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Lucia Borsellino

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Alla luce di ciò che è accaduto dopo è facile pensare che non si sia fatto tutto il possibile, perché questa tragedia sievitasse. Noi lo gridiamo a gran voce daanni, perché sono note a tutti le molteistanze di mio padre che non riteneva chela scorta fosse il metodo più sicuro perpoter tutelare la propria incolumità, ancheperché si metteva a rischio quella di ragazzi che avevano la mia età, perché Emanuela Loi aveva la mia età, ma nonostante
tutto mio padre invocò l’aiuto dello Statoperché venissero rafforzate le misure diprotezione, in particolare per quanto riguarda i siti dove più spesso si recava, comequello dell’abitazione della madre. A partequesto episodio che racconto per far comprendere la nostra consapevolezza non solodi quei giorni, ma di quegli anni, mio padre
ebbe la scorta in occasione dell’uccisionedel capitano Basile e quindi nei primi anni’80, per cui tutta la mia infanzia e quelladei miei fratelli è stata vissuta con la costante presenza di persone che hanno fattoquesto lavoro con onestà, con amore, con
dedizione e con trasporto umano assolutamente ricambiato, per cui posso dire diaver avuto una famiglia allargata da questopunto di vista." Estratto da un'audizione di Lucia Borsellino in commissione antimafia, 12 luglio 2016.


  • «Non si è nemmeno accorto che sono nello studio, seduta nella poltrona sistemata nell’angolo della stanza, mentre scrive questa lunga lettera (indirizzata alla Professoressa di Padova, n.d.r.). Mi chiede se mi piacerebbe trascorrere quel giorno al mare, a Villagrazia. “Magari riuscirò a vederti un po’ abbronzata, l’esame che avrai domani ti ha costretto finora a non fare neanche un bagno”. Fa il programma della giornata: subito Villagrazia, poi insieme io e lui a prendere la nonna in Via d’Amelio per portarla dal cardiologo, infine a casa: io a studiare, lui a lavorare. Rispondo di no: devo andare da una collega di università per l’ultimo approfondimento di studio, e poi è il giorno del suo compleanno, mi ha invitata a pranzo. “Ma quando li chiuderai, questi libri?”, protesta.  Scuoto la testa: “Papà, non posso venire con te”. È inutile dire che non mi sarei preoccupata dell’esame, se solo avessi sospettato che quel suo viso dolce e sereno l’avrei rivisto solo qualche ora più tardi, dopo aver sentito, mentre studiavo a casa della mia amica, un boato in lontananza». Da “Paolo Borsellino” di Umberto Lucentini
  • «Sono lì da una settimana quando decido di passeggiare, di esplorare un po’ quest’isola dove ci hanno spedito lontano dal pericolo di vendetta della mafia. È il momento che mi rendo conto che nemmeno all’Asinara possiamo stare tranquilli. 
  • "Mi invidiano molto, i miei amici, quando si accorgono quale confidenza, amicizia, complicità c'è tra lui e noi. Anche loro, mi confessano, desidererebbero avere un padre come il mio. Ma, non lo nascondo, ho paura di deluderlo. Quante volte gli chiedo: «Da laureata in farmacia, come posso rendere la mia vita significativa?». È un chiodo fisso, per mio padre, quello del significato della vita. E a ogni occasione: «Se muoio adesso, il mio compito l'ho svolto. Ho dato alla luce e fatto crescere tre figli come voi, l'educazione e gli insegnamenti che potevo darvi li ho trasmessi. Ho la fortuna di non essere una persona sconosciuta, se pronunci il mio nome la gente sa chi sono, cosa ho fatto. Ho svolto il mio lavoro onestamente, ho saputo dare tanto amore alla mia famiglia, sono contento perché credo di essere stato un buon figlio, un buon marito, un buon padre». E aggiungo io, anche una persona disponibile con chi ha bisogno. Riesce a occuparsi di tutti, siano essi parenti o estranei, talvolta chiede sacrifici anche a noi pur di aiutare gli altri. Siamo contenti che lui ci coinvolga: «Non è bene che un padre si chiuda nell'egoismo familiare. C'è tanta gente che ha bisogno di amore e di aiuto.» " Da «Paolo Borsellino», Umberto Lucentini
  • “Quante volte in vita mia mi sono pentita di quella passeggiata: nell’attimo in cui metto un piede fuori dal giardino che circonda la foresteria e mi incammino con mia sorella tra i campi, scorgo un corteo di persone che ci seguono, si nascondono dietro i cespugli, con i mitra spianati, cercando di non farsi vedere da noi. Mi crolla il mondo addosso, altro che rifugio sicuro.  Da quell’attimo mi passa la voglia di passeggiare, di fare qualsiasi cosa. Mi rinchiudo in camera per cinque giorni di fila. Non ho più fame. Ogni giorno che passa è sempre peggio. Mio padre capisce subito cosa sta succedendo. Io no: quando mi chiede "Perché non mangi?" non so dargli risposta. Gli dico che vorrei tornare a casa.  Papà sa che il rischio è altissimo, ma non sente ragioni: prende me e Fiammetta, ci infila in gran segreto in elicottero e ci accompagna fino a Palermo. Restiamo con i nonni a Villagrazia, lui torna all’Asinara dove rimane con mamma e Manfredi fino ai primi di ottobre. Ultimata la stesura della sentenza di rinvio a giudizio del maxiprocesso, l’emergenza sembra passata. Sono ridotta a uno scheletro quando papà torna a Palermo. Da quel momento papà non mi lascia un secondo».  Da “Paolo Borsellino” di Umberto Lucentini
  • DI STRAGE IN STRAGE - ATTILIO BOLZONI, 21 LUGLIO 1992  - La giovane figlia del giudice assassinato, Lucia Borsellino, intervistata dal Tg5 ' MORIRE PER CIO' IN CUI SI CREDE' ROMA - "C' è una frase che papà ci ripeteva sempre e che ha influenzato tutto il mio stile di vita. Era: è bello morire per ciò in cui si crede". Così Lucia Borsellino, figlia ventiduenne del magistrato assassinato, ha ricordato il padre - durante un'intervista rilasciata ieri sera al Tg5 - "un uomo e un padre fantastico, di una bontà infinita". Lucia ha ricostruito con voce affaticata dall' emozione il loro ultimo colloquio. "Domenica mattina mi aveva proposto di andare al mare con lui e con mio fratello Manfredi. Ma io gli dissi che non potevo, che dovevo andare a studiare a casa di una collega di università perchè avevo gli esami in vista. Lui c' era rimasto male. Mi chiese il numero di telefono della casa dove dovevo andare. Glielo diedi, ma lo dimenticò sulla scrivania. Verso il pomeriggio, non mi ricordo che ora fosse, ho sentito da casa della mia collega un rumore, poi sono cominciate ad arrivare le prime notizie, e sono scappata via....". La famiglia Borsellino era molto legata a quella Falcone ("Vissi la tragedia di Capaci come sto vivendo quella di mio padre") alla quale era accomunata "oltre che dalla forte stima, anche da una sorte comune, facevamo una vita simile". Tanto che dopo l'agguato a Falcone, il giudice Borsellino "aveva cominciato a cautelarsi di più, a stare attento a cose alle quali prima non dava peso, per far stare noi più tranquilli". Sì, il magistrato sapeva che ci poteva essere un nuovo attentato, "se lo aspettava"; no, non lo diceva, "con noi non ne aveva mai parlato chiaramente"; sì, "mio fratello conosceva i ragazzi della scorta"; no, Lucia non li ha mai conosciuti personalmente. E poi arriva la volta del ricordo dell'isolamento all' Asinara. "All' inizio non mi sembravano momenti troppo difficili, il posto era bellissimo. Ma poi abbiamo cominciato ad avvertire, giorno dopo giorno, una grande solitudine. Percepivamo che quella che facevamo non era una vita normale e non vedevo l'ora di venir via, di tornare a casa mia". Non si sottrae ad alcuna domanda Lucia Borsellino, ma con la forza di una figlia che per anni ha temuto la morte violenta del padre dice, quasi a rendergli un ultimo omaggio: "E' sempre stato un uomo fiducioso, sempre. E infatti è morto per questo: credeva troppo in quel che faceva. Il futuro? Vivere normalmente, secondo i suoi insegnamenti". ' Occorrono giudici senza ombre' LA SORELLA DI FALCONE ' NON LI HANNO DIFESI' PALERMO - In meno di due mesi le parti si sono invertite. Maria Falcone, sorella del giudice ucciso a Capaci e Lina Morvillo, mamma di Francesca, sono rimaste per tutta la mattina di ieri accanto ad Agnese Borsellino ed ai suoi figli. Chi ieri cercava di consolare, oggi riceve consolazione. "Quanto è avvenuto è terribile - ha detto la sorella di Falcone - toglie a questa città anche la possibilità di sperare". Poi la signora Falcone è passata alle accuse: "Per quanto è dato a noi sapere nulla è avvenuto sul piano delle indagini dopo l'uccisione di mio fratello. Chi non ha saputo tutelare la vita di Giovanni, di Francesca e degli agenti morti a Capaci non è stato in grado di assicurare adeguata protezione neppure a Paolo Borsellino che non poteva non essere considerato come il nuovo naturale bersaglio della mafia. In questo paese è ora che qualcuno cominci a pagare per non avere saputo assolvere ai propri compiti". "Ho appreso dalla tv - ha detto ancora la professoressa Falcone - che il procuratore della Repubblica Pietro Giammanco avrebbe manifestato l'intenzione di rassegnare le dimissioni... Ritengo che il proposito debba essere coltivaro sino in fondo. Altri magistrati debbono prendere il suo posto. Alla procura di Palermo occorrono giudici sui quali tutti si debba essere certi e tranquilli, giudici non chiamati in causa da quei chiari appunti lasciati da mio fratello, già pubblicati dai giornali e che Borsellino aveva detto, quasi a futura memoria, di ben conoscere". "E' triste doverlo ammettere ma, sino ad oggi, credo proprio che la considerazione che la mafia abbia vinto sia incontestabile". Questo l'amaro commento del sostituto procuratore della Repubblica Alfredo Morvillo, fratello di Francesca, mentre si allontanava dal palazzo di giustizia. "Non vedo assolutamente alcuna speranza - ha detto il magistrato - perchè, mancando Borsellino, allo stato non c' è più alcuna persona in grado di coagulare in sè il consenso oltre che riunire tutti noi per il prosieguo delle indagini". Antonino Vullo, l'unico scampato al massacro ' UNA GRANDE FIAMMATA E S' E' SCATENATO L' INFERNO' PALERMO - Antonino Vullo è l'unico superstite della strage. I medici dell'ospedale di Villa Sofia lo hanno tenuto sotto osservazione solo per 24 ore. Nel pomeriggio, l'agente era già a casa. Piange e scuote la testa l'agente Vullo: "Non erano ancora le 17. Io ero alla guida della Croma blindata del dottor Borsellino. Il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra, stavo parcheggiando l'auto che era alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l'inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L' onda d' urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina". Con l'orrore negli occhi e la voce roca, Vullo mormora: "Attorno a me c' erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto". Trentadue anni, all' ufficio scorte dal febbraio scorso, Vullo è sposato e padre di 2 figli. "Non bisogna mollare - afferma -. Purtroppo era un attentato annunciato, era prevedibile, si è ripetuta la stessa cosa a distanza di due mesi. Ma non si può continuare a morire così". Antonino Vullo, domenica, era alla guida della Croma per caso. Il giudice aveva l'abitudine, nei giorni festivi, di lasciare a casa il suo abituale autista, Salvatore Didato. ' Debbo al dottor Borsellino la vita, non voleva mai che lavorassi la domenica', ha detto piangendo.

 

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