Stampa

VIA D'AMELIO: processo depistaggio in corso

on .

                              
   

FIAMMETTA BORSELLINO: "chi sa parli"   Dopo 29 anni, quattro processi, tre appelli e tre sentenze di Cassazione non è stata restituita completa e convincente verità e giustizia alle vittime e ai loro familiari.  L’ultima sentenza, al contrario, ha clamorosamente certificato che l’inquinamento delle indagini su Via D’Amelio è avvenuto attraverso “Uno dei più grandi depistaggi della storia italiana”. L’udienza preliminare del 20 settembre, relativa al processo depistaggio, ha rappresentato quindi solo un primo nuovo passo di un percorso destinato a durare ancora per lungo tempo. Parallelamente, sono stati finalmente avviati anche i lavori della Commissione Speciale Antimafia della Regione Sicilia e della Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura. Entrambe istituite su richiesta di Fiammetta Borsellino nel tentativo di ottenere nuovi e decisivi “pezzi di verità”. TRE POLIZIOTTI E DUE MAGISTRATI SOTT'INCHIESTA -  Perchè? Per conto di chi? Chi ne era a conoscenza? Quali le eventuali coperture che hanno consentito un mistero che dura da ben  27 anni? Sono solo alcune delle domande che attendono un credibile risposta da oltre un quarto di secolo. Due dei tre poliziotti indagati, che rischiano una condanna dai 15 ai 30 anni,  intervistati dal  quotidiano  La Stampa, dichiarano l'assenza di verità nascoste. Il processo, c'è da augurarselo, dovrà fornire in proposito risposte convincenti e possibilmente definitive.


PROCESSI - INCHIESTE E INDAGINI PRECEDENTI

 AUDIO UDIENZE "PROCESSO DEPISTAGGIO" in corso

  • 17.09.2021 Deposizione Vincenzo Militello, Rosaria Calvauna
  • 01.07.2021 Deposizione Luca La Pegna
  • 21.06.2021 Deposizione Rita Loche e Vittorio Cerri
  • 14.05.2021 Deposizione Giandomenico Fenu, Andrea Ramacca
  • 12.05.2021 Deposizione Claudia Covoni, Antonio Mistinco, Rosario Oricchio, Nicola Sabella
  • 30.04.2021 Deposizione Gaspare Giacalone, Salvatore Ammirata, Guido Marino, Riccardo Tornambé, Francesca Ania
  • 23.04.2021 Deposizione Giuseppe Cirrincione, Carmela Sammataro, Bavuso Volpe Vincenzo, Li Voti Francesco, Collino Martino, Giuffrè Agostino e Abbruscato Gianfranco
  • 24.03.2021 Deposizione Vincenzo Maniacaldi e Angelo Fontana
  • 17.03.2021 Deposizione Antonino Santoro e Vincenzo Maniscaldi
  • 26.02.2021 Deposizione Margherita Peluchino e Claudio Sanfilippo
  • 05.02.2021 Deposizione Fabrizio Mattei
  • 29.01.2021
  • 15.01.2021
  • 11.12.2020  Deposizione  Nicola Mancino, Emilio Borghini
  • 12.10.2020  Deposizione Luigi Savina, Massimo Cavallaro. Maggi Francesco Paolo
  • 14.09.2020  Deposizione Massimiliano Domanico, Nicola Mazzamuto, Fabio Ravida
  • 22.07.2020  Deposizione Luigi Lazzara, Lorenzo Narracci
  • 03.07.2020  Deposizione  Francesco Papa e Gaetano Boscaglia
  • 02.03.2020  Interventi dei lagali
  • 28.02.2020  Deposizione  Francesco Papa 
  • 20.02.2020  Deposizione  Ilda Boccassini
  • 14.02.2020  Deposizione  Pietro Ganci, Angelo Tamburello
  • 07.02.2020  Deposizione  Santi Gallina, Ermelinda Ubbriaco, Claudio Castagna
  • 03.02.2020  Deposizione  Nino Di Matteo
  • 31.01.2020  Deposizione  Carmelo Petralia, Vincenzo Maniscaldi
  • 24.01.2020  Deposizione  Carmelo Petralia
  • 20.01.2020  Deposizione  Carmelo Petralia
  • 10.01.2020  Deposizione  Pietro Ganci
  • 13.12.2019  Deposizione  Annamaria Palma
  • 09.12.2019  Deposizione  Francesco Paolo Giordano e Roberto Saiaeva
  • 29.11.2019  Deposizione  Fausto Cardella e Francesco Paolo Giordano
  • 25.11.2019  Deposizione  Salvatore Nobile e Pierangelo Verdini
  • 08.11.2019  Deposizione  Giuseppe Militello, Giacomo Guttadauro, Angelo Tedesco
  • 18.10.2019  Deposizione  Giampiero Valenti e Domenico Militello
  • 04.10.2019  Deposizione  Fabrizio Basiato e Fernando Milo
  • 27.09.2019  Deposizione  Vincenzo Ricciardi, Alessandro Ricerca e Caterina Castelli
  • 09.09.2019  Deposizione  Giuseppe Di Ganci, Margherita Giunta e Vincenzo Ricciardi
  • 12.07.2019  Deposizione  Vincenzo Scarantino, Salvatore La Barbera e Giovanni Guerrera
  • 04.07.2019  Deposizione  Giuseppe Ayala e Salvatore La Barbera
  • 20.06.2019  Depisizione   Luigi Catuogno e Giovanni Arcangioli
  • 19.06.2019  Deposizione  Vincenzo Scarantino 
  • 29.05.2019  Deposizione  Vincenzo Scarantino
  • 17.05.2019  Deposizione  Vincenzo Scarantino
  • 16.05.2019  Deposizione  Vincenzo Scarantino 
  • 19.04.2019  Deposizione  Francesco Milazzo
  • 15.04.2019  Deposizione  Maurizio Toso, Carmelo Garofalo, Gabriele Paci, Giulio Cardona, Giuseppe De Stefano, Francesca Perpicelli e Salvatore Coltraro
  • 05.04.2019  Deposizione  Bruno Contrada
  • 22.02.2019  Deposizione  Francesco Di Carlo
  • 21.02.2019  Deposizione  Francesco Andriotta
  • 06.02.2019  Deposizione  Giovanni Brusca
  • 05.02.2019  Deposizione  Gaspare Spatuzza
  • 04.02.2019  Deposizione  Vito Galatolo e Antonino Giuffrè
  • 01.02.2019  Deposizione  Francesco Andriotta
  • 25.01.2019  Deposizione Vincenzo Pipino
  • 17.01.2019  Deposizione Calogero Germanà, Gabriele Paci e Luigi Rossi - Confronto Germanà/Rossi
  • 14.01.2019
  • 11.01.2019  Deposizione  Gioacchino Genchi
  • 21.12.2018  Deposizione  Maurizio Zerilli
  • 14.12.2018  Deposizione  Gioacchino Genchi
  • 13.12.2018  Deposizione  Giovanni Stagliano
  • 06.12.2018  Deposizione  Salvatore Candura 
  • 03.12.2018  Importante e toccante audizione di Lucia Borsellino 
  • 05.11.2018  Udienza preliminare - processo depistaggio 
  • 26.11.2018  Udienza preliminare - processo depistaggio 

 

 

17.9.2021 -“Scarantino nella stanza con Tinebra”, nuovi dettagli al processo Depistaggio Borsellino  LA TESTIMONIANZA DI DOMENICO MILITELLO “Il 29 giugno del ’94 Vincenzo Scarantino fu interrogato alla procura di Caltanissetta. Lo abbiamo accompagnato nella stanza degli interrogatori, c’era la dottoressa Ilda Boccassini. Io sono rimasto fuori e non ricordo di aver partecipato. Quando hanno finito l’interrogatorio lo accompagnammo nella stanza del dottore Tinebra. Il suo stato d’animo era assolutamente tranquillo”. A raccontare quell’episodio nel corso dell’udienza di stamane sul depistaggio della Strage di via D’Amelio che si celebra a Caltanissetta, Domenico Militello, sostituto commissario adesso in pensione, in servizio alla Dia, ex appartenente al gruppo investigativo ‘Falcone e Borsellino’.
Nella stanza con Tinebra “Quando è finito l’interrogatorio lo abbiamo accompagnato nella stanza del Procuratore Tinebra. Non lo avevo mai detto fino ad oggi perché nessuno me lo aveva chiesto…”, aggiunge Militello.
“Scarantino era di una gelosia folle” Scarantino è il falso pentito che, secondo l’accusa, fu costretto a fare false dichiarazioni per depistare le indagini sulla strage di via D’Amelio. Accuse mosse ai tre imputati del processo, per calunnia aggravata in concorso, i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo.
“Faccio presente – ha continuato Militello – che Scarantino all’epoca era un detenuto e quindi veniva accompagnato ovunque. Alla fine di quell’interrogatorio Scarantino fece una serie di domande che riguardavano lui, la moglie e i figli. Fu spiegato a Scarantino ciò che è previsto per un collaboratore di giustizia. Lo stato d’animo di Scarantino era assolutamente tranquillo. I problemi con Scarantino sorgevano solo quando c’era la moglie perché lui era di una gelosia folle. Nei 3 giorni che sono stato con lui era assolutamente tranquillo”.
Difende La Barbera Nel 1998 Scarantino ha ammesso di non avere preso parte all’attentato di via D’Amelio sostenendo di essere stato costretto da Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo, a confessare il falso, e di aver subito maltrattamenti durante la sua detenzione nel carcere di Pianosa. A Militello è stato chiesto se La Barbera avesse mai avuto incontri con mafiosi. “Assolutamente no. La Barbera era un tipo schivo – ha risposto Militello – usciva sempre scortato, ogni tanto si faceva qualche passeggiata la sera con qualche collega, qualche funzionario. Da solo non usciva mai anche perché era stato minacciato di morte”.
Tra i rottami in Via D’Amelio E poi racconta che dopo la strage di via D’Amelio “sono andato all’anagrafe per identificare gli immobili di tutti, per vedere se c’era qualche soggetto noto. Sono stato impegnato diverse ore, all’indomani sono andato in via D’Amelio. Abbiamo collaborato con la Scientifica e i vigili del fuoco per risalire ai pezzi di macchine saltati in aria, per cercare di portare via i rottami”. BLOG SICILIA
 

21.6.2021 - DEPISTAGGIO STRAGE BORSELLINO, IL DIRETTORE DEL CARCERE DI PIANOSA “NESSUN SOPRUSO A SCARANTINO”

14.5.2021 deposizione del luogotenente DIA: “Nessuno imboccava Scarantino”

23.4.2021 - Depistaggio Borsellino: giallo intercettazioni Scarantino, poliziotta 'c'erano strane anomalie'.(Adnkronos)- "Nei brogliacci contenenti le intercettazioni" dell'ex pentito Vincenzo Scarantino, dopo la strage di Via D'Amelio, "c'erano delle anomalie. Non so se si trattava di problemi di linea, ma c'era qualcosa che non andava. Forse anomalie di funzionamento...". A rivelarlo, deponendo al processo sul depistaggio sulle indagini sulla strage di via D'Amelio è la Sovrintendente della Polizia di Stato Carmela Sammataro, che dal 14 al 24 gennaio 1995 fu trasferita a Imperia per "assistere Scarantino" che aveva iniziato a collaborare da poco con la giustizia "e la sua famiglia". La poliziotta risponde alle domande dell'avvocato Giuseppe Panepinto, legale di Mario Bo, il funzionario di Polizia imputato con altri due colleghi poliziotti, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, per concorso in calunnia aggravata a Cosa nostra. Presente in aula anche il Procuratore aggiunto Gabriele Paci. Nell'udienza del 18 ottobre 2019 un altro poliziotto, l'ispettore Giampiero Valenti, deponendo in aula aveva parlato di intercettazioni "che venivano interrotte". "Mi ordinarono di interrompere la registrazione di Scarantino perché il collaboratore doveva parlare con i magistrati”, disse Valenti in aula. All'inizio del 1995, l'ex picciotto della Guadagna di Palermo era sotto intercettazione. Quelle telefonate intercettate sono state scoperte solo due anni fa in un archivio del palazzo di giustizia di Caltanissetta. “Fu il collega Di Ganci, mio superiore, a dirmi che dovevamo staccare l'apparecchio. Quando poi smise di parlare coi magistrati, mi disse di riavviare”, rivelò a sorpresa, in aula, Valenti. La Procura di Messina aveva iscritto nel registro degli indagati i due magistrati che indagarono sulla strage di Via D'Amelio, Carmelo Petralia e Annamaria Palma, accusati di calunnia aggravata in concorso. Ma di recente le loro posizioni sono state archiviate. Nel frattempo la procura di Messina ha fatto trascrivere dal Ros le bobine delle conversazioni di quello scorcio di 1995 e sono emersi altri dialoghi ritenuti interessanti per provare a fare luce sui troppi buchi neri di questa storia. Scarantino parlava anche con Annamaria Palma. “E' importante che lei faccia questo interrogatorio”, gli diceva la pm.

24.3.2021 Ombra dei servizi segreti sul depistaggio

24.3.2021 - Depistaggio Borsellino, il pentito e l'ombra dei servizi segreti   Torna l'ombra dei servizi segreti nel processo sul depistaggio sulla strage di via D'Amelio. Questa volta a parlarne è il pentito di mafia Angelo Fontana, ex 'picciotto' dell'Acquasanta di Palermo, mafioso "da quattro generazioni", come si vanta lui stesso collegato in videoconferenza da una località segreta. Alla sbarra ci sono tre poliziotti, Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, tutti accusati di calunnia aggravata in concorso. Secondo l'accusa, i tre avrebbero 'indottrinato' il falso pentito Vincenzo Scarantino a rendere dichiarazioni false. "Si diceva che Gaetano Scotto avesse contatti con i servizi segreti...", dice Fontana, rispondendo alle domande dell'avvocato Giuseppe Seminara, che difende Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Gaetano Scotto, imprenditore edile e costruttore dell'Arenella di Palermo, è ritenuto il 'boss dei misteri'. Diversi pentiti lo indicano come il trait d'union fra i vertici di Cosa nostra e servizi segreti deviati.  E oggi, al processo di Caltanissetta, il collaboratore Fontana ha confermato: "Ai primi anni Novanta, diciamo tra il '91 e il '92, Scotto girava con un maggiolone Volkswagen nero. Parlando con Nino Pipitone gli dicevo 'Chissu chi va a fare a Montepellegrino? U guardone?" Cioè cosa ci va a fare a Montepellegrino, il guardone?- dice Fontana- e Pipitone mi diceva che andava, invece, a trovare degli 'amici'", facendo capire che si trattava di uomini dei servizi segreti. Nei giorni scorsi il boss Gaetano Scotto, che nel processo di Caltanissetta si è costituito parte civile perché accusato falsamente da Scarantino, è stato rinviato a giudizio per l'omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio.  Il nome del costruttore Scotto è tornato più volte nelle indagini sui mandanti occulti della strage Borsellino, del 19 luglio 1992. Sarebbe stato Scotto - o almeno, il suo telefonino - a chiamare, il 6 febbraio di quell'anno, il castello Utveggio di Palermo, la scuola per manager Cerisdi che avrebbe nascosto una struttura dei servizi. Un fatto quest'ultimo mai acclarato. Scotto è tornato in carcere un anno fa dopo un blitz della Dda contro la famiglia mafiosa dell'Acquasanta. Come ha ricostruito la Dda di Palermo Gaetano Scotto, appena tornato libero a gennaio del 2016, avrebbe ripreso in mano il comando della famiglia mafiosa dell'Arenella, che durante la sua detenzione sarebbe stato affidato ai fratelli. Con esiti che al boss non sarebbero piaciuti, anche da un punto di vista economico perché sarebbe stato in parte dilapidato il suo patrimonio.  Sempre oggi è stato controesaminato Vincenzo Maniscaldi che ha parlato di Scarantino  Nel corso dell'udienza di oggi è stato controesaminato dal Procuratore aggiunto Gabriele Paci anche il poliziotto, oggi in pensione, Vincenzo Maniscaldi. Che dopo le stragi fece parte del gruppo investigativo 'Falcone e Borsellini'. "Vincenzo Scarantino era molto geloso della moglie. Quando ero in servizio a San Bartolomeo al Mare meno stavo in casa è meglio era. E quando la moglie doveva uscire per fare delle incombenze allora preferivo che andasse solo la nostra collega donna", ha detto ancora Maniscaldi. Oggi il procuratore aggiunto Gabriele Paci ha mostrato i brogliacci delle intercettazioni a Maniscaldi chiedendo di riconoscere la grafia dei colleghi che avevano firmato i documenti. ''Questa grafia è di Mattei - dice - la riconosco perché abbiamo fatto insieme le squadre del fantacalcio''. Dichiarazioni che sono già agli atti del processo. Parlando ancora di Scarantino ha spiegato che ''era un tipo molto particolare ma io non ho mai avuto problemi con lui''.  Poi l'ex ispettore ha ricordato il periodo in cui la Polizia venne a sapere della ritrattazione di Scarantino. "La scoprimmo solo per caso nel 1998 - ricorda - Stavamo facendo delle intercettazioni ambientali a casa di Gaetano Scotto, che era latitante, e ascoltammo una conversazione della moglie di Scotto che lamentava di dovere tirare fuori dei soldi per pagare il legale di Scarantino dopo che quest'ultimo aveva deciso di ritrattare. Noi sapevamo già da maggio che Scarantino avrebbe ritrattato".  Nel 1998 Scarantino fece crollare l'impianto accusatorio della Procura nissena  Era il 15 settembre del 1998 quando Vincenzo Scarantino fece crollare l'impianto accusatorio messo in piedi dalla procura di Caltanissetta. Davanti ai giudici del processo bis, che si stava svolgendo a Como, Scarantino quel giorno si era rimangiato tutto e disse: "Io dell'omicidio di Borsellino sono innocente", mentre in passato si era accusato di aver procurato la Fiat 126 poi imbottita di tritolo che è costata la vita al giudice antimafia e ai cinque uomini della scorta. Grazie alle dichiarazioni di Scarantino, nella prima tranche del processo erano stati condannati all'ergastolo Pietro Scotto, Giuseppe Orofino e Salvatore Profeta. A lui stesso erano stati inflitti diciotto anni di carcere. Poi, solo successivamente, gli imputati accusati ingiustamente vennero assolti. "Dopo avere ascoltato le intercettazioni della moglie di Scotto - dice ancora Maniscaldi- abbiamo messo sotto controllo le utenze che facevano riferimento a Scarantino. Scoprimmo così che la moglie di Scarantino era andata via e si era portata anche la sorella. Il pm ci delegò un decreto di intercettazione".  Nel corso dell'udienza Maniscaldi ha anche parlato dell'archivio con i faldoni sulle indagini sulle stragi di Falcone e Borsellino. "Dove si trova?", gli ha chiesto l'avvocato dello Stato, Giuseppe La Spina. E il poliziotto: "In una stanza blindata nell'archivio della Squadra mobile, ma nel 1999 quando venne chiuse il gruppo, i documenti vennero portati in via Arimondi, da qui a Bagheria, poi sono ritornati alla Squadra mobile. E adesso sono in una stanza blindata. A meno che non si sia perso qualche faldone, è ancora tutto lì". Il processo proseguirà venerdì per sentire alcuni testi della difesa ADNKRONOS

17.3.2021  DEPISTAGGIO VIA D’AMELIO, AL PROCESSO TENSIONI TRA PARTI CIVILI E POLIZIOTTO SANTORO   Tensione tra poliziotto teste e parti civili - Legale Scotto, mandare atti a pm per reticenza - Chieste serie di precisazioni su intercettazioni delle conversazioni di Scarantino Nega di essersi occupato d’intercettazioni e disconosce la sigla apposta ai brogliacci di alcune conversazioni registrate. “Il mio lavoro non era quello di seguire le intercettazioni”, dice il poliziotto Antonino Santoro, sentito questa mattina come teste nell’ambito del processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio che si celebra a Caltanissetta. Imputati del reato di calunnia aggravata i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Accusate persone innocenti secondo l’accusa Secondo l’accusa avrebbero costruito a tavolino pentiti fasulli come Vincenzo Scarantino inducendoli, anche con minacce, a mentire e ad accusare dell’attentato persone innocenti. La falsa verità sull’eccidio è costato la condanna all’ergastolo a 8 persone, poi scagionate in fase di revisione grazie alle rivelazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Una serie di “non ricordo” quelli di Santoro che poi si è soffermato sul periodo in cui si trovava in servizio a San Bartolomeo a Mare come dove risiedeva Scarantino con la sua famiglia. Legale scotto chiede invio atti a Pm per reticenza “A San Bartolomeo a Mare – continua il teste che vigilava sulla sicurezza di Scarantino- quando non andavamo a fare la spesa per portarla alla sua famiglia prendevamo i bambini dalla scuola”. “I suoi non ricordo sono troppi e le ricordo che tutt’ora lei è un assistente di polizia”, ha detto l’avvocato Giuseppe Scozzola, legale di Gaetano Scotto, uno dei personaggi condannati sulla base delle accuse dei falsi pentiti ora parte civile, a Santoro nel corso del suo controesame. Al teste sono state chieste una serie di precisazioni sulle intercettazioni delle conversazioni di Scarantino, sull’utilizzo del telefono da parte del falso pentito, sulla modalità in cui venivano registrate le chiamate. “A questo punto – ha detto l’avvocato Scozzola – chiedo che venga inviato alla Procura un verbale per la palese reticenza”. BLOG SICILIA

26.02.2021 Depistaggio strage via D’Amelio, il funzionario di polizia, “Non ho mai indagato né conosciuto Scarantino”Depistaggio indagini strage di via D’Amelio, nuova udienza del processo a Caltanissetta A deporre stamani Claudio Sanfilippo, attuale questore di Sassari, per anni in servizio alla Squadra Mobile di Palermo Sanfilippo ha specificato di non aver mai indagato sulla strage, e di non aver mai incontrato Scarantino“Al momento in cui bisognava redigere il rapporto sulla strage Borsellino, l’ex capo della Mobile Arnaldo La Barbera mi chiese di dare una mano al collega Bo. A La Barbera era difficile dire di no e quindi collaborai. Non avevo fatto nessuna indagine quindi lo aiutai semplicemente a fare una collazione degli atti per il rapporto finale, il cosiddetto ‘rapportone’. La mia attività è stata davvero molto limitata. Era Bo che conosceva le attività svolte fino a quel momento”. Lo ha detto Claudio Sanfilippo attuale questore di Sassari, per anni in forza alla Squadra Mobile di Palermo, deponendo al processo sul depistaggio delle indagini sull’attentato costato la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta, in corso a Caltanissetta. Tre funzionari di polizia accusati di calunnia aggravata Imputati tre funzionari di polizia, tra cui Mario Bo, accusati di calunnia aggravata: avrebbero costruito a tavolino una verità di comodo sull’eccidio, creando ad arte tre falsi pentiti. La deposizione di Claudio Sanfilippo Il giorno della strage di via D’Amelio – ha raccontato – ero libero dal servizio e mi trovavo fuori Palermo, era domenica. Dal luogo dove mi trovavo raggiunsi via D’Amelio. Ricordo che c’era una grandissima confusione, gente che andava e veniva. Mi misi semplicemente a disposizione ma non svolsi alcuna attività. Mi fermai lì fino a sera. Quello che era successo lo capivamo tutti. C’era un enorme cratere e quindi si capiva che l’esplosione era stata causata da un’autobomba”. Il funzionario La Barbera ritenuto la mente del depistaggio Non ho mai fatto parte del gruppo investigativo Falcone-Borsellino, sebbene il dottore Arnaldo La Barbera me lo avesse chiesto. Ero alla sezione ‘catturandi’ e mi piaceva quello che facevo”. Sanfilippo, ricordando la Barbera che gli inquirenti ritengono la mente del depistaggio, ha sostenuto che il funzionario, nel frattempo morto, non è mai entrato nel merito del modo in cui lui svolgeva le indagini. L’ex poliziotto Gioacchino Genchi e il pentito Scarantino “Quando il dottore Genchi sparì dalla Squadra Mobile – ha spiegato riferendosi all’ex poliziotto Gioacchino Genchi – si disse che c’era stata una lite ma non so nulla di cosa accadde. I rapporti tra Bo e il dottore La Barbera erano ottimi. So di qualche piccolo problema personale che il dottore Bo aveva avuto, ma non credo che questo abbia mai incrinato il rapporto tra i due”. “Non ho mai visto Vincenzo Scarantino, il suo nome per me era assolutamente sconosciuto”, ha concluso.BLOG SICILIA 26.2.2021

5.2.2021 -  Via D'Amelio, il poliziotto accusato del depistaggio in lacrime: "Non ho dato suggerimenti a Scarantino"  Al processo di Caltanissetta, interrogato l'ex ispettore della squadra mobile di Palermo Fabrizio Mattei. "Il nostro compito era di farlo stare tranquillo" "Tutti i giorni mi sveglio ripensando a quel periodo e mi chiedo se avrei potuto fare altro per evitarlo e penso sempre che avrei rifatto la stessa cosa". Scoppia in un pianto a dirotto Fabrizio Mattei, l'ex ispettore della squadra mobile di Palermo sotto processo per il depistaggio delle indagini sulla strage di Via d'Amelio, è stato sentito oggi dal tribunale di Caltanissetta. Secondo l'accusa, insieme a due colleghi, avrebbe costretto il falso pentito Vincenzo Scarantino a mentire e accusare dell'attentato persone innocenti, inquinando così l'inchiesta. "Dopo la prima volta che ho letto a Scarantino il verbale che aveva reso durante le prime indagini non mi sono più sottratto a questo 'compito' perché questa persona non aveva nessuno a cui rivolgersi. Aveva solo noi. Lui dei suoi problemi di vita quotidiana  discuteva con noi. C'è stato pure un pò di tornaconto nostro, devo ammetterlo, perché entrare in contrasto con lui significava trascorrere 15 giorni d'inferno". Il riferimento è al fatto, sostenuto dall'accusa, che a Scarantino, che doveva rendere testimonianza, venivano fatte rileggere le dichiarazioni rese in precedenza. Circostanza che, secondo i pm, dimostrerebbe che il falso pentito veniva imbeccato, fatto "studiare", insomma, perché non cadesse in contraddizione e confermasse le cose già dichiarate. Mattei nega di avere "dato suggerimenti" al falso pentito. "Non ho mai discusso con Vincenzo Scarantino della sua collaborazione sulla strage di via D'Amelio - dice Mattei - Ero totalmente all'oscuro di qualsiasi cosa, non ci ho mai parlato. E non ricordo neppure se Scarantino voleva entrare in argomento. Lui non mi conosceva, per cui non aveva nessun motivo per parlarmi, non mi aveva mai visto, non sapeva chi ero. Insomma, io non mi ero mai interessato a queste cose". Il pm Stefano Luciani lo incalza: "Mi faccia capire, lei ha partecipato cinque interrogatori consecutivi con Vincenzo Scarantino, come fa a non sapere?". Questa la risposta di Mattei: "Io scrivevo ma l'attenzione che prestavo era alla scrittura e non al contenuto". E il pm Luciani: "Ne prendo atto, ho sempre saputo che per scrivere bisogna comprendere ...". Mattei controreplica: "Si può scrivere una tesi di ingegneria senza capirne niente...". Il pm ha poi chiesto se l'uffico avesse dato nel 1994 "direttive su come relazionarsi con Scarantino?", il poliziotto ha risposto: "Lo sa qual era l'indicazione? 'Andate lì ragazzi, basta che non fate scoppiare casini, fate in modo che vada tutto bene. Non dovete darci fastidio'. Insomma, ci dicevano 'disturbateci il meno possibile'". E quando il pm chiede se fossero arrivate "indicazioni di farlo stare tranquillo?", Mattei risponde: "No, dovevano stare tranquilli quelli di Palermo". Il magistrato gli ricorda una dichiarazione resa dallo stesso poliziotto al processo 'Borsellino quater', aveva detto: "Era un servizio particolare, le direttive erano quelle di far passare 15 giorni in maniera tranquilla, perché più passava il tempo e più Scarantino si lamentava per questa situazione, ma erano le sue rimostranze". Per il legale di Mattei, l'avvocato Giuseppe Seminara, "non c'è contraddizione tra le due frasi". La prossima udienza è fissata per il 12 febbraio nell'aula bunker di Caltanissetta. LA REPUBBLICA 5.2.2021

Lacrime di «coccodrillo» sul sangue di via d’Amelio aspettando la prescrizione che incombeFabrizio Mattei, uno dei tre agenti a giudizio per depistaggio, si è messo a piangere improvvisamente mentre stava deponendo. Piangere "lacrime di coccodrillo" è un modo di dire utilizzato non solo nella lingua italiana. Chi piange lacrime di coccodrillo è colui il quale commette una cattiva azione di proposito e poi finge di pentirsene. Sembra infatti che i coccodrilli lacrimino dopo aver ucciso e mangiato le loro prede. Si dice che ciò avvenga principalmente quando questi grossi predatori si cibano di prede umane, oppure quando le femmine divorano i propri piccoli. È successo durante l’udienza del procedimento “Mario Bo e altri” che si è tenuta a Caltanissetta lo scorso 5 febbraioFabrizio Mattei, uno dei tre agenti a giudizio per depistaggio, si è messo a piangere improvvisamente mentre stava deponendo: «Tutti i giorni mi sveglio pensando a quei giorni e mi chiedo se avessi potuto fare qualunque cosa per evitare la strage». Mattei, insieme ai colleghi Mario Bo e Michele Ribaudo, è accusato di calunnia aggravata dall'aver favorito cosa nostra. Secondo l'accusa i tre poliziotti avrebbero indotto il falso pentito Vincenzo Scarantino a rendere false dichiarazioni sottoponendolo a minacce, maltrattamenti e pressioni psicologiche e costringendolo ad accusare dell'attentato persone a messo estranee. Oggi sono rimasti gli unici possibili colpevoli dopo la decisione del Gip di Messina, la dottoressa Simona Finocchiaro, che ha accolto la richiesta della Procura di archiviare l'inchiesta a carico dei magistrati Anna Maria Palma e Carmelo Petralia, accusati di calunnia aggravata nell'ambito dell'inchiesta sul depistaggio sulla strage di via D'Amelio. In una intervista rilasciata a “il Quotidiano di Sicilia”, l’avvocato Rosalba Di Gregorio, parte del collegio di difesa delle sette persone accusate da Scarantino e poi risultate innocenti, a questo proposito ha dichiarato: Avvocato, la sensazione è quella che la colpa della manipolazione di Scarantino e del conseguente depistaggio messo in essere sia esclusivamente da addebitarsi a coloro che, nel tempo, sono morti. La sua non è una tesi azzardata. Nella stessa richiesta di archiviazione fatta dalla Procura di Messina si dice che manca, ossia siamo monchi, dell’eventuale contributo di Tinebra e La Barbera proprio perché sono venuti a mancare. In realtà, qualora fossero ancora vivi, sarebbero certamente stati indagati e avrebbero però potuto avvalersi della facoltà di non rispondere. Ci saranno quindi implicazioni anche sulla sentenza del procedimento “Mario Bo e altri”? Questo è da vedere. Su quel procedimento c’è un problema di prescrizione incombente e, visto che anche la pandemia non sta aiutando il normale corso delle udienze, stiamo correndo un grande rischio. Abbiamo il timore che si possa arrivare alla prescrizione. Di fatto quest’archiviazione indica che i responsabili del depistaggio e della manipolazione di Scarantino sono stati solo i poliziotti e solo loro. Questa ordinanza di archiviazione mette quindi la parola fine all’intreccio che relativo al depistaggio? Sì. Salvo che non occorra una condanna molto severa nei confronti dei poliziotti sotto processo, e parlo del procedimento “Mario Bo e gli altri” anche se l’attuale andazzo di pacificazione non mi fa ben sperare, poiché in questo caso, qualcuno potrebbe anche decidere di iniziare a parlare veramente. E le lacrime di “coccodrillo”, inevitabilmente s’iscrivono in questa strategia. Il Mattei ha inoltre dichiarato: “Tutti i giorni mi sveglio ripensando a quel periodo e mi chiedo se avrei potuto fare altro per evitarlo e penso sempre che avrei rifatto la stessa cosa. (…)Dopo la prima volta che ho letto a Scarantino il verbale che aveva reso durante le prime indagini non mi sono più sottratto a questo ‘compito’ perché questa persona non aveva nessuno a cui rivolgersi. Aveva solo noi. Lui dei suoi problemi di vita quotidiana discuteva con noi. C’è stato pure un po’ di tornaconto nostro, devo ammetterlo, perché entrare in contrasto con lui significava trascorrere 15 giorni d’inferno”. Lo stesso Mattei, inoltre, racconta. “Il fatto che abbia partecipato a cinque interrogatori di Vincenzo Scarantino non vuol dire che io conosca tutte le sue vicende. Facevo i verbali, scrivevo senza comprendere, stavo attento solo alla scrittura, non al contenuto (…) Vincenzo Scarantino aveva difficoltà enormi a leggere e scrivere – ha continuato Mattei -. Le prime volte mi chiedeva di leggergli il giornale”. Anche nell’occasione della deposizione di Valenti ci fu un momento di commozione in aula, quando l’ispettore, scoppiando in lacrime, aveva detto: «Io con questa storia non c’entro proprio nulla». «Ero stato solo mandato a Imperia, una o due volte non ricorda, per scortare Scarantino». E aggiunse: «Mi ordinarono di interrompere la registrazione di Scarantino perché il collaboratore doveva parlare con i magistrati». Una circostanza che Mattei ha negato decisamente oggi. La prossima udienza è fissata per il 12 febbraio nell’aula bunker di Caltanissetta. ROBERTO GRECO WORDNEWS 6.2.2021

       18.12.2020  - depistaggio Via D'Amelio - Intervista completa all'Avv. Rosalba Di Gregorio

14.12.2020 - Depistaggio via d'Amelio, Mancino e la reticenza dei ''non ricordo'' L'avvocato Repici chiede la trasmissione in Procura del verbale della testimonianza dell'ex ministro. Per la prima volta sentito in aula anche il generale Borghini Quando fu chiamato a deporre nel processo Borsellino quater Nicola Mancino era un imputato di reato connesso, accusato di falsa testimonianza a Palermo nel processo per la trattativa Stato-mafia, e scelse di avvalersi della facoltà di non rispondere”Ora che da quell'accusa è stato definitivamente assolto, in quanto né la Procura di Palermo né la Procura generale ha appellato per la sua posizione la sentenza pronunciata dalla Corte d'assise, lo step successivo, “complice” a suo dire il lungo lasso di tempo trascorso da certi fatti, è quello del ricorso quasi sistematico ai “non ricordo”. L'ex ministro è stato sentito come testimone al processo sul depistaggio sulla strage di via d'Amelio che vede imputati i tre poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia aggravata dall'aver favorito Cosa nostra. Una testimonianza al termine della quale Fabio Repici, legale di parte civile di Salvatore Borsellino, ha chiesto ufficialmente al Tribunale la trasmissione in Procura dei verbali della deposizione. E il Presidente del Tribunale Francesco D'Arrigo si è riservato di decidere sul punto. “Dico non ricordo”. L'ex ministro degli Interni, sentito in videoconferenza, più volte ha mostrato una certa insofferenza nel rispondere alle domande dell'avvocato, come quando ha fatto presente di aver depositato tre volumi della propria attività di ministro al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia (“Se ritiene ne può fare richiesta presso la Procura della Repubblica di Palermo. E' pubblico e può essere letto in udienza a prescindere dall'udienza del testimone qui presente. Non mi può dire niente. Io ho fatto quella dichiarazione e mi riporto a quella dichiarazione”). Una visione distorta del compito che ogni cittadino, ancor di più se ha avuto un ruolo istituzionale, dovrebbe avere. Evidentemente c'è un certo fastidio nel salire sul banco dei testimoni. Fastidio ingiustificato se l'idea è quella di offrire un contributo di verità su quella terribile stagione di bombe. Uno dei temi affrontati durante l'esame, ovviamente, il famoso incontro del primo luglio con il giudice Paolo Borsellino. “Aveva mai visto una sua immagine in tv o sui giornali?” ha immediatamente chiesto Repici. “Io all'epoca ho detto di non ricordare. Come posso oggi dire che ricordo? Ho detto di no ed oggi non posso dire di sì” ha risposto l'ex Presidente del Senato, dimostrando la propria insofferenza. Quindi ha aggiunto: “Non ho mai avuto contatti con lui, non lo conoscevo e non avevamo mai avuto rapporti - ha dichiarato - Ci siamo limitati solo a una stretta di mano il giorno in cui mi insediai come ministro. Ma non ci siamo parlati”. In quel giorno, al Viminale, è certo, si recarono in tanti. Ma anche in questo caso i ricordi sono stati ad intermittenza. “C'erano molte persone quel giorno che volevano congratularsi con me per la mia nomina. Io non conoscevo fisicamente il dottor Borsellino. Poi ho potuto dire, solo a distanza di tempo, che lo avevo incontrato solo perché il capo della Polizia mi aveva detto che, dovendo andare al Viminale, si poteva approfittare della sua visita per salutare il Ministro dell'Interno. Borsellino era accompagnato da Vittorio Aliquò ma questo l'ho saputo dopo. Chi era presente? Non ricordo. Erano tanti che volevano congratularsi col ministro. C'era una folla notevole, parecchi amici, funzionari, persone che facevano politica, altre persone interessate a conoscere il ministro”. Alla richiesta di riferire qualche nome dei presenti, o a chi diede l'incarico di dirigere la propria segreteria, però, la risposta è stata sempre la stessa: “Non ricordo”. Però l'ex ministro ha ricordato altre cose, come l'esser stato a Palermo tra il 5 ed il 7 luglio per incontrare i Prefetti e gli appartenenti alle Forze di Polizia; l'incontro con il cognato di Falcone, Alfredo Morvillo; e lo scambio di battute con Parisi "sulla necessità di catturare Totò Riina”. Poi il solito mantra per ricordare le proprie attività parlamentari in favore del 41 bis. Durante la deposizione Mancino ha anche raccontato un dettaglio in riferimento ad un incontro avuto con l'ex Sisde Bruno Contrada. Ciò non sarebbe avvenuto il giorno dell'insediamento, ma a dicembre: “Ho incontrato Bruno Contrada solo una volta, per un saluto, alla vigilia di natale del 1992, quando ero ministro dell'Interno. Mi disse 'Io non sono responsabile delle accuse che mi vengono mosse' e io gli augurai che potesse venir fuori la verità. Se mi disse che l'autorità giudiziaria lo stava indagando? Non lo ricordo. Dico di no”. Quell'incontro, a detta del teste, fu promosso dal Capo della Polizia Parisi (“Mi disse che Contrada voleva parlarmi”). Certo è che Contrada fu arrestato nel Natale 1992. Sulla propria nomina a ministro degli Interni Mancino ha dichiarato che nessuno parlò con lui, parlamentare e membro della Prima commissione degli affari Costituzionali, della designazione. Quindi ha escluso che qualcuno gli abbia chiesto la disponibilità a ricoprire quel ruolo tanto da averlo appreso “solo nel momento in cui fui incaricato”. Poi ancora ha aggiunto di non aver mai conosciuto l'allora capo della squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera e di non essere mai stato coinvolto dall'allora ministro della Giustizia Giovanni Conso in materia di applicazione dei decreti del 41bis. Altri argomenti “caldi” il rapporto con Martelli (“Non sempre ci siamo incontrati nella trascrizione delle versioni... Certo che non ho avuto trattamenti di buona collaborazione da parte di Martelli...”) e la natura delle fonti da cui ricavò le informazioni sul dualismo tra Riina e Provenzano e sulla imminente cattura di Totò Riina, così come disse nel dicembre 1992 come riportato dal Giornale di Sicilia (“L'intento di catturare Riina non è un intento astratto ma è obiettivo concretamente perseguibile. Si deve perseguire con tenacia questo obiettivo, prefetto Parisi, attraverso l'impegno quotidiano delle energie migliori che dispongano ogni mezzo di indagine (…) La mafia sta cambiando. Forse è alla vigilia di una scissione come quella che spaccò la Camorra indebolendola”). Come aveva appreso quelle informazioni? “Io ho sempre sostenuto che bisognasse liberarsi di Riina con l'arresto. Non ricordo. Non sarei stato così imprudente da annunciarla. La spaccatura? Se ne parlava sui giornali. I quotidiani ne parlavano spesso” ha ribadito il teste. Quando fu sentito in Commissione antimafia, l’8 novembre 2010, disse di essere stato consapevole, già nel 1992, di una spaccatura tra l’ala stragista di Cosa nostra di Riina e quella moderata di Provenzano e disse anche che potrebbe averlo saputo dai due maggiori responsabili della Dia del tempo: De Gennaro ed Arlacchi. Tuttavia è noto che il dato, in quel momento, non era noto da quegli organi giudiziari e che l'unica fonte che aveva paventato una possibilità simile era Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo, che fu contattato dal Ros. Ma Mancino di quella vicenda non ha mai riferito nulla. La testimonianza di Borghini. Altro audito nell'udienza di venerdì, per la prima volta in un processo sulla strage di via d'Amelio, è stato il generale Emilio Borghini, oggi in pensione e al tempo Comandante del gruppo carabinieri Palermo uno. Una testimonianza resasi necessaria dopo che lo stesso era stato individuato in un video da Angelo Garavaglia Fragetta (agenda rossa e collaboratore di Salvatore Borsellino). Nelle immagini di quel 19 luglio 1992 lo si vede lasciare l’auto di servizio in via Autonomia Siciliana per dirigersi a piedi, tra idranti, fumo e macerie, verso la Croma blindata di Paolo Borsellino, saltato in aria con i cinque agenti di scorta poco tempo prima. L'orario del suo arrivo, calcolato misurando l’ombra del sole sul muro del palazzo di via D’Amelio, è quello delle 17.28. Un'ora contestuale a quei frame, registrati pochi minuti dopo, in cui compare l’allora capitano Giovanni Arcangioli mentre si allontana dal luogo dell’esplosione, con la borsa del giudice assassinato in mano, per dirigersi verso via Autonomia Siciliana. Rispondendo alle domande di Repici ha ricordato quanto vissuto il giorno dell'attentato: “Mi trovavo nella mia abitazione, vicino al Teatro Massimo. Sentii l'esplosione molto forte e da quel momento fu un susseguirsi di telefonate. Mi recai in via d'Amelio oltre mezz'ora dopo l'esplosione”. Una volta giunto sul luogo “c'era una devastazione totale. C'era molta confusione, sembrava un evento post bellico. In vent'anni successivi di servizio, mai visto una cosa del genere. C'era sgomento. C'era un'area a sinistra con i muri distrutti, carcasse di auto e molta acqua a terra. Una parte centrale dove c'erano uomini della polizia, carabinieri e guardia di finanza. C'erano molte persone ma non in divisa. Sulla destra persone attonite, vestite anche in maniera elegante e magistrati”. Rispetto alle gerarchie all'interno del reparto operativo e quelle che erano le funzioni di polizia giudiziaria Borghini ha riferito che il responsabile “era il maggiore Marco Minicucci che collaborava con il capitano Arcangioli (colui che compare in immagini e video con in mano la borsa di Borsellino, ndr), quel giorno di turno al nucleo operativo. Ricordo di aver incrociato a piedi Arcangioli. Non ricordo se avesse qualcosa in mano, ma aveva un abbigliamento estivo, poco formale”. Borghini, che in alcune immagini appare vicino al capitano dei carabinieri, ha riferito di non aver parlato con Arcangioli in quel giorno (“Tra me e lui c'erano tre livelli gerarchici, ma se non ricordo male era alle dipendenze di un soggetto che poi andò al Ros, credo che si chiamasse De Donno”). Non solo. Non avrebbe parlato con nessuno del personale operante nel luogo della strage. Una scelta precisa (“E' opportuno lasciare lavorare le persone nelle loro sfere di competenza”). Così sarebbe rimasto in disparte, con il cellulare in mano, per rispondere alle continue telefonate ricevute. Tra le persone che riconobbe in quel giorno vi era anche Giuseppe Ayala, ex magistrato che del prelievo della valigetta in pelle dall’auto carbonizzata di Borsellino ha fornito diverse ricostruzioni contrastanti. Nel proseguo dell'esame Borghini ha anche ricordato quel che avvenne il giorno dopo l'attentato: “Ci fu una scelta di campo istituzionale. In queste indagini il ruolo principale spettava di diritto alla Polizia di Stato perché colpita nella strage con gli uomini della scorta. Poi la scelta cadde sul Ros e sulla Dia e sostanzialmente il mio Comando, non dico che fu estromesso, ma si dedicò alla gestione ordinaria. E Minicucci mi disse che avevano provveduto ad inviare l'attività di reperimento alla Procura della Repubblica”. Il processo è stato poi rinviato al prossimo 15 gennaio quando sarà sentito l'ultimo teste delle parti civili, Don Franco Neri. Successivamente, a partire dal 22, sarà la volta dei tre poliziotti imputati.  Aaron Pettinari 14 Dicembre 2020 ANTIMAFIA DUEMILA

 9.10.2020  Depistaggio Borsellino, Fiammetta all’attacco: “Indagini fatte male, archiviazione sui pm prematura”

21.10.2020 DEPISTAGGIO BORSELLINO / PALMA E PETRALIA, SI ARCHIVIA TUTTO?La figlia del giudice trucidato, Fiammetta Borsellino, ha più volte puntato l’indice contro i tre magistrati: Palma, Petralia e Di Matteo. Una delle più brutte pagine della nostra storia. La strage di via D’Amelio dove persero la vita Paolo Borsellino e la sua scorta. E poi il vergognoso depistaggio di Stato, che ha impedito – fino ad ora – di scoprire i killer e i mandanti, rimasti sempre a volto coperto. Il 18 ottobre, infatti, è stata discussa al tribunale di Messina la richiesta di archiviazione presentata dalla procura per i magistrati Annamaria Palma e Carmine Petralia, indagati per calunnia aggravata nell’ambito dell’inchiesta per depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio. Il gip Simona Finocchiaro si è riservata la decisione sulla richiesta avanzata dalla procura di archiviare il fascicolo. Nel corso dell’udienza, i pm Vito Di Giorgio, procuratore aggiunto, e Liliano Todaro, sostituto della Direzione Distrettuale Antimafia, hanno illustrato una memoria integrativa alla richiesta di archiviazione. Già a giugno i due pm avevano chiesto di archiviare il tutto, non essendo – a loro parere – emerso nulla di rilevante sotto il profilo penale e tale da consentire di indagare ancora sui comportamenti tenuti da Palma e Petralia. Al centro di tutto il giallo del depistaggio c’è il teste taroccato Vincenzo Scarantino, le cui dichiarazioni hanno sviato il corso delle indagini, portando addirittura alla condanna di imputati del tutto innocenti per quella vicenda. E solo le successive verbalizzazioni di Giuseppe Spatuzza hanno permesso di accertare che Scarantino era un pentito del tutto fasullo e le sue verbalizzazioni costruite a tavolino da cima a fondo. Quali gli autori del taroccamento di Scarantino e, quindi, del depistaggio? Imputati, in un altro processo, i poliziotti che hanno fatto parte del team guidato dall’ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera (che non può più difendersi dalle accuse perché è morto quindici anni). I quali però – di tutta evidenza – non potevano non eseguire ordini ricevuti. Da chi? Dal solo La Barbera che a questo punto avrebbe avuto l’ardire di agire in perfetta autonomia? La catena di comando, è ovvio, porta ai superiori, ossia ai magistrati che coordinavano all’epoca le indagini, quindi Palma e Petralia; ai quali, dopo alcuni mesi, si è aggiunto Nino Di Matteo, poi diventato un’intoccabile icona antimafia. O chi mai altro è intervenuto dall’alto? La figlia del giudice trucidato, Fiammetta Borsellino, ha più volte puntato l’indice contro i tre magistrati: Palma, Petralia e Di Matteo. Si riuscirà ad arrivare ai primi bagliori di luce? Stiamo adesso a vedere cosa decide il tribunale di Messina su quella richiesta di archiviazione .LA VOCE DELLE VOCI21.10.2020

12.10.2020 ''LA BORSA DI BORSELLINO FINITA NELLE MANI DI UN UFFICIALE DELL'ARMA''l racconto di Felice Cavallaro: “Ayala diede la borsa a un colonnello o a un maggiore”. Ma precisa: “Non era Arcangioli” Agenda rossa, Vincenzo Scarantino e la presenza di uomini in “giacca e cravatta” sul luogo dell’attentato. Sono questi i temi toccati nell’ultima udienza del processo sul depistaggio della strage di via d’Amelio che vede imputati i tre poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. In aula, a Caltanissetta, è stato sentito Felice Cavallaro, giornalista agrigentino del Corriere della Sera, nonché uno dei primi ad arrivare quel pomeriggio sul luogo dell’esplosione, come già aveva riferito in passato in altri processi sulla strage. Cavallaro il 19 luglio ’92 era a casa sua, a Palermo, in attesa del giudice Giuseppe Ayala il quale doveva occuparsi della prefazione del suo libro, quando udì il “sordo boato” provenire da via d’Amelio. “Arrivai sul posto in moto massimo 15 minuti dopo l’esplosione”. “Al mio arrivo - ha raccontato - vidi una scena apocalittica. Inciampai anche su resti umani. Alla fine mi ritrovai davanti all'auto blindata del giudice Borsellino ma senza sapere che fosse la sua”. In quegli istanti concitati, ha riportato il giornalista, “accadde una cosa un po’ singolare”. “La portiera della macchina era aperta, c’era la borsa di Borsellino poggiata sul pianale retrostante del sedile del guidatore. Un agente di polizia penso, o comunque un giovane delle forze dell'ordine in borghese - ha detto Cavallaro rispondendo alle domande dell'avvocato di parte civile Fabio Repici - prese la borsa che si trovava nel pianale tra il sedile anteriore e quello posteriore e stava per darla a me tanto che ne sfiorai il manico. E con uno sguardo quasi di sorpreso guardava Ayala come per dire ‘che facciamo?’. Forse pensava che io fossi uno della scorta di Ayala o un agente. Poi però - ha continuato nel suo racconto - arrivò un ufficiale dei carabinieri in divisa forse un colonnello o un maggiore ma certamente non un sottufficiale”. Felice Cavallaro ha detto di ricordare “che Ayala gli fece porgere (al giovane delle forze dell’ordine, ndrla borsa o gliela diede lui stesso. L’ultimo ricordo che ho di quella scena è la borsa finita nelle mani di questo ufficiale dei carabinieri, ma non ricordo cosa fece dopo”. A questo punto l’avvocato Fabio Repici ha chiesto se col passare degli anni avesse riconosciuto nei mezzi stampa l’uomo al quale venne ceduta la valigetta. Il giornalista ha detto di non averlo riconosciuto e che sicuramente non si trattava “trattava del capitano Giovanni Arcangioli la cui immagine con la borsa in mano ho rivisto molti anni dopo”.Scarantino e il presunto “giro in macchina” col capo della Mobile In aula è stato toccato anche il caso Scarantino, determinante ai fini del processo, e la sua detenzione. A sollevare il tema è stato l’avvocato di parte civile di Gaetano Scotto, Giuseppe Scozzola, che ha posto alcune domande precise al primo teste ascoltato in aula, Luigi Savina ex capo della Squadra Mobile di Palermo da settembre 1994 a luglio 1997. L’avvocato ha chiesto al dirigente se abbia mai avuto sopralluoghi serali con l’ex picciotto della Guadagna. Domanda al quale più volte Savina ha risposto in maniera negativa. A questo punto l’avvocato ha riportato alcune carte di un brogliaccio contenente una conversazione tra Scarantino e Savina. Si tratta di una telefonata avvenuta il 21 aprile 1995. Scarantino voleva parlare con il questore Arnaldo La Barbera che però non era presente e venne chiesto a Savina se potevo occuparsene vista la sua carica di capo della Squadre Mobile. Della vicenda aveva accennato poco prima in aula lo stesso Savina senza però approfondire. Quel giorno, ha detto Savina, “Scarantino tempestò di telefonate la questura”, anche se l’avvocato ha replicato che il 21 aprile è avvenuta solo quella telefonata. L’avvocato ha letto quindi alcuni passaggi delle trascrizioni della conversazione tra Savina e il falso pentito. “Scarantino chiama la questura e a un certo punto il centralino le passa Lei (Savina, ndr). Poi la conversazione prosegue e siccome - ha affermato l’avvocato - c’era stata la deposizione di Cancemi avviene un certo tipo di discorso e lei dice a Scarantino: ‘Se viene glielo posso accennare io a lui’”. E si parlava, ha sottolineato l’avvocato, “del problema di Cancemi”. “Poi Lei aggiunge ‘ci siamo anche conosciuti una sera, Lei non ricorderà, siamo usciti quando Lei era qua a Palermo una volta per un giro in macchina'”.E’ questo il passaggio contestato all’ex dirigente della sezione omicidi che però ha risposto dicendo trattarsi di una frase “probabilmente suggerita da un collega per tranquillizzare Scarantino” che , ha affermato, era “agitato”. Il legale di parte civile di Scotto quindi ha riportato altri passaggi di quella telefonata. “Ci volevo dire delle cose a livello di quello che ho sentito in televisione”, avrebbe detto Scarantino alla cornetta. “E lei - ha puntualizzato l’avvocato - pronuncia poi quella frase” alla quale, ha riportato l’avvocato, Scarantino ha risposto dicendo “ah, si”. L’avvocato quindi ha posto in aula una serie di osservazioni al teste. “Fino a quel momento Scarantino va solo ed esclusivamente alla ricerca del dottor La Barbera, perché il fatto di Cancemi, di cui parla Scarantino, e per il quale doveva essere tranquillizzato, è successivo. Quindi - ha dmandato Scozzola - quale motivo c’era di tranquillizzare Scarantino sino a quel momento? Per quale motivo gli si doveva dire sono uscito una sera in macchina con te per tranquillizzarlo”. “Non vedo logica”, ha osservato. “Mi è difficile ricostruire la vicenda”, è stata la risposta del teste chiedendo se sarà possibile poter ascoltare quella telefonata. “Ma continuo a escludere che sia uscito con Scarantino”.  Giacche e cravatte in via d’Amelio Durante l’udienza è stato sentito anche Francesco Maria Maggi, ex sovrintendente capo della Squadra Mobile di Palermo. Maggi, ha raccontato di essere arrivato sul luogo dell’attentato circa 10 minuti dopo lo scoppio della Fiat 126. A pochi minuti dal suo arrivo, circa 15 minuti dopo, “vidi 5 o 6 persone aggirarsi in giacca e cravatta. Presumo fossero uomini dei servizi, non erano di mia conoscenza. Dagli atteggiamenti sembravano poliziotti però. Penso che qualcuno l’ho riconosciuto dopo un po’ di tempo, erano persone che frequentavano la Squadra Mobile di Palermo”, ha detto Maggi facendo appello alla memoria spesso sollecitata dagli avvocati. “Tra questi c’erano uomini dello SCO”, ha detto. “Mi è parso subito strano. - ha concluso - Il fumo ancora non si era diradato e già c’erano queste persone. Mi strideva un po’ questa cosa”. In aula Francesco Maria Maggi ha parlato anche della borsa di Paolo Borsellino che lui stesso prelevò dalla macchina del giudice dopo 5 minuti dal suo arrivo. “Ho notato questa borsa nel sedile posteriore della Fiat Croma, nel lato destro. - ha raccontato - Allertai un vigile del fuoco di fare un getto d’acqua dentro la macchina perché la borsa stava prendendo fuoco. Con la borsa andai dal dottore Fassari che mi disse di andare immediatamente dalla Mobile e di portare la borsa al dottor La Barbera. La consegnai al suo autista, Sergio Di Franco. La consegna avvenne davanti l’uscio degli uffici di La Barbera”. Gli avvocati hanno chiesto all’ex sovrintendente della Squadra Mobile se fece una relazione di servizio di quel ritrovamento. “La feci nel dicembre del 1992 - ha affermato - me lo disse di fare il dottor La Barbera che mi rimproverò perché ancora non l'avevo fatta”. “La borsa - ha concluso rispondendo alle domande degli avvocati - la presi prima di aver notato la presenza di questi soggetti in giacca e cravatta”Antimafia Duemila Karim El Sadi 14 Ottobre 2020

12.10.2020  Felice Cavallaro: “Ufficiale carabinieri prese borsa giudice”  “Vidi una scena apocalittica. Inciampai anche su resti umani. Alla fine mi ritrovai davanti all’auto blindata del giudice Borsellino ma senza sapere che fosse la sua”. Lo ha riferito il giornalista Felice Cavallaro, ripercorrendo cio’ che accadde il 19 luglio 1992, quando arrivo’ in via D’Amelio.Deponendo davanti al Tribunale di Caltanissetta, nell’ambito del processo sul depistaggio delle indagini sulla morte del giudice Paolo Borsellino e che vede imputati tre poliziotti, Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Il giornalista ha detto di aver visto vicino alla macchina, l’ex pm, allora parlamentare, Giuseppe Ayala. “Un giovane delle forze dell’ordine in borghese – ha detto Cavallaro rispondendo alle domande dell’avvocato Fabio Repici – prese la borsa che si trovava nel pianale tra il sedile anteriore e quello posteriore e stava per darla a me. Forse pensava che io fossi uno della scorta di Ayala o un agente. Poi pero’ arrivo’ un ufficiale dei carabinieri in divisa e il mio ricordo e’ che Ayala gli fece porgere la borsa o gliela diede lui stesso. Escludo che si trattasse del capitano Arcangioli la cui immagine con la borsa in mano ho rivisto molti anni dopo”. STAMPA LIBERA

16.9.2020"Mafia: famiglia Borsellino diffida ex pentito, "fiducia in Paci"  La famiglia di Paolo Borsellino si scaglia contro l'ex pentito Vincenzo Calcara, autore di tre missive contro il pm Gabriele Paci, impegnato nella requisitoria al processo sul boss Matteo Messina Denaro. "Diffidiamo il signor Calcara dall'utilizzare strumentalmente qualunque riferimento alla vedova e ai figli del giudice Borsellino a sostegno di qualunque sua iniziativa e ribadiamo - dice l'avvocato Fabio Trizzino, legale dei familiari del giudice - la totale fiducia nei confronti della Procura di Caltanissetta e in particolare del dottor Gabriele Paci di cui in questi anni ha avuto modo di constatare una totale abnegazione e correttezza nella difficile ricostruzione e ricerca della verità sulla Strage che ha condotto alla morte del nostro congiunto, dottor Paolo Borsellino". Nel carteggio, tra l'altro, l'ex pentito ricorda di aver iniziato la sua collaborazione con il magistrato Paolo Borsellino, affermando di essersi rifiutato di eseguire un attentato contro il giudice, ordinato da don Ciccio Messina Denaro, padre di Matteo. Paci aveva definito Calcara "uno di quelli che inquinavano i pozzi". (AGI) 

 

Tre missive scritte da un ex pentito contro i pm Gabriele Paci saranno trasmesse per competenza al Tribunale di Catania. Lo ha disposto la corte d'Assise di Caltanissetta nel processo in corso contro il latitante Matteo Messina Denaro, accusato di essere il mandante delle Stragi di Capaci e via d'Amelio. Il carteggio, composto da due lettere ed un esposto scritti dall'ex collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, è stato ricevuto dalla Corte presieduta dal giudice Roberta Serio, che ne ha dato notizia in apertura d'udienza senza acquisirlo agli atti del fascicolo. Il contenuto delle tre missive si riferisce alla requisitoria condotta dal procuratore aggiunto Paci, nel corso della quale definì l'ex pentito "uno di quelli che inquinava i pozzi', riferendosi ad alcune omissioni riscontrate nei suoi verbali. "Le dichiarazioni del Calcara, in questo processo, sono già state valutate nel corso della requisitoria", ha detto il pm che, dopo aver preso visione delle tre lettere, ha chiesto la trasmissione degli atti al Tribunale di Catania, competente per i fatti che riguardano i magistrati in servizio nel distretto di Caltanissetta. Nel carteggio, tra l'altro, l'ex pentito ricorda di aver iniziato la sua collaborazione con il magistrato Paolo Borsellino, confessando di essersi rifiutato di eseguire un attentato contro il giudice, ordinato da don Ciccio Messina Denaro. (AGI)"

15.09.2020 Via D'Amelio, il palazzo dei Graziano e la relazione sparita

3.07.2020 - Teste DIA anomalie su telefonate Scarantino 

11.6.2020 - Fiammetta Borsellino sentita a Messina per l'inchiesta depistaggio

28.2.2020 - Caltanissetta, depistaggio Borsellino. Ufficiale Dia: “Telefonate Scarantino non registrate”Le telefonate passate al setaccio dalla Dia di Caltanissetta ed effettuate dal falso collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino quando era nella localita’ protetta di San Bartolomeo al Mare, in Liguria, sono cinque. “Il 9 marzo del 1995 Scarantino chiama al centralino della questura di Palermo.La telefonata non viene registrata, come riporta l’operatore, per cause tecniche. Si sente solo che viene alzata la cornetta, viene digitato il suono di un tasto ma poi non si sente piu’ nulla. Questo silenzio dura 17 minuti”: ad affermarlo e’ stato il colonnello della Dia di Caltanissetta, Francesco Papa, chiamato a deporre nell’ambito del processo che si svolge a Caltanissetta, sul depistaggio delle indagini di via D’Amelio e che vede imputati tre poliziotti. “L’evento telefonico – spiega l’ufficiale della Dia rispondendo alle domande del pm Gabriele Paci – comincia alle 10.03 e si conclude alle 10.20. Non c’e’ in quei 17 minuti nessuna registrazione audio sulle bobine ma rimane la traccia magnetica degli impulsi che la macchina registra.L’8 marzo risulta invece che Scaratino chiama a Mario Bo per parlare di alcuni suoi problemi ma Bo gli dice di rivolgersi ad Arnaldo La Barbera. C’e’ poi una telefonata che Scarantino effettua il 3 maggio verso un’utenza in uso alla procura di Caltanissetta. La bobina non fa alcun giro. L’operatore scrive che per motivi tecnici la conversazione non e’ stata registrata perche’ la bobina non fa alcun giro. Subito dopo c’e’ una telefonata diretta a un’utenza in uso alla Palma che pero’ non viene registrata e dura 7 minuti.Altra telefonata il 4 maggio ad un numero in uso alla dottoressa Palma. Anche in questo caso non e’ stata effettuata la registrazione. Ultimo evento il 22 giugno. Telefonata effettuata da Scarantino verso un’utenza in uso alla procura della durata di nove minuti. C’e’ pero’ un guasto tecnico che viene riportato dall’operatore per cui la conversazione non viene registrata”. IL FATTO NISSENO

20.2.2020 - Scarantino e le indagini fatte male, i mille dubbi della Boccassini - L'ex procuratore aggiunto di Milano, da poco in pensione, chiamata a testimoniare al processo sul depistaggio di via D'Amelio che si sta celebrando a Caltanissetta. "Il sopralluogo a Capaci era stato fatto male", "su Scarantino ho avuto dubbi fin dall'inizio", "In via D'Amelio all'inizio lavorammo alla pista del telecomando azionato dal castello Utveggio" e ancora "arrivai a Caltanissetta e l'allora procuratore Tinebra mi disse: queste sono le carte, arrangiati". E' un fiume in piena Ilda Boccassini, ex procuratore aggiunto di Milano, da poco in pensione, chiamata a testimoniare al processo sul depistaggio di via D'Amelio che si sta celebrando a Caltanissetta in cui sono imputati tre poliziotti Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di calunnia aggravata in concorso. "Quando arrivai come pm applicato alla Procura di Caltanissetta, la prima decisione fu quella di rifare il sopralluogo a Capaci, perché leggendo le carte, e non solo la ricostruzione, mi resi conto che era stato fatto male. Mancava una regia". L'ex procuratore aggiunto è collegato in video conferenza da Milano per problemi di salute. Risponde alle domande del procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci e sta ripercorrendo il periodo in cui è stata applicata alla procura nissena dopo le stragi. "Per il nuovo sopralluogo a Capaci coinvolgemmo tutte le forze dell'ordine, dai carabinieri alla guardia di finanza, alla polizia fino all'Fbi e tutte le forze possibili. Il primo periodo fu dedicato esclusivamente a questo - dice - ci fu una divisione di compiti delle forze di polizia che dovevano partecipare all'indagine sulle stragi ma con competenza specifica". "Appresi della notizia di una collaborazione tra i servizi segreti e la procura di Caltanissetta solo da giornali" ha sottolineato Ilda Boccassini rispondendo alla domanda del pm Paci. "Da quando sono stata a Caltanissetta non ho saputo di un rapporto con i servizi - dice - che poi, non in mia presenza, colleghi si incontrassero con esponenti dei servizi segreti non lo so. Ma devo aggiungere una cosa: davanti alle due stragi che hanno sconvolto il mondo e hanno destabilizzato le istituzioni che il procuratore abbia avuto contatti con i servizi non mi sembra una cosa terribile ma fa parte delle cose di un normale nucleo di rapporti che sono nati e cresciuti e mantenuti nel limite della legge. Ma questo non lo so". Ma è sull'attendibilità di Scarantino che il magistrato che ha combattuto la 'ndrangheta in Lombardia e le nuove Brigate rosse non ha tentennamenti: "Quando sono arrivata a Caltanissetta, parlando con i colleghi che già c'erano, con il capo dell'ufficio e con lo stesso dottor Arnaldo La Barbera, i dubbi su Scarantino già c'erano. I dubbi su una persona che non era di spessore, anzi che non era per niente di spessore. Il suo quid, se così possiamo chiamarlo, era una parentela importante in Cosa nostra, però sin dall'inizio, io avevo delle perplessità. Forse all'inizio avevo meno perplessità - dice Boccassini - perché non ero ancora entrata nelle carte, nella mentalità. Io ero lì in attesa, tutti andavamo con i piedi di piombo su questa cosa. Era l'inizio ancora e bisognava andare avanti per vedere se l'indagine portava a qualcosa di più sostanzioso". Per quanto riguarda le indagini sulla strage di via D'Amelio, "una delle prime ipotesi di lavoro era che il telecomando fosse stato azionato da castello Utveggio dove si diceva ci fosse una postazione Sisde. Su questi punti le indagini erano partite quasi subito" ha detto in aula Ilda Bocassini aggiungendo che "Fu anche attivato un filone di indagine sulla presenza di Bruno Contrada in via D'Amelio, ma dai riscontri risultava che, al momento dell'esplosione che uccise Borsellino e gli agenti di scorta, fosse altrove, in barca con un gioielliere palermitano". E ancora: "Non avevo alcuna fiducia invece in Gioacchino Genchi", ex funzionario di polizia e componente del gruppo "Falcone e Borsellino", che era un esperto nell'analisi dei tabulati telefonici, "ma di cui non condividevo più, ad un certo punto, le tecniche e le metodologie investigative. Il suo apporto nelle indagini era stato praticamente nullo, ma era una persona pericolosa per le istituzioni perché aveva creato un archivio di dati pazzesco. Lui vedeva complotti e depistaggi ovunque. LA REPUBBLICA

Tinebra incontrava Scarantino prima degli interrogatori

3.2.2020 - Depistaggio strage via d’Amelio, il duro commento di Fiammetta Borsellino “Nessun vuol fare emergere verità”Penso ci sia una enorme difficoltà a fare emergere la verità. Non ho constatato da parte di nessuno la volontà di dare un contributo, al di là la delle proprie discolpe, a capire cosa è successo”. Lo ha detto, a margine dell’udienza del processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio, Fiammetta Borsellino, figlia del giudice ucciso il 19 luglio 1992 commentando la deposizione dell’ex pm Nino Di Matteo. “Penso che nessuno di questi magistrati abbia capito niente di mio padre”, ha aggiunto. “Sembra che quello che riguarda Scarantino e il depistaggio delle indagini sia avvenuto per virtù dello spirito santo. Si tende a stigmatizzare la vicenda Scarantino come un piccolo segmento di una questione più grande. Io non penso che quello di Scarantino sia un segmento così piccolo” ha aggiunto. “Ci si riempie la bocca con la parola pool ma io di pool non ne ho visto nemmeno l’ombra – ha aggiunto – perché quando ai magistrati si chiede come mai non sapessero dei colloqui investigativi, della mancata audizione di Giammanco, cadono dalle nuvole”.  BLOG SICILIA

9.12.2019 . Francesco Paolo Giordano (magistrato) : Tinebre doveva incontrare Borsellino dopo il 20 luglio 

5.12.2019 Ritrovate le registrazioni delle telefonate tra Magistrati e Scarantino    Antimafia 2000   - Palermo Today  -   Il Riformista -  Il Fatto Quotidiano  - La Repubblica  

13.12.2019 - Annamaria Palma: "Io accusata ingiustamente dai famigliari di Paolo Borsellino". Fiammetta Borsellino in aula.

9.12.2019 - Borsellino: su Scarantino Pm divisi Per Saiaeva e Boccassini era inattendibile,non per gli altri. Il dibattito interno alla Procura di Caltanissetta sull'attendibilità del pentito Vincenzo Scarantino è stato al centro delle deposizioni di alcuni magistrati allora in servizio nell'ufficio, nel processo sul depistaggio della Strage di via D'Amelio. Per Roberto Saieva, che da gennaio a ottobre del '94 fu applicato a Caltanissetta, "quando nel settembre viene interrogato Vincenzo Scarantino, cominciano ad emergere dei momenti di criticità. Per la dottoressa Boccassini e per me era abbastanza palese l'inattendibilità mentre diversa era la posizione di Tinebra, Giordano e Petralia. Le diversità di vedute permanevano e quindi si decise di mettere nero su bianco le nostre impressioni da consegnare ai colleghi. La nota risale al 12 ottobre e fu inviata a Palermo". Diversa la posizione dell'allora procuratore aggiunto Francesco Paolo Giordano, il quale ha detto che aveva "grande fiducia nei confronti di Arnaldo La Barbera e dei suoi uomini" che gestirono Scarantino, poi rivelatosi un falso pentito. ANSA.  Servizio RAI

1.12.2019 Depositata la lettera di elogio a La Barbera

15.11.2019 - A Messina spuntano i verbali inediti di Scarantino Sono sei fascicoli. Dentro ci sono parecchi fogli, frasi fino ad oggi “inedite” del “falso pentito” Vincenzo Scarantino, frammenti a puntate…

8.11.2019 - Borsellino, al processo per il depistaggio un poliziotto cambia versione:pm chiede trasmissione atti in procura

8.11.2019 Il depistaggio dopo via d'Amelio: "Scarantino a Pianosa non denunciò maltrattamenti" L'ispettore di polizia Giampiero Guttadauro, che faceva parte del gruppo investigativo "Falcone e Borsellino", è stato sentito al processo sul presunto depistaggio dopo la strage: "Parlava di donne e sigarette, non mi ha parlato di nessun tipo di attività di reato commesso"

30.10.2019 L'ultimo mistero del falso pentito Scarantino Alla vigilia del processo voleva svelare il depistaggioEcco i brogliacci delle conversazioni con pm e poliziotti, il giallo si infittisce: chi lo convinse a non tirarsi indietro?

18.10.2019 - Deposizione di Giampiero Valenti della Polizia di Stato:"Mi ordinarono di interrompere la registrazione di Vincenzo Scarantino perché il collaboratore doveva parlare con i magistrati". L'ha detto in aula a Caltanissetta, nel processo sui depistaggi nella strage Borsellino, il poliziotto Giampiero Valenti, interrogato come teste. Il processo vede come imputati i poliziotti Mario Bò, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. L'episodio raccontato da Valenti risale al periodo compreso tra il '94 e il '95. Il poliziotto ha spiegato che l'ordine gli arrivo dal suo superiore Di Ganci, "che quando Scarantino smise di parlare coi magistrati, mi disse - ha aggiunto - di riavviare l'apparecchio". "Il mio compito era quello di gestire la famiglia di Scarantino e le loro esigenze: la spesa, i bambini da portare a scuola; mi è capitato pure di accompagnare o lui o la signora a Imperia per una visita oculistica. Non ricordo esattamente dove si trovasse il telefono nella casa di Scarantino", ha continuato Valenti parlando del periodo in cui il falso pentito si trovava a San Bartolomeo a Mare. "Quando finì l'attività di intercettazione ci chiesero di firmare dei brogliacci. Riconosco la mia firma - dice dopo aver letto un verbale mostratogli dal pm Gabriele Paci - ma nego di conoscere quella che è l'attività di intercettazione. Sono stato uno stupido io, perché non avevo alcuna esperienza. Non capisco perché questo verbale non lo firmò chi gestiva l'attività e lo hanno fatto firmare all'ultima ruota del carro". ANSA      Il Fatto Quotidiano.      Antimafia Duemila 

31.10.2019 - Falsi pentiti, telefonate e bugie. Borsellino, una palude giudiziaria Definirle anomalie diventa, giorno dopo giorno, riduttivo. Per ciò che va emergendo dai processi sulle stragi di mafia del ’92 sarebbe opportuno parlare di palude giudiziaria. Il prologo era già disarmante. Il pentito Vincenzo Scarantino si è inventato tutto. Sono stati condannati, e dunque scarcerati dopo anni di detenzione, degli innocenti accusati dell’eccidio di via D’Amelio. La verità sulla morte di Paolo Borsellino e dei poliziotti di scorta si è allontanata. Quindi si è scoperto che Scarantino aveva dei contatti telefonici diretti con poliziotti e magistrati. C’è in corso un processo a Caltanissetta. L’ipotesi è che sia stato messo in atto un depistaggio. Qualcuno avrebbe suggerito all’improbabile pentito (si è creduto al fatto che Scarantino, uno scagnozzo di borgata, avesse partecipato alla stagione delle bombe assieme ai vecchi padrini) di inventarsi false accuse per nascondere la verità. Infine, ed è storia recente, sono spuntati i brogliacci delle telefonate di Scarantino mentre era sotto protezione a San Bartolomeo a Mare, in provincia di Imperia, scortato dai poliziotti del “Gruppo Falcone Borsellino”. Tra di loro c’erano i tre imputati per il depistaggio: Mario Bò, ex funzionario della squadra mobile di Palermo, e due sottufficiali, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. C’è, però, un’altra inchiesta, a Messina, per calunnia aggravata che vede indagati due ex magistrati in servizio a Caltanissetta, Annamaria Palma e Carmelo Petralia. Furono tra i pm che interrogarono e gestirono il pentito, credendolo attendibile. I brogliacci delle conversazioni di Scarantino sono stati depositati al processo sul depistaggio. Ed è saltato fuori un vorticoso giro di chiamate. Ad esempio il 22 maggio 1995, alla vigilia della sua prima deposizione al processo per la strage Borsellino, il collaboratore di giustizia contattò la moglie: “A mezzo questura Rosalia parla con il marito il quale la rassicura che va tutto bene – annotavano i poliziotti – e comunque le dice di preparare le valigie che lui ha intenzione di tornare in carcere”. Scarantino voleva fare marcia indietro? Due giorni dopo, davanti ai giudici della corte d’assise di Caltanissetta, raccontò le bugie che sarebbero crollate due decenni dopo. Fu convinto da qualcuno a proseguire nel canovaccio delle false accuse? Nei brogliacci c’è traccia dei tentativi di Scarantino di parlare con Mario Bò. Ad esempio il 2 maggio 1995: “Enzo chiede spiegazioni della domanda che ha scritto in merito alla sua prossima presenza in aula”. Il poliziotto non c’era e Scarantino ci riprovò all’indomani: “Chiede nuovamente spiegazioni sulla domanda che ha firmato inerente alla sua adesione per presentarsi al processo”. “Domanda” al singolare e non “domande” al plurale come si è detto in questi giorni, ipotizzando che si trattasse dei suggerimenti ricevuti dal collaboratore. Non è detto, però, che i suggerimenti non siano arrivati in altre occasioni. Oppure Scarantino parlava, come avvenne l’8 maggio, con un magistrato: “Enzo conversa con la dottoressa Palma in merito al suo trasferimento per mercoledì a Genova, per essere sentito dalla dottoressa Sabatini, chiede se può evitare questo interrogatorio prima di essere sentito al processo. Si risentiranno”. Il processo in corso a Caltanissetta servirà, si spera, a chiarire se davvero ci sia stato un depistaggio. Sin d’ora, però, emergono degli interrogativi. A cominciare dal ritrovamento dei brogliacci e dei nastri con gli audio delle conversazioni. Non c’era traccia del materiale investigativo nei processi fin qui celebrati a Caltanissetta, e cioè nel luogo dove era lecito ritrovarlo. Era finito altrove senza alcuna, apparente e convincente spiegazione. Addirittura i brogliacci erano confluiti in vecchi fascicoli a carico di ignoti. I pm nisseni di sono messi di buona lena per spulciare gli archivi e hanno scovato audio e trascrizioni. Chissà cos’altro troveranno nella palude. Il fatto che Scarantino avesse un telefono a San Bartolomeo a Mare è una circostanza che magistrati e poliziotti hanno detto di non ricordare. Addirittura alcuni lo hanno pure negato in aula al processo Borsellino quater. Strano, visto che sono le stesse persone che hanno ricevuto le chiamate. Non c’è dubbio che sapessero del telefono a disposizione di Scarantino visto che tutti i magistrati che hanno avuto a che fare con il pentito, non solo Petralia e Palma, chiesero prima che l’utenza venisse messa sotto controllo e poi, in più occasioni, che le intercettazioni proseguissero. Eppure o non ricordano o negano. Sono alcuni fra gli stessi pubblici ministeri che hanno creduto a Scarantino, malgrado fossero stati messi in guardia dalle sue patacche. Non erano stati solo gli avvocati degli imputati, liquidati con troppa fretta perché “di parte”, a suggerirgli di diffidare del picciotto della Guadagna. La sentenza del processo Borsellino ter, emessa dalla Corte d’assise di Caltanissetta allora presieduta da Carmelo Zuccaro, oggi procuratore di Catania, era stata lapidaria nel giudizio. Nelle motivazioni, scritte prima della sentenza d’appello del processo bis, si parlava di “dubbia attendibilità”, “parto della fantasia”, “dichiarazioni non genuine perché gravemente sospette di essere state attinte addirittura dalla stampa”. Non erano né in parenti di Scarantino, né i difensori degli imputati a scrivere che “delle dichiarazioni rese da Scarantino non si debba tenere conto per la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle responsabilità in ordine alla strage di via D’Amelio”. Eppure le valutazioni dei giudice della Corte d’assise non scalfirono le convinzioni dei pubblici ministeri del Borsellino bis, talmente convinti della bontà delle prove da proporre appello, seguiti poi dai procuratori generali, contro le assoluzioni di primo grado del processo bis. Insomma, una distrazione di massa. E così Gaetano Murana, ad esempio, da assolto si ritrovò ergastolano. Un ventennio dopo, nel 2011, quella sentenza sarebbe divenuta carta straccia. Quando è venuta fuori la notizia dell’esistenza dei brogliacci in alcuni dei protagonisti di quella stagione sono riaffiorati i ricordi. Giampiero Valenti, un poliziotto che si occupava delle intercettazioni, ha raccontato che gli venne “ordinato” di “staccare la registrazione di Scarantino perché il collaboratore doveva parlare con i magistrati”. Una rivelazione choc. Sospendere un’intercettazione senza l’autorizzazione di un giudice è reato. È dalla Procura di Messina che potrebbero arrivare le risposte ai tanti interrogativi. I numeri progressivi dei brogliacci, infatti, dimostrano che ci sono ore di conversazioni di cui non si conosce il contenuto, ma delle quali ci sono le registrazioni. Qualcuno a Messina le sta ascoltando. LIVE SICILIA

17.10.2019 - Mafia: depistaggio Borsellino, poliziotti imputati non rispondo ai pm di Messina- Il legale, ''risponderanno davanti al Tribunale di Caltanissetta'' Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, davanti ai pm di Messina, i tre poliziotti sotto processo per il presunto depistaggio sulla strage di via D'AmelioMario BoFabrizio Mattei e Michele Ribaudo, che prestavano servizio nel pool che indagava sulla strage di via D'Amelio, dovevano essere sentiti oggi pomeriggio nell'ambito dell'inchiesta aperta dal Procuratore di Messina Maurizio De Lucia a carico di due magistrati che facevano parte del pool che coordinò l'inchiesta sull'attentato: Carmelo Petralia ed Annamaria Palma. Ma non hanno risposto ai pm. "I poliziotti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere perché renderanno dichiarazioni davanti al Tribunale di Caltanissetta", ha detto all'Adnkronos l'avvocato Giuseppe Seminara, che ha accompagnato i tre poliziotti in Procura. I due magistrati Palma e Petralia sono indagati a Messina per calunnia aggravata dall'aver favorito Cosa nostra. Stessa accusa di cui rispondono a Caltanissetta i tre poliziotti. Annamaria Palma attualmente è avvocato generale a Palermo, mentre Petralia ricopre la carica di procuratore aggiunto a Catania. Nell'ipotesi accusatoria, in concorso con i tre poliziotti sotto processo a Caltanissetta, avrebbero depistato l'indagine sulla strage costata la vita al giudice Paolo Borsellino. I pm e i poliziotti, secondo l'accusa, avrebbero imbeccato tre falsi pentiti, costruiti a tavolino tra cui Vincenzo Scarantino, suggerendo loro di accusare falsamente dell'attentato persone ad esso estranee. AdnKronos

28.9.2019 - Strage via D’Amelio, l’ex questore di Bergamo Ricciardi: “Scarantino inaffidabileL'ex numero uno di via Noli sentito come teste al processo sul cosiddetto depistaggio della strage di via D’Amelio, dove morì il giudice Borsellino “Meno ci parlavo con Vincenzo Scarantino e meglio stavo. A me Scarantino, per qualcosa che non so dire e non so spiegare non piaceva: potevo mai andare da lui per promesse di denaro?”. Sono le dichiarazioni dell’ex questore di Bergamo, Vincenzo Ricciardi, venerdì mattina nel corso dell’udienza del processo sul cosiddetto depistaggio della strage di via D’Amelio, dove morì il giudice Borsellino, che si celebra a Caltanissetta, rispondendo come teste alle domande dell’avvocato Giuseppe Scozzola. Sul banco degli imputati Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, gli ex appartenenti del gruppo “Falcone-Borsellino”, che indagò sull’attentato: devono rispondere di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. “Devo anche dire, al contrario – ha continuato Ricciardi – che Scarantino non mi ha mai parlato di denaro che gli era stato promesso. Penso che c’era un sentimento reciproco.  Non ci piacevamo. Scarantino – ha aggiunto Ricciardi – dava sempre versioni differenti. In un interrogatorio del 12 settembre del ‘94 si rimangia tutto quello che aveva detto nell’interrogatorio di un mese ”. Bergamo News

9.9.2019 -  Borsellino, agente della scorta rivela: "Scarantino temeva di non essere creduto"-"Una volta sola il falso pentito Vincenzo Scarantino mi disse che aveva paura di non essere creduto e io gli risposi se tu stai dicendo la verità non devi avere paura. È stata l'unica volta in cui ho parlato di qualcosa che riguardasse la strage. Non ci sono mai voluto entrare nelle dinamiche delle sue dichiarazioni". Lo ha affermato Giuseppe Di Gangi, poliziotto del gruppo Falcone Borsellino, rispondendo al Pm Stefano Luciani nel corso dell'udienza del processo sul depistaggio della strage di via D'Amelio ripreso questa mattina a Caltanissetta e che vede sul banco degli imputati il funzionario di Polizia Mario Bò, gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di concorso in calunnia. "Sono devastato da questa situazione. Sono in un uno stato di depressione provocato da questa situazione". ha affermato Di Gangi ha risposto al pm Luciani aggiungendo di non ricordare molto a causa del malessere provocato da questa situazione. "A volte rimanevamo a casa di Vincenzo Scarantino. - ha detto - Ci occupavamo in generale dei bisogni del nucleo familiare. Quando portavamo Scarantino a fare degli interrogatori ce ne occupavamo insieme al personale della questura di Imperia. Se Scarantino aveva bisogno di qualcosa si rivolgeva al gruppo Falcone Borsellino. Noi eravamo lì per quello e per questo si rivolgeva a noi. Erano le disposizioni che ci erano state date". "Un giorno dall'ufficio di Palermo mi chiesero di andare alla questura e ritirare un fax, con la copia di un articolo, e sottoporlo a Scarantino dove si diceva che Gaetano Scotto si trovava a Bologna il giorno della strage e comunque in quel periodo", ha aggiunto Di Gangi. "Il giorno prima della ritrattazione Scarantino aveva detto al personale dell'ufficio di Imperia che voleva parlare con loro urgentemente. Scarantino disse al dottore Bo che voleva tornare in carcere perché non voleva più collaborare. - ha proseguito - Ho assistito alla discussione tra Scarantino e il dottore Bo. Abbiamo dovuto ammanettarlo a casa perché Scarantino si stava avventando contro il funzionario. Davanti alla moglie e ai bambini. Non feci alcuna relazione di servizio". Giornale di Sicilia  

12.7.2019  - Borsellino, parla un poliziotto:  "Scarantino? Era confusionario" - "Pianosa era sicuramente un carcere duro ma il falso pentito Vincenzo Scarantino non lamentò nulla di specifico o che fosse rimasto impresso nella mia memoria. I suoi discorsi non erano lineari ma non mi diceva nulla di particolare. Non ho mai ritenuto allarmante quello che diceva, nel senso che a quest'ora se avesse detto qualcosa di importante sarebbe rimasto inciso nella mia memoria". Lo ha detto Giovanni Guerrera, poliziotto, rispondendo come teste alle domande del Pm Gabriele Paci, nel corso dell'udienza nell'ambito del processo sul depistaggio della Strage di via D'Amelio. "L'unica cosa che dicevo a Scarantino - ha aggiunto - era, siccome era confusionario nelle sue dichiarazioni, 'prendi un block notes e te le appunti così trovi una sequenza logica in quello che dici'. Gli suggerivo di fare una scaletta delle cose che gli erano successe". Guerrera, come lui stesso ha sottolineato, a Pianosa era stato individuato come ufficiale di collegamento a garanzia della sicurezza di Scarantino. "Sono certo che non mi abbia mai detto che non c'entrava nulla con le stragi. Io ho conosciuto Scarantino nei primi tempi della collaborazione quindi in quel momento i suoi problemi riguardavano più la moglie e i figli che altro", ha concluso Guerrera rispondendo alle domande degli avvocati Giuseppe Seminara e Giuseppe Panepinto. ANSA

 

 

A distanza di 27 anni dall'attentato in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, la Procura di Messina, ha iscritto nel registro degli indagati, con l'accusa di calunnia aggravata, due magistrati che indagarono sulle stragi del 1992: Annamaria Palma, Avvocato generale dello Stato, e Carmelo Petralia, Procuratore aggiunto di Catania. Secondo il Procuratore di Messina, Maurizio de Lucia, che coordina l'inchiesta, i due magistrati, in concorso con i tre poliziotti sotto processo a Caltanissetta, Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, avrebbero depistato le indagini sulla strage di via D'Amelio. Un depistaggio che i giudici della sentenza del processo Borsellino quater definirono "clamoroso". Ai magistrati è stato notificato dalla Procura di Messina, che indaga in quanto è coinvolto un magistrato in servizio a Catania, un avviso di accertamenti tecnici irripetibili.  Fiammetta Borsellino che ha partecipato a numerose udienze del processo sul depistaggio sulle indagini sulla strage del 19 luglio 1992, dove si è costituita parte civile, più volte ha lamentato il comportamento dei magistrati che indagarono sull'attentato. "Mio padre è stato lasciato solo, sia da vivo che da morto. C'è stata una responsabilità collettiva da parte di magistrati che nei primi anni dopo la strage - ha sempre ripetuto Fiammetta - hanno sbagliato a Caltanissetta con comportamenti contra legem e che ad oggi non sono mai stati perseguiti né da un punto di vista giudiziario né disciplinare"

Indagati anche due PM: rassegna stampa e news


29.5.2019 SCARANTINO ritratta le accuse ai PM

16.5.2019 - FIAMMETTA BORSELLINO al processo. Depone Vincenzo Scarantino

14.4.2019 - SCARPINATO: Contrada, Servizi Segreti collaborò alle indagini malgrado fosse vietato

13.4.2019 - FIAMMETTA BORSELLINO: Depistaggio: il CSM sul piano disciplinare non ha fatto nulla - i topi si stanno mangiando i faldoni

13.4.2019 - Furti di verità e depistaggi

1.4.2019 - Difesa Bo: “Palazzo Chigi desecreti atti su stragi Falcone e Borsellino”

14.3.2019 - Il depistaggio di via d'Amelio

22.2.2019 Archiviazione per 4 poliziotti. Resta il processo per calunnia per gli altri 3 colleghi. Il gip di Caltanissetta ha scelto di archiviare l'inchiesta a carico degli agenti che facevano parte del pool che indagò sugli attentati del 1992. Secondo l'accusa avrebbero costruito una finta verità, imbeccando falsi pentiti come Vincenzo Scarantino

22.2.2019  "L'attentato a Borsellino? Un favore": parla il pentito Francesco Di Carlo - Depistaggio via d'Amelio, il pentito Di Carlo racconta i contatti con i Servizi "Vennero in tre. Uno di questi, lo scoprii anni dopo, era La Barbera" "Alla fine degli anni Ottanta in carcere vengo raggiunto da tre soggetti. Uno di questi si presentò come Giovanni, dicendomi che portava i saluti di Mario, un altro soggetto che già conoscevo come appartenente LEGGI TUTTO

21.2.2019  A processo per depistaggio l'ex pentito Andriotta tra conferme e "non ricordo"

18.2.2019 Stragi '92, Genchi racconta le indagini sulle utenze clonate. Il super consulente sentito al processo contro Messina Denaro

7.2.2019  GIOVANNI BRUSCA - L'ex padrino, nel corso del processo sul depistaggio delle indagini della strage di via D'Amelio, del luglio del 1992, ha raccontato il momento della "svolta". Ovvero il giorno che gli ha cambiato la vita: "Quando ho incontrato Rita Borsellino"

6.2.2019 Maggiani Chelli: ''Falcone, Borsellino, le stragi del '93. La trattativa Stato-Mafia e' stata la condanna a morte dei nostri parenti''

5.2.2019  - Il teste di Stato-mafia: «Parlo per deduzione…» Il pentito Ciro Vara è stato sentito come teste durante il processo che vede imputati tre poliziotti, accusati di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra

5.2.2019 Depistaggi, Spatuzza: «Rubai io auto per strage»

5.2.2019 - IL MOVENTE “MAFIA-APPALTI” & TAV INSABBIATO E LO SPATUZZA DIMENTICATO PER 21 ANNI  

4.2.2019 VITO GALATOLO racconta Primo giorno di trasferta a Roma per il collegio del tribunale di Caltanissetta, presieduto SEGUE

4.2.2019 - "Ho detto subito che Vincenzo Scarantino aveva detto un sacco di bugie e fesserie sulla strage di Via D'Amelio, da siciliano non capivo cosa dicesse. La ragione me l'hanno data dopo 25 anni". Lo ha detto il collaboratore di giustizia, Santino Di Matteo. "Ieri sera - ha spiegato Di Matteo, il cui figlio Giuseppe venne rapito, ucciso e sciolto nell'acido nel 1996 quando aveva 15 anni. - Ho sentito in tv l'intervista a Fiammetta, la figlia di Paolo Borsellino. Venticinque anni fa io ho avuto un confronto con Scarantino. Quando ha finito di parlare ho detto: 'Guardate che questo non fa parte di nessuna organizzazione. Questo più che rubare ruote di scorta, radio delle macchine o vendere qualche pacchetto di sigarette di contrabbando, non ha fatto. Questo non sa, ve lo dico io"  VIDEO TG 2000

17.1.2019 L'ex questore Germanà al processo depistaggio Borsellino: "Io un miracolato e lo ripeto". Sono un vero miracolato e non capisco perché gli altri colleghi siano morti e io no. Io quel 14 settembre del 1992 mi salvai  LEGGI TUTTO

14.12.2018 Genchi: ''A dicembre 1992 La Barbera mi disse che i carabinieri avrebbero arrestato - Riina  L'ex funzionario di Polizia sentito al processo sul depistaggio di via d'Amelio  "Nel dicembre 1992 Arnaldo La Barbera mi dice: 'Senti io devo lasciare, tutto deve passare in mano ai Carabinieri perché a breve arresteranno Riina e noi siamo stati fatti fuori dalle indagini. A Palermo manderanno una testa di c...che deve venire a fare il pupo a dirigere la Squadra Mobile'". LEGGI TUTTO

14.12.2018 Depistaggio via d'Amelio, quella relazione a firma La Barbera con il nome di Candura - Ieri sentito al processo il funzionario di polizia Stagliano Nel settembre 1992 l'ex Capo della Squadra mobile, Arnaldo La Barbera (in foto) che dirigeva il gruppo Falcone-Borsellino nell'ambito delle indagini sulle stragi aveva firmato e trasmesso alla Procura di Palermo e a quella di Caltanissetta una relazione di servizio su un "colloquio informale" avuto con Salvatore Candura... LEGGI TUTTO

12.12.2018 Accusati di aver depistato le indagini su Borsellino, chiesta archiviazione per 4 poliziotti La Procura di Caltanissetta ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta, avviata a carico di quattro poliziotti del pool che indagò sugli attentati del '92. La richiesta, che ora è al vaglio del gip, riguarda Giuseppe Antonio Di Ganci, Giampiero Valenti, Domenico Militello e Piero Guttadauro. I poliziotti erano accusati di concorso in calunnia: avrebbero costruito ad arte a tavolino una finita verità sulla fase esecutiva della strage imbeccando falsi pentiti come Vincenzo Scarantino e costringendoli ad accusare persone, poi rivelatesi innocenti. Della stessa accusa rispondono i funzionari di polizia Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, per cui però la Procura ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio. I tre sono sotto processo davanti al tribunale nisseno.

ANTIMAFIA2000 12.12.2018

8.12.2018 Via d'Amelio, Lucia Borsellino: "Mio padre attese invano una chiamata dai giudici" - Ha rotto il silenzio ed è tornata a parlare in un’aula di Tribunale Lucia Borsellino, l’ex assessore alla Salute della Regione Sicilia e figlia del Giudice ucciso assieme agli agenti della sua scorta nell’attentato di Via d’Amelio. La Borsellino ha deposto nei giorni scorsi a Caltanissetta al processo per il depistaggio della strage di via d'Amelio che vede come imputati i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia aggravata dall'aver favorito Cosa nostra... LEGGI TUTTO

 

3.12.2018 SERVIZIO TG RAI SICILIALa strage di via D'Amelio. A Caltanissetta lunga deposizione di Lucia Borsellino al processo sul depistaggio delle indagini. La figlia del magistrato ucciso nel 92 ha parlato anche del mistero legato alla sparizione dell'agenda rossa del padre.

3.12.2018 - LA FIGLIA DEL GIUDICE UCCISO DALLA MAFIA RACCONTA PARTICOLARI INEDITI Lucia Borsellino: “Lo studio usato da mio padre messo a soqquadro da ignoti” - Ignoti sarebbero entrati nel villino della famiglia Borsellino a Villagrazia di Carini e avrebbero messo a soqquadro lo studio utilizzato dal giudice Paolo Borsellino. La circostanza... LEGGI TUTTO

3.12.2018 - depistaggio, figlia racconta mistero agenda rossa Il mistero della sparizione dell’agenda rossa e una strana incursione nella casa di Villagrazia di Carini: sono i passaggi cruciali della lunga deposizione di Lucia Borsellino al processo per il depistaggio sulla strage di via D’Amelio. La figlia del magistrato ... LEGGI TUTTO

3.12.2018 - Depistaggio sulla strage via D'Amelio, LUCIA Borsellino svela un'incursione nella casa di Villagrazia di CariniIl mistero della sparizione dell'agenda rossa e una strana incursione nella casa di Villagrazia di Carini: sono i passaggi cruciali della lungadeposizione di Lucia Borsellino al processo ... LEGGI TUTTO

3.12.2018 - tomaselli non era custode dell'autobomba: 777 mila euro agli eredi - La Corte d'appello di Catania ha condannato lo Stato a pagare circa 777 mila euro agli undici fratelli eredi di Salvatore Tomaselli per "riparare l'errore giudiziario" consistito nella sua condanna a 8 anni e mesi nel ... LEGGI TUTTO

27.11.2018 - Depistaggio via d'Amelio, dal 3 dicembre saranno sentiti i primi testi -  Acquisiti agli atti la conferenza stampa Tinebra-Boccassini ed il video su sparizione dell’Agenda Rossa Da ieri il processo sul depistaggio di via d'Amelio ha ufficialmente preso il via. Il collegio del tribunale di Caltanissetta, presieduto da Francesco D'Arrigo, ha accolto tutte le richieste di costituzione di parte civile avanzate la scorsa udienza....LEGGI TUTTO  

15.11.2018 Strage di Via D’Amelio, Genchi: “La Barbera cercava solo l’appiglio per rendere credibile Scarantino” La deposizione a Palermo - Genchi: “Mi disse: basta un elemento minimale”. E il falso pentito diventò il teste-chiave  LEGGI TUTTO...

9.11.2018

8.11.2018

7.11.2018 - La Procura di Caltanissetta ha trasmesso gli atti per valutare le eventuali responsabilità nella gestione di Scarantino - Il procuratore di Caltanissetta Amedeo Bertone ed il procuratore aggiunto Gabriele Paci hanno trasmesso alla Procura di Messina gli atti dell'inchiesta sul depistaggio e le motivazioni della sentenza Borsellino quater per valutare eventuali responsabilità dei magistrati che si occuparono delle indagini sulla strage di via d'Amelio che confluirono nei processi Borsellino I e bis. La notizia è stata riportata questa mattina dall'edizione palermitana del quotidiano La Repubblica. Si tratta di un atto dovuto dopo che la Corte d'Assise presieduta da Antonio Balsamo, il giorno della sentenza, aveva disposto la trasmissione ai pm dei verbali d’udienza dibattimentale “per eventuali determinazioni di sua competenza”.

5.11.2018 - Avvio delle udienze e costituzione di parte civile anche da parte del Viminale

“Sessanta milioni di euro, per danno all'immagine”. Il ministero dell’Interno rompe gli indugi e chiede il risarcimento dei danni ai tre poliziotti accusati di avere avuto un ruolo determinante nel depistaggio delle indagini attorno alla strage Borsellino. Prima udienza del processo a sorpresa, perché fino ad oggi il ministero dell’Interno è stato solo dichiarato “responsabile civile” per il danno causato dai tre imputati. Ma ora il Viminale prova a smarcarsi, con un intervento dell’Avvocatura dello Stato, che ha anche presentato la richiesta di parte civile del ministero della Giustizia, “per il danno subito dal reato di calunnia commesso dagli imputati". Chiedono di costituirsi parte civile pure i familiari dei poliziotti uccisi con Paolo Borsellino, il superstite della strage, Antonino Vullo, e il Comune di Palermo. Il collegio del tribunale, presieduto da Francesco D'Arrigo, deciderà sulle questioni preliminari il 26 novembre. Un rinvio lungo, che non è piaciuto a Fiammetta Borsellino, la figlia del giudice Paolo, che è parte civile nel processo con i suoi fratelli: "Abbiamo già aspettato tanto - dice - vigileremo su questo processo, perché tante persone ancora non vogliono cercarla la verità". 

 

  • FIAMMETTA BORSELLINO: «La mafia uccise mio padre. Lo Stato ha depistato e insabbiato i dossier» Fiammetta Borsellino denuncia i depistaggi che hanno impedito di scoprire chi e perché ha ucciso suo padre

FIAMMETTA BORSELLINO: «Incredibile che il Viminale non sia parte civile al processo depistaggi»«Ritengo assolutamente incredibile che il Viminale non sia parte civile di questo processo...  LEGGI TUTTO

"Grossi pezzi dello Stato implicati, basta omertà"  Tre poliziotti rinviati a giudizio. La figlia del magistrato: "Chi sa la verità parli"Sono accusati di calunnia in concorso con l'aggravante di aver agevolato con la loro condotta Cosa nostra. Secondo la procura nissena, avrebbero manovrato le dichiarazioni rese dal falso pentito Vincenzo Scarantino, costringendolo a fare nomi e cognomi di persone innocenti in merito all'attentato in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta.

FIAMMETTA BORSELLINO:  "Il silenzio degli uomini delle istituzioni peggio dell'omertà dei mafiosi.  Perché tanta omertà? E dov'erano i magistrati quando i poliziotti istruivano Scarantino?"   "La verità si saprà soltanto se chi sa parlerà e uscirà dall'omertà". Così Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato ucciso in via D'Amelio ha commentato la decisione del gip di Caltanissetta di rinviare a giudizio per calunnia aggravata i tre poliziotti implicati nel depistaggio delle indagini sull'attentato al padre. Fiammetta Borsellino e i suoi due fratelli si sono costituiti parte civile.

FIAMMETTA BORSELLINO:"La verità verrà fuori se parlano loro" Al termine dell’udienza preliminare ... LEGGI TUTTO

DEPISTAGGIO BORSELLINOquei post-it per istruire Scarantino «Necessari perché imparasse bene versione da raccontare»Tra le carte del processo che si aprirà a novembre a Caltanissetta contro i poliziotti accusati di aver contribuito alla creazione del finto pentito della strage di via D’Amelio anche una perizia grafica del 2016, che dimostra come alcuni bigliettini a lui attribuiti furono usati per indottrinarlo. Le grafologhe: «Indiscutibili identità, alcune immagini parlano da sole.

PARLA ANGELO MANGANO, il giornalista che per primo capì il depistaggio di Via D'Amelio...E’ stato sentito il 4 ottobre scorso dalla Commissione parlamentare antimafia regionale, il giornalista Angelo Mangano.

Nelle indagini sugli autori della strage di Via D’Amelio c’è stato «uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana», con alcuni funzionari della polizia che convinsero piccoli criminali a trasformarsi in pentiti di Cosa nostra per costruire una falsa verità sull’attentato al giudice Paolo Borsellino. Ma non solo. Nelle motivazioni della sentenza ... LEGGI TUTTO

DEPISTAGGIO: chiesto il rinvio a giudizio per tre poliziotti

VIA D'AMELIO: 25 ANNI DOPO SANTINO ANCORA MIUTO STA'

I «FALSI» PENTITI - I tre poliziotti facevano parte del pool investigativo che indagò sulle stragi mafiose del ‘92 di via D’Amelio e di Capaci. Il pool era coordinato da Arnaldo La Barbera (morto nel 2002). Gli investigatori, secondo l’accusa, LEGGI TUTTO

Il Ministero della Giustizia si costituirà parte civile al processo contro i presunti depistatori delle indagini sulla strage di via D'Amelio. Già il 13 settembre scorso è stata richiesta autorizzazione all'Avvocatura dello Stato di Caltanissetta, tramite la Presidenza del Consiglio - Ufficio del contenzioso, alla costituzione come parte civile nel processo. Agli imputati, tutti appartenenti alla Polizia di Stato, sono stati contestati fatti attinenti al concorso in calunnia, che appaiono particolarmente gravi e che - viene sottolineato - se accertati, sarebbero fonte di notevolissimi danni patrimoniali e non patrimoniali all&rsquoamministrazione della giustizia. In particolare si contesta loro di aver dato vita a processi definiti con condanne, passate in giudicato e poi revocate, a carico delle persone cui le dichiarazioni non veritiere si riferivano. ANSA 20.9.2018 - 19.30

PROCESSO AI POLIZIOTTI ACCUSATI DI DEPISTAGGIO.  Fiammetta Borsellino a CaltanisettaPresso il tribunale di Caltanisetta, lunedì 20 Settembre è stata avviata la procedura l'udienza preliminare riguardante  i tre poliziotti rinviati a giudizio per depistaggio nelle indagini su Via D'Amelio. Presenti  il giornalista Salvo Palazzolo, recentemente denunciato, indagato e perquisito e  Fiammetta Borsellino, che da tempo chiede a gran voce che sia fatta piena luce su mandanti, esecutori e condotta delle Forze dell’Ordine e della magistratura inquirente incaricati dell’inchiesta. 

RINVIATA AL  28 SETTEMBRE, l’udienza preliminare nei confronti di tre poliziotti accusati del depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio. Davanti al Gup sono comparsi il funzionario Mario Bo e i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di calunnia in concorso. Per i tre, la procura nissena, ha contestato l’aggravante secondo la quale, con la loro condotta avrebbero favorito Cosa nostra. 

Davanti al Gup sono comparsi il funzionario Mario Bo e i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di calunnia in concorso. Per i tre, la procura nissena, ha contestato l’aggravante secondo la quale, con la loro condotta avrebbero favorito Cosa nostra. All’esterno... SEGUE

FIAMMETTA AVVICINA DUE IMPUTATI. LA FIGLIA MAGISTRATO APPROFITTA DI UNA PAUSA DELL'UDIENZA CALTANISSETTA  In una pausa dell'udienza preliminare a Caltanissetta per il depistaggio ... SEGUE

VIA D'AMELIO, I FIGLI DI BORSELLINO PARTE CIVILE CONTRO I TRE POLIZIOTTI ACCUSATI DEL DEPISTAGGIO L'atto d'accusa di Fiammetta: "Lo Stato non c'è, non si è costituito contro gli imputati". Al via l’udienza preliminare al tribunale di Caltanissetta - Fiammetta Borsellino, la figlia di Paolo e Agnese, arriva di buon mattino al tribunale di Caltanissetta. Nell’aula intitolata a “Gilda Loforti” – una giudice coraggiosa stroncata da ... LEGGI TUTTO

FIAMMETTA BORSELLINO, SOLIDALE CON LA PROCURA. La figlia del magistrato: "Difficile verità ma barlumi di luce. Sono qui in segno di solidarietà nei confronti di una Procura che si sta impegnando con tenacia a sciogliere un nodo enorme sulla mancata verità che riguarda la strage di via D'Amelio, un nodo compromesso quasi definitivamente dalle attività depistatorie". Così Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo, presente in Tribunale a Caltanissetta all'udienza preliminare con tre poliziotti accusati di avere imbeccato il falso pentito Vincenzo Scarantino. "Questa Procura a distanza di molti anni con enormi difficoltà sta cercando di fare luce su cose fatte da pm precedenti, perché questi poliziotti non hanno agito da soli, ma sotto la direzione, il controllo e la supervisione di magistrati e di pubblici ministeri". "Ho fiducia - ha aggiunto - raggiungere una verità è difficile, ma sono convinta del percorso che può portare anche a fare barlumi di luce. E' importante il segnale che si continui a lottare per esercitare un diritto sancito all'articolo 2 della Costituzione, il diritto alla verità". ANSA 

FAVA A CALTANISSETTA PER AVVIO PROCESSO SU DEPISTAGGIO Sono qui per un atto di dovuta testimonianza. Sul depistaggio per la strage di via D’Amelio, che oggi conosce dopo 26 anni la prima pagina giudiziaria. La Commissione antimafia ha aperto una propria indagine e daremo il nostro contributo per contribuire a restituire verità sui fatti, sui silenzi, sulle responsabilità che abbiamo collezionato per oltre un quarto di secolo”. Lo ha dichiarato Claudio Fava, Presidente della Commissione regionale antimafia a Caltanissetta, dove stamani si è aperta l’udienza preliminare nei confronti di tre poliziotti accusati del depistaggio delle inchieste sulla strage del 19 luglio del 1992. Il presidente Fava ha anche partecipato al sit-in che si è tenuto fuori dal tribunale in solidarietà al giornalista Salvo Palazzolo cui, nei giorni scorsi, sono stati sequestrati telefoni, pc e altro materiale a causa di alcuni articoli scritti proprio sul depistaggio relativo alla strage di via D’Amelio.

FIAMMETTA BORSELLINO PARLA CON GLI IMPUTATI: "SIATE ONESTI" Alla sbarra tre poliziotti, il funzionario Mario Bo’ e gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di avere imbeccato il falso pentito Vincenzo Scarantino. La figlia del giudice: "Si spieghi cosa cosa è successo, quale era il clima, da chi probabilmente hanno ricevuto gli ordini"

DEPISTAGGIO VIA D’AMELIO. IL COMUNE DI PALERMO SARÀ PARTE CIVILE Il sindaco Leoluca Orlando ha dato mandato all’avvocatura comunale di procedere alla costituzione di Parte Civile nel processo che a Caltanissetta vede imputati alcuni agenti e funzionari di Polizia per il presunto depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio del luglio del 1992.

IL PUBBLICO MINISTERO CHIEDE AGGRAVANTE PER I POLIZIOTTI ACCUSATI DEL DEPISTAGGIO: “HANNO FAVORITO LA MAFIA”

Strage via d’Amelio, pm chiede aggravante per i poliziotti accusati del depistaggio: “Hanno favorito la mafia”

Nel corso dell’udienza preliminare la procura di Caltanisseta ha chiesto l’applicazione del comma 1 dell’articolo 416 bis per il tre poliziotti accusati di concorso in calunnia per avere creato il falso pentito Vincenzo Scarantino

VIDEO

NEWS

                     PROCESSI - INCHIESTE - INDAGINI  PRECEDENTI

"13 domande di Fiammetta Borsellino alle Istituzioni  - Sono passati 26 anni e ancora aspettiamo delle risposte da uomini delle istituzioni e non solo. Ci sono domande che non possono essere rimosse dall'indifferenza o da colpevoli disattenzioni". Tra le domande poste dalla figlia del giudice, che proprio oggi, alle 14 verrà ascoltata dalla Commissione regionale antimafia all'Ars, la richiesta del perché, dopo la strage di Capaci, "le autorità locali non misero in atto le misure necessarie per proteggere mio padre". Non solo. "Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze", chiede. "Oppure: "Perché via D'Amelio non fu preservata consentendo così la sottrazione dell'agenda rossa di mio padre?". E ancora: "Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D'Amelio i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre?". Poi domande anche sul pentito Scarantino ("perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni?"), sul mancato verbale di sopralluogo della Polizia con Scarantino "nel garage dove diceva di avere rubato la 126 poi trasformata in autobomba?".

1.  Perché le autorità locali e nazionali preposte alla sicurezza non misero in atto tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l’obiettivo numero uno di Cosa nostra?

2.    Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze in ambito di mafia? L’ufficio era composto dal procuratore capo Giovanni Tinebra, dai sostituti Carmelo Petralia, Annamaria Palma (dal luglio 1994) e Nino Di Matteo (dal novembre ’94).

3.    Perché via D’Amelio, la scena della strage, non fu preservata consentendo così la sottrazione dell’agenda rossa di mio padre? E perché l’ex pm allora parlamentare Giuseppe Ayala, fra i primi a vedere la borsa, ha fornito versioni contraddittorie su quei momenti?

4.    Perché i pm di Caltanissetta non ritennero mai di interrogare il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, che non aveva informato mio padre della nota del Ros sul “tritolo arrivato in città” e gli aveva pure negato il coordinamento delle indagini su Palermo, cosa che concesse solo il giorno della strage, con una telefonata alle 7 del mattino?

5.    Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire?

6.    Cosa c’è ancora negli archivi del vecchio Sisde, il servizio segreto, sul falso pentito Scarantino (indicato dall’intelligence come vicino ad esponenti mafiosi) e sul suo suggeritore, l’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera?

7.    Perché i pm di Caltanissetta non depositarono nel primo processo il confronto fatto tre mesi prima fra il falso pentito Scarantino e i veri collaboratori di giustizia (Cancemi, Di Matteo e La Barbera) che lo smentivano? Il confronto fu depositato due anni più tardi, nel 1997, solo dopo una battaglia dei difensori degli imputati.

8.    Perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni di Scarantino e non fecero mai il confronto tra i falsi pentiti dell’inchiesta (Scarantino, Candura e Andriotta), dai cui interrogatori si evinceva un progressivo aggiustamento delle dichiarazioni, in modo da farle convergere verso l’unica versione?

9.    Perché la pm Ilda Boccassini (che partecipò alle prime indagini, fra il giugno e l’ottobre 1994), firmataria insieme al pm Sajeva di due durissime lettere nelle quali prendeva le distanze dai colleghi che continuavano a credere a Scarantino, autorizzò la polizia a fare dieci colloqui investigativi con Scarantino dopo l’inizio della sua collaborazione con la giustizia?

10.  Perché non fu mai fatto un verbale del sopralluogo della polizia con Scarantino nel garage dove diceva di aver rubato la 126 poi trasformata in autobomba? Perché i pm non ne fecero mai richiesta? E perché nessun magistrato ritenne di presenziare al sopralluogo?

11.  Chi è davvero responsabile dei verbali con a margine delle annotazioni a penna consegnati dall’ispettore Mattei a Scarantino? Il poliziotto ha dichiarato che l’unico scopo era quello di aiutarlo a ripassare: com’è possibile che fino alla Cassazione i giudici abbiano ritenuto plausibile questa giustificazione?

12.  Il 26 luglio 1995 Scarantino ritrattava le sue dichiarazioni con un’intervista a Studio Aperto. Prima ancora che l’intervista andasse in onda, i pm Palma e Petralia annunciavano già alle agenzie di stampa la ritrattazione della ritrattazione di Scarantino, anticipando il contenuto del verbale fatto quella sera col falso pentito. Come facevano a prevederlo?

13.  Perché Scarantino non venne affidato al servizio centrale di protezione, ma al gruppo diretto da La Barbera, senza alcuna richiesta e autorizzazione da parte della magistratura competente?

Borsellino Quater - dalla Sentenza ... IL DEPISTAGGIO DI STATO

(...) Va quindi sottolineata la particolare pervicacia e continuità dell’attività di determinazione dello Scarantino a rendere false dichiarazioni accusatorie, con la elaborazione di una trama complessa che riuscì a trarre in inganno anche i giudici dei primi due processi sulla strage di Via D’Amelio, così producendo drammatiche conseguenze sulla libertà e sulla vita delle persone incolpate.Poiché l’attività di determinazione così accertata ha consentito di realizzare uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana, è lecito interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento:

- alla copertura della presenza di fonti rimaste occulte, che viene evidenziatadalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee alloro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondentialla realtà;

- ai collegamenti con la sottrazione dell’agenda rossa che Paolo Borsellino aveva con sé al momento dell’attentato e che conteneva una serie di appunti difondamentale rilevanza per la ricostruzione dell’attività da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci;

- alla eventuale finalità di occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra "Cosa Nostra" e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del Magistrato.In proposito, va osservato che un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino è sicuramente desumibile dalla identità di taluno dei protagonisti di entrambe le vicende: si è già sottolineato il ruolo fondamentale assunto, nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia, dal Dott. Arnaldo La Barbera, il quale è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione – connotata da una inaudita aggressività – nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre. L’indagine sulle reali finalità del depistaggio non può, poi, prescindere dallaconsiderazione sia delle dichiarazioni di Antonino Giuffrè (il quale ha riferito che, prima di passare all’attuazione della strategia stragista, erano stati effettuati “sondaggi” con “persone importanti” appartenenti al mondo economico e politico, ha precisato che questi “sondaggi” si fondavano sulla “pericolosità” di determinati soggetti non solo per l’organizzazione mafiosa ma anche per i suoi legami con ambienti imprenditoriali e politici interessati a convivere e a “fare affari” con essa, ha ricondotto a tale contesto l’isolamento – anche nell’ambito giudiziario - che portò all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e ha chiarito che la stessa strategia terroristica di Salvatore Riina traeva la sua forza dalla previsione – rivelatasi poi infondata - che passato il periodo delle stragi si sarebbe ritornati alla “normalità”), sia delle circostanze confidate da Paolo Borsellino alle persone e lui più vicine nel periodo che precedette la strage di Via D’Amelio. Vanno richiamati, al riguardo, gli elementi probatori già analizzati nel capitolo VI. Un particolare rilievo assumono, in questo contesto, la convinzione, espressa da Paolo Borsellinoalla moglie Agnese Piraino proprio il giorno prima della strage di Via D’Amelio, «che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, (…) ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere», e la drammatica percezione, da parte del Magistrato, dell’esistenza di un «colloquio tra la mafia e parti infedeli dello stato». Occorre, altresì, tenere conto degli approfonditi rilievi formulati nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”) secondo cui «risulta quanto meno provato che la morte di Paolo BORSELLINO non era stata voluta solo per finalità di vendetta e di cautela preventiva, bensì anche per esercitare - cumulando i suoi effetti con quelli degli altri delitti eccellenti – una forte pressione sulla compagine governativa che aveva attuato una linea politica di contrasto alla mafia più intensa che in passato ed indurre coloro che si fossero mostrati disponibili tra i possibili referenti a farsi avanti per trattare un mutamento di quella linea politica. (…) E proprio per agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi come BORSELLINOavrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo diapproccio con COSA NOSTRA e di arretramento nell’attività di contrasto alla mafia, levandosi a denunciare anche pubblicamente, dall’alto del suo prestigioprofessionale e della nobiltà del suo impegno civico, ogni cedimento dello Stato o di sue componenti politiche». Questa Corte ritiene quindi doveroso, in considerazione di quanto è stato accertato sull’attività di determinazione realizzata nei confronti dello Scarantino, del complesso contesto in cui essa viene a collocarsi, e delle ulteriori condotte delittuose emerse nel corso dell’istruttoria dibattimentale (tra cui proprio quella della sottrazione dell’agenda rossa), di disporre la trasmissione al Pubblico ministero, per le eventuali determinazioni di sua competenza, dei verbali di tutte le udienze dibattimentali, le quali possono contenere elementi rilevanti per la difficile ma fondamentale opera di ricerca della verità nella quale la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta è impegnata

I PROCESSI E I DEPISTAGGI - Per la strage di via D’Amelio l’iter giudiziario è stato lunghissimo. Confessioni, falsi pentiti, condanne poi ribaltate. Le rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza hanno riaperto le indagini sull’attentato scoprendo il depistaggio che era costato la condanna all'ergastolo a sette innocenti poi scagionati. Si è arrivati al cosiddetto “processo quater”, che ha messo un punto forse definitivo nello stabilire una verità sui fatti. Il 30 giugno 2018 la Corte d’Assise di Caltanissetta ha depositato 1865 pagine di motivazioni per il quarto processo sull’attentato Borsellino, la cui sentenza era arrivata 14 mesi prima. Secondo i giudici si è trattato di “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana" con protagonisti uomini dello istituzioni. Il 20 aprile del 2017 il processo aveva portato alle condanne all'ergastolo per Salvino Madonia e Vittorio Tutino, il primo tra i mandanti, il secondo tra gli esecutori materiali. Altri imputati sono stati condannati per calunnia in quanto finti collaboratori di giustizia usati per creare una ricostruzione a tavolino delle fasi esecutive della strage costata in precedenza l'ergastolo a sette innocenti. Per Vincenzo Scarantino, il più discusso dei falsi pentiti, protagonista di ritrattazioni nel corso di vent'anni di processi, i giudici hanno dichiarato la prescrizione concedendogli l'attenuante prevista per chi viene indotto a commettere il reato da altri.

I poliziotti rinviati a giudizio - I giudici di Caltanissetta hanno puntato il dito anche contro i servitori infedeli dello Stato autori dei depistaggi. Secondo i magistrati, l’allora capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera (ora morto) ebbe un "ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato intensamente coinvolto nella sparizione dell'agenda rossa”. Alcuni investigatori, mossi da "un proposito criminoso", avrebbero quindi indirizzato l'inchiesta e costretto Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell'attentato. Inoltre avrebbero compiuto “una serie di forzature, indebite suggestioni, radicalmente difformi dalla realtà”. La Procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio di tre poliziotti per il depistaggio delle indagini. Il funzionario Mario Bo, che è stato già indagato per gli stessi fatti e che ha poi ottenuto l'archiviazione, e i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. Sono accusati di calunnia in concorso aggravata. Nel settembre 2018, i tre sono stati rinviati a giudizio.


La storia del depistaggio su Via D’AmelioCome la procura di Caltanissetta si ostinò per anni a proteggere un'accusa falsificata, facendo condannare persone estranee all'attentato a Paolo Borsellino  di Enrico Deaglio Questo articolo è parte di uno speciale sul depistaggio con cui agenti di polizia e magistrati costruirono e portarono a sentenza una versione falsa sui responsabili della morte del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, e sul documento investigativo del 1998 – reso pubblico per un “disguido” nel 2013 – che suggeriva questa tesi. Il 23 maggio scorso, in occasione del 25esimo anniversario della strage di Capaci, la RAI ha organizzato un “evento” per ricordare i tre eroi nazionali, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino, uccisi dalla mafia insieme alle loro scorte in due successivi attentati nel 1992: il primo sull’autostrada all’altezza di Capaci, vicino a Palermo, dove fu fatta esplodere l’auto del magistrato Giovanni Falcone uccidendo lui e sua moglie, anche lei magistrato, e tre uomini della scorta; il secondo a Palermo in via D’Amelio, dove un’altra esplosione uccise il magistrato Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta. La serata televisiva è stata guidata da Fabio Fazio che si è avvalso di molti contributi di personaggi famosi. I contatti televisivi sono stati 13 milioni, a dimostrazione dell’affetto che gli italiani continuano ad avere per i loro eroi uccisi, e ha scontato, come spesso accade in queste rievocazioni, la retorica e l’autoglorificazione delle cariche presenti che hanno assicurato: “non sono morti invano, non accadrà mai più”. A un certo punto, però, qualcosa ha guastato la celebrazione unanime. Sul palco è comparsa la signora Fiammetta Borsellino, la figlia minore del magistrato, che nel 1992 aveva 19 anni. Negli anni, gli italiani hanno imparato a conoscere e ad apprezzare la famiglia: Rita, la sorella, che si è sobbarcata l’onere della testimonianza politica, come europarlamentare e candidata a governatore della Sicilia; Lucia, la figlia maggiore, già assessora regionale alla sanità, costretta alle dimissioni dopo minacce disgustose e completamente false; Manfredi, il figlio, valente e schivo commissario di polizia di Termini Imerese e Salvatore, il fratello, che guida un movimento che chiede la verità sulle stragi. La moglie del giudice, la signora Agnese, morta nel 2013, ha testimoniato negli ultimi anni della sua vita i sospetti che il marito aveva sulle istituzioni (dicendo tra l’altro: «Paolo mi confidò, sconvolto, che il generale dei Ros Antonio Subranni era “punciutu”», affiliato alla mafia).

E dunque, Fiammetta, ora diventata una signora di 44 anni, con i capelli corti, vestita casualmente, è apparsa per la prima volta su un palco; e con molta emozione, ha detto: Credo che ricordare la morte di mio padre, di Giovanni Falcone, di Francesca e degli uomini della scorta, possa contribuire a coltivare il valore della memoria. Quel valore necessario per proiettarsi nel futuro con la ricchezza del passato significa anche dire in maniera ferma da che parte stiamo, perché noi stiamo dalla loro parte, dalla parte della legalità e della giustizia per le quali sono morti. Credo che con questa stessa forza dobbiamo pretendere la restituzione di una verità che dia un nome e un cognome a quelle menti raffinatissime che con le loro azioni e omissioni hanno voluto eliminare questi servitori dello stato, quelle menti raffinatissime che hanno permesso il passare infruttuoso delle ore successive all’esplosione, ore fondamentali per l’acquisizione di prove che avrebbero determinato lo sviluppo positivo delle indagini. Quelle prove a cui mio padre e Giovanni tenevano così tanto. Tutto questo non può passare in secondo piano, e non può passare in secondo piano che per via di false piste investigative ci sono uomini che hanno scontato pene senza vedere in faccia i loro figli, come quei giovani che sono morti nella strage di Capaci. Questa restituzione della verità deve essere anche per loro. La verità è l’opposto della menzogna, dobbiamo ogni giorno cercarla, pretenderla e ricordarcene non solo nei momenti commemorativi. Solo così, guardando in faccia i nostri figli, potremmo dire loro che siano in un paese libero, libero dal puzzo del potere e del ricatto mafioso.

Anche Fabio Fazio si era commosso, e ha dato a Fiammetta Borsellino un’empatica carezza sulla schiena. Ma evidentemente nemmeno Fazio ha il potere di far parlare i muti e l’appello non è stato ripreso.

La signora Fiammetta Borsellino si riferiva al fatto che, a distanza di un quarto di secolo, non solo non si conosce quasi nulla del delitto Borsellino, ma è tuttora in pieno svolgimento il più lungo depistaggio – qualsiasi siano le ragioni che lo hanno determinato, probabilmente più d’una – che la storia della nostra Repubblica ricordi; un depistaggio che ha ostinatamente impedito la ricerca della verità, che ha mandato all’ergastolo (e al 41 bis, il carcere severissimo) nove persone estranee a quell’accusa per 11 anni e ha coinvolto – restituendoli al mondo corrotti e umiliati di fatto, ma fieri e soddisfatti pubblicamente – decine di investigatori, di magistrati e di uomini delle istituzioni.

Seguo questa storia dal giorno dello scoppio di via D’Amelio, sono testimone del depistaggio fin dalle sue origini e cinque anni fa ho pubblicato un libro che si chiama “Il vile agguato”, che parlava di tutto ciò. Credo che questa vicenda sia la più grave – e tuttora molto oscura – della recente storia d’Italia. Ora poi c’è molto di più. Esistono delle cose provate e delle notizie che rispondono all’appello per la verità di Fiammetta Borsellino, ma non ne parla nessuno.

La prima versione sulla strage di via D’Amelio  Le indagini sulla strage di via D’Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992, vennero assegnate al “gruppo Falcone-Borsellino” guidato dal capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera. L’iniziativa (confermata da un decreto urgente della presidenza del consiglio) fu del prefetto Luigi De Sena, all’epoca capo del Sisde, in seguito diventato senatore del PD, che è morto nel 2015: Arnaldo La Barbera, che aveva trascorsi di carriera in Veneto come lui, era un suo vecchio amico ed era stato anche suo confidente al Sisde, il servizio segreto del ministero degli Interni. Ovvero: il Sisde affidò le indagini a un uomo del Sisde (il servizio segreto aveva avuto anche un controverso accidente del caso: il dirigente del Sisde Bruno Contrada, con il suo fedele assistente Lorenzo Narracci, era casualmente in vacanza su una barca a vela di fronte al porto al momento dello scoppio; furono tra i primi a esserne informati – con una tempistica così rapida da essere oggetto di sospetti e accuse mai provate – e poi ad arrivare sul posto). I giorni seguenti la strage di via D’Amelio – causata da un’autobomba fatta esplodere davanti alla casa della madre di Paolo Borsellino al momento dell’arrivo di quest’ultimo – furono di grande angoscia. Magistrati e poliziotti di Palermo erano in rivolta, la famiglia Borsellino aveva rifiutato i funerali di Stato, l’esercito italiano stava per scendere in forze in Sicilia, la lira stava crollando sui mercati, il “nemico” (ma chi era?) sembrava in grado di condurre a termine inaudite operazioni militari. C’era bisogno di rincuorare l’opinione pubblica e di trovare un colpevole rapidamente. La polizia comunicò immediatamente che la bomba era stata messa in un’utilitaria. Già il 13 agosto il Sisde di Palermo annunciò di aver individuato l’automobile usata e la carrozzeria dove era stata preparata; alla fine di settembre venne nominato il “colpevole”, nella persona di Vincenzo Scarantino, 27 anni: era stato lui a organizzare il furto della Fiat 126. Lo accusavano altri tre delinquenti arrestati un mese prima per violenza carnale. (Un mese dopo, intanto, in seguito ad un’indagine collegata agli ultimi impegni investigativi di Borsellino e sulla base delle dichiarazioni di alcuni pentiti, venne arrestato per il reato di “concorso esterno in associazione mafiosa” il numero tre del Sisde, Bruno Contrada, l’uomo che veleggiava e i cui uomini avevano per primi intuito la pista Scarantino: sarebbe stato condannato con sentenza definitiva nel 2006, ma dichiarata “ineseguibile” nei giorni scorsi in seguito ai dubbi espressi dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sulla validità del reato di “concorso esterno in associazione mafiosa”). Le prime indagini furono, effettivamente, scandalose per una quantità enorme di omissioni e di iniziative grottesche, quali quella di riempire 56 sacchi neri di detriti dell’esplosione e di spedirli a Roma per farli valutare dall’FBI. Vennero interrogati pochissimi testimoni, in particolare non vennero interrogati alcuni inquilini del palazzo che dopo vent’anni si scoprì essere stati molto importanti; il consulente informatico della polizia, Gioacchino Genchi, venne estromesso dalle indagini da La Barbera; non si seppe nulla per tre mesi e mezzo della borsa di Paolo Borsellino, che era rimasta sul sedile posteriore dell’auto che lo trasportava e poi depositata in una questura. I familiari denunciarono subito la scomparsa di un’agenda di colore rosso che il giudice portava sempre con sé.

Ma c’era Scarantino, e questo contava. Il suo arresto era stato annunciato così dal procuratore Tinebra: «Siamo riusciti con un lavoro meticoloso e di gruppo, con la partecipazione di magistrati, tecnici e investigatori, che hanno lavorato in sintonia, a conseguire un risultato importante quale l’arresto di uno degli esecutori della strage di via D’Amelio». Appena di Scarantino si seppe qualcosa di più, fu però una vera delusione, tanto apparve fasullo. Era un ragazzo, di bassissimo livello intellettuale, piccolo spacciatore, non affiliato a Cosa Nostra benché nipote di un boss della Guadagna, il quartiere meridionale di Palermo dove era conosciuto come lo scemo della borgata. Però aveva confessato, e nei mesi seguenti questo personaggio così improbabile, da semplice ladro d’auto che scambiava con qualche dose di eroina, si trasfigurò in astuto organizzatore, reclutatore di un piccolo esercito, stratega militare, partecipante di prestigio alle riunioni della Cupola. Ma già di fronte alle obiezioni dei giornalisti nella prima conferenza stampa il procuratore Tinebra aveva risposto: «Scarantino non è uomo di manovalanza».

Come denunciò subito l’avvocato Rosalba De Gregorio, difensore di alcuni imputati coinvolti da Scarantino: «Scarantino era un insulto alla nostra intelligenza». Messo a confronto con due grossi boss collaboranti, questi stessi si indignarono che la polizia potesse pensare che Cosa Nostra si avvalesse di un personaggio simile («Ma veramente date ascolto a questo individuo?»). I verbali con gli esiti di quei confronti, sparirono: non li fecero sparire però i servizi, ma i pm.

L’inchiesta marciava spedita con molta hybris da parte di La Barbera, sicuro che sarebbe riuscito a piazzare un prodotto che lui per primo non avrebbe comprato. Il ragazzo stesso, peraltro, si smentiva, ritrattava, denunciava, piangeva, ma nessuno gli dava retta malgrado emergessero via via testimonianze di violenze e pressioni sulla sua famiglia, dei verbali ritoccati e concordati, degli interrogatori condotti in modi anomali: le sue ritrattazioni erano «tecniche di Cosa Nostra che conosciamo bene», scrisse il pm Nino Di Matteo, che in una requisitoria sostenne che «la ritrattazione dello Scarantino ha finito per avvalorare ancor di più le sue precedenti dichiarazioni»; «dietro questa ritrattazione c’è la mafia» disse il pm Palma. Intanto, il procuratore di Palermo Sabella che aveva interrogato Scarantino su altro lo aveva invece ritenuto «fasullo dalla testa ai piedi»: «decidemmo di non dare alcun credito alle sue rivelazioni».

In tre successivi processi – il Borsellino 1, il Borsellino 2, il Borsellino Ter – l’attendibilità di Scarantino venne certificata da un’ottantina di giudici, tra Assise, Appello e Cassazione. Il ragazzo aveva intanto denunciato torture a Pianosa, promesse, inganni, – arrivò persino a fuggire dal suo rifugio e a telefonare al tg di Italia1 per denunciare la sua situazione – ma i magistrati non vollero credergli e Scarantino riuscì a ottenere solo pesanti condanne per calunnia.

Arnaldo La Barbera, intanto, per meriti scarantiniani, diventò prima Questore di Palermo e di Napoli, poi Prefetto, poi capo dell’Ucigos, l’Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali, un ufficio centrale della polizia di stato. L’ultima immagine ce lo mostra con casco e scarpe da tennis all’assalto della scuola Diaz durante il G8 del 2001 nella “giornata nera” della polizia italiana. Allontanato dall’incarico dopo quello scandalo, La Barbera morì per un tumore al cervello nel 2002 a soli 60 anni.

Tutta la “baracca Scarantino”, intanto, continuò placidamente fino al 2008, senza che nessuno – giornalisti, politici, mafiologi, commissione antimafia, CSM – trovasse strano che, in mezzo a tanti discorsi su strategie, trattative, struttura di Cosa Nostra, eccetera, la realizzazione della strage di via D’Amelio fosse stata affidata a un ragazzo bocciato tre volte in terza elementare; un ragazzo che non era stato neppure ricompensato per la sua impresa, ma che dopo il “colpo del secolo” aveva continuato a tramestare nel suo quartiere rubando gomme. POST 13 LUGLIO 2017


Quegli uomini dei servizi segreti  Un altro contributo alla ricostruzione della vicenda in esame, difficilmente compatibile con tutti quelli sopra analizzati, veniva fornito con la deposizione (in parte già anticipata) di Francesco Paolo Maggi, Sovrintendente della Polizia di Stato, in servizio alla Squadra Mobile di Palermo. Il poliziotto era uno dei primissimi rappresentanti delle forze dell’ordine ad intervenire in via D’Amelio ed arrivava sul posto, con il funzionario di turno (dottor Fassari della Sezione Omicidi), con l’automobile di servizio (fondendone il motore), appena una decina di minuti dopo la deflagrazione. Al momento del suo arrivo, il poliziotto notava l’Agente Antonio Vullo, unico superstite fra gli appartenenti alla scorta del dottor Paolo Borsellino, in evidente stato di shock, seduto sul marciapiede, con il capo fra le mani. Il poliziotto, dunque, confidando di poter trovare qualcun altro ancora in vita, si faceva strada fra i rottami, entrando nella densa colonna di fumo che avvolgeva i relitti, mettendo un panno bagnato sul naso. Purtroppo, era subito evidente che non c’era più nulla da fare, né per il Magistrato, né per gli altri colleghi della scorta: i corpi, infatti, erano tutti carbonizzati ed orrendamente mutilati. I resti del dottor Paolo Borsellino erano riconoscibili solo dai tratti somatici del viso e dai baffi. I resti di Claudio Traina erano finiti addirittura sull’albero rampicante che si trovava all’ingresso dello stabile di via D’Amelio, mentre Eddie Walter Cosina era carbonizzato dentro l’automobile. I resti di Emanuela Loi erano riconoscibili unicamente per un seno rimasto intatto, mentre i resti delle altre due vittime della Polizia di Stato, vale a dire Agostino Catalano e Vincenzo Li Muli erano irriconoscibili. Il Sovrintendente Maggi si metteva alla ricerca di eventuali tracce o reperti, anche scavalcando un muretto di recinzione posto alla fine (del lato chiuso) della via D’Amelio. Nel frattempo, le ambulanze prestavano i soccorsi ai feriti ed i Vigili del Fuoco spegnevano i focolai d’incendio. Uno di questi interessava proprio la Croma blindata del Magistrato. Mentre si diradava il fumo, si potevano notare quattro o cinque persone, vestite tutte uguali, in giacca e cravatta, che si aggiravano nello scenario della strage, anche nei pressi della predetta blindata: si trattava, a dire del teste (come già anticipato nel precedente paragrafo), di appartenenti ai Servizi Segreti, alcuni dei quali conosciuti di vista da Maggi e già notati a Palermo, presso gli uffici del Dirigente della Squadra Mobile, anche in occasione delle indagini sulla strage di Capaci (come detto, la circostanza, prima della deposizione dibattimentale era assolutamente inedita, nonostante le diverse audizioni precedenti del teste, in fase d’indagine preliminare). Un vigile del fuoco, non meglio identificato (dell’età di circa quarant’anni), seguendo le disposizioni di Maggi, spegneva il focolaio d’incendio che interessava la Fiat Croma blindata, che aveva già lo sportello posteriore sinistro aperto. Il fuoco cominciava ad attingere anche la borsa che era all’interno dell’abitacolo, in posizione inclinata, fra il sedile anteriore del passeggero e quello posteriore. La borsa, bruciacchiata ma integra, veniva prelevata (quasi sicuramente) dal predetto vigile del fuoco, che la passava a Maggi. Nei pressi non vi era il dottor Giuseppe Ayala (pure notato e riconosciuto dal teste, prima di allontanarsi dalla via D’Amelio). Il poliziotto poteva constatare che la borsa era piena, anche se non ne controllava il contenuto all’interno. Maggi consegnava la borsa al proprio superiore gerarchico, rimasto all’inizio della Via D’Amelio (lato via Dell’Autonomia Siciliana) a comunicare, via radio, con gli altri funzionari. Quest’ultimo funzionario (trattasi del menzionato dottor Fassari della Sezione Omicidi) teneva la borsa del Magistrato fino a quando, ad un certo punto, rivedendo il sottoposto, gli ordinava di portarla subito negli uffici della Squadra Mobile (“Ancora qua sei? -dice- Piglia 'sta borsa e portala alla Mobile”). Così faceva il Maggi, che la portava dentro l’ufficio del dottor Arnaldo La Barbera (dove entrava con l’aiuto dell’autista del dirigente), lasciandola sul divano dell’ufficio.

Stralcio della relativa deposizione, dalla quale risulta anche che la relazione di servizio sulla propria attività di polizia giudiziaria (come appena visto, tutt’altro che secondaria), veniva redatta soltanto 5 mesi più tardi, su esplicita richiesta del dottor Arnaldo La Barbera ed unicamente in vista dell’audizione (pochi giorni dopo) del teste davanti al Pubblico Ministero di Caltanissetta, dottor Fausto Cardella:
  • P.M. Dott. GOZZO - Sovrintendente, perfetto. Le volevo chiedere se lei ebbe modo, il 19 luglio del 1992, di intervenire presso via D'Amelio.
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, le spiego: io quel giorno non dovevo lavorare, mi hanno chiesto un turno di servizio perché periodo di ferie e quindi ho acconsentito a questa cosa. Mi trovavo negli uffici dove noi espletavamo servizio normalmente, a disposizione del funzionario di turno, di...
  • P.M. Dott. GOZZO - Quindi stiamo parlando, mi scusi, degli uffici della Squadra Mobile di Palermo?
  • TESTE MAGGI F.P. - Della Squadra Mobile di Palermo. Ora non ricordo bene l'orario, all'incirca è quello che sappiamo tutti, la... quando sono successi i fatti. Ho sentito un po' di trambusto e quindi... la cosa era abbastanza grave, perché c'erano colleghi abbastanza concitati, chi
  • correva a destra. Io, così, istintivamente presi le chiavi e mi recai subito a prendere il funzionario di turno; quel giorno era il dottor Fassari della Sezione Omicidi, e subito mi recai sul posto, presi contatto con la Sala Operativa, gli dissi che avevo il funzionario a bordo e quindi mi portavo in via... in via D'Amelio. Avrò messo pochissimo, Signor Presidente, ora non riesco a quantificare, fatto sia che il Ministero addirittura mi voleva addebitare l'auto, in quanto ho bruciato il motore e quindi... saranno passati minuti, non... Arrivato, giunto sul posto, notai subito che c'erano i Vigili del Fuoco che già stavano operando, una coltre di fumo e ancora vetri che... che saltavano in aria, macchine andate a fuoco. Mi addentrai per vedere, cioè, se c'era qualcosa da fare; subito mi sono reso conto che per i colleghi purtroppo non c'era niente da fare e mi misi alla ricerca subito di prove, di qualche indizio che poteva servire. Non potendo fare altro, feci quello; solo che lo feci in più riprese, perché il fumo era così denso che non mi permetteva di permanere molto tempo sul posto e quindi trovai uno straccio, lo bagnai e mi feci spazio. Arrivato a un certo punto, notai... presumo che era l'auto del magistrato, una Croma azzurra. I miei ricordi sono sfuocati, la mia relazione di servizio al tempo è abbastanza dettagliata.
  • P.M. Dott. GOZZO - Eh, ma siccome non si può acquisire, io, Presidente, chiederei, visto che è una nota a firma proprio del... del 21 dicembre '92, di mostrarla al teste.
  • P.M. Dott. GOZZO - Perfetto. E allora, la prima domanda che le vorrei fare, perché adesso vorrei che... lei già ha dato, diciamo così, una prima descrizione dei fatti come li ricorda. Io le volevo chiedere, ma è un dato, diciamo, che salta agli occhi: questa nota ha una data, che è quella del 22 dicembre del 1992, stiamo parlando del 21 dicembre 1992, stiamo parlando, quindi, di -mi scusi- cinque mesi dopo i fatti. Può specificare alla Corte per quale motivo venne fatta questa relazione (….) tutto questo tempo dopo?
  • TESTE MAGGI F.P. - ...al momento poi io subentrai a far parte del gruppo di lavoro Falcone - Borsellino, che è stato instaurato. 'Sta relazione non so perché non... non la feci al momento, l'ho fatta successivamente e la consegnai al dottor La Barbera personalmente, il capo della...
  • P.M. Dott. GOZZO - Ecco, infatti, questa è un'altra cosa che le volevo chiedere: la relazione è diretta al signor dirigente della Squadra Mobile sede. Ebbe una richiesta in questo senso da parte del dottore La Barbera?
  • TESTE MAGGI F.P. - Una richiesta in che senso? Mi scusi.
  • P.M. Dott. GOZZO - Una richiesta di redigere dopo tutti questi mesi, insomma...
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, magari lui si... si incavolò su questa cosa, dice: "Come mai ancora non l'hai fatta la relazione?" "Dottore, fra una cosa e un'altra mi... non l'ho fatta", mi... mi giustificai così.
  • P.M. Dott. GOZZO - E si ricorda, appunto, quali erano i motivi per cui le venne chiesta la relazione? Si ricorda se in quei giorni...?
  • TESTE MAGGI F.P. - E perché dovevo essere sentito a... al tempo mi sentì il dottor Garofalo, mi pare, se non...
  • P.M. Dott. GOZZO - Il dottore Cardella.
  • TESTE MAGGI F.P. - Cardella, mi scusi, Cardella.
  • P.M. Dott. GOZZO - Quindi doveva essere sentito il 29 dicembre dal dottore Cardella. (…) Quindi fu questo il motivo.
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, sì.
  • P.M. Dott. GOZZO - E il dottore La Barbera lo sapeva, evidentemente, e quindi...
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, esatto.
  • P.M. Dott. GOZZO - ...le chiese di fare questa relazione.
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì.
  • P.M. Dott. GOZZO - Senta, lei ricorda... ecco, lei già ha riferito su quello che ricordava oggi, diciamo, relativamente a quello che le venne detto quando avvenne lo scoppio. Lei ricorda, in particolare, se venne detto dove vi era stato questo scoppio? Subito, diciamo così.
  • TESTE MAGGI F.P. - No, subito no, lo appresi tramite... tramite radio, dando la mia sigla radio, ho chiesto più... più informazioni alla Sala Operativa e... mi specificò che c'era stata una deflagrazione, si presume che fosse la scorta del dottore Borsellino.
  • P.M. Dott. GOZZO - Ma visto che lei si è recato a prendere il dottore Fassari, doveva avere un'idea su dove recarsi. (…) Dico, è sicuro? E' sicuro, e per questo. (…) a suo ricordo, la invito a leggere la sua relazione, che inizialmente non venisse riportata, anche se genericamente, la zona in cui era avvenuta l'esplosione?
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, qua io lo menziono che lo apprendevo dalla Sala Operativa che... (…) Via Autonomia Siciliana.
  • P.M. Dott. GOZZO - Via Autonomia Siciliana, perfetto. Poi, successivamente, in macchina apprendeste di via D'Amelio.
  • TESTE MAGGI F.P. - E' chiaro, sì.
  • P.M. Dott. GOZZO - Avete appreso proprio che si trattava di via D'Amelio.
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, sì.
  • P.M. Dott. GOZZO - Senta, e quand'è che ha avuto la consapevolezza che si trattava, ecco, di una blindata, che si trattava di un magistrato, che si trattava del dottore Borsellino e degli uomini della scorta del dottore Borsellino?
  • TESTE MAGGI F.P. - Subito, subito, nell'immediatezza, quando sono arrivato.
  • P.M. Dott. GOZZO - Cioè che cosa attirò la sua attenzione?
  • TESTE MAGGI F.P. - Io quando... quando arrivai sul posto, ho visto davanti all'ingresso del... dell'edificio dei corpi smembrati; tutti i corpi presentavano mutilazioni sia degli arti superiori che degli arti inferiori, a terra c'erano solo tronchi. Riconobbi subito il dottor Borsellino, perché i dati somatici del viso erano rimasti intatti, anche se il corpo era carbonizzato lo riconoscevo, l'ho riconosciuto dai baffetti, e quindi senza ombra di dubbio ho riconosciuto il dottor Borsellino. I colleghi un po' meno, erano più dilaniati.
  • P.M. Dott. GOZZO - Sì. Lei poco fa ha detto, appunto, che la prima cosa che ha fatto non appena è arrivato, prima di tutto ha visto i Vigili del Fuoco che già spegnevano...
  • TESTE MAGGI F.P. - Prima... prima mi accertavo che... di quello che era successo, se c'era ancora qualche... qualcuno che bisognava aiuto, che... subito dopo mi sono reso conto che per i colleghi non c'era... e per il dottore non c'era più niente da fare.
  • P.M. Dott. GOZZO - Ma erano già presenti i Vigili del Fuoco?
  • TESTE MAGGI F.P. - Mi pare... erano presenti, un'autopompa già era presente quando sono arrivato.
  • P.M. Dott. GOZZO - Quindi quando lei è arrivato, anche per collocare temporalmente, diciamo, il suo arrivo, erano arrivati già i Vigili del Fuoco.
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, un'autopompa me la ricordo benissimo.
  • P.M. Dott. GOZZO - Perfetto. Ricorda se c'erano delle Volanti presenti, oltre a voi?
  • TESTE MAGGI F.P. - Questo non lo so, non glielo so dire, dottore, perché io, come ripeto, mi sono proiettato immediatamente sul posto dove è successo l'attentato e quindi davanti a me... cioè cercavo solo tracce e non... Subito dopo che...
  • P.M. Dott. GOZZO - Perfetto. E allora, andiamo su queste cose, anche per cercare di quantificare il periodo di tempo che lei ha speso, diciamo, prima di arrivare sulla macchina del Procuratore Aggiunto Borsellino. Nella fattispecie le volevo chiedere: quindi, lei ha detto che la prima cosa che ha fatto è verificare se c'erano, appunto (…) le condizioni dei colleghi. Anche perché c'era un collega vivo lì presente, lei lo ricorda?
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, era... era all'ingresso del... di via D'Amelio, con le mani giunte sul capo, seduto sul marciapiede, sconvolto, non... Non mi sono preoccupato di fargli domande, perché ho capito lo stato in cui versava e quindi (…) non c'ho fatto caso. Cioè ho riconosciuto il collega Vullo, però ho tirato avanti e...
  • P.M. Dott. GOZZO - E quindi ha fatto questa prima verifica sui corpi. Li ha rinvenuti tutti? Cioè...
  • TESTE MAGGI F.P. - Mancava solo Traina, perché era rimasto attaccato, quel che restava del collega, in un albero; forse era un rampicante che adornava l'ingresso dell'edificio, era...
  • P.M. Dott. GOZZO - Quindi, diciamo, non vorrei sembrare macabro, ma è sempre per calcolare il tempo necessario. (…) Lei è riuscito a trovare sei corpi.
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, gli altri... Cosina era dentro l'auto, carbonizzato, mi ricordo. Poi c'era Manuela Loi che a terra era proprio... l'ho riconosciuta che era rimasto un seno intatto e ho capito che si trattava della ragazza. Gli altri, Catalano e gli altri, non... non riuscivo a distinguerli; ho riconosciuto il dottore Borsellino, come gli ho detto, che il viso proprio era... era solo carbonizzato, però si vedeva che era il dottore Borsellino, dai dati somatici, ecco.
  • P.M. Dott. GOZZO - Senta, per riuscire a comprendere: in tutto questo lei seguiva il dottore Fassari oppure era per i fatti suoi?
  • TESTE MAGGI F.P. - No, il dottor Fassari l'ho perso di vista, perché il dottor Fassari aveva acciacchi. Io mi... mi sono dato molto da fare, non... non so che fine ha fatto il dottor Fassari. (…) Ah, faccio una premessa: subito dopo il mio istinto mi ha portato... via D'Amelio è una strada chiusa, confina con un giardino. Qualcosa mi faceva dire che se... qualcuno che aveva progettato tutto questo fosse ancora là e quindi, così, magari inconsciamente, magari subito dopo mi sono reso conto di quello che stavo facendo. Mi sono addentrato pure dentro il giardino, a rischio e pericolo mio; poi sono ritornato sui miei passi, sono ritornato ancora sul posto dell'accaduto, dell'attentato.
  • P.M. Dott. GOZZO - E ha visto qualcosa di interessante all'interno del giardino?
  • TESTE MAGGI F.P. - Non ho visto niente, anche perché la vegetazione era fitta, c'erano spine, non mi permetteva più di andare avanti.
  • P.M. Dott. GOZZO - Mi scusi se a questo punto intervengo su questo punto, ma il cancello era aperto? Quindi lei è riuscito ad entrare.
  • TESTE MAGGI F.P. - Non lo so, perché io ho scavalcato una recinzione, mi sono strappato il pantalone. (…) non sono entrato da un ingresso.
  • P.M. Dott. GOZZO - Glielo chiedo perché nelle fotografie il cancello appare aperto, quindi volevo capire se lei aveva (…) Se lei mi dice che ha scavalcato (…) evidentemente non era aperto. Ricorda
  • anche se c'era un muro oltre al cancello? Forse è passato dal muro.
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, mi pare che c'è un muro di contenimento.
  • P.M. Dott. GOZZO - Quindi forse sarà passato da là.
  • TESTE MAGGI F.P. - Non sono sicuro, ma mi pare... mi sembra di sì.
  • P.M. Dott. GOZZO - Senta, quindi, per riuscire a comprendere, lei arriva quando ci sono già i Vigili del Fuoco, quindi siamo...
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, sì.
  • P.M. Dott. GOZZO - Questo lo data, da quello che sono le sue conoscenze (…) una decina di minuti dopo il fatto. (…) Già stavano spegnendo, quindi forse qualcosa di più.
  • TESTE MAGGI F.P. - Stavano spegnendo le auto.
  • P.M. Dott. GOZZO - E poi ha visto tutte queste persone, quindi aggiungo un'altra... Quindi possiamo dire che a questo punto siamo a circa venti minuti dal fatto e lei comincia a verificare che cosa c'è...
  • TESTE MAGGI F.P. - Qualche minuto prima, un quarto d'ora. Eh, ma ero
  • molto concitato io, non (…) tutto quello che... che mi si mostrava agli occhi era una cosa proprio...
  • P.M. Dott. GOZZO - Sconvolgente.
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì. (…) Ma io in quel momento cercavo un qualcosa di utile, perché non c'era più niente da fare là, e l'unica cosa era la ricerca di prove, di indizi, di qualcosa, va'.
  • P.M. Dott. GOZZO - Senta, e quindi dopo avere cercato, diciamo così, i colleghi e il magistrato che erano state vittime di questo fatto, lei che cosa ha fatto?
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, ho visto il... il vigile del fuoco che stava spegnendo l'auto, l'auto azzurra, presumo che era quella del magistrato.
  • P.M. Dott. GOZZO - Si ricorda dov'erano le fiamme? Cosa stava spegnendo?
  • TESTE MAGGI F.P. - Già era quasi spenta l'auto, perché già l'aveva domato.
  • P.M. Dott. GOZZO - Ricorda se la macchina era aperta o era chiusa?
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, la portiera era aperta.
  • P.M. Dott. GOZZO - Quale era aperta?
  • TESTE MAGGI F.P. - Sennò non potevo vedere la borsa.
  • P.M. Dott. GOZZO - Quale portiera era aperta?
  • TESTE MAGGI F.P. - Lato sinistro, lato di... del guidatore, posteriore... no, sinistro, sì.
  • P.M. Dott. GOZZO - Quindi non quello del guidatore, l'altro sarebbe quello di sinistra.
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, quello... quella dietro, la portiera dietro. (…) E scorsi la borsa. Gli dissi ai Vigili del Fuoco di indirizzare... siccome era fumante, quella borsa mi sembrò l'unica cosa che potevo recuperare.
  • P.M. Dott. GOZZO - Dov'era posizionata la borsa esattamente? Se lo ricorda.
  • TESTE MAGGI F.P. - La borsa non era posizionata come di solito uno entra in auto e poggia la borsa e la fa poggiare nello schienale; la borsa era riversa di mezzo lato tra il sedile anteriore e posteriore, come se fosse caduta la borsa, inclinata.
  • P.M. Dott. GOZZO - (…) Senta, quindi poi, effettivamente,il vigile del fuoco bagnò la...?
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, sì, seguì le mie indicazioni.
  • P.M. Dott. GOZZO - Lei ricorda se la borsa era vuota, piena? Come le sembrava?
  • TESTE MAGGI F.P. - La borsa, sì, già mi è stata fatta più volte quella (…) La borsa era piena, sicuramente, e abbastanza pesante, perché questo me lo ricordo, va', non è che... è normale che me lo ricordo. La borsa, sì, conteneva materiale all'interno.
  • P.M. Dott. GOZZO - Conteneva materiale all'interno. Lei ha avuto modo di aprirla?
  • TESTE MAGGI F.P. - No, non... non mi è passato, dottore, perché a me mi interessava nell'immediatezza, cioè, recuperare la borsa e quindi avvertire
  • il funzionario che... del rinvenimento della borsa, e poi prodigarmi assieme agli altri a prestare sempre là assistenza a chi... C'erano persone che sgombravano, bambini, mi trovai con un neonato in mano, gente che urlava, si può immaginare le scene. (…) Una bambina di... di un paio di mesi, io l'avevo in braccio, l'ho portata all'ambulanza.
  • P.M. Dott. GOZZO - Questo prima o dopo la borsa? Se lo ricorda.
  • TESTE MAGGI F.P. - Dopo la borsa.
  • P.M. Dott. GOZZO - Dopo. E' sicuro di questo?
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, perché poi fui avvicinato dal funzionario, dice: "Ancora qua sei? - dice - Piglia 'sta borsa e portala alla Mobile".
  • P.M. Dott. GOZZO - Quindi lei aveva avuto modo di interloquire sul fatto della borsa con il funzionario?
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì.
  • P.M. Dott. GOZZO - E che cosa vi siete detti, diciamo, relativamente alla borsa?
  • TESTE MAGGI F.P. - Niente, e... di portare la borsa alla Mobile e consegnarla al... all'ufficio del dottore La Barbera.
  • P.M. Dott. GOZZO - Fu una disposizione del funzionario di non aprire la borsa e di portarla immediatamente in...?
  • TESTE MAGGI F.P. - No, non ci furono disposizioni in tal senso, ma a me non mi... non mi passava proprio per la testa di aprirla, non...
  • P.M. Dott. GOZZO - Sì. Senta, e una volta che lei poi si è... Quindi, se ho capito bene, mi corregga se sbaglio, la successione degli eventi, voi arrivate quando ci sono già i Vigili del Fuoco in operazione; lei prima vede i corpi, poi vede la borsa.
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì.
  • P.M. Dott. GOZZO - Poi la bambina e poi Fassari le dice: "Ma ancora qua sei? Vai".
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, sì.
  • P.M. Dott. GOZZO - A questo punto lei va via, quindi, diciamo, siamo all'incirca mezz'ora - tre quarti d'ora dopo l'evento, diciamo.
(pagg 908-939)

Il grande depistaggio su Borsellino e il caso di Gaetano Murana.  Per la prima volta, ecco tutta la storia del netturbino Gaetano Murana ingiustamente accusato dell’omicidio di Paolo Borsellino e tenuto in prigione per 18 anni, un estratto da Patria 2010-2020, l’ultimo libro di Enrico Deaglio

  • Gaetano Murana è un netturbino di 51 anni, accusato dal pentito Vincenzo Scarantino di aver avuto un ruolo chiave nell’omicidio di Paolo Borsellino.
  • Accusato di strage, viene condannato all’ergastolo e trascorrerà in carcere 18 anni.
  • La sua vicenda si incrocia con quella di ambasciatori, ambigui generali e uomini delle forze speciali.

Murana, in questo 2010, ha 51 anni. Disorientato, molto magro, molto povero. Solo adesso comincia a farsi vedere in giro: aule di processi a Palermo o Caltanissetta, lo studio del suo avvocato Rosalba Di Gregorio, l’unica persona che – letteralmente con le unghie – l’ha strappato all’inferno. Murana era condannato all’ergastolo e si è fatto 18 anni di carcere, di cui molti a Pianosa, al famoso 41-bis, di cui tutti parlano ancora adesso: legnate e perquisizioni anali, microspie e preservativi dentro la minestra. Era il 1994, la sera del 17 luglio. Gaetano Murana e sua moglie Antonella erano seduti sul divano del loro modestissimo appartamento nel modestissimo quartiere della Guadagna, a Palermo. Sono sposini, il loro figlio di un anno, Giuseppe, dorme nella culla. Guardano – come tutti gli italiani, anzi come tutto il pianeta – la finale della Coppa del Mondo. Si gioca, nel caldo torrido del Rose Bowl di Pasadena, Usa, la finale tra l’Italia di Roberto Baggio allenata da Arrigo Sacchi e il Brasile di Rómario. Nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo (siamo sullo 0 a 0), il Tg5 trasmette un breve telegiornale. Tra le poche notizie, una che fa sobbalzare Murana: «Vincenzo Scarantino, piccolo mafioso di Palermo, ha reso piena confessione e si è autoaccusato della strage di via D’Amelio in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta». «Scarantino! Ma pensa tu!» Murana lo conosce: abita a cinquanta metri da casa sua. La partita finisce 0 a 0, anche i supplementari finiscono 0 a 0. Si va ai rigori, che, come tutti ricordano, sono infausti per noi. I coniugi Murana vanno a letto amareggiati. La mattina Gaetano deve alzarsi presto, lavora a tempo pieno, assunto con concorso – all’Amia, nettezza urbana. Esce di casa, sale in macchina; visto che non c’è nessuno fa cento metri in senso vietato e – mannaggia – una civetta della polizia lo ferma. Documenti, Murana pensa di cavarsela con una multa, ma non è così. Arrivano altre volanti, lampeggianti, sirene, sgommate, clacson e in corteo verso la Squadra Mobile della Questura. Murana non capisce cosa sia successo. «Un regalo che ci ha fatto Scarantino», gli dice un agente. Lo portano nello stanzone della Squadra Mobile, che ha una brutta fama. Gli mettono in mano un foglio con le accuse che gli vengono rivolte: "Strage, l’omicidio del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta”. I palermitani del popolo certe volte sono buffi quando nella loro parlata lenta e greve storpiano i nomi importanti. E così a Murana, scappa di dire: «A mia?… Ucciso al dottore Buorselline? Ma che siamo su Scherzi a parte?». E qui gli arriva la prima scarica di legnate. La prima di una lunga serie. Diciotto anni di galera, accusato dal “falso pentito” Scarantino di aver fatto da staffetta, in motorino, la mattina del 19 luglio 1992, alla Fiat 126 imbottita di tritolo della strage di via D’Amelio. Che Scarantino fosse falso lo sapevano tutti, che Murana fosse innocente, pure. Ambedue facevano però parte della Storia, un’incredibile storia italiana che continua a scorrere ancora oggi, un po’ nascosta, un po’ affiorante, perché il passato non è mai morto, anzi non è neanche mai passato. Sembra la trama di un romanzo di appendice. Il primo a comparire sulla scena è un importante ambasciatore.

L’AVVENTURA DELL’AMBASCIATORE Il 4 agosto 1993 Francesco Paolo Fulci, ambasciatore italiano alle Nazioni Unite, salì sul volo Alitalia New York-Milano per una missione urgente. Secondo quanto raccontato dallo stesso Fulci ai magistrati, si recò all’Hotel Principe di Savoia dove lo aspettava il comandante generale dei carabinieri Luigi Federici. Fu un incontro breve, durante il quale Fulci consegnò al generale, di cui era amico, una lista di 16 nomi. Poi tornò in aeroporto e prese lo stesso volo Alitalia che lo riportò oltre-Atlantico, tra lo stupore dell’equipaggio, il medesimo dell’andata. Quei giorni erano fra i più tesi e drammatici della storia della Repubblica. Dopo le paurose bombe di Palermo del 1992, l’Italia ora assisteva al bombardamento delle Gallerie degli Uffizi di Firenze e agli attentati di Milano e Roma. Altri attentati erano stati sventati o non divulgati; la sede del governo, presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, era stata colpita da un black-out molto minaccioso. A Milano , il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari si era suicidato nel carcere di San Vittore, e il potente industriale Raul Gardini era stato trovato con un colpo alla tempia nel suo letto. Il ruolo di ambasciatore alle Nazioni Unite faceva di Fulci il più importante diplomatico italiano in un Paese, il cui principale quotidiano, il New York Times, commentando le bombe italiane, parlava di «clima da colpo di stato» e del coinvolgimento di «servizi segreti deviati». E Fulci qualcosa sapeva: dopo essere stato ambasciatore alla Nato a Bruxelles ai delicati tempi delle rivelazioni su Gladio, l’ambasciatore aveva appena terminato un incarico che era stato per lui molto drammatico. Cossiga, capo dello Stato, e Andreotti, presidente del Consiglio, due anni prima gli avevano pressantemente chiesto di assumere la carica di direttore del Cesis, l’istituzione che sovraintendeva ai nostri due servizi segreti, Sisde e Sismi. Il biennio passato in quel posto fu, per Fulci, tumultuoso e molto pericoloso. Venne immediatamente minacciato di morte, spiato e intimidito con microspie fino in camera da letto, scoprì che la misteriosa sigla “Falange armata” che rivendicava telefonicamente tutti i fatti di sangue in Italia (oltre che firmare le minacce alla sua persona) lo faceva direttamente dagli uffici periferici dei servizi, e in orario d’ufficio. Fulci conduce un’inchiesta e fa arrestare per malversazioni miliardarie una potente struttura che aveva conquistato i vertici del Sisde, i cui personaggi sono legati all’estrema destra. Lascia (con proprio grande sollievo) il posto di direttore del Cesis nell’aprile del 1993 per assumere il nuovo incarico all’Onu e prende possesso della sua nuova residenza a Manhattan. Sistemando i libri nella biblioteca, ne mostra uno alla moglie Claris, tra le cui pagine aveva inserito un foglietto: «Se un giorno mi dovesse succedere qualcosa, ricordati di questa lista di nomi». Erano, ovviamente, i 16 nomi che ora aveva in mano il generale Federici. Chi sono? Sono militari di diverso grado, in forza al Sismi, esperti in sabotaggio ed esplosivo, molti provengono dalla divisione Folgore; formano l’Ossi (Organizzazione speciale servizi italiani), che fa parte della VII divisione del Sismi, con sede a Cerveteri, hanno partecipato, all’estero, ad alcune operazioni molto riservate. Fulci chiede a Federici di svolgere un’indagine interna «per escludere che queste persone siano state nei paraggi degli attentati alle date degli stessi e rendere quindi onore ai nostri servizi segreti» (è un po’ come dicono i medici coscienziosi: «Facciamo una Tac per escludere…»); ma è con qualche stupore che il giorno dopo, tornato a New York, riceve una telefonata dal presidente Scalfaro che si mostra al corrente di tutto e gli chiede di dare la lista anche al capo della polizia Vincenzo Parisi. L’ambasciatore Fulci provvede, il capo della polizia lo informa di aver incaricato la magistratura di svolgere le indagini con assoluta urgenza. Immagino che adesso il lettore vorrà sapere tantissime cose: chi erano quei tipacci? Erano davvero loro ad aver messo le bombe? Addirittura c’entravano con la morte di Falcone e Borsellino? O la Tac richiesta dall’ambasciatore Fulci aveva fortunatamente salvato l’onore dei servizi segreti italiani? E soprattutto: questa spy story cosa a che fare con le vicende del povero Gaetano Murana?

MIO CUGINO NINO GIOÈ. Antonino Gioè detto Nino è una persona importante in Cosa Nostra. Viene dal paese di Altofonte, sopra Palermo, tra i boschi, un posto scosceso di vecchie case dai balconi di ferro, sede di una famiglia, i Di Carlo, che ha i quattro quarti della nobiltà mafiosa. Ha un cugino importante, lui stesso ha buone relazioni, è stato paracadutista nella divisione Folgore. Nel 1993 lo hanno beccato a Palermo, una soffiata: in un appartamento dove si nascondeva, peraltro pieno di microspie. Si è scoperto che è stato lui – materialmente – a sistemare l’esplosivo sotto l’autostrada a Capaci, lo hanno portato al 41-bis a Rebibbia. Dicono che voglia collaborare…Nella notte tra il 28 e il 29 luglio 1993 lo trovano morto impiccato in cella, il corpo accartocciato su un tavolino, tutto il peso è retto dai lacci delle scarpe che ha appeso alla grata della finestra… C’è una persona che si turba moltissimo alla notizia proveniente da Rebibbia. Un po’ si sente responsabile di quella morte, un po’ pensa che forse la stessa cosa possa succedere a lui. Si chiama Francesco Di Carlo, è il cugino di Nino Gioè, il vero capo della famiglia di Altofonte, trafficante internazionale di droga, da dieci anni rinchiuso nelle carceri inglesi, per aver organizzato un import-export di eroina e cannabis per la bella cifra di 350 miliardi di sterline. Ma Di Carlo è custode di molti segreti e per questo motivo non è al carcere duro; lo tengono nella prigione di Full Sutton, su al Nord, nello Yorkshire, dove ha una certa libertà. Può telefonare, ricevere la posta, spedire lettere, e può anche ricevere visite. Un giorno del 1988 vennero da lui tre distinti personaggi per una chiacchierata. Due italiani e un inglese, ma parlarono solo quelli che si chiamavano Giovanni e Nigel, il terzo se ne stette molto taciturno. Gli chiedevano, in sostanza, se poteva fare qualcosa per la situazione che si era venuta a creare a Palermo; c’era questo giudice, Giovanni Falcone, che stava esagerando con le indagini… Bisognava fare qualcosa; no, non ucciderlo, ma fargli capire… Conosceva qualcuno di fidato cui rivolgersi? Di Carlo diede il nome di suo cugino Nino Gioè. Tempo dopo Gioè gli fece sapere che aveva incontrato i suoi amici: «Hanno mezza Italia tra le mani, possiamo fare tante cose». Di Carlo rispose: «Sì, fanno favori, però vedi che al minuto opportuno scaricano, stai attento sempre». Adesso il lettore vorrà sapere chi era quel tipo taciturno che stava insieme a Giovanni e Nigel. O sapere come mai, intorno alle stragi, si addensano liste di nomi di ufficiali paracadutisti della Folgore. DOMANI 11.12.2020

19.7.1994 Conferenza stampa Tinebra e Boccassini su ruolo di Scarantino 

A cura  di Claudio Ramaccini Resp. Ufficio Stampa e Comunicazione Centro Studi Sociali contro le mafie - Progetto San Francesco

 

I cookie vengono utilizzati per migliorare il nostro sito e la vostra esperienza quando lo si utilizza. I Cookie tecnici impiegati per il funzionamento essenziale del sito sono già stati impostati. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli, vedere la nostra cookie policy.

Accetto i Cookie da questo sito.