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Gaspare Spatuzza, u tignuso

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Gaspare Spatuzza (Palermo, 8 aprile 1964)  collaboratore di giustizia già membro di Cosa Nostra, affiliato alla Famiglia del quartiere Brancaccio di PalermoRapinatore e poi sicario, Gaspare Spatuzza, soprannominato "u Tignusu" (il Pelato) per la sua calvizie, era affiliato alla Famiglia di Brancaccio, guidata dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Si è autoaccusato di aver rubato la Fiat 126 che il 19 luglio 1992 venne impiegata come autobomba nella strage di via d'Amelio in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta[1]. Cooptato da Salvatore Grigoli, fu tra gli esecutori materiali dell'omicidio di don Pino Puglisi del 15 settembre 1993, per il quale è stato condannato all'ergastolo con sentenza definitiva.[2] È stato inoltre condannato per altri 40 omicidi tra cui quelli di Giuseppe e Salvatore Di Peri, Marcello Drago, Domingo Buscetta (nipote del pentito storico di Cosa Nostra, Tommaso) e Salvatore Buscemi.[2] Il 23 novembre 1993 rapì Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, che sarebbe stato ucciso dopo oltre due anni di prigionia.[3] Arrestato il 2 luglio 1997 presso l'ospedale Cervello di Palermo, da allora è in carcere.[2] Durante la detenzione, si è iscritto alla facoltà di Teologia.[3]

Pentimento e collaborazione con la giustizia

Dall'estate 2008 si è dichiarato pentito ed è divenuto collaboratore di giustizia rilasciando diverse dichiarazioni in ordine alla strage di via d'Amelio, alle bombe del 1993 a Milano, Firenze e Roma e ai legami fra la mafia e il mondo politico-imprenditoriale.[4] Il 4 dicembre 2009 ha deposto nell'ambito del processo d'appello al senatore Marcello Dell'Utri, precedentemente condannato a nove anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. In tale circostanza ha dichiarato che nel 1994 la stagione delle bombe si fermò perché Giuseppe Graviano gli confidò, in una conversazione in un bar di via Veneto a Roma, di aver ottenuto tutto quello che voleva grazie ai contatti con Dell'Utri e, tramite lui, con Silvio Berlusconi[5]. Secondo Berlusconi la deposizione di Spatuzza farebbe parte di una macchinazione ai suoi danni[6]; il Centro-destra ha espresso una diffusa solidarietà nei confronti del suo leader.[7]

L'11 dicembre Filippo Graviano ha negato in aula le affermazioni di Spatuzza, sostenendo di non aver mai avuto rapporti di alcun tipo con Dell'Utri.[8] Giuseppe Graviano decide invece di non rispondere alle domande dell'accusa lamentando problemi di salute dovuti al 41 bis. Nessuno dei due fratelli, poi, ribatte alla dichiarazione di Spatuzza sull'incontro nel gennaio del 1994. Gli inquirenti ritengono che gli atteggiamenti dei fratelli Graviano possano essere una sorta di avvertimento su possibili loro rivelazioni future in caso di mancati accordi.[8][9] Nel marzo 2010 è stato riconosciuto attendibile dalla procura di Firenze, in merito alle affermazioni che hanno reso possibile identificare un altro mafioso responsabile delle stragi del '93, Francesco Tagliavia, già in carcere con due ergastoli da scontare.[10][11] Nel giugno 2010, con una decisione giudicata "senza precedenti" dai pm di Caltanissetta e di Palermo,[12] la Commissione Centrale del Viminale ha stabilito che Spatuzza non può essere ammesso al programma di protezione, essendo decorso il limite di 180 giorni entro cui un pentito è tenuto a riferire di fatti gravi di cui è a conoscenza.

La proposta di protezione era stata avanzata contestualmente dalle procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo che indagano sulla strage di via d'Amelio e sulle bombe del 1992-1993. Per Spatuzza, la Commissione ha invece confermato "le ordinarie misure di protezione ritenute adeguate al livello specifico di rischio segnalato", decisione che ha suscitato stupore e indignazione di politici e magistrati.[13][14] In una lettera inviata a L'Espresso a seguito della decisione del Viminale, Spatuzza si dice amareggiato ma fiducioso nelle istituzioni e disposto a continuare a collaborare, e commenta: "tutta la criminalità organizzata [...] certamente sta gioendo e magari brindando a questa vittoria".[15] Nel settembre 2011 Gaspare Spatuzza è stato ammesso nel programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia.[16] Nel dicembre 2011 Spatuzza, accompagnato dagli inquirenti, ripercorre i luoghi di Palermo in cui vent'anni prima fu protagonista nel rubare e preparare (col concorso di altri) l'auto 126 Fiat che sarebbe diventata l'ordigno deflagrato in via D'Amelio uccidendo il magistrato Borsellino con la sua scorta.[17]

Note

  1. ^ Audizione del procuratore Sergio Lari dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia - XVI LEGISLATURA (PDF).
  2. ^ Si pente il sicario di don Puglisi, La Repubblica, 15 ottobre 2008.
  3. ^ Attilio Bolzoni, Dagli omicidi a pentito anti-premier. U' Tignusu adesso studia teologia, La Repubblica, 3 dicembre 2009.
  4. ^ Antimafiaduemila Archiviato il 29 novembre 2009 in Internet Archive., 14 ottobre 2008.
  5. ^ Senato della Repubblica XVI LEGISLATURA Documenti (PDF).
  6. ^ «Spatuzza? Macchinazione contro di me», Il Corriere della Sera, 4 dicembre 2009.
  7. ^ Berlusconi: «Spatuzza? Io confido nel buonsenso degli italiani...»., Adnkronos, 5 dicembre 2009.
  8. ^ Mafia, Graviano smentisce Spatuzza Archiviato il 9 gennaio 2010 in Internet Archive., La Stampa, 11 dicembre 2009.
  9. ^ Giuseppe Graviano, silenzio che parla, La Repubblica, 12 dicembre 2009.
  10. 10.^ I pm di Firenze: Spatuzza attendibile, La Repubblica, 18 marzo 2010.
  11. ^ Stragi di mafia del '93, nuovo arresto, Il Corriere della Sera, 18 marzo 2010.
  12. 12.^ Il pm di via D'Amelio: «Gravi conseguenze se smette di risponderci», Il Corriere della Sera, 16 giugno 2010
  13. 13.^ Spatuzza non considerato credibile niente programma di protezione, La Repubblica, 15 giugno 2010.
  14. 14.^ Spatuzza, no a programma di protezione, Il Corriere della Sera, 15 giugno 2010
  15. 15.^ Spatuzza: "Ora la mafia brinda", L'Espresso, 16 giugno 2010
  16. 16.^ Il Viminale: sì a Spatuzza «collaboratore di giustizia» Corriere della Sera, 8 settembre 2011
  17. ^ "Via Allegra: dove ho rubato le targhe..."[collegamento interrotto] la Repubblica, 15 dicembre 2011

La strage di via D’Amelio - Auto-accusandosi della strage, ha portato alla luce la falsa ricostruzione giudiziaria fino ad allora allestita, obbligando gli inquirenti a ricominciare a distanza di quasi vent’anni le indagini e di processi. I primi di luglio del 2008 venne aperto un nuovo procedimento, il numero 1595/08. Le indagini, condotte dal procuratore Sergio Lari, mostrarono fin dai primi riscontri la verità delle dichiarazioni del pentito.

Dopo tre anni, le indagini svolte e avviate grazie alla sua collaborazione, confluirono in un verbale di quasi 1700 pagine il 13 ottobre 2015 il procuratore generale Roberto Scarpinato avanzò alla Corte di Appello di Catania (competente sulla revisione dei processi celebrati a Caltanissetta) la richiesta di revisione dei processi Borsellino 1 e Borsellino bis e la richiesta di sospensione dell’esecuzione della pena nei confronti di undici condannati, di cui otto detenuti (all’ergastolo).

Il 2 Marzo 2012 venne emessa un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Salvatore Mario Madonia, Vittorio Tutino, Salvatore Vitale, Gaspare Spatuzza, Maurizio Costa e Calogero Pulci. A Madonia, Tutino, Vitale e Spatuzza. I falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci, su cui si erano basate le condanne del Processo Borsellino (definito da Sergio Lari «uno dei più clamorosi errori giudiziari o depistaggi della storia del nostro Paese»), vennero rinviati a giudizio per calunnia aggravata. A loro difesa, i falsi pentiti affermarono di essere stati costretti dagli inquirenti a rendere quelle dichiarazioni, suggeritegli attraverso violenze fisiche e verbali.

Fece poi seguito il processo depistaggio, tuttora in corso e la messa in stato di accusa di due magistrati.

Spatuzza fornì una ricostruzione della strage del tutto nuova: egli affermò innanzitutto di essere stato lui insieme a Vittorio Tutino a compiere il furto della Fiat 126, di averla “pulita”, cioè non riconoscibile, su ordine di Giuseppe Graviano, e di aver anche provveduto a farne sostituire l’impianto frenante poiché si era accorto che la vettura presentava alcuni problemi alla frizione ed ai freni. Inoltre raccontò di aver recuperato insieme a Tutino, la mattina del 18 luglio 1992, il materiale per predisporre il collegamento a distanza di detonazione della carica esplosiva: un “antennino” e due batterie. Più tardi Fifetto Cannella gli aveva fatto sapere che bisognava spostare l’auto e così aveva provveduto personalmente a guidare la 126 dal garage di corso dei Mille, dove era rimasta nascosta, ad un garage di via Villasevaglios in cui Cannella e Mangano lo avevano condotto.

 

Via D'Amelio e il furto della 126 - ll collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, all’epoca dei fatti  era pienamente inserito nella famiglia mafiosa di Brancaccio (famiglia egemone dell’omonimo mandamento, composto altresì da quelle di Ciaculli, Corso dei Mille e Roccella), sin dagli anni ’80, sebbene non fosse ancora ritualmente affiliato, come uomo d’onore. Infatti, come risulta anche dalle dichiarazioni degli altri collaboratori di giustizia  soltanto dopo l’arresto dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano (27 gennaio 1994) e quello di Antonino Mangano (24 giugno 1995), Gaspare Spatuzza diveniva uomo d’onore e veniva, contestualmente, investito (attesi i predetti arresti dei vertici della famiglia) della rappresentanza del mandamento mafioso di Brancaccio, su impulso e per volontà di Matteo Messina Denaro ... LEGGI TUTTO


"I segreti di Spatuzza "Così uccide la mafia" Ti facciamo saltare. Con un missile terra-aria, che ci è arrivato dalla Jugoslavia". Quella lettera anonima che nell'agosto del 1993 annunciava un attentato a Giancarlo Caselli, non era opera di un mitomane. Sedici anni dopo, il pentito Gaspare Spatuzza racconta che il lanciamissili per uccidere il procuratore era in suo possesso. Nelle centinaia di pagine di verbale che il collaboratore di giustizia che accusa Berlusconi e Dell'Utri ha riempito con i magistrati delle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze ci sono vent'anni di orrori, dalle stragi ai dettagli raccapriccianti dell'uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, dai progetti di sequestri di un altro bambino e dell'editore del "Giornale di Sicilia" Antonio Ardizzone per finanziare le stragi, fino alla verità sul mistero della "Natività" del Caravaggio, il prezioso dipinto rubato quarant'anni fa dagli uomini di Cosa nostra dall'oratorio di San Lorenzo a Palermo e mai ritrovato. Oggi, Gaspare Spatuzza rivela: "Ho saputo da Filippo Graviano nel carcere di Tolmezzo intorno al 1999 che il quadro era stato distrutto negli anni Ottanta. La tela era stata affidata ai Pullarà (capimafia della cosca di Santa Maria di Gesù), i quali l'avevano nascosta in una stalla, dove era stata rovinata, mangiata dai topi e dai maiali, e perciò venne bruciata".

Il missile per Caselli  "Tramite la 'ndrangheta, la cosca dei Nirta, abbiamo acquistato delle armi, due mitra, due machine-pistole ed un lanciamissili. Era un carico di armi per fare un attentato al procuratore Caselli che avevamo saputo che si muoveva con un elicottero dell'elisoccorso che partiva dall'ospedale Cervello. Io avevo la reggenza del mandamento di Brancaccio e tramite Pietro Tagliavia mi dicono che devo "curarmi" Caselli. Questo lanciamissili era custodito in un magazzino della nostra famiglia che venne poi perquisito dalla Dia. Era nascosto nell'intercapedine di un divano e non fu trovato". Siamo nel '94, quando i fratelli Graviano vengono arrestati a Milano e Spatuzza assume la reggenza del mandamento. Qualche mese prima quel progetto di attentato era stato annunciato da ben quattro lettere anonime giunte alla Procura di Palermo con minacce di morte non solo per Caselli ma anche per tre imprenditori, uomini politici e per l'allora presidente della Regione, Giuseppe Campione. L'anonimo su Caselli, però, alla luce delle dichiarazioni di Spatuzza, era un segnale estremamente preciso. Recitava così: "Ti facciamo saltare. Con un missile terra-aria, che ci è arrivato dalla Jugoslavia. Spariamo contro l'elicottero che ti porta da Punta Raisi a Boccadifalco...". 

Il figlio del pentito sciolto nell'acido Al sequestro e all'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio undicenne del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, uno dei killer della strage di Capaci, parteciparono decine di "uomini d'onore" di diverse famiglie. La squadra di Gaspare Spatuzza fu quella che andò a prelevare il bambino in un maneggio. Il suo è un racconto che mise in crisi anche uomini con più di 40 delitti sulle spalle. "Siamo partiti da Brancaccio a bordo di una Croma. Eravamo io, Salvatore Grigoli, Francesco Giuliano. Luigi Giacalone e Cosimo Lo Nigro erano con un'altra macchina di copertura. Avevamo pistole ed un kalashnikov perché se c'era qualche problema... quindi siamo entrati in questo maneggio, avevamo le casacche della polizia, nessuno di noi conosceva questo bambino, quindi abbiamo chiesto, chiamavamo "Giuseppe, Giuseppe". Il bambino dice: "Io sono". Ci siamo avvicinati e gli abbiamo detto: "Dobbiamo andare da papà e sto bambino si è fatto avanti, perché rappresentavamo per lui la sua salvezza. Lo abbiamo portato in macchina e siamo usciti, gli abbiamo detto che si doveva nascondere bene, perché "siamo qui per te, per tuo papà". E questo bambino ha detto: "Ah, papà mio..". E io gli ho risposto: "Sei contento che devi andare da papà?". "Sì, papà mio, amore mio", una frase così toccante che sul momento non ci fai caso, poi però...". Spatuzza racconta del lungo viaggio del bambino, rinchiuso in un Fiorino, verso la sua prima prigione dove sarebbe stato rilevato da uomini di un'altra cosca che non dovevano neanche conoscere l'identità di quelli che lo avevano prelevato. "I nuovi carcerieri lo volevano legare, noi eravamo risentiti, perché noi sì lo dovevamo sequestrare, ma trattarlo bene". Il piccolo Giuseppe, un anno e mezzo dopo, quando la Cassazione rese definitivi gli ergastoli per la strage di Capaci, fu strangolato e sciolto nell'acido per ordine di Giovanni Brusca.

I sequestri per finanziare le stragi
 Dopo le bombe di via dei Georgofili a Firenze, Giuseppe Graviano dà ordine ai suoi di progettare due sequestri di persona, quello dell'editore del Giornale di Sicilia, Antonio Ardizzone, e quello di un bambino di sette anni, nipote di un industriale dell'argento di Brancaccio, che non aveva voluto pagare il pizzo. Ecco il racconto di Spatuzza: "Si doveva sequestrare il proprietario del Giornale di Sicilia, Ardizzone si chiama, mi sembra, e un bambino di 7-8 anni, il nipote di D'Agostino, un argentiere della zona industriale di Brancaccio, che non aveva pagato il pizzo e che minacciava di rivolgersi ai suoi cugini americani per farci tirare le orecchie. Dovevamo portarli fuori, in uno scantinato a Misilmeri. Graviano ci disse che questi sequestri servivano per finanziare altre stragi. Eravamo senza soldi, per la strage di Firenze ci dividemmo dai 10 ai 5 milioni ciascuno e per le stragi successive c'erano problemi finanziari". Ai pm che osservano che la famiglia di Brancaccio era una delle più ricche, Spatuzza replica: "Una cosa è pigliare dal nostro, un'altra cosa..." E poi racconta di quel piccolo tesoro in lingotti d'oro sepolto in un agrumeto di Ciaculli: "C'eravamo andati per nascondere delle armi e lì abbiamo trovato l'oro del Monte di Pietà, che era stato rubato, l'oro nostro, anche di mia madre sicuramente, di molti palermitani perché chi è palermitano, chi è che non ha l'oro al Monte di Pietà?".

Il giallo della moglie di Bagarella È proprio scavando sotto gli aranci di Ciaculli che Spatuzza si imbatte in un indumento appartenuto a Vincenzina Marchese, moglie del boss corleonese Leoluca Bagarella, morta in circostanze mai chiarite senza che il suo corpo sia mai stato ritrovato. L'autista di Bagarella, Antonio Calvaruso, poi pentitosi, raccontò che la donna si era suicidata perché non riusciva ad avere figli. Ora Spatuzza aggiunge: "Vedo un sacchetto di plastica - ricorda Spatuzza - lo apro e trovo una vestaglia lunga, da notte, con macchie nelle parti intime. Era piegata bene, non era messa lì a casaccio e mi sono chiesto a chi apparteneva. Poi mi sono ricordato della moglie di Bagarella perché io e altri abbiamo sotterrato questa signora, questa povera donna e posso dire che quella vestaglia apparteneva a quella signora".

L'omicidio di Don Puglisi  Spatuzza ha partecipato, insieme all'altro killer pentito Salvatore Grigoli, al delitto del parroco di Brancaccio Pino Puglisi e racconta alcuni retroscena inediti. Tutto comincia con il sospetto che nella chiesa di San Ciro si muovano degli infiltrati della polizia. "Addirittura si sospettava delle suore che potevano essere infiltrate perché avevano la possibilità di muoversi all'interno delle case del quartiere e quindi potevano anche piazzare delle microspie. Padre Puglisi non si era "incanalato", stava cercando di fare tutto a modo suo e quello che si fa nel quartiere invece deve partire dalla "famiglia" che gestisce tutto. Don Puglisi si doveva uccidere simulando un incidente stradale, quindi io mi metto a cercare per rintracciare il prete, mi organizzo per cercare di simulare un incidente, ho fatto quattro-cinque tentativi per investirlo ma non sono andati a buon fine. E allora Giuseppe Graviano mi disse di ucciderlo con la pistola". Come già raccontato da Grigoli, anche Spatuzza ricorda le ultime parole del sacerdote davanti ai suoi killer: "Dovevamo simulare una rapina. Lui era fermo al portone di ingresso di casa sua. Lo accostiamo, io da sinistra e Grigoli da destra. Gli puntiamo la pistola e gli diciamo: "Questa è una rapina". Lui si gira e dice: "L'avevo capito". Gli prendiamo la borsa che aveva nelle mani e Grigoli gli ha tirato un colpo in testa e siamo andati via". L'omicidio Puglisi provocò una stretta investigativa su Brancaccio e per cercare di depistare le indagini i Graviano decisero di uccidere un giovane rapinatore del quartiere, Diego Alaimo, il cui corpo fu poi abbandonato vicino la chiesa. "Volevamo dare un segnale per far credere che era lui il responsabile dell'omicidio di padre Puglisi e che la mafia lo aveva punito".

Il pizzo sui beni confiscati L'hotel San Paolo Palace, di via Messina Marine, confiscato al costruttore Gianni Ienna, prestanome dei Graviano e fondatore di uno dei primi club di Forza Italia, secondo i magistrati di Palermo, era uno dei beni occulti dei boss di Brancaccio. Ora Spatuzza racconta che persino l'amministrazione giudiziaria fu costretta a pagare il pizzo ai Graviano: "Questo dava all'epoca 20 milioni al mese, un mese alla famiglia Graviano, un mese ai Tagliavia. Poi l'albergo era stato sequestrato e c'erano problemi per fare uscire questi 20 milioni perché c'era la gestione del curatore, comunque questi soldi uscivano sempre". Quanto al costruttore Gianni Ienna, Spatuzza rivela che "era stato autorizzato dai Graviano a farsi pentito per salvare il salvabile. Era stato autorizzato e quindi poteva camminare libero a Brancaccio. Me lo disse Filippo Graviano nel carcere di Tolmezzo".

Giornalista Rai e l'imprenditore nel mirino Spatuzza racconta di altri due progetti di omicidio commissionatigli dai Graviano e poi non portati a termine. "Il gruppo di fuoco che gestivo io a quell'epoca (1994, ndr) era stato incaricato di seguire gli spostamenti di un giornalista, si chiama D'Anna, della Rai. Io neanche lo conoscevo. Vittorio Tutino, che era latitante, mi spiega che era stato incaricato di passare alla fase esecutiva di questi due omicidi, quello del giornalista e quello di Giorgio Inglese, proprietario della vecchia Indomar, concessionaria Renault poi acquistata dai fratelli Graviano". 
09 dicembre 2009 - La Repubblica di FRANCESCO VIVIANO e ALESSANDRA ZINITI


Audio processo rapimento e omicidio Giuseppe Di Matteo - 2011

 IL CONFRONTO IN AULA DURANTE IL PROCESSO PER L'OMICIDIO DEL PICCOLO GIUSEPPE DI MATTEO

L'accusa di Spatuzza a Graviano:  «Mi hai fatto uccidere un bambino»

«Noi abbiamo fatto cose mostruose. Ricordati che mi hai fatto uccidere un bambino che non è mai venuto al mondo. Io l'ho chiamato Tobia per avere un punto di riferimento». Così il pentito Gaspare Spatuzza affronta in aula, durante il processo per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, il boss Giuseppe Graviano. «Speravo che davanti a questa tragedia del piccolo Di Matteo ti vergognassi, restassi in silenzio». Spatuzza poi racconta un episodio inedito: e cioè di essere stato costretto da Graviano a fare abortire una ragazza messa incinta da un uomo d'onore. «Me l'hai fatta sequestrare - ha aggiunto - e mi hai indotto a procurarle un aborto». Graviano, molto teso, ha negato tutto. Spatuzza ha anche ricordato le decine di omicidi di parenti di pentiti ordinati da Graviano. «Con tuo fratello Filippo - ha aggiunto - abbiamo avuto un confronto bellissimo (il pentito allude al confronto avvenuto davanti ai Pm di Firenze con Filippo Graviano, ndr). Lui non mi ha detto che mentivo, mi ha detto 'pensi male'». E poi lo ha esortato: «Ma dilla la verità. Ci sono persone che stanno qua a difendere l'indifendibile. Mi viene difficile entrare nella mente di queste persone». Aggiungendo: «Oggi è l'8 marzo, domani inizierà la quaresima, sarebbe un bellissimo inizio per lui se confermasse la verità e desse un bell'esempio di pentimento onesto e sincero». All'inizio del confronto, Graviano ha salutato Spatuzza in modo confidenziale, dicendo «Ciao Gaspare». Dopo aver risposto al saluto con un altro «Ciao», Spatuzza ha detto a Graviano «Mi dia del lei».

GRAVIANO - «Io in vita mia non ho mai odiato nessuno e non ho mai fatto niente di male» ha detto Giuseppe Graviano. «Non ostacolerò la sua scelta - ha detto Graviano rispondendo all'appello di Spatuzza che gli aveva chiesto di dire la verità - Lui può fare quello che vuole, a me non interessa. Piuttosto gli chiedo di far emergere che tra noi ci sono stati dei contrasti».

GRIGOLI - Nella prima parte dell'udienza sono stati messi a confronto i racconti tra il collaboratore di giustizia e un altro pentito: Salvatore Grigoli. Spatuzza ha ripercorso i momenti precedenti al sequestro e all'omicidio del piccolo puntualizzando anche gli incontri che ha avuto con Graviano. «Il 15 settembre del '93 - ha detto - viene ucciso don Puglisi e prima di lì si è costituito il gruppo di fuoco. Io colloco prima del 15 settembre l'incontro di Misilmeri (quello preparatorio al sequestro del bambino, ndr)». All'inizio c'è stato uno scambio di battute tra Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza. I due pentiti sono stati messi a confronto, davanti alla Corte d'assise di Palermo per chiarire alcune divergenze nella ricostruzione del rapimento di Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito ucciso e sciolto nell'acido. Spatuzza, prendendo la parola, ha detto: «Nei confronti di Grigoli avevo sentimenti di odio, ma ora voglio stringergli la mano. Siamo circondati da odio, la chiamano fratellanza ma la nostra non è fratellanza. Io lo volevo uccidere». Grigoli, a sua volta, ha detto: «Anche io lo odiavo, ma ora non più da quando ho saputo del suo cambiamento».

I COMPLIMENTI - Sull'omicidio del piccolo Di Matteo Grigoli afferma: «Non ricordo bene, oggi. Un po' perché voglio dimenticare, tutto. Un po' perché sono passati 18 anni». Replica Spatuzza: «Siamo circondati da odio e inimicizia dentro le nostre famiglie, altro che fratellanza. Non è questa la fratellanza. Siamo qui per chiarire e restituire la verità alla storia». Riprende Grigoli: «Graviano incontrandomi mi fece i complimenti e disse di avere sentito parlare bene di me». Il presidente della corte chiede: «Per quale motivo?». «Per gli omicidi che avevo commesso, non aveva sentito parlare di me perché mi ero laureato», risponde. Due sono gli argomenti sui quali i racconti dei pentiti erano divergenti: uno è relativo alla presenza di Francesco Giuliano, uno dei presunti sequestratori del bambino, al momento del rapimento. Mentre Grigoli aveva detto che Giuliano attendeva in macchina mentre il commando di Cosa Nostra, travestito da poliziotti, prelevava Di Matteo dal maneggio di Altofonte (PA), Spatuzza ha sostenuto che l'imputato era con lui quando avvicinarono la vittima. Il secondo aspetto in cui le due versioni non coincidono è relativo alle tappe seguite dal commando dopo il rapimento. Per Spatuzza, dopo il sequestro, i mafiosi si sono recati immediatamente in un magazzino di Misilmeri (PA), dove li aspettava il Fiorino su cui poi il bimbo venne caricato; mentre per Grigoli i rapitori prima di andare a Misilmeri si sarebbero recati in un villino dove, mesi prima, il boss Giuseppe Graviano gli aveva dato ordine di sequestrare il bambino. Sul primo punto Grigoli ha ammesso che, possibilmente, la versione esatta è quella di Spatuzza. «Anche io, inizialmente - ha spiegato - avevo dato quella versione, allora avevo ricordi più freschi. Quindi probabilmente ha ragione Spatuzza». Anche sul secondo aspetto le divergenze si sono composte. «Spatuzza ricorda meglio - ha detto Grigoli - anche perchè lui per questo questo processo ha fatto mente locale e si è preparato». 8.3.2011 Corriere della Sera


Strage via Palestro, Spatuzza: “Quei cinque morti furono un incidente di percorso”

“I cinque morti dell’attentato di via Palestro furono un incidente di percorso”. Sono queste le parole di Gaspare Spatuzza che torna a testimoniare in un’aula di giustizia. Lo fa al processo contro Filippo Marcello Tutino, il presunto basista della strage mafiosa di via Palestro, avvenuta a Milano la notte del 27 luglio 1993, nella quale morirono il vigile urbano Alessandro Ferrari, i vigili del fuoco Carlo La CatenaSergio Pasotto e Stefano Picerno e un cittadino marocchino senzatetto, Moussafir Driss. “L’obiettivo in via Palestro e in via dei Georgofili a Firenze erano i monumenti, non le vite umane – ha proseguito il pentito – Quello che avvenne erano conseguenze non cercate”. Queste le parole pronunciate dal killer di Brancaccio, oggi collaboratore di giustizia, durante la videoconferenza tra l’aula del Tribunale di Milano dove si celebra il processo e il carcere in cui è detenuto. “Abbiamo fatto cose orribili, accusare Marcello Tutino è doloroso ma per me è un onore essere qui a testimoniare, anche per giustizia nei confronti dei familiari delle vittime”.

“Sono responsabile di una quarantina di omicidi, chiedo perdono alla città, alle vittime e ai loro familiari”, ha continuato Spatuzza, citato come teste dal pm milanese Paolo StorariU tignusu – questo il soprannome di Spatuzza – è stato uomo di fiducia dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, considerati, insieme a Totò Riina, Leoluca Bagarella, al latitante Matteo Messina Denaro e altri boss, i mandanti degli attentati organizzati da Cosa Nostra in Continente tra il ’92 e il ’93. Ma dal 2008 Spatuzza è anche uno tra i collaboratori di giustizia che sta fornendo ai magistrati di Palermo, Milano, Firenze e Caltanissetta maggiori dettagli sulla stagione stragista della mafia corleonese, messa in atto – secondo i pm siciliani – sullo sfondo della Trattativa tra mafia e pezzi dello Stato.

E proprio Spatuzza ha ricostruito oggi in aula la pianificazione delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, e dell’attentato di via Fauro a Roma contro Costanzo, che “aveva preso posizione contro Cosa Nostra”. Rispondendo alle domande del pm Storari, si è soffermato anche sulla progettazione del fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma del 23 gennaio 1994. “Abbiamo mescolato all’esplosivo tondini di ferro – ha raccontato il killer – perché ci hanno detto che avremmo dovuto fare più male possibile. La direttiva – ha proseguito – era quella di uccidere oltre 100 carabinieri”. Spatuzza ha poi confermato il ruolo che i fratelli Vittorio e Marcello Tutinoavrebbero svolto nella strage di via Palestro. “Siamo cresciuti insieme – ha raccontato – c’era una bellissima amicizia, di più, una fratellanza. Cristianamente li considero ancora miei fratelli, con cui ho condiviso delle scelte sbagliate, anche se ora non condivido più i loro ideali, i loro sentimenti”. Stando alla ricostruzione di Spatuzza, Marcello Tutino sarebbe stato scelto come basista “perché conosceva Milano” e avrebbe portato il commando in piazza Duomo a prendere l’esplosivo. Avrebbe avuto così la possibilità di “riabilitarsi” di fronte a Cosa Nostra dopo che aveva fatto sparire un carico di sigarette a Palermo intascandosi i soldi. Tutino, dopo essere andato in Stazione Centrale a prendere Spatuzza (poi rientrato a Roma e non presente alla strage), avrebbe rubato in zona Bovisa la Fiat Uno poi saltata in aria alle 23 di quel giorno.

Proprio Tutino era l’ultimo uomo del commando che pianificò e mise in atto una delle stragi più oscure di quegli anni, dopo quelle di via Fauro a Roma – contro il giornalista Maurizio Costanzo – via dei Georgofili a Firenze, e le autobombe scoppiate quella stessa notte del 27 luglio ’93 nella Capitale, davanti alle basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. Sono stati gli uomini della squadra mobile milanese, guidata da Alessandro Giulianoad arrivare a Tutino e ad arrestarlo il 13 gennaio 2014, quando l’uomo, classe ’61, si trovava già nel carcere milanese di Opera. Su di lui le indagini partirono tre anni fa, proprio grazie alle dichiarazioni di Spatuzza che oggi in aula a Milano ha spiegato i motivi che lo hanno spinto a fornire dettagli sula stagione stragista ai magistrati: “Ho deciso di collaborare per fare giustizia, e ora quando vado a letto mi sento onesto e in pace perché tutto quello che posso fare per la legge lo sto facendo, poi mi metto nelle mani di Dio”, ha aggiunto l’assassino di don Pino Puglisi, rispondendo a una domanda del giudice Guido Piffer, presidente della prima Corte d’Assise di Milano.

“Ho partecipato a cose mostruose e ho avuto un’esperienza terribile – ha proseguito – abbiamo venduto l’anima a Satana. Ora mi sto liberando del male che portavo dentro iniziando un percorso sofferto di ravvedimento e prendendo le distanze da tutto quello che rappresentava per me l’ambiente nel quale ho sempre vissuto”. Spatuzza ha raccontato che dal 2008, quando ha deciso di pentirsi, “sono iniziati anni più sofferti” rispetto a quelli della detenzione con il regime del 41 bis. Il testimone ha spiegato quindi che continuerà sempre a “chiedere perdono” per le vittime delle stragi di mafia tra cui “due piccoli angeli”, le sorelline Nencioni, morte nella strage di Firenze. IL FATTO QUOTIDIANO 30.9.2014


Spatuzza: “Don Puglisi ucciso perché voleva il nostro territorio”

Il collaboratore di giustizia durante l'udienza a Roma per il processo sulla trattativa Stato-mafia racconta al pm Di Matteo il movente dell'omicidio del prete antimafia ucciso nel 93 nel quartiere palermitano di Brancaccio. Poi torna sulla figura misteriosa che partecipò alla preparazione dell'attentato di via D'Amelio: "Negli anni ho provato a identificarlo, ma non ci sono riuscito"

Don Pino Puglisi con il suo impegno e la sua lotta “voleva impossessarsi del territorio di Cosa nostra”. Per questo – racconta il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza – venne ucciso il 15 settembre del 1993, giorno del suo 56° compleanno. Fu proprio Spatuzza, all’epoca killer dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, a sparare al parroco del quartiere Brancaccio di Palermo, feudo di una delle famiglie più fedeli a Totò Riina. Ma il pentito, nella sua deposizione al processo sulla trattativa Stato-mafia nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia, si sofferma su altri tasselli della strategia mafiosa contro lo Stato, che secondo i magistrati di Palermo servirono a comporre il puzzle della trattativa. Rispondendo alle domande del pm palermitano Nino Di Matteo, l’ex soldato torna a parlare di quell’uomo misterioso, “esterno all’organizzazione”, che seguì la preparazione dell’attentato contro Paolo Borsellino; e torna a parlare degli attentati compiuti dalla piovra nel 1993 fuori dalla Sicilia.

“Don Puglisi minaccia per Cosa nostra”
Il prete, con le use iniziative che puntavano a sottrarre i ragazzi del quartiere dalle mire di Cosa nostra, rappresentava una minaccia troppo pericolosa per i boss. E per questo – ammette il pentito – “abbiamo deciso di ucciderlo”. Uno dei testimoni chiave del dibattimento torna a descrivere i retroscena di quel delitto e racconta di aver prima “pensato di simulare un incidente” e poi di aver deciso “di ucciderlo in quel modo” (padre Puglisi venne assassinato in piazza, ndr). L’ex soldato dei Graviano sviscera davanti ai giudici della Corte d’Assise di Palermo i dettagli per pianificare l’agguato. “Abbiamo iniziato delle osservazioni – prosegue Spatuzza – poi abbiamo infiltrato nell’associazione di don Puglisi una persona, io certo non potevo farlo perché in Chiesa non ci andavo e la mia presenza poteva dare sospetti”. di RQuotidiano | 13 MARZO 2014

Sentenza Corte d'Assise 14.4.1998 


Le dichiarazioni di Gaspare SpatuzzaIl racconto di Spatuzza è dettagliato: dopo gli opportuni riscontri svolti dal centro operativo Dia di Caltanissetta, i magistrati hanno avuto chiari i retroscena della strage Borsellino, organizzata dal clan mafioso di Brancaccio, diretto dai fratelli Graviano. E’ rimasto il mistero su un uomo che il giorno prima della strage avrebbe partecipato alle operazioni di caricamento dell’esplosivo sulla 126, in un garage di via Villasevaglios, a Palermo. Spatuzza non lo conosce, i magistrati sospettano che possa essere un appartenente ai servizi segreti.

 

Interrogatorio del 3/7/2008 (riguardante anche la strage Falcone)
Interrogatorio del 17/9/2009
Interrogatorio del 22/6/2010
 (è allegata una lettera-appello di Spatuzza al boss Pietro Aglieri)


Interrogatorio del 3/5/2011  

L’autodifesa dello 007 Lorenzo Narracci
E’ stato indagato per concorso in strage, i pm di Caltanissetta hanno sospettato che fosse lui il misterioso uomo nel garage di via Villasevaglios, ma il pentito Spatuzza non l’ha riconosciuto.

L’audizione di Narracci davanti ai pm di Caltanissetta  

La confessione dei falsi pentiti


Il racconto di Spatuzza sugli esecutori della strage di via d’Amelio è stato confermato soprattutto dalla confessione di chi si era accreditato come collaboratore di giustizia attendibile, depistando le indagini sull’eccidio del 19 luglio 1992. E’ una confessione drammatica, che parla di abusi e violenze subite da alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine, per costruire una verità di comodo.
Interrogatorio di Vincenzo Scarantino (28/9/2009)
Interrogatorio di Francesco Andriotta (17/7/2009)
Interrogatorio di Salvatore Candura (10/3/2009)


Il perché di un errore giudiziario
Un errore madornale, fatto per l’ansia di trovare un colpevole, o un depistaggio costruito ad arte? I magistrati di Caltanissetta hanno esplorato tutte le ipotesi. Un’ombra inquietante è nella nota inviata dall’Aisi alla procuratore Lari, che riferisce di una collaborazione con i servizi segreti intrattenuta in passato dal dirigente Arnaldo La Barbera, il coordinatore del gruppo d’indagine “Falcone-Borsellino”.
La nota dell’Aisi sul questore La Barbera


Le dichiarazioni del nuovo pentito Fabio Tranchina
Quando le indagini su via d’Amelio erano ormai a una svolta, la Dia è riuscita a far collaborare l’ex autista di Giuseppe Graviano, Fabio Tranchina, che conosce molti dei retroscena delle stragi voluta da Cosa nostra.
Interrogatorio del 16/4/2011
Interrogatorio del 21/4/2011

Interrogatorio del 22/4/2011
Interrogatorio del 3/5/2011


DOSSIER VIA D'AMELIO

 

a cura di Claudio Ramaccini, Direttore -Resp. Comunicazione Centro Studi Sociali contro la mafia - PSF

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