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VIA D'AMELIO: processo depistaggio in corso

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FIAMMETTA BORSELLINO: "chi sa parli"   Dopo 27 anni, quattro processi, tre appelli e tre sentenze di Cassazione non è stata restituita completa e convincente verità e giustizia alle vittime e ai loro familiari.  L’ultima sentenza, al contrario, ha clamorosamente certificato che l’inquinamento delle indagini su Via D’Amelio è avvenuto attraverso “Uno dei più grandi depistaggi della storia italiana”. L’udienza preliminare del 20 settembre, relativa al processo depistaggio, ha rappresentato quindi solo un primo nuovo passo di un percorso destinato a durare ancora per lungo tempo. Parallelamente, sono stati finalmente avviati anche i lavori della Commissione Speciale Antimafia della Regione Sicilia e della Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura. Entrambe istituite su richiesta di Fiammetta Borsellino nel tentativo di ottenere nuovi e decisivi “pezzi di verità”. TRE POLIZIOTTI E DUE MAGISTRATI SOTT'INCHIESTA -  Perchè? Per conto di chi? Chi ne era a conoscenza? Quali le eventuali coperture che hanno consentito un mistero che dura da ben  27 anni? Sono solo alcune delle domande che attendono un credibile risposta da oltre un quarto di secolo. Due dei tre poliziotti indagati, che rischiano una condanna dai 15 ai 30 anni,  intervistati dal  quotidiano  La Stampa, dichiarano l'assenza di verità nascoste. Il processo, c'è da augurarselo, dovrà fornire in proposito risposte convincenti e possibilmente definitive.


PROCESSI - INCHIESTE E INDAGINI PRECEDENTI


AUDIO UDIENZE "PROCESSO DEPISTAGGIO" in corso

  • 09.12.2019 Deposizione Francesco Paolo Giordano e Roberto Saiaeva
  • 29.11.2019  Deposizione Fausto Cardella e Francesco Paolo Giordano
  • 25.11.2019  Deposizione Salvatore Nobile e Pierangelo Verdini
  • 08.11.2019  Deposizione  Giuseppe Militello, Giacomo Guttadauro, Angelo Tedesco
  • 18.10.2019  Deposizione  Giampiero Valenti e Domenico Militello
  • 04.10.2019  Deposizione Fabrizio Basiato e Fernando Milo
  • 27.09.2019  Deposizione  Vincenzo Ricciardi, Alessandro Ricerca e Caterina Castelli
  • 09.09.2019  Deposizione  Giuseppe Di Ganci, Margherita Giunta e Vincenzo Ricciardi
  • 12.07.2019  Deposizione  Vincenzo Scarantino, Salvatore La Barbera e Giovanni Guerrera
  • 04.07.2019  Deposizione  Giuseppe Ayala e Salvatore La Barbera
  • 20.06.2019  Depisizione   Luigi Catuogno e Giovanni Arcangioli
  • 19.06.2019  Deposizione  Vincenzo Scarantino 
  • 29.05.2019  Deposizione  Vincenzo Scarantino
  • 17.05.2019  Deposizione  Vincenzo Scarantino
  • 16.05.2019  Deposizione  Vincenzo Scarantino 
  • 19.04.2019  Deposizione  Francesco Milazzo
  • 15.04.2019  Deposizione  Maurizio Toso, Carmelo Garofalo, Gabriele Paci, Giulio Cardona, Giuseppe De Stefano, Francesca Perpicelli e Salvatore Coltraro
  • 05.04.2019  Deposizione  Bruno Contrada
  • 22.02.2019  Deposizione  Francesco Di Carlo
  • 21.02.2019  Deposizione  Francesco Andriotta
  • 06.02.2019  Deposizione  Giovanni Brusca
  • 05.02.2019  Deposizione  Gaspare Spatuzza
  • 04.02.2019  Deposizione  Vito Galatolo e Antonino Giuffrè
  • 01.02.2019  Deposizione  Francesco Andriotta
  • 25.01.2019  Deposizione Vincenzo Pipino
  • 17.01.2019  Deposizione Calogero Germanà, Gabriele Paci e Luigi Rossi - Confronto Germanà/Rossi
  • 14.01.2019
  • 11.01.2019  Deposizione  Gioacchino Genchi
  • 21.12.2018  Deposizione  Maurizio Zerilli
  • 14.12.2018  Deposizione  Gioacchino Genchi
  • 13.12.2018  Deposizione  Giovanni Stagliano
  • 06.12.2018  Deposizione  Salvatore Candura 
  • 03.12.2018  Importante e toccante audizione di Lucia Borsellino 
  • 05.11.2018  Udienza preliminare - processo depistaggio 
  • 26.11.2018  Udienza preliminare - processo depistaggio 

 

  • 5.12.2019 Ritrovate le registrazioni delle telefonate tra Magistrati e Scarantino
  1. Antimafia 2000
  2. Palermo Today
  3. Il Riformista
  4. Il Fatto Quotidiano
  5. La Repubblica
  • 9.12.2019-Borsellino: su Scarantino Pm divisi Per Saiaeva e Boccassini era inattendibile, non per gli altri. Il dibattito interno alla Procura di Caltanissetta sull'attendibilità del pentito Vincenzo Scarantino è stato al centro delle deposizioni di alcuni magistrati allora in servizio nell'ufficio, nel processo sul depistaggio della Strage di via D'Amelio. Per Roberto Saieva, che da gennaio a ottobre del '94 fu applicato a Caltanissetta, "quando nel settembre viene interrogato Vincenzo Scarantino, cominciano ad emergere dei momenti di criticità. Per la dottoressa Boccassini e per me era abbastanza palese l'inattendibilità mentre diversa era la posizione di Tinebra, Giordano e Petralia. Le diversità di vedute permanevano e quindi si decise di mettere nero su bianco le nostre impressioni da consegnare ai colleghi. La nota risale al 12 ottobre e fu inviata a Palermo". Diversa la posizione dell'allora procuratore aggiunto Francesco Paolo Giordano, il quale ha detto che aveva "grande fiducia nei confronti di Arnaldo La Barbera e dei suoi uomini" che gestirono Scarantino, poi rivelatosi un falso pentito.ANSA.  Servizio RAI

  • 1.12.2019 Depositata la lettera di elogio a La Barbera
  • 15.11.2019 - Depistaggio sulla strage Borsellino, a Messina spuntano i verbali inediti di Scarantino Sono sei fascicoli. Dentro ci sono parecchi fogli, frasi fino ad oggi “inedite” del “falso pentito” Vincenzo Scarantino, frammenti a puntate…
  • 8.11.2019 - Borsellino, al processo per il depistaggio un poliziotto cambia versione: pm chiede trasmissione atti in procura
  • 8.11.2019 Il depistaggio dopo via d'Amelio: "Scarantino a Pianosa non denunciò maltrattamenti"L'ispettore di polizia Giampiero Guttadauro, che faceva parte del gruppo investigativo "Falcone e Borsellino", è stato sentito al processo sul presunto depistaggio dopo la strage: "Parlava di donne e sigarette, non mi ha parlato di nessun tipo di attività di reato commesso"
  • 30.10.2019 L'ultimo mistero del falso pentito Scarantino  Alla vigilia del processo voleva svelare il depistaggio. Ecco i brogliacci delle conversazioni con pm e poliziotti, il giallo si infittisce: chi lo convinse a non tirarsiindietro?
  • 18.10.2019 - Deposizione di Giampiero Valenti della Polizia di Stato:"Mi ordinarono di interrompere la registrazione di Vincenzo Scarantino perché il collaboratore doveva parlare con i magistrati". L'ha detto in aula a Caltanissetta, nel processo sui depistaggi nella strage Borsellino, il poliziotto Giampiero Valenti, interrogato come teste. Il processo vede come imputati i poliziotti Mario Bò, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. L'episodio raccontato da Valenti risale al periodo compreso tra il '94 e il '95. Il poliziotto ha spiegato che l'ordine gli arrivo dal suo superiore Di Ganci, "che quando Scarantino smise di parlare coi magistrati, mi disse - ha aggiunto - di riavviare l'apparecchio". "Il mio compito era quello di gestire la famiglia di Scarantino e le loro esigenze: la spesa, i bambini da portare a scuola; mi è capitato pure di accompagnare o lui o la signora a Imperia per una visita oculistica. Non ricordo esattamente dove si trovasse il telefono nella casa di Scarantino", ha continuato Valenti parlando del periodo in cui il falso pentito si trovava a San Bartolomeo a Mare. "Quando finì l'attività di intercettazione ci chiesero di firmare dei brogliacci. Riconosco la mia firma - dice dopo aver letto un verbale mostratogli dal pm Gabriele Paci - ma nego di conoscere quella che è l'attività di intercettazione. Sono stato uno stupido io, perché non avevo alcuna esperienza. Non capisco perché questo verbale non lo firmò chi gestiva l'attività e lo hanno fatto firmare all'ultima ruota del carro". ANSA      Il Fatto Quotidiano.      Antimafia Duemila 
  • 17.10.2019 - Mafia: depistaggio Borsellino, poliziotti imputati non rispondo ai pm di Messina Il legale, ''risponderanno davanti al Tribunale di Caltanissetta'' Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, davanti ai pm di Messina, i tre poliziotti sotto processo per il presunto depistaggio sulla strage di via D'AmelioMario BoFabrizio Mattei e Michele Ribaudo, che prestavano servizio nel pool che indagava sulla strage di via D'Amelio, dovevano essere sentiti oggi pomeriggio nell'ambito dell'inchiesta aperta dal Procuratore di Messina Maurizio De Lucia a carico di due magistrati che facevano parte del pool che coordinò l'inchiesta sull'attentato: Carmelo Petralia ed Annamaria Palma. Ma non hanno risposto ai pm. "I poliziotti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere perché renderanno dichiarazioni davanti al Tribunale di Caltanissetta", ha detto all'Adnkronos l'avvocato Giuseppe Seminara, che ha accompagnato i tre poliziotti in Procura. I due magistrati Palma e Petralia sono indagati a Messina per calunnia aggravata dall'aver favorito Cosa nostra. Stessa accusa di cui rispondono a Caltanissetta i tre poliziotti. Annamaria Palma attualmente è avvocato generale a Palermo, mentre Petralia ricopre la carica di procuratore aggiunto a Catania. Nell'ipotesi accusatoria, in concorso con i tre poliziotti sotto processo a Caltanissetta, avrebbero depistato l'indagine sulla strage costata la vita al giudice Paolo Borsellino. I pm e i poliziotti, secondo l'accusa, avrebbero imbeccato tre falsi pentiti, costruiti a tavolino tra cui Vincenzo Scarantino, suggerendo loro di accusare falsamente dell'attentato persone ad esso estranee.AdnKronos
  • 28.9.2019 - Strage via D’Amelio, l’ex questore di Bergamo Ricciardi: “Scarantino inaffidabileL'ex numero uno di via Noli sentito come teste al processo sul cosiddetto depistaggio della strage di via D’Amelio, dove morì il giudice Borsellino “Meno ci parlavo con Vincenzo Scarantino e meglio stavo. A me Scarantino, per qualcosa che non so dire e non so spiegare non piaceva: potevo mai andare da lui per promesse di denaro?”. Sono le dichiarazioni dell’ex questore di Bergamo, Vincenzo Ricciardi, venerdì mattina nel corso dell’udienza del processo sul cosiddetto depistaggio della strage di via D’Amelio, dove morì il giudice Borsellino, che si celebra a Caltanissetta, rispondendo come teste alle domande dell’avvocato Giuseppe Scozzola. Sul banco degli imputati Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, gli ex appartenenti del gruppo “Falcone-Borsellino”, che indagò sull’attentato: devono rispondere di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. “Devo anche dire, al contrario – ha continuato Ricciardi – che Scarantino non mi ha mai parlato di denaro che gli era stato promesso. Penso che c’era un sentimento reciproco.  Non ci piacevamo. Scarantino – ha aggiunto Ricciardi – dava sempre versioni differenti. In un interrogatorio del 12 settembre del ‘94 si rimangia tutto quello che aveva detto nell’interrogatorio di un mese ”. Bergamo News
  • 9.9.2019 -  Borsellino, agente della scorta rivela: "Scarantino temeva di non essere creduto"-"Una volta sola il falso pentito Vincenzo Scarantino mi disse che aveva paura di non essere creduto e io gli risposi se tu stai dicendo la verità non devi avere paura. È stata l'unica volta in cui ho parlato di qualcosa che riguardasse la strage. Non ci sono mai voluto entrare nelle dinamiche delle sue dichiarazioni". Lo ha affermato Giuseppe Di Gangi, poliziotto del gruppo Falcone Borsellino, rispondendo al Pm Stefano Luciani nel corso dell'udienza del processo sul depistaggio della strage di via D'Amelio ripreso questa mattina a Caltanissetta e che vede sul banco degli imputati il funzionario di Polizia Mario Bò, gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di concorso in calunnia. "Sono devastato da questa situazione. Sono in un uno stato di depressione provocato da questa situazione". ha affermato Di Gangi ha risposto al pm Luciani aggiungendo di non ricordare molto a causa del malessere provocato da questa situazione. "A volte rimanevamo a casa di Vincenzo Scarantino. - ha detto - Ci occupavamo in generale dei bisogni del nucleo familiare. Quando portavamo Scarantino a fare degli interrogatori ce ne occupavamo insieme al personale della questura di Imperia. Se Scarantino aveva bisogno di qualcosa si rivolgeva al gruppo Falcone Borsellino. Noi eravamo lì per quello e per questo si rivolgeva a noi. Erano le disposizioni che ci erano state date". "Un giorno dall'ufficio di Palermo mi chiesero di andare alla questura e ritirare un fax, con la copia di un articolo, e sottoporlo a Scarantino dove si diceva che Gaetano Scotto si trovava a Bologna il giorno della strage e comunque in quel periodo", ha aggiunto Di Gangi. "Il giorno prima della ritrattazione Scarantino aveva detto al personale dell'ufficio di Imperia che voleva parlare con loro urgentemente. Scarantino disse al dottore Bo che voleva tornare in carcere perché non voleva più collaborare. - ha proseguito - Ho assistito alla discussione tra Scarantino e il dottore Bo. Abbiamo dovuto ammanettarlo a casa perché Scarantino si stava avventando contro il funzionario. Davanti alla moglie e ai bambini. Non feci alcuna relazione di servizio". Giornale di Sicilia 
  • 12.7.2019  - Borsellino, parla un poliziotto:  "Scarantino? Era confusionario- "Pianosa era sicuramente un carcere duro ma il falso pentito Vincenzo Scarantino non lamentò nulla di specifico o che fosse rimasto impresso nella mia memoria. I suoi discorsi non erano lineari ma non mi diceva nulla di particolare. Non ho mai ritenuto allarmante quello che diceva, nel senso che a quest'ora se avesse detto qualcosa di importante sarebbe rimasto inciso nella mia memoria". Lo ha detto Giovanni Guerrera, poliziotto, rispondendo come teste alle domande del Pm Gabriele Paci, nel corso dell'udienza nell'ambito del processo sul depistaggio della Strage di via D'Amelio. "L'unica cosa che dicevo a Scarantino - ha aggiunto - era, siccome era confusionario nelle sue dichiarazioni, 'prendi un block notes e te le appunti così trovi una sequenza logica in quello che dici'. Gli suggerivo di fare una scaletta delle cose che gli erano successe". Guerrera, come lui stesso ha sottolineato, a Pianosa era stato individuato come ufficiale di collegamento a garanzia della sicurezza di Scarantino. "Sono certo che non mi abbia mai detto che non c'entrava nulla con le stragi. Io ho conosciuto Scarantino nei primi tempi della collaborazione quindi in quel momento i suoi problemi riguardavano più la moglie e i figli che altro", ha concluso Guerrera rispondendo alle domande degli avvocati Giuseppe Seminara e Giuseppe Panepinto. ANSA

 

A distanza di 27 anni dall'attentato in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, la Procura di Messina, ha iscritto nel registro degli indagati, con l'accusa di calunnia aggravata, due magistrati che indagarono sulle stragi del 1992: Annamaria Palma, Avvocato generale dello Stato, e Carmelo Petralia, Procuratore aggiunto di Catania. Secondo il Procuratore di Messina, Maurizio de Lucia, che coordina l'inchiesta, i due magistrati, in concorso con i tre poliziotti sotto processo a Caltanissetta, Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, avrebbero depistato le indagini sulla strage di via D'Amelio. Un depistaggio che i giudici della sentenza del processo Borsellino quater definirono "clamoroso". Ai magistrati è stato notificato dalla Procura di Messina, che indaga in quanto è coinvolto un magistrato in servizio a Catania, un avviso di accertamenti tecnici irripetibili.  Fiammetta Borsellino che ha partecipato a numerose udienze del processo sul depistaggio sulle indagini sulla strage del 19 luglio 1992, dove si è costituita parte civile, più volte ha lamentato il comportamento dei magistrati che indagarono sull'attentato. "Mio padre è stato lasciato solo, sia da vivo che da morto. C'è stata una responsabilità collettiva da parte di magistrati che nei primi anni dopo la strage - ha sempre ripetuto Fiammetta - hanno sbagliato a Caltanissetta con comportamenti contra legem e che ad oggi non sono mai stati perseguiti né da un punto di vista giudiziario né disciplinare"

Indagati anche due PM: rassegna stampa e news


29.5.2019 SCARANTINO ritratta le accuse ai PM

16.5.2019 - FIAMMETTA BORSELLINO al processo. Depone Vincenzo Scarantino

14.4.2019 - SCARPINATO: Contrada, Servizi Segreti collaborò alle indagini malgrado fosse vietato

13.4.2019 - FIAMMETTA BORSELLINO: Depistaggio: il CSM sul piano disciplinare non ha fatto nulla - i topi si stanno mangiando i faldoni

13.4.2019 - Furti di verità e depistaggi

1.4.2019 - Difesa Bo: “Palazzo Chigi desecreti atti su stragi Falcone e Borsellino”

14.3.2019 - Il depistaggio di via d'Amelio

22.2.2019 Archiviazione per 4 poliziotti. Resta il processo per calunnia per gli altri 3 colleghi. Il gip di Caltanissetta ha scelto di archiviare l'inchiesta a carico degli agenti che facevano parte del pool che indagò sugli attentati del 1992. Secondo l'accusa avrebbero costruito una finta verità, imbeccando falsi pentiti come Vincenzo Scarantino

22.2.2019  "L'attentato a Borsellino? Un favore": parla il pentito Francesco Di Carlo - Depistaggio via d'Amelio, il pentito Di Carlo racconta i contatti con i Servizi "Vennero in tre. Uno di questi, lo scoprii anni dopo, era La Barbera" "Alla fine degli anni Ottanta in carcere vengo raggiunto da tre soggetti. Uno di questi si presentò come Giovanni, dicendomi che portava i saluti di Mario, un altro soggetto che già conoscevo come appartenente LEGGI TUTTO

21.2.2019  A processo per depistaggio l'ex pentito Andriotta tra conferme e "non ricordo"

18.2.2019 Stragi '92, Genchi racconta le indagini sulle utenze clonate. Il super consulente sentito al processo contro Messina Denaro

7.2.2019  GIOVANNI BRUSCA - L'ex padrino, nel corso del processo sul depistaggio delle indagini della strage di via D'Amelio, del luglio del 1992, ha raccontato il momento della "svolta". Ovvero il giorno che gli ha cambiato la vita: "Quando ho incontrato Rita Borsellino"

6.2.2019 Maggiani Chelli: ''Falcone, Borsellino, le stragi del '93. La trattativa Stato-Mafia e' stata la condanna a morte dei nostri parenti''

5.2.2019  - Il teste di Stato-mafia: «Parlo per deduzione…» Il pentito Ciro Vara è stato sentito come teste durante il processo che vede imputati tre poliziotti, accusati di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra

5.2.2019 Depistaggi, Spatuzza: «Rubai io auto per strage»

5.2.2019 - IL MOVENTE “MAFIA-APPALTI” & TAV INSABBIATO E LO SPATUZZA DIMENTICATO PER 21 ANNI  

4.2.2019 VITO GALATOLO racconta Primo giorno di trasferta a Roma per il collegio del tribunale di Caltanissetta, presieduto SEGUE


4.2.2019 - "Ho detto subito che Vincenzo Scarantino aveva detto un sacco di bugie e fesserie sulla strage di Via D'Amelio, da siciliano non capivo cosa dicesse. La ragione me l'hanno data dopo 25 anni". Lo ha detto il collaboratore di giustizia, Santino Di Matteo. "Ieri sera - ha spiegato Di Matteo, il cui figlio Giuseppe venne rapito, ucciso e sciolto nell'acido nel 1996 quando aveva 15 anni. - Ho sentito in tv l'intervista a Fiammetta, la figlia di Paolo Borsellino. Venticinque anni fa io ho avuto un confronto con Scarantino. Quando ha finito di parlare ho detto: 'Guardate che questo non fa parte di nessuna organizzazione. Questo più che rubare ruote di scorta, radio delle macchine o vendere qualche pacchetto di sigarette di contrabbando, non ha fatto. Questo non sa, ve lo dico io"  VIDEO TG 2000

17.1.2019 L'ex questore Germanà al processo depistaggio Borsellino: "Io un miracolato e lo ripeto". Sono un vero miracolato e non capisco perché gli altri colleghi siano morti e io no. Io quel 14 settembre del 1992 mi salvai  LEGGI TUTTO

14.12.2018 Genchi: ''A dicembre 1992 La Barbera mi disse che i carabinieri avrebbero arrestato - Riina  L'ex funzionario di Polizia sentito al processo sul depistaggio di via d'Amelio  "Nel dicembre 1992 Arnaldo La Barbera mi dice: 'Senti io devo lasciare, tutto deve passare in mano ai Carabinieri perché a breve arresteranno Riina e noi siamo stati fatti fuori dalle indagini. A Palermo manderanno una testa di c...che deve venire a fare il pupo a dirigere la Squadra Mobile'". LEGGI TUTTO

14.12.2018 Depistaggio via d'Amelio, quella relazione a firma La Barbera con il nome di Candura - Ieri sentito al processo il funzionario di polizia Stagliano Nel settembre 1992 l'ex Capo della Squadra mobile, Arnaldo La Barbera (in foto) che dirigeva il gruppo Falcone-Borsellino nell'ambito delle indagini sulle stragi aveva firmato e trasmesso alla Procura di Palermo e a quella di Caltanissetta una relazione di servizio su un "colloquio informale" avuto con Salvatore Candura... LEGGI TUTTO

12.12.2018 Accusati di aver depistato le indagini su Borsellino, chiesta archiviazione per 4 poliziotti La Procura di Caltanissetta ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta, avviata a carico di quattro poliziotti del pool che indagò sugli attentati del '92. La richiesta, che ora è al vaglio del gip, riguarda Giuseppe Antonio Di Ganci, Giampiero Valenti, Domenico Militello e Piero Guttadauro. I poliziotti erano accusati di concorso in calunnia: avrebbero costruito ad arte a tavolino una finita verità sulla fase esecutiva della strage imbeccando falsi pentiti come Vincenzo Scarantino e costringendoli ad accusare persone, poi rivelatesi innocenti. Della stessa accusa rispondono i funzionari di polizia Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, per cui però la Procura ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio. I tre sono sotto processo davanti al tribunale nisseno.

ANTIMAFIA2000 12.12.2018

 8.12.2018 Via d'Amelio, Lucia Borsellino: "Mio padre attese invano una chiamata dai giudici" - Ha rotto il silenzio ed è tornata a parlare in un’aula di Tribunale Lucia Borsellino, l’ex assessore alla Salute della Regione Sicilia e figlia del Giudice ucciso assieme agli agenti della sua scorta nell’attentato di Via d’Amelio. La Borsellino ha deposto nei giorni scorsi a Caltanissetta al processo per il depistaggio della strage di via d'Amelio che vede come imputati i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia aggravata dall'aver favorito Cosa nostra... LEGGI TUTTO

 

3.12.2018 SERVIZIO TG RAI SICILIALa strage di via D'Amelio. A Caltanissetta lunga deposizione di Lucia Borsellino al processo sul depistaggio delle indagini. La figlia del magistrato ucciso nel 92 ha parlato anche del mistero legato alla sparizione dell'agenda rossa del padre.

3.12.2018 - LA FIGLIA DEL GIUDICE UCCISO DALLA MAFIA RACCONTA PARTICOLARI INEDITI Lucia Borsellino: “Lo studio usato da mio padre messo a soqquadro da ignoti” - Ignoti sarebbero entrati nel villino della famiglia Borsellino a Villagrazia di Carini e avrebbero messo a soqquadro lo studio utilizzato dal giudice Paolo Borsellino. La circostanza... LEGGI TUTTO

3.12.2018 - depistaggio, figlia racconta mistero agenda rossa Il mistero della sparizione dell’agenda rossa e una strana incursione nella casa di Villagrazia di Carini: sono i passaggi cruciali della lunga deposizione di Lucia Borsellino al processo per il depistaggio sulla strage di via D’Amelio. La figlia del magistrato ... LEGGI TUTTO

3.12.2018 - Depistaggio sulla strage via D'Amelio, LUCIA Borsellino svela un'incursione nella casa di Villagrazia di CariniIl mistero della sparizione dell'agenda rossa e una strana incursione nella casa di Villagrazia di Carini: sono i passaggi cruciali della lungadeposizione di Lucia Borsellino al processo ... LEGGI TUTTO

3.12.2018 - tomaselli non era custode dell'autobomba: 777 mila euro agli eredi - La Corte d'appello di Catania ha condannato lo Stato a pagare circa 777 mila euro agli undici fratelli eredi di Salvatore Tomaselli per "riparare l'errore giudiziario" consistito nella sua condanna a 8 anni e mesi nel ... LEGGI TUTTO

27.11.2018 - Depistaggio via d'Amelio, dal 3 dicembre saranno sentiti i primi testi -  Acquisiti agli atti la conferenza stampa Tinebra-Boccassini ed il video su sparizione dell’Agenda Rossa Da ieri il processo sul depistaggio di via d'Amelio ha ufficialmente preso il via. Il collegio del tribunale di Caltanissetta, presieduto da Francesco D'Arrigo, ha accolto tutte le richieste di costituzione di parte civile avanzate la scorsa udienza....LEGGI TUTTO  

15.11.2018 Strage di Via D’Amelio, Genchi: “La Barbera cercava solo l’appiglio per rendere credibile Scarantino” La deposizione a Palermo - Genchi: “Mi disse: basta un elemento minimale”. E il falso pentito diventò il teste-chiave  LEGGI TUTTO...

9.11.2018

8.11.2018

7.11.2018 - La Procura di Caltanissetta ha trasmesso gli atti per valutare le eventuali responsabilità nella gestione di Scarantino - Il procuratore di Caltanissetta Amedeo Bertone ed il procuratore aggiunto Gabriele Paci hanno trasmesso alla Procura di Messina gli atti dell'inchiesta sul depistaggio e le motivazioni della sentenza Borsellino quater per valutare eventuali responsabilità dei magistrati che si occuparono delle indagini sulla strage di via d'Amelio che confluirono nei processi Borsellino I e bis. La notizia è stata riportata questa mattina dall'edizione palermitana del quotidiano La Repubblica. Si tratta di un atto dovuto dopo che la Corte d'Assise presieduta da Antonio Balsamo, il giorno della sentenza, aveva disposto la trasmissione ai pm dei verbali d’udienza dibattimentale “per eventuali determinazioni di sua competenza”.

5.11.2018 - Avvio delle udienze e costituzione di parte civile anche da parte del Viminale

“Sessanta milioni di euro, per danno all'immagine”. Il ministero dell’Interno rompe gli indugi e chiede il risarcimento dei danni ai tre poliziotti accusati di avere avuto un ruolo determinante nel depistaggio delle indagini attorno alla strage Borsellino. Prima udienza del processo a sorpresa, perché fino ad oggi il ministero dell’Interno è stato solo dichiarato “responsabile civile” per il danno causato dai tre imputati. Ma ora il Viminale prova a smarcarsi, con un intervento dell’Avvocatura dello Stato, che ha anche presentato la richiesta di parte civile del ministero della Giustizia, “per il danno subito dal reato di calunnia commesso dagli imputati". Chiedono di costituirsi parte civile pure i familiari dei poliziotti uccisi con Paolo Borsellino, il superstite della strage, Antonino Vullo, e il Comune di Palermo. Il collegio del tribunale, presieduto da Francesco D'Arrigo, deciderà sulle questioni preliminari il 26 novembre. Un rinvio lungo, che non è piaciuto a Fiammetta Borsellino, la figlia del giudice Paolo, che è parte civile nel processo con i suoi fratelli: "Abbiamo già aspettato tanto - dice - vigileremo su questo processo, perché tante persone ancora non vogliono cercarla la verità". 

FIAMMETTA BORSELLINO: «La mafia uccise mio padre. Lo Stato ha depistato e insabbiato i dossier» Fiammetta Borsellino denuncia i depistaggi che hanno impedito di scoprire chi e perché ha ucciso suo padre

FIAMMETTA BORSELLINO: «Incredibile che il Viminale non sia parte civile al processo depistaggi»«Ritengo assolutamente incredibile che il Viminale non sia parte civile di questo processo...  LEGGI TUTTO

"Grossi pezzi dello Stato implicati, basta omertà"  Tre poliziotti rinviati a giudizio. La figlia del magistrato: "Chi sa la verità parli"Sono accusati di calunnia in concorso con l'aggravante di aver agevolato con la loro condotta Cosa nostra. Secondo la procura nissena, avrebbero manovrato le dichiarazioni rese dal falso pentito Vincenzo Scarantino, costringendolo a fare nomi e cognomi di persone innocenti in merito all'attentato in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta.

FIAMMETTA BORSELLINO:  "Il silenzio degli uomini delle istituzioni peggio dell'omertà dei mafiosi.  Perché tanta omertà? E dov'erano i magistrati quando i poliziotti istruivano Scarantino?"   "La verità si saprà soltanto se chi sa parlerà e uscirà dall'omertà". Così Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato ucciso in via D'Amelio ha commentato la decisione del gip di Caltanissetta di rinviare a giudizio per calunnia aggravata i tre poliziotti implicati nel depistaggio delle indagini sull'attentato al padre. Fiammetta Borsellino e i suoi due fratelli si sono costituiti parte civile.

FIAMMETTA BORSELLINO:"La verità verrà fuori se parlano loro" Al termine dell’udienza preliminare ... LEGGI TUTTO

DEPISTAGGIO BORSELLINOquei post-it per istruire Scarantino «Necessari perché imparasse bene versione da raccontare»Tra le carte del processo che si aprirà a novembre a Caltanissetta contro i poliziotti accusati di aver contribuito alla creazione del finto pentito della strage di via D’Amelio anche una perizia grafica del 2016, che dimostra come alcuni bigliettini a lui attribuiti furono usati per indottrinarlo. Le grafologhe: «Indiscutibili identità, alcune immagini parlano da sole.

PARLA ANGELO MANGANO, il giornalista che per primo capì il depistaggio di Via D'Amelio...E’ stato sentito il 4 ottobre scorso dalla Commissione parlamentare antimafia regionale, il giornalista Angelo Mangano.

Nelle indagini sugli autori della strage di Via D’Amelio c’è stato «uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana», con alcuni funzionari della polizia che convinsero piccoli criminali a trasformarsi in pentiti di Cosa nostra per costruire una falsa verità sull’attentato al giudice Paolo Borsellino. Ma non solo. Nelle motivazioni della sentenza ... LEGGI TUTTO

DEPISTAGGIO: chiesto il rinvio a giudizio per tre poliziotti

VIA D'AMELIO: 25 ANNI DOPO SANTINO ANCORA MIUTO STA'

I «FALSI» PENTITI - I tre poliziotti facevano parte del pool investigativo che indagò sulle stragi mafiose del ‘92 di via D’Amelio e di Capaci. Il pool era coordinato da Arnaldo La Barbera (morto nel 2002). Gli investigatori, secondo l’accusa, LEGGI TUTTO

Il Ministero della Giustizia si cosuirà parte civileal processo contro i presunti depistatori delle indagini sulla strage di via D'Amelio. Già il 13 settembre scorso è stata richiesta autorizzazione all'Avvocatura dello Stato di Caltanissetta, tramite la Presidenza del Consiglio - Ufficio del contenzioso, alla costituzione come parte civile nel processo. Agli imputati, tutti appartenenti alla Polizia di Stato, sono stati contestati fatti attinenti al concorso in calunnia, che appaiono particolarmente gravi e che - viene sottolineato - se accertati, sarebbero fonte di notevolissimi danni patrimoniali e non patrimoniali all&rsquoamministrazione della giustizia. In particolare si contesta loro di aver dato vita a processi definiti con condanne, passate in giudicato e poi revocate, a carico delle persone cui le dichiarazioni non veritiere si riferivano. ANSA 20.9.2018 - 19.30

PROCESSO AI POLIZIOTTI ACCUSATI DI DEPISTAGGIO.  Fiammetta Borsellino a CaltanisettaPresso il tribunale di Caltanisetta, lunedì 20 Settembre è stata avviata la procedura l'udienza preliminare riguardante  i tre poliziotti rinviati a giudizio per depistaggio nelle indagini su Via D'Amelio. Presenti  il giornalista Salvo Palazzolo, recentemente denunciato, indagato e perquisito e  Fiammetta Borsellino, che da tempo chiede a gran voce che sia fatta piena luce su mandanti, esecutori e condotta delle Forze dell’Ordine e della magistratura inquirente incaricati dell’inchiesta. 

RINVIATA AL  28 SETTEMBRE, l’udienza preliminare nei confronti di tre poliziotti accusati del depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio. Davanti al Gup sono comparsi il funzionario Mario Bo e i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di calunnia in concorso. Per i tre, la procura nissena, ha contestato l’aggravante secondo la quale, con la loro condotta avrebbero favorito Cosa nostra. 

Davanti al Gup sono comparsi il funzionario Mario Bo e i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di calunnia in concorso. Per i tre, la procura nissena, ha contestato l’aggravante secondo la quale, con la loro condotta avrebbero favorito Cosa nostra. All’esterno... SEGUE

FIAMMETTA AVVICINA DUE IMPUTATI. LA FIGLIA MAGISTRATO APPROFITTA DI UNA PAUSA DELL'UDIENZA CALTANISSETTA  In una pausa dell'udienza preliminare a Caltanissetta per il depistaggio ... SEGUE

VIA D'AMELIO, I FIGLI DI BORSELLINO PARTE CIVILE CONTRO I TRE POLIZIOTTI ACCUSATI DEL DEPISTAGGIO L'atto d'accusa di Fiammetta: "Lo Stato non c'è, non si è costituito contro gli imputati". Al via l’udienza preliminare al tribunale di Caltanissetta - Fiammetta Borsellino, la figlia di Paolo e Agnese, arriva di buon mattino al tribunale di Caltanissetta. Nell’aula intitolata a “Gilda Loforti” – una giudice coraggiosa stroncata da ... LEGGI TUTTO

FIAMMETTA BORSELLINO, SOLIDALE CON LA PROCURA. La figlia del magistrato: "Difficile verità ma barlumi di luce. Sono qui in segno di solidarietà nei confronti di una Procura che si sta impegnando con tenacia a sciogliere un nodo enorme sulla mancata verità che riguarda la strage di via D'Amelio, un nodo compromesso quasi definitivamente dalle attività depistatorie". Così Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo, presente in Tribunale a Caltanissetta all'udienza preliminare con tre poliziotti accusati di avere imbeccato il falso pentito Vincenzo Scarantino. "Questa Procura a distanza di molti anni con enormi difficoltà sta cercando di fare luce su cose fatte da pm precedenti, perché questi poliziotti non hanno agito da soli, ma sotto la direzione, il controllo e la supervisione di magistrati e di pubblici ministeri". "Ho fiducia - ha aggiunto - raggiungere una verità è difficile, ma sono convinta del percorso che può portare anche a fare barlumi di luce. E' importante il segnale che si continui a lottare per esercitare un diritto sancito all'articolo 2 della Costituzione, il diritto alla verità". ANSA 

FAVA A CALTANISSETTA PER AVVIO PROCESSO SU DEPISTAGGIO Sono qui per un atto di dovuta testimonianza. Sul depistaggio per la strage di via D’Amelio, che oggi conosce dopo 26 anni la prima pagina giudiziaria. La Commissione antimafia ha aperto una propria indagine e daremo il nostro contributo per contribuire a restituire verità sui fatti, sui silenzi, sulle responsabilità che abbiamo collezionato per oltre un quarto di secolo”. Lo ha dichiarato Claudio Fava, Presidente della Commissione regionale antimafia a Caltanissetta, dove stamani si è aperta l’udienza preliminare nei confronti di tre poliziotti accusati del depistaggio delle inchieste sulla strage del 19 luglio del 1992. Il presidente Fava ha anche partecipato al sit-in che si è tenuto fuori dal tribunale in solidarietà al giornalista Salvo Palazzolo cui, nei giorni scorsi, sono stati sequestrati telefoni, pc e altro materiale a causa di alcuni articoli scritti proprio sul depistaggio relativo alla strage di via D’Amelio.

FIAMMETTA BORSELLINO PARLA CON GLI IMPUTATI: "SIATE ONESTI" Alla sbarra tre poliziotti, il funzionario Mario Bo’ e gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di avere imbeccato il falso pentito Vincenzo Scarantino. La figlia del giudice: "Si spieghi cosa cosa è successo, quale era il clima, da chi probabilmente hanno ricevuto gli ordini"

DEPISTAGGIO VIA D’AMELIO. IL COMUNE DI PALERMO SARÀ PARTE CIVILE Il sindaco Leoluca Orlando ha dato mandato all’avvocatura comunale di procedere alla costituzione di Parte Civile nel processo che a Caltanissetta vede imputati alcuni agenti e funzionari di Polizia per il presunto depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio del luglio del 1992.

IL PUBBLICO MINISTERO CHIEDE AGGRAVANTE PER I POLIZIOTTI ACCUSATI DEL DEPISTAGGIO: “HANNO FAVORITO LA MAFIA”

Strage via d’Amelio, pm chiede aggravante per i poliziotti accusati del depistaggio: “Hanno favorito la mafia”

Nel corso dell’udienza preliminare la procura di Caltanisseta ha chiesto l’applicazione del comma 1 dell’articolo 416 bis per il tre poliziotti accusati di concorso in calunnia per avere creato il falso pentito Vincenzo Scarantino

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                     PROCESSI - INCHIESTE - INDAGINI  PRECEDENTI

"13 domande di Fiammetta Borsellino alle Istituzioni  - Sono passati 26 anni e ancora aspettiamo delle risposte da uomini delle istituzioni e non solo. Ci sono domande che non possono essere rimosse dall'indifferenza o da colpevoli disattenzioni". Tra le domande poste dalla figlia del giudice, che proprio oggi, alle 14 verrà ascoltata dalla Commissione regionale antimafia all'Ars, la richiesta del perché, dopo la strage di Capaci, "le autorità locali non misero in atto le misure necessarie per proteggere mio padre". Non solo. "Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze", chiede. "Oppure: "Perché via D'Amelio non fu preservata consentendo così la sottrazione dell'agenda rossa di mio padre?". E ancora: "Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D'Amelio i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre?". Poi domande anche sul pentito Scarantino ("perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni?"), sul mancato verbale di sopralluogo della Polizia con Scarantino "nel garage dove diceva di avere rubato la 126 poi trasformata in autobomba?".

1.   Perché le autorità locali e nazionali preposte alla sicurezza non misero in atto tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l’obiettivo numero uno di Cosa nostra?

2.    Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze in ambito di mafia? L’ufficio era composto dal procuratore capo Giovanni Tinebra, dai sostituti Carmelo Petralia, Annamaria Palma (dal luglio 1994) e Nino Di Matteo (dal novembre ’94).

3.    Perché via D’Amelio, la scena della strage, non fu preservata consentendo così la sottrazione dell’agenda rossa di mio padre? E perché l’ex pm allora parlamentare Giuseppe Ayala, fra i primi a vedere la borsa, ha fornito versioni contraddittorie su quei momenti?

4.    Perché i pm di Caltanissetta non ritennero mai di interrogare il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, che non aveva informato mio padre della nota del Ros sul “tritolo arrivato in città” e gli aveva pure negato il coordinamento delle indagini su Palermo, cosa che concesse solo il giorno della strage, con una telefonata alle 7 del mattino?

5.    Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire?

6.    Cosa c’è ancora negli archivi del vecchio Sisde, il servizio segreto, sul falso pentito Scarantino (indicato dall’intelligence come vicino ad esponenti mafiosi) e sul suo suggeritore, l’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera?

7.    Perché i pm di Caltanissetta non depositarono nel primo processo il confronto fatto tre mesi prima fra il falso pentito Scarantino e i veri collaboratori di giustizia (Cancemi, Di Matteo e La Barbera) che lo smentivano? Il confronto fu depositato due anni più tardi, nel 1997, solo dopo una battaglia dei difensori degli imputati.

8.    Perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni di Scarantino e non fecero mai il confronto tra i falsi pentiti dell’inchiesta (Scarantino, Candura e Andriotta), dai cui interrogatori si evinceva un progressivo aggiustamento delle dichiarazioni, in modo da farle convergere verso l’unica versione?

9.    Perché la pm Ilda Boccassini (che partecipò alle prime indagini, fra il giugno e l’ottobre 1994), firmataria insieme al pm Sajeva di due durissime lettere nelle quali prendeva le distanze dai colleghi che continuavano a credere a Scarantino, autorizzò la polizia a fare dieci colloqui investigativi con Scarantino dopo l’inizio della sua collaborazione con la giustizia?

10.  Perché non fu mai fatto un verbale del sopralluogo della polizia con Scarantino nel garage dove diceva di aver rubato la 126 poi trasformata in autobomba? Perché i pm non ne fecero mai richiesta? E perché nessun magistrato ritenne di presenziare al sopralluogo?

11.  Chi è davvero responsabile dei verbali con a margine delle annotazioni a penna consegnati dall’ispettore Mattei a Scarantino? Il poliziotto ha dichiarato che l’unico scopo era quello di aiutarlo a ripassare: com’è possibile che fino alla Cassazione i giudici abbiano ritenuto plausibile questa giustificazione?

12.  Il 26 luglio 1995 Scarantino ritrattava le sue dichiarazioni con un’intervista a Studio Aperto. Prima ancora che l’intervista andasse in onda, i pm Palma e Petralia annunciavano già alle agenzie di stampa la ritrattazione della ritrattazione di Scarantino, anticipando il contenuto del verbale fatto quella sera col falso pentito. Come facevano a prevederlo?

13.  Perché Scarantino non venne affidato al servizio centrale di protezione, ma al gruppo diretto da La Barbera, senza alcuna richiesta e autorizzazione da parte della magistratura competente?

Borsellino Quater - dalla Sentenza ... IL DEPISTAGGIO DI STATO

(...) Va quindi sottolineata la particolare pervicacia e continuità dell’attività di determinazione dello Scarantino a rendere false dichiarazioni accusatorie, con la elaborazione di una trama complessa che riuscì a trarre in inganno anche i giudici dei primi due processi sulla strage di Via D’Amelio, così producendo drammatiche conseguenze sulla libertà e sulla vita delle persone incolpate.Poiché l’attività di determinazione così accertata ha consentito di realizzare uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana, è lecito interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento:

- alla copertura della presenza di fonti rimaste occulte, che viene evidenziatadalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee alloro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondentialla realtà;

- ai collegamenti con la sottrazione dell’agenda rossa che Paolo Borsellino aveva con sé al momento dell’attentato e che conteneva una serie di appunti difondamentale rilevanza per la ricostruzione dell’attività da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci;

- alla eventuale finalità di occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra "Cosa Nostra" e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del Magistrato.In proposito, va osservato che un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino è sicuramente desumibile dalla identità di taluno dei protagonisti di entrambe le vicende: si è già sottolineato il ruolo fondamentale assunto, nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia, dal Dott. Arnaldo La Barbera, il quale è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione – connotata da una inaudita aggressività – nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre. L’indagine sulle reali finalità del depistaggio non può, poi, prescindere dallaconsiderazione sia delle dichiarazioni di Antonino Giuffrè (il quale ha riferito che, prima di passare all’attuazione della strategia stragista, erano stati effettuati “sondaggi” con “persone importanti” appartenenti al mondo economico e politico, ha precisato che questi “sondaggi” si fondavano sulla “pericolosità” di determinati soggetti non solo per l’organizzazione mafiosa ma anche per i suoi legami con ambienti imprenditoriali e politici interessati a convivere e a “fare affari” con essa, ha ricondotto a tale contesto l’isolamento – anche nell’ambito giudiziario - che portò all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e ha chiarito che la stessa strategia terroristica di Salvatore Riina traeva la sua forza dalla previsione – rivelatasi poi infondata - che passato il periodo delle stragi si sarebbe ritornati alla “normalità”), sia delle circostanze confidate da Paolo Borsellino alle persone e lui più vicine nel periodo che precedette la strage di Via D’Amelio. Vanno richiamati, al riguardo, gli elementi probatori già analizzati nel capitolo VI. Un particolare rilievo assumono, in questo contesto, la convinzione, espressa da Paolo Borsellinoalla moglie Agnese Piraino proprio il giorno prima della strage di Via D’Amelio, «che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, (…) ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere», e la drammatica percezione, da parte del Magistrato, dell’esistenza di un «colloquio tra la mafia e parti infedeli dello stato». Occorre, altresì, tenere conto degli approfonditi rilievi formulati nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”) secondo cui «risulta quanto meno provato che la morte di Paolo BORSELLINO non era stata voluta solo per finalità di vendetta e di cautela preventiva, bensì anche per esercitare - cumulando i suoi effetti con quelli degli altri delitti eccellenti – una forte pressione sulla compagine governativa che aveva attuato una linea politica di contrasto alla mafia più intensa che in passato ed indurre coloro che si fossero mostrati disponibili tra i possibili referenti a farsi avanti per trattare un mutamento di quella linea politica. (…) E proprio per agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi come BORSELLINOavrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo diapproccio con COSA NOSTRA e di arretramento nell’attività di contrasto alla mafia, levandosi a denunciare anche pubblicamente, dall’alto del suo prestigioprofessionale e della nobiltà del suo impegno civico, ogni cedimento dello Stato o di sue componenti politiche». Questa Corte ritiene quindi doveroso, in considerazione di quanto è stato accertato sull’attività di determinazione realizzata nei confronti dello Scarantino, del complesso contesto in cui essa viene a collocarsi, e delle ulteriori condotte delittuose emerse nel corso dell’istruttoria dibattimentale (tra cui proprio quella della sottrazione dell’agenda rossa), di disporre la trasmissione al Pubblico ministero, per le eventuali determinazioni di sua competenza, dei verbali di tutte le udienze dibattimentali, le quali possono contenere elementi rilevanti per la difficile ma fondamentale opera di ricerca della verità nella quale la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta è impegnata

I PROCESSI E I DEPISTAGGI - Per la strage di via D’Amelio l’iter giudiziario è stato lunghissimo. Confessioni, falsi pentiti, condanne poi ribaltate. Le rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza hanno riaperto le indagini sull’attentato scoprendo il depistaggio che era costato la condanna all'ergastolo a sette innocenti poi scagionati. Si è arrivati al cosiddetto “processo quater”, che ha messo un punto forse definitivo nello stabilire una verità sui fatti. Il 30 giugno 2018 la Corte d’Assise di Caltanissetta ha depositato 1865 pagine di motivazioni per il quarto processo sull’attentato Borsellino, la cui sentenza era arrivata 14 mesi prima. Secondo i giudici si è trattato di “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana" con protagonisti uomini dello istituzioni. Il 20 aprile del 2017 il processo aveva portato alle condanne all'ergastolo per Salvino Madonia e Vittorio Tutino, il primo tra i mandanti, il secondo tra gli esecutori materiali. Altri imputati sono stati condannati per calunnia in quanto finti collaboratori di giustizia usati per creare una ricostruzione a tavolino delle fasi esecutive della strage costata in precedenza l'ergastolo a sette innocenti. Per Vincenzo Scarantino, il più discusso dei falsi pentiti, protagonista di ritrattazioni nel corso di vent'anni di processi, i giudici hanno dichiarato la prescrizione concedendogli l'attenuante prevista per chi viene indotto a commettere il reato da altri.

I poliziotti rinviati a giudizio - I giudici di Caltanissetta hanno puntato il dito anche contro i servitori infedeli dello Stato autori dei depistaggi. Secondo i magistrati, l’allora capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera (ora morto) ebbe un "ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato intensamente coinvolto nella sparizione dell'agenda rossa”. Alcuni investigatori, mossi da "un proposito criminoso", avrebbero quindi indirizzato l'inchiesta e costretto Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell'attentato. Inoltre avrebbero compiuto “una serie di forzature, indebite suggestioni, radicalmente difformi dalla realtà”. La Procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio di tre poliziotti per il depistaggio delle indagini. Il funzionario Mario Bo, che è stato già indagato per gli stessi fatti e che ha poi ottenuto l'archiviazione, e i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. Sono accusati di calunnia in concorso aggravata. Nel settembre 2018, i tre sono stati rinviati a giudizio.

 

La storia del depistaggio su Via D’Amelio - Come la procura di Caltanissetta si ostinò per anni a proteggere un'accusa falsificata, facendo condannare persone estranee all'attentato a Paolo Borsellino

di Enrico Deaglio

Questo articolo è parte di uno speciale sul depistaggio con cui agenti di polizia e magistrati costruirono e portarono a sentenza una versione falsa sui responsabili della morte del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, e sul documento investigativo del 1998 – reso pubblico per un “disguido” nel 2013 – che suggeriva questa tesi.

Il 23 maggio scorso, in occasione del 25esimo anniversario della strage di Capaci, la RAI ha organizzato un “evento” per ricordare i tre eroi nazionali, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino, uccisi dalla mafia insieme alle loro scorte in due successivi attentati nel 1992: il primo sull’autostrada all’altezza di Capaci, vicino a Palermo, dove fu fatta esplodere l’auto del magistrato Giovanni Falcone uccidendo lui e sua moglie, anche lei magistrato, e tre uomini della scorta; il secondo a Palermo in via D’Amelio, dove un’altra esplosione uccise il magistrato Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta.

La serata televisiva è stata guidata da Fabio Fazio che si è avvalso di molti contributi di personaggi famosi. I contatti televisivi sono stati 13 milioni, a dimostrazione dell’affetto che gli italiani continuano ad avere per i loro eroi uccisi, e ha scontato, come spesso accade in queste rievocazioni, la retorica e l’autoglorificazione delle cariche presenti che hanno assicurato: “non sono morti invano, non accadrà mai più”.

A un certo punto, però, qualcosa ha guastato la celebrazione unanime. Sul palco è comparsa la signora Fiammetta Borsellino, la figlia minore del magistrato, che nel 1992 aveva 19 anni. Negli anni, gli italiani hanno imparato a conoscere e ad apprezzare la famiglia: Rita, la sorella, che si è sobbarcata l’onere della testimonianza politica, come europarlamentare e candidata a governatore della Sicilia; Lucia, la figlia maggiore, già assessora regionale alla sanità, costretta alle dimissioni dopo minacce disgustose e completamente false; Manfredi, il figlio, valente e schivo commissario di polizia di Termini Imerese e Salvatore, il fratello, che guida un movimento che chiede la verità sulle stragi. La moglie del giudice, la signora Agnese, morta nel 2013, ha testimoniato negli ultimi anni della sua vita i sospetti che il marito aveva sulle istituzioni (dicendo tra l’altro: «Paolo mi confidò, sconvolto, che il generale dei Ros Antonio Subranni era “punciutu”», affiliato alla mafia).

E dunque, Fiammetta, ora diventata una signora di 44 anni, con i capelli corti, vestita casualmente, è apparsa per la prima volta su un palco; e con molta emozione, ha detto:

Credo che ricordare la morte di mio padre, di Giovanni Falcone, di Francesca e degli uomini della scorta, possa contribuire a coltivare il valore della memoria. Quel valore necessario per proiettarsi nel futuro con la ricchezza del passato significa anche dire in maniera ferma da che parte stiamo, perché noi stiamo dalla loro parte, dalla parte della legalità e della giustizia per le quali sono morti. Credo che con questa stessa forza dobbiamo pretendere la restituzione di una verità che dia un nome e un cognome a quelle menti raffinatissime che con le loro azioni e omissioni hanno voluto eliminare questi servitori dello stato, quelle menti raffinatissime che hanno permesso il passare infruttuoso delle ore successive all’esplosione, ore fondamentali per l’acquisizione di prove che avrebbero determinato lo sviluppo positivo delle indagini. Quelle prove a cui mio padre e Giovanni tenevano così tanto. Tutto questo non può passare in secondo piano, e non può passare in secondo piano che per via di false piste investigative ci sono uomini che hanno scontato pene senza vedere in faccia i loro figli, come quei giovani che sono morti nella strage di Capaci. Questa restituzione della verità deve essere anche per loro. La verità è l’opposto della menzogna, dobbiamo ogni giorno cercarla, pretenderla e ricordarcene non solo nei momenti commemorativi. Solo così, guardando in faccia i nostri figli, potremmo dire loro che siano in un paese libero, libero dal puzzo del potere e del ricatto mafioso.

Anche Fabio Fazio si era commosso, e ha dato a Fiammetta Borsellino un’empatica carezza sulla schiena. Ma evidentemente nemmeno Fazio ha il potere di far parlare i muti e l’appello non è stato ripreso.

La signora Fiammetta Borsellino si riferiva al fatto che, a distanza di un quarto di secolo, non solo non si conosce quasi nulla del delitto Borsellino, ma è tuttora in pieno svolgimento il più lungo depistaggio – qualsiasi siano le ragioni che lo hanno determinato, probabilmente più d’una – che la storia della nostra Repubblica ricordi; un depistaggio che ha ostinatamente impedito la ricerca della verità, che ha mandato all’ergastolo (e al 41 bis, il carcere severissimo) nove persone estranee a quell’accusa per 11 anni e ha coinvolto – restituendoli al mondo corrotti e umiliati di fatto, ma fieri e soddisfatti pubblicamente – decine di investigatori, di magistrati e di uomini delle istituzioni.

Seguo questa storia dal giorno dello scoppio di via D’Amelio, sono testimone del depistaggio fin dalle sue origini e cinque anni fa ho pubblicato un libro che si chiama “Il vile agguato”, che parlava di tutto ciò. Credo che questa vicenda sia la più grave – e tuttora molto oscura – della recente storia d’Italia. Ora poi c’è molto di più. Esistono delle cose provate e delle notizie che rispondono all’appello per la verità di Fiammetta Borsellino, ma non ne parla nessuno.

La prima versione sulla strage di via D’Amelio
Le indagini sulla strage di via D’Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992, vennero assegnate al “gruppo Falcone-Borsellino” guidato dal capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera. L’iniziativa (confermata da un decreto urgente della presidenza del consiglio) fu del prefetto Luigi De Sena, all’epoca capo del Sisde, in seguito diventato senatore del PD, che è morto nel 2015: Arnaldo La Barbera, che aveva trascorsi di carriera in Veneto come lui, era un suo vecchio amico ed era stato anche suo confidente al Sisde, il servizio segreto del ministero degli Interni. Ovvero: il Sisde affidò le indagini a un uomo del Sisde (il servizio segreto aveva avuto anche un controverso accidente del caso: il dirigente del Sisde Bruno Contrada, con il suo fedele assistente Lorenzo Narracci, era casualmente in vacanza su una barca a vela di fronte al porto al momento dello scoppio; furono tra i primi a esserne informati – con una tempistica così rapida da essere oggetto di sospetti e accuse mai provate – e poi ad arrivare sul posto).

I giorni seguenti la strage di via D’Amelio – causata da un’autobomba fatta esplodere davanti alla casa della madre di Paolo Borsellino al momento dell’arrivo di quest’ultimo – furono di grande angoscia. Magistrati e poliziotti di Palermo erano in rivolta, la famiglia Borsellino aveva rifiutato i funerali di Stato, l’esercito italiano stava per scendere in forze in Sicilia, la lira stava crollando sui mercati, il “nemico” (ma chi era?) sembrava in grado di condurre a termine inaudite operazioni militari.

C’era bisogno di rincuorare l’opinione pubblica e di trovare un colpevole rapidamente. La polizia comunicò immediatamente che la bomba era stata messa in un’utilitaria. Già il 13 agosto il Sisde di Palermo annunciò di aver individuato l’automobile usata e la carrozzeria dove era stata preparata; alla fine di settembre venne nominato il “colpevole”, nella persona di Vincenzo Scarantino, 27 anni: era stato lui a organizzare il furto della Fiat 126. Lo accusavano altri tre delinquenti arrestati un mese prima per violenza carnale.

(Un mese dopo, intanto, in seguito ad un’indagine collegata agli ultimi impegni investigativi di Borsellino e sulla base delle dichiarazioni di alcuni pentiti, venne arrestato per il reato di “concorso esterno in associazione mafiosa” il numero tre del Sisde, Bruno Contrada, l’uomo che veleggiava e i cui uomini avevano per primi intuito la pista Scarantino: sarebbe stato condannato con sentenza definitiva nel 2006, ma dichiarata “ineseguibile” nei giorni scorsi in seguito ai dubbi espressi dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sulla validità del reato di “concorso esterno in associazione mafiosa”).

Le prime indagini furono, effettivamente, scandalose per una quantità enorme di omissioni e di iniziative grottesche, quali quella di riempire 56 sacchi neri di detriti dell’esplosione e di spedirli a Roma per farli valutare dall’FBI. Vennero interrogati pochissimi testimoni, in particolare non vennero interrogati alcuni inquilini del palazzo che dopo vent’anni si scoprì essere stati molto importanti; il consulente informatico della polizia, Gioacchino Genchi, venne estromesso dalle indagini da La Barbera; non si seppe nulla per tre mesi e mezzo della borsa di Paolo Borsellino, che era rimasta sul sedile posteriore dell’auto che lo trasportava e poi depositata in una questura. I familiari denunciarono subito la scomparsa di un’agenda di colore rosso che il giudice portava sempre con sé.

Ma c’era Scarantino, e questo contava. Il suo arresto era stato annunciato così dal procuratore Tinebra: «Siamo riusciti con un lavoro meticoloso e di gruppo, con la partecipazione di magistrati, tecnici e investigatori, che hanno lavorato in sintonia, a conseguire un risultato importante quale l’arresto di uno degli esecutori della strage di via D’Amelio». Appena di Scarantino si seppe qualcosa di più, fu però una vera delusione, tanto apparve fasullo. Era un ragazzo, di bassissimo livello intellettuale, piccolo spacciatore, non affiliato a Cosa Nostra benché nipote di un boss della Guadagna, il quartiere meridionale di Palermo dove era conosciuto come lo scemo della borgata. Però aveva confessato, e nei mesi seguenti questo personaggio così improbabile, da semplice ladro d’auto che scambiava con qualche dose di eroina, si trasfigurò in astuto organizzatore, reclutatore di un piccolo esercito, stratega militare, partecipante di prestigio alle riunioni della Cupola. Ma già di fronte alle obiezioni dei giornalisti nella prima conferenza stampa il procuratore Tinebra aveva risposto: «Scarantino non è uomo di manovalanza».

Come denunciò subito l’avvocato Rosalba De Gregorio, difensore di alcuni imputati coinvolti da Scarantino: «Scarantino era un insulto alla nostra intelligenza». Messo a confronto con due grossi boss collaboranti, questi stessi si indignarono che la polizia potesse pensare che Cosa Nostra si avvalesse di un personaggio simile («Ma veramente date ascolto a questo individuo?»). I verbali con gli esiti di quei confronti, sparirono: non li fecero sparire però i servizi, ma i pm.

L’inchiesta marciava spedita con molta hybris da parte di La Barbera, sicuro che sarebbe riuscito a piazzare un prodotto che lui per primo non avrebbe comprato. Il ragazzo stesso, peraltro, si smentiva, ritrattava, denunciava, piangeva, ma nessuno gli dava retta malgrado emergessero via via testimonianze di violenze e pressioni sulla sua famiglia, dei verbali ritoccati e concordati, degli interrogatori condotti in modi anomali: le sue ritrattazioni erano «tecniche di Cosa Nostra che conosciamo bene», scrisse il pm Nino Di Matteo, che in una requisitoria sostenne che «la ritrattazione dello Scarantino ha finito per avvalorare ancor di più le sue precedenti dichiarazioni»; «dietro questa ritrattazione c’è la mafia» disse il pm Palma. Intanto, il procuratore di Palermo Sabella che aveva interrogato Scarantino su altro lo aveva invece ritenuto «fasullo dalla testa ai piedi»: «decidemmo di non dare alcun credito alle sue rivelazioni».

In tre successivi processi – il Borsellino 1, il Borsellino 2, il Borsellino Ter – l’attendibilità di Scarantino venne certificata da un’ottantina di giudici, tra Assise, Appello e Cassazione. Il ragazzo aveva intanto denunciato torture a Pianosa, promesse, inganni, – arrivò persino a fuggire dal suo rifugio e a telefonare al tg di Italia1 per denunciare la sua situazione – ma i magistrati non vollero credergli e Scarantino riuscì a ottenere solo pesanti condanne per calunnia.

Arnaldo La Barbera, intanto, per meriti scarantiniani, diventò prima Questore di Palermo e di Napoli, poi Prefetto, poi capo dell’Ucigos, l’Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali, un ufficio centrale della polizia di stato. L’ultima immagine ce lo mostra con casco e scarpe da tennis all’assalto della scuola Diaz durante il G8 del 2001 nella “giornata nera” della polizia italiana. Allontanato dall’incarico dopo quello scandalo, La Barbera morì per un tumore al cervello nel 2002 a soli 60 anni.

Tutta la “baracca Scarantino”, intanto, continuò placidamente fino al 2008, senza che nessuno – giornalisti, politici, mafiologi, commissione antimafia, CSM – trovasse strano che, in mezzo a tanti discorsi su strategie, trattative, struttura di Cosa Nostra, eccetera, la realizzazione della strage di via D’Amelio fosse stata affidata a un ragazzo bocciato tre volte in terza elementare; un ragazzo che non era stato neppure ricompensato per la sua impresa, ma che dopo il “colpo del secolo” aveva continuato a tramestare nel suo quartiere rubando gomme.  POST 13 LUGLIO 2017

 

19.7.1994 Conferenza stampa Tinebra e Boccassini su ruolo di Scarantino 

A cura  di Claudio Ramaccini Resp. Ufficio Stampa e Comunicazione Centro Studi Sociali contro le mafie - Progetto San Francesco

 

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