini del clan. Nel libro mastro è indicato come “Ciccio Benni”.

Sfoglia il libro mastro dei boss di Brancaccio  Stipendi tagliati anche per i prestanome. “2.500 Enzo”, è annotato nell’appunto. Secondo i finanzieri potrebbe essere un riferimento a Vincenzo Lombardo, il gestore di un pompa di benzina Ip, di recente coinvolto nell’ultimo sequestro di beni a carico del clan Graviano. Nello stesso appunto è scritto: “2.500 Ip Leonardo”. Chi indaga ritiene che si riferisca allo stipendio di un altro inospettabile prestanome, pure lui impegnato nella gestione di un rifornimento carburante per conto di Cosa nostra. Un altro indizio, in quel foglietto, dice che l’ultimo business dei boss è nelle pompe di benzina: “500 Scalia”. Potrebbe essere un riferimento a un piccolo distributore che si trova in piazza Scalia, a Palermo.Di certo, qualche mese fa, il nucleo speciale di polizia valutaria oggi diretto dal generale Giuseppe Bottillo, ha sequestrato un patrimonio da 30 milioni di euro ai Graviano. Durante una perquisizione negli uffici di un distributore di benzina, lungo la circonvallazione, è stato poi trovato il libro mastro che oggi Repubblica.itmostra in esclusiva: dopo lunghi accertamenti, il pubblico ministero Dario Scaletta ha depositato ieri il documento al tribunale misure di prevenzione. Le carte dicono che la spending review di Cosa nostra ha colpito soprattutto il popolo dell’organizzazione mafiosa oggi in carcere. Solo 1000 euro al mese per la moglie di uno dei killer più fedeli al servizio dei Graviano, oggi anche lui al carcere duro. Cinquecento euro in più per la moglie di un prestanome finito in cella. Ecco cosa annotava il ragioniere del clan: “1.500 stipendio Maria”, ovvero Maria Anna Di Giuseppe, la moglie di Giuseppe Faraone. E poi: “1.000 stipendio Antonella”. Secondo i finanzieri sarebbe un riferimento ad Antonietta Lo Giudice, la moglie del superkiller Giorgio Pizzo. Qualche mese fa, la signora Lo Giudice ha fatto una scelta coraggiosa, una scelta d’amore: ha deciso di seguire il suo nuovo compagno, Fabio Tranchina, un tempo l’autista di Giuseppe Graviano, oggi è un collaboratore di giustizia. E al clan non è rimasto che prenderne atto: alla signora Lo Giudice lo stipendio è stato revocato, e la somma  –  sotto forma di buoni benzina – è stata girata alla figlia, che si è schierata con il padre in carcere e ha deciso di restare a Palermo. Insomma, sono ormai lontani i tempi in cui i Graviano facevano sapere dal carcere, tramite un loro avvocato di fiducia: “Vorremmo che si raddoppiassero gli stipendi per agosto”. E poi ancora: “Subito la Mercedes classe E 200 Kompressor”. I boss volevano che le loro mogli si muovessero comodamente a Nizza. Era il 1999. Adesso, le signore Graviano hanno preso casa in un condominio a pochi passi dalla stazione centrale di Palermo. Anche per i boss la spending review era ormai diventata una necessità, e non solo per la crisi economica, ma soprattutto per i pesanti colpi inferti da magistratura e forze dell’ordine. di SALVO PALAZZOLO – palermo.repubblica.it

 

Dietro i prestanome c'erano i fratelli Graviano: confiscati beni per oltre 10 milioni di euroAi boss di Brancaccio, Filippo e Giuseppe, all’ergastolo per le stragi di Capaci e via d'Amelio, sono stati sequestrati tre distributori di carburante, una rivendita di tabacchi, un parcheggio e dieci immobili tra villini, appartamenti e terreni  Confiscati beni per oltre 10 milioni di euro al nucleo di polizia economico-finanziaria ai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, reggenti del mandamento di Brancaccio, condannati all’ergastolo per le stragi di Capaci e via d'Amelio in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta  Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il provvedimento è stato emesso dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo ed ha riguardato tre distributori di carburante, una rivendita di tabacchi, un parcheggio e dieci immobili tra villini, appartamenti e terreni.  Dalle indagini, svolte dalle fiamme gialle e coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia, è emerso che attraverso la gestione delle attività sopra elencate e in particolare della vendita al dettaglio di carburante, i fratelli Graviano avevano investito ingenti capitali. Sin dai primi anni '90 avrebbero acquisito diverse aree di servizio di grandi dimensioni collocate in posizioni strategiche vicino all'ingresso autostradale del capoluogo siciliano. Gli accertamenti economico-patrimoniali svolti dal Gico del nucleo di polizia economico-finanziaria, inoltre, hanno dimostrato che dietro l'ingente sperequazione c'erano dei prestanome insospettabili. 13 giugno 2018 PALERMO TODAY

 

La "religiosità" dei Graviano La Difesa ha sostenuto nei motivi di gravame che i fratelli Graviano non avrebbero potuto ordinare un omicidio così eclatante, in quanto per loro sarebbe stato del tutto controproducente, avendo gli stessi tutto l’interesse al mantenimento dello “status quo” Si assume, al riguardo, che l’uccisione di “un sacerdote che godeva di una certa considerazione” non poteva considerarsi una “eliminazione di routine” ma doveva “ritenersi un omicidio eccellente”, con la conseguente previsione che avrebbe concentrato su quel territorio l’attenzione delle forze investigative: “eliminare padre Puglisi significava soltanto sovraesporre il territorio, quel territorio ed in particolare chi lo reggeva”.Non a caso, aggiunge sempre la Difesa, la cattura dei fratelli Graviano “prende le mosse proprio dalla concentrazione di forze in quel territorio e dalla attenzione che viene loro rivolta come possibili mandanti”.  Detto argomento difensivo, a parere della Corte, si appalesa del tutto incongruo e comunque tale da non scalfire neppure minimamente quello che è il pregnante quadro accusatorio nei confronti degli odierni appellanti.  Ed invero, anche le terribili stragi del 1992, in cui tragicamente hanno perso la vita i giudici Falcone e Borsellino e le persone a loro vicine o che con loro si trovavano, era prevedibile che avrebbero provocato gravi reazioni sul piano investigativo e giudiziario contro l’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, così come in effetti è avvenuto, e nonostante ciò gli autori efferati delle stesse non hanno desistito per nulla dal loro vile proposito criminoso.
Non bisogna dimenticare, poi, che il grave episodio criminoso che ci occupa non può essere esaminato prescindendo dal considerare il contesto mafioso in cui è maturato ed è stato portato a compimento e l’ondata di violenza scatenata dall’organizzazione criminale “Cosa Nostra” a livello nazionale in cui è inserito.
Nell’anno 1992, infatti, si era assistito ad una intensa stagione di delitti, culminata con le ricordate stragi Falcone e Borsellino, nonché con altri omicidi eccellenti, quali quelli dell’onorevole Salvo Lima e del finanziere Ignazio Salvo.
E l’ondata di violenza non era destinata certo ad esaurirsi con detti delitti, poiché era stata scatenata, al contempo, una campagna terroristica da parte dei vertici di alcuni gruppi criminali mafiosi sfociata nei noti attentati del 1993 presso le città di Firenze, Roma e Milano, nella prospettiva di realizzare un clima di destabilizzazione mediante stragi e atti di terrorismo, finalizzati ad instaurare nuove relazioni esterne con settori del mondo politico, al fine di ristabilire la forza e l’impunità dell’organizzazione mafiosa.
Sempre nell’anno 1993 veniva sferrato un vile attacco ai pentiti con il gesto terribile ed eclatante del rapimento del giovane figlio del collaborante Di Matteo Mario Santo, successivamente barbaramente strangolato e disciolto nell’acido, mentre l’aggressione alla Chiesa, come Istituzione, veniva espressa con l’uccisione di Don Pino Puglisi, prete coraggioso che si batteva per gli emarginati fra i quali la mafia arruola le sue reclute, un prete il cui impegno non si era limitato alla testimonianza della fede ma si era esteso all’attuazione di progetti rivolti ad aiutare i ceti più umili, nel tentativo di avviare nel tessuto sociale sfiduciato del quartiere di Brancaccio un processo reale di rigenerazione collettiva e di riscatto dal clima di intimidazione e di violenza mafiosa.
Ebbene, la verifica giudiziale delle prove raccolte ed acquisite agli atti del processo, utilizzate per la ricostruzione della efferata vicenda omicidiaria in esame e per l’affermazione della responsabilità degli scellerati autori della stessa, consente di affermare, con certezza, che i fratelli Graviano ebbero a condividere in pieno la così detta “strategia stragista continentale” voluta da Totò Riina e da loro espressa attraverso la distruzione di edifici sacri, di monumenti e di bellezze artistiche e culminata con l’uccisione dell’esponente di punta del clero siciliano.     La Difesa, nei motivi a sostegno del proposto appello, ha dedotto, tra l’altro, che i giudici di prime cure avevano del tutto ignorato un dato comportamentale dei fratelli Graviano, di particolare pregnanza, e cioè che gli stessi, come già riferito da un cameriere del ristorante “Il Cacciatore” di Milano al Capitano dei Carabinieri Brancadoro, “facevano il segno della croce mettendosi a tavola”.
Dunque, secondo la difesa, “un significativo genuino profilo di religiosità”, questo, “oggetto di ripetuta attenzione in circostanze sicuramente non sospette”.
“Significativo”, dal momento che si tratterebbe di “manifestazioni di cristianità assolutamente estranee alla esperienza della maggior parte dei praticanti, a maggior ragione ove si consideri che tali manifestazioni di fede sarebbero intervenute in locali pubblici, in presenza di ben altre attenzioni, sollecitazioni e, perché no, di quei ricorrenti condizionamenti che fanno capo al così detto rispetto umano”.
“Una così manifesta, spontanea sensibilità”, sempre secondo quanto sostenuto dalla Difesa, “non appare in alcun modo conciliabile con la truce aggressione di un messaggero di Cristo”.
Ebbene, a parere della Corte, l’asserito profilo di religiosità, pubblicamente esternato dai fratelli Graviano ed oggetto di attenzione da parte di taluni soggetti, non può considerarsi una spontanea e genuina manifestazione di cristianità.
Ed invero, anche a prescindere dal fondato sospetto che un tale comportamento possa essere stato preordinato per “future significazioni defensionali”, e, quindi, essere falso e strumentale, è inverosimile immaginare che lo stesso, in quanto posto in essere da due soggetti mafiosi come i fratelli Graviano, appartenenti ad una temibile famigerata organizzazione criminale, già condannati per innumerevoli gravissimi delitti di mafia, sia manifestazione spontanea e sincera di fede cristiana.
E’ difficile credere che due persone che hanno ammazzato o comandato di ammazzare per conquistare potere e denaro siano talmente presi dal rispetto umano e così carichi di senso cristiano da rivolgersi anche in pubblico e sinceramente a Dio come fonte di verità per ringraziarlo e lasciarsi guidare da Lui.
Il vero si è che bisogna riconoscere che qualcosa di ambiguo c’è in questa presunta religiosità dei mafiosi.
E l’ambiguità diventa contraddizione ove si esaminano attentamente alcune manifestazioni religiose dei mafiosi stessi.
Bisogna ammettere, allora, che l’Essere Supremo in cui i veri cristiani credono non sia lo stesso di quello in cui crede un mafioso: se le parole e certi atteggiamenti esteriori sono simili, infatti, diversi sono i contenuti della fede e le scelte esistenziali.
Si è molto discusso ultimamente sulla così detta religiosità dei mafiosi, specie a seguito della cattura di noti esponenti di spicco dell’organizzazione criminale “Cosa Nostra”.
Che molti di questi ultimi abbiano una religiosità è indubbio, perché una religiosità mafiosa si coglie da tanti segnali: bisogna chiedersi, però, che tipo di religiosità sia e che tipo di rapporto abbia con quella cristiana.
Or bene, quella dei mafiosi non è e non può essere una religiosità cristiana, sibbene una religiosità senza Dio.
E’ una religiosità senza Vangelo, perché il Vangelo di Gesù è quello delle beatificazioni, è il Vangelo che proclama beati i poveri, i non violenti, i costruttori di pace, i perseguitati, coloro che cercano la giustizia e sono capaci di misericordia coloro che sono pronti a sacrificarsi per difendere la dignità degli uomini, come il buon povero Padre Puglisi, il cui martirio è il prezzo della fedeltà a Cristo in ogni tempo.
Secondo il Vangelo non si uccide, tanto meno un “messaggero” di Cristo: Gesù ha fatto del bene a tutti ed è morto ammazzato sulla croce come supremo atto di amore verso l’umanità intera.
Che cosa c’è, allora, della fede cristiana in questa asserita religiosità dei mafiosi? Nulla!
Se guardiamo alle innumerevoli e sanguinarie azioni delittuose dei mafiosi, infatti, nella loro religiosità di cristianesimo non c’è proprio nulla.
Un vero cristiano, quando sbaglia sa di commettere peccato e chiede perdono a Dio.
Non pare che in questa religiosità mafiosa ci sia il senso del peccato e quindi il bisogno di conversione.
Solo in rarissimi casi di vero pentitismo, è riemerso nell’ex mafioso un senso più autentico di religiosità, forse legato al ritorno della religiosità di quando era fanciullo, ed è affiorata l’anima cristiana unitamente ai valori etici del giusto e dell’onesto.
In realtà, i simboli e certi atteggiamenti esteriori dei mafiosi sono mutuati dalla religione cristiana: vi è, tuttavia, un profondo abisso tra l’invocazione religiosa che fanno questi soggetti, consolatoria ed autogiustificante, e la coerenza evangelica della loro esistenza e del loro quotidiano agire.
Il comportamento individuale e sociale dei mafiosi non ha nulla a che fare con la morale evangelica, perché non è conseguenza di un rapporto con Dio, e, quindi, genuino profilo di cristianità siamo, invece, come è stato acutamente osservato, all’interno di una “visione magica” che tende ad usare la religione per la realizzazione dei propri progetti illeciti, piuttosto che per mettersi alla sequela di Gesù Cristo, che tutto vede e tutto ascolta, e lasciarsi guidare da Lui.  Si tratta, quindi, di una religiosità alquanto ambigua, certamente distorta, comunque vuota di contenuti; di una “religiosità senza Dio”, di un “ateismo religioso”, come pure è stato detto. Come tale, del tutto estraneo al vero cristianesimo e, conseguentemente, ben compatibile “con la truce aggressione in danno di un messaggero di Cristo”.
In quest’ottica, l’assunto difensivo appare del tutto privo di pregio: non rimane che la speranza e l’augurio che questi soggetti abbandonino le opere peccaminose e nefaste dell’organizzazione criminale, che tanti lutti e tanto terrore hanno seminato e che hanno distrutto le loro stesse famiglie oltre che notevolmente turbato la serena convivenza civile e sociale nella nostra terra di Sicilia.
Che si ricordino di Padre Pino Puglisi, non solo per la sua morte crudele per mano della mafia ma soprattutto per la profondità e la ricchezza del cammino interiore di fede che a quella morte lo ha condotto.
Che guardino a questo martire per la giustizia, per la carità, per la fedeltà al suo ministero, come vero modello di cristiano, per lasciarsi contestare e contagiare dalla sua vita e dalla sua morte e per riporre fedeltà al Vangelo e ai Poveri senza compromessi ed ambiguità. 
Dalla Sentenza processo omicidio Padre Puglisi

 

A CURA DI CLAUDIO RAMACCINI, DIRETTORE CENTRO STUDI SOCIALI CONTRO LA MAFIA – PROGETTO SAN FRANCESCO

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