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GIOVANNI PAPARCURI: "sopravvivere ad una strage"

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 SOPRAVVIVERE AD UNA STRAGE - Di Giovanni Paparcuri - Scrivo perché voglio fare conoscere alla gente come lo Stato tiene in considerazione un sopravvissuto ad una strage mafiosa (almeno nel mio caso). Mi trovo a sfogarmi in rete, perché non ho avuto, non ho e non avrò - purtroppo - mai delle risposte che soddisfino i miei tanti interrogativi.un sopravvissuto ad una strage mafiosa (almeno nel mio caso). Mi trovo a sfogarmi in rete, perché non ho avuto, non ho e non avrò - purtroppo - mai delle risposte che soddisfino i miei tanti interrogativi. Mi sfogo in questo libro-racconto, perché in un certo qual modo mi aiuta a contrastare i tristi ricordi che mi accompagnano da 24 anni, e magari mi illudo che "finendo" il racconto, in un colpo, possano, questi ricordi, anch'essi sparire. A scanso di equivoci voglio sottolineare che la mia non è una rivendicazione economica, sindacale o qualcosa del genere, né è indirizzato contro qualcuno in particolare. Ripeto, è solo uno sfogo ai tanti bocconi amari che ho dovuto ingoiare dopo quel tragico giorno. Perché dopo 24 anni? Perché francamente mi sono stancato! Mi viene difficile continuare a sopportare e fare finta che tutto vada per il verso giusto. Così come mi riesce difficile dare una risposta razionale al comportamento, offensivo per la mia dignità , per la mia morale e per la mia intelligenza di uomo onesto, tenuto da tante persone, troppe persone istituzionalmente preposte, le quali hanno sempre finto solo meraviglia per la situazione, ma soprattutto l'interesse di risolverla non è stato mai posto in essere, escogitando di anno in anno nuovi escamotage tanto inutili quanto dannosi, lasciando le cose così come sono. Premetto anche che scriverò di getto e senza ordine cronologico, cercando di fare meno errori possibili, comunque non sono uno scrittore, né un giornalista. Sono consapevole che è effimero, ma l'idea di scrivere per ordinare e condividere con qualcuno i miei ricordi, le mie delusioni e le mie emozioni mi dà sollievo. Scrivo per riuscire a capire il perché di assurdi comportamenti da parte delle Istituzioni, comportamenti che hanno del paradossale e dell'incredibile. Scrivo perché mi aspettavo una risposta da alcuni politici ai quali ho chiesto di darmi delle plausibili spiegazioni (sic!) Scrivo perché spero che affidando il mio racconto alla rete qualcuno possa soddisfare le mie richieste. Scrivo per me stesso. Sono trascorsi 24 anni, circa un quarto di secolo, e a distanza di tutti questi anni, di recente, lo Stato, quello stesso Stato per cui ho rischiato la vita, mi tratta ancora una volta malamente. Credetemi non è facile affermare ciò, ma continuando a leggermi spero che mi darete ragione e spero anche che qualcuno mi dia una spiegazione e/o mi La chiazza di sangue che si nota in basso a sinistra della foto, mi appartiene, è il sangue che mi zampillava dalla testa, dalla mano destra e da altre parti del corpo. Per scrivere queste righe ho scelto questo giorno volutamente, oggi è il 23/05/2007, il 15° anniversario della strage Falcone. Il Giudice Falcone ho avuto modo e l'onore di conoscerlo abbastanza bene, frequentandolo per circa 10 anni, così come Borsellino, Caponnetto e tutti gli altri Giudici che hanno composto il mitico pool antimafia. Con loro ho trascorso, forse, i giorni più belli della mia vita, sono stati momenti molto faticosi, ma belli, sia dal punto di vista umano che professionale, soltanto loro sono riusciti a farmi superare i momenti di sconforto, specialmente Falcone, che usava dirmi: "'u Signuri ciù paga" (il Signore glielo paga) Già ! Purtroppo sia Falcone che Borsellino sono stati anch'essi uccisi con la stessa metodologia terroristica. Per fortuna il Consigliere Caponnetto è venuto a mancare per cause naturali. Da loro ho ricevuto un preziosissimo regalo: hanno partecipato al mio matrimonio.

 

 

Giovanni Paparcuri, tre vite una sola memoria Era l'autista di Giovanni Falcone, il 29 luglio del 1983 andò a prendere sotto casa Rocco Chinnici. Volevano riformarlo a 27 anni, ma non si è arreso. Ecco perché. La sua testimonianza sabato su RaiUno, nel programma A sua immagine. Un uomo diritto nell’ anima e nel corpo, ferito ma non piegato. Lo senti parlare, lo guardi puntare quello sguardo intelligente e franco che non scappa mai e capisci che è stata la dirittura dell’ anima di Giovanni Paparcuri a tenere diritto il resto. Il misto di sana rabbia (ma lui direbbe un’ altra parola più colorita, più siciliana) e di ironia che sdrammatizza hanno tenuto e tengono a bada un dolore che non se ne va mai del tutto: perché sopravvivere è un po’ morire e non ci si fa mai pace. La prima vita di Giovanni Paparcuri è finita il 29 luglio del 1983. Anni prima aveva lasciato il lavoro in ferrovia, rimettendoci qualche soldo (non pochi) per seguire un desiderio: «Mi piaceva guidare veloce, in situazioni difficili». Vinse il concorso per autista giudiziario, il suo compito era guidare le blindate con i vetri da 4 centimetri su cui viaggiavano i magistrati a rischio di Palermo. Era stato a lungo autista di Giovanni Falcone, nell’ estate del 1983 accompagnava Rocco Chinnici Consigliere istruttore di Palermo. 29 luglio 1983 - Alle 8 di mattina del 29 luglio Paparcuri arrivò in via Pipitone Federico per prelevare il giudice sotto casa, sistemò l’ auto accanto a una 126. Con lui c’ erano il maresciallo Mario Trapassi e l’ appuntato Salvatore Bartolotta. «Bartolotta quel giorno era contrariato perché doveva essere altrove, aveva coperto il turno di un collega, a un certo punto mi chiese di andare io a sistemare la ricetrasmittente nella blindata. Stavo fissandola quando vidi che mi faceva il segnale consueto che indicava che il Consigliere era per le scale. Mi fermai nell’ auto ad aspettare». Quel gesto gli salvò la vita, se fosse sceso dall’ auto sarebbe morto come gli altri quattro: i carabinieri, il consigliere e il portiere del palazzo Stefano Li Sacchi: «È morto per un atto di stima: attendeva il consigliere ogni mattina, la stretta di mano era il suo gesto di riconoscenza non al magistrato – niente a che vedere con il servilismo di certi docili al potere – ma all’ uomo, all’ immenso cuore di Rocco Chinnici che non si tirava mai indietro davanti alle persone». Giovanni Paparcuri accenna a una foto appesa nella prima stanza delle tre del bunkerino dentro il palazzo di Giustizia di Palermo, che “Papa” - come lo chiamava Giovanni Falcone - oggi custodisce come un luogo dell’ anima, non come un museo, anche se il suo nome ufficiale ora è: Museo Falcone-Borsellino: «È una parola che non mi piace proprio: mi evoca oggetti inanimati e polvere. Per me questo luogo è vivo: c’ è dentro la vita che ho condiviso con le persone che non ci sono più». La foto ritrae via Pipitone dopo la devastazione del primo attentato commesso con autobomba, la 126, azionata con un telecomando. Per le modalità la strage è gemella di via d’ Amelio. Paparcuri indica le chiazze sull’ asfalto. È sangue: il suo. La deflagrazione gli ha danneggiato i timpani e il cristallino di un occhio; gli ha quasi staccato due dita della mano destra e gli ha lasciato in testa, in un gomito e in un ginocchio una collezione di schegge che ci sono ancora e nell’ anima macerie difficili da quantificare. Per anni è andato in via Pipitone a rendere omaggio di nascosto: «C’ è una domanda che mi porto dentro: Bartolotta e Tirabassi avevanno nove figli in due, io ancora nessuno, perché mi sono salvato io?». La seconda vita Quando dopo un anno di convalescenza Paparcuri provò a tornare a lavorare, ben sapendo che l’ idoneità per guidare una blindata sarebbe venuta meno, l’ ospedale militare gli propose un congedo, volevano riformarlo: in pensione a 27 anni. Rifiutò: «Firmare mi sarebbe sembrata una resa, un tradimento verso me stesso, lo Stato e soprattutto le persone che erano morte nella strage che aveva ucciso anche qualcosa di me». Oggi Paparcuri chiama quella voglia di resistere con una metafora siciliana: «corna dure», che non gli hanno impedito di sentirsi un tantinello “cornuto e mazziato” quando lo Stato, prendendo atto che non voleva arrendersi al corpo segnato, - per ringraziarlo di non aver disertato né prima né dopo la strage, benché Chinnici li avesse avvisati dei rischi aggiungendo: «Se chiedete il trasferimento io non vi giudico» - non trovò di meglio che declassarlo di due livelli: dal quarto dell’ autista giudiziario, al secondo del commesso. Anche se nel frattempo la sua seconda vita era cominciata, in un altro posto dove si rischiavano le corna: negli uffici in cui si istruiva quella che sarebbe diventata la prima indagine informatizzata della storia italiana, sfociata nel Maxiprocesso di Palermo. L’ aveva voluto lì Paolo Borsellino perché sapeva che Paparcuri, appassionato di diavolerie elettroniche, avrebbe tenuto testa al “casciabanco” che ancora oggi abita a beneficio dei visitatori la prima stanza del bunkerino: un computer formato comò. Il gergo del Palazzo di Giustizia chiamava bunkerino le stanze, con citofono e porta blindata, in cui lavoravano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, confinati lì per prudenza dentro i meandri della Corte d’ appello, dopo che un attentato all’ ufficio postale adiacente aveva mostrato la potenziale penetrabilità dell’ ufficio istruzione. Si fidavano di “Papa” come uno dei loro e, alla fine dell’ immane lavoro che produsse una stanza di carte processuali e centinaia di mafiosi imputati poi condannati, Giovanni Falcone volle rendergli merito del suo lavoro, ringraziandolo accanto al capo dell’ ufficio istruzione Antonino Caponnetto nell’ introduzione all’ ordinanza sentenza del Maxiprocesso: in quel documento la qualifica “commesso giudiziario” è compresa tra le virgolette, sono il segno di protesta di Falcone nei confronti di quel declassamento. Giovanni Paparcuri è andato in pensione nel 2009 dopo 29 anni di servizio. Ma i ricordi non riposano, non se ne vanno come non se ne vanno le persone uccise che hanno segnato per prossimità la sua vicenda umana. Di nuovo nel "bunkerino" Quando nel 2016, pochi mesi prima che scattasse il 25° anniversario delle stragi di Capaci e Via D’ Amelio, ha preso forma l’ idea di un museo nel bunkerino – aperto nel 2016 per volere della giunta distrettuale di Palermo dell’ Associazione nazionale magistrati -, è diventato chiaro che quelle tre stanze vuote avrebbero potuto tornare a riempirsi in un solo modo: affidandole alle cure e alle parole di Giovanni Paparcuri che in dieci anni lì dentro ha visto vivere ogni oggetto, ogni muro, ogni riga d’ inchiostro, pieni della vita e delle voci delle persone che ci lavoravano e della sua. È cominciata così la terza vita di Paparcuri. E se oggi quelle stanze si rianimano, e in qualche modo anche i giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Francesca Morvillo, massacrati nel 1992, ci tornano a vivere, ogni volta che Giovanni Paparcuri apre la porta per accogliere un nuovo visitatore che vuole sapere, è perché le sue parole a volte dure, a volte ironiche, a volte amare ma sempre profondamente oneste tornano a iniettarvi il flusso della vita vissuta.  Giovanni, che ci infonde tanto tempo e non solo, replica a chi si meraviglia: «Si sorprendono perché non voglio “vendere” i miei ricordi, io mi sorprendo perché pensano che i miei ricordi abbiano un prezzo». In realtà un prezzo minuscolo (e salutare) da pagare c’ è e ne vale la pena: è il piccolo viaggio autoanalitico che ciascuno deve compiere per compilare uno dei campi obbligatori del formulario di prenotazione, il meno scontato. Occorre scrivere il motivo della visita e conviene non barare. Ne ha bisogno Giovanni per essere sicuro che i suoi ricordi, che probabilmente gli costano più di quanto lasci trapelare, non finiscano al vento, sprecati da un uditorio indifferente.  FAMIGLIA CRISTIANA di Elisa Chiari26/10/2018

 

 BLOG DI GIOVANNI PAPARCURI 

 

Giovanni Paparcuri  - Dunque, mi hanno chiesto come mai Rai 1 ha pensato di dedicare una puntata della trasmissione "A Sua Immagine" al sottoscritto.Il motivo è semplice: nessuna segnalazione, nessuna raccomandazione, nessun sponsor, i miei sponsor, se sponsor si possono chiamare, sono stati semplicemente i commenti, scritti anche sui social, delle persone che in questi anni hanno avuto modo di conoscermi, hanno anche appurato che dopo la strage Chinnici non mi sono arreso e da lì è nato tutto.  Come ho scritto ieri è stata bella esperienza a tratti molto commovente, ma la commozione più intensa l'ho provata quando durante la registrazione l'attore Cesare Bocci ha recitato le parole pronunciate dal dottor Paolo Borsellino davanti al C.S.M. il 31 luglio 1988 nella parte in cui si riferiva proprio al sottoscritto. Mi sono emozionato perché fino a quando l'anno scorso il Csm ha desecretato gli atti non le conoscevo assolutamente, e proprio per questo non ho mai ringraziato il dr. Borsellino, ecco perché mi è spuntata qualche lacrima: di rammarico e rabbia, specialmente perché per la mia rinascita è stato fondamentale proprio il giudice Borsellino. Anche il dr. Falcone nella medesima audizione ha avuto parole di elogio per il sottoscritto, e pure lui non l'ho mai ringraziato, sempre per lo stesso motivo, non lo sapevo. Fonte : FB

 

Nel 1983 resta ferito nell’attentato a Chinnici. E il 23 maggio ’92 scampa a quello in autostrada. Venticinque anni dopo, Giovanni Paparcuri ricorda la stagione delle Strage

Nella vita di Giovanni i numeri hanno sempre avuto una certa importanza. Ogni tanto ne parla con Giuseppe, un altro superstite delle guerre di Palermo. Giovanni è saltato in aria nove anni dopo di lui, si è sposato nove anni dopo di lui, è nato nove anni dopo di lui nello stesso mese e nello stesso giorno. Il 14 marzo, nel 1956 uno e nel 1947 l’altro. Le loro mogli sono nate invece lo stesso giorno, lo stesso mese e anche lo stesso anno. «Quando penso a queste corrispondenze del tempo mi manca il respiro» dice Giovanni mentre apre la porta blindata di quello che trentacinque anni fa era il bunker del pool antimafia, l’ufficio istruzione del Tribunale dove si è ideato e costruito il maxi processo a Cosa Nostra.

Giovanni Paparcuri era l’autista di Falcone nei primi anni ‘80 e Giuseppe Costanza ha preso il suo posto il 29 luglio 1983, quando Giovanni è rimasto ferito nell’attentato contro il consigliere istruttore Rocco Chinnici. Poi Giuseppe è riuscito a non morire il 23 maggio 1992, nell’inferno dell’autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi arriva sino a Palermo. Convergenze e coincidenze, destini che si inseguono. Come raccontare i morti e i vivi di una città mattatoio, se non partendo dai numeri che ossessionano Giovanni Paparcuri ancora dopo tanto tempo e dopo tante stragi?

Giovanni è ormai in pensione ma, in questa primavera che si prepara a ricordare il venticinquesimo anniversario della carica d’esplosivo che ha fatto tremare l’Italia, ogni mattina apre ancora quella porta blindata. Dietro ci sono le stanze di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, luoghi che – come è scritto su una targa d’ottone – sono diventati un piccolo museo visitato dai palermitani e da studenti provenienti da ogni regione. Tutto è rimasto come allora. La pesante cassaforte di ferro sotto la finestra della stanza di Falcone, il fascicolo su Filippo Marchese detto Milinciana nell’armadio di Borsellino, le papere di legno sulla scrivania di Falcone, il rapporto sul covo di via Pecori Giraldi in uno schedario di Borsellino, alcuni faldoni del maxi uno, del bis, del ter e del quater nel piccolo archivio che si affaccia nel corridoio.

Giovanni Paparcuri inizia dal principio: «Ero in ferrovia ma volevo fare altro, così ho presentato domanda per diventare autista giudiziario, guadagnavo più di 600 mila lire e il mio primo stipendo in tribunale era esattamente la metà. Dopo un primo incarico in Corte di Appello, per punizione un giorno mi hanno spedito dove non voleva andare nessuno: assegnato al giudice Falcone». Il giudice è famoso, ha già fatto capire a Palermo che per combattere i mafiosi non si possono più fare le inchieste e i processi senza riscontri e senza prove. Le indagini sugli Spatola e sugli Inzerillo, la scoperta dell’eroina che parte per l’America e soldi che tornano nelle banche siciliane, la morfina base che i mafiosi vanno a prendere nel Sudest asiatico.

Nell’estate del 1983 Falcone è in Thailandia per interrogatore Koh Bak Kin, un cinese di Singapore che ha deciso di “cantare”. Il giudice è dall’altra parte del mondo e l’autista Paparcuri, da qualche giorno, ha il compito di prelevare a casa il consigliere Chinnici. Anche la mattina del 29 luglio. Un’autobomba. Muore Chinnici, muore il maresciallo Mario Trapassi, muore l’appuntato Salvatore Bartolotta, muore il portiere dello stabile di via Pipitone, Federico Stefano Li Sacchi. Un tuffo al cuore: «E io resto vivo, dopo il boato prima vedo una luce bianca, poi una luce rossa e poi una luce nera, sento come un benessere che mi solleva in alto, sempre più in alto. E, alla fine, mi risveglio in ospedale». Giovanni ha appeso su una parete del bunker la foto dell’Alfetta blindata devastata dall’autobomba. «Vedi quelle due grandi chiazze sull’asfalto: sono il mio sangue».

Torna in servizio un anno e mezzo dopo. Due dita della mano destra riattaccate, schegge conficcate nelle tempie, il gomito disintegrato, timpani perforati, un fischio che non l’avrebbe mai più abbandonato. Ha finito con la guida e con le blindate. Ma ci prova lo stesso, all’ospedale militare gli dicono però che non è “idoneo”. L’amministrazione giudiziaria lo declassa a commess e lo destina all’ufficio “procedimenti contro ignoti”, un buco.

A Palermo arrivano i primi computer dal ministero di Grazia e Giustizia, sono ancora tutti accatastati in un magazzino, imballati nei cartoni. Nessuno li usa perché nessuno li sa usare. Giovanni Paparcuri ne prende uno e comincia a studiarlo, dopo un paio di settimane – grazie a un Olivetti – riesce a smaltire con gran velocità le pratiche accumulate. Falcone e Borsellino lo convocano e gli chiedono: «Ma come hai fatto? Saresti in grado di informatizzare anche i nostri atti del maxi processo?». Per Giovanni Paparcuri comincia un’altra esistenza. Tutti i segreti del bunker sono custoditi nella sua stanza. Anche la password del computer di Giovanni Falcone: “Avanti”. È la stessa del data-bank che il giudice avrà sempre nelle mani qualche anno dopo.

È il 1985. E Giovanni Paparcuri diventa un personaggio chiave in quel pool che farà storia. C’è Falcone, c’è Borsellino, c’è il consigliere istruttore Antonino Caponnetto che ha sostituito Rocco Chinnici, ci sono i giudici Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello. E c’è lui.  Palermo intanto ingoia altri uomini. Come Ninni Cassarà, il poliziotto che più di altri è vicino a Falcone. «Veniva qui quasi ogni giorno, portava le ultime notizie dalla sua sezione investigativa della squadra mobile...». Ricordi che si rincorrono. Anche i più lontani. Nel piccolo museo dentro il tribunale di Palermo c’è la scrivania dove lavorava Falcone, quella che era sempre coperta da montagne di assegni attraverso i quali il giudice ricostruiva le alleanze fra le “famiglie”. Giovanni l’ha ritrovata fra vecchi arredi ammucchiati nell’ala del registro generale civile. «Ce n’erano due o tre tutte uguali, l’ho riconosciuta da questo segno». Una rigatura sul legno chiaro, provocata dalle manette di un imputato. Gaetano Fidanzati, un mafioso dell’Acquasanta. «Era nella stanza di Falcone quando il giudice l’ha provocato. Gli ha detto: “ho intuito che lei sarebbe intenzionato a collaborare con noi”,  quello è diventato pazzo e ha cominciato a picchiare le mani sulla scrivania e i ferri delle manette hanno intaccato il legno».

La seconda stanza a destra, quella di Falcone, una macchina per scrivere, una relazione sul ruolo del giudice nella lotta alla mafia («Questa l’ha corretta sua moglie Francesca. La dottoressa all’ora di pranzo scendeva nel bunker quasi sempre»), la terza stanza – sempre a destra – quella di Paolo Borsellino. Sul muro, appeso a un chiodo, un impermeabile blu. Giovanni lo mostra e spiega: «C’è una cerniera sul bavero. Qui si attaccava la blindatura. Sì, era un impermeabile blindato che il giudice Borsellino non ha mai usato per due ragioni. La prima è che era troppo lungo per lui, l’altra – più importante – è che quando i poliziotti della sua scorta hanno provato la resistenza esplodendogli contro alcuni colpi di pistola, la blindatura è andata in frantumi». Giovanni Paparcuri ritorna sulla sua Palermo, sui giudici e sui poliziotti che non ci sono più. Su Giuseppe, sulle bombe e sui numeri che hanno accompagnato le loro vite.  - La Repubblica di Attilio Bolzoni  maggio 2017

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La Giunta distrettuale dell’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo ha realizzato nel Palazzo di Giustizia di Palermo il “Museo Falcone-Borsellino” dedicato alla memoria di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino.  L’opera si propone l’obiettivo di realizzare un luogo di memoria permanente indirizzato non solo agli addetti ai lavori, ma all’intera collettività ed in particolare alle giovani generazioni.

  • Bunker Falcone Borsellino  - Video  Questo video amatoriale del 19 luglio scorso è un viaggio in posti senza tempo che sono oggi luoghi di memoria voluti dalla Giunta distrettuale dell’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo che ha realizzato, nel Palazzo di Giustizia del capoluogo, il “Museo Falcone-Borsellino” dedicato alla memoria dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.  Sono le stanze, fedelmente ricostruite, in cui lavorarono per anni.  "Determinante per la realizzazione del Museo è stato il contributo di Giovanni Paparcuri, straordinario collaboratore dei due Magistrati ed "inventore" della informatizzazione, all'epoca rivoluzionaria, del maxiprocesso, scampato miracolosamente all’attentato del 29 luglio 1983 in Via Pipitone Federico a Palermo, nel quale persero la vita il Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, il Maresciallo Trapassi e l’appuntato Bartolotta dei Carabinieri, nonché il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi"  Ed è lo stesso Giovanni Paparcuri che accompagna i visitatori in questo meraviglioso viaggio nella memoria.  Partendo dalla stanza del giudice Falcone in cui oggetti immortali, si uniscono ai fatti e aneddoti, anche personali, magistralmente esposti dello stesso Paparcuri. La collezione di papere con gli scherzi fatti al giudice dal collega, gli scritti personali, le freddure raccontate come barzellette o il vizio di tirare le molliche di pane. Racconti che continuano nelle stanza che fu l'ufficio del dr Borsellino. Anche in esso si possono ammirare oggetti appartenuti allo stesso giudice come il tocco o la macchina da scrivere; e poi la borsa 24 ore e l'impermeabile che secondo il Ministero avrebbero dovuto essere "blindati". Racconti da cui trapela l'umanità e l'altruismo del dr Borsellino come il regalo di un motorino fatto al figlio di una vedova di mafia per permettergli di andare a lavorare fuori Palermo. Un viaggio meraviglioso, a tratti commovente, che porta indietro nel tempo, in anni in cui buona parte degli italiani " facevano il tifo per loro". - Gabriella Tassone

23 luglio 1984. L' Ansa riporta per la prima volta la notizia della " blindatura" di una parte del tribunale di Palermo. "MAFIA: STANZE BLINDATE PER QUATTRO GIUDICI A PALERMO (ANSA) - PALERMO, 23 LUG - 1984
I QUATTRO GIUDICI ISTRUTTORI DI PALERMO PIU' IMPEGNATI IN INCHIESTE DI MAFIA SI SONO TRASFERITI DA POCHI GIORNI IN UN SETTORE '' BLINDATO'' DEL PALAZZO DI GIUSTIZIA. E' UNA DELLE MISURE DI SICUREZZA ADOTTATE PER PROTEGGERE I GIUDICI GIOVANNI FALCONE, PAOLO BORSELLINO, GIUSEPPE DI LELLO E LEONARDO GUARNOTTA, TITOLARI DI NUMEROSE INCHIESTE SULLE MAGGIORI '' FAMIGLIE'' MAFIOSE DI PALERMO E DELLA PROVINCIA. LE QUATTRO STANZE DEI MAGISTRATI PRENDONO LUCE DA UN CORTILE INTERNO E SI AFFACCIANO SU UN CORRIDOIO CHE E' STATO CHIUSO DA VETRATE ANTIPROIETTILE. GLI STESSI CRISTALLI SONO STATI MONTATI SULLE FINESTRE. QUESTA ''SPECIALE'' SEZIONE ISTRUTTORIA, INOLTRE, NON E' AL PIANO TERRENO DEL PALAZZO DI GIUSTIZIA, MA AL PRIMO PIANO. PER ACCEDERVI E' NECESSARIO PASSARE DA UN PICCOLO INGRESSO SORVEGLIATO DAI CARABINIERI CHE ACCETTANO L' IDENTITA' DI TUTTI I VISITATORI.  23-LUG-84" - Oggi, alcune di quelle stesse stanze diventate museo, riportano indietro nel tempo. Come se loro fossero ancora lì, e magari fossero usciti per qualche sopralluogo o interrogatorio..

Nel bunker di Falcone e Borsellino 

A trent’anni dalla prima sentenza del Maxi Processo alla mafia siamo andati nel bunkerino di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ad accoglierci Giovanni Paparcuri . Abbiamo parlato anche dell’appunto di Falcone ritrovato pochi giorni fa…

Da oltre trentadue anni Giovanni Paparcuri apre le porte blindate del bunkerino che fu la “casa” di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino presso la Corte di Appello di Palermo. Dove prima lavorava il pool antimafia oggi troviamo un piccolo museo alla memoria dei due magistrati uccisi nel 1992. Giovanni Paparcuri ha lavorato con loro per circa 10 anni e oggi, venticinque anni dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, apre ancora quegli uffici per i ragazzi delle scuole. La Corte di Appello di Palermo, l’Associazione Nazionale Magistrati e la fondazione “Progetto Legalità Onlus”, dal 26 maggio 2016, hanno ridato vita agli uffici dei due giudici, trasformandoli appunto nel “museo Falcone e Borsellino”, e chi meglio di Giovanni Paparcuri poteva riportarli fedelmente come un tempo? “Non mi piace chiamarlo museo, – spiega Giovanni Paparcuri ad Alqamah.it – ricorda qualcosa di vecchio e di polveroso. Questo non è un luogo di morte, ma di vita. Qui si può cogliere il lato professionale ma anche quello umano, erano due uomini allegri, scherzosi e si facevano anche dispetti a vicenda”. Oggi, dopo la pensione, quasi ogni giorno accompagna gli studenti provenienti da tutta Italia all’interno del bunkerino che ormai considera la sua seconda casa: “La mia seconda casa? Direi anche la prima casa. Qui ho passato tanti momenti intensi al fianco di Falcone e Borsellino durante il lavoro con il pool antimafia e, oggi, continuo il lavoro con i ragazzi delle scuole. – racconta ad Giovanni Paparcuri – A loro vanno insegnati i veri valori della legalità, cioè essere persone oneste nella vita e rispettare sempre le regole”. Incontriamo Giovanni proprio nel mezzo di una visita guidata con una scolaresca di Barcellona Pozzo di Gotto: “Non voglio essere semplicemente un cicerone, uscendo da qui loro devono avere bene in mente che Falcone e Borsellinonon erano eroi, ma persone normali che hanno lottato per una causa giusta e che oggi bisogna continuare con le proprie idee, portando avanti i valori di legalità, a partire dalla scuola e dalle azioni quotidiane” – sottolinea ai ragazzi. “Dal giorno dell’apertura da qui sono passati 10160 persone, gran parte scolaresche e in prevalenza dal nord Italia. Qui è venuta anche una donna che in quegli anni si lamentava per le sirene delle auto di scorta dei magistrati e dei giudici di Palermo, l’ho trovata davanti la scrivania di Falcone in lacrime”. Lui però è un sopravvissuto. Porta ancora i segni di un tremendo attentato. Da autista di Falcone passa per un breve periodo alla guidare dell’auto del giudice Rocco Chinnici, ideatore del pool antimafia. Il 29 luglio del 1983 un auto imbottita con 75 kg di esplosivo, parcheggiata in via Pipitone Federico a Palermo, uccise Rocco Chinnici, il maresciallo Mario Trapassi e l’appuntato Salvatore Bartolotta. L’unico superstite è proprio Paparcuri. “Quel giorno la mafia non uccise solo loro. – sottolinea– I due carabinieri avevano 11 figli in due. Io di quegli attimi non ricordo molto, ho iniziato a ricordare solo tempo dopo. Vedi queste macchie di sangue? – aggiunge Paparcuri mentre ci mostra la foto dei resti delle auto dopo l’attentato a Chinnici – è il mio. Ho deciso di metterla in questa stanza come memoria storica”. Di quell’attentato però porta ancora i segni: Duedita della mano destra tranciate e riattaccate, schegge di vetro ancora in testa, il gomito malconcio, danni ai timpani, una spalla deformata. Segni indelebili. “Questo è il regalo che mi ha fatto la mafia. Ricordo poco, in quel momento mi sentivo leggero, ho visto solo un tunnel di luce bianca. Nessun dolore”. Dopo l’attentato viene “declassato” di due livelli, quindi a mansioni minori. Lascia le blindate e finisce per fare altro. Ma non si arrende. Il giudice Giovanni Falcone si ricorda di lui è lo chiama ad informatizzare le carte del maxi processo nel suo bunkerino. Per lui una rinascita. “Sapevano della mia passione per l’informatica e mi chiesero di aiutarli. Fu una sorta di premio. Come essere nato una seconda volta, ma nello stesso tempo un onore e anche un onere. Così presi in mano il lavoro già avviato da una ditta esterna e iniziai a creare la banca dati, internalizzando il sistema”. Un lavoro fondamentale per la riuscita del maxi processo alla mafia siciliana. Una banca dati poi ereditata dalla Procura e che ancora oggi porta il nome di “banca dati Paparcuri”. “Ho lavorato con loro circa 10 anni. Qui dentro ho vissuto momenti difficili, intensi, ma anche belli ed emozionanti. Sono tanti i ricordi con loro, molti li tengo per me”. Nel bunkerino in quel periodo era un via vai di magistrati, poliziotti e giudici. Era il 1985, l’anno della nascita del pool antimafia di Antonino Caponnetto (che ha poi sostituito Rocco Chinnici), Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello. Nel bunkerino il tempo sembra essersi fermato. Paparcuri ha ricostruito gli uffici dei due giudici in modo fedele: dalle paperelle in legno di Falcone sulla scrivania (oggetto di continui scherzi di Borsellino), alle sue sigarette preferite, dalle carte originali in cui annotava gli omicidi di mafia, alle borse e cappotti originali, la cassaforte sotto la finestra, i fascicoli sul maxi processo, i floppy disk con le dichiarazioni di Buscetta, i monitor della videosorveglianza, i vecchi computer e molto altro. “Questa – spiega indicando una vecchia macchina da scrivere – è quella del giudice Borsellino, usata anche dal figlio Manfredi per scrivere la sua tesi di laurea. Ho cercato di riportare tutto come se fosse ancora un ufficio operativo. Tutto è originale”. Tutto ordinato come allora, sembra quasi che i due giudici dovessero tornare da un momento all’altro. “Io qui oltre a spiegare chi erano loro racconto anche aneddoti, gli appunti, come nasce il mandato di cattura di Buscetta, racconto la loro storia in questo posto che per noi era come un rifugio. Dopo il fallito attentato all’Addaura – aggiunge – il dottore Falcone venne qui in ufficio, qui si sentiva al sicuro, isolato. Era la nostra casa. Tra queste mura loro hanno lottato la mafia ma anche contro i veleni di alcuni colleghi, in quegli anni fu chiamato proprio il Palazzo dei veleni”. “In questi giorni, nel trentesimo anniversario della prima sentenza del maxi processo, mi viene in mente il sorriso del dott. Falcone. Lui era seduto dietro la sua scrivania, mi chiamò “papa, vieni”, lo vidi soddisfatto, felice, sorridente. “Papa, abbiamo vinto”, c’erano state le condanne del maxi processo. Subito dopo il brindisi con i colleghi del pool con l’immancabile bottiglia di Chivas. Solo per occasioni speciali” – spiega sorridente Giovanni Paparcuri. In questi giorni è tornato agli onori della cronaca un ritrovamento particolare fatto da Paparcuri tra gli appunti di Falcone. Su un foglio a quadretti ingiallito si legge: “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano”. Il fatto è stato riportato dal giornalista de La Repubblica Salvo Palazzolo. Un appunto che torna ad accendere i riflettori su un caso ancora aperto. Il foglio, di cui molti hanno dubitato l’esistenza, esiste ed è scritto a mano da Falcone. Giovanni Paparcuri ce lo mostra e sottolinea: “Eccolo, l’appunto è questo, la grafia è di Falcone. – spiega – L’ho trovato il 17 novembre. In molti sostengono che è stato tirato fuori in un momento particolare. Ma è stato casuale. Ho trovato anche altre cose…” – aggiunge mostrandoci una vecchia carpetta e i tanti assegni sulla scrivania di Falcone che simboleggiano il cosiddetto “metodo Falcone”, ovvero la scia del denaro dell’organizzazione mafiosa. Sulla possibilità di altri appunti segreti e ancora da scoprire però taglia corto: “No, non credo. È stato trovato per coincidenza. I politici? A me non interessano. Falcone diceva sempre: ‘Se arresto un politico ne faccio felici alcuni e ne faccio scontenti altri’. Non abbiamo certo scoperto l’acqua calda. Semmai è la prova del fatto che Falcone se non c’erano riscontri non andava avanti. È solo un appunto, ma certamente non l’ha strappato. Diciamo che bisognava cercare meglio dopo la sua morte 25 ani fa, ma non è stato fatto”. “Di Borsellino ho un particolare ricordo: ci siamo conosciuti in ospedale, io stavo per entrare in sala operatoria in seguito alle conseguenze dell’attentato di via Pipitone Federico. Fermò la lettiga per farmi coraggio con una piccola pacca sul petto, ma io avevo i polmoni e il petto indolenziti per le schegge. Il dottore lo capì solo dalle mie urla. Da lì poi lo rividi qui, quanto mi chiamarono per lavorare con loro. Un altro momento che non dimenticherò mai – racconta Paparcuri ad Alqamah.it – è stato quando stavo portando mia figlia di appena un mese dalla pediatra e mi fermò il dott Borsellino in strada: Scese dalla macchina per salutarmi ma appena vide la piccola mi disse ‘ma c’è tua figlia in macchina?’. Non mi salutò più, si chinò sul sedile posteriore e la baciò sulla fronte e andò via salutandomi”. “Oppure come dimenticare il giorno del mio matrimonio. Gli ospiti neanche si accorsero degli sposi, le attenzioni erano tutte per loro che facevano cabaret, raccontavano barzellette e scherzavano con tutti. Erano molto allegri e di compagnia. Altri momenti – sottolinea – li porto dentro con me”. “Palermo oggi è sicuramente cambiata. Però adesso c’è la mafia, l’antimafia e la falsa antimafia. Cos’è cambiato non lo so. La morte di Riina? Non cambia molto. Il potere andrà nelle mani di un altro. È cambiata però la società civile, i ragazzi qui venticinque anni fa non avrebbero mai pensato di venire, e neanche voi ad intervistarmi. Prima, di certi argomenti, non si poteva parlare, adesso sì. Ogni tanto se ne straparla, come nel caso della cosiddetta finta antimafia. Ognuno di noi deve combattere nel proprio piccolo la cultura mafiosa, le raccomandazioni, le strade “facili”, perché non sono mai le strade giuste”. 29.12.2017 Emanuele Butticè

 

A cura  di Claudio Ramaccini Resp. Ufficio Stampa e Comunicazione Centro Studi Sociali contro le mafie - Progetto San Francesco 

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