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La TRATTATIVA-STATO MAFIA ACCELLERO' LA MORTE DI BORSELLINO

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PROCESSO TRATTATIVA STATO-MAFIA: arrivata la sentenza

19 Luglio 2018 - In coincidenza con il 26° Anniversario della Strage di Via D'Amelio, sono state depositate le oltre 5 mila pagine che compogono la Senteza dello scorso 20 Aprile

 Stato-mafia, "la trattativa accelerò la morte di Borsellino". 

La SENTENZA testo integrale

Le motivazioni della sentenza emessa il 20 aprile scorso dalla corte d’assise di Palermo. I giudici condannarono Mori, De Donno, Subranni e Dell’Utri, assoluzione per Mancino

"L'improvvisa accelerazione che ebbe l’attentato a Paolo Borsellino" fu determinata "dai segnali di disponibilità al dialogo - ed in sostanza, di cedimento Cosa Nostra culminata nella strage di Capaci - pervenuti a Salvatore Riina, attraverso Vito Ciancimino, proprio nel periodo immediatamente precedente la strage di via D'Amelio". Per i giudici del processo Trattativa Stato-mafia, "non vi è dubbio" che i contatti fra gli ufficiali dei carabinieri Mori e De Donno con Vito Ciancimino, unitamente al verificarsi di accadimenti (quali l'avvicendamento di quel ministro dell'Interno che si era particolarmente speso nell'azione di contrasto alle mafie, in assenza di plausibili pubbliche spiegazioni) che potevano ugualmente essere percepiti come ulteriori segnali di cedimento dello Stato, ben potevano essere percepiti da Salvatore Riina già come forieri di sviluppi positivi per l'organizzazione mafiosa nella misura in cui quegli ufficiali lo avevano sollecitato ad avanzare richieste cui condizionare la cessazione della strategia di attacco frontale allo Stato".    I giudici scrivono ancora: "Ove non si volesse prevenire alla conclusione dell'accusa che Riina abbia deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla trattativa, conclusione che peraltro trova una qualche convergenza nel fatto che secondo quanto riferito dalla moglie, Agnese Piraino Leto, Borsellino, poco prima di morire, le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi, in ogni caso non c'è dubbio che quell'invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può certamente avere determinato l'effetto dell'accelerazione dell'omicidio di Borsellino, con la finalità di approfittare di quel segnale di debolezza proveniente dalle istituzioni dello Stato e di lucrare, quindi, nel tempo dopo quell'ulteriore manifestazione di incontenibile violenza concretizzatasi nella strage di via d'Amelio, maggiori vantaggi rispetto a quelli che sul momento avrebbero potuto determinarsi in senso negativo".

 

 

Le motivazioni della sentenza


Palermo, 20.4.2018 -  La Corte di Assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, ha comminato oggi diverse condanne pesanti nel processo per la cosiddetta trattativa Stato-mafia, che giunge dopo quasi cinque anni di processo, circa 220 udienze e oltre 200 testimoni. 

 

 

AUDIO del PROCESSO

 Agnese Borsellino: "Mio marito mi disse della trattativa Stato-Mafia..."

Scellerata trattativa...
Borsellino la ostacolava 

Rassegna stampa

Il primo a parlare di “trattativa” attraverso un “papello di richieste” è stato il pentito Giovanni Brusca, nel 1996, all’inizio della sua collaborazione con la giustizia: disse di averne sentito parlare a Totò Riina, fra le stragi Falcone e Borsellino. Da queste dichiarazioni sono ripartiti i pm di Palermo e Caltanissetta nel 2009, dopo aver raccolto le parole di Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco di Palermo condannato per associazione mafiosa

Le indagini di Palermo
La Procura ha chiamato Massimo Ciancimino a deporre nel processo che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu di favoreggiamento aggravato nei confronti di Bernardo Provenzano. Nell’estate 1992, Mori incontrò più volte il padre di Massimo Ciancimino, Vito: “Per tentare di indurlo alla collaborazione e fermare le stragi mafiose”, ha sempre sostenuto Mori; “per intavolare una trattativa con Cosa nostra”, è la tesi della Procura di Palermo. Massimo Ciancimino ha accusato in particolare Mori di avere incontrato il padre già prima della strage di via d’Amelio, circostanza sempre negata da Mori. Ciancimino junior, che si attribuisce un ruolo di intermediario fra il padre e gli ufficiali dell’Arma, sostiene pure che fu consegnato a Mori un “papello” con le richieste di Riina (anche questa circostanza smentita da Mori). Nella ricostruzione di Ciancimino, la trattativa Stato-mafia condotta nell’estate 1992 tramite il padre sarebbe proseguita dopo il gennaio 1993 (ovvero dopo l’arresto di Totò Riina) attraverso il “nuovo canale” Bernardo Provenzano-Marcello Dell’Utri.


La deposizione di Massimo Ciancimino al processo Mori
Udienze:
1/2/2010
2/2/2010
8/2/2010
2/3/2010

Oggetto del processo Mori è il mancato blitz del 31 ottobre 1995, che secondo il colonnello Michele Riccio avrebbe potuto portare all’arresto di Bernardo Provenzano a Mezzojuso (centro della provincia di Palermo) grazie alle rivelazioni del boss confidente Luigi Ilardo. La vicenda è ricostruita nel provvedimento con cui il gip Maria Pino ha archiviato la denuncia per calunnia nei confronti di Riccio presentata da Mori e Obinu (i due ufficiali hanno presentato ricorso per Cassazione).
Il decreto di archiviazione del gip Maria Pino

Le indagini di Caltanissetta
Una prima organica ricostruzione delle vicende legate alla trattativa Stato-mafia è contenuta nel “capitolo secondo” della richiesta di misura cautelare presentata dalla Procura nissena per la strage Borsellino. Il capitolo si intitola: “Le nuove indagini sul movente del delitto, la cosiddetta trattativa”.

L’indice del documento, e i relativi link: 

1. Le indagini svolte sulla c.d. “trattativa”: una opportuna premessa. Il contributo dichiarativo di Massimo Ciancimino. 

2. Le indagini precedenti. L’attivismo di Mori e De Donno nella sentenza di Firenze. Gli ulteriori incontri del dott. Borsellino nel giugno-luglio 1992: gli incontri con l’on. Mancino, con il capo della Polizia Parisi, con quello della Criminalpol Rossi, con Bruno Contrada, con gli stessi Mori e De Donno e con il R.O.S.
2.1. La Sentenza di Firenze: la trattativa Mori-Ciancimino.
2.2. Le indagini svolte negli anni ’90 da questa Procura sui contatti del dott. Borsellino nel giugno/luglio 1992 con collaboratori di giustizia e personalità istituzionali.
2.2.1. Incontro/i con Parisi (capo della Polizia) e Rossi (capo della Criminalpol)
2.2.2. Incontro col Ministro Mancino
2.2.3. Incontri con Contrada
2.2.4. Incontri del dott. Borsellino con appartenenti al R.O.S.
2.2.5. Conclusioni sugli incontri del dott. Borsellino. 

3. Le nuove risultanze: le dichiarazioni di Ciancimino Massimo e Brusca Giovanni.

4. Le conferme di Giovanni Ciancimino e dell’avv. Ghiron. Le dichiarazioni di alcuni testi che rivestivano, all’epoca, importanti ruoli istituzionali: l’on. Martelli, l’on. Violante, l’avv. Contri, la dott.ssa Ferraro. 

5. I “nuovi” documenti raccolti: il c.d. “papello”, e le lettere di Provenzano a Ciancimino: loro non utilizzabilità probatoria, sulla base anche della relazione tecnica in atti. Le lettere autografe di Vito Ciancimino, ed i riscontri nelle stesse contenuti alla c.d. “trattativa”. I documenti su “Franco/Carlo” e la loro inattendibilità. L’inqualificabile comportamento processuale di Massimo Ciancimino sull’identificazione dell’agente segreto, e la conseguente integrale inutilizzabilità delle sue dichiarazioni al riguardo. 

6. Le “ombre” sugli apparati dello Stato: il “traditore”. Le dichiarazioni di Pino Arlacchi, Alessandra Camassa e Massimo Russo. Le ulteriori dichiarazioni di Mutolo Gaspare. Le incertezze di Di Matteo, l’intercettazione del colloquio con la moglie, e le dichiarazioni di Brusca al processo d’appello Borsellino. Le parole della vedova del dott. Borsellino. 

7. Le dichiarazioni degli on.li Mancino, Scotti e Rognoni. Le dichiarazioni di Mori e De Donno. Le provocazioni di Riina, ed il suo brusco voltafaccia maturato tra il 2009 ed il 2010. 

8. L’ombra della trattativa del 1992 nell’anno delle stragi di Firenze, Milano e Roma: il contrasto al D.A.P. e nei Ministeri tra due strategie ugualmente tese a disinnescare la “bomba carceri” concedendo a Cosa Nostra un drastico arretramento del 41 bis O.P. Le ricadute sui riscontri all’esistenza della trattativa nel 1992. 

La richiesta di misura cautelare presentata dalla Procura di Caltanissetta (il testo integrale)
Scarica l’indice del documento

BRUNO CONTRADA

Decreto di archiviazione del gip di Caltanissetta Tona per Bruno Contrada per le stragi PDF

CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA:

Sentenza di primo grado PDF
Sentenza di secondo grado PDF 
Sentenza di rigetto della Cassazione PDF
Sentenza di rinvio della Cassazione PDF
Sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo PDF


Bruno Contrada, ex funzionarioagente segreto  è stato dirigente generale della Polizia di Stato, numero tre del Sisde, capo della Mobile di Palermo, e capo della sezione siciliana della CriminalpolIl suo nome è associato ai presunti rapporti tra servizi segreti italiani e criminalità, culminati nella strage di via d'Amelio dove morì in un attentato il giudice Paolo Borsellino che in quel periodo indagava sui collegamenti tra mafia e Stato, e alla cosiddetta "zona grigia" tra legalità e illegalità. Contrada si è dichiarato collaboratore e amico di Borsellino, ma i familiari del magistrato assassinato hanno smentito fermamente.  Anche Giovanni Falconepareva non si fidasse di lui da tempo.  In gioventù fu amico e collaboratore di Boris Giuliano, la cui moglie ha espresso invece perplessità sulla colpevolezza di Contrada. Arrestato il 24 dicembre 1992, Contrada, che si è dichiarato estraneo al reato, è stato condannato in via definitiva nel 2007 a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2011-12 venne respinta la richiesta di revisione del processo e sempre nel 2012 finì di scontare la pena.  L'11 febbraio 2014 la Corte Europea dei diritti dell'uomo (CEDU) ha condannato lo Stato italiano poiché ha ritenuto che la ripetuta mancata concessione degli arresti domiciliari a Contrada, sino al luglio 2008, pur se gravemente malato e malgrado la palese incompatibilità del suo stato di salute col regime carcerario, fosse una violazione dell'art. 3 Cedu (divieto di trattamenti inumani o degradanti). Il 13 aprile 2015 la stessa Corte europea dei diritti umani ha condannato lo Stato italiano stabilendo un risarcimento per danni morali da parte dello Stato italiano perché non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa dato che, all'epoca dei fatti (1979-1988), il reato non era ancora previsto dall'ordinamento giuridico italiano (principio di nulla poena sine lege), e nella sentenza viene affermato che «l'accusa di concorso esterno non era sufficientemente chiara».  In seguito a ciò, nel giugno 2015 è iniziata la revisione del processo di Contrada, poi respinta il 18 novembre. Gli avvocati di Contrada hanno presentato istanza di revoca della condanna, respinta dalla corte d'appello di Palermo, e infine accolta nel 2017 dalla corte di Cassazione, che ha dichiarato "ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna".

LA TRATTATIVA NON E’ PRESUNTA

L’ESISTENZA DI UNA VERA E PROPRIA TRATTATIVA DI TIPO POLITICO CON LA MAFIA, BASATA E FINALIZZATA SUL CONCETTO DEL DO UT DES E’ COSTITUITA DALLE STESSE PAROLE PRONUNCIATE DA MORI E DA DE DONNO, SENTITI NEL PROCESSO DINANZI ALLA CORTE DI ASSISE DI FIRENZE. E NON SOLO IN QUEL PROCESSO.

PM Di Matteo - dalla requisitoria 15 dicembre 2017 processo Trattativa Stato-mafia

“Rispetto a quella che viene definita sempre la "fantomatica" trattativa, la messinscena della trattativa, la pseudo trattativa e quant’altro, andiamo ad esaminare tutti quegli elementi che ci inducono ad affermare che quei dialoghi, quegli incontri riservati, nella casa di Roma, costituirono il terreno privilegiato di una vera e propria trattativa politica. E non certo come vogliono far credere gli odierni imputati, di una ordinaria, se pure eventualmente temeraria e spregiudicata iniziativa investigativa. Non c'entra nulla. Su questo processo si è detto e si continua a dire tutto. Non soltanto per criticare, che sarebbe ovviamente perfettamente comprensibile, ma per delegittimare, ridicolizzare il lavoro del Pubblico Ministero e l'onestà concettuale del Pubblico Ministero.  Siamo abituati non solo a sentire parlare di presunta trattativa , ma a leggere ed ascoltare quotidianamente giudizi impietosi che definiscono l'ipotesi della trattativa una messinscena, una bufala, un teorema di magistrati politicizzati privo di qualsiasi appiglio probatorio completo. Questa continua, costante, pressante attuale ricostruzione mediatica stride clamorosamente con dati di fatto di solare evidenza e di dirompente forza dimostrativa  E voglio partire da ciò che tutti dimenticano o fingono di dimenticare. Al di là e ancor prima di dichiarazioni di pentiti e dichiaranti, delle ricostruzioni di Massimo Ciancimino, delle affermazioniazioni di Brusca o di Cancemi, c'è ed assume oggi una forza incredibile nella sua chiarezza indiscutibile ed inequivocabile un elemento di prova acquisito quando nessuno ancora aveva nemmeno semplicemente ipotizzato di poter aprire un'indagine sui vertici del Ros e sui loro rapporti con Vito Ciancimino.  Quell'elemento di prova, quella confessione dell'esistenza di una vera e propria trattativa di tipo politico con la mafia, basata e finalizzata sull'elementare concetto del do ut des, è costituita dalle stesse parole pronunciate da Mori e da De Donno allorquando vennero sentiti nel processo Bagarella + 25 dinanzi alla Corte di Assise di Firenze.  Parole molto chiare, inequivoche assolutamente antitetiche rispetto a quelle rese in questa sede con le spontanee dichiarazioni. Parole e ricostruzioni che recuperiamo attraverso il testuale riferimento nelle sentenze alla Corte di Firenze che non lasciano spazio e dubbi ad interpretazioni diverse da quelle di un’ammissione di una vera e propria trattativa con i capi di Cosa Nostra attraverso Vito Ciancimino.  Andiamo a leggere alcuni passaggi di queste dichiarazioni rese all’udienza pubblica in Corte di Assise a Firenze del 27 gennaio 1998. Leggo alcuni passaggi virgolettati. Teste Mori “Andammo da Ciancimino e dicemmo “Signor Ciancimino, che cos’è questa storia qui. Ormai c’è un muro contro muro . Da una parte c’è Cosa Nostra, dall’altra parte c’è lo Stato. Ma non si può parlare con questa gente?“. Guardate, basterebbero queste parole per dire: Ma quale attività investigativa? Ma quale pseudo trattativa? Il rappresentante del Comando Operativo del reparto di eccellenza dei Carabinieri del Ros va da un soggetto che sa essere in contatto con Riina e Provenzano e e gli dice “Ma cos’è questo muro contro muro?” come se fosse strano che ci sia muro contro muro tra l’organizzazione mafiosa più pericolosa al mondo e che poco tempo prima aveva fatto saltare in aria un pezzo di autostrada a Capaci e lo Stato. Che cos’è questa Signori Giudici Popolari se non già proprio subito una proposta di metterci d’accordo per fare venire meno il muro contro muro? Altro che Scotti alle Camere che dice che non ci può essere nessuna ipotesi di mediazione, di compromesso… Ha ragione Riina quando dice “Mi hanno cercato loro”. La sentenza Tagliavia ha perfettamente ragione quando dice che il dialogo con la mafia è stato cercato …non dallo Stato, lo Stato è un concetto molto più alto, ma da alcuni esponenti deviati dello Stato.  Che cos’è questo muro, non si può parlare con questa gente? Non lo dice un pentito, lo dice Mori. Poi vedremo perché in quel momento, fra virgolette, se lo lascia scappare. Il 27 gennaio 98 in una Corte di Assise che giudicava i responsabili degli eccidi di Roma, Firenze e Milano, davanti alle parti civili, davanti ai parenti dei morti. “Ciancimino mi chiedeva se io rappresentavo solo me stesso o anche altri. Gli disse lei non si preoccupi, lei vada avanti. Lui capì e RESTAMMO D’ACCORDO CHE VOLEVAMO SVILUPPARE QUESTA TRATTATIVA” La trattativa non esiste, la trattativa è il frutto avvelenato di giudici politicizzati…la presunta trattativa, la pseudo trattativa…la bufala della trattativa, la patacca della trattativa…  MORI IL 27 GENNAIO 1998 (la Corte si sbaglierà -dopo leggo alcuni passi della sentenza- dicendo che di quella trattativa ha parlato solo De Donno) DI TRATTATIVA HA PARLATO MORI E NON SOLO IN QUESTO PASSAGGIO, NE LEGGERO’ ALTRI, E LEGGERO’ ANCHE SCRITTI IN CUI MORI DEFINISCE QUESTA COSA UNA TRATTATIVA. C’è un altro passaggio molto importante che Mori sottolinea che i giudici della Corte di Assise annotano: la richiesta di Ciancimino di avere un passaporto. Testuali parole del Colonnello Mori.  QUANDO PARLA DEL PASSAPORTO MORI DICE “CE LO CHIESE PER SEGUIRE ALCUNE FASI DELLA TRATTATIVA ALL’ESTERO.“  CAPITANO DE DONNO, sempre lo stesso giorno, 27 gennaio 98 “GLI PROPONEMMO DI FARSI TRAMITE PER NOSTRO CONTO DI UNA PRESA DI CONTATTO CON GLI ESPONENTI DELL’ORGANIZZAZIONE MAFIOSA COSA NOSTRA AL FINE DI TROVARE UN PUNTO DI INCONTRO, UN PUNTO DI DIALOGO finalizzato -De Donno è ancora più esplicito- alla immediata cessazione di queste attività di contrasto netto e stragista nei confronti dello Stato.”  Troviamo un punto di dialogo, finitela con questo contrasto netto e stragista nei confronti dello Stato, si capovolgono i termini della questione.  Signori giudici popolari, questo significa acquisire informazioni? Questo significa fare un’attività investigativa? O questo significa, come qui diciamo, condurre in maniera spregiudicata una scellerata e spregevole trattativa con i vertici della mafia mentre c’era ancora il sangue dei morti in terra? Proseguo nel citare alcune delle affermazioni rese sotto giuramento da De Donno “Successivamente Ciancimino ci fece sapere che VOLEVA INCONTRARCI E CI DISSE CHE L’INTERLOCUTORE, E CIOE’ LA PERSONA CHE FACEVA DA MEDIATORE FRA LUI E SALVATORE RIINA (quindi sapevano già tutto, sapevano che Ciancimino parlava con Riina) VOLEVA UNA DIMOSTRAZIONE, UNA PROVA CONCRETA DELLA NOSTRA CAPACITA’ DI INTERVENTO. QUESTA PROVA CONSISTEVA NELLA SISTEMAZIONE DELLE VICENDE GIURIDICHE PENDENTI DEL CIANCIMINO E NELLA CONSEGUENTE CONCESSIONE DI PASSAPORTO AL CIANCIMINO.“  Quindi De Donno dice ai giudici della Corte di Assise di Firenze che, avendo parlato con Riina, per capire fino a che punto fossero affidabili interlocutori istituzionali, affidabili dal punto di vista mafioso, Riina chiese “vediamo fino a che punto si spingono: dategli un passaporto a Ciancimino”. Ciancimino a sua volta aveva detto “mi può essere utile per proseguire la trattativa all’estero, perché poi nel frattempo, aveva spiegato bene Vito Ciancimino che il suo interlocutore principale era Provenzano e che forse poteva essere utile anche qualche incontro all’estero. Io mi permetto per l’ultima volta di sottolineare che, veramente, i primi a spiegare cosa fosse la trattativa, e che quella che loro hanno fatto è stata una trattativa con i vertici della mafia, sono stati proprio Mori e De Donno il 27 gennaio 1998. Io mi permetto di leggere solo alcuni passaggi della sentenza definitiva del 6 giugno 1998, quindi non c’era ancora praticamente nulla su quello che è il quadro probatorio oggi gravante nei confronti degli imputati carabinieri  Alcuni passaggi delle valutazioni della Corte di Assise di Firenze: L’esame congiunto di ciò che hanno detto testi e collaboratori dimostra in maniera indiscutibile che nella seconda metà del 1992 vi fu un contatto fra i Ros dei Carabinieri e i capi di Cosa Nostra attraverso Vito Ciancimino. Andiamo alle parti maggiormente significative. Vanno dette senz’altro alcune parole non equivoche L’iniziativa del Ros, perché di questo organismo si parla, posto che vide coinvolto un capitano, il vicecomandante e lo stesso comandante del reparto, aveva tutte le caratteristiche per apparire come una trattativa. L’effetto che ebbe sui mafiosi fu quello di convincerli definitivamente che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione. Questo è scritto in una sentenza definitiva pronunciata da una Corte di Assise in nome del popolo italiano.  Sotto questi profili, proseguono i giudici, non possono esservi dubbi di sorta, non solo perché di trattativa, dialogo, ha espressamente parlato il capitano De Donno, ma soprattutto perché non merita nessuna qualificazione diversa la proposta, non importa con quali intenzioni formulate, di contattare i vertici di Cosa Nostra PER CAPIRE COSA VOLESSERO IN CAMBIO DELLA CESSAZIONE DELLE STRAGI. Qui la logica si impone con tanta evidenza che non ha bisogno di essere spiegata.  Quanto agli effetti che ebbe sui capi mafiosi, soccorrono assolutamente logiche, tempestive, congruenti le dichiarazioni di Brusca, poi ci torneremo. Intanto la conclusione. IL CONVINCIMENTO DI UNO STATO CHE VA A CERCARE, VA IN GINOCCHIO A DIRE “CHE COSA VOLETE PER FINIRE LE STRAGI?” rappresenta anche il frutto più velenoso dell’iniziativa in commento che al di là delle intenzioni con cui fu avviata, ebbe sicuramente un effetto deleterio per le Istituzioni, confermando il delirio di onnipotenza dei capi mafiosi e mettendo a nudo l’impotenza dello Stato.  Si deve dire quindi che alla fine del 1992 si erano verificate le tre condizioni fondamentali per l’esplosione di violenza dei mesi successivi giacché metodo ed oggetto così come le finalità erano già presenti con sufficiente precisione alla mente di coloro che muovevano le fila di Cosa Nostra. Il disinganno susseguente alla stasi della trattativa e all’arresto di Riina faranno da detonatore ad una miscela già pronta e confezionata.  E allora, altro che processo fondato sulle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, altro che presunta trattativa, altro che teoremi accusatori di magistrati mossi da intenti politici. L’elemento di base, la piattaforma conoscitiva sulle quali si innesteranno le numerose successive acquisizioni per affermare che trattativa ci fu, è costituito proprio da quello che SOLO QUANDO DOPO LE PRIME DICHIARAZIONI DI GIOVANNI BRUSCA, GLI UFFICIALI VENNERO CHIAMATI AL PROCESSO DI FIRENZE, ESSI STESSI IN QUELLA SEDE AFFERMARONO , IN UN MOMENTO IN CUI CON LA TRACOTANZA CHE CON DIVERSI ASPETTI E’ CARATTERISTICA DI ENTRAMBI, ERANO CONVINTI DELLA LORO ASSOLUTA IMPUNITA’. E avevano anche in quel momento una giustificazione, avevano ragione in quel momento a sentirsi intoccabili, non a sentirsi rispettosi della legge e delle prerogative di un ufficiale giudiziario, ma SENTIRSI INTOCCABILI.

Quella convinzione trovava ragione d’essere nella incredibile inerzia della magistratura fronte a quello di cui quelle persone, Mori in particolare, si era già reso protagonista con la vicenda della mancata perquisizione del covo di Riina e con l’inganno alla Procura di Palermo circa la prosecuzione del servizio di osservazione sull’abitazione del Riina, con l’incredibile vicenda della mancata cattura di Nitto Santapaola a Barcellona, con il tragico epilogo della vicenda Ilardo dopo che il confidente aveva portato con mano il Ros alla possibilità non sfruttata di catturare Bernardo Provenzano… Quando il 27 gennaio 1998 Mori e De Donno si siedono davanti alla Corte di Assise di Firenze sono forti di tutto questo.  Sono forti della vicenda che non era successo niente nei loro confronti sostanzialmente, neppure all’emergere della doppia refutazione sulla questione mafia-appalti.  E in quel momento, forti di quel convincimento di impunità, seppur ovviamente omettendo il particolare decisivo della ricezione della trasmissione dell’elenco delle richieste di Riina, Mori e De Donno in quel momento forti del loro convincimento avevano parlato di trattativa per porre fine alle stragi e al muro contro muro tra lo Stato e la mafia. La verità è che in quel momento con l’instaurarsi dell’interlocuzione con Ciancimino si è venuta a determinare una situazione che dal punto di vista mafioso viene plasticamente descritta da ciò che Provenzano riferisce a Nino Giuffrè: Vito Ciancimino è in missione per conto di Cosa Nostra. Dal punto di vista chiamiamolo istituzionale, Mori e De Donno con l’avvallo e la copertura decisiva del comandante del Ros generale Subranni erano a loro volta in missione segreta per conto non del Governo, non dello Stato, ma di quella parte del potere rappresentato anche da uomini che rivestivano incarichi istituzionali, che deviando dagli interessi e dai comportamenti istituzionali VOLEVA ABBANDONARE LA LINEA DELLA CONTRAPPOSIZIONE FRONTALE SENZA SE E SENZA MA CON COSA NOSTRA PER ABBRACCIARNE UNA DI SEGRETA MEDIAZIONE.  Erano in missione in funzione di porre fine o comunque ammorbidire quella strategia di Cosa Nostra che proprio la parte trattatista dello Stato aveva fatto finta di non comprendere quando il ministro Scotti era andato a riferire in Parlamento.

E QUELLA SEGRETA E INDECENTE MEDIAZIONE VENNA AUSPICATA, IDEATA, ORGANIZZATA E IN CONCRETO COLTIVATA DIETRO LE QUINTE SFRUTTANDO LA SPREGIUDICATEZZA DI UN UFFICIALE, COME IL COLONNELLO MORI, DA SEMPRE ABITUATO A MUOVERSI PIU’ NELL’OTTICA DI ESPONENTE SENZA SCRUPOLI DEI SERVIZI DI SICUREZZA ED IN SOSTANZIALE DISPREZZO DI QUEI PRINCIPI DI OSSERVANZA DELLA LEGGE, DEI CODICI, DI SUBORDINAZIONE FUNZIONALE ALL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA IL CUI RISPETTO INCOMBE o dovrebbe incombere su ogni ufficiale di polizia giudiziaria. Mori dopo avere lasciato il servizio, da ufficiale dei Carabinieri ha continuato a muoversi in quell’ottica propria del periodo in cui era ai servizi. L’ufficiale di polizia giudiziaria è un’altra cosa. Non si comporta a prescindere dall’autorità giudiziaria, nascondendo le cose all’autorità giudiziaria, ingannando l’autorità giudiziaria. C’è un episodio emblematico. Una frase riferita dal Dottor Canali in quest’aula. Il dottor Canali dopo la sparatoria del 6 aprile 93 aveva necessità di avere un colloquio con i superiori di quegli ufficiali, Sergio De Caprio e De Donno, che avevano esploso i colpi di pistola giusto giusto il giorno dopo si era avuta la notizia della presenza di Santapaola. Canali aveva chiesto un incontro tramite il maresciallo Scibilia con il colonnello Mori per cercare di capire meglio la situazione. Dopo più rifiuti Scibilia gli riferisce che Mori gli ha risposto dicendo che non ha tempo da perdere per parlare con il magistrato. Il totale disprezzo, la totale ritenuta indifferenza, rispetto delle regole. Lì c’era stata una sparatoria, c’era un procedimento per tentato omicidio nei confronti di Imbesi Salvatore.

L’INTOCCABILITA’. IL MUOVERSI AL DI SOPRA E AL DI FUORI DELLA LEGGE PER SCOPI POLITICI QUALI ERANO QUELLI DI PORRE FINE AL MURO CONTRO MURO FRA LO STATO E LA MAFIA.

Una conferma indiretta ma ulteriormente significativa del fatto che il rapporto con Ciancimino non fosse finalizzato ad acquisire notizie bensì a trattare con la mafia, è costituito dalle risultanze dell’acquisizione che nel 2009 scaturì dall’ordine di esibizione che congiuntamente noi PM di Palermo e di Caltanissetta nello stesso giorno notificammo senza preavviso ai servizi. Andammo direttamente al Ros dei Carabinieri. Noi chiedevamo di consultare con quell’ordine di esibizione da una parte tutto quanto fosse contenuto negli archivi, rispettivamente dei servizi e del Ros sulla persona di Vito Ciancimino dei suoi stretti congiunti, e dall’altra parte sulla strage di Via D’Amelio. Ogni tipo di documentazione.

Un passo indietro.

Della sentenza Tagliavia sulle stragi di Firenze, Roma e Milano, più recente, un’altra Corte, un altra istruzione dibattimentale, altri Pubblici Ministeri, voglio leggervi questo passaggio “Una trattativa ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des -si mettano il cuore in pace coloro che continuano a parlare sempre di pseudo trattativa, potranno continuare a farlo legittimamente però avessero almeno l’onestà concettuale di dire che una sentenza definitiva afferma che una trattativa ci fu e venne inizialmente impostata su un do ut des- L’iniziativa fu presa dai rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia. l’obiettivo era trovare un terreno di intesa con Cosa Nostra per far cessare la sequenza delle stragi.  Vito Ciancimino corleonese amico di gioventù di Riina e Provenzano fu ritenuta la persona più adatta a far giungere il messaggio alla cupola. La trattativa si interruppe con l’attentato di Via D’Amelio di fronte al persistere del programma stragista. Proprio per queste ragioni l’uccisione di Borsellino è nelle motivazioni e nella tempistica una variante anomala. Per tutto il resto del ’92 Cosa Nostra restò in attesa di riaprire i canali di comunicazione e sospese l’iniziativa offensiva per stimolare la riapertura dei contatti e dare prova di determinazione anche per reazione contro l’arresto di Riina. DAL ’93 SU DECISIONE DELL’ALA OLTRANZISTA RAPPRESENTATA DA BAGARELLA, GRAVIANO, MESSINA DENARO, FU AVVIATA LA STAGIONE DEGLI ATTENTATI. ESSENDOSI ORAMI ATTESO TROPPO TEMPO PER DARE ULTERIORE SMOSSA, SI PENSO’ DI DARE IL COLPO DI GRAZIA SECONDO L’IDEA DI GIUSEPPE GRAVIANO RIPORTATA NEL PROCESSO DA SPATUZZA. LA SCELTA DI COLPIRE DEI CARABINIERI ORIGINO’ ANCHE DAL RANCORE PER L’ABBANDONO DEL NEGOZIATO INTAVOLATO DAI CARABINIERI MORI E DE DONNO, INIZIATIVA ACCOLTA ENTUSIASTICAMENTE DA RIINA. TRATTATIVA, NEGOZIATO, INIZIATIVA DEI CARABINIERI E NON DI RIINA, TERMINI UTILIZZATI E CONSACRATI DA UNA SENTENZA DEFINITIVA. Per quello che qui ci interessa di più, siamo andati al Ros centrale a Roma. e ci è stato messo a disposizione tutto quanto c’era agli atti del Ros su Vito Ciancimino. E anche quello che in gergo viene definito fascicolo P, dove P sta per personale, fascicolo che non riguarda una vicenda processuale in particolare ma riguarda e raccoglie tutto quello che su un determinato soggetto è archiviato dalla struttura investigativa. Nella nostra esperienza abbiamo apprezzato la meticolosità estrema che ogni reparto dei Carabinieri mette nell’archiviare le notizie, anche quelle apparentemente più inutili. Qualsiasi cosa viene molto diligentemente, normalmente, conservata e archiviata nel fascicolo personale, soprattutto se quel fascicolo si riferisce ad una persona che, come Vito Ciancimino, nel ’92, era già una persona assolutamente nota, con una proiezione politica importante ma più volte arrestato e sotto processo per fatti di mafia.  L’esame della documentazione è importante nella misura in cui consente di verificare ciò che non esiste.  Ciò che era talmente segreto e fuorilegge da non potere essere nemmeno consacrato in un riservato appunto interno da contrarre agli atti quantomeno per lasciare una traccia di ciò che era stato fatto.  Non c’è nulla. Una riga. Un’annotazione. Una relazione di servizio. Nulla che si riferisce ai rapporti, agli incontri fra mori, De Donno e Ciancimino nel 1992 a Roma. Vedremo che c’è un’annotazione postuma, si capisce fatta da Mori, anche se non è firmata, ma è postuma perché fa già riferimento agli interrogatori di Ciancimino resi nel ’93 all’autorità giudiziaria, che è una ricostruzione postuma, che si capisce perfettamente essere di molto successiva e probabilmente postuma rispetto alle dichiarazioni di Brusca nel ’97 al processo di Firenze. Ma nel ’92 quando per loro stessa ammissione si incontravano a casa di Vito Ciancimino dopo averlo intercettato per vedere di far venire meno il muro contro muro tra la mafia e lo Stato i carabinieri non lasciano nulla, non lasciano una traccia di quegli incontri.  Di quegli incontri andavano a dire non certo ai magistrati, non certo alla DIA, non ai carabinieri. Andavano a dire a politici come Ferraro, Fernanda Contri, Luciano Violante e quant’altro.   Ed è un dato che dobbiamo valutare appieno nella sua significatività volta a tutelare la segretezza di un rapporto illecito, alla luce delle prassi antitetiche normalmente seguite dal Ros. Il silenzio, il non lasciare traccia scritta, lo possiamo interpretare solo ed esclusivamente nell’ottica di una vicenda di cui non doveva restare alcuna traccia né in quel momento né per il futuro. E ciò proprio nella consapevolezza di una condotta, quella di trattare con il nemico, completamente estranea e contraria alla legge. Confrontate per cortesia il silenzio sul ’92 con la restante parte del fascicolo di Ciancimino con quello che è annotato rispetto agli anni 91, rispetto al periodo dal gennaio 93 in poi fino a quando Vito Ciancimino il 18 dicembre 92 torna in carcere. Vedrete che prima e dopo il 92 vengono conservate, archiviate anche le notizie più insignificanti. Tutto. Nel ’92 agli atti del Ros Vito Ciancimino non esiste. Veramente sembra rievocare quello che in quest’aula quel coraggioso e valoroso ufficiale, il colonnello Giraudo, ci ha detto circa il cosiddetto protocollo fantasma. C’è un appunto di Mori oggetto contatti con Vito Ciancimino fascicolo P che si capisce essere assolutamente postumo. Anche in quello che c’è, c’è qualcosa di interessante. Cosa scrive Mori riferendosi ai tempi passati. Ciancimino disse che i suoi interlocutori avevano accettato il dialogo che si sarebbe dovuto sviluppare con la sua mediazione partendo dalle seguenti irrinunciabili condizioni: trattativa da tenersi all’estero e quindi restituzione al Ciancimino che ne era stato privato, del passaporto.  Mori, come dicevo, non solo ha parlato di trattativa ma lo ha anche scritto.  Ci sono altri atti allegati dai quali si evince l’importanza del canale Ghiron. Con l’avvenuto arresto (Ciancimino venne arrestato per ordine della Corte di Assise di Palermo il 19 dicembre 92) ritenni che il dialogo con Ciancimino si fosse definitivamente interrotto. Invece nel gennaio 93, non ricordo se prima o dopo la cattura di Riina, ecco fui contattato dall’avvocato Giorgio Ghiron, difensore di Vito Ciancimino, il quale mi comunicò che il suo cliente desiderava incontrare me e il capitano De Donno. Abbiamo ancora degli allegati, importanti perché testimoniano che questo contatto Ciancimino Vito-Carabinieri, a prescindere dall’autorità giudiziaria di Palermo che invece nel febbraio 93 aveva iniziato gli interrogatori, si protrae nel tempo. Nel 95 Vito Ciancimino manda un telegramma al colonnello Mario Mori “urge incontrare lei insieme al capitano De Donno possibilmente in presenza procuratore Caselli oppure soli”. Con l’annotazione di Mori “informato l’avvocato Ghiron dell’intendimento dottor Caselli di incontrare il signor Ciancimino”  Ancora, per dimostrare la possibilità di accedere al carcere nel quale era detenuto Vito Ciancimino da parte di Mori e De Donno al di là e al di fuori delle occasioni degli interrogatori con i magistrati vi segnalo un allegato dell’8 marzo 1994 conservato agli atti del Ros a firma Procuratore Caselli “A seguito mia nota del 25 gennaio 94 e successiva del 18 febbraio 94, mentre confermo autorizzazione a colloqui di personale del vostro ufficio con il signor Vito Ciancimino nonché la consegna al medesimo della documentazione oggetto della nota 25 gennaio 94, prego riferire allo stato degli atti con trasmissione al mio ufficio di copia del materiale da inoltrare o già inoltrato a Vito Ciancimino”. Da qui si deduce che comunque anche, non solo prima del primo interrogatorio, il colloquio investigativo che avevano fatto, ma anche nella costanza degli interrogatori fatti alla Procura di Palermo Mori e De Donno avevano perfettamente la possibilità di interloquire con Vito Ciancimino, di consegnare a lui materiale, di farsi consegnare materiale attraverso l’autorizzazione che il Procuratore Caselli gli aveva fatto. Qualche cenno ulteriore sul contenuto degli atti acquisiti al Ros nei fascicoli stavolta concernenti la strage di Via D’Amelio. Agli atti di quel fascicolo riservato spicca la presenza di annotazioni di notizie confidenziali su un attentato ritenuto imminente a Paolo Borsellino. Spicca la presenza di annotazioni relative a segnalazioni confidenziali fatte ai Carabinieri circa il coinvolgimento nella preparazione nell’esecuzione della strage di Pietro e Gaetano Scotto. Spicca la presenta di un’annotazione concernente notizie, leggo testualmente, informalmente acquisite a Palermo circa l’andamento e le prese di posizione dei singoli sostituti nel corso della prima riunione della DDA successiva alla strage, quindi c’è di tutto, pure quello che erano riusciti ad orecchiare sul contenuto di colloqui riservati e interni tra i magistrati di Palermo dopo la strage di Via D’Amelio.

 

Agli atti del Ros c’è tutto questo. MANCA COMPLETAMENTE OGNI, ANCHE GENERICO, RIFERIMENTO ALL’INCONTRO DEL 25 GIUGNO 1992 ALLA CASERMA CARINI DI PALERMO TRA IL DOTTOR BORSELLINO, MORI E DE DONNO. 

Del quale incontro l’autorità giudiziaria e in particolare per prima quella di Caltanissetta, venne a conoscenza dall’annotazione nell’agenda grigia del giudice, quella che non è scomparsa. Allora, voglio riflettere un attimo per quello che può riguardare questo processo e quello che è stato detto in questo processo, sul significato di questa assenza. Noi riteniamo che se, come gli imputati dicono, ma lo dicono dal 1997 in poi, quell’incontro avesse avuto come oggetto l’intenzione di Paolo Borsellino di approfondire il tema delle indagini di mafia-appalti dei Carabinieri, quell’assenza non si spiega. Se realmente il 25 giugno il colloquio tra Paolo Borsellino, Mori e De Donno avesse avuto ad oggetto l’interesse del giudice all’approfondimento di quell’inchiesta, Mori e De Donno avrebbero avuto non soltanto il dovere ma anche l’interesse professionale personale di rappresentare immediatamente il dato ai magistrati che si occupavano dell’indagine sulla strage e che quindi per determinarne la causale dovevano minuziosamente ricostruire le attività del Dottor Borsellino nel periodo immediatamente precedente. Se veramente Paolo Borsellino avesse detto “voglio approfondire l’indagine mafia-appalti, per favore consentitemi di farlo perché non mi fido di quello che stanno facendo i colleghi di Palermo”, il 20 luglio di mattina i Carabinieri si dovevano presentare ai magistrati di Caltanissetta per dire: attenzione giudici che Paolo Borsellino stava facendo questo. Tanto più che loro a quell’indagine attribuivano, giustamente, importanza. Niente. Silenzio. Nonostante gli ottimi rapporti con la Procura della Repubblica di Caltanissetta, perché poi ogni tanto esce fuori ma noi siamo stati zitti perché con la Procura di Palermo non c’erano buoni rapporti o per questo o per quell’altro motivo… no qui non c’è nessun tipo di dubbio. Avrebbero potuto e dovuto presentarsi per dire questo. Stanno zitti fino a quando nel 1997 dopo che si pente Siino e viene fuori nuovamente la polemica sulla famosa consegna abusiva del rapporto mafia-appalti sul possibile coinvolgimento di magistrati di Palermo, Mori e De Donno, De Donno in particolare, alla Procura di Caltanissetta chiamato per sapere cosa ne sapeva di quella cosa dice: guardate che Paolo Borsellino il 25 giugno ci ha detto di questa cosa di mafia-appalti. Come si fa a giustificare l’assenza di un’annotazione, se fosse stato questo il vero oggetto del dialogo o il vero scopo di Paolo Borsellino ammesso che abbia potuto fare riferimento al dialogo, mafia-appalti… E’ possibile che delle cose che assumono un rilievo importante non venga lasciata traccia? Voi potete mai credere -ora sta diventando quasi una moda dire io non ho detto niente allora perché nessuno mi chiamò- ma voglio dire, il vertice del Ros con il rapporto che avevano, anche di natura stretta, almeno fino ad un certo punto, almeno alcuni, con Paolo Borsellino, è possibile che se fosse stata vera quella versione dell’oggetto del colloquio del 25 giugno non lasciano una traccia scritta e soprattutto non si presenta l’indomani ai procuratori di Caltanissetta a riferire questa cosa?

Allora io ribadisco. La verità è un’altra su quell’incontro del 25 giugno 1992. 

Che ci fu. Poi nelle ore pomeridiane Paolo Borsellino andò a Casa Professa e PROBABILMENTE SEGNO’ ULTERIORMENTE LA SUA CONDANNA DICENDO CHE SI SAREBBE RECATO ALLA PROCURA DI CALTANISSETTA PER RIFERIRE FATTI CHE RITENEVA GRAVI E DOVEVA RIFERIRE. SPECIFICHERA’ POI AL GIORNALISTA DAVANZO CHE LO INTERVISTAVA SU QUESTO E CHE GLI CHIEDEVA MA LEI DOTTOR BORSELLINO ANDRA’ A CALTANISSETTA PER RIFERIRE LA SUA VERSIONE, PER RIFERIRE COSA PENSA DELLA CAUSALE DELL’OMICIDIO DEL GIUDICE FALCONE, E BORSELLINO RISPONDERA’ “NO. IO SONO UN MAGISTRATO E SO CHE UNA PERSONA INFORMATA DEI FATTI DEVE RIFERIRE FATTI. IO ANDRO’ A CALTANISSETTA PER RIFERIRE FATTI DI CUI SONO VENUTO A CONOSCENZA.”

Il 25 giugno del 1992 i Carabinieri del Ros non potevano certo riferire ai PM di Caltanissetta quale era stato l’oggetto vero, l’oggetto principale dell’interlocuzione con Borsellino, perché quell’oggetto prendeva spunto dal famoso anonimo Corvo due e quindi LAMBIVA TROPPO PERICOLOSAMENTE L’ARGOMENTO DELLA TRATTATIVA CHE MORI E DE DONNO AVEVANO GIA’ INTRAPRESO CON VITO CIANCIMINO. Perché quell’anonimo in sostanza nel suo nucleo centrale PARLAVA DI UN DIALOGO E DI UNA TRATTATIVA IN CORSO TRA UN’ALA DELLA DC IN PARTICOLARE RAPPRESENTATA COME ELEMENTO DI PUNTA DA MANNINO E SALVATORE RIINA. 

Io vi prego di rileggere con attenzione le dichiarazioni, utilizzabili solo parzialmente, di uno dei testi i cui verbali sono stati prodotti, e per fortuna prodotti, anche questo signore poi è venuto ad avvalersi della facoltà di non rispondere. Mi riferisco a Carmelo Canale. Così come capiterà anche per Giovanni Ciancimino. Le dichiarazioni del 22 febbraio 2011, non c’è possibilità nemmeno di poter pensare che Canale sia stato suggestionato nelle sue risposte dalle domande perchè veniva chiamato come teste della difesa e rispondeva alle domande dei difensori degli imputati in quel processo. A proposito del 25 giugno Carmelo Canale dice “Un giorno eravamo al Tribunale, alla Procura. Dottor Borsellino mi chiese nella circostanza di incontrare ma molto riservatamente e all’interno non della Procura, ma della sezione anticrimine di Palermo l’allora colonnello Mori e il capitano De Donno, perché secondo quello che io ricordo e che mi riferì Dottor Borsellino, vi era una voce all’interno da parte dei colleghi suoi, -quindi dei magistrati, non mi ha detto il nome altrimenti lo avrei pure rivelato - una voce che dava il capitano De Donno come il compilatore di un anonimo, perché girava un anonimo. E allora io chiesi tramite un mio comandante della sezione di interpellare il colonnello Mori e di fissare un appuntamento con il Procuratore Borsellino. L’appuntamento ci fu poi Borsellino si guardò bene, né io gli chiesi, di dire di cosa avevano parlato. Ma il motivo per il quale il dottor Borsellino vuole incontrare riservatamente Mori e De Donno, non è certo il motivo dell’approfondimento dell’indagine mafia-appalti. Ma è il motivo relativo all’anonimo.

 

E’ L’ANONIMO NELLA CRUDA SOSTANZA FACEVA RIFERIMENTO AD UNA TRATTATIVA.

Questi sono fatti. Questa è una versione, parziale, per carità, perché nessuno era presente all’interlocuzione tra il dottor Borsellino e gli ufficiali Mori e De Donno, ma noi sappiamo da un teste assolutamente -di cui non si può sospettare una vicinanza alla Procura, se non altro perché era stato processato dalla Procura di Palermo- il fatto è questo; borsellino chiede a Canale di attivarsi per l’incontro riservato con Mori per cercare di capire chi avesse compilato l’anonimo. E l’anonimo aveva ad oggetto sostanzialmente i contatti assolutamente impropri, fuorilegge rappresentati in questo modo, per trovare una soluzione al problema di politici -guarda caso Mannino e la mafia.   Il 25 giugno 1992 si incontrano Mori e De Donno con Paolo Borsellino e si può ritenere sulla base di quello che dice Canale abbiano parlato anche dell’anonimo, mentre nello stesso momento, al di là dei teoremi fantasiosi dei Pubblici Ministeri, l’agenda di Contrada ci dice che Subranni e Contrada vanno a trovare il ministro Mannino nelle ore serali per discutere di Anonimo Corvo Due e situazione Sicilia

“L’’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino ha detto il falso”, esordisce il pubblico ministero Nino Di Matteo. La requisitoria del processo "Trattativa Stato-mafia" affronta uno dei capitoli più delicati. Il titolare del Viminale nel 1992 è accusato di falsa testimonianza. "Ha scelto la menzogna, l'omertà istituzionale", accusa Di Matteo. "Le affermazioni di Nicola Mancino sull'incontro con il giudice Paolo Borsellino al Viminale nel giorno del suo insediamento sono state oscillanti e contraddittorie". In un primo tempo, Mancino negò di aver visto il magistrato. Ma sono soprattutto le parole dell'allora ministro della Giustizia Claudio Martelli ad aver messo nei guai l'esponente politico. "Mi lamentai con lui del comportamento del Ros", ha messo a verbale l'ex ministro della Giustizia. "Mi sembrava singolare che i carabinieri volessero fare affidamento su Vito Ciancimino". Martelli ha affermato senza mezzi termini di aver chiesto conto e ragione a Mancino dei colloqui riservati fra gli ufficiali del Ros e l'ex sindaco mafioso di Palermo. Mancino ha sempre negato: ha detto di non avere mai parlato del Ros e di Ciancimino con Claudio Martelli. "Dice il falso", accusa Di Matteo.  In aula, vengono lette le intercettazioni fra Mancino e Loris D'Ambrosio, allora consigliere giuridico del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. "In quelle intercettazioni - dice Di Matteo - risulta il tentativo da parte del privato cittadino Mancino di influire e condizionare l'attività giudiziaria e addirittura le scelte di un collegio dei giudici". Mancino non voleva essere messo a confronto con Martelli. "Quel tentativo - prosegue Di Matteo - invece di essere stoppato, venne alimentato e assecondato dal Quirinale". Il pubblico ministero cita l'allora presidente Napolitano: "Fu irrituale il suo suggerimento, esternato da D'Ambrosio al telefono, di fare un confronto fra Mancino e Martelli, soluzione che lo stesso Mancino scartò subito".  Per Di Matteo, Mancino aveva "una vera e propria ossessione" e "fece un pressing costante nei confronti della presidenza della Repubblica, per ostacolare le indagini della procura di Palermo". Dopo una lettera del segretario generale della presidenza della Repubblica, l'allora procuratore generale della Cassazione Esposito convocò il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Che dichiarò, senza mezzi termini: "Non c'è stata alcuna violazione del protocollo sul coordinamento fra le procure di Palermo e Caltanissetta (che indagavano sulla trattativa - ndr), non ci sono gli estremi per l'avocazione dell'inchiesta". Dice oggi Di Matteo: "Il procuratore nazionale fu convocato oralmente, Grasso invece pretese di dare una risposta scritta. Il comportamento di Grasso fu intransigente e corretto".  Nella sua risposta, Grasso mise in oggetto: relazione onorevole Mancino. "Grasso riportò tutto alla cruda realtà", dice Di Matteo. "Qualcuno avrebbe voluto aiutare il privato cittadino Mancino. Grasso, invece, respinse al mittente ogni pressione"." Fonte : Gruppo FB FraternoSostegno ad Agnese  Borsellino 14.11.2018 

TRATTATIVA STATO-MAFIA - PARZIALI AMMISSIONI DI MANNINO che ha rilasciato dichiarazioni spontanee durante l'udienza del 22 marzo 
Il 18 dicembre era stato notificato un decreto di citazione a De Mita a comparire come teste sulla trattativa Stato-mafia, il 21 (la notizia non era stata data dai giornali) Mannino si preoccupa di mandare Gargani da De Mita per dare la stessa versione.  
Affermazioni utili anche alla difesa di Sandra Amurri.

 

ORA MANNINO SI TRADISCE: "SI', PARLAMMO DI DE MITA"
TRATTATIVA, L'EX MINISTRO AMMETTE L'INCONTRO SULLA DEPOSIZIONE DELL'EX LEADER.
L’incontro al bar Giolitti del 21 dicembre 2011? “Con Gargani ci scambiammo le informazioni che quella mattina erano sui giornali, che De Mita sarebbe stato sentito dai pm di Palermo, e gli dissi: ricorda a De Mita il congresso di Agrigento, quello in cui isolai Ciancimino”. 
Lo aveva definito “il delirio di una mitomane”, ma giovedì scorso, nel processo di appello per lo stralcio della Trattativa in cui è imputato dopo l’assoluzione in primo grado, Calogero Mannino ha ammesso che l’incontro narrato in aula dalla giornalista del Fatto Sandra Amurri, nel quale, allarmato e preoccupato, avrebbe detto a Giuseppe Gargani “questa volta questi qui (i pm di Palermo, ndr) ci fottono”, c’è stato e che i due parlarono proprio della convocazione di De Mita come teste sulla trattativa Stato-mafia. Mannino per la prima volta ammette l’incontro, continua a negare che l’oggetto fosse la sostituzione di Scotti con Mancino al Viminale nella stagione delle stragi, ma inciampa in un ricordo sbagliato: la notizia della convocazione di De Mita, che dice di avere appreso dai giornali di quella mattina, in realtà non era stata pubblicata, come ha ricordato il pm Nino Di Matteo nella requisitoria dell’11 gennaio 2018: “Il colloquio al bar Giolitti avviene il 21 dicembre – ha detto nell’aula bunker – era stato notificato un decreto di citazione a comparire a De Mita il 18 dicembre. Il 21 Mannino sa della citazione, che non era comparsa su nessun giornale, e si preoccupa di mandare l’avellinese Gargani dall’avellinese De Mita per dare la stessa versione che conviene a noi: cioè che Scotti fu sostituito per l’incompatibilità, altrimenti i pm di Palermo ci fottono’’. L’ex ministro chiede la parola negli 11 minuti finali dell’udienza, e dopo avere rivendicato “la scelta di campo” democristiana nella lotta alla mafia (e negato di avere fatto pressioni sul vice direttore del Dap Francesco Di Maggio “che neanche conoscevo” per attenuare il 41 bis), ammette che l’incontro al bar Giolitti di Roma era finalizzato a “ricordare” a De Mita, convocato tre giorni prima dai pm di Palermo, un pezzo di storia della Dc in Sicilia. Non la sostituzione di Scotti con Mancino dell’estate delle stragi, nel ’92, come sostengono i pm, ma il congresso di Agrigento di nove anni prima, quello in cui su iniziativa dello stesso Mannino la Dc isolò per la prima volta Vito Ciancimino, divenuto troppo ingombrante e imbarazzante Le ammissioni di Mannino, sia pure parziali, si interrompono qui. Il resto, per lui, è riportato in modo “farneticante” dalla Amurri, compreso l’accenno a Ciancimino (“Massimo dice un sacco di bugie, ma su di noi ha detto la verità”), che Mannino continua a negare perché il figlio di don Vito “non ha mai parlato di me nei suoi verbali”.  E però Ciancimino jr è stato citato dal pm come teste (e ammesso) proprio per il ruolo centrale attribuito dall’accusa all’accertamento del “nesso di causalità” su cui si regge buona parte dell’accusa, e cioè il collegamento tra l’iniziativa del Ros di interloquire con Vito Ciancimino e il presunto accordo tra Mannino e Cosa nostra, “per salvarsi e attuare un programma politico favorevole ad una trattativa, volta a condizionare, partecipando alla volontà ricattatoria stragista della mafia, le scelte del governo”. L’inedita ammissione di Mannino servirà anche alla difesa della collega Amurri, già condannata dal tribunale a pagare 15 mila euro di spese e ora impegnata nell’appello del processo in cui aveva querelato Mannino per averla definita tra l’altro “agente volontaria della Stasi o del Kgb” e “mitomane”, espressioni che il giudice di primo grado ha ritenuto “riconducibili all’esercizio del diritto di critica… proporzionate e strettamente collegate alle accuse mossegli nell’articolo”. Ritenendo quell’ascolto casuale, seduta a un bar una fredda mattina di dicembre, un’ “indebita interferenza in una conversazione privata”. Come se denunciando un fatto processualmente rilevante, ascoltato fortuitamente, la giornalista avesse invaso la privacy di Mannino e Gargani.  - di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza  Il Fatto Quotidiano | 25 marzo 2018

 

La cosiddetta trattativa

Documento in cui compaiono le dichiarazioni ufficiali della signora Agnese Borsellino  rese durate l'indagine sul Borsellino quater. Si tratta del capitolo secondo della richiesta di misura cautelare presentata dalla Procura nissena per la strage Borsellino. Il capitolo si intitola: “Le nuove indagini sul movente del delitto, la cosiddetta trattativa”.

 

            LE “OMBRE” SUGLI APPARATI DELLO STATO: IL "TRADITORE". Le dichiarazioni di Pino ARLACCHI, Alessandra CAMASSA e Massimo RUSSO. Le ulteriori dichiarazioni di MUTOLO Gaspare. Le incertezze di DI MATTEO, l’intercettazione del colloquio con la moglie, e le dichiarazioni di BRUSCA al processo d’appello Borsellino. Le parole della vedova del dott. BORSELLINO.Sempre nel campo delle indagini svolte, e per completezza, devono essere riportate tutte quelle ulteriori acquisizioni che hanno consentito di far ulteriore luce sugli ultimi giorni del dott. BORSELLINO, e di acquisire elementi circa la sua scoperta - avvenuta proprio nell'ultimo periodo - di un “tradimento”.Un tradimento, è bene chiarire sin dall'inizio, di cui il dott. BORSELLINO venne a conoscenza seguendo da vicino le indagini sulla strage di Capaci dopo che il dott. BORSELLINO venne trasferito alla Procura di Palermo nel febbraio 1992 continuò a frequentarlo perché a sua volta applicata alla DDA di Palermo per le indagini sulla mafia di Partanna (TP);in una delle occasioni in cui si trovava a Palermo per lavoro, nel corso di una discussione riguardante le indagini sulla strage di Capaci (durante la quale i due giovani magistrati lo mettevano in guardia su possibili rischi che lo riguardavano per la sua intenzione, palesata all'esterno, di indagare su quell'eccidio) il dott. BORSELLINO si era disteso sul divano e, piangendo (fatto assolutamente insolito) aveva detto loro che un amico l'aveva tradito; nel corso di un successivo incontro, di saluto alla Procura di Marsala, il mar. CANALE le aveva confidato che il dott. BORSELLINO si fidava troppo del ROS, ed in specie di MORI e SUBRANNI, che invece erano "pericolosi"; in effetti, alla teste risultavano "ottimi rapporti" esistenti tra BORSELLINO e SUBRANNI, che esulavano anche i semplici rapporti lavorativi: l'impressione che ebbe fu che il "traditore" fosse un ufficiale dell'Arma dei Carabinieri, persona anziana ed "autorevole":

     

VERBALE DI SOMMARIE INFORMAZIONI TESTIMONIALI DI CAMASSA ALESSANDRA DEL 14 LUGLIO 2009

Effettivamente tra me ed il dott. BORSELLINO esisteva un rapporto di fraterna amicizia e confidenza (…). Paolo Borsellino fu applicato alla DDA di Palermo verso la fine del 1991 e formalmente trasferito intorno a febbraio del 1992; io continuai a frequentarlo anche per ragioni d’ufficio, poiché ero stata a mia volta applicata ad un procedimento della DDA di Palermo relativo alla mafia del Belice; in altri termini, poiché Paolo aveva seguito quel procedimento quando era ancora a Marsala, io sovente riferivo a lui sugli sviluppi delle indagini, tanto che ricordo di aver suscitato il malcontento del Procuratore GIAMMANCO, il quale mi fece sapere, tramite Paolo, che voleva essere informato direttamente. In uno degli incontri, avvenuto in un giorno compreso tra il 22 ed il 25 giugno 1992, si verificò un episodio che mi impressionò, poiché per la prima volta in vita mia, a prescindere dal giorno della morte del dott. FALCONE – vidi Paolo piangere, cosa che non aveva mai fatto essendo un “uomo all’antica”. Preciso che ero in compagnia del dott. Massimo RUSSO, che seguiva con me il processo contro la mafia di Partanna, ed entrammo nella stanza di Paolo sita al secondo piano della Procura di Palermo una mattina in cui Paolo si trovava in Ufficio ed io avrei dovuto incontrare il Procuratore GIAMMANCO, anche perché alla fine di Giugno, se mal non ricordo, sarebbe scaduta la mia applicazione al procedimento per la mafia di Partanna (…). Ricordo che Paolo - anche questo era insolito – si distese sul divano e, mentre gli sgorgavano delle lacrime dagli occhi , disse: “non posso pensare … non posso pensare che un amico mi abbia tradito”. Non chiesi spiegazioni perchè ero molto turbata per il pianto di Paolo e perché compresi che era molto addolorato e stupito per il tradimento di un amico, del quale, però, si comprendeva non aveva intenzione di rivelare l’identità. In altri termini, si trattava di uno sfogo piuttosto che dell’esigenza di effettuare delle confidenze.

Lo sfogo di Paolo fu susseguente ad alcune domande che io e Massimo gli avevamo posto sui pericoli cui si esponeva tra l’altro interessandosi alle indagini relative alla strage di Capaci, per le quali era spesso in contatto con il collega VACCARA della Procura di Caltanissetta. Circostanza, questa, che avevo personalmente constatato e che era stata oggetto di confidenza da parte di Paolo in precedenti occasioni, essendo egli convinto che fosse doveroso, da parte sua, fornire ogni possibile contributo per l’utile svolgimento delle indagini.

Escludo categoricamente che in tale occasione il dott. BORSELLINO abbia parlato di trattative tra Stato e Cosa Nostra e ribadisco che io ed il collega RUSSO non avevamo la più pallida idea di chi fosse la persona da cui si sentiva tradito, e le ragioni di tale tradimento. Tuttavia ebbi la netta impressione che l’episodio che aveva determinato la reazione emotiva di Paolo fosse recentissimo. Non escludo, altresì, che tale incontro sia avvenuto nella tarda mattinata del giorno in cui ero andata a conferire con il Procuratore GIAMMANCO, che mi aveva ricevuta dopo qualche ora di attesa. Quella fu l’ultima volta in cui vidi Paolo in un’occasione privata ed infatti, prima della strage del 19 luglio, lo incontrai nuovamente, per l’ultima volta, in un’occasione pubblica e , segnatamente, il 4 luglio 1992, allorché organizzai una cerimonia di saluto presso la Procura di Marsala in onore di Paolo.

Ricordo, in particolare, che in quest’ultima occasione incontrai il Maresciallo CANALE in quale, come del resto aveva fatto in precedenza, ebbe a confidarmi che a suo avviso il dott. BORSELLINO si fidava troppo dei vertici del ROS, facendo il nome dell’allora col. MORI e del Gen. SUBRANNI, sostenendo egli che si trattava di personaggi “pericolosi”, senza precisare altro. La cosa mi colpì perchè, parlando con Paolo in recedenti occasioni, avevo maturato la convinzione che egli avesse ottimi rapporti con il generale SUBRANNI; intendo dire rapporti che esulavano le semplici relazioni d’ufficio. Ciò naturalmente costituiva una mia impressione basata sulle parole di Paolo, poiché non ho mai conosciuto il generale SUBRANNI. Posso tuttavia confermare che Paolo nutriva sensi di stima ed affetto nei confronti dell’Arma dei Carabinieri, tanto che aveva rapporti di amicizia con molti di loro, tra i quali ricordo Giovanni ADINOLFI, Raffaele – credo che questo sia il nome – DEL SOLE, un ufficiale di cognome OBINU, nonché il colonnello GENTILE. Tale era l’ammirazione di Paolo nei confronti di appartenenti dell’Arma che persino nelle indagini preferiva fare riferimento agli organismi investigativi dei carabinieri piuttosto che ad altri organismi investigativi.

Altra vicenda che ricordo è la seguente. Agli interrogatori espletati insieme a Paolo presso l’Ufficio dell’Alto Commissariato era spesso presente una persona che avevo pensato fosse un poliziotto, mentre poi seppi, a distanza di anni, trattarsi di un appartenente ai Servizi Segreti, distaccato presso l’Ufficio dell’Alto Commissario: si trattava di Ninni SINESIO, persona con la quale il dott. BORSELLINO aveva rapporti confidenziali (…)il dott. BORSELLINO l’aveva segnalato ai vertici della Polizia, tra cui anche il dott. PARISI ed il dott. CONTRADA, perché fosse trasferito nella città di Catania (…) Ricordo che il 20 luglio 1992 ebbi modo di apprendere, parlando con il dott. INGROIA e con il mar. CANALE che il collaboratore di giustizia Gaspare MUTOLO aveva informalmente anticipato a Paolo BORSELLINO, con il quale aveva cominciato a collaborare,che avrebbe reso dichiarazioni accusatorie nei conrfronti del dott. Domenico SIGNORINO e del dott. Bruno CONTRADA (…) La sera stessa o il giorno successivo ricevetti una telefonata di Ninni SINESIO che, insistentemente, mi chiedeva di incontrarlo (…) SINESIO mi fece moltissime domande sulle indagini più recenti di Paolo, chiedendomi se, in particolare, si fosse interessato di un personaggio agrigentino che io ritenni potesse essere Calogero MANNINO (…) SINESIO chiese anche di SALAMONE (…) In questo contesto, fidandomi del SINESIO (…) gli riferii delle anticipazioni fatte da MUTOLO a Paolo su CONTRADA e SIGNORINO. Mi colpì il fatto che SINESIO, immediatamente dopo, si mise a tossire , lasciando intendere che era stato colto da un malore, e si allontanò ritornando dopo circa un quarto d’ora, palesemente sconvolto (…) Non ritengo che SINESIO possa identificarsi nell’amico da cui Paolo si sentiva tradito perché egli era troppo giovane; viceversa, la mia impressione fu che Paolo si fosse sentito tradito da una persona più adulta ed autorevole, con la quale vi era anche un rapporto d’affetto. Pensai che potesse trattarsi di un ufficiale dei carabinieri, ma ciò esclusivamente perché ero a conoscenza del grande rispetto e della grande riconoscenza che Paolo nutriva verso l’Arma

Dunque, le parole della dott.ssa CAMASSA – pur fornendo molteplici elementi utili e preziosi - non ci consentono di identificare con certezza né il c.d.traditoredi BORSELLINO, né quale fosse stato “il contenuto” del suo tradimento.

Quanto alla prima questione, comunque, le parole del dott. RUSSO, anche lui presente all’incontro con il dott. BORSELLINO descritto dalla dott.ssa CAMASSA, ci consentono di restringere il cerchio, individuando, con ragionevole probabilità in un appartenente all’Arma dei carabinieri (dal dott. BORSELLINO così tanto amata e rispettata) il c.d. “traditore”. (…)”

In particolare, il dott. RUSSO ha riferito che BORSELLINO gli disse:

  •  Che qualche giorno prima era stato a Roma, ove aveva avuto un incontro conviviale con alti ufficiali dei Carabinieri;
  •  Che qualcuno lo aveva tradito, mettendosi a quel punto a piangere, mentre si distendeva sul divanetto presente nel suo ufficio;
  • che questo comportamento era assolutamente inusuale per il dott. BORSELLINO;
  • che BORSELLINO era amico di molti vertici dell'Arma dei Carabinieri:

VERBALE DI SOMMARIE INFORMAZIONI TESTIMONIALI DI RUSSO MASSIMO DEL 15 LUGLIO 2009

Premetto di avere iniziato a frequentare Paolo Borsellino sin dall' ottobre 1989 allorquando fui destinato al mio primo incarico quale giudice presso il Tribunale di Marsala; tale frequentazione divenne più assidua, allorché assunsi, nel novembre 1991, le funzione di sost. Procuratore presso la Procura di Marsala all'epoca retta da Paolo. Come è noto i rapporti tra me e Paolo ben presto travalicarono i normali rapporti di ufficio per divenire rapporti di vera e propria amicizia e stima reciproca e ciò spiega il comportamento tenuto da Paolo anche in mia presenza, di cui vi ha riferito la collega Alessandra Camassa. Ricordo perfettamente l'episodio menzionato, avvenuto nel giugno del 1992; ricordo le ragioni per cui con la collega ci trovavamo presso l'ufficio di Paolo, da poco divenuto Proc. Aggiunto a Palermo. Ho l'immagine di Paolo tristissima; ci accolse cordialmente ma era molto triste; ci fece accomodare e ci disse "chiudete la porta".Parlammo del più e del meno e, ad un certo punto, disse che il giorno prima, o qualche giorno prima, era stato a Roma e che aveva avuto un pranzo o forse una cena, comunque un momento conviviale, con alti ufficiali dei carabinieri; sul punto il mio ricordo è sfumato; mentre era ancora seduto alla scrivania e aveva evocato questa circostanza, con le lacrime agli occhi disse: " mi hanno tradito" o "qualcuno mi ha tradito"; quindi si alzò dalla scrivania e, si sdraiò, quasi lasciandosi andare, sul divanetto a due posti. Dopo essersi sdraiato - forse perché sollecitato da una mia domanda su come andavano le cose all'Ufficio di Palermo ovvero perché stavamo parlando delle ragioni per le quali eravamo venuti presso il Palazzo di Giustizia di Palermo - egli ebbe a pronunciare la frase: "qui è un nido di vipere". Paolo non disse il perché dell'affermazione.Rimanemmo, io ed Alessandra, molto colpiti dallo stato di prostrazione psicologica di Paolo, proprio perché di Paolo avevamo l'immagine di una persona sempre sorridente, che infondeva sicurezza a tutti. Proprio per questa ragione non ci sentimmo neppure di domandargli da chi e perché si era sentito tradito e neppure perché, contrariamente alle sue abitudini, si fosse lasciato andare ad una così grave affermazione sulla Procura di Palermo definita: "un nido di vipere".La conversazione poi sfumò. Escludo che in tale circostanza Paolo mi abbia parlato di una "trattativa". In quel periodo Paolo era molto depresso per la strage di Capaci e noi, poiché ci trovavamo a Palermo per ragioni istituzionali, cogliemmo l'occasione per andarlo a trovare e per stargli vicino in un momento per lui particolarmente difficile, se non addirittura drammatico.Ribadisco di non avere elementi da fornire alle SS.LL. ai fini dell'individuazione del soggetto o della persona da cui Paolo Borsellino si era sentito tradito.

DOMANDA: Le risulta che il dott. BORSELLINO avesse rapporti di amicizia con alti ufficiali dei carabinieri, con i quali, in particolare, si era incontrato nei giorni precedenti l'incontro di cui ci ha parlato?

RISPOSTA: certamente aveva rapporti di amicizia con i vertici dei carabinieri e ciò posso dire per avere lavorato spesso con Paolo e perché sapevo che in quel periodo stava facendo delle indagini proprio con i carabinieri, ma non sono in grado di essere più preciso.

Dunque, prima BORSELLINO parla di un incontro conviviale a Roma con i Carabinieri, e poi riferisce ai dottori CAMASSA e RUSSO del “tradimento”. Ciò può, dunque, significare solo due cose:

  • che il “traditore” fosse tra le persone incontrate, e che il dott. Borsellino avesse saputo (ad esempio, da collaboratori di giustizia) dopo quell’incontro particolari che lo avevano così tanto scosso, anche circa alcune delle persone che avevano partecipato all’incontro stesso;
  •  ovvero che qualcuno gli avesse riferito nel corso dell’incontro od a margine dello stesso, delle circostanze sul "tradimento".

Non avendo mai nessuno riferito elementi che possano suffragare la seconda ipotesi, la prima appare certamente la più probabile.E’, comunque, necessario datare esattamente questo incontro tra i dottori CAMASSA e RUSSO e il dott. BORSELLINO, anche al fine di porlo in relazione con le altre risultanze agli atti sugli ultimi giorni del magistrato (si pensi, solo ad esempio, quanto sia rilevante porlo prima o dopo il 25 giugno, giorno in cui si dovrebbe essere svolto un incontro con i carabinieri del ROS; o dopo il 28 giugno, giorno in cui si svolse l’incontro con la dott.ssa FERRARO in cui la stessa gli riferì di Vito CIANCIMINO).Per questo motivo, utilizzando i pochi dati forniti dai due giovani magistrati che lo  incontrarono, ed in specie facendo riferimento a quanto detto dal dott. RUSSO (sulla probabile coincidenza dell’incontro con il giorno in cui venne sentito il dott. SIGNORINO); ma anche a quanto detto dalla dott.ssa CAMASSA (sulla proroga della sua applicazione alla DDA di Palermo).

Si è accertato, così, che:

  •  Il 12 giugno 1992 venne svolto a Palermo l’interrogatorio del dott. SIGNORINO
  •  il 19 giugno 1992 venne emessa dal Procuratore Generale di Palermo proroga della applicazione della dott.ssa CAMASSA nel procedimento 1914/92 N.C., trasmesso dalla Procura di Marsala alla DDA di Palermo. Nel provvedimento si fa riferimento al fatto che il precedente provvedimento scadeva il 30 giugno 1992, e che la proroga sarebbe arrivata sino al 31 luglio 1992 nonché che era stato "acquisito il consenso" della dott.ssa CAMASSA;
  •  La dott.ssa CAMASSA era titolare - insieme al dott. RUSSO - del procedimento 479/91 a carico di GUNNELLA Aristide presso la Procura di Marsala.

  VERBALE DI SOMMARIE INFORMAZIONI TESTIMONIALI DI CAMASSA ALESSANDRA DEL 9 MARZO 2011

DOMANDA: Questo Ufficio l'ha già sentita in ordine ad un episodio avvenuto dopo la strage di Capaci, che ebbe come protagonista il dott. Paolo BORSELLINO, che in quella occasione disse a Lei ed al dott. Massimo RUSSO, piangendo, che qualcuno lo aveva tradito. E' interesse di questo Ufficio, nell’ambito delle indagini sulla strage di via d'Amelio, ricostruire con esattezza quando questo episodio ebbe luogo. A questo fine, sono stati acquisiti alcuni dati, tra cui si ricorda:   

  • il fatto che il12 giugno 1992 venne svolto a Palermo l'esame del dott. SIGNORINO;
  • il fatto che il 19 giugno 1992 venne emessa dal Procuratore Generale di Palermo proroga della sua applicazione (…) Nel provvedimento si fa riferimento al fatto che il precedente provvedimento scadeva il 30 giugno 1992, che la proroga sarebbe arrivata sino al 31 luglio 1992 e che era stato "acquisito il consenso" della dott.ssa CAMASSA alla proroga stessa. Queste date le consentono di ricordare quando avvenne l'episodio prima citato?

RISPOSTA: Non ho alcun ricordo che leghi l'episodio dell’incontro con il dott. BORSELLINO

alla audizione del dott. SIGNORINO. Devo dire che i miei ricordi su questo episodio non sono tardivi, ma ben consolidati, perché per tutti questi anni ho sempre parlato con mio marito di questo fatto, ritenendo potesse essere di qualche interesse. Per la verità, poiché sarei dovuta essere sentita dal Dr. Fausto Cardella, nel settembre del '92, come dallo stesso anticipatomi per telefono, era mia intenzione riferire tale episodio al predetto magistrato; senonchè, non sono mai stata sentita dalla Procura di Caltanissetta e poiché non ritenevo che questo episodio potesse avere importanza ai fini  investigativi, non ho ritenuto di presentarmi spontaneamente. Ho comunque avuto modo di sottoporre questi ricordi a plurime verifiche, e sempre ho collocato questo incontro nell'ultima settimana di Giugno. Per questo motivo il 14 luglio 2009 ho detto che l'incontro era avvenuto tra il 22 ed il 25 giugno 1992. Certo, non ricordo perché il dott. RUSSO fosse con me, ma comunque spessissimo allora eravamo insieme perché avevamo insieme una serie di indagini ed in quel periodo vi fu il problema SIGNORINOcon la revoca della sua applicazione come reggente della Procura di MarsalaIn relazione a questa vicenda abbiamo parlato almeno due volte con il Procuratore Generale Siclari, che era preoccupato non soltanto per la vicenda in se, ma anche perché vi cra stata una fuga di notizie su il “Giomale di Sicilia" in ordine all'esistenza delle indagini che coinvolgcvano il dott. Signorino. Proprio per questa ragione non posso escludere che con Massimo Russo fossimo andati da Borsellino sia per salutarlo e sia per essere consigliati su come comportarci col Procuratore Generale.Non penso che l’incontro sia avvenuto il 12 giugno perché ricordo bene  che quel giorno ero molto nervosa e proicttata sul s.i.t. del dott. SIGNORINO, mentre il giorno in cui incontrammo Paolo mi ricordo tranquilla, senza ulteriori impegni lavorativi.Aggiungo che io non ho sentito direttamente il Procuratore Generalc Siclari prima del provvedimento di proroga. Io parlai con Paolo, esprimendo a lui il mio consenso. Paolo mi diceva che dovevo andare a riferire delle indagini al Procuratore GIAMMANCO. Un ulteriorc motivo per cui tendo a collocare questo episodio all'ultima settimana di giugno è legato alla circostanza che dovevo prendere accordi con Paolo Borsellino in relazione alla festa di saluto presso la Procura della Repubblica di Marsala che io stessa avevo organizzato per il 4 luglio del 1992. Ed invero, ricordo che - dopo che Paolo mi aveva fatto rimandare più volte l’organizzazione di tale evento a causa dei suoi impegni lavorativiero riuscita a fissarlo in coincidenza con l’ultima settimana di Giugno.  Lo ricordo perché mi rimase poco tempo per l’organizzazione.

A D.R.: Non ricordo che in occasione dell'incontro con il Dr. Borsellino questi abbia fatto riferimento ad un pranzo o ad una cena che aveva avuto con alcuni Carabinieri pochi giorni prima,  così come le SS.VV. mi riferiscono”.

Dunque, la testimonianza della dott.ssa CAMASSA fa virare la datazione verso l’ultima settimana di Giugno, quella stessa settimana in cui si verificò l’incontro con i carabinieri del ROS e quello con la FERRARO.

Diverso è il ricordo del dott. RUSSO, che – risentito l’8 marzo 2011 -  ha riferito di non avere un ricordo preciso della data in cui si svolse l’incontro,  confermando poi in esito che l’incontro avvenne presumibilmente lo stesso giorno dell’interrogatorio al dott. SIGNORINO, nella mattinata, anche se ciò ha fatto sulla base di un ricordo “logicamente ricostruito”: infatti, ritiene che – dato il fatto incontestato che lui e la dott.ssa CAMASSA fossero insieme a Palermo – ciò doveva essere accaduto per un comune impegno presso gli uffici giudiziari palermitani suo marito conosceva il gen. SUBRANNI, che aveva frequentato sporadicamente;

  •  sul SUBRANNI il marito le aveva riferito, il pomeriggio del 15 luglio 1992, una circostanza che lo aveva sconvolto: aveva saputo da qualcuno che SUBRANNI era mafioso;
  •  il 18 luglio, poi, le disse dei suoi timori sulla mano che avrebbe causato - ne era certo - la sua morte:  non  la sola mafia,  ma anche colleghi ed altri uomini delle istituzioni;
  •  proprio per la sua certezza di essere ucciso, Paolo BORSELLINO aveva cominciato ad utilizzare due agende: quella grigia (ritrovata) come agenda vera e propria; quella rossa, che aveva ricevuto proprio dai Carabinieri, per segnare le sue riflessioni, che temeva di non fare a tempo di riferire alla autorità giudiziaria di Caltanissetta, e che portava sempre con sè:

 

vERBALE DI SOMMARIE INFORMAZIONI TESTIMONIALI DI  PIRAINO BORSELLINO AGNESE DEL 18 AGOSTO 2009

A.D.R. Quando nell'agenda Paolo segnava l'annotazione "C" voleva indicare "casa" e si riferiva indifferentemente alla casa di Palermo e a quella di Carini, ma occorre tenere conto che nell' estate del 1992 noi non ci recammo, come al solito, a villeggiare presso l'abitazione in questione e quindi l'annotazione "C" si riferiva alla casa di Palermo.

AD.R. L'annotazione "PR" stava per "Procura" mentre il cerchio con la freccia indicava colloqui o incontri con la madre. Quando Paolo segnava sotto la lettera "C" nominativi di persone, voleva far riferimento ad incontri avvenuti presso una delle due abitazioni sopra citate.Posso escludere che annotasse le telefonate, poiché ne riceveva moltissime nell'arco di una giornata.

AD.R. Mio marito vantava numerose amicizie tra Ufficiali dell'Arma dei Carabinieri, con i quali aveva anche frequenti rapporti di tipo professionale, nutrendo egli una vera e propria ammirazione verso l'Arma dei Carabinieri.

AD.R. Circa i rapporti tra mio marito ed il Generale SUBRANNI, di cui mi chiedono le SS.LL., posso dire che Paolo ebbe modo di conoscerlo quando lo stesso era Comandante della Regione Sicilia ed ebbe occasione di frequentarlo sporadicamente. I rapporti tra i due erano, quindi, solo di tipo professionale. Prendo atto che le SS. LL. mi rappresentano che la dott.ssa Alessandra CAMASSA ed il dotto Massimo RUSSO hanno riferito di essere stati testimoni di uno sfogo di Paolo, il quale, piangendo, disse di essere stato tradito da un amico.Ignoro a chi si riferisse mio marito e, pertanto, non posso affermare che si trattasse del Generale SUBRANNI. Tuttavia ricordo un episodio che all'epoca mi colpì moltissimo e del quale finora non ho mai parlato nel timore di recare pregiudizio all'immagine dell' Arma dei Carabinieri, alla quale mi legano rapporti di stima ed ammirazione.Mi riferisco ad una vicenda che ebbe luogo mercoledi 15 luglio 1992; ricordo la data perché, come si evince dalla copia fotostatica dell'agenda grigia che le SS. LL. mi mostrano, il giorno 16 luglio 1992 mio marito si recò a Roma per motivi di lavoro ed ho memoria del fatto che la vicenda in questione si colloca proprio il giorno prima di tale partenza.Mi trovavo a casa con mio marito, verso sera, alle ore 19.00, e, conversando con lo stesso nel balcone della nostra abitazione, notai Paolo sconvolto e, nell'occasione, mi disse testualmente "ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il Generale SUBRANNI era "pungiutu". Non chiesi, tuttavia, a Paolo da chi avesse ricevuto tale confidenza, anche se non potei fare a meno di rammentare che, in quei giorni, egli stava sentendo i collaboratori Gaspare MUTOLO, Leonardo MESSINA e Gioacchino SCHEMBRI.

L'Ufficio chiede alla signora Borsellino se il marito ebbe mai uno sfogo con la stessa nel periodo tra la strage di Capaci e quella di via D'Amelio.

AD.R. Ricordo perfettamente che il sabato 18 luglio 1992 andai a fare una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini senza essere seguiti dalla scorta.In tale circostanza, Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere.In quel momento era allo stesso tempo sconfortato, ma certo di quello che mi stava dicendo.Non mi fece alcun nome, malgrado io gli avessi chiesto ulteriori spiegazioni, ciò anche per non rendermi depositaria di confidenze che avrebbero potuto mettere a repentaglio la mia incolumità; infatti la confidenza su SUBRANNI costituisce un'eccezione a questa regola. Comunque non posso negare che quando Paolo si riferì ai colleghi non potei fare a meno di pensare ai contrasti che egli aveva in quel momento con l'allora Procuratore GIAMMANCO.

A D.R. Confermo quanto ho già dichiarato in passato a proposito dell'agenda rossa su cui Paolo annotava gli spostamenti, le persone che doveva incontrare e, comunque, tutto ciò che atteneva al suo lavoro.

Paolo teneva due agende, una delle quali, come è noto, si trovava a casa mia quando fu eseguito l'attentato ed era di colore grigio, mentre l'altra, di colore rosso, gli era stata regalata dai Carabinieri per le festività natalizie dell'anno precedente.

In effetti, Paolo normalmente utilizzava una sola agenda, ma cominciò ad usarle entrambe subito dopo la strage di Capaci. Infatti, ritengo che Paolo in quel periodo pensasse di avere poco tempo a disposizione per approfondire le piste investigative che stava seguendo e, pertanto, annotava tutto nell' agenda rossa per evitare, non soltanto che potessero sfuggirgli elementi utili al suo lavoro, ma anche per annotare quelle riflessioni o notizie che temeva di non poter comunicare ad altri ed in particolare alla Procura di Caltanissetta prima di essere ucciso.

Ed infatti, mio marito era perfettamente consapevole, come ho già dichiarato in altre occasioni, che il suo destino era segnato, tanto da avermi riferito in più circostanze che il suo tempo stava per scadere. Prova ne sia che, pochi giorni prima di essere ucciso, si confessò e fece la comunione.

L'Ufficio chiede alla signora Borsellino se il marito ebbe mai a confidarle di essere venuto a conoscenza di una trattativa tra appartenenti al ROS dei Carabinieri e Vito CIANCIMINO o altri soggetti appartenenti a cosa nostra o a servizi segreti "deviati".

A D.R. Non ho mai ricevuto tale tipo di confidenza da Paolo, che mai mi riferì di trattative in atto tra cosa nostra ed appartenenti al ROS dei Carabinieri o ai servizi segreti "deviati".

Non posso, tuttavia, escludere che egli fosse venuto a conoscenza di una vicenda del genere e non me l'avesse riferita, in quanto, come ho già detto, era in genere una persona estremamente riservata, soprattutto con i propri familiari che intendeva tutelare da possibili pericoli.

L'Ufficio chiede quali persone, al di là dell'ambito familiare, fossero a conoscenza del fatto che il marito facesse delle annotazioni del tipo di quelle descritte sull'agenda rossa.

A.D.R. Sicuramente dell'esistenza dell'agenda rossa erano a conoscenza l'allora maresciallo Carmelo CANALE e Diego CAVALIERO, collega ed amico di Paolo; dato il tempo trascorso non

sono in grado di fare altri nominativi, ma posso comunque dire che Paolo portava sempre con sé l'agenda anche in ufficio e, pertanto, potevano essere in molti tra i suoi collaboratori o conoscenti o, addirittura, giornalisti ad averne notato la presenza sulla sua scrivania.

Mio marito non mi manifestò mai dubbi sulla fedeltà del maresciallo CANALE che continuò a frequentare fino al giorno prima della sua morte.

Dopo circa un anno da queste terribili dichiarazioni, alla luce delle nuove prove raccolte, questo Ufficio ha deciso di compulsare nuovamente la signora BORSELLINO.

Che ha riferito nuove circostanze, in particolare specificando – riguardo al ricordo del precedente verbale che il marito mai le aveva riferito testualmente di una “trattativa” -  che suo maritole “disse testualmente che “c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello stato”.Ciò avvenne, a ricordo della signora BORSELLINO, intorno alla metà di giugno del 1992.

Ed appare significativo che nel periodo immediatamente successivo (il 15 luglio 1992) suo marito le disse che aveva visto la “mafia in diretta”, parlandole anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano; e che sempre nello stesso periodo “chiudeva sempre le serrande della stanza da letto… temendo di essere visto da Castello Utveggio. Mi diceva:”ci possono vedere a casa”.

Inoltre, ha confermato che il 28 giugno 1992 il marito incontrò la dott.ssa FERRARO nella saletta VIP dell'aeroporto di Fiumicino; e che successivamente incontrò nello stesso luogo il Ministro ANDO', che gli confidò che era arrivata una notizia confidenziale, da cui emergeva che sarebbe stata fatta una strage per ucciderlo, e che sarebbe stato utilizzato esplosivo.

Ancora, il marito le aveva detto che - quando aveva saputo di SUBRANNI - era stato talmente male da aver avuto conati di vomito:

 

VERBALE DI SOMMARIE INFORMAZIONI TESTIMONIALI DI PIRAINO BORSELLINO AGNESE  DEL 27 GENNAIO 2010

A.d.r.: Confermo che il 28 giugno 1992 mio marito, il dott. Paolo Borsellino, si è incontrato sia con la dott.ssa FERRARO che con il ministro ANDÒ  tornando da un convegno di Magistratura Indipendente che si era tenuto a Giovinazzo in Puglia. Il Ministro ANDÒ arrivò dopo il discorso tra Paolo e la dott.ssa FERRARO, e, se ben ricordo, i due non si incontrarono. Ricordo che eravamo insieme a mio marito in occasione di quel viaggio, e che al convegno e per tutto il viaggio siamo stati “superscortati”. Si trattò  di una protezione molto stretta, che non era mai stata apprestata in questi termini per la sicurezza di Paolo. Non ricordo se vi era un appuntamento tra Paolo e la dott.ssa FERRARO. Ricordo che eravamo nella sala V.I.P. dell’aeroporto di Fiumicino. Ricordo ancora che l’aereo per Palermo partì con un’ora di ritardo proprio per la presenza di mio marito e gli accertamenti per la sua sicurezza che si resero necessari.

In ogni caso, mio marito non mi fece partecipare all’incontro con la dott.ssa FERRARO. Anche successivamente, non mi riferì nulla, salvo quanto detto dal Ministro ANDÒ, che – per quello che mi venne riferito da mio marito - disse che era giunta notizia da fonte confidenziale che dovevano fare una strage per ucciderlo, e che ciò sarebbe avvenuto a mezzo di esplosivo. Mi disse che era stata inviata una nota alla Procura di Palermo al riguardo, e che ANDO’, di fronte alla sorpresa di mio marito, gli chiese: “Come mai non sa niente?”. In pratica, la nota che riguardava la sicurezza di mio marito era arrivata sul tavolo del Procuratore GIAMMANCO, ma Paolo non lo sapeva.

Paolo mi disse, poi, che l’indomani incontrò GIAMMANCO nel suo ufficio, e gli chiese conto di questo fatto. GIAMMANCO si giustificò dicendo che aveva mandato la lettera alla magistratura competente, e cioè alla Procura di Caltanissetta. Mi ricordo che Paolo perse le staffe, tanto da farsi male ad una delle mani, che – mi disse – battè violentemente sul tavolo del Procuratore.

A d.r. Mio marito, dopo l’incontro alla sala V.I.P, non mi disse nulla che riguardava CIANCIMINO.

Ricordo, invece, che mio marito mi disse testualmente che “c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello stato”. Ciò mi disse intorno alla metà di giugno  del 1992. In quello stesso periodo mi disse che aveva visto la “mafia in diretta”, parlandomi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano. In quello stesso periodo chiudeva sempre le serrande della stanza da letto di questa casa, temendo di essere visto da Castello Utveggio. Mi diceva:”ci possono vedere a casa” .

A d.r. Paolo mi disse dell’incontro con MORI a Roma presso il R.O.S.

In quella occasione so che dopo doveva andare insieme ai carabinieri che incontrò a battezzare il bambino di un giovane magistrato da lui conosciuto, il dott. CAVALIERO.

Devo specificare a questo punto che mio marito non mi diceva tutto perché non voleva mettermi in pericolo.

Confermo che mi disse che il gen. SUBRANNI era “punciuto”. Mi ricordo che quando me lo disse era sbalordito, ma aggiungo che me lo disse con tono assolutamente certo. Non mi disse chi glielo aveva detto. Mi disse, comunque, che quando glielo avevano detto era stato tanto male da aver avuto conati di vomito. Per  lui, infatti, l’Arma dei Carabinieri era intoccabile.

 Omissis

Dunque, si aggiungono nuovi particolari a quanto sin qui a conoscenza degli investigatori: si viene a sapere che - dopo avere appreso (non si sa da chi) la notizia sul gen. SUBRANNI - il dott. Borsellino era stato malissimo, arrivando ad avere conati di vomito. Qualcosa che potrebbe in qualche modo ricondurre a quella forte crisi ed a quelle lacrime riferite dai dottori Russo e Camassa, ove si pensi che il discorso fatto ai due magistrati intervenne dopo che si era parlato di un incontro conviviale con alcuni carabinieri, e che la dott.ssa Camassa ha aggiunto che a suo avviso il tradimento proveniva da un'alta carica, probabilmente dei carabinieri.

Cio' detto sulle dichiarazioni della signora Borsellino, deve aggiungersi che anche le già rese dichiarazioni di MUTOLO, riportate nel paragrafo 3, hanno subito - nel corso di queste nuove indagini- ulteriori aggiunte e precisazioni. Che, è importante premetterlo, a loro volta hanno ricevuto parziale riscontro.

MUTOLO e' stato sentito la prima volta il 5 novembre 2009, al fine anche di verificare se fosse stato lui a riferire al dott. Borsellino quanto poi da questi detto alla moglie sul conto del gen. SUBRANNI. Per lo stesso motivo sono stati sentiti gli altri collaboratori interrogati in quel periodo dal dott. BORSELLINO , e cioè' Gioacchino SCHEMBRI e Leonardo MESSINA, e tutti e tre hanno fornito risposte negative.

MUTOLO ha, comunque, riferito che, in occasione, presumibilmente, del verbale del 1° luglio 1992, nel corso di una breve interruzione, il dott. BORSELLINO aveva parlato con alcuni appartenenti alla DIA li' presenti, ed aveva duramente stigmatizzato l’ammissibilità della "dissociazione" per gli appartenenti a Cosa Nostra, ipotesi cui era fermamente contrario

 

VERBALE DI INTERROGATORIO DI MUTOLO GASPARE DEL 5 NOVEMBRE 2009

AD.R. dopo I'avvio della mia collaborazione ebbi contatti con il Col. Mori, in particolare in occasione di un confronto tra il sottoscritto ed il CANCEMI, che fu effettuato poichè il CANCEMI teneva basso il profilo della collaborazione, contrariamente alle indicazioni che io avevo fornito suI suo conto quale alter ego di Pippo CALO' e, dunque, come persona di spessore all'interno o di cosa nostra. In tale occasione il col. MORI mi chiese un aiuto per convincere il Cancemi a collaborare seriamente. Non ricordo di aver mai affrontato con il Col. MORI argomenti inerenti l' oggetto dei miei colloqui informali col dott. BORSELLINO

A.D.R. ricordo che, in occasione delle pause di uno degli interrogatori che ho effettuato col dott. BORSELLINO - non ricordo esattamente quale -  lo stesso affrontò con i suoi interlocutori (anche in tal caso non ricordo quali, ma si trattava sicuramente degli appartenenti alla DIA che in quel periodo seguivano la mia collaborazione) un discorso relativo alla "dissociazione" di appartenenti a cosa nostra. In particolare ricordo che si discusse del fatto che Pippo Calo, dal carcere, nella qualita' di portavoce dei capi mandamento che erano detenuti, porto'  avanti tali argomentazioni, alle quali si aggregarono anche i camorristi.

In sostanza cosa nostra cercava di portare avanti un discorso che investiva principalmente i latitanti, che avrebbero dovuto consegnarsi alla giustizia, ammettere il fatto di essere mafiosi ed in cambio ottenere benefici per loro e per gli altri mafiosi già detenuti, che del pari avrebbero dovuto ammettere di essere mafiosi. Tuttavia non so con quali personaggi delle istituzioni il Calo' aveva contatti. Posso affermare con certezza che il dr. Borsellino, per quel che ho percepito era a conoscenza di tali fatti che, dunque, non apprese per la prima volta in quell' occasione, ed era fortemente contrariato, direi disgustato innanzi a tale ipotesi, ripetendo che coloro che stavano anche solo pensando di accettarla erano dei "pazzi".

AD.R. ai miei interrogatori, durante l'avvio della mia collaborazione, assistevano il dr. De Gennaro, il dr. Di Petrillo, il dr. Gratteri, ed altri personaggi della D.I.A

AD.R. non ho mai sentito parlare di Vito Ciancimino in relazione all'argomento relativo ai discorsi sulla dissociazione.

AD.R. non ho mai sentito parlare del Generale SUBRANNI come di una persona collusa con cosa nostra.

Alle ore 16.20 viene sospesa la registrazione per procedere alla verbalizzazione riassuntiva.

Alle ore 16.47 viene ripresa la fonoregistrazione.

AD.R. non ho mai fatto riferimento ai particolari di cui sopra perche' non mi e' stato mai posto in modo esplicito tale quesito nel corso dei precedenti interrogatori.

A.D.R. in relazione al contenuto del verbale di cui la S.V. mi da lettura (verbale di interrogatorio del 22.10.92), posso dire che Ie considerazioni in esse contenute - circa possibili future iniziative di matrice terroristica di cosa nostra dopo Ie stragi di Capaci e via D' Amelio per distogliere I'attenzione -erano il frutto di quanta gia'  da me vissuto nel passato, allorche' accompagnai Saro RICCOBONO in una riunione in cui si discusse dell'eventualità di perpetrare attentati fuori dalla Sicilia per allentare la pressione investigativa che derivava dal nuovo metodo di lavoro del dott. CHINNICI e così poter creare un clima che favorisse la possibilità di riallacciare contatti che consentissero di tornare al regime di "calma" del passato.

omissis

MUTOLO ha, poi, specificato in un successivo interrogatorio che - nell'occasione in cui venne affrontato dal dott. BORSELLINO il tema della dissociazione, si fece riferimento anche ad una persona (che, ad onor del vero, non si comprende come il collaborante identifichi in MORI) che faceva su e giù tra Roma e Palermo per una "trattativa". A parte questa indimostrata acquisizione, questo verbale affronta integralmente tutta la questione della genesi della collaborazione di MUTOLO; viene chiesto, in particolare, se risponda al vero quanto da lui in precedenza affermato di avere reso un primo verbale di collaborazione con il solo dott. BORSELLINO, senza il dott. ALIQUO', cui sarebbe seguito il verbale BORSELLINO-ALIQUO'. Queste precedenti dichiarazioni - che ora MUTOLO ha sconfessato - facevano ritenere possibile un incontro informale tra lui ed il dott. BORSELLINO prima della collaborazione formale, che ben avrebbe potuto essere il luogo in cui riferire di quali "colletti bianchi" aveva intenzione di parlare. Ancora, gli è stato chiesto della sua permanenza a Cinisi negli anni '70 - risultante dai suoi primi verbali di interrogatorio - e della sua conoscenza all'inizio degli anni '80 con Gaetano BADALAMENTI, che avrebbe ben potuto, quindi, essere la sua "fonte" per una eventuale conoscenza sui collegamenti con la criminalità organizzata del gen. SUBRANNI. Devono ricordarsi, invero, le risultanze della Commissione Parlamentare sul depistaggio effettuato nelle indagini per l'omicidio IMPASTATO, omicidio per cui poi BADALAMENTI venne condannato 20 anni dopo: la Commissione, infatti, aveva pesantemente fatto riferimento proprio al ruolo di SUBRANNI nel depistaggio. In ogni caso, MUTOLO ha riferito di non avere mai parlato con BADALAMENTI dell'omicidio IMPASTATO:

 

VERBALE DI INTERROGATORIO DI MUTOLO GASPARE DEL 23 MARZO 2010

A.D.R.  Confermo di avere visto il dott. FALCONE ed il dott. SINISI il 16 dicembre 1991, e che, in quella occasione, feci già il nome di CONTRADA e di SIGNORINO. Il dott.FALCONE mi mise, poi, in contatto con il dott. DE GENNARO, che – come Lei mi dice – mi venne a trovare il 29 gennaio 1992 al Centro Clinico di Pisa. Non ricordo cosa dissi in quella occasione al dott. DE GENNARO. Sicuramente ribadii la mia volontà di collaborare. Forse riferii qualcosa su di un deposito di armi, che poi venne rinvenuto a Gavarrano.

A D.R – Mi dice, poi, la S.V. che il 15 maggio 1992 mi vidi nuovamente, a Livorno, con il dott. DE GENNARO, il col. DI PETRILLO e il dott. GRATTERI. Non ricordo neanche in questo caso cosa si disse. Mi sembra di ricordare che DE GENNARO disse agli altri due che, qualsiasi cosa avessi detto quando cominciavo a collaborare, avrebbero dovuto riferire a lui personalmente. Questo mi fece capire che DE GENNARO era sovraordinato agli altri due suoi colleghi.

A DR - Dopo la morte del dott. Falcone, come ho già riferito, incontrai il dott. DE GENNARO, al quale ribadii la mia volontà di collaborare, a maggior ragione dopo l’uccisione del giudice Falcone. Al dott. DE GENNARO comunicai però che era mia ferma convinzione – scomparso il dott. FALCONE- collaborare con il dott. BORSELLINO, magistrato che già conoscevo e nei confronti del quale nutrivo stima e rispetto ritenendolo conoscitore della Mafia e dei suoi meccanismi. 

Siccome avevo detto di potere rendere dichiarazioni anche su Firenze, si decise di farmi sentire inizialmente dal dott. VIGNA, fare “incartare” la mia volontà di collaborare, e da lì iniziare la collaborazione formale. In effetti, venni sentito da VIGNA, gli ribadii la volontà di collaborare, ma esplicitai da subito che dovevo parlare con il dott. BORSELLINO, perché era su Palermo che avevo da fare il 99% delle mie dichiarazioni.

Subito dopo l’interrogatorio di VIGNA, come Lei mi ricorda, io venni ammesso alla detenzione extracarceraria. Ricordo che venni allocato in varie sedi a Roma, sempre a disposizione della D.I.A.

A.D.R.: Lei mi chiede se io abbia incontrato il dott. BORSELLINO prima dell’inizio della mia collaborazione “formale” con la Procura di Palermo. A questo proposito,  in un primo tempo ricordavo di avere visto la prima volta il dott. BORSELLINO da solo, e poi, la seconda volta, insieme con il dott. ALIQUO’. In questo secondo caso ricordavo di avere fatto informalmente i nomi dei “colletti bianchi”. Devo avere consacrato questa ricostruzione dei miei primi incontri con BORSELLINO anche nel corso di qualche verbale. Mi venne, poi, contestato dai magistrati che procedevano alla redazione dei verbali che il primo interrogatorio con BORSELLINO avvenne, in realtà, il 1° luglio 1992, ed era presente anche il dott. ALIQUO’. Le cose, dunque, non possono essere andate che come mi venne contestato dai magistrati. In quella occasione, sicuramente, feci i nomi di appartenenti alle istituzioni collusi con la Mafia. Per quelli che sono i miei ricordi, in quella occasione non mi limitai a menzionare il dott. SIGNORINO e il dott. CONTRADA, ma menzionai anche altri, che ora non ricordo.

A.D.R. Allorchè menzionai al dott. Borsellino i nomi di appartenenti alle istituzioni collusi con Cosa Nostra, egli rimase spiacevolmente meravigliato a sentire tutti i nomi che gli andavo facendo, non immaginando che quella fosse la realtà, anche perché si sentì “accerchiato” da tutte queste persone “colluse” all’interno delle istituzioni; non ricordo se il dott. Borsellino si meravigliò per qualcuno in particolare, ricordo che si stupì per tutti.

A.D.R. Per quel che posso ricordare, riferendomi al periodo della mia permanenza a Cinisi dal 1968 in poi, Nino e Gaetano BADALAMENTI avevano rapporti con alcuni dei carabinieri. Ma non so nulla di specifico. In quel periodo moltissime persone avevano rapporti con persone di Cosa Nostra, perché Cosa Nostra era diversa da quella che divenne con RIINA, e non era ancora chiaro il disvalore di questi rapporti. Tra chi dirigeva le varie stazioni dei Carabinieri ed il locale capomafia, poi, era normale intrattenere rapporti, ma non sto parlando di nulla di illecito.

A D.R – Lei mi chiede se Gaetano BADALAMENTI, quando lo vidi nel 1981-82, e mi chiese della mia attività criminale su Cinisi alle dipendenze di Nino BADALAMENTI, mi fece anche riferimento, per parte sua, all’omicidio IMPASTATO.

Devo dire di no.

Io certamente non potevo prendere il discorso. Ricordo, invece, di avere parlato di questo fatto omicidiario con molti altri associati, e che unanimemente si riteneva, anche da parte mia, che il fatto di un preteso attentato preparato da IMPASTATO, nell’esecuzione del quale sarebbe accidentalmente morto, appariva inverosimile, essendo chiara la matrice mafiosa di quella morte. 

A.D.R.  Quando venni sentito dal dott. Borsellino, ricordo che egli sentiva anche qualche altro collaborante, ma non so dire chi.

A D.R. Ribadisco che il dott. Borsellino affrontò, davanti a me, e con personale della D.I.A., il tema della dissociazione di alcuni mafiosi da Cosa Nostra (cfr. verbale di interrogatorio di questa Procura del 5 novembre 2009), prendendo le distanze in maniera netta da chi la riteneva un fatto positivo. Ricordo che osservai che Cosa Nostra ha fatto sempre trattative con lo Stato, semmai potevano cambiare gli interlocutori. Il dott. Borsellino, in quella occasione, era assolutamente disgustato che qualcuno delle istituzioni potesse condividere tali iniziative.  

A.D.R. Poiché mi si ricorda che in occasione dell’interrogatorio del 9 dicembre 1992, sentito dalla dott.ssa Boccassini e dal dott. Cardella, riferii ai magistrati che al dott. Borsellino avevo già fatto i nomi del dott. SIGNORINO, del dott. BARRECA e del dott. CONTRADA, mi ero effettivamente riservato di fare altri nomi; ma a tal proposito avevo notizie più generiche e conosciute indirettamente, circostanze già riferite in occasione di altri interrogatori, quindi oggi non potrei essere più preciso. 

A.D.R. Tornando al discorso della dissociazione, ricordo che BORSELLINO disse,  intervenendo nella discussione in occasione della pausa durante la quale stavano trattando l’argomento in questione, che chi voleva la dissociazione era pazzo; aggiungo che BORSELLINO non era assolutamente d’accordo anche perché avevano già ucciso Giovanni FALCONE. Dai discorsi fatti capii che gli interlocutori facevano riferimento alla circostanza che l’allora Colonnello (poi divenuto Generale) MORI – che non venne espressamente indicato, ma che era facilmente individuabile dai riferimenti fatti dai funzionari della DIA di cui non ricordo però i nomi  - scendeva spesso a Palermo e aveva contatti all’interno di Cosa Nostra per trattare. L’argomento ricordo che venne discusso a margine di uno dei tre interrogatori in cui era presente il dott. BORSELLINO.

A.D.R – Lei mi chiede di esplicitare meglio questo discorso sul generale MORI. A questo proposito ricordo che i ragazzi della D.Ia che mi trasportavano erano, con mia sorpresa, più preoccupati di essere seguiti da persone dei “servizi” che da appartenenti alla criminalità organizzata.

A.D.R – Lei mi chiede dove collochi io il gen. MORI, se al ROS o ai servizi, ed io rispondo: sia al ROS che ai servizi.

A.D.R. Prendo atto dei nomi dei funzionari della DIA presenti in occasione dei predetti interrogatori e cioè l’ispettore Danilo Amore, il dott. Di Petrillo e il dott. Gratteri, questi ultimi presenti formalmente il primo luglio del 1992; escludo che il discorso possa essere stato affrontato dal dott. Borsellino con l’ispettore Amore, quindi potrebbe essere avvenuto con i predetti funzionari Di Petrillo e Gratteri. Non escludo che altre persone della DIA possano essere intervenute per un  semplice saluto, affrontando il tema della “dissociazione”.

A.D.R. Mi è noto che il gen. MORI è attualmente sotto processo a Palermo. I miei ricordi sono, comunque, quelli che ho detto. Non ne avevo parlato prima di oggi perché nessuno mi aveva rivolto una domanda specifica, o comunque aveva affrontato con me il tema della “dissociazione” o della “trattativa”.

MUTOLO, dunque, riferisce elementi certamente di rilievo, ma non consente, con le sue dichiarazioni di sciogliere l'enigma BORSELLINO/SUBRANNI, e cioè quale sia la fonte del dott. BORSELLINO circa i collegamenti con la criminalità organizzata del generale SUBRANNI.

Gen. SUBRANNI che, occorre ricordare, era stato certamente in rapporti con Vito CIANCIMINO, come risulto' dalle perquisizioni effettuate dopo il suo arresto nel 1984 (cfr. verbale agli atti del 29.9.1984), e dalle dichiarazioni allora rese dal medesimo CIANCIMINO (cfr. verbali di interrogatorio del 10 e 28.11.1984 in atti).

In particolare, nel verbale del 28.11.1984 Vito CIANCIMINO testualmente dichiarava “ho conosciuto il Col. Subranni a Palermo e con lo stesso ho intrattenuto cordiali rapporti di amicizia …”.

Inoltre in esito alle perquisizioni conseguenti all’arresto del CIANCIMINO venivano rinvenute, in particolare, due lettere con biglietto da visita con aggiunta manoscritta del SUBRANNI indirizzate all’abitazione dello stesso Vito CIANCIMINO.

Rimangono, dunque, le dichiarazioni sulla "dissociazione" come principale novità contenuta nelle dichiarazioni rese da MUTOLO nel corso delle ultime indagini.  Queste dichiarazioni, che in un primo momento avevano suscitato perplessità (sia per la distanza temporale dai fatti narrati, sia anche perché il tema della conoscenza, da parte del dott. BORSELLINO, della c.d. trattativa e' stato in questi ultimi tempi dibattuto più volte dagli organi di informazione) hanno ottenuto invece riscontri inaspettati: la dichiarazione di un ex capo centro della DIA allora presente all'interrogatorio di MUTOLO (il col. DI PETRILLO), che ha confermato che la dissociazione fu uno dei temi trattati in quel periodo, facendo risalire la sua conoscenza della “dissociazione” proprio ad uno dei primi interrogatori di MUTOLO:

 

VERBALE DI SOMMARIE INFORMAZIONI TESTIMONIALI DI DI PETRILLO DOMENICO DEL 19 APRILE 2010

AD.R. Sono stato capo centro del C.O. DIA di Roma, dall'aprile-maggio del 1992, sino al maggio del 1995, allorché entrai al SISDE quale direttore della Divisione contro il terrorismo~ in quel momento direttore del SISDE era il Generale MARINO che fu colui che mi propose l'incarico che ho poi assunto al fine di risollevare la struttura che in quel momento aveva perso di credibilità anche a livello internazionale.

Dal 31 agosto del 1996 mi sono dimesso dall' Arma dei Carabinieri, assumendo la funzione di capo della sicurezza del gruppo ENI.

AD.R. La gestione della collaborazione di MUTOLO fu il primo incarico che avemmo come Centro Operativo di Roma~ da quel che ricordo il MUTOLO aveva avuto in precedenza un colloquio col dottor FALCONE, del quale era stato informato il dott. DE GENNARO.

Ricordo che cercammo di trovare un modo per far fuoriuscire il MUTOLO dal carcere senza che la circostanza destasse allarme, avendo contatti anche con il criminologo dotto BRUNO, con la dotLssa FERRARO, decidendo alla fine di farlo ricoverare all'ospedale Ortopedico di Firenze sfruttando il  fatto che il MUTOLO aveva problemi alla schiena.

Da tale struttura dovemmo trasferire precipitosamente il MUTOLO, poiché ci accorgemmo che un palermitano era del pari ivi ricoverato lo portammo a Roma e di lì il MUTOLO iniziò la collaborazione con l'autorità giudiziaria.

La mia formazione era nel campo dell'antiterrorismo e non in materia di antimafia, formazione che prevedeva un'attività di analisi prima che di polizia giudiziaria e che cercai anche di instillare allorché divenni capo centro della DIA di Roma.

L'attività condotta nel covo di via Ughetti fu il culmine di questa nuova metodologia che cercai di introdurre.

AD.R Ho partecipato quasi sempre agli interrogatori di MUTOLO, anche perché eravamo operativi da poco e, pertanto, non vi era una mole eccessiva di incombenze cui adempiere nella mia qualità di capo centro.

Allorché iniziammo ad occuparci di MUTOLO avevamo gli uffici in via Fea ed il MUTOLO venne ascoltato dal dottor BORSELLINO per la prima volta in uffici ubicati in via Libertà; in quella circostanza il dottor BORSELLINO era in compagnia del dottor ALIQUO' e ricordo che presenziai nel momento in cui il dottor BORSELLINO incontrò il MUTOLO, ma uscii (così come gli altri funzionari della D.LA) poi dalla stanza allorché l'atto istruttorio ebbe inizio.

In quel momento io ero il responsabile operativo della struttura ed era il dottor LOI il capo centro, incarico che mantenne almeno fino allorché il dottor CONTRADA venne arrestato.

AD.R Il mio rapporto col dottor BORSELLINO era formale perché non avevo avuto modo di conoscerlo fino a quel momento e ciò benché già conoscessi da tempo CANALE che in quel periodo era stretto collaboratore del dottor BORSELLINO; non ricordo in maniera nitida di pause effettuate nel corso degli interrogatori e non ricordo neanche di particolari commenti fatti dal dottor BORSELLINO con me sulla collaborazione di MUTOLO o su altri argomenti.

Non ho nemmeno un ricordo nitido sul fatto che MUTOLO parlò con BORSELLINO di SIGNORINO e CONTRADA, circostanza che ho rammentato solo successivamente e solo dopo sollecitazioni di altri colleghi con i quali commentammo gli avvenimenti dopo che costoro erano stati assunti a verbale dall' AG .

Non ho un ricordo nemmeno sui tempi del primo atto istruttorio del MUTOLO, con particolare riguardo alla visita del dottor BORSELLINO al Ministero, ma se ben ricordo la prima fase dell'interrogatorio durò poco, circa mezz'ora-quaranta minuti, dopo di che il dottor BORSELLINO si allontanò per andare appunto al Ministero.

A D.R Ricordo che si parlò di dissociazione, in termini molto generici e me lo ricordo perché era un fenomeno che ho recepito poiché materia affine a quella dell' antiterrorismo.

Ne ho ricordo come un discorso fatto nel periodo della collaborazione di MUTOLO o, comunque, nel periodo iniziale del mio incarico alla DIA, ma non ricordo da chi provenne tale discorso, né ne ricordo i termini precisi.

Desumo che tale discorso venne affrontato in occasione di uno degli interrogatori di MUTOLO.

Le SS.LL. mi chiedono se in questo discorso della dissociazione c'entrasse Pippo CALO' ma in merito posso dire che non ho alcuna notizia su tale circostanza. Posso solo dire di aver fatto un colloquio investigativo con Pippo CALO' per motivazioni connesse all'omicidio PECORELLI, ma il colloquio durò pochissimo poichè il CALO' volle interromperlo temendo che all'esterno si potesse pensare che collaborare con la giustizia.

AD.R il MUTOLO venne dapprima tenuto in un appartamento nella disponibilità del dott.LOI e poi in via di Priscilla, ove veniva escusso dai magistrati.

AD.R Ricordo che avvenne un confronto tra MUTOLO e CANCEMI nel comando del RO.S. di Roma; tale atto istruttorio, se ben ricordo, venne gestito dall' Autorità Giudiziaria ed il motivo per cui si decise di espletarlo era per rassicurare il CANCEMI in ordine alla sua collaborazione.

Escludo che vi sia stata una sollecitazione alla nostra struttura dal RO.S. per effettuare tale confronto, anche perché, essendo capo centro, ne avrei avuto sicuramente notizia.

In altre parole lo scopo era indurre il CANCEMI ad una collaborazione più piena, ma, tomo a ripetere, si trattò di una situazione gestita dall' A.G. di Palermo.

Al confronto in questione era presente GRATTERI, non ricordo se vi fossero anche altri appartenenti alla DJ.A, così come ero presente anche io.

Nell'occasione c'erano anche MORI ed OBINU, ma gli stessi non hanno avuto alcun colloquio col MUTOLO.

AD.R. Ho conosciuto MORI nel maggio del 1978, allorché venni spostato dal Comando del Nucleo Investigativo di Nuoro alla Sezione Anticrimine di Roma, che MORI comandava.

Nel momento in cui entrai alla DIA continuai ad avere assidui rapporti con MORI, così come con SUBRANNI ed OBINU, anche perché andavo a pranzare alla mensa del R.O.S ..

Non ho mai chiesto, comunque notizie a MORI sulle attività che il R.O.S. aveva in corso in quel periodo (faccio riferimento al periodo in cui MUTOLO iniziò la collaborazione con l'AG.), anche perché lo stesso mi considerava un "traditore" poiché avevo lasciato l'Arma per entrare alla DJ.A.

Ritengo che in quel periodo MORI si recasse a Palermo per attività inerenti il suo ruolo, ma si tratta comunque di una mia deduzione fondata sui compiti che normalmente ha un funzionario quale era MORI in quel periodo, non avendo ricordi specifici sul punto.

A D.R. non ho mai sentito parlare, in quel periodo, di "trattativa" o, comunque, di resa dei latitanti di cosa nostra in cambio di benefici da elargire nei loro confronti.

LE SS.LL. mi danno lettura di stralcio del contenuto di dichiarazioni rese da MUTOLO Gaspare il 5 novembre 2009 ed il 23.3.2010 in cui lo stesso riferisce del discorso relativo alla "dissociazione" trattato nel corso di pause di interrogatori cui presenziò il dotto BORSELLINO.

Ribadisco che non ho ricordo del tema della "dissociazione" quale riferito dal MUTOLO in maniera così dettagliata alle SS.LL., ma confermo che il mio ricordo colloca il discorso della "dissociazione" nelle prime fasi della collaborazione del MUTOLO.

Non mi risulta che si sia mai parlato del fatto che MORI si recasse spesso a Palermo ed aveva contatti all'interno di cosa nostra per trattare.

(...) ho lasciato i carabinieri perché non mi riconoscevo più nella struttura (....)

Bisogna aggiungere, comunque, che sia lo stesso dott. DE GENNARO, che l'altro allora dirigente della DIA dott. GRATTERI hanno escluso di avere mai sentito parlare in quel periodo del tema della "dissociazione" degli appartenenti a "cosa nostra".

Invece, elemento concordante con quanto sopra riportato sono, come vedremo, le dichiarazioni rese da Edoardo FAZZIOLI, allora vice direttore del DAP retto da Niccolò AMATO, che ha riferito che nella seconda metà del 1992 si discusse all’interno del  Dipartimento proprio della prospettiva di creare aree separate di detenzione per mafiosi che avessero deciso di “dissociarsi”.

Altri elementi su quella stagione, ma anche sulla presenza di “servitori dello Stato” infedeli derivano dalle dichiarazioni di Gioacchino GENCHI (che ha riferito in merito al dott. Arnaldo LA BARBERA ed alla sua decisione di uscire dal pool di investigatori che si occupava delle indagini sulla strage del 19 luglio 1992), nonché dalla annosa vicenda DI MATTEO (ed al connesso sequestro del figlio, poi ucciso barbaramente dalla mafia): una vicenda i cui contorni non sono ancora del tutto chiari, ove si consideri che DI MATTEO aveva già reso importanti dichiarazioni alle Procure prima del sequestro del figlio, e che, dunque, questo sequestro doveva avere o un fine “punitivo”, ovvero, ed è più probabile, “preventivo”, teso, cioè, ad evitare che DI MATTEO potesse rivelare cose particolarmente importanti, che ancora non aveva rivelato.

Che questa possa essere la giusta chiave di lettura deriva dal primo verbale reso da DI MATTEO Mario Santo alla Procura di Caltanissetta. In specie, dopo avere riferito rilevanti elementi sulla strage di Capaci, per la cui commissione era imputato, DI MATTEO, al termine del lungo verbale, verbalizza di potere rendere dichiarazioni sulla strage di Via d’Amelio, che vengono rinviate per la stanchezza del collaboratore:

 

VERBALE DI INTERROGATORIO -  DI MATTEO MARIO SANTO DEL 25 OTTOBRE 1993

Omissis

Domanda: Puo' riferire qualcosa anche in ordine alla strage di Via D'Amelio?

Risposta: Si ma in questo momento sono particolarmente stanco e preferirei che l'interrogatorio cessasse qui dichiarandomi tuttavia pronto a fornire una totale collaborazione in un prossimo momento.

L'Ufficio da atto che non e' concluso ne' l'interrogatorio relativo ai fatti attinenti l'uccisione del Giudice Giovanni FALCONE ne' tantomeno quello relativo alla morte del Giudice BORSELLINO si tiene comunque conto dell'esigenza dell'indagato e si rinvia l'interrogatorio a data da destinarsi essendo pertanto necessario verificare i primi dati forniti.

Queste dichiarazioni non vennero, poi, mai rese, limitandosi DI MATTEO a rendere generiche dichiarazioni sul telecomando e BRUSCA (che certamente, per la loro semplicità, non giustificano il rinvio della verbalizzazione del 25 ottobre 1993).

E ad illuminarci sui motivi per cui non vennero rese vi sono alcune intercettazioni che vennero effettuate ai colloqui tra gli allora coniugi DI MATTEO, nel corso delle quali la moglie pronunzia frasi assai inquietanti:

INTERCETTAZIONE DI MATTEO MARIO SANTO – CASTELLESE FRANCESCA PRESSO I LOCALI DELLA DIA DEL 14 DICEMBRE 1993

I due genitori parlano della scomparsa del figlio. La madre è disperata (A me’ figghiu mi l’hata a dari), il padre è convinto che il figlio nopn tornerà indietro. A questo punto, la CASTELLESE invita il marito a non parlare più:

CASTELLESE: tu a tò figliu accussì l’ha fari nesciri, si fa questo discorso

DI MATTEO: ma che discorso? Ma che fa

CASTELLESE:  parlare della mafia

DI MATTEO: Ah, nun ha caputu un cazzu

CASTELLESE:  come non ha caputu un cazzu?

Parlano sottovoce

CASTELLESE: Oh, senti a mia, qualcuno è infiltrato (?) per conto della mafia

DI MATTEO: (?)

CASTELLESE:  Aspè, fammi parlare (incomprensibile) Tu questo stai facendo, pirchì tu ha pinsari alla strage di BORSELLINO, a BORSELLINO c’è stato qualcuno infiltrato che ha preso (?)

DI MATTEO: (?)

CASTELLESE:  Io chistu ti dicu … forse non hai capito

DI MATTEO: tu fa finta, ora parramo cu’…

CASTELLESE:  Io haia a fare finta, io quannu cu’ papà ci dissi ca dà vota vinni ni tì capito, parlare cu to figlio

Parlano sottovoce e velocemente: incomprensibile

DI MATTEO: No tu dici se u’ sannu, lu sta dicinnu tu

CASTELLESE: capire se c’è qualcuno della Polizia infiltrato pure nella mafia e ti … 

DI MATTEO: Cu?

CASTELLESE: mi dievi aiutare da tutti I punti di vista, picchì iu mi scantu, mi scantu

DI MATTEO: intanto pensa a to (figliu)

CASTELLESE:  cioè io pensu au picciriddu, caputu? Tu m’ha capiri! Però, Sa, u discursu è chuistu, nuatri hamma a fari (?)

Incomprensibile, parlano a bassa voce

DI MATTEO: Iddu mi dissi, dice, tò muglieri (?) suo marito ava a ritrattari (Inc.) Iddu, BAGARELLA e Totò (?) sanno pure che c’hanno

La conversazione continua su questo tono, sulla necessità di non rendere dichiarazioni, anche se DI MATTEO pensa che sia inutile (“il bambino non torna più, però fara più danno da morto che da vivo….” “senza motivo mi staiu innu a livare a dignità”), e che siano stati BAGARELLA e BRUSCA.

Questo Ufficio ha più volte, nel corso degli anni, provveduto a sentire DI MATTEO e la moglie su quelle gravi affermazioni, ottenendo sempre risposte insoddisfacenti.

In ultimo, DI MATTEO è stato risentito in due occasioni da questo Ufficio. Ed ha continuato a sostenere l’insostenibile, affermando nel corso del primo interrogatorio (7 maggio 2009) di non poter dire nulla sulle intercettazioni perchè quelle frasi non erano mai state pronunziate dalla moglie, che nulla sapeva delle stragi; e “sfidava” questo Ufficio a fargli ascoltare le intercettazioni, e solo in quel caso avrebbe potuto rispondere alle domande che gli venivano poste. Cosa che poi l’Ufficio ha fatto (il 20 aprile 2010), ottenenendo le solite sconfortanti risposte.

Tra l’altro, la necessità dei nuovi interrogatori derivava da alcune dichiarazioni che DI MATTEO aveva reso al “TG1” il 23 novembre 2008, in cui riferiva che avrebbe presto fatto “i nomi dei Killer della strage di Via d’Amelio”:

 

VERBALE DI INTERROGATORIO -  DI MATTEO MARIO SANTO DEL 7 MAGGIO 2009

A D.R.: La S.V. mi dà lettura delle dichiarazioni da me rese al giornalista del TG1 il 23 novembre 2008 e mi chiede conto delle stesse. Devo rispondere che io non volevo fare l’intervista in questione e che sono stato contattato da un mio amico che lavora in un bar della località in cui attualmente risiedo, che mi ha detto che il TG1 voleva fare un’intervista. Sono venuti loro in un posto vicino a dove abito e, in particolare, è venuto anche il Dr. Cinà, del TG1 più il giornalista che mi ha poi intervistato di cui non ricordo in questo momento il nome. L’occasione dell’intervista era l’apposizione di una lapide in S. Giuseppe Jato, in memoria di mio figlio. In realtà il giornalista, poi mi fece una domanda a trabocchetto dicendomi che avrei fatto presto i nomi dei killer della strage di via D’Amelio. In realtà io non avevo mai detto questo e tutto quanto è a mia conoscenza l’ho già riferito all’A.G. e, in particolare, alla Corte d’Assise di Caltanissetta.

Confermo, dunque, quanto ho già detto, che così riassumo: è stato Riina a volere sia la strage di capaci che la strage di via D’Amelio. Per la prima ha dato l’incarico a noi (me e Brusca Giovanni) mentre per la seconda ha dato l’incarico ai Graviano, Filippo e Giuseppe. Questo mi risulta perché, come ho già detto, i Graviano vennero a chiedere a me ed a Gioè Antonino un telecomando che era residuato dalla strage di Capaci; telecomando che noi effettivamente consegnammo loro. Anche Brusca era a conoscenza di tutto perché prima il telecomando era stato chiesto a lui. Per quanto riguarda il telecomando, quello che ho consegnato, come del resto quello di Capaci, ci era stato dato da RAMPULLA Pietro ed era stato acquistato in un negozio di Palermo, sito nei pressi di via Maqueda, negozio che si occupava della vendita di giocattoli per bambini. Il Rampolla, che è un esperto, si occupava poi di inserire il meccanismo più complesso nell’involucro del giocattolo.

Viene a questo punto rappresentato dall’Ufficio che, dai processi sulla strage di via D’Amelio emerge che il telecomando utilizzato era di tipo altamente professionale.

A D.R.: Confermo quanto precedentemente detto. Per il resto mi riporto alle dichiarazioni già rese  in sede dibattimentale, relativamente alla strage di via D’Amelio.

A questo punto viene richiamato il contenuto del colloquio intercorso tra il Di Matteo e la moglie Castellese Francesca il 14.12.1993, nel corso del quale la moglie fa riferimento a responsabilità di soggetti esterni a cosa nostra per la strage Borsellino, invitando il marito a non rendere dichiarazioni al riguardo, dato anche il già avvenuto sequestro del figlio.

A D.R.: Mia moglie non sapeva nulla di questi fatti e non ha mai pronunziato quelle frasi; ciò continuo ad affermare nonostante lei mi dica che il colloquio è stato audioregistrato e che dunque quelle riportate sono state le parole dette da mia moglie.

Spontaneamente aggiunge: Riina incaricò solo i Graviano di compiere la strage. Quando io, il 29 ottobre del 1997 ho affermato che “Aglieri, Greco e Brusca c’entrano con tutte le scarpe nella strage di via D’Amelio”, intendevo riferirmi ad una responsabilità di Aglieri e Greco come mandanti e non come esecutori. Quando dico che sono stati incaricati solo i Graviano lo dico sia per il fatto che i Graviano mi chiesero il telecomando, sia per il fatto che non aveva senso estendere troppo la conoscenza dei fatti esecutivi. In tale modo, infatti, Riina si era già comportato per quanto riguarda i fatti di Capaci. Inoltre, non conoscendo assolutamente Scarantino, pur essendo vicino ad alcuni uomini della “Guadagna”, ed avendo sicuramente questi detto il falso per quanto personalmente mi riguardava, ho sempre ritenuto che avesse detto il falso anche sulle altre cose che ha riferito. Nulla so di eventuali responsabilità di soggetti terzi rispetto all’associazione mafiosa nei fatti di via D’Amelio.

 

VERBALE DI SOMMARIE INFORMAZIONI TESTIMONIALI DEL GIORNALISTA RAUL PASSARETTI DEL 28 LUGLIO 2009

Sono stato messo in contatto con Santo DI MATTEO da un conoscente che causalmente mi disse, in funzione del mio lavoro, che conosceva Santo DI MATTEO. Afpprofittai di quella circostanza e gli chiesi se se poteva farmi da tramite al fine di ottenere una intervista …. L’intervista durò pochi minuti e non ebbe contenuti, all’origine, particolari. Quando spensi la telecamera chiamai il mio capo redattore dott. Filippo GAUDENZI per comunicargli che il servizio era andato a buon fine ed in quella circostanza il dott. GAUDENZI mi suggerì di chiedergli qualcosa su Via d’Amelio. In funzione di ciò riaccendemmo la telecamera, e alla mia domanda se avesse Saputo qualcosa della strage rispose, in buona sostanza, che ciò che sapeva l’avrebbe raccontato ai magistrate,perchè, disse, erano altri gli autori della strage e non gli attuali condannati. Pur da me stuzzicato ed invitato ripetutamente a dire qualcosa in più non aggiunse altro e ribadì che avrebbe riferito solo ai magistrate, dandomi la concreta impression che effettivamente sapesse molto (…) Pochi giorni dopo (la messa in onda, n.d.r.) ricevetti la telefonata del figlio di DI MATTEO dalla Sicilia, il quale, in riferimento all’intervista andata in onda, manifesto seria preoccupazione per la “loro” incolumità, precisando che il papaà viveva fuori, ma “noi viviamo ancora qui in Sicilia”, e mi chiese in modo abbastanza chiaro di far seguire alle dichiarazioni del padre una rettifica (…) A distanza di circa un’ora sento al telefono Santo DI MATTEO, gli racconto della telefonata intercorsa poco prima con il figlio e lui mio chiese, in modo abbastanza incisive, di mandare quella stessa sera sul TG1 delle 20,00 una rettifica limitatamente a quanto detto su BORSELLINO (…) concordammo di far passare come una cattiva interpretazione da parte mia la possibilità che lui conoscesse circostanze inedited circa la strage di BORSELLINO (…)

Dunque, appare evidente che DI MATTEO è a conoscenza di altri particolari riguardanti le stragi, che questi particolari riguardano soggetti istituzionali, ma che non intende riferirli per l’ovvia considerazione che teme per la vita dei suoi familiari.

Risentito sul punto, DI MATTEO ha detto di non avere nulla da aggiungere, ma poi ha fornito – quasi a risarcimento delle mancate dichiarazioni – un inedito quadro di Nino GIOE’, che a suo dire aveva cominciato una “collaborazione” prima di "suicidarsi".

Deve richiamarsi, al riguardo, che GIOE’, ed il suo misterioso suicidio, sono stati da sempre ritenuti al centro di un eventuale “verità ulteriore” sulle stragi: si ricordano le dichiarazioni di DI CARLO Francesco (rese all’udienza del 4.10.1999 nell’ambito del processo relativo al fallito attentato dell’Addaura) che, contattato in carcere da personalità istituzionali, diede il nome proprio di GIOE' al fine di organizzare attentati in Italia, come vanno pure richiamate le risultanze agli atti sui contatti di GIOE’ con BELLINI Paolo, soggetto al centro di una diversa e precedente  - rispetto a quella sin qui esaminata - trattativa sempre con i Carabinieri del ROS: 

 

VERBALE DI INTERROGATORIO -  DI MATTEO MARIO SANTO DEL 20 APRILE 2010

A D.R.: dopo avere ascoltato la conversazione ribadisco di non ricordare alcun riferimento a “infiltrati” quali responsabili del rapimento di mio figlio; ribadisco di non sapere altro rispetto a quello che ho già riferito in merito alla strage di via D’AMELIO. Prendo atto di quel che mi contestano le SS.LL. in merito alla trascrizione del colloquio – dalla quale emergerebbe cosa diversa da quella che dico – ma ribadisco ancora una volta che non posso essere di aiuto; se avessi saputo altri particolari li avrei già riferiti nel 1993. Prendo atto anche delle dichiarazioni, di cui ricevo parziale lettura, del giornalista Raul PASSARETTI a proposito dell’intervista e della successiva rettifica da me rassegnate al predetto giornalista in data 23 e 26 novembre 2008, nonché di parte dell’intervista in questione, dalle quali risulterebbe che io ero a conoscenza di particolari circa la strage di via D’Amelio e che poi – sempre secondo quello che mi fanno rilevare le SS.LL. – per paura abbia operato una rettifica; e ribadisco ancora una volta che il giornalista si era sbagliato nell’ interpretare alcune mie risposte.

A D.R.: sono a conoscenza che Antonino GIOE’ era in rapporto con DI CARLO allorchè questi era ristretto in un carcere dell’Inghilterra, per averlo appreso dallo stesso GIOE’.

A D.R.: per quanto riguarda i rapporti fra esponenti di Cosa Nostra ed appartenenti ai servizi conosco solo quelli con Bellini che io ho avuto modo di vedere insieme al GIOE’ e poi di incontrare a Paliano nell’anno 2005-2006 per quel che ricordo. In quest’ ultima occasione io cercai di stimolare il Bellini per apprender alcuni particolari dei rapporti da lui avuti con Cosa Nostra, ma il Bellini era assolutamente prevenuto e attento a non riferire nulla.

D.R.: In ordine al suicidio di GIOE’, posso dire di essere stata l’ultima persona appartenente a Cosa Nostra ad avere parlato con lui poco tempo prima della morte. Eravamo entrambi ristretti al carcere di Rebibbia mai io mi resi conto che egli si trovava pure in quel carcere casualmente, perché lo vidi affacciarsi dalla finestra di una cella mentre facevo l’ora d’aria. GIOE’, contrariamente a quelle che erano le sue abitudini, aveva la barba parecchio lunga e teneva un atteggiamento strano; mi precisò che poteva avere colloqui giornalieri con il fratello – credo si riferisse a Mario – e addirittura mangiare i gamberi che gli portava. Rimasi stupito da quelle parole ed intuii che aveva iniziato o stava iniziando a collaborare tanto, che gli chiesi “ma che stai facendo ?”. La sera stessa mi fu comunicato da una guardia della Polizia Penitenziaria che dovevo essere trasferito subito in altra struttura carceraria che non mi venne comunicata; infatti la sera stessa o il giorno successivo venni trasferito all’ Asinara. Dopo circa un mese dal mio arrivo all’ Asinara appresi la notizia del suicidio di GIOE’ e capii che la ragione del suicidio poteva essere legata al fatto di avere sbagliato a parlare con me facendomi capire le sue intenzioni e mettendo quindi a rischio la vita dei suoi familiari; del resto il carcere non lo aveva mai spaventato avendo sofferto in precedenza lunghe carcerazioni, durante le quali si era sempre curato del suo fisico e del suo aspetto.

Ma è anche rilevante che Giovanni BRUSCA, pur affermando (nell’ambito della costante animosità esistente con DI MATTEO) che DI MATTEO era stato estromesso ad un certo punto (dopo il collocamento dell’esplosivo) dall’esecuzione della strage di Capaci, dica anche che ciò era avvenuto perché “abbiamo cominciato a sospettare che lui parlasse con la moglie”. Dunque, proprio il presupposto della difesa di DI MATTEO (“mia moglie non sa niente delle stragi”) viene contraddetto dai risultati di una “indagine interna” a “Cosa Nostra”:

 

DEPOSIZIONE DIBATTIMENTALE DI BRUSCA GIOVANNI –UDIENZA DEL 17 GIUGNO 1998 NEL PROCEDIMENTO C.D. “BORSELLINO BIS”

Io voglio sapere questo, cioe' a dire: tutte quelle persone che hanno partecipato alla strage, vi hanno partecipato fin dall'inizio ad eccezione di DI MATTEO., e quindi dall'inizio alla fine ad eccezione di DI MATTEO., oppure vi sono state anche altre persone nelle condizioni di DI MATTEO., cioe' a dire che hanno partecipato fino ad un certo punto?

BRUSCA GIOVANNI Per esempio, BAGARELLA-. ha partecipato sino al collocamento dell'esplosivo e non... e poi non c'era piu'. Il... il CANCEMI-. io non l'ho piu' visto, tranne che il giorno in cui... il giorno in cui poi, quando e' successo, l'ho visto assieme a RAFFAELE GANGI-. a casa di DOMENICO GUDDO-.. Quindi, il FERRA... il PIETRO RAMPULLA-. non c'era perche' ha avuto dei problemi di carattere familiare, quindi non c'era il giorno della... della strage. Non ho altri ricordi in questo momento. Poi, bene o male, gli altri, chi per un motivo chi per un altro, hanno partecipato un po' tutti.

SCOZZOLA  Quindi, lei dice BAGARELLA-. ed altri. Per quanto riguarda le motivazioni per cui BAGARELLA-. non partecipa piu' e DI MATTEO-. non partecipa piu', sono motivazioni identiche  oppure sono motivazioni diverse? E se sono diverse, quali?

BRUSCA GIOVANNI No.

SCOZZOLA "No" in che senso?

BRUSCA GIOVANNI BAGARELLA-. si allontana... "no" nel senso che BAGARELLA-. si allontana perche' non c'e' bisogno della sua presenza, e se ne va a Mazara del Vallo-., e potete chiamare a VINCENZO SINACORI-. perche' lui gli ha dato ospitalita', e sa dov'era e sa dove non era. Invece, il DI MATTEO-. viene allontanato perche' abbiamo cominciato a sospettare che lui parlasse con la moglie. Quindi, abbiamo cominciato ad allontanarlo.

 SCOZZOLA  E questo allontanamento di DI MATTEO-., per il motivo che lei ha detto, e' solo per la strage di Capaci-. oppure e' anche per altri delitti?

BRUSCA GIOVANNI No, viene allontanato... cioe', gia' la strage di Capaci-. la sapeva, quindi non c'era bisogno piu' di allontanarlo; ma per quello che doveva venire, cioe', cominciare a chiudere un po' il rapporto con... con il DI MATTEO-..

SCOZZOLA  Io non ho capito la risposta perche' non mi e' arrivata bene; c'e' stato un attimo di confusione. Quindi, anche...

BRUSCA GIOVANNI E allora, per la strage... per la strage di Capaci-. gia' lui sapeva, quindi non c'era piu' niente da potere ritornare indietro; ma per il futuro, quello che doveva venire, abbiamo cominciato a chiuderci tutti i passi, tutte le confidenze, onde evitare che lui... questo sospetto che noi avevamo, di potere continuare... Quindi, tenerlo all'oscuro di tutto, senza pero' un grosso trauma, cioe' nel senso di buttarlo fuori famiglia o dargli sanzioni, misure un po' drastiche.

In conclusione, pur essendosi raccolti nuovi ed importanti elementi circa “ombre” inquietanti di apparati infedeli dello Stato sulla strage di via d’Amelio, dobbiamo con chiarezza affermare che queste, allo stato, non sostanziano alcuna responsabilità penale.

Certamente, permettono, comunque, di ribadire che – in quel momento storico – ben era possibile una trattativa con Cosa Nostra, e che molteplici erano le figure, anche istituzionali, che giocavano partite complesse e spregiudicate, con incursioni anche nel campo "avverso".

RISPOSTA: Non ho ricordo preciso della data in cui si svolse l'incontro con il dott. BORSELLINO. Ricordocomunqueche gli unici motivi perchè io mi recassi a Palermo potevano essere o una convocazione del Procuratore Generale (cui avevamo inviato una lettera, in cui rappresentavamo che il dott. SIGNORINO, applicato quale reggente alla Procura di Marsala aveva subito richiesto copia degli atti del processo CULICCHIAGUNNELLA, in cui era stato rinvenuto un bigliettino con il nome “SIGNORINO"); ovvero la data in cui io e la collega Camassa sentimmo lo stesso SIGNORINO, che come mi dite è avvenuto il 12 giugno.

Posso però fornire nuovamentequali elementi dai quali risalire alla data esatta, che il dott. BORSELLINO ci riferì - nell' occasione di cui si parla - che il giorno prima o qualche giorno prima aveva avuto un pranzo o forse una cena a Roma", e di avere incontrato lì degli alti ufficiali dei Carabinieri. Comunque, sul punto il mio ricordo è sfumato.

Penso che acquisendo i fogli di trasferta della mia scorta (allora ero seguito da personale del Commissariato di Marsala; mentre la dott.ssa CAMASSA era seguita dai CC di Trapani) dovrebbe essere possibile arrivare alla determinazione della data esatta in cui ci recammo a Palermo.

ADR. Il fascicolo 479/91 R.G. (CULICCHIA- GUNNELLA) era di competenza della Procura di Marsala, perchè i fatti erano precedenti alla istituzione delle DDA. Non vi era dunque alcun bisogno di una mia applicazione

DOMANDA: Nel corso delle precedenti s.i.t. ha riferito che I'incontro avvenne“ o il giornoo in cui sentimmo a s.i.t. SIGNORINO o in uno dei giorni precedenti. quando incontrammo il Procuratore Generale per par/are di tale espletando accertamento istruttorio".

A questo punto l'Ufficio rappresenta che gli unici viaggi a Roma annotati nell'agenda grigia del dott. BORSELLINO, sono avvenuti il 9 giugno 1992 mattina, con attività alla DIA, all' Alto Commissariato, quindi pranzo a Roma ed incontro con il dott. SINESIO, poi con ARLACCHI, e rientro la sera a Palermo; di passaggio, il 26 e 28 giugno 1992, rispettivamente per e da Bari (ritorno dal convegno di Giovinnazzo); il 30 giugno 1992, con permanenza a Roma l' 1 luglio (in questa seconda data è inserita, di mattina, la dizione“ CC").

RISPOSTA: Confermo le dichiarazioni già rese e poiché apprendo oggi che I'interrogatorio di SIGNORINO è avvenuto il 12 giugno 1992, e che il dott. BORSELLINO partecipò ad un pranzo a Roma il 9 giugno, potrebbe essere proprio la data del 12 giugno quella giusta.

Chiedo di potere compulsare copia del verbale al fine di controllare l' orario in cui avvenne.

L'Ufficio sottopone, dunque, copia del verbale, da cui risulta che lo stesso avvenne presso la Procura di Palermo alle ore 17:05.

RISPOSTA: Alla luce di tali dati ritengo altamente probabile che l'incontro con Borsellino avvenne nella prima parte della giornata essendoci forse portati a Palermo già nella mattinata in quanto la collega Camassa doveva interloquire con gli uffici della procura di Palermo per il rinnovo della sua applicazione in un processo DDA relativo alla mafia di Partanna che aveva seguito insieme al dott. Borsellino quando quest'ultimo era procuratore a Marsala. Non ho altro da aggiungere”.

 

 Paolo Borsellino, in attesa di giustizia

A CURA DI CLAUDIO RAMACCINI - RESP. COMUNICAZIONE CENTRO STUDI SOCIALI CONTRO LE MAFIE - PSF

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