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GIOVANNI BRUSCA, u verru

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GIOVANNI BRUSCA detto u Verru (il porco):  "Ho ucciso Giovanni Falcone "Il primo lavoro era quello di riuscire a entrare nel cunicolo e vedere com'era fatto. Io ero un po stanco per tutto ciò che avevo fatto poco prima. Nel momento in cui provai a infilarmi nel cunicolo sentii un po d'affanno, mi mancò l'aria. E pensai: <<Se entro qua dentro muoio>>. La stessa cosa accadde a La Barbera. Nel frattempo arrivò Gioè, più riposato, più fresco. E disse: <<Voglio provare io>>. Entrò al buio, tranquillo... LEGGI TUTTO  


Giovanni Brusca, soprannominato in lingua siciliana u verru (il porco), oppure lo scannacristiani per la sua ferocia (San Giuseppe Jato, 20 febbraio 1957), è un mafioso e collaboratore di giustizia italiano.

È stato un membro di rilievo di Cosa nostra e attuale collaboratore di giustizia, condannato per oltre un centinaio di omicidi, tra cui quello tristemente celebre del piccolo Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito Santino Di Matteo) strangolato e sciolto nell'acido e l'omicidio del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Brusca ricoprì un ruolo fondamentale nella strage di Capaci in quanto fu l'uomo che spinse il tasto del radiocomando a distanza che fece esplodere il tritolo piazzato in un canale di scolo sotto l'autostrada.

Figlio del famoso boss Bernardo Brusca (1929-2000) entrò nella cosca del padre fin da giovanissimo per diventarne ben presto il reggente. Dopo l'arresto del padre avvenuto nel 1985 divenne capo del suo mandamento, quello di San Giuseppe Jato, fiancheggiatore dei corleonesi capeggiati da Totò Riina. In accordo con Bernardo Provenzano prese il comando dei corleonesi dopo l'arresto di Salvatore Riina e Leoluca Bagarella. Fu arrestato il 20 maggio 1996 ad Agrigento, nel quartiere (o contrada) Cannatello in via Papillon al civico 34, dove un fiancheggiatore gli aveva dato a disposizione un villino. Al momento guardava il film sulla strage di Capaci.

Per identificare esattamente il covo in cui si trovava Brusca (in quanto nella via vi erano diverse villette una accanto all'altra), si adottò lo stratagemma di utilizzare una motocicletta guidata da un poliziotto in borghese il quale dava delle forti accelerate al motore portandosi di fronte ai cancelli delle ultime 3 ville in modo che il rombo del motore fosse percepibile dall'audio di "fondo" nell'intercettazione telefonica sull'utenza di Brusca. Via radio "guidarono" il collega in moto in quel segmento di via, e ascoltando il massimo percepibile del rumore del motore, capirono che quello era il punto esatto, dando il via al blitz. Alcuni abitanti locali della via raccontano che gli agenti, non riuscendo a capire perfettamente qual era l'esatta ubicazione della casa di Brusca, irruppero contemporaneamente nelle due villette a destra e a sinistra (oltre che a quella centrale dove poi fu scovato), onde evitare appunto uno sbaglio che avrebbe compromesso l'operazione e potenzialmente favorito la fuga.

L'azione fu molto movimentata e nello stesso tempo velocissima, tanto che alcuni vicini di casa dirimpettai, accorsi alle finestre per il trambusto udito, alla vista di questi agenti non in divisa, armati, che indossavano il "mephisto" nero, abbassarono terrorizzati le tapparelle delle proprie finestre, uscendo da casa solamente il giorno dopo. Dopo l'arresto, Brusca tentò inizialmente di depistare gli inquirenti ma poi decise di collaborare con la giustizia e confessò numerosi omicidi. Inizialmente condannato all'ergastolo per l'omicidio di Ignazio Salvo, dopo il suo pentimento la pena gli viene ridotta a 26 anni di reclusione. Sarà libero nel 2022.

Condanne

Strage di Capaci

Giovanni Falcone aveva iniziato la lotta alla mafia già a fine anni sessanta. Fu lui, insieme ai suoi più stretti collaboratori come Paolo Borsellino, a iniziare l'istruttoria del più grande processo alla mafia svoltosi a Palermo, dove vennero convocati oltre 400 imputati. Giovanni Falcone era divenuto pericoloso per le cosche dopo l'omicidio di Ignazio Lo Presti, costruttore "amico degli amici". La moglie di quest'ultimo fece una grossa rivelazione, e cioè che Lo Presti era in stretto contatto con Tommaso Buscetta, "il boss dei due mondi". Era quest'ultimo, dal Brasile, a dirigere gli affari del traffico della droga e gli interessi delle famiglie. Quando Falcone seppe dell'arresto di Buscetta volle andare subito a interrogarlo.

Grazie a Buscetta si fece luce su tanti omicidi, sia politici sia tradizionali, come quelli dei pentiti durante la guerra di mafia, ma anche su quelli dei tanti collaboratori di Falcone, come Rocco Chinnici, Giuseppe Montana e Ninni Cassarà. Totò Riina, scottato dalla condanna in primo grado all'ergastolo, si mise in agitazione perché il giudice stava andando troppo oltre, applicando - prima con Tommaso Buscetta, poi con Salvatore Contorno, Nino Calderone e Francesco Marino Mannoia - lo strumento della collaborazione dei "pentiti", già sperimentato nella lotta al terrorismo, nelle indagini su Cosa nostra. Per questo motivo, il magistrato fu criticato sia dai colleghi magistrati sia dalla stampa, che gli rimproverò una presunta "voglia di protagonismo". Dopo le critiche, anche aspre, a Falcone fu di fatto impedito di assumere il coordinamento delle indagini sulla mafia[1]. Dopo quest'azione di delegittimazione, il 23 maggio 1992 al suo ritorno da Roma, dove svolgeva il ruolo di direttore degli affari penali per il ministero di grazia e giustizia, durante il tragitto verso casa il giudice Giovanni Falcone, che già nel 1989 era scampato a un attentato, trovò la morte.

Per commettere il delitto furono assoldati ben cinque uomini, tra cui Giovanni Brusca che fu la persona che fisicamente azionò il telecomando, i quali riempirono di tritolo un tunnel che avevano scavato sotto l'autostrada nei pressi di Capaci (per assicurarsi la buona riuscita del delitto, ne misero circa 500 kg). Fu una strage ("l'attentatuni") nella quale persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e tre uomini della scorta (Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo).

Strage di via d'Amelio

Brusca dichiarò di non aver partecipato fisicamente alla Strage di via d'Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992 a Palermo in cui persero la vita il giudice antimafia Paolo Borsellino e la sua scorta, bensì di essere uno dei mandanti perché a conoscenza di tutti i progetti di morte di Cosa Nostra per l'anno 1992.

Omicidio di Giuseppe Di Matteo

Giovanni Brusca decise di affrontare la situazione del pentimento di Santino Di Matteo, detto "Mezzanasca", rapendo l'allora tredicenne figlio di questi, Giuseppe. Con la collaborazione di altri criminali e pregiudicati a lui sottoposti, sequestrò il ragazzo nei pressi di un maneggio che era solito frequentare e per i due anni successivi lo spostò continuamente in vari nascondigli. I tentativi di Cosa Nostra di convincere il padre a ritrattare le sue confessioni fallirono e portarono Brusca a eliminare il piccolo Di Matteo, facendolo prima strangolare e successivamente sciogliere nell'acido.

Per l'omicidio del piccolo Giuseppe, oltre che Giovanni Brusca, sono stati condannati all'ergastolo i boss Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro.

Processo Trattativa Stato-Mafia

Il 24 luglio 2012 la Procura di Palermo, sotto Antonio Ingroia e in riferimento all'indagine sulla Trattativa Stato-Mafia, ha chiesto il rinvio a giudizio di Brusca e altri 11 indagati accusati di "concorso esterno in associazione mafiosa" e "violenza o minaccia a corpo politico dello Stato". Gli altri imputati sono i politici Calogero Mannino, Marcello Dell'Utri, gli ufficiali Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, i boss Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e Bernardo Provenzano, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (anche per "calunnia") e l'ex ministro Nicola Mancino ("falsa testimonianza").[2]

La detenzione

Detenuto nel carcere romano di Rebibbia dal 20 maggio 1996, nel 2004, grazie ad una decisione del Tribunale di sorveglianza di Roma, gli sono stati concessi periodicamente dei permessi premio per buona condotta, consentendogli così di poter uscire dal carcere ogni 45 giorni e poter far visita alla propria famiglia, in una località protetta.[3]

L'autorizzazione suscitò diverse polemiche da parte dell'opinione pubblica. Sempre nello stesso anno, però, perse il diritto alle uscite dal carcere concesse in premio, a causa dell'uso di un telefono cellulare, in aperta violazione alle norme sui benefici carcerari.[4]

Nel 2010 ricevette, in carcere, un'accusa di riciclaggio, di intestazione fittizia di beni e di tentata estorsione. Il 17 settembre di quell'anno, i carabinieri del Gruppo di Monreale, per ordine della Procura di Palermo effettuarono una perquisizione nella sua cella e, in contemporanea, anche nelle abitazioni di suoi familiari, confiscando a Brusca una parte del suo patrimonio che, secondo gli inquirenti, avrebbe continuato a gestire dal carcere.[5]

L'8 agosto 2015 i giudici della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo accolgono la richiesta della Procura distrettuale disponendo il sequestro di beni intestati ai prestanome del pentito ma a lui finanziariamente riconducibili. In realtà Brusca si è smascherato da solo con una lettera inviata a un imprenditore in cui ammetteva di «aver omesso spudoratamente di riferire di quei beni ai giudici». In precedenza erano stati trovati 190.000 euro a casa della moglie durante una perquisizione.[6]

Nel 2016 interviene l’assoluzione definitiva nel processo, il reato di estorsione viene derubricato in tentativo di violenza privata, mentre la questione relativa all’intestazione fittizia di beni era andata prescritta e all’ex boss furono restituiti 200.000 euro che gli erano stati sequestrati. Successivamente i permessi premio vennero ripristinati, permettendogli di trascorrere in media cinque giorni al mese fuori dal carcere. Per gli ultimi dell’anno 2016 Brusca è tornato a casa in stato di libertà, sotto l’occhio vigile e la sorveglianza del Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria. Ma adesso potrebbe usufruire della detenzione domiciliare. [7]

Note

  1. ^Francesco La Licata, Un binomio inscindibile, Tribunale di Teramo. URL consultato il 24 febbraio 2013.
  2. ^ Trattativa, la Procura chiede il rinvio a giudizio: processo per Riina, Provenzano e Mancino su La Repubblica, 24 luglio 2012
  3. ^ Ex boss Brusca esce dal carcere: è in permesso su Il Corriere della Sera, 12 ottobre 2004
  4. ^ L'avvocato del boss pentito: "Brusca ha avuto 9 permessi" su La Repubblica, 31 ottobre 2004
  5. ^ Il pentito Brusca indagato per riciclaggio su La Repubblica, 17 settembre 2010
  6. ^ Smascherato il pentito Brusca: ecco il tesoro nascosto ai pm su Il Giornale, 8 agosto 2015
  7. ^ Mafia, Sentite l'ex boss Brusca, 150 delitti dopo: "Adesso sono una persona diversa” su Palermo Today, 26 gennaio 2016

COMO, Di Matteo assale Brusca: "Animale ti stacco la testaDrammatico il faccia a faccia fra i due nel palazzo di giustizia di Como, dove la corte d'assise di Caltanissetta sta tenendo le udienze del processo bis per la strage di via D'Amelio, quella del 19 luglio 1992, nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini delle scorta.

Di Matteo assale Brusca: 'Animale, ti stacco la testa'

"Stu figghiu e' buttana", grida Santino Di Matteo contro Giovanni Brusca. Poi afferra il microfono che gli è davanti, lo strappa dal supporto e glielo lancia violentemente addosso. L'ira sale, Di Matteo si alza e gli si scaglia contro. Tenta di afferrarlo, ma è bloccato dagli agenti di polizia. 

I due sono l'uno di fronte all'altro. A sinistra della corte Santino Di Matteo, pentito di vecchia data, uno dei primi ad abbandonare i corleonesi di Totò Riina. A destra Giovanni Brusca da San Giuseppe Jato, cresciuto anche lui sotto l'ala protettiva di Totò u' curtu, anche lui controverso collaboratore di giustizia. Giovanni Brusca, che si è macchiato di uno dei crimini più terribili della storia di Cosa nostra: lo scioglimento nell'acido di un bambino di dodici anni, con la sola colpa di essere figlio di "uno che aveva cantato". Quel bambino, morto per strangolamento e poi gettato nel liquido corrosivo nel gennaio 1996 si chiamava Giuseppe Di Matteo, e suo padre è proprio Santino.

Drammatico il faccia a faccia fra i due nel palazzo di giustizia di Como, dove la corte d'assise di Caltanissetta sta tenendo le udienze del processo bis per la strage di via D'Amelio, quella del 19 luglio 1992, nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini delle scorta.

"Giocava con mio figlio", urla Di Matteo. E ricorda i giorni della loro carriera nelle fila Cosa Nostra. Quando Brusca andava a casa sua e portava il figlio nel giardino di casa, per divertirlo. Le invettive diventano sempre più pesanti, la rabbia cresce. "Animale, non sei degno di stare in questa aula. Parliamo di fronte ad un animale", fa Di Matteo. E poi: "Ci dovrei staccare la testa, uno che ha ucciso una donna incinta e un bambino". Il tono diventa di sfida. "Perché non lo mettiamo a un'incrocio. All'ultimo magari, presidente, ci mette tutti e due in quella cella là...".

Brusca è impassibile, dice che Di Matteo è accecato dalla vendetta e che dice falsità. Santino non regge più, scoppia. Il presidente Pietro Falcone, dopo l'aggressione, sospende l'udienza. Che riprende dopo pochi minuti. 

"Faccia uno sforzo e si calmi", dice il presidente rivolto a Santino Di Matteo. Ma non c'è verso. Gli insulti continuano. "Lei è padre di figli", dice Di Matteo rivolto al giudice. E aggiunge, di nuovo: "Ci dovrei staccare la testa a quello là". Falcone cerca di mettere ordine: "Lei ha avviato una collaborazione con la giustizia".

"Garantisco che continuerò - risponde subito Di Matteo - ma almeno fatemelo guardare". Brusca è ormai circondato da un cordone di poliziotti. Le parole per lui sono ferocissime: "Solo questo ha fatto nella vita. La sua carriera l'ha fatta con Salvatore Riina attraverso le tragedie, la sua carriera è stata solo di uccidere le persone buone. Lui è più animale di Salvatore Riina. Me lo deve far vedere. Mi ha cercato per cinque anni, invece ha trovato un bambino. Me lo mangio vivo. Ha ucciso solo una donna incinta, solo perchè poteva sapere qualche cosa". 

Odio, solo odio, fra i due. Appena placato il 20 maggio 1996 dalla notizia dell'arresto di Brusca. "Finalmente lu pigliaru a stu curnutu, e adesso mettetegli la testa nella merda", disse in lacrime Santino Di Matteo. Più volte i due si sono incontrati nelle aule di tribunale. E sempre lo scontro ha avuto toni drammatici. 

Giovanni Brusca ha sempre ammesso l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Del pentimento, quello morale, per il gesto compiuto, appena l'ombra, nelle sue parole: "Se avessi avuto un momento in più di riflessione, più calma per poter pensare, come ho fatto in altri crimini, forse ci sarebbe stata una speranza su mille, su un milione, che il bambino fosse vivo. Oggi qualsiasi giustificazione sarebbe inutile. In quel momento non ho ragionato".  (15 settembre 1998) La Repubblica 


 Santino Di Matteo: "Mio figlio ucciso nell'acido"

 

Giovanni Brusca e le “colpe” di Falcone

 Le predette dichiarazioni trovano in gran parte riscontro nelle parole di un altro soggetto che, rivestendo anch'egli la carica di capo "reggente" di un "mandamento" della provincia di Palermo (quello di San Giuseppe Jato), aveva titolo per partecipare alle riunioni della "commissione provinciale".

Ci si intende riferire all'odierno imputato Giovanni Brusca, il quale ha, innanzitutto, confermato l'insoddisfazione che montava in Salvatore Riina per l'andamento del maxi processo ancor prima della sentenza definitiva della Corte di Cassazione e, conseguentemente, la ripetuta manifestazione della minaccia di uccidere l'On. Lima sul quale il Riina aveva fatto affidamento per "aggiustare"

il maxi processo (" .. . da quando ... durante il primo Maxiprocesso che io andavo dai cugini Salvo affinché intervenissero per intervenire sul presidente, su quella che era la situazione, per ottenere un favore positivo e le risposte erano sempre negative, quando io portavo le risposte da Totò Riina dice: "lo a questo lo devo ammazzare" e dipende dal tono e il modo come lo diceva per me già era sentenza, non c'era bisogno di aspettare il '92. Poi era sempre il ritornello che continuava, ma già per me era il quadro. Siccome poi questa volontà è andata avanti che primo grado, secondo grado, in Cassazione non ha fatto niente, quindi è arrivato al punto quando poi ha chiuso il conto ... .... .... Non era un 'esternazione di quella "Ah, a questo lo devo ammazzare" o "Questo di qua" o un certo spazio, lo spazio di un ripensamento era l' l%. Cioè, si poteva salvare ... .... ..... si poteva salvare se l'onorevole Lima avrebbe portato un risultato positivo per Cosa Nostra .... .... .... io siccome ho vissuto in prima persona, sia perché imputato, ma perché mi ci mandava, prevalentemente era l'interesse di Totò Riina per il Maxiprocesso affinché venisse manipolato, aggiustato per ottenere un esito positivo, in particolar modo quella che era la fissazione sua era il teorema Buscetta la cosiddetta commissione .... .... .... lo l'ho seguito dal primo giorno. Poi sempre un 'altra lamentela ci fu quando non intervenne perché si fece un decreto, ora non mi ricordo in dettaglio, di retroattività. che ci fu una contestazione tra Difesa. Pubblico Ministero e Corte. e lui non intervenne affinché questo decreto non passasse ... .... ..... Possiamo dire che tutte le richieste di Riina non trovavano soddisfazione").

Brusca ha, quindi, riferito che la questione del maxi processo fu oggetto di più riunioni della "commissione provinciale" tenutesi a partire dal 1990 e nelle quali via via si prese atto dell'evoluzione della vicenda sino a quell'intervento, attribuito al Dott. Falcone, finalizzato a far sostituire il Presidente Carnevale, sul quale erano riposte le aspettative dei mafiosi, con altro Presidente della Corte di Cassazione con conseguente previsione dell'esito infausto per l'associazione mafiosa che, infine, vi sarebbe stato ("E allora. riunioni di commissione provinciale ce ne sono state più di una .... '" ... dal novanta ... '92, fino a che è arrestato Riina ho partecipato a quattro cinque o forse qualcuna di più ....... ..... E quindi io in queste riunioni successive, siccome già al fatto dell 'onorevole Lima non ci stavo attento. io stavo attento a quelle che erano le novità dell'oggetto, perché l'onorevole Lima già sapevo che ... Lima, il dottor Falcone il dottor Borsellino questi io già li sapevo da una vita, ogni volta c'erano novità dipende qual 'era l'esigenza del contendere. Attraverso questi fatti mi ricordo che si discuteva in commissione di Cosa Nostra ... .... ..... Guardi, più che discussioni c'erano ricordi. rinnovamenti ... .... .... Guardi. diciamo che da quando fu assegnato in commissione, cioè in Cassazione, cioè, facciamo un piccolo passo indietro, in Corte d'Assise d'appello il processo stava andando bene, cambiò la situazione quando cominciò a collaborare Francesco Marino Mannoia che cominciò a collaborare nel corso d'opera e stravolse quelle che erano le aspettative, tant'è che io ero stato assolto in primo grado e in secondo grado poi sono stato condannato, come tanti altri. le condanne all 'ergastolo e via dicendo. Quindi poi si sperava di poterlo aggiustare in Cassazione e da lì sono stati... ... .. .. Principalmente con la corrente ...attraverso l'onorevole Lima e l'onorevole Andreotti, poi c'erano anche... .. ....... Ma lui doveva intervenire principalmente, se non ricordo male, che ci fu di evitare la cosiddetta, la rotazione dell 'assegnazione, in maniera che ... doveva fare in modo che arrivasse al dottor Carnevale, in sostanza, questo era l'interesse di Totò Riina.... .... .. ... Che poi Totò Riina attraverso altri canali l'avrebbe ... nel merito ci sarebbe entrato, ma quantomeno voleva che lui facesse in modo che facesse assegnare questo processo al dottor Carnevale. Nel merito  lui pensava di farlo gestire attraverso un amico di Mazara del Vallo, un avvocato, non mi ricordo chi è, con Carnevale erano molto amici, amici, si conoscevano non so se per quali fini o per quali motivi ... ; ....  P.M DR. TERESI - E quindi la rotazione di questa turnazione nell'assegnazione dei processi in Cassazione, come dire, sconvolse le vostre aspettative?; IMPUTATO BRUSCA - Sì, con l'intervento del dottor Giovanni Falcone .... .... .... Ma l'abbiamo capito subito quando lui da Palermo se ne andò a Roma per andare a fare principalmente questo, perché era un lavoro suo e quindi voleva portarlo a termine .... .... .... Davamo la colpa a Falcone, ma principalmente a Martelli che gli aveva consentito di fare questo ... cioè, di andare a occupare questo posto … .... ..... Anche qui io la volontà di uccidere il dottor Falcone per me risale già subito dopo Chinnici e ho fatto pure dei tentativi, ho studiato pure degli obi... cioè delle abitudini, per una serie di fatti sempre veniva rinviato. Quando invece in ultima battuta sapevo di questo fatto, però io non sapevo ancora la volontà di Totò Riina, io c'entro, tra virgolette, per sbaglio in quest'attentato .... .... ... Cioè, io entro nella fase ... sapevo la deliberazione, sapevo la volontà di Totò Riina, io entro nel piano esecutivo di portare a termine tutta una serie diattentati omicidiari e quant'altro ... ").

Indi, Brusca ha confermato che nel dicembre 1991 si tenne un'ulteriore riunione della "commissione provinciale" ("Che io mi ricordi l'ultima fu, credo, come di solito si faceva sempre, a Natale '91, tutta allargata, successivamente ... "), forse in un luogo diverso dalla casa di Guddo ("L'ultima, che io mi ricordo, fu a casa del cugino di Salvatore Cancemi, di un certo... Non mi ricordo come si

chiama .... ; ... P.M DR. TERESI - È possibile che si chiami Guddo?; IMPUTATO BRUSCA - No, c'è un altro, c'è un altro che poi è stato individuato. A casa di Guddo ne abbiamo fatto altre di riunioni, ma questa che mi ricordo credo che sia l'ultima, che mi ricordo anche la presenza di Nino

Giuffrè, si chiama questo ... è stato già individuato, è stata individuata pure la casa, avendo assistito ad altri processi, però in questo momento non mi viene il nome, Vito, Vito... eravamo in uno scantinato, comunque vicino la casa di Guddo, perché Totò Riina si muoveva sempre nell'ambito da casa sua dove abitava vicino alla rotonda, si muoveva, diciamo, nell'arco di un chilometro, 2 chilometri, 3 chilometri, non andava oltre .... .... .... Si muoveva nel territorio di Raffaele Ganci, di Angelo La Barbera e Salvatore Cancemi .... "), cui parteciparono quasi tutti i capi "mandamento" tra i quali anche Giuffré ("Ma partecipammo quasi ... no "quasi", tutti, credo che fu un momento che in due o tre occasioni partecipammo tutti, al/ora eravamo ... .... ..... Salvatore Riina per Corleone e capo provincia, Biondino Salvatore che sostituiva Giuseppe Giacomo Gambino, Angelo La Barbera per Porta Nuova, per Passo di Rigano che sostituiva Salvatore Buscemi, Matteo Motisi per Pagliarelli, Salvatore Montalto che sostituiva il padre per Villabate che prima era Bagheria e poi è

diventato Villabate, io per San Giuseppe Jato, Giuseppe Graviano per Brancaccio, Francesco Lo lacono per Partinico che sostituiva Geraci Antonino il vecchio, Giuffi-è Antonino per Caccamo, Salvuccio Madonia per San Lorenzo, Pietro Aglieri e Carlo Greco per Santa Maria di Gesù, Raffaele Ganci per la Noce, credo di averli detti tutti ... ") e nella quale, come pure riferito dallo stesso Giuffrè, prese la parola Riina, manifestando, senza alcuna opposizione dei presenti, l'intendimento di uccidere i Dott.ri Falcone e Borsellino quali nemici storici di "cosa nostra" ed alcuni politici che, a suo dire, avevano tradito "cosa nostra", tra i quali Lima e, forse, Mannino (" .... Di solito in queste circostanze li prendeva sempre Salvatore Riina, erano quasi sempre monologhi, difficilmente qualcuno interveniva, perché quando parlava lui tutti gli altri ascoltavano o per amore o per timore o perché gli conveniva, era quasi sempre lui che parlava.

Interveniva qualcuno tipo mi ricordo Matteo Motisi che fece un intervento, non mi ricordo qual era il motivo e quasi no lo rimproverò, ma per educazione per l'età lo mise un po' a tacere, ed era quello che voleva ... cioè, voleva uccidere tutti, che si doveva vendicare, che non riusciva più a portare avanti quelle chenerano le sue esigenze, dell'interesse di Cosa Nostra, che lui stava facendo tutto,

che la politica si stava ... i politicanti lo stavano tradendo. Questa è la sostanza dell'argomento... .... .. ... Sì, faceva i nomi... ... .. ... Ma principalmente c 'era il dottor Giovanni Falcone. quello era il suo chiodo fisso. poi c 'era quello del dottor Borsellino che lo nominava da tanto tempo, si è aggiunto Lima che io già sapevo e poi tutta un 'altra serie di nomi di politici ... ... .... Prima di tutto, il primo di tutti era Giovanni Falcone, il secondo era il dottor Borsellino che io sapevo già dagli anni Ottanta, si ci è aggiunto a questo, in base a quello che già ... perché nel '91 già ... non è che aspettavamo la sentenza di Cassazione che veniva confermata, sapevamo, e quindi pubblicamente esternava la volontà di uccidere Lima. Credo qualche altro politico. non mi ricordo se fece quello di Mannino o di qualche altro, il nome di qualche altro l'abbia fatto. Là, in quella circostanza, non disse: "Dobbiamo uccidere, tu pensa a questo. io penso ... "."Dobbiamo uccidere", punto .... .... .... O meglio "Ci dobbiamo rompere le corna" per semplificare il concetto della discussione... .... .. ... Le ragioni stratificate nel tempo, sommate nel tempo dell'odio di Cosa Nostra verso Giovanni Falcone. poi ritenuto addirittura responsabile della questione della Cassazione. ne abbiamo parlato, per quanto riguarda il dottore Borsellino ... .... ..... so. per l'arresto di Leoluca Bagarella, che era indagato per via Pecori Girardi per un omicidio e il dottor Borsellino non voleva accondiscendere alle sue richieste di aggiustamento da Pubblici Ministeri”).

Neppure secondo Brusca in quella riunione si parlò della "Falange Armata" e, quindi, come si vede, v'è sostanziale coincidenza tra il racconto del predetto e quello del Giuffrè al di là del luogo della riunione, riferito, peraltro, da quest'ultimo in termini incerti e che, d'altra parte, a distanza di tanto tempo può essere non ben ricordato da uno di essi o da entrambi.

Brusca, infine, ha attribuito quella decisione comunicata nella riunione esclusivamente a Riina ben conoscendo il potere assoluto che questi, all'epoca, esercitava in "cosa nostra" ("E in particolar modo Totò Riina. la persona di Totò Riina ... ... .... aveva un fatto specifico personale. per questo dico che aveva più interessi di tutti”) e, pertanto, ha detto di non essere a conoscenza della riunione della "commissione regionale" tenutasi a Enna ("No. non ne so nulla io di questa riunione").

Di quest'ultima riunione, tuttavia, ha parlato Malvagna Filippo (il cui racconto è apparso lineare e, anche con riferimento alla scelta collaborativa, caratterizzato dall'assenza di elementi idonei ad inficiare l'attendibilità intrinseca del dichiarante), il quale ebbe ad apprendere di questa, tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992, dallo zio Pulvirenti Giuseppe, a sua volta informato da Benedetto

Santapaola che vi aveva partecipato in qualità di capo della "provincia" di Catania ("P. M TARTAGLIA: - ... ha avuto mai occasione di avere notizie su più generali strategie di politica criminale di Cosa Nostra? ... DICH. MALVAGNA: - Sì. io ho avuto notizie in tal senso e in particolare verso la fine del 1991 - gli inizi del 1992 si parlava ... Mio zio mi raccontò che vi era stata una riunione in provincia di Enna dove si erano riuniti tutti i vertici delle varie famiglie esistenti in Sicilia. Lui in particolar modo mi disse che aveva partecipato a questa riunione direttamente il Santapaola per quanto riguarda la famiglia. la nostra famiglia. si diceva all'epoca. E questa riunione era direttamente ... Vi era in questa riunione. era presieduta da Salvatore Riina . ...

... ha parlato Giuseppe Pulvirenti. Lui personalmente no, aveva partecipato il. .. ... L'aveva saputo perché aveva partecipato a questa riunione il Santapaola e il Santapaola al rientro chiamò i vertici dell'organizzazione, tra cui anche il Pulvirenti, e lo mise al corrente dell'oggetto di questa riunione. ... Ma adesso i miei ricordi sono lontani nel tempo, io se non vado errato siamo agli inizi del 1992, adesso non ricordo se siamo a gennaio, a febbraio, marzo, non ricordo di preciso la data precisa. P. M TARTAGLIA: - E quando Pulvirenti agli inizi del 92 gliene parla, le parla di una riunione accaduta, verificatasi quanto tempo prima? È in grado di dirlo

questo? DICH. MALVAGNA : - Ma il tempo prima non lo so, lui mi parlava di poco tempo, dieci giorni, quindici giorni, un mese massimo. Di preciso non mi specificò la data quando venne fatta, mi disse che è stata fatta lì in provincia di Enna, ... ").

In quella riunione, secondo quanto poi raccontato al Malvagna, Riina aveva pronunciato la frase "qua bisogna prima fare la guerra per poi fare la pace" ("P. M TARTAGLIA : - E Pulvirenti le ha riferito qualche frase testuale, qualche passaggio testuale dell'intervento di Salvatore Riina in quella riunione? DICH. MALVAGNA: - Sì, mi ha riferito che Salvatore Riina ebbe a dire: bisogna, qua bisogna prima fare la guerra per poi fare la pace. .... Sì, è una frase che aveva pronunciato direttamente Salvatore Riina in quella riunione") sulla quale si tornerà più avanti per il significato che essa assume nel contesto dei fatti oggetto del presente processo.

Anche in quella riunione di Enna, ancora secondo quanto appreso e, quindi, riferito da Malvagna, Salvatore Riina si era lamentato delle promesse di politici non mantenute ed aveva prospettato che a quel punto occorreva muoversi "tipo libanesi, tipo i colombiani" e cioè con una strategia di attacco frontale verso lo Stato e con azioni idonee a confondere la matrice mafiosa o terroristica dell'atto

criminale ("P. M TARTAGLIA: - ... Perché bisognava fare la guerra per poi fare la pace? ... DICH. MALVAGNA : - Ma di preciso non mi è stato detto, mio zio mi ha spiegato che erano venuti meno dei agganci che a Palermo avevano. Cioè, le persone che erano, avevano fatto delle promesse, non le avevano mantenute e in particolare parlava di zio Totò era molto arrabbiato. E quindi aveva deciso di mettere in atto questa, diciamo questa strategia, loro dicevano a tipo libanesi, tipo i colombiani, un attacco frontale per poi ... Per fargli vedere che loro, cioè, meritavano ... Erano capaci di destabilizzare diciamo anche la popolazione e lui mi parlò di una cosa tipo una cosa che poi doveva anche, doveva anche confondersi questa cosa, doveva confondersi, che non dovevano

capire niente se era mafia, se era ritornato il terrorismo, tutte ste così ha detto, mi ha detto questo qua .... P. M TARTAGLIA : - ... le è stato detto da chi erano rappresentati questi agganci? DICH MALVAGNA : - Ma da chi erano rappresentati nello specifico non mi venne detto, anche perché ... Non mi venne detto nello specifico").

Secondo Malvagna, in tale contesto, Riina aveva invitato a rivendicare le azioni che sarebbero state compiute con la sigla Falange Armata ("Sì, sì, direttamente il Salvatore Riina, come dicevo prima, siccome si doveva fare un po' di confusione, che non si doveva capire da dove provenisse tutto questo terremoto, disse di rivendicare qualsiasi cosa con una frase, la così detta ... Dovevano essere rivendicate dicendo che chi metteva in atto queste cose faceva parte della Falange Armata. P. M TARTAGLIA : - Questa fu quindi una richiesta di Salvatore Riina? Fu Salvatore Riina a proporre in quella sede di rivendicare gli attentati con la sigla Falange Armata? DICH MALVAGNA : - Sì, sì, si

dovevano fare queste cose e rivendicarle con questa sigla di Falange Armata"), sino ad allora a tutti sconosciuta ("P. M TARTAGLIA : - ... Lei o suo zio Pulvirenti in quel momento, cioè nei primi mesi del 92, avevate mai sentito parlare della sigla Falange Armata? DICH MALVAGNA: - No, io mai. P. M TARTAGLIA: - Quindi era una sigla sconosciuta a lei e ai componenti della sua organizzazione criminale? DICH. MALVAGNA - Che io sappia sì, era la prima volta che si sentiva dire").

Della "Falange Armata" si dirà meglio più avanti, anticipando, però, sin d'ora, che effettivamente tutti i principali fatti delittuosi che da lì in poi sarebbero stati commessi da "cosa nostra" nel biennio 1992-93, ad iniziare dall'omicidio Lima, furono effettivamente rivendicati con la predetta sigla. Anche Malvagna, infine, ha confermato che già alla fine del 1991 a Catania i mafiosi erano consapevoli che il maxi processo, nel quale erano imputati anche importanti esponenti di quella "famiglia" quali Benedetto Santapaola e Carletto Campanella, avrebbe avuto un esito diverso da quello da loro sino ad allora sperato ("P. M TARTAGLIA: - ... Ora io le vorrei chiedere sinteticamente: lei ha avuto modo di commentare la vicenda e l'evoluzione del Maxi Processo con

Pulvirenti o con altri soggetti del suo gruppo criminale? DICH. MALVAGNA: - Ma io ho appreso che mentre mi trovavo a Catania in una riunione, sentivo parlare il capo decina con Salvatore Santapaola, che avevano già notizie ancora prima che la Cassazione si esprimesse, che il Maxi Processo andava male . ... , io non ricordo le date precise, so che era in quel periodo, alla fine del

1991 .... Sì, c'erano parecchi imputati, c'era anche Santa paola era imputato al Maxi Processo. C'era mi sembra Carletto Campanella e qualche altro, adesso non ricordo. Però non è che se ne parlava soltanto a carattere personale, se ne parlava a carattere generale nell'ambito dell'organizzazione Cosa Nostra, perché loro avevano una... Cioè, era stata una grossa botta quella del Maxi Processo e loro avevano, non lo so, delle informazioni che si sarebbe sistemata la cosa, invece avevano informazioni che... Cioè che andava male. Prima che ancora ci ... Io mi ricordo prima che poi c'è stata la sentenza ufficiale, loro già sapevano che andava male il Maxi Processo, adesso da quale canale lo sapevano non lo so").

[...]

In conclusione, dunque, può ritenersi provato che l'originario intento di Salvatore Riina, maturato già prima della pronunzia della sentenza della Corte di Cassazione all'esito del maxi processo (ma strettamente collegato alla previsione ormai certa, dopo la sostituzione del Dott. Carnevale, dell'esito infausto che questo avrebbe avuto) e che fu recepito senza alcuna opposizione all'interno dell'associazione mafiosa "cosa nostra", fu quello di scatenare la propria vendetta, uccidendo i Giudici Falcone e Borsellino, quali nemici "storici" della mafia responsabili della debacle che si preannunciava con la sopra ricordata sentenza, ed alcuni politici, iniziando da Salvo Lima, che

avevano tradito le attese in essi riposte dallo stesso Riina.

Può, peraltro, già qui anticiparsi che la predetta ricostruzione ha trovato ulteriore definitivo riscontro nelle stesse parole di Salvatore Riina intercettate nel 2013 all'interno del carcere in cui il predetto era detenuto e di cui si darà ampio resoconto più avanti nella Parte Quinta della presente sentenza (v., soprattutto, intercettazioni del 6, 8, 18, 20, 29 e 31 agosto 2013, 24 e 27 settembre 2013 e 27 ottobre 2013).

In sostanza, quel che si vuole qui evidenziare, per le conseguenze che successivamente si trarranno sui fatti oggetto della specifica imputazione di reato che in questa sede è stata esaminata, è che in quella prima fase - e, come si vedrà, sino al giugno 1992 - non v'era alcun intendimento da parte di Riina (e, conseguentemente, da parte dei suoi sodali stante il potere assoluto dal primo esercitato e l'assenza di qualsiasi possibile opposizione interna manifestabile in occasione delle riunioni degli organismi collegiali senza incorrere nella punizione con la morte da parte del Riina medesimo) di "trattare" contropartite di sorta ovvero di subordinare l'inizio o anche soltanto la prosecuzione del

programma delittuoso già comunicato nelle riunioni di cui sopra si è detto a eventuali cedimenti da parte delle Istituzioni dello Stato.

Invero, soltanto la dimostrazione incontenibile ed inarrestabile di forza e violenza da parte dell'associazione mafiosa, nell'ottica di Riina (''fare la guerra per poi fare la pace"), avrebbe costretto lo Stato a adoperarsi per ristabilire una situazione di reciproca non belligeranza, quale quella che per molti anni, se non decenni, sino all'irrompere sulla scena di magistrati quali Chinnici, Costa, Falcone e Borsellino e di altrettanti validi investigatori che li affiancavano (alcuni dei quali ugualmente uccisi come i predetti magistrati: tra i tanti, basti qui ricordare Ninni Cassarà e Beppe Montana), aveva caratterizzato i rapporti nel territorio siciliano (e, spesso, non solo in questo) e segnato l'esito di molti processi concJusisi, a differenza di quanto sarebbe, invece, avvenuto col maxi processo, con sentenze o che negavano addirittura l'esistenza della mafia o che, al più, si rifugiavano nella formula dubitativa dell 'assoluzione per insufficienza di prove.

Con le sentenze del maxi processo si evidenziava, dunque, un chiaro indebolimento dell'associazione mafiosa - ed, in primis, quindi, di Salvatore Riina che, come detto, dai primi anni ottanta ne era il capo assoluto ed incontrastato - che non era più riuscita, pur con la pletora di politici o di soggetti che più o meno indirettamente facevano da tramite con i primi, ad "aggiustare"

l'esito di quel processo e, conseguentemente, ad ottenere quel risultato che in passato e sino ad allora era stato indice proprio della potenza intimi datrice della mafia, ma anche - e forse soprattutto - della capacità di questa di tessere una ragnatela di rapporti tale da avviluppare a sé, in un gioco di interessi e contro-interessi ed in nome del quieto vivere, una fetta non indifferente della società civile che più contava (politici, imprenditori, professionisti, magistrati e investigatori).

Salvatore Riina non poteva di certo consentire, senza reagire, un simile indebolimento, che ne avrebbe inevitabilmente intaccato la leadership e, quindi, prima ancora della sentenza definitiva della Corte di Cassazione, che avrebbe potuto scatenare l'insoddisfazione del "popolo" di "cosa nostra" ed una reazione di questo nei suoi confronti per non essere riuscito ad ottenere il risultato che aveva garantito fidandosi di quei politici che sino ad allora lo avevano sempre assecondato per i propri tornaconti elettorali ed economici, quando ancora il suo potere era saldo, aveva coinvolto i vertici di "cosa nostra" in quella strategia di attacco frontale allo Stato, che, creando inevitabilmente un punto di non ritorno, avrebbe costretto coloro che già avevano approvato quella strategia a non recedere da quella decisione e, quindi, in definitiva, avrebbe impedito che altri, che magari già segretamente vi aspiravano, avessero potuto tentare di conquistare la guida di "cosa nostra" in opposizione al "ridimensionato" Salvatore Riina.

Ed infatti, già all'indomani della sentenza della Corte di Cassazione nel maxi processo (30 gennaio 1992), prima che vi fosse il tempo di riflettere sulla debacle di "cosa nostra" e, quindi, di Riina, iniziano le attività preparatorie per l'esecuzione dell'omicidio di Salvo Lima, poi effettivamente realizzato il 12 marzo 1992, a breve distanza di tempo seguito, prima dall' micidio del M.llo Guazzelli e, poi, a coronamento di quella prima fase, dalla più eclatante delle stragi per modalità esecutive e valore simbolico (non a caso "voluta" da Riina in Sicilia nonostante la più agevole esecuzione a Roma ove il Dott. Falcone aveva di fatto una vigilanza più attenuata), quella di Capaci, nella quale vennero uccisi lo "storico nemico n. l'' di "cosa nostra", Giovanni Falcone, la moglie che lo accompagnava e gli uomini della scorta che lo proteggevano.

Sui primi due dei ricordati avvenimenti (omicidi Lima e Guazzelli) occorre, però, formulare qualche ulteriore separata considerazione per la rilevanza che essi hanno nell'ambito della costruzione dell'ipotesi accusatoria oggetto di verifica nel presente processo.  MAFIE di ATTILIO BOLZONI


 Omicidio Scopelliti, la rivelazione di Brusca durante il processo: “gesto preventivo della mafia per rafforzare i legami con la ‘Ndrangheta”Reggio Calabria, al processo sulla ‘Ndrangheta stragista il pentito Giovanni Brusca svela ulteriori dettagli sull’omicidio del giudice reggino


a cura di Claudio Ramaccini, Direttore -Resp. Comunicazione Centro Studi Sociali contro la mafia - PSF

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