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Lario connection nel Rapporto DIA

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Dal Rapporto della DIA 

La mappa delle LOCALI di ‘ndrangheta 

 

Considerata la maggiore piazza finanziaria nazionale, la Lombardia è caratterizzata da un florido tessuto produttivo ove coesistono un numero elevato di grandi, medie e piccole imprese. Con una popolazione di oltre 10  milioni di abitanti è la regione italiana più popolosa e, nel contempo, attrae consistenti flussi di stranieri. La sua  estensione, la collocazione geografica e la presenza di importanti scali aerei e vie di comunicazione la rendono, nello stesso tempo, punto nevralgico per i maggiori traffici illeciti transnazionali, esercitando un forte richiamo per le organizzazioni criminali sia autoctone che straniere, all’occorrenza alleate tra loro. 

In tale contesto, nel suo percorso evolutivo, la criminalità organizzata - capace non solo di integrarsi con l’economia legale ma anche di anticiparne le opportunità - ha perfettamente compreso quanto siano labili i confini tra attività illecite e lecite, inquinando il sistema economico, attraverso metodiche corruttive finalizzate ad infiltrare la Pubblica Amministrazione - ed il relativo “mondo” dei pubblici appalti - anche grazie alla disponibilità di professionisti compiacenti.

Oggi, la penetrazione del sistema imprenditoriale lombardo appare sempre più marcata da parte dei sodalizi calabresi, ma anche le mafie di estrazione siciliana e campana si mostrano in grado di esprimere la stessa minaccia. 

Una compiuta analisi delle infiltrazioni mafiose sul territorio regionale non può prescindere dalle operazioni di polizia giudiziaria portate a compimento nel semestre, dalle pronunce giudiziarie, nonché dal monitoraggio delle attività imprenditoriali operato dai Gruppi interforze istituiti presso tutte le Prefetture della Regione. Il citato monitoraggio informativo offre un quadro d’analisi che, descrive il radicamento del fenomeno mafioso sul territorio, restituendo una tendenza sempre maggiore di tentativi di infiltrazione nel settore degli appalti pubblici e nel rilascio delle autorizzazioni, licenze e concessioni pubbliche. 

In particolare, i settori commerciali con più provvedimenti prefettizi, nel semestre, risultano quelli della ristorazione, giochi e scommesse, costruzioni, autotrasporto di merci, autodemolizioni, commercio auto. 

Un’ulteriore indicazione viene offerta dalla lettura dei dati pubblicati dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Allo stato attuale, in Lombardia, sono in corso le procedure per la gestione di 1.796 immobili confiscati, mentre altri 1.141 risultano già destinati. Sono, altresì, in atto le procedure per la gestione di 269 aziende, a fronte delle 83 già definite. Alberghi, ristoranti, attività immobiliari, commercio all’ingrosso, attività manifatturiere ed edili, terreni agricoli, appartamenti, ville, fabbricati industriali, negozi, sono solo alcune tra le tipologie di beni sottratti alle mafie anche in Lombardia, concentrate, seguendo un ordine quantitativo decrescente, nelle province di Milano, Monza Brianza, Varese, Pavia, Brescia, Bergamo, Como, Cremona, Lecco, Mantova, Sondrio e Lodi.

Il fenomeno mafioso in Lombardia, quindi, parte da lontano, da alcuni decenni ed ha portato con sé, dai territori di origine, oltre al fenomeno dei matrimoni combinati e forzati – strumentali per la compattezza dei sodalizi i rituali di affiliazione e le metodiche criminali tipiche (intimidazione, assoggettamento, omertà, solo per citarne  alcune) che si espletano, all’occorrenza, anche con azioni violente. L’infiltrazione in Lombardia non è stata “silente” lasciando spazio, in diversi casi, all’esteriorizzazione del metodo mafioso mettendolo “a sistema” esattamente come nei territori di origine: negli anni, taluni omicidi registrati nella regione sono risultati funzionali alle dinamiche evolutive dei sodalizi, esattamente come il pressing intimidatorio e estorsivo sulle fasce produttive, sovrapponibile a quello praticato nelle aree di provenienza. Nel comasco, ad esempio, le vicende giudiziarie degli ultimi anni - di seguito meglio descritte - hanno evidenziato come le nuove generazioni di ndranghetisti “blasonati” non sembrano manifestare la tipica propensione imprenditoriale e la capacità di “mimetizzarsi”, propria di altri gruppi calabresi stanziati in Lombardia. Queste nuove leve, infatti,pur non disdegnando le attività illecite più “sofisticate”, come il riciclaggio e il reimpiego di capitali, sembrano privilegiare strategie “militari” di controllo del territorio che - per quanto meno evolute nel profilo economico-criminale - creano tuttavia un diffuso allarme sociale, proprio per la pratica della violenza e della intimidazione. di 6 persone, per reati ambientali emersi a seguito dell’incendio doloso, del 3 gennaio 2018, di un capannone a Corteolona (PV), nel quale erano state illegalmente stoccate tonnellate di rifiuti. 

Mafia nel comasco

Passando in rassegna la presenza di matrice ‘ndranghetista nelle altre province lombarde, va rilevato che per il dinamico tessuto economico-imprenditoriale e la posizione privilegiata nei rapporti commerciali con le province limitrofe e con la Svizzera, la provincia di Como ricade inevitabilmente nelle mire delle organizzazioni criminali e della ’ndrangheta in particolare, tanto da far registrare, nel tempo, la presenza delle già segnalate locali di Como, Erba, Canzo-Asso, Mariano Comense, Appiano Gentile, Senna Comasco, Fino Mornasco e Cermenate. 

Lo scorso mese di ottobre, il Tribunale di Como ha dato l’avvio al processo di primo grado relativoall’inchiesta “Ignoto 23 (eseguita il 26 settembre 2017 dai Carabinieri di Milano), oggetto di attenzione mediatica per le intemperanze in aula dei parenti di alcuni imputati. Il processo rappresenta l’esito delle indagini che avevano intercettato le dinamiche mafiose sul territorio, nel cui ambito sono state indagate 13 persone, tra cui il nipote del boss della cosca africese MORABITO, per associazione di tipo mafioso, estorsione in danno di alcuni esercizi com-merciali di quel centro cittadino, detenzione e porto abusivo di armi, lesioni aggravate e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso. Gli imputati sono ritenuti al vertice della locale di Limbiate (MB) ed in stretta correlazione con la locale di Mariano Comense (CO). Proprio a Cantù e nelle zone limitrofe si era anche assistito ad una serie di eclatanti atti criminali, quali gambizzazioni, spari con armi da fuoco in pieno centro abitato e lanci di bottiglie incendiarie. L’attività investigativa, avviata nella primavera del 2015, ha permesso di identificare, fra gli altri indagati, due partecipanti - rimasti per lungo tempo ignoti (da cui il nome dell’operazione) - a due summit di ‘ndrangheta, uno tenutosi nel mese di febbraio 2008 presso un ristorante di Legnano (MI) e l’altro nel mese di ottobre 2009 presso un centro per anziani di Paderno Dugnano (MI), già documentati nell’ambito della nota operazione “Infinito”. È emerso, altresì, lo stretto legame tra uno degli affiliati della locale di Mariano Comense ed un affermato imprenditore edile (originario di Melito di Porto Salvo-RC, anch’egli indagato), titolare di numerose società, quale uomo d’affari capace di muoversi agevolmente nel mondo dell’economia, dell’imprenditoria, della politica e della criminalità organizzata. La citata inchiesta “Ignoto 23”, assieme ad altre degli ultimi anni, ha reso testimonianza di una presenza strutturata e radicata nel comasco, che assume connotazioni del tutto peculiari rispetto alla più ampia strategia di infiltrazione dell’economia adottata dalle cosche in Lombardia. Qui, infatti, come già detto in premessa, le nuove generazioni “comasche” di ndranghetisti non sembrano attuare la strategia di mimetizzazione al mondo imprenditoriale, adottata invece da altri gruppi calabresi fuori dal territorio di origine. Gli ‘ndranghetisti comaschi, pur se impegnati nelle attività illecite del riciclaggio e del reimpiego di capitali, sembrano privilegiare, infatti, la strategia del controllo militare del territorio, con conseguente allarme sociale dovuto alla risonanza delle azioni violente e intimidatorie. Si assiste, quindi, alla persistenza sul territorio dei disvalori identitari propri dell’associazione mafiosa, nella quale i vincoli familiari continuano ad essere l’humus che alimenta il fenomeno. Non a caso, sono emersi casi di giovanissimi, figli o nipoti di alcuni ‘ndranghetisti, introdotti nell’associazione mafiosa attraverso veri e propri rituali di affiliazione.

 

Lario connection  - Doc 2012

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