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MATTEO MESSINA DENARO, u siccu

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 La latitanza iniziata nell’estate 1993 -  Nei suoi confronti è stato emesso un mandato di cattura per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto e altri reati minori. E da allora Messina Denaro è irreperibile. Nessuna traccia. C’è chi assicura che vivrebbe in Sicilia, spostandosi di continuo. Chi parla di interventi chirurgici al viso e ai polpastrelli. Chi dice che è protetto dalla 'ndrangheta. Chi di volta in volta lo colloca sulle tribune di uno stadio o in una spiaggia all’estero.


STRAGI DI CAPACI E VIA D’AMELIO: messina denaro condannato all'ergastolo 


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Lirio Abbate: "Vi racconto come il sanguinario Messina Denaro è diventato imprenditore invisibile"

 

Prima della strage di Capaci, Cosa Nostra aveva progettato l’eliminazione “eclatante” del giudice Paolo Borsellino, con un’autobomba a Marsala  ma i boss si rifiutarono.  Sarebbero morte troppe persone. A raccontarlo in Corte d’Assise il pentito Carlo Zichittella, nel processo a carico del superlatitante Matteo Messina Denaro, per le stragi del 1992. Borsellino dirigeva la procura della Repubblica a Marsala, tra la fine del ’91 ed i primi del ’92. Il pentito ha raccontato di aver saputo da Gaetano D’Amico della riunione che si tenne a Mazara del Vallo. I capi Francesco D’Amico e Francesco Craparotta, interpellati dalla famiglia di Mazara, si rifiutarono di eliminare Borsellino in “modalità eclatanti” e per questo furono uccisi.

Le lettere di Messina Denaro, alias Alessio, a Bernardo Provenzano

1-10-2003
1-2-2004
25-5-2004
30-9-2004
6-2-2005
30-9-2005
21-1-2006


Matteo Messina Denaro (Castelvetrano, 26 aprile 1962)  affiliato a Cosa nostrasoprannominato 'U siccu («il magro»), a causa della sua costituzione fisica, o anche Diabolik,[1] ed è considerato tra i latitanti più ricercati e pericolosi al mondo.[2] Capo e rappresentante indiscusso della mafia trapanese, risulta essere attualmente il boss più ricco e potente di tutta Cosa nostra, arrivando a esercitare il proprio potere ben oltre i confini della propria provincia, come in quelle di Agrigento e addirittura Palermo.[3] Per quanto tradizionalmente il potere assoluto sull'intera organizzazione non possa essere concentrato nelle mani di un padrino estraneo a Palermo, e sebbene dopo la morte di Salvatore Riina non vi siano più state prove di un'organizzazione piramidale di Cosa nostra, alcuni inquirenti si sono esplicitamente riferiti al latitante castelvetranese come all'attuale capo assoluto[4] Altre fonti, attualmente più realistiche, vedono il boss ormai esclusivamente alle prese con la propria latitanza, forse anche lontano dalla Sicilia, formalmente solo con il ruolo di referente mafioso della Provincia di Trapani ma senza un ruolo attivo all'interno di Cosa Nostra[5][6].  Messina Denaro è figlio di Francesco Messina Denaro, fratello di Patrizia Messina Denaro e zio di Francesco Guttadauro. Matteo Messina Denaro ricopre il ruolo di capo della cosca di Castelvetrano e del relativo mandamento. Negli anni successivi il collaboratore di giustizia Baldassare Di Maggio dichiarerà che si trattava di «un giovane rampante, anche se non è già capo, e suo padre gli ha dato un'ampia delega di rappresentanza del mandamento».[7] Insieme col padre, Messina Denaro svolgeva l'attività di fattore presso le tenute agricole della famiglia D'Alì Staiti, già proprietari della Banca Sicula di Trapani (il più importante istituto bancario privato siciliano) e delle saline di Trapani e Marsala.[7] Nel 1989 Messina Denaro venne denunciato per associazione mafiosa,[8] mentre nel 1991 si rese responsabile dell'omicidio di Nicola Consales, proprietario di un albergo di Triscina, che si era lamentato con la sua impiegata austriaca (che era anche l'amante di Messina Denaro) di «quei mafiosetti sempre tra i piedi»[9].

Nel 1992 Messina Denaro fece parte di un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani, che venne inviato a Roma per compiere appostamenti nei confronti del presentatore televisivo Maurizio Costanzo e per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli, facendo uso di kalashnikov, fucili e revolver, procurati da Messina Denaro stesso[7]; qualche tempo dopo, però, il boss Salvatore Riina fece ritornare il gruppo di fuoco, perché voleva che l'attentato a Falcone fosse eseguito diversamente[10][11]. Nel luglio 1992 Messina Denaro fu tra gli esecutori materiali dell'omicidio di Vincenzo Milazzo (capo della cosca di Alcamo), che aveva cominciato a mostrarsi insofferente all'autorità di Riina; pochi giorni dopo, Messina Denaro strangolò barbaramente anche la compagna di Milazzo, Antonella Bonomo, che era incinta di tre mesi: i due cadaveri furono poi seppelliti nelle campagne di Castellammare del Golfo[12][13]. In seguito, Messina Denaro fece anche parte del gruppo di fuoco che compì il fallito attentato al vicequestore Calogero Germanà, a Mazara del Vallo (14 settembre 1992)[14][15].

Dopo l'arresto di Riina, Messina Denaro fu favorevole alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi, insieme con i boss Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano[16][17]; gli attentati dinamitardi a Firenze, Milano e Roma provocarono in tutto dieci morti e 106 feriti, oltre a danni al patrimonio artistico[18]. Nell'estate 1993, mentre avvenivano gli attentati dinamitardi, Messina Denaro andò in vacanza a Forte dei Marmi insieme con i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e, da allora, si rese irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza: infatti nei suoi confronti venne emesso un mandato di cattura per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto e altri reati minori[7][19].

Nel novembre 1993 Messina Denaro fu tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci; infine, dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere buttato in un bidone pieno di acido[20]. Nel 1994 Messina Denaro organizzò un attentato dinamitardo contro il pentito Totuccio Contorno, insieme con Giovanni Brusca[21]; tuttavia l'esplosivo, collocato in una cunetta ai lati di una strada nei pressi di Formello, dove Contorno passava abitualmente, venne scoperto dai Carabinieri, avvertiti dalla telefonata di un cittadino, insospettito da alcuni movimenti strani[22].

Nel 1998, dopo la morte del padre Francesco (stroncato da un infarto durante la latitanza), Messina Denaro è diventato capomandamento di Castelvetrano e anche rappresentante mafioso della provincia di Trapani[23].  Il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori ha dichiarato che nel 1994 Messina Denaro si recò nella clinica oculistica Barraquer di Barcellona, in Spagna, per curare una forte miopia che lo aveva condotto a una forma di strabismo[19]. Nel 2004 il SISDE tentò di individuare Messina Denaro attraverso Antonino Vaccarino (ex sindaco di Castelvetrano già inquisito per associazione mafiosa), sfruttando le numerose conoscenze che Vaccarino aveva negli ambienti vicini a Cosa Nostra; infatti l'ex sindaco, per conto del SISDE, riuscì a stabilire un contatto con Messina Denaro proponendogli numerosi investimenti negli appalti pubblici per attirarlo in trappola: le comunicazioni con il latitante avvenivano attraverso pizzini in cui Messina Denaro usava lo pseudonimo di "Alessio" mentre Vaccarino quello di "Svetonio"; l'ex sindaco riuscì anche a prendere contatti con il boss Bernardo Provenzano attraverso il nipote Carmelo Gariffo[24]. L'11 aprile 2006, nel casolare di Corleone dove venne arrestato Provenzano, gli inquirenti trovarono numerosi pizzini mandati da "Alessio", nei quali si parlava degli investimenti proposti da Vaccarino ma anche di altri affari in attività lecite, come l'apertura di una catena di supermercati nella provincia di Agrigento e la ricerca di qualche prestanome per poter aprire un distributore di benzina nella zona di Santa Ninfa, in provincia di Trapani[7]. In seguito all'arresto di Provenzano, Messina Denaro interruppe la corrispondenza con Vaccarino, inviandogli un ultimo pizzino in cui gli raccomandava "di condurre una vita trasparente in modo da non essere coinvolto nelle indagini"[24].

Nel giugno 2009 gli agenti del Servizio Centrale Operativo e delle squadre mobili di Trapani e Palermo condussero l'indagine denominata "Golem", che portò all'arresto di tredici persone tra mafiosi e imprenditori trapanesi, accusati di favorire la latitanza di Messina Denaro fornendogli documenti falsi ma anche di gestire estorsioni e traffico di stupefacenti per conto del latitante[25]. Successivamente, nel marzo 2010 la DDA di Palermo coordinò l'indagine "Golem 2", condotta sempre dagli agenti dal Servizio Centrale Operativo e delle squadre mobili di Trapani e Palermo, che portò all'arresto di altre diciannove persone a Castelvetrano, accusate di aver compiuto estorsioni e incendi dolosi per conto di Messina Denaro ai danni di imprenditori e politici locali; tra gli arrestati figurarono anche il fratello del latitante, Salvatore Messina Denaro, e i suoi cugini Giovanni e Matteo Filardo[26][27].

Il 27 luglio 2010 il collaboratore di giustizia Manuel Pasta dichiarò che Messina Denaro, nonostante le estenuanti ricerche e gli arresti attorno a lui, avrebbe visto con alcuni mafiosi palermitani la partita di calcio Palermo-Sampdoria, giocata in casa allo stadio Renzo Barbera il 9 maggio 2010. La partecipazione all'incontro sportivo sarebbe stata solo una parte di un incontro tra il latitante e altri capi della provincia per discutere sull'organizzazione di nuovi attentati dinamitardi contro il palazzo di giustizia e la squadra mobile di Palermo, in risposta ai numerosi arresti contro esponenti mafiosi[28][29]. Inoltre nel 2010 Messina Denaro è stato inserito dalla rivista Forbes nell'elenco dei dieci latitanti più pericolosi del mondo[2].

Nel 2015 l'emittente Radio Onda Blu fornisce le immagini satellitari della sua presunta abitazione a Baden, in Germania, e della sua auto.[30][31] Tuttavia in seguito a questo fatto non si sono avute conferme né smentite ufficiali. Salvatore Rinzivillo, arrestato in un'operazione coordinata dalle Procure antimafia di Roma e Caltanissetta,[32] era stato pedinato e si è visto che si recava a Castelvetrano, il paese di Messina Denaro, dove ha incontrato un uomo che non è stato identificato ma che risponde alla descrizione di Messina Denaro. Non è stato possibile comunque risalire all'identità di questa persona, che potrebbe rappresentare quindi una svolta positiva nelle indagini o un altro binario morto. Tuttavia l'indagine ha portato un risultato positivo, perché ha condotto all'arresto dell'agente dei Servizi segreti Marco Lazzari, che stava proteggendo la latitanza di Matteo Messina Denaro.[33]

La Direzione Investigativa Antimafia ha sequestrato alcune società riconducibili a Gianfranco Becchina, che era stato indagato per traffico di reperti archeologici.[34] Tra i beni sequestrati risulta anche un'ala del castello di Castelvetrano di Federico II del 1239, divenuto Palazzo ducale dei principi Pignatelli. Poche ore dopo il sequestro, scoppia un incendio nell'ala del palazzo appena sequestrato e alcuni documenti vengono distrutti. In seguito a ciò è stata avviata un'indagine.[35]

Il 13 marzo 2018 viene annunciato l'arresto, da parte di carabinieri e DIA, di 12 capimafia e gregari che avrebbero provveduto al mantenimento di Matteo Messina Denaro.[36]

Il 29 ottobre 2018 la polizia arresta Leo Sutera, amico di Matteo Messina Denaro e considerato il capo della mafia di Agrigento. Leo Sutera era già stato arrestato nel 2012, ma l'arresto aveva suscitato forti polemiche, perché si riteneva che continuando a sorvegliarlo, come si stava già facendo da due anni, Sutera avrebbe condotto le forze dell'ordine allo stesso Matteo Messina Denaro, con il quale aveva affermato di essersi incontrato poco prima. All'epoca i carabinieri volevano continuare a sorvegliare Sutera, mentre la polizia guidata dal procuratore capo di Palermo Francesco Messineo decise di arrestarlo.[37][38]

Un pentito ha affermato che il latitante si sarebbe sottoposto ad un intervento di chirurgia plastica al volto, per non essere riconoscibile. L'intervento sarebbe avvenuto in Piemonte o in Valle D'Aosta.[39] Un informatore ha invece affermato al contrario che Matteo Messina Denaro si è fatto la plastica in Bulgaria, sia al volto sia ai polpastrelli, per non essere riconoscibile. Inoltre ha sostenuto che il latitante ha problemi di salute: non ci vede quasi più ed è in dialisi. Il testimone ha raccontato che Messina Denaro si è recato più volte a Pisa e a Lamezia Terme, e che sarebbe protetto dalla 'ndrangheta. Sul suo racconto ha indagato la Procura distrettuale antimafia di Firenze.[40] Lo stesso informatore ha portato i magistrati a dire: «si può senza dubbio affermare come i soggetti indagati hanno costruito una stabile organizzazione finalizzata a compiere molteplici fatti illeciti.» [...] «L’organizzazione è ben radicata sul territorio nazionale, in primis in Toscana e in Calabria, e si avvale senza dubbio di soggetti che hanno contatti con l’estero, quantomeno Svizzera, Germania e Nord Africa». [...] «allo stato attuale delle indagini è emerso che al di sopra dei soggetti indagati ed intercettati vi è una figura non ancora identificata, la quale viene spesso menzionata durante le conversazioni.»[41]

La sua latitanza è stata finanziata anche con il gioco d'azzardo, praticato in Sicilia e a Malta, dove l'imprenditore Carlo Cattaneo, attivo a Castelvetrano, il paese natale di Messina Denaro, si è recato più volte.[42]  Messina Denaro ha legami anche con il Venezuela, dove alcune persone legate al latitante hanno gestito i suoi interessi.[43]  Secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori e l'ex senatore Vincenzo Garraffa[44], nel 1994 Messina Denaro si attivò per fare votare Antonio D'Alì (rampollo della famiglia D'Alì Staiti per la quale il padre aveva lavorato), candidato nelle liste del Popolo della Libertà, per l'allora nuovo movimento politico "Forza Italia": infatti alle elezioni politiche del marzo quell'anno D'Alì risultò eletto al Senato con 52 000 voti nel collegio senatoriale di Trapani-Marsala, e venendo rieletto per altre tre legislature[7], mentre nel territorio del mandamento di Messina Denaro (collegio Mazara-Castelvetrano) fu eletto Ludovico Corrao. D'Alì nel 2001 venne nominato sottosegretario di Stato al Ministero dell'Interno nei Governi Berlusconi II e III fino al 2006[45].  Sinacori dichiarò inoltre che «era risaputo che i D'Alì con i Messina Denaro erano in buoni rapporti, se qualcuno aveva bisogno, poteva andare a chiedere ai Messina Denaro di intercedere»[46]; tuttavia la famiglia D'Alì Staiti si difese dichiarando che licenziarono Messina Denaro dopo aver saputo che si era reso latitante[7]. Un altro collaboratore di giustizia, Francesco Geraci (ex gioielliere e mafioso di Castelvetrano), dichiarò che nel 1992 Antonio D'Alì cedette alcuni suoi terreni nei pressi di Castelvetrano a Messina Denaro, il quale li regalò al boss Salvatore Riina; il prestanome della transazione fu Geraci stesso. Inoltre nel 1998 i documenti acquisiti dalla Commissione Parlamentare Antimafia fecero emergere che nel 1991 Messina Denaro (all'epoca ufficialmente agricoltore) aveva percepito un'indennità di disoccupazione di quattro milioni di lire attraverso Pietro D'Alì, fratello di Antonio[7]. Nell'ottobre 2011 la procura di Palermo chiese il rinvio a giudizio nei confronti del senatore D'Alì per concorso esterno in associazione mafiosa a causa dei suoi rapporti con Messina Denaro e altri mafiosi della provincia di Trapani, sempre smentiti pubblicamente dal senatore[47]; il 30 settembre 2013 D'Alì venne assolto soltanto per i fatti successivi al 1994 mentre i giudici dichiararono la prescrizione per quelli precedenti, nonostante l'accusa avesse chiesto una condanna a sette anni e quattro mesi di carcere[48]Nel 2007 venne arrestato l'imprenditore Giuseppe Grigoli, proprietario dei supermercati Despar nella Sicilia occidentale, il quale era accusato di essere favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro, che investiva denaro sporco nei suoi supermercati[49]; nel 2011 Grigoli venne condannato a dodici anni di carcere per riciclaggio di denaro sporco mentre nel settembre 2013 il tribunale di Trapani dispose la confisca di società, terreni e beni immobiliari di proprietà di Grigoli dal valore di 700 milioni di euro[50][51][52]Nel 2010 la Direzione Investigativa Antimafia di Palermo mise sotto sequestro numerose società e beni immobili dal valore complessivo di 1,5 miliardi di euro, le quali appartenevano all'imprenditore alcamese Vito Nicastri, ritenuto vicino a Messina Denaro: tra il 2002 e il 2006 Nicastri aveva ottenuto il più alto numero di concessioni in Sicilia per costruire parchi eolici e secondo gli inquirenti il suo patrimonio sarebbe frutto del reinvestimento di denaro sporco[53][54].  Il 12 marzo 2012 la Direzione Investigativa Antimafia di Trapani chiese il sequestro del patrimonio dell'imprenditore Carmelo Patti, proprietario della Valtur, considerato anch'egli favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro[55]; il sequestro di oltre un miliardo e mezzo di euro[56] è stato eseguito nel novembre 2018. Nel dicembre 2012 un'indagine coordinata dalla DDA di Palermo e condotta dai Carabinieri portò all'arresto di sei persone, tra cui l'imprenditore Salvatore Angelo, il quale era accusato di investire il denaro sporco di Messina Denaro nella costruzione di parchi eolici fra Palermo, Trapani, Agrigento e Catania, destinando una percentuale degli affari al latitante; inoltre nelle telefonate intercettate dai Carabinieri, Salvatore Angelo si vantava di essere amico di Messina Denaro[57]. Il 28 novembre 2013 il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè riferì che l'archivio di Totò Riina, che fu trafugato dal covo del boss nel 1993 dopo il suo arresto, è in parte nelle mani di Matteo Messina Denaro, vero e proprio pupillo del boss corleonese[58].

Il 6 dicembre 2013 la DIA sequestra all'imprenditore palermitano Mario Niceta, settantunenne, presunto prestanome del boss Messina Denaro, 50 milioni di euro in immobili e quote di società operanti nel settore della vendita di abbigliamento e preziosi. A incastrarlo, i pizzini ritrovati nel covo di Bernando Provenzano. Pizzini in cui Messina Denaro faceva riferimento a un certo "Massimo N."[59]. Il 13 dicembre 2013 vengono arrestati 30 fiancheggiatori di Messina Denaro nell'ambito dell'operazione "Eden" nella provincia di Trapani. Negli arrestati figurano anche la sorella del boss Patrizia Messina Denaro e il nipote prediletto ventinovenne Francesco Guttadauro.[60] Secondo il procuratore aggiunto Teresa Principato, dopo questa operazione il cerchio attorno al capo della mafia si è ristretto e dunque ora dopo l'arresto dell'intera famiglia, il boss è solo Esponenti di una cosca vicina a Matteo Messina Denaro sono stati arrestati per aver trasferito in Sicilia una somma di denaro guadagnata con l'allestimento di alcuni stand dell'EXPO di Milano del 2015.[61]

Le indagini hanno portato a indagare anche il vicepresidente di Unicredit Fabrizio Palenzona[62][63]. Anche a San Marino si è trovato un legame: un professionista ha avuto contatti email con uno stretto collaboratore di Matteo Messina Denaro.[64][65] Nel maggio del 2013 il maresciallo capo dei carabinieri Saverio Masi ha presentato una denuncia alla procura di Palermo contro i suoi superiori, asserendo che nel 2004, quando prestava servizio al Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Palermo, individuò per la strada il superboss latitante Messina Denaro, a bordo di una utilitaria, e di averlo seguito fino all'ingresso di una villa. Ma una volta denunciato il fatto ai superiori, questi gli avrebbero intimato di non proseguire nelle indagini. Per gli stessi fatti - tra gli altri - Masi è stato a sua volta denunciato per calunnia alla Procura della Repubblica di Palermo dagli ufficiali da lui accusati. Il 24 aprile 2015 il maresciallo Masi è stato condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per i reati di falso materiale e tentata truffa aggravata, in relazione al tentativo di ottenere l'annullamento di una contravvenzione stradale. In conseguenza di tale vicenda, nel dicembre 2008 venne trasferito dal Nucleo Investigativo. Oggi Masi è capo scorta del pubblico ministero Nino Di Matteo.[66]

Secondo gli inquirenti, tra il 1994 e il 1996 Messina Denaro trascorse la sua latitanza tra Aspra e Bagheria, ospitato dalla sua compagna Maria Mesi, con cui andò in vacanza in Grecia sotto il falso nome di "Matteo Cracolici"[7]. Paola e Francesco Mesi, sorella e fratello di Maria, erano stati assunti nella clinica di Bagheria dell'ingegnere Michele Aiello (ritenuto un prestanome del boss Bernardo Provenzano): in particolare Paola Mesi era segretaria personale di Aiello e amministratrice unica della Selda s.r.l., società riferibile ad Aiello stesso[68]; inoltre Messina Denaro era cognato di Filippo Guttadauro (fratello del medico Giuseppe, capomandamento di Brancaccio-Ciaculli), che ne aveva sposato la sorella Rosalia. Nel 2000 la polizia arrestò Maria Mesi e trovò alcune lettere d'amore che aveva scambiato con il latitante: per queste ragioni l'anno successivo venne condannata a tre anni di carcere per favoreggiamento insieme con il fratello Francesco[69]. Inoltre nel luglio 2006 gli inquirenti trovarono altre lettere d'amore di Maria Mesi a casa di Filippo Guttadauro,[70] che aveva incarico di consegnarle al cognato Messina Denaro[71]Nel 1995 Messina Denaro aveva già avuto una figlia da una precedente relazione con la castelvetranese Francesca Alagna, che dopo il parto andò a vivere insieme con la madre del latitante[7]. In una lettera destinata a un amico, sequestrata dagli inquirenti, Messina Denaro rivelò di non aver mai conosciuto questa figlia[1]. Nel 2013 il settimanale L'Espresso pubblicò un servizio, nel quale rivelava che la figlia del latitante aveva lasciato la casa della nonna paterna insieme con la madre, perché voleva vivere lontana da quella famiglia[72]

 

L''ultimo mistero di Messina Denaro. "Una donna, il tramite con il boss" La recente inchiesta del Ros rilancia il giallo della "scrivana" e dei pizzini scritti su indicazione del superlatitante. Dalle intercettazioni, una pista porta alla madre di Luca Bellomo, il nipote acquisito della primula rossa di Castelvetrano

Raccontano che abbia avuto sempre tante donne. Ma negli ultimi anni, carabinieri e polizia ne hanno cercata soprattutto una: quella che avrebbe avuto il compito di scrivere i pizzini per lui. L’imprendibile Matteo Messina Denaro ha problemi di vista, o forse è solo ossessionato dalla sua sicurezza e non vuole lasciare tracce. Adesso, due frammenti di intercettazioni nell’ambito dell’indagine sulla mafia agrigentina rimettono in primo piano un’altra donna nello scenario dei misteri su cui si muove l’ultimo grande latitante di Cosa nostra. Una donna che avrebbe fatto da tramite fra i padrini e la primula rossa. Negli atti dell’inchiesta, che il 2 febbraio ha portato a 23 arresti, il pool coordinato dal procuratore aggiunto Paolo Guido parla di un «segreto ed efficiente canale di comunicazione». È l’ultimo mistero attorno a Messina Denaro.

Il 2 maggio 2019, due mafiosi stanno parlando di una proposta d’affari arrivata da un emissario del clan Gambino di New York. All’improvviso, restano in silenzio per venti secondi. I carabinieri del Ros sentono il rumore leggero di una penna che scivola su un foglio. Poi, uno dei mafiosi sussurra il nome del fantasma: «Messina Denaro». Prosegue con alcune parole che non sono comprensibili. E ancora: «Iddu… la mamma del nipote, che è di qua… è mia commare». A parlare è Giancarlo Buggea, boss di Canicattì; ad ascoltarlo, c’è Simone Castello, mafioso palermitano, un tempo era il fidato postino di Bernardo Provenzano. Sono nello studio legale dell’avvocatessa Angela Porcello, pure lei è finita in manette con l’accusa di aver fatto parte del clan di Canicattì. Il 13 gennaio 2020, arriva un’altra intercettazione nello studio della legale. Il mafioso Antonio Chiazza chiede a Buggea: «Quelli di Trapani lo sanno dov’è?». Buggea risponde: «Minchia, non lo sanno? Lo sanno». Chiazza fa riferimento a “sua madre”. Buggea ripete: «Sua madre». Chiazza aggiunge: «Io gli ho visto fare un gesto… noialtri con Matteo glielo dovremmo dire… ci volevano altri due che ci andavano». Per gli investigatori, la donna citata nelle due intercettazioni «può identificarsi nella madre di Luca Bellomo, Maria Insalaco, morta a Canicattì il 12 aprile 2019».

Bellomo è nipote acquisito di Messina Denaro, per avere sposato la nipote, Lorenza Guttadauro. È in carcere dal novembre 2015, sta scontando una condanna a 10 anni e 10 mesi. Personaggio di molti misteri, Bellomo. Ufficialmente, era un imprenditore rampante spesso in viaggio fra la Colombia, la Francia e l’Albania, la sua ditta forniva tovagliati ai migliori alberghi della città. Secondo la procura di Palermo, avrebbe finanziato la latitanza del padrino. E restano un grande giallo i suoi viaggi in Sud America.

Ora spunta un riferimento alla madre. E torna il mistero della donna che avrebbe scritto i pizzini per conto del latitante. Mistero nato dopo una consulenza disposta anni fa dalla procura su alcuni biglietti riconducibili al latitante. Gli esperti grafologi parlavano di una “scrittura femminile”. Dov’è finito Messina Denaro? Sembra essere diventato davvero un fantasma. Ma non è scomparso del tutto, scrivono i magistrati. «Continua infatti a ricomparire periodicamente per impartire regole di comportamento ai suoi sodali, per risolvere questioni di interesse dell’organizzazione criminale e per nominare ovvero rimuovere i vertici delle diverse articolazioni mafiose siciliane». Nell’ultimo provvedimento, i pm parlano del «reticolo di protezione che gli consente tuttora di mantenere la latitanza ed il proprio potere». Questa la sua strategia: «Ha sospeso le azioni clamorose (stragi e omicidi eccellenti) — analizzano in Procura — per operare in una cornice di pace apparente, utilizzando soggetti insospettabili, che gli hanno permesso di penetrare nel tessuto sociale ed economico». SALVO PALAZZOLO LA REPBBLICA 16.2.2021

 


TRACCE DI MATTEO MESSINA DENARO. Il tesoro e il denaro per vivere da fuggitivo. Gli imprenditori al suo fianco, gli amici di vecchia data e le vittime del suo sistema. E poi i misteri sulle mancate catture: l’ultima passa per un intrigo che coinvolge due procure, un confidente in contatto diretto con il boss e uomini dei servizi, gli stessi condannati in primo grado per la trattativa stato-mafia. Un viaggio da Castelvetrano al nord Italia passando per la Calabria. Un racconto scritto e video, con il primo documentario, solo per gli abbonati, prodotto da Domani: testimonianze inedite e personaggi che hanno conosciuto il boss siciliano per entrare nel mondo del padrino di cosa nostra

All’ora di pranzo le strade del centro storico di Castelvetrano sono deserte. I pochi ristoranti sono chiusi per ferie. La trattoria “da Giovanni” no, è aperta. È una gestione familiare senza pretese, ha tavoli in legno, la cucina è casalinga. Non passano inosservati due ritratti del bandito Giuliano appesi al muro: si tratta del mafioso di Montelepre trasformato in mito da cosa nostra, coinvolto nell’eccidio del 1948 di Portella della Ginestra, e ritrovato cadavere a Castelvetrano, a pochi metri dalla trattoria “da Giovanni”.

A ritrovarlo settant’anni fa è stato proprio il titolare, Giovanni, che è anche lo zio del super latitante Matteo Messina Denaro, il capo della mafia della provincia di Trapani, introvabile da 28 anni. «Avevo riconosciuto il volto di Giuliano perché qualche tempo prima mi aveva regalato mille lire, che all’epoca era un’enormità», racconta Giovanni seduto dietro una scrivania mentre dà ordini a figli e nipoti, unici camerieri della sala. Del latitante Matteo, però, non vogliono sentire parlare.

«Siamo gente onesta, lavoratori», dice il figlio di Giovanni mentre ci accompagna fuori dal locale per mostrarci dove i reparti speciali dei carabinieri hanno piazzato le telecamere puntate sull’uscio della trattoria. «Siamo sotto controllo perenne, le televisioni ci fanno brutta pubblicità, una volta è passato un signore di Milano per chiederci di intercedere con Messina Denaro affinché ritrovasse il camion che gli avevano rubato al Nord». Al boss seppure latitante riconoscono l’autorità, è lui che può risolvere un problema, più rapidamente degli uomini di Legge.

La storia di Messina Denaro è prima di tutto un affare di famiglia. Ma è soprattutto un sistema di potere, che resiste a retate e centinaia di arresti, cementato dalle relazioni con politici, imprenditoria, servitori infedeli dello stato. Perché una latitanza così lunga è impossibile da reggere senza appoggi, connivenze e soldi, montagne di soldi. Messina Denaro ha molti soprannomi: “L’invisibile”, “Diabolik”, “lo Zio”.

Al netto dei suoi nomi in codice, è di certo l’ultimo dei latitanti della mafia siciliana, l’ultimo dei padrini coinvolti nella stagione delle stragi che hanno insanguinato l’Italia dal ’92 al ’94. Ma è anche regista di trame finanziarie che hanno garantito profitti costanti al suo clan: dagli investimenti nel settore delle energie rinnovabili al turismo fino alla grande distribuzione e alla filiera dell’agroindustria.

In sequenza sono stati arrestati e condannati il re dell’eolico, Vito Nicastri, con un patrimonio valutato in un miliardo di euro, e Giuseppe Grigoli, il re dei supermercati, monopolista del marchio Despar nella Sicilia orientale. Accusati di essere la cassaforte del boss, le loro aziende e i loro tesori sono stati confiscati. Eppure “lo Zio” è ancora un fantasma, con una pletora di imprenditori al suo servizio, custodi del tesoro della famiglia di Castelvetrano e finanziatori della latitanza del capo.

Uomini d’affari secondo cui il problema di questa terra non è la mafia, piuttosto l’antimafia. Un gioco di specchi come nei romanzi di Montalbano scritti da Andrea Camilleri, dove tra il bianco e il nero non c’è alcun grado di separazione, ma una vasta zona grigia da decifrare. Silenzi e protettori sono l’assicurazione sulla vita del latitante.

Dal 1993 Matteo Messina Denaro è irreperibile, ricercato in tutto il pianeta, introvabile nonostante il dispiegamento di forze e le numerose procure della repubblica che lavorano al caso. Chi lo protegge? Come finanzia la latitanza che dura da quasi tre lustri? Il viaggio del Domani inizia nella roccaforte del potere del ricercato numero uno, arriva in Toscana e passa dalla Calabria. Da Castelvetrano, alfa e omega della parabola del boss di cosa nostra, a Viareggio, attraverso i misteriosi luoghi dell’Aspromonte calabrese. Sulle tracce del padrino diventato negli anni icona per molte giovani leve dell’esercito di cosa nostra.

ANTEFATTO. La carovana composta da un camion e da almeno quattro auto era arrivata in perfetto orario a San Luca, alle pendici dell’Aspromonte, nello spicchio di provincia di Reggio Calabria affacciata sul mare Jonio. Giunto nel paese che ha dato i natali allo scrittore Corrado Alvaro ma anche ai clan più potenti della ‘ndrangheta, l’esercito di don Ciccio Messina Denaro è stato scortato in un luogo sicuro. Il padre di Matteo non si era spinto fin lì da Castelvetrano, provincia di Trapani, per un giro turistico.

Trasportava 160 chili di cocaina. Al ritorno avrebbero riportato il camion carico di fucili da guerra marca Norinco. Nel mezzo, tra lo scarico della droga e il carico di armi, don Ciccio e il boss locale di San Luca (clan Nirta) hanno pranzato per sancire l’alleanza, «una bella tavolata a base di carne di capra», ricorda un pentito siciliano che aveva preso parte alla spedizione. La trattativa era stata condotta alla pari, tra cosa nostra e ‘ndrangheta. Rapporti che negli anni sarebbero serviti, utili a entrambi gli schieramenti. E questo che può sembrare un dettaglio dei tanti in una delle solite storie di mafia, è in realtà un tassello decisivo per comprendere il potere di Matteo Messina Denaro.

La spedizione in Calabria del padre di Matteo Messina Denaro risale al 1991. Un anno prima delle stragi di Capaci e via D’Amelio, dell’uccisione dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e due dall’inizio della latitanza di Matteo Messina Denaro. La trasferta in Calabria è uno dei segreti mai raccontati e meglio custoditi dalla famiglia del latitante, perché è anche grazie a questa sinergia con le cosche della ‘ndrangheta che il boss ha ottenuto protezioni, soldi e uomini pronti a gestire i suoi movimenti.

Non è un caso che in una inchiesta antidroga dell’antimafia di Reggio Calabria sulle cosche della zona jonica spunti il nome del super latitante. Atti giudiziari che confermano la sinergia tra i Messina Denaro e la ‘ndrangheta, considerata l’organizzazione più ramificata e ricca. 

TRA LEGGENDA E REALTÀ  «Matteo Messina Denaro è il capo mafia di Castelvetrano, è l’ultimo dei corleonesi nel senso che è stato il referente del feroce gruppo mafioso di Corleone retto da Totò Riina, il capo dei capi», dice Giacomo Di Girolamo, giornalista di Tp24 autore di un libro inchiesta sul padrino di Castelvetrano. Di Girolamo spiega che Messina Denaro è diventato il pupillo di Riina perché il padre, don Ciccio, era alleato dei Corleonesi nella seconda guerra di mafia, capolinea dei vecchi capi della mafia palermitana, quella cittadina e nobiliare. «Matteo Messina Denaro da giovane era già un predestinato», dice Di Girolamo.

La spietatezza lessicale è parte del personaggio: «Con le persone che ho ucciso potrei riempirci un cimitero», Di Girolamo riporta le confidenze di chi ha conosciuto il boss. «Un giorno un vigile urbano lo ha multato perché aveva parcheggiato l’auto troppo vicino a una fontana a Mazara del Vallo, il giorno dopo la macchina del vigile è stata bruciata», racconto il giornalista. L’antagonismo con le istituzioni era solo una parte da recitare.

Con i politici, forze dell’ordine e magistrati corrotti, Matteo Messina aveva già instaurato un dialogo. Così come suo padre, Francesco: intoccabile a tal punto da morire libero nel 1998 di morte naturale seppure da latitante. Il suo corpo è stato fatto ritrovare in campagna, vestito in abito scuro, pronto per la cerimonia funebre. Il padre di Matteo era un capo, rispettato anche dalla borghesia locale: era il campiere, il guardiano, dei terreni della famiglia D’Alì, che ha espresso banchieri e politici, come Antonio, senatore e sottosegretario al ministero dell’Interno nel governo Berlusconi dal 2001 al 2006. Il ministero che si occupa di coordinare la ricerca dei latitanti più pericolosi.

D’Alì è entrato in Parlamento nel 1994 con Forza Italia e ce rimasto fino al 2018. È sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa, anche per i suoi legami con la famiglia Messina Denaro. Assolto in due gradi di giudizio, la Cassazione ha annullato le sentenze e rimandato tutto ai giudici di secondo grado per un nuovo processo.

UNA VALIGETTA DI SOLDI  La latitanza di Messina Denaro è ricca di misteri. Sono poche le persone che possono dire di averlo conosciuto o almeno incontrato. Tra questi c’è un testimone, che vive in Toscana, centrale nel giallo della latitanza dello “Zio”.

Ecco che cosa ha raccontato ai magistrati il 21 maggio 2015: «Mi ha contattato un imprenditore, Giovanni De Maria, e ci siamo visti in un bungalow del carnevale di Viareggio, qui mi ha consegnato una valigetta 48 ore con del denaro contante».

Il teste riferisce che dopo la consegna è partito per Palermo, dove ad aspettarlo c’era proprio De Maria, ma non era solo. Lì con lui c’erano altri due personaggi, uno dei quali legato alla mafia calabrese. In un’auto, a distanza di sicurezza, c’era Messina Denaro: «La valigetta l’ho consegnata al calabrese che a sua volta l’ha consegnata a Messina Denaro». Al testimone era stato preannunciato che avrebbe incontrato qualcuno di importante, «avrei dovuto essere rispettoso», dice ai magistrati che raccolgono la sua testimonianza.

Il racconto dell’imprenditore apre uno squarcio sulla rete economica del clan Messina Denaro. De Maria è un imprenditore della nautica, che in passato ha ottenuto anche concessioni pubbliche a Viareggio e ha lavorato per importanti istituti di credito, che gli hanno appaltato il recupero delle imbarcazioni intestate a società fallite: «Banche come Unicredit, Banca popolare di Milano e società di leasing, riconoscono alla mia società di servizi una percentuale per il recupero e una quota per la vendita», spiega De Maria, seduto su una sedia sotto i portici della piazza del mercato di Viareggio, la città della Versilia dove l’imprenditore catanese vive e lavora.

Sul suo trascorso giudiziario, indagato più volte anche con uomini sospettati di appartenere alla ‘ndrangheta, dice: «Mi sento un perseguitato, sono stato assolto e ho chiesto il risarcimento per ingiusta detenzione, ho solo una vecchia condanna». Per quale reato è stato condannato De Maria, però, non vuole dirlo.

La prefettura ha firmato un’interdittiva antimafia nei confronti della sua società: un provvedimento di prevenzione destinato sospendere da commesse o concessioni pubbliche società sospettate di subire l’ingerenza delle cosche. «Abbiamo in ballo il ricorso al tribunale amministrativo, che vinceremo, ne sono certo», commenta l’imprenditore. Ma c’è un’informativa in cui De Maria è messo in collegamento con cosa nostra e ‘ndrangheta. L’imprenditore sorride quando chiediamo se ha mai incontrato Matteo Messina Denaro, come raccontato dal testimone nel verbale. «Ma si figuri, non credo di essere così importante, se fossi stato un politico lo potrei capire», è categorico De Maria.

C’è un nome, però, che lega De Maria all’ambiente del latitante. Un suo socio d’affari è considerato dall’antimafia molto vicino a Carlo Guttadauro, considerato esponente dell’omonima famiglia di mafia e imparentato proprio con la famiglia Messina Denaro.

ACCUSE INFONDATE  Nello studio ci accoglie per l'intervista, Andrea Bulgarella, indica sulla mensola due statuette dei carabinieri in ceramica. Le ha girate di spalle, guardano il muro. «Non ho più fiducia nelle istituzioni, finché non mi chideranno scusa resteranno così», dice amareggiato. Bulgarella è uno degli impresari più noti e ricchi della provincia di Trapani, ex presidente anche della squadra di calcio della città. È stato accusato di essere a disposizione della mafia trapanese e quindi della famiglia Messina Denaro.

Solo sospetti, è stato prosciolto da ogni accusa. L’imprenditore ha costruito la sua fortuna acquistando edifici abbandonati in tutta Italia per trasformarli in gioielli a cinque stelle: alberghi di lusso e resort. L’ultimo progetto è la realizzazione di una cinque stelle a Viareggio. «Purtroppo è la condanna degli imprenditori siciliani: se fai successo vuol dire sei amico della mafia», sostiene Bulgarella, che è molto duro con lo Stato: «Le imprese del nord possono venire qui e fare qualunque imbroglio, noi invece siamo etichettati come mafiosi».

Messina Denaro, però, è il problema della Sicilia?, chiediamo. «Credo che il male di questa terra sia una certa stampa e una classe politica che non difende il territorio, credo siano delle istituzioni che invece di prendere questo mafioso, se esiste o non esiste, hanno distrutto l’immagine della Sicilia e della provincia di Trapani. Si parla di racket, sfido chiunque a mostrarmi un imprenditore che paga il pizzo. Voi credete ancora alla mafia? La mafia c’è stata, erano quattro ignorantoni con cui io non ho mai avuto a che fare». Secondo Bulgarella, quindi, il problema della sua regione è l’antimafia, più del potere di cosa nostra, definita dall’imprenditore una banda di rozzi e villani.

MATTEO E L’OLIO ALLA CASA BIANCA  La campagna attorno è arsa dal sole agostano. Una doppia fila di alberi circonda la villa a due piani. Un piccolo ponte pavimentato in cotto attraversa uno stagno di acqua torbida. La casa dove vive l’imprenditore Gianfranco Becchina all'epoca dell'intervista era sotto sequestro. Becchina, ottant’anni, è un mercante internazionale d’arte, ma anche il mago dell’olio di Castelvetrano. Il prodotto che riesce a ricavare delle olive verdi e grandi, tipiche del territorio, è di qualità sopraffina, ha fatto il giro del mondo, ci tiene a precisare. «Il mio olio è commercializzato negli Stati Uniti dal distributore che rifornisce la Casa Bianca a Washington», dice soddisfatto Becchina, con indosso una polo blu scuro e un pantalone consunto che usa per lavorare nei campi.

Per muoversi nell’immensa proprietà usa un motorino sgangherato. Per l’antimafia è uno degli ingranaggi del mulino che fa affluire denaro nelle casse della cosca di Messina Denaro. «Mi hanno sequestrato tutto: conti in banca, in Italia e Svizzera, casa e azienda», Becchina si difende spiegando che da mercante d’arte ha guadagnato molto nella vita e quindi chi ha indagato sul suo conto ha preso un abbaglio.

Attraverso la sua attività di mercante d’arte ha finanziato Messina Denaro? Becchina ride, «non so se è vero che Messina Denaro è appassionato d’arte, ma di sicuro io qui in Sicilia non ho mai comprato nessun reperto quindi come posso averlo foraggiato?». Becchina è stato anche indagato per il commercio di opere, ma il processo non si è mai svolto perché è intervenuta la prescrizione.

«La mia vicinanza a Messina Denaro è inventata, è frutto delle malelingue del paese: siccome ero un imprenditore di successo, facevo affari in Svizzera, ha comprato palazzi, insomma, le invidie paesane». Becchina conclude l’intervista rispondendo alla domanda sulle stragi di mafia, di cui Messina Denaro è stato regista insieme alla cupola di cosa nostra. Il mercante d'arte ha maturato un’idea precisa: «Secondo me la mafia è quel pretesto usato per coprire tutte le malefatte politiche». .

Però le bombe le hanno messe, chiediamo: «Che ne sappiamo? Voi avete visto chi ha premuto il pulsante del detonatore? Come faccio a credere che quattro mafiosi, quattro viddani (villani) possono avere avuto la capacità di piazzare tutto quel popò di esplosivo». Se Messina Denaro è soltanto un delinquente rozzo e villano, come vuol fare credere Becchina, come ha potuto architettare una latitanza così lunga? Non ha avuto protezioni occulte? «Sono ragazzi del territorio, mica hanno fatto i campi di addestramento di Arafat», è il verdetto di Becchina.

L’imprenditore nega, cerca responsabilità altre. E non è l’unico.

L’AMICO DI MATTEO. «Matteo è un individuo talentuoso, ha un’intelligenza sopra la media, avrebbe potuto fare molto per la Sicilia», dice Giuseppe Fontana, detto Rocky per la prestanza fisica. Rocky è amico del latitante e ha scontato una pena di quasi vent’anni di carcere per mafia e traffico di armi e droga. «Sono stato un prigioniero politico», contesta ancora oggi la sentenza che lo ha tenuto in carcere fino al 2013.

«Nel processo è stato accertato che Fontana in almeno tre occasioni nei primi anni ‘90 aveva ceduto alcune armi direttamente a Matteo Messina Denaro, incontrato più volte durante la latitanza e con il quale aveva più volte viaggiato all’estero», si legge negli atti giudiziari. «Sono innocente, e non mi sono mai pentito perché non ho nulla di cui pentirmi, la mia unica colpa è aver conosciuto Matteo e averlo incontrato da uomo libero nella terrazza - bar che gestivo a Selinunte alla fine degli anni ’80», si difende Rocky, che ci accoglie nella sua villetta tra Castelvetrano e Selinunte, luogo di rovine antiche e mare cristallino.

Sul cancello della casa di Fontana sventola la bandiera dell’autonomia siciliana con la scritta «Siciliani liberi», su sfondo bianco e un arcobaleno che richiama i colori della trinacria, il simbolo della regione. «Sono stato uno dei fondatori di Sicilia Libera, nei primi anni ’90». Il riferimento è al partito autonomista che numerosi pentiti di cosa nostra riconducono al braccio destro di Totò Riina, Leoluca Bagarella, che con Sicilia Libera voleva attuare un progetto secessionista staccando l’isola dal governo centrale.

Fontana conosce quella storia, l’ha vissuta, ma non ama parlarne. Sull’amico latitante ha invece qualcosa da dire: «Lui aveva consapevolezza politica, era convinto come me che la Sicilia per essere libera aveva bisogno di autonomia, nei nostri discorsi convergevamo nelle istanze di questa». Emerge un lato inedito del capo mafia di Castelvetrano, attento alle macro questioni politiche, un affresco che coincide con la genesi che ha portato alla nascita del movimento, dipinto da una schiera di investigatori come il progetto politico più ambizioso di cosa nostra.

Per Fontana però il Matteo che ha conosciuto non era un criminale, «penso che ci siano persone più pericolose di Messina Denaro, siedono in parlamento, gente che bombarda paesi inermi». Per le vittime Messina Denaro ha asfissiato l’economia locale, la libera impresa, la concorrenza. Rocky Fontana è in disaccordo: «Si poteva fare benissimo impresa quando c’era la mafia al governo della provincia di Trapani, poi è arrivata l’antimafia: da allora non si può fare più niente, o meglio devi chiedere il permesso e affiliarti all’antimafia, altrimenti ti espropriano delle tue cose». L’antimafia come problema e non soluzione.

La tesi lega affermati imprenditori sfiorati delle trame finanziarie di cosa nostra a chi è stato accusato di essere soldato della famiglia di Messina Denaro. Secondo Rocky, il latitante è talmente lungimirante da non far pagare il pizzo, «aveva capito che farsi nemico un popolo era controproducente». Una testa così, dice Fontana, sarebbe cosa buona averla in ogni provincia: «Con dieci Messina Denaro la Sicilia sarebbe una regione avanzatissima».

Il pensiero di Fontana fa rabbrividire Giuseppe Cimarosa, che vive a Castelvetrano, isolato da tutti e odiato per il coraggio di aver scelto da che parte stare.

NEL NOME DEL PADRE  Giuseppe Cimarosa è il figlio di Lorenzo. «Mio padre era un imprenditore dell’edilizia, parente dei Messina Denaro, perché sposato con la prima cugina», dice. La sua storia ricorda quella di Peppino Impastato, il giornalista militante di Cinisi, provincia di Palermo, che si è ribellato al sistema mafioso. Impastato fu ucciso il 9 maggio 1978 da un commando della cosca di Tano Badalamenti. Cimarosa vive nel feudo di Messina Denaro e come Impastato fin da piccolo è stato costretto a respirare aria di mafia. «Mi sono sentito sempre a disagio, quando mio padre ha deciso di collaborare con la giustizia per me è rinato», racconta mentre accudisce i cavalli del suo maneggio dove organizza spettacoli di teatro equestre.

Il padre di Giuseppe è morto da pentito, il figlio ricorda alcune confessioni consegnate agli inquirenti. Ha raccontato per esempio degli appalti organizzati con la famiglia Messina Denaro. Come quello per disseminare di pale eoliche le campagne della provincia di Trapani: «Uno degli appalti in cui mio padre ha lavorato è quello delle pale eoliche, appalto arrivato per volere di Matteo Messina Denaro».

Giuseppe ricorda un particolare: «Mio padre è stato tramite di una busta di denaro destinato al latitante». Dopo la collaborazione del padre con i magistrati «siamo stati isolati, nessuno voleva più frequentarci», dice Cimarosa, che vive a Castelvetrano come se il criminale fosse lui: «Non mi sento voluto a Castelvetrano. Mi chiedo se ne sia valsa la pena se il risultato è sentirsi un corpo estraneo in una società che non ti vuole».

CAPITOLO 2

I SERVIZI SEGRETI E IL SIGNOR SVETONIO. Nella latitanza di Matteo Messina Denaro, che dura da ventotto anni, c’è una parentesi nella quale lo stato si sarebbe avvicinato alla sua cattura instaurando, tramite una fonte coperta, una fitta corrispondenza con il boss stragista. Una parentesi che è però avvolta nel mistero perché i protagonisti di questa storia sono, per una procura, fidati collaboratori.

Per un’altra, complici di Cosa nostra. Protagonisti che a Palermo sono grigi, oscuri, pericolosi. A Caltanissetta, utili portatori di informazioni. In questo quadro fosco non mancano i servizi segreti, ma l’unico a guadagnarci, vista la prolungata latitanza, è uno solo: Matteo Messina Denaro.

Nel 2003 al governo del paese c’è Silvio Berlusconi, al ministero dell’Interno Beppe Pisanu. Il braccio destro del presidente del Consiglio, Marcello Dell’Utri, è sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa mentre il mafioso Vittorio Mangano, stalliere ospite nella villa di Arcore negli anni Ottanta, viene dipinto come una brava persona. Tuttavia magistratura e forze dell’ordine sono alla caccia dei boss stragisti.

All’epoca decine di mafiosi sono latitanti, tra questi anche il capo assoluto Bernardo Provenzano, poi arrestato nel 2006, durante le elezioni. Nella lunga lista c’è, ovviamente, Matteo Messina Denaro. Per catturarlo si muovono persino i vertici dei servizi segreti, il generale Mario Mori e i suoi collaboratori, tra gli altri Giuseppe De Donno.

Mori e De Donno, successivamente, saranno coinvolti nel processo sulla trattativa tra lo stato e la mafia stragista: in primo grado Mori è stato condannato a dodici anni di carcere, a otto anni De Donno per i rapporti intrattenuti con il sindaco mafioso Vito Ciancimino, quando entrambi erano al Ros, il raggruppamento operativo speciale dei carabinieri.

Mori nel 2003 è il numero uno del Sisde, il servizio segreto civile, dove lavora anche De Donno come capo della segreteria operativa. Quell’anno al Sisde arriva una lettera firmata da Antonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, il paese trapanese dei Messina Denaro. Vaccarino, di professione insegnante, si rende disponibile a collaborare per indagini contro la criminalità organizzata. Vaccarino non è uno qualunque, è stato processato e assolto per mafia, ma condannato per traffico internazionale di stupefacenti. In particolare, conoscendo bene la famiglia Messina Denaro, è pronto a dare un contributo per la cattura. Il Sisde accetta.

Inizia così il giallo Vaccarino: scrive lettere che consegna alla rete criminale del latitante, che viene agganciato e inizia una fitta corrispondenza che si protrae fino al 2006. Il latitante si firma Alessio, il professore Svetonio. Mori e De Donno raccontano di aver avvisato l’allora procuratore capo di Palermo, Pietro Grasso, al quale hanno spiegato ogni dettaglio, riferito ogni cosa, tranne il nome della fonte.

L’attuale senatore di Leu, ex presidente del Senato, smentisce categoricamente: «Da procuratore di Palermo ero stato informato, credo alla fine del 2004, dell’intenzione da parte del Sisde di avviare un’attività informativa diretta a scoprire il sistema degli appalti pubblici e l’impiego dei profitti mafiosi, senza nessun dettaglio né tantomeno nomi».

Versioni completamente contrastanti. Secondo Mori e De Donno lo stato per due anni è stato in contatto, tramite un informatore, con Matteo Messina Denaro, senza catturarlo. Nel 2006, quando viene arrestato Bernardo Provenzano, nel covo del boss vengono trovati pizzini di Matteo Messina Denaro che avvisa il capo di Cosa nostra dei contatti con Vaccarino. Vengono recuperati durante la perquisizione e il Sisde avvisa subito la procura di Palermo che la fonte è proprio Vaccarino. In quel momento, il Sisde lo considera affidabile e serio «al cento per cento».

Pochi mesi fa De Donno ha confermato tutto ascoltato, insieme a Mario Mori, dal tribunale di Marsala in un processo a carico proprio di Vaccarino. La fonte affidabile al cento per cento, però, viene scaricata dai magistrati antimafia di Palermo subito dopo l’arresto di Bernardo Provenzano quando i vertici del Sisde consegnano tutti i documenti alla procura siciliana. «Pietro Grasso mi telefonò dicendo che la procura riteneva di non poter trattare il signor Vaccarino né come confidente, né come collaboratore e che quindi tutta l’attività del servizio doveva essere trasmessa alla polizia giudiziaria», ha detto Mario Mori lo scorso maggio.

Un racconto che trova Grasso in totale disaccordo. «In conseguenza del fatto che dalle indagini successive alla cattura di Provenzano erano venuti fuori dei contatti del Vaccarino sia con esponenti mafiosi – tra cui prima della cattura di Provenzano, il nipote Gariffo – sia con esponenti dei servizi, fui informato. Solo a quel punto Mori mi relazionò sull’attività compiuta col Vaccarino, affinché io potessi riferirne alla procura di Palermo. Cosa che feci».

Mori e De Donno, insomma, rischiarono anche un’incriminazione per favoreggiamento: solo dopo relazionarono ogni cosa, solo di fronte al rischio di finire travolti dalla loro azione “segreta”.

LA CATTURA SVANITA. Vaccarino finisce così sotto indagine per associazione mafiosa. Ma sarà la stessa procura di Palermo, nel 2007, a chiederne l’archiviazione pur precisando che «nel comportamento di Vaccarino si ravvisano alcune zone d’ombra». Quali sono le conseguenze di quell’indagine archiviata? A rispondere è Mario Mori quando il difensore di Vaccarino, l’avvocato Bartolomeo Lauria, gli chiede: «L’indagine aperta nei confronti del signor Vaccarino per associazione mafiosa ha pregiudicato la cattura del latitante?». Il generale risponde secco: «Certamente sì».

Sarebbe stato possibile, secondo Mori, arrivare al ricercato numero uno, ma l’inchiesta dei magistrati palermitani ha pregiudicato la cattura. Chi ha dato disposizione per conto della procura di interrompere ogni rapporto di collaborazione con il signor Vaccarino? De Donno risponde: «A noi fu riferito dal dottor Grasso, però all’epoca il dottor Grasso si interfacciava con il procuratore Giuseppe Pignatone, che se non sbaglio era reggente o era quello che gestiva l’arresto di Bernardo Provenzano». Secondo Grasso non è vero che l’indagine su Vaccarino sia stata d’ostacolo all’arresto del latitante.

«Come ricorda lo stesso Mori in udienza, con la cattura di Provenzano gli scambi epistolari si erano interrotti perché l’arresto alterava tutto il sistema di Cosa nostra, come affermato dallo stesso Messina Denaro nell’ultimo “pizzino” (missiva ndr) a Vaccarino del maggio 2006», dice l’ex presidente del Senato. Ma Vaccarino era credibile o faceva il doppio gioco?

«Sulla base delle notizie che noi avevamo raccolto tramite l’attività con Vaccarino, furono arrestate circa una decina di persone tra Castelvetrano e Mazara del Vallo», ha detto De Donno lo scorso 12 maggio. Vaccarino è entrato in contatto con mafiosi, ha collaborato ad alcune operazioni, testimoniato contro l’imprenditore Rosario Cascio e il cognato di Messina Denaro, Vincenzo Panicola.

Il racconto di De Donno sembra un film già visto: «Avevamo sostanzialmente convinto il vertice di Cosa nostra a fidarsi di noi, con un poco di fortuna li avremmo messi a terra tutti quanti». Ma era una pista Vaccarino? «A Palermo non venne considerata una vera e propria pista che potesse portare a risultati, dato che si basava su uno scambio di corrispondenza che si era già interrotto. Se posso aggiungere una mia valutazione personale, Messina Denaro non avrebbe mai incontrato Vaccarino», replica Grasso, che aggiunge: «Io venni informato solo dopo l’ultima lettera di Messina Denaro ricevuta da Vaccarino. Fino ad allora io non ero a conoscenza dell’identità del soggetto, né della sua attività. La decisione successiva fu della procura di Palermo, e io quella riportai a Mori».

Una vicenda che si aggiunge allo scontro, in quel caso interno alla procura di Palermo, consumato tra l’allora procuratore capo Francesco Messineo e il suo aggiunto Teresa Principato. Quest’ultima accusò il capo della procura di aver eseguito arresti che nei fatti avevano pregiudicato un’indagine dei carabinieri dei Ros sulla cattura del superlatitante.

Una vicenda datata 2013 utile per capire i dissidi tra inquirenti e investigatori che cercano il fantasma di Castelvetrano.

IL PROFESSORE E I MILLE VOLTI. Dunque Vaccarino è totalmente affidabile per il Sisde, ma non per la procura di Palermo. Vaccarino viene condannato nei primi anni Novanta in un processo che lo vede imputato con don Ciccio Messina Denaro, il padre del latitante. Nonostante tutto il Sisde, nei primi anni Duemila, si è affidato a lui per catturare il figlio di don Ciccio.

La parabola da informatore di Vaccarino si interrompe con l’indagine a suo carico poi archiviata. Quando l’identità di Vaccarino viene scoperta, Matteo Messina Denaro gli invia un’ultima lettera di minacce. Ma i suoi contatti con lo stato non si interrompono.

L’ultima pagina di questo libro degli equivoci la scrive la procura di Caltanissetta che dà credito al professore. In particolare lo fa Gaetano Paci, pubblico ministero nel processo contro Matteo Messina Denaro, accusato delle stragi del 1992, per le quali sono già stati condannati i vertici di Cosa nostra. «Diciamo che Vaccarino è stato, da parte della procura di Caltanissetta, un portatore di informazioni sulle vicende stragiste del ‘92. Era interesse dell’ufficio sentirlo», ha detto lo scorso aprile l’attuale procuratore aggiunto di Caltanissetta durante il processo a carico dell’ex sindaco.

Il pentimento del boss Gaspare Spatuzza ha permesso di riscrivere la storia della strage di via D’Amelio dove sono stati uccisi Paolo Borsellino e la sua scorta. Mori, De Donno, Paci parlano durante un processo che ha visto Vaccarino imputato e condannato per favoreggiamento alla mafia a sei anni in primo grado, accusato di aver passato informazioni riservate a un funzionario della direzione investigativa antimafia. Mentre la procura di Caltanissetta lo considerava un portatore di informazioni, quella di Palermo ne ha richiesto l’arresto e poi ottenuto la sua condanna.

Sullo sfondo del trentennio vissuto dall’ex sindaco e professore si muove il pentito Vincenzo Calcara. Lo abbiamo incontrato in un paese del nord Italia. Camicia bianca, calvo, con una foto di Paolo Borsellino, a cui era legatissimo, fissata sulla parete della stanza.

IL PENTITO, INQUINATORE O NO? «Mi sono pentito grazie al giudice Borsellino, a cui devo tutto. Era il 1991. Il giorno del mio compleanno. Gli dissi che doveva blindarsi perché la mafia aveva deciso il suo omicidio. Pochi mesi prima, da latitante, mi ero incontrato con Francesco Messina Denaro e con l’ex sindaco di Castelvetrano, Antonio Vaccarino. Zi Ciccio mi aveva dato l’incarico di tenermi pronto perché dovevo uccidere Borsellino. A quell’incontro era presente anche Matteo».

Calcara etichetta subito Vaccarino: «Quello è il male assoluto, un vero mafioso». Anche il percorso di Calcara è pieno di inciampi. Una omissione, in particolare, getta ombre sul suo percorso da pentito. «Tra le tante questioni che nacquero, c’era proprio quella della infondatezza delle dichiarazioni di Calcara e sulla base di un presupposto più ampio, e cioè che Calcara potesse essere stato etero diretto», dice il magistrato Paci del pentito.

Calcara preannuncia esposti e replica: «Con quale riscontri il dottor Paci si può permettere di dire queste cose? La difesa di Antonio Vaccarino ha chiamato, prima di Paci, il generale Mori, il colonnello De Donno, entrambi condannati nel processo sulla trattativa stato mafia. Comunque il Vaccarino alla fine è stato condannato a sei anni per favoreggiamento. Chi ha ragione?».

Ma perché Calcara non ha mai accusato Messina Denaro e non l’ha indicato a capo della commissione provinciale di Trapani? «Sono anni che chiedo a Paci di essere ascoltato, sono stato il primo a dire che Borsellino era stato condannato a morte. Francesco Messina Denaro non era capo provincia, era Mariano Agate. Paci dice che ho inquinato i pozzi, ma ci sono altri pentiti che mi danno ragione».

È centrale stabilire chi era il capo della commissione provinciale di Trapani in quel periodo. Il perché lo ha spiegato Paci nella requisitoria del processo sulle stragi contro Matteo Messina Denaro. Trapani a fine anni Ottanta era terra di mafia e logge massoniche segrete: indicare come capo della provincia Mariano Agate pregiudicava la verità e avrebbe salvato Messina Denaro dal ruolo di stragista e capo. Nella requisitoria Paci dice: «Vincenzo Calcara tace per anni il nome di Matteo Messina Denaro al tempo in cui uccideva e faceva stragi. Signor Calcara dovrebbe dire la verità proprio su questi punti oscuri che impediscono di fare luce sulle ambiguità. Agate era uomo di primo ordine, ma non aveva la qualifica di capo della provincia di Trapani, questa apparteneva a Francesco Messina Denaro che poi la cede al figlio. Perché Calcara ci ha indirizzato verso qualcosa di impreciso e perché non abbia riferito il nome di Matteo è un punto di interesse per future indagini». L’opacità, il tratto distintivo degli affari di casa Messina Denaro. GIOVANNI TIZIAN E NELLO TROCCHIA  DOMANI 17 gennaio 2021 


LA CASSAZIONE: “FU MESSINA DENARO A ORDINARE L’OMICIDIO DI MAURO ROSTAGNO”» di Rino Giacalone. L’attività giornalistica di Mauro Rostagno, sociologo e giornalista, torinese di origine, tra i fondatori di Lotta Continua, «poneva in crisi il sistema di potere criminale imperante nella provincia di Trapani». Da qui la decisione di Cosa nostra di uccidere il 26 settembre 1988 Mauro Rostagno, 46 anni, che all’epoca dirigeva a Trapani l’emittente televisiva Rtc. 

La Cassazione (presidente Di Tomassi, relatore Santalucia) ha così scritto nelle 38 pagine con le quali ha motivato la conferma della condanna all’ergastolo del capo mafia di Trapani Vincenzo Virga, mandante, «per volere del capo mafia della provincia di Trapani, Francesco Messina Denaro» dell’omicidio. 

Rostagno, come hanno confermato diversi collaboratori di giustizia, testimoniando nel processo di primo grado svoltosi dinanzi alla Corte di Assise di Trapani (presidente Pellino a latere Corso) rappresentava per la mafia trapanese una “camurria”, una persona fastidiosa, da eliminare. Furono tentati dalla mafia tentativi a zittirlo attraverso l’editore della tv dove Rostagno, giornalista  intelligente e caparbio, dove di fatto faceva da direttore, un ridimensionamento dell’attività giornalistica che però non ci fu, tanto che la mafia aveva anche pensato di uccidere per vendetta e punizione l’editore, l’imprenditore Puccio Bulgarella. 

La Cassazione, che però nulla ha detto sulle connessioni esistenti nel trapanese tra mafia e massoneria, sui quali parecchio si soffermarono i giudici di primo grado descrivendo lo scenario in cui maturò il delitto, ha condiviso le sentenze di primo grado e di appello a proposito della responsabilità nel delitto del capo mafia di Castelvetrano, Francesco Messina Denaro, morto nel 1998, ma all’epoca dell’omicidio Rostagno indiscusso capo della cupola della provincia di Trapani. 

Da “don” Ciccio Messina Denaro, padre dell’attuale latitante Matteo, arrivò la condanna a morte di Mauro Rostagno. Il pentito Angelo Siino ha riferito dell’odio di Francesco Messina Denaro verso Rostagno, e dei relativi propositi di sopprimerlo a causa delle inchieste giornalistiche sul contesto mafioso trapanese. «Francesco Messina Denaro – ha riferito il pentito Vincenzo Sinacori – disse di aver dato incarico a Vincenzo Virga di eseguire l’omicidio di Mauro Rostagno» e questo «particolare non è per nulla incompatibile con la ricostruzione di come operassero gli organi di vertice di Cosa nostra nella deliberazione di omicidi eccellenti». E quello di Mauro Rostagno fu un delitto eccellente. Al quale fece seguito la solita opera di “mascariamento” della vittima, tipico comportamento mafioso per distrarre gli investigatori, messa in campo in molti delitti mafiosi. 

La sentenza di primo grado fu pronunciata nel 2014, 26 anni dopo il delitto. Anni segnati da gravissime lacune investigative, veri e propri depistaggi, scomparsa di brogliacci di intercettazioni e verbali, che hanno agevolato Cosa nostra nel potersi nascondere bene dietro le quinte del delitto. Il processo si concluse anche con l’ipotesi di accusa per falsa testimonianza di dieci testi, tra loro un paio di massoni e un luogotenente dei Carabinieri, Beniamino Cannas. 

Il processo per le false testimonianze è nella fase finale, si profila la prescrizione per i dieci imputati e tra loro c’è anche l’elvetica Leonie Heur, la vedova di un generale dei servizi segreti, Angelo Chizzoni. La donna ha negato di avere informato Rostagno di certi segreti. Segreti che porterebbero alla cosiddette piste alternative che però per la Cassazione sono infondate: non vi sono nel delitto partecipazioni di “entità esterne” a Cosa nostra. Si è sempre detto che Rostagno sarebbe stato prossimo a svelare l’esistenza di traffici di armi all’interno di un aeroporto militare abbandonato, ai quali partecipavano servizi di intelligence, ma per i giudici della massima corte «non vi sono dati di fatto sui quali poter ipotizzare che, successivamente alla deliberazione dell’omicidio, intervennero altri soggetti, estranei al contesto mafioso e comunque interessati alla eliminazione fisica di Mauro Rostagno». 

Sulle cosiddette piste esterne la Cassazione sostiene che sono state tutte sondate, e comunque le ipotesi che richiamerebbero altro movente per il delitto non sono tesi che vedrebbero esclusa la matrice mafiosa.  Mancanza di riscontri per l’altro imputato del processo, il conclamato killer di mafia Vito Mazzara, ergastolano e presunto esecutore del delitto Rostagno per gli investigatori, condannato in primo grado ma assolto in Appello e in Cassazione. 

Mazzara, nel trapanese capo della famiglia mafiosa di Valderice e Custonaci – campione nazionale di tiro al volo – andava in giro in quegli anni a uccidere spesso accompagnato dall’attuale latitante Matteo Messina Denaro, che all’epoca sebbene giovanissimo era stato già autore di spietati delitti. Ma i sicari dell’omicidio Rostagno dopo la Cassazione restano ancora senza volto. Vincenzo Mastrantonio, operaio Enel, guardia spalle del mafioso Virga, per come ha raccontato il pentito Francesco Milazzo, sarebbe stato l’unico che avrebbe conosciuto i nomi dei “picciotti”. Milazzo raccolse la confidenza da Mastrantonio che gli disse che a fare il delitto erano stati “i picciotti di Valderice”. Mastrantonio, che avrebbe fatto si di far restare al buio la stradina di campagna dove Rostagno fu ucciso, a sua volta però fu ammazzato qualche settimana dopo l’omicidio del giornalista.


«Un milione per avere notizie di mio cognato Messina Denaro». Lo ha detto Filippo Guttadauro, internato a Tolmezzo, al giudice di sorveglianza. Il suo difensore Michele Capano, esponente dei Radicali italiani: «c’è una drammatica convergenza, verso una condizione di “tortura democratica”». «Per avere informazioni su mio cognato mi hanno offerto la scarcerazione e un milione di euro». Il cognato non è uno qualunque, ma si tratta del latitante di Cosa Nostra numero uno, Matteo Messina Denaro. Lui è Filippo Guttadauro, attualmente non detenuto, ma internato al 41 bis fin dal gennaio 2016 – data di fine pena per associazione di stampo mafioso – presso la “casa di lavoro” di Tolmezzo.

Il carcere, però, come riportato più volte da Il Dubbio, non ha nessuna attività lavorativa e per gli otto internati, in mancanza dello strumento di valutazione, la proroga è pressoché automatica. Per questo da settimane sono in sciopero della fame. La denuncia di Guttadauro, assistito dall’avvocato e militante dei Radicali italiani Michele Capano, è verbalizzata dall’ufficio di sorveglianza di Udine in occasione dell’udienza tenutasi il 20 marzo scorso per il riesame della misura di sicurezza dell’internamento a Tolmezzo. Davanti al magistrato di sorveglianza e al pm, Guttadauro ha chiesto la revoca dell’internamento e la possibilità di poter lavorare presso l’azienda agricola intestata alla moglie del fratello Carlo, assolto in secondo grado dalla contestazione di associazione mafiosa. Il Pmha avanzato richiesta di proroga della misura di sicurezza, accolta poi dal magistrato di sorveglianza.

Durante l’udienza Filippo Guttadauro, a una precisa domanda risponde testuali parole, riportate nel verbale del 20 marzo, presso la “casa lavoro” di Tolmezzo: «Ci sono stati diversi interrogatori investigativi, nell’anno 2014 mi è stato chiesto di collaborare con la giustizia, subito dopo l’arresto di mio figlio, una seconda richiesta è intervenuta nel gennaio- febbraio 2017 e nell’ottobre dello stesso anno da parte di due persone che si sono qualificate come ufficiali dei Carabinieri dei Ros». Fin qui emergerebbe una richiesta, fatta anche nel periodo successivo alla fine dello sconto di pena e quindi da internato, che rientra nella piena autonomia dei reparti speciali.

Poi Guttadauro prosegue: «Nei primi mesi dell’anno scorso si sono presentati un vice questore ed un agente della squadra mobile della questura di Palermo, che mi hanno offerto la scarcerazione immediata e un milione di euro, e poi sono ritornati il colonnello che era venuto da l’Aquila, un agente della Dia di Palermo e una persona che non saprei indicare, che mi hanno offerto “una montagna di soldi”. Sostanzialmente chiedevano informazioni per rintracciare mio cognato».

Come detto, il cognato è Matteo Messina Denaro, 56 anni, il latitante più ricercato d’Italia, uno degli ultimi boss di una generazione a cavallo tra la mafia stragista dei corleonesi e i nuovi business globali. Oltre un quarto di secolo di indagini, centinaia di arresti e decine di sequestri e confische non hanno messo fine alla latitanza del capomafia.

Filippo Guattadauro – da 12 anni in carcere e ora internato da tre anni a Tolmezzo -, secondo il ministero della Giustizia che gli ha prorogato da internato il 41 bis, è ritenuto ancora pericoloso perché potrebbe continuare ad intrattenere legami e rapporti con esponenti mafiosi che si trovano attualmente fuori dal circuito penitenziario. D’accordo anche il ministero dell’Interno, che ritiene Guttadauro ancora stabilmente e organicamente inserito nella struttura mafiosa con un ruolo apicale in seno alla “famiglia” di Castelvetrano, guidata dal cognato, il boss latitante Matteo Messina Denaro.

Per la difesa, invece, non c’è nessun elemento che sorregge la sua presunta capacità di mantenere collegamenti con l’associazione criminale, tali da giustificare la proroga del 41 bis, soprattutto quando a Tolmezzo, la stessa equipe ha ritenuto che Guttadauro, nel prosieguo del trattamento, possa «fruire di licenze finalizzate ad un graduale reinserimento nel conteso familiare». Il paradosso è che da internato avrebbe diritto, infatti, a beneficiare delle licenze, ma essendo nelle celle del 41 bis, non può usufruirne.

Ma ritorniamo alla dichiarazione di Guttadauro, resa davanti al magistrato di sorveglianza, circa le proposte in denaro e scarcerazione, che avrebbe ricevuto da soggetti istituzionali. Sorge un dubbio. L’internato è sottoposto a pressioni di collaborazioni di questo tipo? E se fosse così, chi consente o dispone in modo che questo avvenga?

Intanto, secondo l’avvocato Michele Capano, queste pressioni chiarirebbero anche «le ragioni di queste proroghe ‘ sine die’ dell’internamento». Sottolinea a Il Dubbio come nel verbale «si rende rappresentazione delle visite periodiche di funzionari dello Stato – che intervengono ‘ motu proprio’, senza essere chiamati – portatori di offerte di danaro e benefici vari, compresi provvedimenti che dovrebbero essere di competenza di magistrati».

L’avvocato e militante dei Radicali Italiani denuncia che «finché dura l’internamento, vi è la possibilità di sollecitare alla collaborazione con la giustizia come unica via per sottrarsi alla girandola altrimenti infinita ed esasperante delle proroghe, in assenza di profili di attualità della pericolosità». Capano conclude: «Vi è una drammatica convergenza della condotta del potere giudiziario e del potere esecutivo, in direzione di una condizione di ‘ tortura democratica’ utile alla collaborazione con la giustizia, alla ‘ confessione’, come fu in un tempo che ci si augurava non ritornasse» . Il caso emblematico dell’internato è stato segnalato anche al collegio del Garante Nazionale delle persone private della libertà, che ha affrontato spesso la criticità riguardante gli internati e in particolar modo proprio quelli di Tolmezzo.   Damiano Aliprandi. 10 Apr 2019 IL DUBBIO

 

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    «La Corte resuscita l’indagine, con una sentenza dura bastona il Tribunale del Riesame che aveva stroncato l’intera inchiesta: “I giudici sono andati ben oltre i propri compiti”».
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    «Nel febbraio 2016, al termine delle indagini svolte, la Procura della Repubblica di Palermo ha richiesto al GIP l’archiviazione tanto delle accuse di Masi contro i suoi superiori, poiché prive di riscontri, sia dell’opposta ipotesi di calunnia, per mancanza dell’elemento psicologico. [...] Ad aprile 2017 il GIP del Tribunale di Palermo, ha accolto solo in parte le richieste della Procura e, nel disporre l’archiviazione della posizione degli ufficiali accusati dal Masi, ha ordinato alla Procura l’imputazione coatta di quest’ultimo per le ipotesi di calunnia e diffamazione dei suoi superiori. Per fatti collegati, il maresciallo Masi è altresì imputato per diffamazione sia innanzi al Tribunale di Roma, sia a quello di Bari.».
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  71. ^ Alessandra Ziniti, Arrestato il fiduciario dei bossla Repubblica, 19 luglio 2006. URL consultato il 13 luglio 2019 (archiviato il 24 gennaio 2018).
  72. ^ Mafia: L'Espresso, figlia Messina Denaro si ribella al clan familiarela Repubblica, 29 agosto 2013. URL consultato il 13 luglio 2019 (archiviato il 17 aprile 2019).

 

IL PADRE BOSS DEL BOSS  Francesco Messina Denaro, soprannominato Don Ciccio (Castelvetrano, 20 gennaio 1928[1] – Castelvetrano, 30 novembre 1998), è stato un criminale italiano, legato a Cosa NostraÈ stato il capo della cosca di Castelvetrano e del relativo mandamento, a partire dai primi anni ottanta. Era il padre del super latitante Matteo Messina DenaroFrancesco Messina Denaro, padre di Matteo Messina Denaro e di Patrizia Messina Denaro, con il figlio Matteo svolgeva l'occupazioni di fattore presso le tenute agricole della famiglia D'Alì, proprietari della Banca Sicula di Trapani (in quegli anni il più importante istituto bancario privato siciliano) e delle saline di Trapani e Marsala. In realtà era a capo del mandamento di Castelvetrano dopo la seconda guerra di mafia dei primi anni '80, quando con il mazarese Mariano Agate fu alleato dei corleonesi, contro le famiglie palermitane e quelle alcamesi dei Rimi e trapanesi dei Minore. [4] Condannato a dieci anni dal tribunale di Trapani nel 1989 si rese latitanteNel 1992 il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara accusò Antonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, di essere affiliato alla locale cosca in cui ricopriva la carica di "consigliere" del capo Francesco Messina Denaro. Vaccarino querelò Calcara per calunnia ma i giudici prosciolsero il collaboratore di giustizia perché specificarono nelle sentenza del processo che erano «accertati e significativi rapporti tra il Vaccarino e altri esponenti dell'articolazione locale di Cosa Nostra, quali Francesco Messina Denaro [...]» con cui l'ex sindaco aveva costituito una cooperativa agricola[8]; tuttavia nei processi in cui era imputato, Vaccarino venne condannato in via definitiva soltanto per traffico di stupefacenti ma assolto dall'accusa di associazione mafiosa Nel 1994 fu tra i 74 mandati di custodia cautelare dell'operazione Petrov. Ricercato da più di 8 anni, Francesco Messina Denaro è stato ritrovato morto il 30 novembre 1998 nelle campagne di Castelvetrano, stroncato da un infarto Nell'ambito del processo per l'omicidio di Mauro Rostagno, i pentiti Angelo Siino e Vincenzo Sinacori hanno dichiarato che l'omicidio è stato voluto da Francesco Messina Denaro, il quale aveva dato incarico al boss Vincenzo Virga perché provvedesse all'uccisione di Rostagno. 


Matteo Messina Denaro – Troppi silenzi su quelle indagini scomparse

Tribunali posti poco sicuri  Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, se ci sono posti poco sicuri dove custodire atti di indagine, questi sembrano essere gli uffici giudiziari dei tribunali. È sufficiente fare una ricerca in rete per verificare come la scomparsa di fascicoli dai tribunali italiani non sia un evento così raro. Atti processuali per cause di lavoro e cause civili, fino ad arrivare a fascicoli di stragi, terrorismo e mafia. Il più delle volte la scomparsa dei documenti è dovuta ad attività svolte, trasferimenti d’indagini o altro, senza che ci si sia poi preoccupati di rimetterli al proprio posto o segnalarne l’eventuale spostamento. Avviate le doverose indagini, talvolta vengono rinvenuti. Altre volte, invece, la scomparsa è reale.

È questo il caso di un computer e delle pendrive contenenti anni di indagini sul boss latitante Matteo Messina Denaro, letteralmente svaniti nel nulla. Volatilizzatisi da quella che doveva essere una delle stanze più sicure di un tribunale. Non una cancelleria, frequentata da avvocati, personale d’ufficio e magistrati, bensì la stanza di uno dei più importanti pm all’epoca a capo del pool che dava la caccia al noto latitante di Castelvetrano.

Un computer scomparso L’episodio risale al 2015, ma è emerso a margine del processo d’Appello in cui Teresa Principato – il pm dal cui ufficio scomparvero i supporti telematici contenenti le indagini – venne assolta dall’accusa di aver rivelato un’indagine all’appuntato della Guardia di Finanza Calogero Pulici, all’epoca applicato alla sua segreteria.

Era stato lo stesso Pulici – “cacciato via” dalla Procura di Palermo poiché era venuta meno la fiducia nei suoi confronti – a denunciare che l’11 dicembre 2015, recatosi nella stanza della dottoressa Principato per ritirare i suoi effetti personali faceva la scoperta, in presenza di testimoni, che era “scomparso” il suo pc e  due pendrive che contenevano tutti i file delle attività di indagini svolte dall’ufficio e coperte da segreto istruttorio. Pulici, lo stesso giorno, informava il suo comando provinciale, nella persona del suo comandante, di ciò che era successo.

Le accuse Quella di Pulici è una vicenda che ha del paradossale. Allontanato verbalmente dalla Procura di Palermo nell’estate 2015, a seguito di una querela per molestie (finita archiviata) l’appuntato, da anni fidato collaboratore della Principato, rimase coinvolto in più processi (almeno sette terminati con assoluzione) tra i quali uno per aver consegnato nell’ottobre 2015, all’allora capo della Procura di Trapani, Marcello Viola, una pendrive contenente i verbali di interrogatorio di un collaboratore di giustizia coperti da segreto investigativo. Anche i due magistrati, sia la Principato che Viola, vennero indagati con l’accusa di rivelazione del segreto d’ufficio, inizialmente con l’aggravante dell’articolo 7, per aver agevolato la mafia, ostacolando le indagini della Dda di Palermo.

Un lecito scambio di informazioni tra due magistrati trasformato in un’accusa che portò soltanto ad archiviazioni e assoluzioni. Le indagini erano state condotte dalla Guardia di Finanza, il cui colonnello era consapevole del rapporto di collaborazione tra i due magistrati, tanto da aver effettuato insieme a loro anche un sopralluogo con un elicottero della Guardia di Finanza.

Indagini condotte con la Guardia di Finanza. Se l’ufficiale avesse ravvisato in tali attività gli estremi di un reato, doveva aspettare una delega di indagini o nell’immediatezza avrebbe dovuto farne denuncia all’Autorità Giudiziaria competente? E invece no, soltanto quando vengono meno i rapporti istituzionali e personali con i due magistrati e l’appuntato, e solo dopo aver ricevuto delega d’indagini, si accorge del presunto reato commesso dai tre. Un reato assai presunto, per la verità, visto che anni di inutili processi portarono soltanto ad assoluzioni.

Cancellati anni di indagini su Matteo Messina Denaro. Cosa accadde a seguito delle relazione presentata dal Pulici al suo comando? Pulici nel 2016 subì anche delle perquisizioni che portarono al sequestro di materiale informatico e di un vecchio computer. Secondo la Finanza tra questo materiale  c’era quello di cui Pulici denunciava la scomparsa, ma tra gli oggetti sequestrati non c’era alcun portatile come quello indicato dal finanziere, tanto da indurre la Procura a dover dichiarare che si trattava di altri dispositivi e non di quelli scomparsi dall’ufficio del pm Principato.

Dopo numerose e reiterate richieste per tornare in possesso dei suoi effetti personali, di quanto altro era stato sequestrato e del computer della Procura nel quale erano custoditi file di lavoro, a Pulici veniva consegnato un hard disk smontato e privo di password. Tutto era stato cancellato.

Computer che misteriosamente spariscono, altri dai quali viene smontato l’hard disk e cancellati tutti i file contenenti indagini top secret su Matteo Messina Denaro, diedero luogo a indagini da parte della procura? Secondo quanto riportato dalla stampa venne aperto un fascicolo che finì archiviato senza che fosse stato sentito il finanziere e neppure la Principato.

Uno strano modo di condurre le indagini, visto che nessuno si preoccupò neppure di chiedere all’appuntato quale fosse la marca, e nemmeno il colore, del computer trafugato. Si cercava dunque qualcosa senza sapere cosa si stesse cercando? Le domande in merito, in verità, sarebbero anche tante altre, a cominciare dalla procura competente.

La procura competente  Trattandosi di un furto perpetrato nella stanza di un magistrato e contenente atti investigativi della stessa, forse a condurre le indagini doveva essere una diversa procura. Che la competenza fosse di altra procura, lo dimostrano, infatti, i precedenti di semplici intrusioni nottetempo nella stanza di magistrati, senza che fosse stato portato via nulla, e che comportò la segnalazione del fatto a procure diverse da quella dove operavano i magistrati in questione.

Accadde così nel 2014 quando ignoti entrarono nella stanza dell’allora Procuratore di Trapani Marcello Viola e la vicenda – così come è giusto – fu segnalata ai pm di Caltanissetta che aprirono un fascicolo. La stessa cosa nel 2017, quando l’intrusione avvenne nella stanza del Procuratore aggiunto della DDA di Caltanissetta, Lia Sava, e la procura nissena, dopo aver avviato i primi atti urgenti d’indagine, trasferì tutto alla procura di Catania competente per i reati ai danni di magistrati del distretto nisseno. La procura di Caltanissetta venne interessata a seguito del furto avvenuto nella stanza della dottoressa Principato? Forse no, nonostante in quella circostanza avvenne un furto che permise di fare sparire anni di indagini condotte in merito alla latitanza di Matteo Messina Denaro.

Vennero mai avviate le indagini?  La domanda a questo punto è un’altra: Venne realmente avviata un’indagine o di questa si hanno solo notizie riportate dalla stampa? La domanda è legittima, visto che  ufficialmente non si ha notizia di indagini avviate e di quale fu l’esito delle stesse. A rigor di logica – e a termini di legge – la relazione con la quale Pulici denunciava l’avvenuta sottrazione del computer e di altro materiale informatico, essendo avvenuta in un ufficio pubblico doveva obbligatoriamente dar luogo all’apertura di un fascicolo, trattandosi di un reato perseguibile d’ufficio. 

Tante volte abbiamo letto di presunte talpe di boss mafiosi. Chi aveva interesse a fare sparire le indagini su Matteo Messina Denaro? Tante volte le presunte talpe non erano tali, eppure si sono condotte indagini, arresti – talvolta di innocenti – e processi.

È normale che un caso tanto eclatante non abbia comportato alcuno sviluppo e sia passato anche sotto tono sui media?

Quel che è certo è che non si ha traccia di quanto trafugato dalla stanza della Principato e che nella migliore delle ipotesi le indagini – se mai vennero avviate – seguirono un iter che definire “particolare” sarebbe un eufemismo.

Si sarebbe potuto catturare il boss latitante?  Cosa ne fu del computer di Pulici? Chi lo portò via dalla stanza del magistrato? Cosa conteneva? Si sarebbe potuti arrivare alla cattura del boss latitante a seguito di quelle indagini? Queste domande forse dovrebbero porsele anche altri che potrebbero avere un interesse istituzionale a conoscere l’intera vicenda che allunga angoscianti ombre su quello che accade in certi palazzi dove Iustitia, la dea romana della Giustizia, sembra aver lasciato il posto a Marco Giunio Bruto, il cesaricida.  Gian J. Morici LA VALLE DEI TEMPLI 1.12.2020

 


Dietro di lui solo la morte  «Con le persone che ho ammazzato potrei riempirci un cimitero». Parola di Matteo Messina Denaro.  Tra gli Anni Ottanta e gli Anni Novanta “U siccu” è un boss emergente. È il prediletto di Totò Riina ed esecutore e mandante di numerosi omicidi. I giudici parlano di “totale assenza di scrupoli”. Nessuno sa, con esattezza, quanta gente ha ucciso o fatto uccidere. Vincenzo Milazzo e Antonella Bonomo sono tra questi.
Vincenzo Milazzo è uomo dei corlenoesi, capace raffinatore di eroina, e boss di Alcamo che un quarto di secolo fa  è nel mezzo di una guerra di mafia. Vincenzo e Antonella vivono insieme. Lei soffre quando lo vede partire come un soldato, anche di notte, per una missione da compiere. Sognano un figlio, un po’ di pace e prospettano una fuga lontano da tutto. La guerra di mafia finisce, c’è la “pace” ad Alcamo. Ma non per loro.
Dicono che lui comincia a parlar male dei pezzi grossi, per Cosa nostra diventa una mina vagante. Un giorno credendo che avessero arrestato Totò Riina, Vincenzo organizza una festa, comincia a capeggiare. Riina viene a sapere tutto ed emette la sentenza. Portano Milazzo in una casa di campagna, dentro c’è anche Messina Denaro. Milazzo entra, viene ucciso con un colpo alla testa e sotterrato nel terreno vicino. Nei giorni successivi Antonella Bonomo è preoccupata. Il suo ‘guerriero’ non torna a casa e lei ha una gravidanza da portare avanti. Diventa pericolosa per Cosa nostra, potrebbe conoscere tutti i fatti della mafia in quel territorio e ha anche un parente nei servizi segreti. Non dà garanzie di una vedovanza tranquilla. Un giorno viene condotta nello stesso casolare. Lei entra, ma nessuno le spara. Il codice degli uomini d’onore vieta di sparare ad una donna. La strangolano e la incaprettano, mentre lei implora pietà per il bimbo che porta in grembo. Sarà Messina Denaro a metterla in un sacco nero e a seppellirla nella stessa fossa del suo uomo.
Matteo Messina Denaro e il suo gruppo di fuoco viene incaricato di risolvere i problemi ad Alcamo e Marsala. Nelle due città ci sono dei gruppi di mafiosi che vogliono tirarsi fuori dall’egemonia dei corleonesi. Nella guerra di mafia ad Alcamo muoiono più di quaranta uomini. Matteo Messina Denaro sarà, ad esempio, mandante dell’agguato a Felice Buccellato, il figlio di Don Cola, il capo storico della mafia di Castellammare del Golfo, che si era messo contro i corleonesi dopo decenni di assoluto potere. "U siccu" partecipa con il padre anche all’omicidio di quattro personalità di spicco della mafia di Alcamo: Filippo Melodia, reggente della famiglia di Alcamo, Damiano Costantino, Giuseppe Colletta e Vito Varvara.
Altra guerra a Marsala. Sempre nei primi anni Novanta. Una famiglia decide di allearsi con la mafia di Agrigento e Gela, gli "stiddari". La capeggia Carlo Zichittella. Vuole diventare il referente di Cosa nostra in città, con l’aiuto dei vecchi nemici dei corleonesi. Vengono tutti fatti fuori nel 1992. Prima Vincenzo D’Amico e Francesco Caprarotta, i reggenti della famiglia marsalese. Poi tocca a Gaetano D’Amico, fratello di Vincenzo. A marzo, nella piazza Porticella, un commando circonda tre uomini in pieno giorno. Muore crivellato Antonino Titone. Vengono uccisi i parenti e gli amici più fidati di Zichittella. 
Infine, a giugno, viene assassinato suo padre, lo "zio Vanni". È seduto su una Vespa 50, stava comprando dei pesci.  Matteo Messina Denaro, nel 1992, viene incaricato anche di far fuori Maurizio Costanzo. Il suo gruppo di fuoco parte per Roma con un carico di mitra, fucili, pistole. È il mese di febbraio. Pensano di uccidere Costanzo con l’esplosivo. Individuano anche un punto che si presta bene per l'attentato. Si aspetta l’ok di Totò Riina. Da Palermo però arriva l’ordine di sospendere tutto. C’è da organizzare l’attentato a Falcone. di Giacomo Di Girolamo 23.3.2017


Mafia: Messina Denaro; pm, partecipò a sequestro Di Matteo "Anche Matteo Messina Denaro partecipa alle barbarie cui fu sottoposto il piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito e tenuto prigioniero per tre anni per poi ucciso e sciolto nell'acido, autorizzando che il bambino, nel corso della lunga prigionia, resti per tre occasioni ristretto in un immobile vicino Castellamare e in uno vicino Custonaci". Così il pm Gabriele Paci che, nel corso della requisitoria per il processo a Mattia Messina Denaro, ha ricostruito la carriera criminale del latitante, imputato, dinanzi alla Corte d'Assise di Caltanissetta di essere uno dei mandanti degli attentati di Capaci e Via D'Amelio.  "Giuseppe Di Matteo, figlio del mafioso Santino - ha continuato Paci - fu sequestrato per tentare di bloccare la collaborazione del padre con la giustizia. Matteo Messina Denaro oltre a organizzare e deliberare il sequestro mette a disposizione, nel trapanese, i covi in cui il piccolo Di Matteo viene tenuto segregato". Dopo 779 giorni di prigionia il piccolo di Matteo, l'11 gennaio del 1996, venne strangolato e sciolto nell'acido. (ANSA).


Borsellino e i Messina Denaro, lo 'schiaffo' al giudice   Borsellino chiese misure nei confronti del padre del Superlatitante, ma si sentì rispondere che Francesco Messina Denaro non aveva fatto nulla  - AGI 16.7.2020  Nel gennaio del 1990 Paolo Borsellino chiese il divieto di soggiorno per Francesco Messina Denaro, vecchio campiere classe 1928 e padre del superlatitante Matteo, ma il Tribunale di Trapani rigettò la richiesta, con un decreto che "è una sorta di schiaffo a chi l’aveva avanzata". Erano gli anni in cui 'don Ciccio' "usciva fuori dai radar, dicendo che aveva una brutta malattia e mandando avanti il figlio Matteo che partecipò alle riunioni decisive per le Stragi del 92". 

Il decreto di 'non luogo a procedere' - scritto a mano e datato 13 luglio 1990 - è stato depositato dal pm Gabriele Paci e citato durante la requisitoria nel processo in corso davanti ai giudici della corte d'Assise di Caltanissetta contro il latitante Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993 e accusato di essere il mandante dei due attentati in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Quest'ultimo dall'agosto dell'86 al marzo 1992 era stato a capo della Procura di Marsala e il 23 gennaio 1990 aveva chiesto la sorveglianza speciale, il divieto di dimora e il sequestro di tutti i beni di 'don Ciccio'. Ad ottobre dello stesso anno Borsellino - con le stesse accuse - emise un ordine di cattura nei confronti del capomafia, che da allora iniziò la sua latitanza, condannato da ricercato nel 1992 e morto da ricercato nel 1998.

"Rileggendo quel decreto potete apprezzare qual era lo stato dell’arte, qual era lo stato delle indagini fatte da valorosissimi inquirenti", ha continuato Paci, rilevando e "l’ironia contenuta nel provvedimento" quando si afferma: "alla fine che cosa ha fatto questo Messina Denaro?". Nel decreto (presidente G.Barraco, giudici Massimo Palmeri e Tommaso Miranda) i giudici sottolineano, inoltre, che "non risulta a carico del proposto dal 1964 ad oggi alcun precedente penale".

Le imprese di 'don Ciccio', invece, erano ben note. Sul finire degli anni cinquanta Messina Denaro senior - già allora campiere dei D'Alì - fu indagato per il sequestro-omicidio del notaio Francesco Craparotta e di un tale Vito Bonanno, uccisi il 9 gennaio 1957. I carabinieri di Castelvetrano lo ascoltarono il 16 maggio di quell'anno, ma nel 1964 venne scagionato da ogni accusa.

"Le notizie relative agli asseriti rapporti del proposto con appartenenti a consorterie mafiose - si legge nel decreto del Truibunale di cui l'AGI è venuta in possesso -  si sono rivelate per alcuni versi, stando agli elementi di fatto forniti, incontrollabili (non vi è alcun elemento agli atti che indichi Giuseppe Garamella, Paolo Marotta, Vito Guarrasi e Saverio Furnari quali affiliari alle cosche mafiose) e peraltro non certamente all'origine della presunta pericolosità qualificata (la figlia Rosalia ha contratto matrimonio con Guttadauro Filippo, sulla cui trasparente personalità non si solleva alcuna ombra di dubbio se non purtroppo, che è fratello di tale Guttadauro Giuseppe, ex diffidato e sorvegliato speciale, indiziato di mafia)".    

Il "trasparente" Filippo Guttadauro di cui parla il decreto del Tribunale fu arrestato una prima volta nel 1994, dopo quelle parole assolutorie e poi nel 2006, ed è oggi detenuto al 41bis. "Alla fine della fiera è (quel decreto, ndr.) una sorta di schiaffo a chi aveva avanzato la richiesta, per dire ‘non lo vedi che non c’è nulla’ ", ha detto il pm Paci nel corso della requisitoria a Caltanissetta.

Tutti i nominativi citati poi furono condannato per mafia, meno che Guarrasi, mente occulta della politica e dell'economia siciliana dal secondo dopoguerra. Nel documento si elencano anche i rapporti con la blasonata famiglia trapanese dei D'Alì. "L'unica operazione che ha richiesto l'impiego di una consistente somma di denaro per l'acquisto di un fondo facente parte delle proprietà fondiarie dei D'Alì risulta onorata con un mutuo - si legge nel provvedimento - contratto presso la Banca di Sicilia e di cui il Messina Denaro e la moglie risultano ancora gravati". "Gli accertamenti bancari hanno consentito di verificare che l'odierno proposto risulta aver una situazione debitoria per svariati milioni (oltre 18 milioni per il mutuo soprannominato) e di non essere in possesso di altra liquidità economica", continua il decreto, dipingendo 'don Ciccio' come persona modesta e onesta.

Per anni, ha spiegato Paci,. "l'attenzione si focalizzò su Mariano Agate, indicato erroneamente come capo della provincia di Trapani, trascurando la figura di don Ciccio Messina Denaro", su cui si erano invece soffermati "validi investigatori come Rino Germanà", poi sfuggito a un agguato sul lungomare di Mazara nel settembre 1992. Per dieci anni , 'don Ciccio', ha ribadito Paci, "fu non solo il capo del mandamento di Castelvetrano, ma anche di tutta la mafia trapanese", ha detto il pm Paci.    

L'eredità fu raccolta dal figlio Matteo che, dopo aver condotto le faide di Alcamo e Partanna, nell'autunno 1991 affiancò Totò Riina partecipando alla missione romana del febbraio-marzo novantadue per uccidere Falcone nella capitale e seguendolo fino alle stragi del 1992. Proseguendo con quelle al nord del 1993, di Firenze e Milano, per cui è già stato condannato all'ergastolo


Il grande colpo al Monte dei pegni Cosa nostra rubò l’oro dei pover  Pochi ricordano  la rapina miliardaria dell’estate 1991 che portò a Messina Denaro e  Riina miliardi in oro  e gioielli Autunno 1991. Un’Alfa 164 di colore bianco parcheggia davanti a una gioielleria di Castelvetrano. Al volante c’è Matteo Messina Denaro. Comodamente seduti Totò Riina e consorte. Prendono un borsone e lo consegnano al gioielliere Francesco Geraci, che cinque anni dopo deciderà di pentirsi raccontando tutto ai PM Già perché e solare ed evidente che le casseforti economico/finanziarie che garantiscono la sua latitanza affondano radici profonde oltreoceano (come abbiamo visto) ma anche in Sicilia. Pizzo, traffici illeciti, pervasività nell’economia pubblica sono costanti.

Sul piatto degli investigatori, per certificare la sua attendibilità, Cancemi mise il tesoro del padrino corleonese che si trovava dai Geraci a Castelvetrano. Sotto sequestro finirono gioielli, preziosi e lingotti d’oro che valevano due miliardi di lire. Quello era solo una parte del bottino I lingotti erano una parte del colpo al Monte dei pegni della Sicilcassa in via Calvi a Palermo. Parlare di rapina sarebbe riduttivo.

Il 13 agosto del 1991 sette banditi sbucarono dai bagni. Gli impiegati erano appena rientrati dalla pausa pranzo. Razziarono l’oro dei poveri, tutta gente che impegnava i regali di una vita. Li portavano al Monte di pietà e ricevevano in cambio soldi in contanti per mandare avanti la baracca. Le polizze di pegno venivano spillate sulle buste di plastica che custodivano i gioielli. Era un modo per tenere viva la speranza, spesso vana, che la merce potesse essere un giorno riscattata. Dal caveau di via Calvi sparì merce per 18 miliardi di lire. Una cifra calcolata per difetto. A parte i lingotti di Riina la refurtiva non è più stata ritrovata. Ripulita finanziando chissà quali affari. Di recente quel mega colpo è tornato d’attualità. Fra gli uomini d’oro che assaltarono il Monte di Pietà c’era pure Francesco Paolo Maniscalco, imprenditore del caffè, già condannato per quel colpo e anche per mafia. I finanzieri della Polizia hanno sequestrato beni per 15 milioni di euro.

Geraci venne affidato il delicato compito di gestire la cassa di famiglia, che amministrò per anni, custodendo il denaro nel caveau della propria gioielleria.

Ed è proprio lui a raccontarlo in un interrogatorio sostenuto dalla 12.45 del 5 ottobre 1996: «L’episodio nel quale è coinvolto mio fratello è quello che concerne la gestione di “conti” ce io tenevo in gioielleria nell’interesse di Messina Denaro Matteo: il Matteo avendo notato un caveau particolarmente protetto, mi aveva chiesto se potevo custodirgli del denaro in contanti, ed io mi ero messo a disposizione senza alcuna difficoltà. Tale denaro, in pratica confluiva in quattro conti: uno era quello personale di Matteo che ebbe al massimo un saldo di 35 milioni; un altro che ha avuto anche la consistenza di 100-150-200 milioni; l’altro ancora ammontava a 100 milioni e che, come mi disse Matteo, erano soldi di sua madre; un ultimo invece fu fatto in occasione dell’acquisto di terreni, di cui parlerò appresso, di cui la S.V. mi invita a fare. Ero stato io a confidare a mio fratello l’esistenza di quei conti anche per consentire che in mia assenza Matteo potesse effettuare operazioni di deposito o prelievo di denaro rivolgendosi direttamente a lui. Il Matteo veniva assiduamente a compiere queste operazioni, le quali venivano annotate in dei bigliettini in cui sostanzialmente veniva riportato soltanto il saldo e che venivano successivamente strappati. Mio fratello si occupava anche della gestione di questa contabilità ma ero io di fatto che mantenevo i rapporti con Matteo (…) Prima del mio arresto ricordo che il conto personale del Matteo era stato azzerato e ciò in concomitanza con l’inizio della sua latitanza; quello degli “affari correnti”, per così dire, era stato assottigliato (…) Aggiungo che per un certo periodo, sempre tramite il Matteo, anche …omissis…ci aveva portato in custodia 200 milioni che erano dei soldi di cui egli si era appropriato in banca. Mi risulta inoltre che …omissis…si fece custodire una certa somma, forse circa 70 milioni, anche da…omissis…Mi sovviene che ho custodito anche i soldi di…omissis…, circa 20 milioni, che mi furono portati da…omissis».

L’ulteriore passaggio evolutivo di tale rapporto – annota il Gip a pagina 21 del provvedimento – fu l’affidamento a Geraci di numerosi lingotti d’oro (chi, di noi, non ne ha una decina in casa per far fronte a spese improvvise o per dare una mancia al corriere!, nda) e di una valigia piena di monili e oggetti preziosi, beni tutti appartenenti a Totò Riina, consegnati da Geraci agli inquirenti all’inizio della sua collaborazione. «Nella terza occasione – proseguirà Geracinell’interrogatorio del 5 ottobre 1996 – Riina si presentò nel negozio accompagnato da Matteo, con la  moglie e le due figlie, affidandomi una borsa con i gioielli della famiglia perché li custodissi; si trattava di orecchini, monili ed altro che io ho occultato in un nascondiglio segreto nella mia abitazione unitamente ai lingotti d’oro che in un’altra occasione mi aveva portato il Matteo dicendomi che erano di Riina

A proposito di Riina ricordo che per due estati in due occasioni ho fatto fare insieme al Matteo delle gite in barca a tutti e quattro i suoi figli, unitamente alle figlie di Pietro…omissis…e di tale “vartuliddu” di Corleone, entrambi all’epoca dimoranti a Triscina. 

Un giorno Messina Denaro Matteo mi chiese se mediante un’operazione “pulita” potevo intestarmi un terreno che da quello che capiì apparteneva alla famiglia mafiosa di Castelvetrano: si trattava  di un terreno di tre salme e mezzo  (pari a 18 ettari circa) sito alle spalle della grande costruzione di Genco cui si accede da viale Roma. Non sono in grado di dire se quel terreno intestato formalmente a …omissis…di fatto apparteneva già a Messina Denaro Matteo ed ai suoi amici mafiosi oppure se di fatto costoro ne diventavano proprietari a seguito della vendita nella quale io figuravo come formale acquirente. L’acquisto avvenne, se mal non ricordo, tra i 1990 e il ’91 (…) Successivamente alla compravendita, il terreno acquistato da …omissis….fu un compromesso rivenduto ai Sansone di Palermo per la somma di 550 milioni. Il Sansone mi versò 450 milioni in assegni ma prima che saldasse completamente il debito venne arrestato per cui rimase in debito di 100 milioni. Ricordo che si diceva che quel terreno doveva diventare edificabile e che anzi il Sansone doveva realizzare un grosso insediamento edilizio, tipo “Castelvetrano due”; infatti attualmente il terreno vale svariati miliardi. Con il guadagno di 250 milioni previsto a seguito di quella compravendita, il Matteo mi aveva detto che dovevo intestarmi un terreno di Riina…». Guarda caso, in quegli anni prende il via la grande speculazione edilizia di Castelvetrano verso Santa Ninfa. Il piano Regolatore approvato dalla Giunta Bongiorno e dal consiglio dell’epoca consentì in quella zona investimenti immobiliari per miliardi di lire. La classe dirigente di Castelvetrano decise uno strano sviluppo urbanistico che non portava verso il mare ma verso l’entroterr Resta da capire chi, oggi – a fronte dei tanti prestanome della famiglia allargata già colpiti da provvedimenti di sequestro o confisca – continui, in Sicilia e non solo, a tenere “i conti” dorati del superlatitante trapanese e della sua “famiglia allargata”.   Fonte: Live Sicilia


Matteo Messina Denaro, il boss delle stragi e la fidanzata: la lettera d’addio  Matteo Messina Denaro, il «capo dei capi» della mafia, è ancora latitante, a 25 anni dalle stragi di mafia in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

 

 

A differenza degli altri capimafia, come Provenzano e Riina, non è mai stato in carcere A Caltanissetta inizia il processo a suo carico
Qui si fa il punto delle indagini per catturare il superlatitante. Dove si nasconde?

Se e quando lo prenderanno, per essere sicuri della sua identità dovranno sottoporlo al test del Dna. Solo in quel momento, se i confronti coincideranno, si potrà sancire la fine della latitanza di Matteo Messina Denaro, l’unico grande capomafia ancora in libertà e mai transitato dalle patrie galere, di cui non si hanno foto segnaletiche né impronte digitali. Anche Totò Riina e Bernardo Provenzano sono rimasti in fuga per decenni, ma in gioventù erano stati in carcere; Matteo — generazione successiva, classe 1962 — mai. Caso unico nella storia delle indagini antimafia. A venticinque anni dalla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a Caltanissetta è appena cominciato il processo a suo carico per le due stragi del 1992: a parte i «mandanti occulti» su cui ancora si indaga, ma mai individuati, è rimasto l’ultimo imputato, giudicato in contumacia.

«Che Dio mi aiuti»  Ufficialmente Messina Denaro è ricercato dall’anno successivo, ordine d’arresto numero 267/93 per quattro omicidi, emesso da un giudice palermitano il 2 giugno 1993. Tre giorni dopo scrisse una lettera alla ragazza con cui era fidanzato all’epoca, per annunciarle la sua fuga: «Non so se hai capito che nell’operazione di ieri da parte dei carabinieri c’è anche un mandato di cattura nei miei confronti… Qualunque cosa abbiano messo è soltanto una grande infamia, perché sono innocente… È iniziato il mio calvario, e a 31 anni, e con la coscienza pulita, non è giusto né moralmente né umanamente… Spero tanto che Dio mi aiuti… Non voglio neanche pensare di coinvolgerti in questo labirinto da cui non so come uscirò… Vuol dire che il nostro destino era questo. Spero tanto, veramente di cuore, che almeno tu nella vita possa avere fortuna… Non pensare più a me, non ne vale la pena… Con il cuore a pezzi. Un abbraccio, Matteo».

 In quello stesso periodo il neo-latitante stava partecipando all’organizzazione delle stragi mafiose dell’estate ’93, ma gli investigatori hanno cominciato a concentrarsi su di lui molto tempo dopo, all’indomani della cattura di Provenzano. Da quel momento, anno 2006, è diventato il ricercato numero uno, preda invisibile di una caccia nella quale lo Stato ha investito decine di milioni e che finora ha portato a oltre cento arresti di familiari, complici, fiancheggiatori e mafiosi vari, senza però arrivargli nemmeno vicino. E la caccia continua. A Palermo ci sono almeno 200 investigatori della polizia e dei carabinieri che si dedicano a tempo pieno alle indagini finalizzate alla sua cattura, strutturati in compartimenti stagni, con scambi di informazioni che avvengono tra i vertici delle due strutture sotto il coordinamento di due Procure, Palermo e Caltanissetta. La polizia conta su quasi 100 tra funzionari e agenti della Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, a cui si aggiungono quelli della Mobile di Trapani e gli agenti del Servizio centrale operativo, alcuni già protagonisti della cattura di Provenzano. Lavorano in una sede distaccata presso un aeroporto, dov’è installata la sala ascolto delle migliaia di intercettazioni captate da microspie piazzate nei luoghi più impensati e impensabili in cui si ritiene che qualcuno possa parlare di lui, iddu, il latitante.

Pure i carabinieri schierano un centinaio di uomini a tempo pieno tra Ros, il raggruppamento operativo speciale dedito alle indagini sulla criminalità organizzata, e i comandi provinciali di Palermo e Trapani, con una sala ascolto sistemata all’interno di un altro aeroporto della zona, dove convergono le informazioni raccolte dalle cimici. Qualche anno fa s’è tentato l’esperimento di unificare le due strutture, ma è stato abbandonato: il protocollo per lo scambio di notizie è tuttora in vigore, tuttavia i dati vengono condivisi solo ad alto livello. Anche per evitare che eventuali «talpe» possano rovinare l’intera inchiesta, come si rischiò durante le ricerche di Provenzano.

Infine ci sono i servizi segreti, impegnati su quel fazzoletto di Sicilia occidentale in cui il boss ha visto crescere il suo potere mafioso e che forse non batte più, ma in assenza di altre tracce è inevitabile ripartire da lì, e insistere su chiunque possa avere rapporti con lui. A cominciare dalle famiglie: quella di sangue e quella mafiosa, che in alcuni casi coincidono. Se infatti Matteo non ha mai varcato il portone di un carcere, quasi tutti i suoi parenti sono stati arrestati, e spesso condannati, per appartenenza a Cosa nostra: dal fratello Salvatore — al 41 bis — alla sorella Patrizia (fresca di 14 anni e mezzo di pena inflitti in appello), passando per il cognato Filippo Guttadauro, il nipote Lorenzo, il cugino acquisito Lorenzo Cimarosa che s’è pentito ed è morto di malattia nel gennaio scorso: ha fatto in tempo a fornire notizie per la cattura di altri personaggi, compresi politici e imprenditori in grado di procurare appalti e affari, considerati vicini al latitante, ed è possibile che a breve si arrivi allo scioglimento per mafia del Comune di Castelvetrano. Ma niente di decisivo per afferrare iddu. È la strategia della «terra bruciata» intorno al latitante, arrivata fin dentro la casa del paese dove non abita più nemmeno l’anziana madre di Matteo; quattro anni fa da quelle mura se n’erano andate la figlia concepita del boss quand’era già latitante, insieme alla ex compagna di Matteo: un altro segnale di un codice mafioso-patriarcale che sembra disgregarsi, insieme al prestigio del padrino che «picciotti» o «uomini d’onore» non hanno più paura di criticare.

«Ma questo che fa?  Totò Riina, nei dialoghi registrati in carcere, l’ha accusato di aver abbandonato la causa di Cosa nostra per pensare ai fatti propri: «Non ha fatto niente... io penso che se n’è andato all’estero». E Giuseppe Tilotta, sospettato di far parte della mafia trapanese, si sfogava così nell’agosto 2015: «Ma anche questo, che minchia fa? Cioè, arrestano i tuoi fratelli, le tue sorelle, i tuoi cognati e tu non ti muovi? Ma fai bordello!». Ed esprimeva un’idea che comincia a fare capolino anche fra qualche inquirente: «Io sono del parere che questo qualche giorno, a meno che non lo abbia già fatto, si ritira... e gli altri vanno a fare cose a nome suo quando lui oramai non c’è più qua…».

Le tracce del 2013  È come se Matteo Messina Denaro fosse diventato un’icona, un nome che pure mafiosi di piccolo o piccolissimo calibro pronunciano per darsi un tono o acquistare peso, com’è capitato nelle intercettazioni che l’altra settimana hanno portato al fermo di 14 persone; dicevano che Matteo nel 2015 era intorno a Marsala, ma non ce n’è prova. Gli indizi un po’ più consistenti della sua presenza in Sicilia sono del 2013, quando la sorella Patrizia portò al marito in galera un ordine del latitante, Cimarosa ha riferito che bisognava recapitargli 60.000 euro e qualcuno si mosse per trovare una casa nella zona di San Vito Lo Capo. Poi più niente. I pizzini inviati ai boss Provenzano e Lo Piccolo, firmati «Alessio», risalgono al 2006 e 2007, li ha dettati a qualcuno: non sono scritti da lui, come ha stabilito il confronto con la lettera d’amore del ’93, una delle poche tracce autentiche che ha lasciato dietro di sé. Interrotti quei contatti, ne potrebbero essere rimasti con i capi di altre organizzazioni criminali; gli inquirenti hanno subodorato qualche indizio in questa direzione, ma ancora poco concreti. Le indagini non si fermano monitorando colloqui e sussurri, messaggeri veri e presunti, rapporti autentici o solo immaginari. Ma il boss è ancora libero, forse vicino a chi lo cerca o forse addirittura in un altro continente. Continuano a finire in carcere persone che senza la caccia non sarebbero nemmeno state inquisite, mentre Matteo Messina Denaro insegue il destino del padre, capomafia anche lui, morto in latitanza nel 1998; la famiglia annunciò la dipartita con un aulico necrologio pubblicato sul Giornale di Sicilia, firmato anche da Matteo. Era già in fuga da cinque anni. 17 maggio 2017 Corriere della Sera – Giovanni Bianconi

a cura di Claudio Ramaccini, Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia - PSF

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