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Lucia Borsellino

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Alla luce di ciò che è accaduto dopo è facile pensare che non si sia fatto tutto il possibile, perché questa tragedia sievitasse. Noi lo gridiamo a gran voce daanni, perché sono note a tutti le molteistanze di mio padre che non riteneva chela scorta fosse il metodo più sicuro perpoter tutelare la propria incolumità, ancheperché si metteva a rischio quella di ragazzi che avevano la mia età, perché Emanuela Loi aveva la mia età, ma nonostante
tutto mio padre invocò l’aiuto dello Statoperché venissero rafforzate le misure diprotezione, in particolare per quanto riguarda i siti dove più spesso si recava, comequello dell’abitazione della madre. A partequesto episodio che racconto per far comprendere la nostra consapevolezza non solodi quei giorni, ma di quegli anni, mio padre
ebbe la scorta in occasione dell’uccisionedel capitano Basile e quindi nei primi anni’80, per cui tutta la mia infanzia e quelladei miei fratelli è stata vissuta con la costante presenza di persone che hanno fattoquesto lavoro con onestà, con amore, con
dedizione e con trasporto umano assolutamente ricambiato, per cui posso dire diaver avuto una famiglia allargata da questopunto di vista." Estratto da un'audizione di Lucia Borsellino in commissione antimafia, 12 luglio 2016.


  • «Non si è nemmeno accorto che sono nello studio, seduta nella poltrona sistemata nell’angolo della stanza, mentre scrive questa lunga lettera (indirizzata alla Professoressa di Padova, n.d.r.). Mi chiede se mi piacerebbe trascorrere quel giorno al mare, a Villagrazia. “Magari riuscirò a vederti un po’ abbronzata, l’esame che avrai domani ti ha costretto finora a non fare neanche un bagno”. Fa il programma della giornata: subito Villagrazia, poi insieme io e lui a prendere la nonna in Via d’Amelio per portarla dal cardiologo, infine a casa: io a studiare, lui a lavorare. Rispondo di no: devo andare da una collega di università per l’ultimo approfondimento di studio, e poi è il giorno del suo compleanno, mi ha invitata a pranzo. “Ma quando li chiuderai, questi libri?”, protesta.  Scuoto la testa: “Papà, non posso venire con te”. È inutile dire che non mi sarei preoccupata dell’esame, se solo avessi sospettato che quel suo viso dolce e sereno l’avrei rivisto solo qualche ora più tardi, dopo aver sentito, mentre studiavo a casa della mia amica, un boato in lontananza». Da “Paolo Borsellino” di Umberto Lucentini
  • «Sono lì da una settimana quando decido di passeggiare, di esplorare un po’ quest’isola dove ci hanno spedito lontano dal pericolo di vendetta della mafia. È il momento che mi rendo conto che nemmeno all’Asinara possiamo stare tranquilli. 
  • "Mi invidiano molto, i miei amici, quando si accorgono quale confidenza, amicizia, complicità c'è tra lui e noi. Anche loro, mi confessano, desidererebbero avere un padre come il mio. Ma, non lo nascondo, ho paura di deluderlo. Quante volte gli chiedo: «Da laureata in farmacia, come posso rendere la mia vita significativa?». È un chiodo fisso, per mio padre, quello del significato della vita. E a ogni occasione: «Se muoio adesso, il mio compito l'ho svolto. Ho dato alla luce e fatto crescere tre figli come voi, l'educazione e gli insegnamenti che potevo darvi li ho trasmessi. Ho la fortuna di non essere una persona sconosciuta, se pronunci il mio nome la gente sa chi sono, cosa ho fatto. Ho svolto il mio lavoro onestamente, ho saputo dare tanto amore alla mia famiglia, sono contento perché credo di essere stato un buon figlio, un buon marito, un buon padre». E aggiungo io, anche una persona disponibile con chi ha bisogno. Riesce a occuparsi di tutti, siano essi parenti o estranei, talvolta chiede sacrifici anche a noi pur di aiutare gli altri. Siamo contenti che lui ci coinvolga: «Non è bene che un padre si chiuda nell'egoismo familiare. C'è tanta gente che ha bisogno di amore e di aiuto.» " Da «Paolo Borsellino», Umberto Lucentini
  • “Quante volte in vita mia mi sono pentita di quella passeggiata: nell’attimo in cui metto un piede fuori dal giardino che circonda la foresteria e mi incammino con mia sorella tra i campi, scorgo un corteo di persone che ci seguono, si nascondono dietro i cespugli, con i mitra spianati, cercando di non farsi vedere da noi. Mi crolla il mondo addosso, altro che rifugio sicuro.  Da quell’attimo mi passa la voglia di passeggiare, di fare qualsiasi cosa. Mi rinchiudo in camera per cinque giorni di fila. Non ho più fame. Ogni giorno che passa è sempre peggio. Mio padre capisce subito cosa sta succedendo. Io no: quando mi chiede "Perché non mangi?" non so dargli risposta. Gli dico che vorrei tornare a casa.  Papà sa che il rischio è altissimo, ma non sente ragioni: prende me e Fiammetta, ci infila in gran segreto in elicottero e ci accompagna fino a Palermo. Restiamo con i nonni a Villagrazia, lui torna all’Asinara dove rimane con mamma e Manfredi fino ai primi di ottobre. Ultimata la stesura della sentenza di rinvio a giudizio del maxiprocesso, l’emergenza sembra passata. Sono ridotta a uno scheletro quando papà torna a Palermo. Da quel momento papà non mi lascia un secondo».  Da “Paolo Borsellino” di Umberto Lucentini
  • DI STRAGE IN STRAGE - ATTILIO BOLZONI, 21 LUGLIO 1992  - La giovane figlia del giudice assassinato, Lucia Borsellino, intervistata dal Tg5 ' MORIRE PER CIO' IN CUI SI CREDE' ROMA - "C' è una frase che papà ci ripeteva sempre e che ha influenzato tutto il mio stile di vita. Era: è bello morire per ciò in cui si crede". Così Lucia Borsellino, figlia ventiduenne del magistrato assassinato, ha ricordato il padre - durante un'intervista rilasciata ieri sera al Tg5 - "un uomo e un padre fantastico, di una bontà infinita". Lucia ha ricostruito con voce affaticata dall' emozione il loro ultimo colloquio. "Domenica mattina mi aveva proposto di andare al mare con lui e con mio fratello Manfredi. Ma io gli dissi che non potevo, che dovevo andare a studiare a casa di una collega di università perchè avevo gli esami in vista. Lui c' era rimasto male. Mi chiese il numero di telefono della casa dove dovevo andare. Glielo diedi, ma lo dimenticò sulla scrivania. Verso il pomeriggio, non mi ricordo che ora fosse, ho sentito da casa della mia collega un rumore, poi sono cominciate ad arrivare le prime notizie, e sono scappata via....". La famiglia Borsellino era molto legata a quella Falcone ("Vissi la tragedia di Capaci come sto vivendo quella di mio padre") alla quale era accomunata "oltre che dalla forte stima, anche da una sorte comune, facevamo una vita simile". Tanto che dopo l'agguato a Falcone, il giudice Borsellino "aveva cominciato a cautelarsi di più, a stare attento a cose alle quali prima non dava peso, per far stare noi più tranquilli". Sì, il magistrato sapeva che ci poteva essere un nuovo attentato, "se lo aspettava"; no, non lo diceva, "con noi non ne aveva mai parlato chiaramente"; sì, "mio fratello conosceva i ragazzi della scorta"; no, Lucia non li ha mai conosciuti personalmente. E poi arriva la volta del ricordo dell'isolamento all' Asinara. "All' inizio non mi sembravano momenti troppo difficili, il posto era bellissimo. Ma poi abbiamo cominciato ad avvertire, giorno dopo giorno, una grande solitudine. Percepivamo che quella che facevamo non era una vita normale e non vedevo l'ora di venir via, di tornare a casa mia". Non si sottrae ad alcuna domanda Lucia Borsellino, ma con la forza di una figlia che per anni ha temuto la morte violenta del padre dice, quasi a rendergli un ultimo omaggio: "E' sempre stato un uomo fiducioso, sempre. E infatti è morto per questo: credeva troppo in quel che faceva. Il futuro? Vivere normalmente, secondo i suoi insegnamenti". ' Occorrono giudici senza ombre' LA SORELLA DI FALCONE ' NON LI HANNO DIFESI' PALERMO - In meno di due mesi le parti si sono invertite. Maria Falcone, sorella del giudice ucciso a Capaci e Lina Morvillo, mamma di Francesca, sono rimaste per tutta la mattina di ieri accanto ad Agnese Borsellino ed ai suoi figli. Chi ieri cercava di consolare, oggi riceve consolazione. "Quanto è avvenuto è terribile - ha detto la sorella di Falcone - toglie a questa città anche la possibilità di sperare". Poi la signora Falcone è passata alle accuse: "Per quanto è dato a noi sapere nulla è avvenuto sul piano delle indagini dopo l'uccisione di mio fratello. Chi non ha saputo tutelare la vita di Giovanni, di Francesca e degli agenti morti a Capaci non è stato in grado di assicurare adeguata protezione neppure a Paolo Borsellino che non poteva non essere considerato come il nuovo naturale bersaglio della mafia. In questo paese è ora che qualcuno cominci a pagare per non avere saputo assolvere ai propri compiti". "Ho appreso dalla tv - ha detto ancora la professoressa Falcone - che il procuratore della Repubblica Pietro Giammanco avrebbe manifestato l'intenzione di rassegnare le dimissioni... Ritengo che il proposito debba essere coltivaro sino in fondo. Altri magistrati debbono prendere il suo posto. Alla procura di Palermo occorrono giudici sui quali tutti si debba essere certi e tranquilli, giudici non chiamati in causa da quei chiari appunti lasciati da mio fratello, già pubblicati dai giornali e che Borsellino aveva detto, quasi a futura memoria, di ben conoscere". "E' triste doverlo ammettere ma, sino ad oggi, credo proprio che la considerazione che la mafia abbia vinto sia incontestabile". Questo l'amaro commento del sostituto procuratore della Repubblica Alfredo Morvillo, fratello di Francesca, mentre si allontanava dal palazzo di giustizia. "Non vedo assolutamente alcuna speranza - ha detto il magistrato - perchè, mancando Borsellino, allo stato non c' è più alcuna persona in grado di coagulare in sè il consenso oltre che riunire tutti noi per il prosieguo delle indagini". Antonino Vullo, l'unico scampato al massacro ' UNA GRANDE FIAMMATA E S' E' SCATENATO L' INFERNO' PALERMO - Antonino Vullo è l'unico superstite della strage. I medici dell'ospedale di Villa Sofia lo hanno tenuto sotto osservazione solo per 24 ore. Nel pomeriggio, l'agente era già a casa. Piange e scuote la testa l'agente Vullo: "Non erano ancora le 17. Io ero alla guida della Croma blindata del dottor Borsellino. Il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra, stavo parcheggiando l'auto che era alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l'inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L' onda d' urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina". Con l'orrore negli occhi e la voce roca, Vullo mormora: "Attorno a me c' erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto". Trentadue anni, all' ufficio scorte dal febbraio scorso, Vullo è sposato e padre di 2 figli. "Non bisogna mollare - afferma -. Purtroppo era un attentato annunciato, era prevedibile, si è ripetuta la stessa cosa a distanza di due mesi. Ma non si può continuare a morire così". Antonino Vullo, domenica, era alla guida della Croma per caso. Il giudice aveva l'abitudine, nei giorni festivi, di lasciare a casa il suo abituale autista, Salvatore Didato. ' Debbo al dottor Borsellino la vita, non voleva mai che lavorassi la domenica', ha detto piangendo.

Lucia Borsellino è in pericolo. Scorta e auto blindata per la figlia di Paolo

Il ministero dell’Interno ha imposto all’ex assessore l’uso di un’auto blindata e la tutela di due agenti. Non sono ancora note le motivazioni. Ma la decisione riporta Lucia agli anni terribili che anticiparono le stragi.

PALERMO – Lucia Borsellino è sotto scorta. L’ex assessore da pochi giorni è costretto a viaggiare su un’auto blindata di grossa cilindrata, accompagnata da due agenti. La decisione è stata presa dal Comitato di ordine e sicurezza del Ministero dell’Interno. La figlia di Paolo, secondo le forze dell’ordine e il governo nazionale, è in pericolo.

Una decisione, quella dell’attribuzione della scorta che ovviamente porta con sé dubbi, ipotesi e anche suggestioni legate alla storia recente. Lucia Borsellino, infatti, avrebbe accolto la notizia con sgomento. L’ex assessore, del resto, aveva vissuto per anni circondata dagli agenti che seguivano il padre, ucciso in via D’Amelio.

Ma il pericolo è reale. E il livello di sicurezza richiesto sarebbe tra i più elevati. Al momento, ovviamente, non è facile conoscere la motivazione alla base del provvedimento. Che potrebbe legarsi, però, a inchieste in corso e coperte dal naturale riserbo.

Verosimile, però, che questa misura sia legata all’attività della Borsellino nel campo della Sanità regionale. Il settore nel quale, prima da dirigente (e capodipartimento), quindi da assessore ha operato quasi esclusivamente. Un’attività che potrebbe aver toccato interessi inconfessabili e progetti illeciti.

Non va dimenticato, infatti, che il settore della Sanità ha un peso economico pari alla metà dell’intero bilancio regionale. Una “fetta economica” enorme che in passato ha fatto rima con malaffare e inchieste giudiziarie eccellenti.

Il provvedimento, però, arriva in un momento in cui Lucia Borsellino non è più un assessore. Un addio, quello alla giunta Crocetta, fortemente polemico. Soprattutto in riferimento alle motivazioni di ordine “etico e morale” che avrebbero reso incompatibile l’attività di Lucia con la permanenza all’interno dell’esecutivo regionale.

Un addio che aveva scatenato una polemica politica in qualche modo placata grazie all’ingresso in giunta dell’ex capogruppo del Pd Baldo Gucciardi. Ma subito riaccesa dalle rivelazioni de l’Espresso relative alla presunta intercettazione (finora smentita dalle Procure siciliane, ma confermata dal settimanale) tra il primario Matteo Tutino e il governatore Crocetta. Dialogo dal quale sarebbe emersa la terribile frase, pronunciata dal medico secondo il giornale, “va fatta saltare, come suo padre”. Rivelazioni che portarono a una valanga di attestati di solidarietà nei confronti di Lucia Borsellino, compresi quelli del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e delle più alte cariche dello Stato.

Frasi, come detto, smentite dai magistrati che hanno anche aperto una inchiesta per vederci chiaro. Di sicuro c’è che gli organi che sono deputati a valutare queste situazioni, e che fanno capo al Ministero dell’Interno, sono convinti che Lucia Borsellino, oggi, è in pericolo. Per lei quindi ecco una blindata e gli agenti di scorta. A tanti anni di distanza da quando la giovane Lucia osservava la scorta seguire come un’ombra i passi del padre Paolo. LIVE SICILIA 17.8.2015

 

LUCIA BORSELLINO, FIGLIA DI PAOLO/ Dopo la strage sostenne un esame universitario  19.07.2019 - Dario D'Angelo Lucia Borsellino, la figlia di Paolo Borsellino chiede che venga fatta luce sui depistaggi che caratterizzarono le indagini sulla morte del padre.

Lucia Borsellino, figlia di Paolo, continua a sperare come i suoi fratelli Manfredi e Fiammetta che prima o poi venga fatta piena luce sui fatti di via D’Amelio che portarono alla morte del padre in un attentato ordito dalla mafia. Pochi giorni fa, alla vigilia dell’anniversario della strage, Lucia Borsellino ha a tal proposito deciso di rompere il silenzio per ringraziare pubblicamente le Procure di Caltanissetta e di Messina “per il lavoro complesso e difficile” che i magistrati dei due uffici stanno portando avanti. Intervistata in esclusiva dall’AdnKronos, Lucia ha dichiarato:”Da parte nostra c’è piena fiducia nel lavoro che sta compiendo la Procura di Caltanissetta, e anche nel lavoro che sta facendo da alcuni mesi la Procura di Messina“. Nel ricordare che il marito, Fabio Trizzino, e la sorella minore, Fiammetta Borsellino, “sono sempre presenti alle udienze” del processo sul depistaggio che si celebra davanti al Tribunale di Caltanissetta, Lucia ha voluto rimarcare:”Io lavoro fuori dalla Sicilia e non posso essere presente, la presenza della mia famiglia ha un significato per il fatto stesso che c’è. E non certo perché non abbiamo fiducia, anzi tutt’altro. Ci tengo molto a sottolinearlo, perché i magistrati stanno facendo un lavoro molto, molto complesso, reso ancora più difficile sia dal tempo trascorso ma soprattutto dalle evidenze emerse su uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana. Perché non è sicuramente facile ricostruire i pezzi della storia dopo tutto quello che è accaduto“.


LUCIA BORSELLINO, “MIO PADRE MORÌ COL SORRISO”. Sulla storia personale di Lucia Borsellino è noto un aneddoto che dà la perfetta descrizione dell’educazione impartita da Paolo Borsellino e dalla moglie Agnese ai propri figli. Un’educazione intesa non soltanto come buone maniere e gentilezza, ma anche come capacità di rispondere “presente” quando il senso del dovere lo impone. Pure nelle situazioni umanamente più complesse: un po’ come Paolo Borsellino, che andò incontro alla morte pur di restare fedele alla sua onestà. Così Lucia, come racconta il fratello Manfredi, decise di compiere nell’immediato della tragedia dei gesti fortissimi:”Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre

 

Lucia Borsellino trasferita a Roma. Per lei minacce mafiose: "Forse una ritorsione di Messina Denaro" 19 agosto 2015 - IL MATTINO DI SICILIA  Lucia Borsellino trasferita a Roma. L’ex assessore alla Sanità siciliana  lavorerà per l’Agenas per 2 anni dal prossimo 1 settembre. Su indicazioni del direttore generale Francesco Bevere – annuncia l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali – la Borsellino si occuperà delle attività derivanti dal Protocollo di intesa stipulato tra l’Agenas e l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), e dell’implementazione di alcune delle misure previste dal Patto per la Salute 2014-2016 affidate all’Agenzia. Tra le altre, l’avvio del sistema nazionale di monitoraggio e controllo previsto dal comma 7 dell’articolo 12 del Patto.

“Oltre a essere impegnati sul fronte Patto per la Salute – dichiara Bevere – tenuto conto delle preoccupanti dimensioni assunte dai fenomeni di corruzione e conflitto di interessi in ambito sanitario, su indicazione del ministro Lorenzin, Agenas ha avviato in collaborazione con l’Autorità nazionale anticorruzione un percorso strategico sui temi della trasparenza, dell’etica e della legalità in sanità e sulla sperimentazione di nuovi modelli di gestione dei rischi nel sistema di governance delle aziende sanitarie”. “Ho ritenuto di affidare questa rilevante area di intervento a Lucia Borsellino – sottolinea Bevere – convinto che il Tavolo di lavoro nazionale Agenas-Anac-ministero della Salute potrà giovarsi del suo contributo per l’individuazione, la sperimentazione e la realizzazione, in collaborazione delle Regioni, di progetti ed azioni concrete, finalizzate alla prevenzione dei fenomeni correttivi”.

Al termine di un iter cominciato diverse settimane fa – prosegue la nota – la Regione Siciliana ha concesso nei giorni scorsi l’assegnazione temporanea del suo dirigente presso l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. L’Agenas potrà così contare sulla preziosa collaborazione dell’ex assessore siciliano o per 2 anni, a partire dal 1 settembre 2015. “Conosco Lucia Borsellino da anni – evidenzia Bevere – Abbiamo già collaborato in più occasioni, non ultima quella della stesura del nuovo Patto per la Salute e del Regolamento sugli standard ospedalieri”. “Poter contare sulla professionalità, l’esperienza, i valori, l’onestà intellettuale e l’etica professionale che la contraddistinguono – conclude il Dg – è un indiscusso valore aggiunto per l’Agenzia e per i suoi interlocutori”.

Un epilogo atteso, quello del trasferimento, dopo che il Viminale, d’urgenza, ha deciso di assegnare una tutela all’ex assessore. Una fonte confidenziale avrebbe rivelato a un funzionario di polizia in servizio in Germania di presunte ritorsioni nei confronti della donna che sarebbe stata colpita a titolo dimostrativo dopo le ultime indagini antimafia della Procura di Palermo e che hanno decimato il clan di Matteo Messina Denaro, soprattutto nel giro di fedelissimi.  Notizie tutte da capire su cui il procuratore Francesco Lo Voi ha aperto un fascicolo di atti relativi, procedimento che in genere precede l’avvio di una inchiesta.

Il piano contro la figlia del giudice, dunque, non sarebbe legato alla sua attività nella Giunta Crocetta, nè tantomeno alla presunta intercettazione, la cui esistenza è stata più volte smentita dalla Procura, tra Tutino e Crocetta. Intercettazione nel corso della quale il medico avrebbe pronunciato la frase: «quella deve saltare in aria come suo padre». Della conversazione, ha ribadito il capo dei pm non c’è traccia però agli atti delle indagini palermitane sul medico. Racconta La Repubblica:

Chi ha incontrato Lucia Borsellino in queste ore racconta della sua amarezza per quello che continua ad accadere attorno a lei. Amarezza, ma anche tanta determinazione a impegnarsi per la Sicilia. Però, adesso, Lucia Borsellino medita di fare un’altra esperienza professionale, lontano da Palermo. Una scelta maturata da qualche tempo. E ci sarebbe già una prospettiva precisa, a Roma, al ministero della Sanità. Di sicuro, adesso, Lucia Borsellino vive con disagio la sua nuova vita blindata. Quando un funzionario della questura l’ha informata della decisione che la riguardava, ha chiesto: “Cosa posso fare per evitarla?”. Le è stato spiegato che per il momento è una misura ritenuta necessaria. Dunque, vacanze blindate per Lucia, in questi giorni in vacanza nella zona di Cefalù. Dove lavora suo fratello Manfredi, il dirigente del commissariato di polizia. Per i Borsellino, un’estate difficile.

 La verità di Lucia Borsellino: così Crocetta mi ha tradito  Intervista alla figlia del magistrato ucciso nel '92 dalla mafia, bersaglio della frase schock del medico Tutino, amico del governatore: "Va fatta fuori come il padre". "Il presidente ha minimizzato". "Tramavano sulla sanità, io isolata dal primo giorno, ecco perché lascio". L'ex asessore: ho trovato un coacervo di interessi, fallito il fronte comune che serviva per sconfiggerlo

Il trolley preparato in fretta per quella che non era una fuga ma un ritiro per pensare è di nuovo pronto. Torna a Palermo, all'indomani di quell'anniversario, il 19 luglio, il giorno in cui le uccisero il padre. E parla, Lucia Borsellino. Del clima di "diffidenza e ostilità" che l'ha circondata. Del "coacervo di interessi" intorno alla sanità, delle trame di un "governo parallelo". Accusa il presidente di averle taciuto quel che accadeva "alle sue spalle". Di aver "minimizzato" l'arresto di Tutino". Risponde alla quantità di voci, ipotesi, congetture e false notizie circolate non dopo le sue dimissioni del 2 luglio, passate quasi sotto silenzio, ma alla pubblicazione, giovedì scorso, dell'intercettazione che ha dato corpo ai sospetti. Tiene a dire che fino all'ultimo ha svolto appieno il suo "ruolo di assessore", tra mille insidie e difficoltà.

Partiamo dalle insidie?

"No, partiamo da quello che nonostante tutto siamo riusciti a fare".

È importante?

"Lo è, eccome".

Allora cosa intende con quel che siete riusciti a fare? Pensa di aver avuto dei successi?

"No, guardi, non sono successi miei, ma dati di fatto inoppugnabili. Sono in atti pubblici consegnati all'Assemblea regionale. Sono dati avallati dalla Corte dei conti e riconosciuti anche dalla Banca d'Italia: stiamo proseguendo nel programma di riqualificazione della spesa sanitaria. E per la seconda volta il bilancio si è chiuso in equilibrio, anzi con un avanzo di gestione".

Insomma la prima industria dell'Isola, la sanità, con i suoi 9 miliardi di spesa, più della metà dell'intero bilancio, e con 7 decimi che finiscono in stipendi, non è più un disastro inarrestabile?

"Non lo è, siamo riusciti a ridurre i ricoveri impropri e a mettere in piedi la rimodulazione della rete sanitaria con il sì di tutti i sindaci ad eccezione di quelli della provincia di Enna. Abbiamo ridotto la spesa farmaceutica con indici più marcati rispetto alla media nazionale. Certo c'è molto ancora da fare in termini di miglioramento dei servizi e degli standard qualitativi".

Sì, però lei ha dovuto gettare la spugna, perché?

"Per oppormi a quel coacervo di interessi che c'è dietro alla sanità era necessario un solido fronte comune che nei fatti non c'è stato".

Non lascia per quell'intercettazione pubblicata da l'Espresso nella quale il dottore Tutino auspica una brutta fine per lei, analogamente a quella riservata a suo padre?

"No, ho cominciato a maturare questa decisione da alcuni mesi".

Sapeva di quella intercettazione?

"No, assolutamente. Quello che avevo da dire sul clima di diffidenza e ostilità l'ho già riferito agli organi inquirenti".

Quindi la percezione di un clima di ostilità non è una scoperta recente?

"Fin dal primo giorno ho avuto ben chiaro che nei miei confronti c'era un clima di ostilità e di diffidenza".

Diffidenza perché?

"Io ho lavorato da dirigente generale, capo del dipartimento attività sanitaria, con il precedente governo. E poi nel novembre 2012 sono diventata assessore. Ecco: sembrava che dovessi dimostrare sempre una qualche forma di lealtà a questo esecutivo. Sembrava di essere continuamente sotto esame ".

Superava le prove?

"Le prove le superavo, ma la lealtà non è cieca. Va guadagnata giorno per giorno sul campo con i fatti e i comportamenti. La lealtà al governo e al Parlamento siciliano, istituzionalmente, l'ho garantita fino all'ultimo, ma cieca non sono mai stata".

E quando ha tenuto gli occhi aperti che è successo?

"Forse non mi sono spiegata bene: io gli occhi non li ho mai chiusi. Per esempio ho bloccato l'affidamento a un privato della Banca dei tessuti proposta dall'ospedale Villa Sofia (quello in cui era primario il dottor Tutino, ndr). Una procedura che andava contro le norme: bisognava fare un bando di evidenza pubblica come prevede lo Stato e l'Unione europea".

E questo è alla base dei giudizi, diciamo così, poco lusinghieri sul suo conto del dottor Tutino?

"Su questo ci sono indagini, lasci che siano altri a occuparsene, non io e non lei".

Sì, ma lei se ne è andata, perché?

"La mia lettera di dimissioni è chiara ed esaustiva. Ho lavorato con entusiasmo, valorizzando gente che come me crede nella possibilità di rilancio della sanità siciliana. Tanta gente, accanto ad altri che non fanno nulla o guardano al passato".

Ecco, parliamo di questi?

"Ho deciso di interrompere definitivamente questa esperienza quando ho avvertito la grande distanza che vi era tra me e le reazioni pubblicamente rese dal presidente di fronte all'arresto del dottor Tutino, volte a minimizzare quanto accaduto".

C'è la questione delle nomine dei dirigenti delle Asp, Tutino aveva un elenco che sottopose al presidente a sua insaputa?

"Diciamo che c'erano cose di cui io, l'assessore, non ero a conoscenza".

Un governo parallelo della sanità siciliana?

"Non posso spingermi a tanto, ma quel che viene fuori non mi pare smentisca questa affermazione".

Lei con il presidente parlava di tutto e non di questo?

"La domanda può essere ribaltata: diciamo che, alla luce di quanto emerge, era il presidente che non mi parlava di tutto ".

Gli disse che avrebbe voluto lasciare?

"Glielo comunicai la sera prima".

Molti le rimproverano di avere accettato. Proprio per quei rischi di cui si è resa conto.

"Ho accettato di fare l'assessore perché sentivo di volere dare il mio contributo al servizio esclusivo della collettività pur sapendo che il mio cognome poteva essere oggetto di speculazioni. È tutto qui".

Era prevedibile, non crede?

"Io ho dato il mio tempo e le mie competenze. Poi ho visto altro. Le dirò, anzi, che questa vicenda insegna che fin quando la Sicilia non si emanciperà dai simboli non potrà avere un futuro roseo davanti a sé".

Eppure Tutino dice di essere stato suo amico.

"Io gli amici li conto sulla punta delle dita, do un valore all'amicizia. Nel mio ambito professionale ho conosciuto quasi per intero il mondo della sanità. No, con lui amici proprio no".

E il presidente?

"Io sono stata leale con lui".

E lui?

"Lui non mi ha detto tutto".

Eppure vi incontravate spesso. Parlaste anche di Tutino e delle sue dichiarazioni alla Procura?

"No, di quello non potevo certo parlargli. C'era un'indagine in corso. Ma sotto il profilo istituzionale non gli ho taciuto proprio nulla. Al contrario ho appreso dai giornali che lui sapeva che il dottor Tutino parlava male di me e questo lui non me lo ha mai detto".

Crocetta sembra uno che prende di petto le questioni. Lei invece sostiene che tergiversava, prendeva tempo, eludeva il problema?

"Lui, è vero, prende di petto le situazioni. Ma certe cose, ho l'impressione che con me non le abbia discusse".

C'erano degli argomenti off limit, c'erano intoccabili?

"Io mi confrontavo con il presidente, con la giunta e con il Parlamento per ciò che non potevo risolvere nell'ambito della mia autonomia di delega. Ho avuto l'impressione che anche altro avvenisse dietro le mie spalle".

Insisto, le nomine?

"Anche su questo credo ci siano indagini, non ne parlo".

Il suo entusiasmo pare ormai spento. Davvero la sanità e la Sicilia sono irredimibili?

"No, è un torto a tanta gente che lavora onestamente e con impegno, pensarla così".

Cosa manca allora per governare e bene questa sanità?

"Basterebbe governare senza tenere conto degli interessi personali e del consenso a tutti i costi. Tenendo a mente non la visione di pochi ma della collettività".

Ha mai temuto per la sua incolumità?

"No, e non mi interessa".

Dicono già che qualcuno pensa di candidarla alla Regione. Ne ha sentito parlare?

"No e non mi interessa".

La sua esperienza politica si chiude qui?

"Io ero già un tecnico, sì la mia esperienza politica si chiude qui".

Lei però è un dirigente della Sanità. Comunque di quello dovrà occuparsi. Cosa farà?

"Non lo so e non ci ho ancora pensato. Ho preso dei giorni di ferie da dipendente regionale. Penserò anche a quello, al mio futuro. Adesso è ora di tornare".  Enrico Bellavia ,  Emanuele Lauria LA REPUBBLICA 21.7.2025

6.4.2014 L’antimafia dei tradimenti e delle carriere  Da Caterina Chinnici che scalza Beppe Lumia nelle gerarchie del Pd in vista delle prossime europee, passando per Sonia Alfano che scompiglia le certezze a sinistra candidandosi sotto l'insegna dei democrat, fino al possibile avvicendamento all'assessorato Energia fra Ingroia e Marino. La rivoluzione antimafia sembra essersi conclusa in malo modo, o non è mai iniziata?

E ora chi glielo raccontera’ alla base, pronta a gridare al complotto in caso di mancata candidatura? Che potra’ mai inventarsi il buon Beppe Lumia per attaccare il Pd dei cattivi e dell’antimafia dura e pura che, inesorabilmente, senza neppure troppi isterismi, l’ha lasciato in panchina nella prima e piu’ importante partita dall’avvento di Renzi premier, le Europee del 25 maggio? La beffa e’ che non e’ che gli hanno messo in lista un Crisafulli qualunque, un colluso e contiguo comunista facile da “mascariare” invocando l’intervento di chissa’ quali garanti. Il nome, meglio il cognome, scelto da quel birbantello di Fausto Raciti, e’ inattaccabile e inarrivabile, splende da anni nel firmamento delle stelle antimafiose per eccellenza. E, roba di non poco conto, e’ pure una gran brava persona. Si chiama Caterina Chinnici e, colmo dei colmi, Lumia la volle nel suo governo a guida (si fa per dire) Raffaele Lombardo, presidente ora finito nella polvere di un’inchiesta che gli ha gia’ regalato una condanna a sei anni e otto mesi per concorso esterno.

“Nessun imbarazzo” si e’ affrettata a dire sorridendo l’ex assessore alle Autonomie Locali. E non si sapra’ mai se si riferisse al suo nome accostato a Don Raffaele o alla sua candidatura che sancisce di fatto l’ultimo tradimento in terra di antimafia. Veti e veleni che da quando Saro Crocetta si e’ spostato da Tusa a Palazzo d’Orleans sembrano sfregiare con l’acido della calunnia vecchie amicizie che sembravano eterne.

Prendete la coppia Lumia-Cracolici. L’uno, del lombardismo, e’ stato compositore, concertatore e direttore d’orchestra. L’altro e’ stato fedele amministratore delegato fornendo appoggio politico e non solo. La regola dei troppi mandati e’ stata la spada di Damocle che ha ghigliottinato Lumia, parlamentare da 19 anni e 355 giorni, dimenticata per l’Antonello in carica all’Ars dalla legislatura numero 13 (oggi siamo alla XVI) e diventato cosi’ acido nei confronti dell’ex amico da digitare l’altro giorno, quando la candidatura di Lumia cominciava a barcollare, un tweet piu’ pesante di un avviso di garanzia: “E ora entrera’ in scena il circo Barnum dell’antimafia”.

Amici e guardati. Prendete Antonio Ingroia. Per Crocetta e’ diventato il coperchio di ogni pentola. C’e’ da liquidare Sicilia e Servizi? Eccolo pronto a varcare la soglia di via Thaon de Revel, tranquillizzare tutti i dipendenti salvo poi licenziarne una ventina con cognomi non proprio illibati. Di liquidazione, per inciso, ora non se ne parla piu’, anzi Sicilia e Servizi e’ diventata d’incanto strategica per la Regione. C’e’ da sostituire un commissario delle disciolte province in quel di Trapani? Chi ti nomina il buon Saro? Indovinato. Non per le sue qualita’ da amministratore, ancora tutte da dimostrare, ma perche’ Trapani e’ territorio di Matteo Messina Denaro, e vuoi mettere Ingroia al posto di un Linares nel frattempo spedito da Roma a svernare a Napoli? Il nuovo identikit dell’ultimo grande latitante di mafia non l’ha tracciato il pm allievo di Borsellino ma c’e’ da scommetterci che il boss di Castelvetrano qualche risatina se la stara’ facendo.

Ora Ingroia sta per assommare un altro e ben piu’ retribuito incarico. Crocetta lo vorrebbe, contro i desiderata di Udc e dello stesso Pd, a capo di un assessorato strategico, quello all’Energia. E a chi andrebbe a fare le scarpe l’uomo forte del Governatore? Ad un altro professionista dell’Antimafia nel frattempo caduto in disgrazia, l’ex pm Nicolo’ Marino, tirato fuori dal cilindro nei giorni del Crocetta Primo, altro magistrato prestato da tecnico alla politica. Poco piu’ di un anno dopo Marino e’ diventato un sassolino nella scarpa del Presidente, fastidioso come un herpes al labbro, ancora antimafioso doc per carita’, ma da cedere al migliore offerente nelle trattative per la composizione della nuova giunta: “Non esisterebbero problemi in una nomina dell’assessore Marino se tale scelta fosse proposta da uno degli alleati o in un quadro politico di larghe intese”, ha tagliato corto Crocetta. Sbattendo la porta in faccia al pm che indago’ (e archivio’) un’inchiesta proprio sul futuro presidente della Regione.

La colpa di Marino? Soprattutto quella di mettere in imbarazzo Crocetta nei confronti di Confindustria. E qua si apre un altro fronte dell’Antimafia dei Veleni. L’assessore all’Energia ne ha fatto una questione personale giurandola a Giuseppe Catanzaro, numero due dell’associazione degli industriali siciliani, grande amico di Ivan Lo Bello e Antonello Montante, imprenditore che ha denunciato e fatto arrestare i suoi estortori, a capo di una holding nel settore dei rifiuti che ha conquistato pure l’ambito certificato della white list, bollino indelebile di conti a posto soprattutto in tema di legalita’. Una guerra senza frontiere il cui testimone potrebbe passare ora a Ingroia, per nulla imbarazzato nel fare da commissario liquidatore, questa volta si’, di un altro simbolo della lotta al malaffare.

Incroci pericolosi che gia’ nell’inverno 2012 spaccarono la cosidetta antimafia militante: da un lato c’erano Leoluca Orlando e Claudio Fava per nulla convinti nell’appoggio al candidato Crocetta, “figlio” di Lumia e Cracolici e sostenitori di una lista alternativa poco premiata dal voto. Da un altro lato ecco Lucia Borsellino,pronta ad accettare il posto di assessore alla Sanita’ al posto del rinnegato Massimo Russo (oggi entrato in rotta di collisione coi vecchi amici tanto da rinfacciargli pressioni piu’ o meno lecite su nomine di manager e primari) e pronta anche a subire gli strali della sorella di Paolo, Rita, decisa a combattere contro quei professionisti dell’antimafia che per tre anni si sono lasciati andare ad ogni genere di inciucio. Persino Maria Falcone gridava all’antimafia di “chi piange e di chi ricorda e che non riuscirebbe mai a tollerare la presenza di un Raffaele Lombardo alla commemorazione di Giovanni”.

Volavano gli stracci e volano ancora. Con Sonia Alfano, altra figlia colpita dal lutto di mafia, che spariglia le certezze a sinistra dicendosi pronta a correre per le Europee sotto l’insegna del Pd e trova subito sponda nel renziano Fabrizio Ferrandelli. Nel frattempo pero’ la Alfano trova il tempo di esultare per una sua vecchia amica – l’imprenditrice antiracket Valeria Grasso – voluta da Crocetta alla guida (senza compenso per carita’) dell’Orchestra sinfonica siciliana nonostante nel suo curriculum vanti soltanto la gestione di una piccola palestra e uno scontro senza precedenti e passato sotto silenzio con altri antimafiosi doc, i ragazzi ormai diventati grandicelli di Addio Pizzo: “Semplicemente – dichiarava la Grasso nel 2011 – quelli di Addio Pizzo non hanno tollerato che chiedessi aiuto allo Stato senza passare da loro”. E la Alfano a rincarare la dose: “Alcuni di questi dirigenti dovrebbero smetterla di fare antimafia di facciata, istituzionale, senza sapere davvero cosa sia la lotta al racket. Per qualcuno che ha fatto dell’antimafia un mestiere sarebbe ora di andarsi a cercare un lavoro vero”.

Acqua passata? Forse no, considerato che anche un intellettuale non certo berlusconiano come il professor Giovanni Fiandaca, appena ieri ha detto che “in tema di antimafia si avverte l’esigenza di fare sempre meno retorica e di minori interessati opportunismi”. Non una voce isolata. Ernesto Galli della Loggia dalle colonne del Corriere (dicembre 2013) l’aveva scritto: “La lotta alla mafia non ha bisogno di premi all’antimafioso dell’anno”. E prima ancora il procuratore aggiunto di Caltanissetta Nico Gozzo dichiarava: “Che bella sarebbe l’antimafia se somigliasse ad Agnese Borsellino, riservata e concreta. Una riservatezza spesso violata da parvenu della giustizia che cercano un momento di notorieta’ o piu’ rapide carriere”.

Non saremo alla profezia di Pietrangelo Buttafuoco di una rivoluzione dell’antimafia finita a fischi e piriti ma certo in questi giorni non e’ un bel sentire. LIVE SICILIA di Francesco Foresta

 

“Respingo questo identikit   L’antimafia è condotta di vita” "Ho accettato questo incarico di assessore per puro spirito di servizio, con enormi sacrifici personali e familiari".

di Lucia Borsellino

Leggo l’articolo di oggi di Francesco Foresta e non posso fare a meno di tradire la mia riservatezza, che fu anche di mia madre, se non fossi chiamata in causa dallo stesso articolo dal titolo “L’antimafia dei tradimenti e delle carriere”.

Se lo stimatissimo e illuminato Leonardo Sciascia potesse oggi usare la sua penna, sarebbe lui a tracciare l’identikit di chi dell’antimafia ne fa una professione invece di un’intrinseca condotta di vita e sono convinta, avendo io avuto il privilegio di conoscerne la profonda onestà intellettuale, che non avrei mancato di continuare a tacere.

Ma visto che mi ritrovo citata sotto l’epiteto dell’antimafia dei tradimenti e delle carriere”, non posso che respingere un identikit che non mi appartiene per il semplice fatto che non ho bisogno di infilarmi un abito di qualcun’altro quando invece ho sempre vissuto e vivo nel costante tentativo di difendere con forza che non venga lacerato il mio.

Ho accettato, lo ripeto, questo incarico di assessore alla salute per puro spirito di servizio, con enormi sacrifici personali e familiari.

Non ho rinnegato alcuno che, di contro, non ha esitato a giudicare il mio operato a mezzo stampa e senza averne titolo se non al pari di qualunque cittadino.

Non sono pronta a subire gli strali di nessuno, foss’anche di un mio parente o di chi, in nome di una presunta conoscenza di una verita’ che grida ancora vendetta, pensa di avere il diritto di fare di un’eredita’ una rendita di posizione.

Sono pronta si, invece, a lasciare in qualunque momento, laddove il mio lavoro non sara’ piu’ ritenuto utile e adeguato alle attese della collettivita’ e di tutti coloro che mi hanno onorato e onerato della loro fiducia.

L’assessore Borsellino, persona che stimo e apprezzo, non ha bisogno di riconoscersi in identikit ben delineati e tratteggiati. Continui, se la lasceranno libera di decidere, nella sua opera di pulizia nell’infernale girone della sanita’ siciliana. E si guardi bene, e’ l’unico consiglio, dai pescecani della politica (ff)

 

25.8.2014 - Stanca di chiedere scusa  - Il mio futuro lontano dalla Sicilia  Lucia Borsellino scrive a LiveSicilia. Risponde a un editoriale del direttore. Dice la sua sul caso Humanitas. Ma soprattutto rivela la sua profonda delusione per questa terra. Che è pronta a lasciare. La lettera

di Lucia Borsellino

Era inevitabile che in questa terra che ama piangersi addosso, il caso del click day desse lo spunto per rievocare il caso Humanitas. Ma siccome il prezzo che sto pagando per assolvere a questo incarico è, sul piano personale, troppo alto, ho deciso di non tacere. Mi sia consentito di rievocarlo io, adesso, il caso Humanitas, avvalendomi del diritto di replica e rivolgendomi, ancora una volta, da una “giufà ” di questo governo ad un interlocutore intelligente, onesto e soprattutto disinteressato.

La vicenda della casa di cura ad indirizzo oncologico è stata immotivatamente oggetto di strumentalizzazione politica e mediatica, quando già avevo assunto anzitempo la determinazione, comunicata formalmente al Presidente e alla Segreteria di Giunta, che ogni modificazione all’assetto dei posti letto privati e accreditati con il servizio sanitario regionale sarebbe stata effettuata solo ed esclusivamente in sede di revisione della rete ospedaliera regionale, senza alterare l’equilibrio pubblico/privato e senza alcun aggravio di costi a carico della spesa pubblica. Che è esattamente ciò che la stessa Giunta ha assentito alla prima seduta utile dopo la mia formale proposta di atto di indirizzo per la rimodulazione dei posti letto della rete regionale, che nulla ha innovato in termini di incremento di posti letto per acuti, non sussistendone i presupposti introdotti dalla sopraggiunta normativa di settore.

Ma ogni chiarimento tecnico sulla questione, appare perfino oggi anacronistico e privo di rilievo, essendo stati peraltro i miei atti, ancorchè interni all’amministrazione, inusualmente oggetto di pubblicazione da parte anche di codesta stessa redazione e a tutti ostensibili al pari del resoconto dell’audizione della sottoscritta da parte della competente Commissione Legislativa. Prendo spunto da questa occasione, tuttavia, per esprimere il profondo rammarico di chi ha solo l’interesse di lavorare per il bene collettivo e di chi ha solo la colpa di essersi imbattuta in una strada che non è consentito attraversare da chi non ha né padrini né interessi particolari da tutelare, ma solo un cognome per il quale devo chiedere anche scusa.

Comunque non si preoccupi, perché la mia esperienza, come ho già detto è a tempo e il mio futuro lontano da questa terra, perchè sono convinta sempre di più che per le ragioni sopra esposte, non c’è spazio in questa Sicilia per chi decidesse di lavorare per puro spirito di servizio e nell’interesse esclusivo della collettività. Questo, ovviamente, senza nulla togliere al lecito diritto di critica e di controllo che spetta anche a voi giornalisti.

 

 a cura di Claudio Ramaccini  Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia - Progetto San Francesco

 

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