Stampa

GASPARE MUTOLO, detto Asparinu

on .

 Mutolo

GASPARE MUTOLO: “Voglio Paolo Borsellino. Mi fido solo di lui” - Gaspare Mutolo annunciò per la prima volta di voler collaborare con gli inquirenti all'inizio del 1992, a una condizione: avrebbe rivelato i segreti della mafia solo a Falcone. Ma il nuovo incarico romano del giudice non gli consentiva più di farlo, e quindi il pentito si rifiutò di parlare con altri. Solo dopo la sua morte, cambiò idea. Come tanti, sia dentro che fuori dalla mafia, considerava Borsellino l'erede naturale di Falcone e annunciò: ...LEGGI TUTTO

 



Gaspare Mutolo, detto Asparinu (Palermo, 5 febbraio 1940), mafioso, collaboratore di giustizia e pittore italiano Chiamato "Asparino", inizialmente fu meccanico, poi si dedicò alla malavita. Da giovane si occupava solo di piccoli furti, fino a quando fu arrestato nel 1965 per associazione a delinquere. In carcere conobbe Totò Riina, compagno di cella per otto mesi. Fu lui a consigliare la lettura de I Beati Paoli di William Galt, romanzo cult dei mafiosi, ma anche a suggerire l'uscita dalla microcriminalità e l'ingresso nella mafia (“più facile uccidere che rubare”, sosteneva Riina), raccomandandolo a Rosario Riccobono - boss dei quartieri Partanna e Mondello - non appena uscito dal carcere.

Dopo una serie di arresti e scarcerazioni, nel 1973 incontrò Riccobono e Riina, nel frattempo in libertà, ed entrò in Cosa Nostra attraverso i riti della “pungintina” e della “Santina bruciata” (immaginetta sacra). “Le cose essenziali sono queste: se un uomo d'onore sbaglia con una donna di un uomo d'onore, con una figlia o una sorella, il padre, anche con le lacrime agli occhi, deve strangolare il figlio. Non ci deve essere mai perdono, anche se passano trenta o quarant'anni: se uno fa la spia, nel letto sicuramente non ci muore, ma viene ammazzato dalla mafia, anche se ha cento anni. È un principio e si fa di tutto per non farlo morire nel proprio letto”, spiegò Riccobono dopo il giuramento.

Sposatosi su suggerimento (pratica obbligatoria dei mafiosi), divenne in breve tempo il più stretto collaboratore di entrambi (di Riina anche fidato autista). Mutolo fu figura operativa, non di dialogo: omicidi, estorsioni, intimazioni, sequestri (nel 1974 fu incaricato di rapire Berlusconi). Divenne poi un grosso trafficante di droga, in contatto con il singaporegno Koh Bak Kin. Un lavoro remunerativo, che gli permise di possedere in poco tempo un appartamento e di costruire una palazzina.

Nel 1982 fu salvato da Riina dalla mattanza dei Riccobono, ma non dall'arresto e dalla reclusione nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano. Fu proprio tra le mura del penitenziario fiorentino che Mutolo si avvicinò all'arte. E grazie all'ergastolano Mungo, detto l'Aragonese, di cui ammirava la pittura durante l'ora d'aria. Finirono in cella insieme e per il mafioso siciliano fu l'inizio di un nuovo modo di comunicare, con colori e pennelli. In carcere conobbe anche Luciano Liggio e a sua firma dipinse alcune tele.

Il pentimento

Nel 1986 venne coinvolto nel Maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e, dopo la sentenza di primo grado (dicembre '87), fu condannato a dieci anni di reclusione. Nel '91 Falcone gli propose di collaborare. “Gaspare, qua la dobbiamo finire, non lo vedi là fuori cosa stanno combinando!” Sia le pressioni del magistrato - che iniziò a vedere con fiducia e rispetto -, sia l'attentato al mafioso Giovanni Bontate, che coinvolse anche la moglie - precedente sconvolgente e non in linea con l'ideale mafioso -, sia l'arresto della consorte, spinsero Mutolo a parlare, ma a patto che ad ascoltarlo fosse il solo Falcone. Rivelazioni che però il magistrato non ascolterà mai, poiché trasferito dal ministro Martelli alla direzione del dipartimento degli Affari penali. Mutolo si ritrovò così ad affidare le proprie rivelazioni, solo all'indomani della strage di Capaci, a Borsellino, che lo interrogò per l'ultima volta due giorni prima della strage di via D'Amelio.

Durante gli interrogatori, però, si susseguirono strane telefonate, in primis quella del ministro Mancino (imputato nel 2012 per falsa testimonianza nel processo sulla Trattativa Stato-Mafia) a Borsellino, proprio durante un colloquio con Mutolo.

Nel 1993, grazie agli sconti di pena previsti, Mutolo venne condannato dal Tribunale di Livorno a nove anni di reclusione. Tra le dichiarazioni rilasciate a Borsellino e poi a Vigna, i ruoli di Lima, Andreotti, Conti, Barreca, Mollica, D'Antoni, Signorino e Contrada.

Oggi è un uomo libero, pur sotto il Servizio Sociale di Protezione, e vive dipingendo quadri. 

 

Gaspare Mutolo:  “Come uccide Cosa Nostra”

Gli strangolamenti, il rapporto con Totò Riina e,  un  mese prima di Via D’Amelio,  l’addio a Cosa nostra.

Quello che segue é lo sconvolgente racconto di Gaspare MUTOLO tratto da “La mafia non lascia tempo”. Il ritratto del pentito Mutolo di Anna Vinci per Rizzoli. Uomo d’onore, braccio destro di Totò Riina, killer e infine collaboratore di giustizia, 

Una volta, in compagnia di altri ragazzi, fui mandato a Cinisi per ammazzare un certo Gallina.

Dei mafiosi gli avevano ucciso un fratello e si diceva che lui volesse vendicarsi. Era mattina e viaggiavamo su due macchine. Ci appostammo in campagna perché sapevamo che portava le mucche al pascolo, a pochi metri dalla stalla. Era uno pericoloso e quel posto isolato era l’ideale per farlo fuori. La prima “scopettata” non gliela diedi io, ma un altro molto più rapido di me: in un baleno uscì dalla macchina, aprì il fuoco e ci lasciò finire il lavoro con le nostre pistole.    

Ricordo un altro omicidio a Borgonovo, nella zona di Totuccio Inzerillo. Ho dimenticato chi fosse il bersaglio. Eravamo stati informati al volo: “Venite, è qui”. Partimmo subito, arrivammo nel giro di pochi minuti e restammo seduti in macchina.    

Quando lo vidi arrivare, decisi che quella volta toccava a me fare fuoco per primo. Scesi dall’auto, lasciando gli altri a fissarmi dai finestrini. Mi avvicinai piano all’obiettivo e cominciai a pedinarlo con molta circospezione: non potevo farmi vedere, né dovevo lasciargli capire che ero solo. Camminavo sotto i portici, seguendolo a giusta distanza. Ero abile, eravamo addestrati. Alla fine scelgo di superarlo, giusto di qualche passo, tenendo la pistola dietro la schiena. Era una calibro 38 a tamburo, la mia preferita. In situazioni simili un’automatica può incepparsi e allora da cacciatore diventi preda. 

Un’arma a tamburo invece non salta un colpo. Mi accorsi che si era fermato, stava parlando con un amico, appoggiato al muro accanto a una bottega. Gli andai incontro e mi parai davanti. Tirai fuori la pistola e allungai il braccio tenendo sotto controllo ogni suo movimento. Il primo colpo arrivò dritto al petto: da vicino è come essere travolti da trecento chili di roba in caduta libera. Non cadde giù perché il muro alle sue spalle lo sorreggeva. In un attimo di lucidità si catapultò dentro la bottega. Lo seguii. Lo raggiunsi. Lo finii. Mentre si accasciava, mi allontanai indisturbato. Il più delle volte le persone non si rendono neanche conto di quello che sta accadendo. La gente non è mica come noi, abituata a convivere con le armi, gli spari, la morte violenta, il sangue. Altri hanno paura. Oppure si stupiscono. Oppure capiscono, ma non vogliono impicci.    

Quel giorno avevo una bella giacca verde di velluto che avevo preso nel negozio di un socio occulto di Giacomo Giuseppe Gambino. Mentre fuggivo pensai che avrei dovuto buttarla: dei vestiti così sgargianti ti rendono più riconoscibile . Avevo appena ucciso un uomo e il mio primo pensiero era per quella giacca. Niente rimorsi o sensi di colpa, l’unica preoccupazione era sparire tra la folla. Non ho mai avuto paura, neanche la prima volta, perché in quei momenti non si ha paura. Certo, un bravo killer, uno che regge, può essere emozionato, spaesato, ma non si spaventa. Eravamo sempre in gruppo, ben organizzati e pronti a intervenire al minimo intoppo. Per scongiurare dei conflitti a fuoco in mezzo ai passanti, oltre alle pistole portavamo dei fucili e chi restava in macchina a fare da palo li teneva bene in vista. Il più delle volte non era necessario usarli, era sufficiente che i nostri nemici li notassero per capire che non stavamo scherzando e che gli conveniva scappare e lasciarci fare il nostro lavoro. Sono trucchetti psicologici, ma funzionano. Spesso incrociavamo una volante della polizia, ma il più delle volte anche agli agenti bastava vedere i fucili per cambiare strada. Certo, ammazzare strangolando è diverso. In molti, dopo averlo fatto, correvano a vomitare. 

L'omicidio per strangolamento è più lungo, bisogna avere mani forti e stringere la corda senza fermarsi. Solo quando il poveraccio sanguina dalle orecchie e se la fa addosso, si può realmente decretare la morte. A quanto ne so, Nitto Santapaola, il grande boss di Catania, è stato l’unico ad aver strangolato qualcuno a mani nude. Di solito non si fa così e non si è mai soli. Due stringono le mani della vittima da dietro e uno gli mette la corda al collo. Strangolamento classico. A volte gli sguardi si incrociano, ma non ci sono momenti rivelatori e le emozioni di chi muore strangolato sono sempre le stesse: paura, terrore, a volte sgomento, stupore. Uno che sta per morire può mai essere allegro? Una sola persona è sopravvissuta alle mie mani. Era un corleonese, un omicidio commissionato da Totò Riina. Lavorava in un magazzino seminterrato e io, Riccobono, Gambino e Carmelo Pedone gli facemmo visita fingendo di voler comprare dei quadri. Appena entrati nel locale, Pedone gli dette un pugno sul naso e quel lo crollò a terra. In due gli bloccarono le mani dietro la schiena, mentre io cominciai a stringergli la corda intorno al collo. Alzai per un attimo gli occhi e mi accorsi che le finestre del magazzino davano su un cortiletto interno. Qualcuno mi stava guardando e, come se non bastasse, intravedevo anche gli uffici di alcune guardie giurate. L’idea di essere beccato prese il sopravvento e non attesi i segni rivelatori: niente sangue dalle orecchie, niente pipì. Quando sentii che cominciava a cedere, gli lasciai la corda stretta intorno al collo e scappammo. Il tizio invece era ancora vivo e se la cavò. Avevamo fatto un pessimo lavoro e per un po’ gli amici non fecero altro che sfotterci. “Quattro contro uno... e non siete riusciti ad ammazzarlo.”

 

a cura di Claudio Ramaccini, Direttore -Resp. Comunicazione Centro Studi Sociali contro la mafia - PSF 

I cookie vengono utilizzati per migliorare il nostro sito e la vostra esperienza quando lo si utilizza. I Cookie tecnici impiegati per il funzionamento essenziale del sito sono già stati impostati. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli, vedere la nostra cookie policy.

Accetto i Cookie da questo sito.