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VIA D'AMELIO: l'attentato, il depistaggio, le indagini, i processi.

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                                                               19 Luglio 1992 - Strage mafiosa in Via D'Amelio

A 27 anni,dalla strage  che ha visto la  morte del giudice Paolo Borsellino e dei suoi cinque angeli custodinon sono stati sufficienti quattro processi di primo grado, tre appelli, tre sentenze di Cassazione e commissioni varie d'inchiesta, per giungere ad una convincente verità. I clamorosi depistaggi, più volte denunciati dalla figlia del magistrato Fiammetta,  ora  pure "certificati" dalla Sentenza del Borsellino Quaterhanno innescato l’avvio di un nuovo processo, tuttora in corso a Caltanisetta,  a carico dei presunti depistatori. Sotto indagine per concorso in calunnia aggravato dall'avere favorito Cosa Nostra sono finiti anche gli ex pm di Caltanissetta Annamaria Palma (che è avvocato generale a Palermo) e Carmelo Petralia (che è procuratore aggiunto a Catania), tutti e due nel 1992 in quel pool di magistrati che stava indagando sulla strage di via D'Amelio.

Tutto ancora da indagare e scoprire la presenza è il ruolo esercitato da operatori dei servizi segreti presenti sul luogo dell’attentato a distanza di pochi minuti dallo scoppio dell’autobomba. Presenze confermate in sedi procesuali da più di un testimone: Francesco Paolo Maggi e di Giuseppe Garofalo, appartenenti alla Polizia di Stato.

Della presenza e ruolo  dei Servizi in via D’Amelio si parla anche nella sentenza di primo grado del processo Borsellino quater, attraverso varie testimonianze. Il pentito Antonino Giuffrè spiega: «La forza della mafia derivava dai suoi rapporti, imperniati su interessi comuni, con ambienti della politica, dell’economia, delle professioni, della magistratura e dei servizi deviati». Il sovrintendente di Polizia Francesco Paolo Maggi, subito presente sul luogo della strage, al processo dichiara: «Uscii da ‘sta nebbia che… e subito vedevo che arrivavano tutti ‘sti… tutti chissi giacca e cravatta, tutti cu’ ‘u stesso abito, una cosa meravigliosa». Era «gente di Roma», dei servizi, «senza una goccia di sudore» nonostante il caos e la concitazione nel caldo di luglio. Maggi a quel punto si chiede: «Ma questi come hanno fatto a sapere già».
La testimonianza del sovrintendente viene confermata da quella del suo vice, Giuseppe Garofalo. E la sentenza conclude: «Già nell’immediatezza della strage, attorno all’automobile blindata del magistrato ucciso, vi erano una pluralità di persone in cerca della sua borsa e di quello che la stessa conteneva, ivi compresi alcuni appartenenti ai servizi segreti».

 

In coincidenza con il 27° Anniversario della strage, secondo quanto annunciato e garantito dal Presidente della Commissione Parlamentare antimafia Nicola Morra, tutti i documenti relativi a Via D'Amelio saranno desecretati e resi pubblici. 



a cura di Claudio Ramaccini - Direttore - Resp. Comunicazione Centro Studi Sociali contro la mafia - PSF

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