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Biblioteca Paolo Borsellino - Comune e Prefettura di Como accolgono la nostra proposta d'intitolazione

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“Se la gioventù le negherà il consenso, anche l'onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”


BIBLIOTECA di COMO dedicata a PAOLO BORSELLINO

A distanza di 355 anni dalla sua istituzione (1663) e a 49 (1969) dalla sua attuale collocazione in Piazzetta Venosto Lucati, su nostra richiesta (del 12 Marzo scorso), il 5 Luglio  la Giunta del Comune di Como ha deliberato d'intitolare la Biblioteca civica aDottor Paolo Borsellino, vittima, insieme alla sua scorta, nell'attentato del 19 luglio 1992 a Palermo in via D'Amelio.  Lo scorso 20 Settembre, a chiusura dell’iter procedurale previsto dalle norme, il Prefetto di Como, Dr. Ignazio Coccia, ha comunicato  da parte sua il proprio nullaosta e quello della Società Storica  Lombarda.

 

Nullaosta del Prefetto di Como, Dr. Ignazio Coccia e della Società Storica Lombarda 

“In passato ho avuto contatti con il Centro Studi Sociali contro le mafie - Progetto San Francesco. Mi hanno informato che ha avuto esito positivo la loro richiesta di intitolare la biblioteca di Como a mio padre. Non posso ovviamente che essere molto grata e contenta per questa iniziativa, che deve essere un invito a non dimenticare mai e a porsi degli interrogativi” (…)  FIAMMETTA BORSELLINO Tratto dall’intervista rilasciata al Corriere di Como il 19 Luglio 2018

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DEDICATA A  PAOLO BORSELLINO LA BIBLIOTECA CIVICA DI COMO

Le ragioni della nostra proposta

Il nullaosta del Prefetto e della Società Storica Lombarda, ha positivamente concluso l’iter  iniziato lo scorso Marzo con la nostra richiesta al Comune di Como di dedicare la Biblioteca Civica a Paolo Borsellino. Il senso della  proposta é ben riassunto in una frase di Paolo Borsellino: “Se la gioventù le negherà il consenso, anche l'onnipotente misteriosa mafia svanirà come un incubo”Sulla strage di Via D’Amelio del 19 luglio 1992, che ha visto la morte del magistrato e dei suoi cinque angeli custodi, dopo 26 anni, quattro processi, tre appelli, tre sentenze di Cassazione e commissioni varie d'inchiesta, ancora non si é giunti ad una convincente verità. I clamorosi depistaggi più volte denunciati dalla figlia del magistrato, Fiammetta Borsellino, e che da qualche mese sono stati anche certificati dalla Sentenza del Borsellino Quater,  hanno  innescato un nuovo processo a carico dei presunti depistatoriL’aver accolto, da parte del Comune di Como, la richiesta d’intitolare la Biblioteca a Paolo Borsellino può concretamente contribuire, nell’ambito del nostro perimetro territoriale, a trasferire alle nuove generazioni la memoria di uomini ed eventi che, pur avendo segnato per sempre la storia di questo Paese, rischiano di non essere conosciuti o ricordati in quanto non sempre contemplati nei programmi didattici delle scuole.  Paolo Borsellino “ha combattuto la mafia con la determinazione di chi sa che la mafia non è un male ineluttabile, ma un fenomeno criminale che può essere sconfitto”, ha ricordato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione del 25º anniversario della strage di via D’Amelio. “Sapeva bene – ha aggiunto il capo dello Stato - che per raggiungere questo obiettivo non è sufficiente la repressione penale ma è indispensabile diffondere, particolarmente tra i giovani, la cultura della legalità. Appunto per questo era impegnato molto anche nel dialogo con i giovani, convinto che la testimonianza di valori positivi, promuove una società sana e virtuosa in grado di emarginare la criminalità”.  Ma con questa proposta abbiamo voluto anche valorizzare lo  straordinario profilo umano del magistrato Borsellino, ai più ancora sconosciuto. Le caratteristiche della caparbietà, dell'allegria, della competenza e della passione per il suo lavoro, fanno di Borsellino una persona speciale, un esempio altamente positivo e quindi capace di trasmettere valori positivi alle generazioni future. Un settore, questo, verso il quale il nostro Centro Studi dedica da tempo particolare attenzione ed energie. La sede del Progetto San Francesco di Cermenate, in provincia di Como, presso un immobile confiscato alla ’ndrangheta, ospita, fra gli altri, i volontari de LA FENICE che gestiscono uno Spazio giovani e un doposcuola gratuito rivolto a 80 ragazzi appartenenti a 8 etnie diverse. L’immobile, detto per inciso, è stato a suo tempo oggetto d’attenzione da parte della ’ndrangheta e solo grazie ad una intercettazione ambientale dei ROS é stato scongiurato in anticipo il proposito di farlo “saltare in aria”. Anche il territorio lariano, del resto, come é noto ma non sempre ammesso, è inquinato da diffuse infiltrazioni mafiose; ampiamente e ripetutamente documentate dalle inchieste condotte, in particolare, dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano e da magistrati in prima linea a partire dalla Responsabile della DDA, dottoressa Alessandra Dolci.  Ecco perché il nostro impegno é rivolto da tempo soprattutto nelle scuole, in piena collaborazione con molti docenti e dirigenti d’Istituto. Da oggi, la Biblioteca di Como crediamo possa  contenere una motivazione in più per diventare un dinamico polo d’attrazione per iniziative volte a diffondere soprattutto fra i giovani, come ricordato dal Presidente Mattarella, una crescente cultura alla legalità. - Claudio Ramaccini - Responsabile Ufficio Stampa e Comunicazione

 

ALESSANDRA DOLCI - Cordinatore DDA di Milano"Troppi ragazzi che incontro non sanno chi siano Falcone e Borsellino. Ma un Paese senza memoria non ha futuro."


 


HANNO DETTO...

LIBERA COMO - La Giunta comunale ha accolto favorevolmente la proposta avanzata dal Progetto San Francesco. (...) A tutto il territorio, ora, la sfida di rendere questa scelta non una semplice commemorazione ma un segno di impegno vivo e costante nel tempo.

ANNA VERONELLI - Presidente del Consiglio comunale di Como -  “Ringrazio la Giunta che ha deciso ieri d’intitolare a Paolo Borsellino la Biblioteca comunale. 26 anni dopo quel maledetto Luglio di quel tremendo anno, non dimentichiamo. Paolo Borsellino, anche così vive.

ALESSANDRA LOCATELLI - Parlamentare, Vicesindaco di Como ... azione simbolica importante”

MARCO BUTTI - Assessore Comune di Como -  "26 anni dalla strage di via d'Amelio. Un servitore dello Stato lasciato solo dallo stesso Stato dopo la tragedia di Capaci che ha visto la morte del collega e amico Falcone. Significativo ricordarlo anche con l'intitolazione della biblioteca a Como, su proposta di Progetto San Francesco. Un luogo dedicato al sapere ed alla conoscenza é perfetto per ricordare una grande figura che ha dato tanto al nostro paese. Un luogo frequentato da tanti giovani ai quali é fondamentale trasferire i valori e le esperienze di figure come quella di Paolo Borsellino.

LICIA VIGANÒ - Direttrice Biblioteca Civica di Como -  “ ... Paolo Borsellino é uno dei pilastri della storia democratica del nostro Paese, è un martire della lotta alla mafia, la cui memoria merita la massima attenzione.”

CHIARA MILANI - Responsabile scientifica Biblioteca Civica di Como - “... mi rendo conto quanto sia importante perpetuare la memoria di importanti personalità eminentemente culturali come é stato anche Paolo Borsellino, dato che la cultura di un paese si fa anche con le battaglie civili. Quindi se occorre dare un segnale forte, va benissimo intitolarla a Borsellino”

GIUSEPPE PIGNATONE - Procuratore della Repubblica di Roma già collega a Palermo di Paolo Borsellino, il 21 Orttobre 2018 ci ha trasmesso il seguente pensiero: "L’eredità più preziosa di Paolo Borsellino per tutti noi cittadini di questo Paese. è il suo esempio: senso delle istituzioni e senso del dovere spinti fino al limite estremo del sacrificio, oltre che –naturalmente- eccezionali qualità professionali e umane. Un altro punto di riflessione è l’attenzione alla concretezza del lavoro, al suo risultato in sede giudiziaria. In una delle sue rare interviste Paolo Borsellino ricorda che nel Maxi processo erano iscritte come indiziate di reato circa 850 persone, ma il rinvio a giudizio fu disposto nei confronti di 475 soggetti, per gran parte dei quali il processo si concluse con l’affermazione di responsabilità e la pronunzia di sentenze di condanna. Una selezione, quindi, tanto attenta quanto rigorosa. E, prima di tutto, il valore etico del lavoro visto quasi come una missione quale emerge da una delle sue ultime interviste: «Io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri insieme a me. E so che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuare a farlo senza lasciarci condizionare dalla sensazione o, financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro » Seguendo questo esempio potremo realizzare quello che ha detto, il 23 maggio 2015, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella «Sconfiggere per sempre le mafie è un’impresa alla nostra portata, ma per raggiungere questo traguardo è necessario un salto in avanti che dobbiamo compiere come collettività».   


I numeri della Biblioteca di Como

              Come arrivarci

  •       301    giorni di apertura all’anno
  •         52    ore settimanali di apertura al pubblico
  • 124.645   prestiti effettuati nel 2012
  •   10.017   gli utenti che hanno fruito almeno di un servizio nel corso dell'anno
  •   22.125   lettori in emeroteca
  •     6.485   ore di navigazione in internet
  •   27.500   fruitori delle sale studio
  • 439.663  documenti posseduti (libri, manoscritti, documenti, dvd, ecc.)

 “La lotta alla mafia deve essere un movimento culturale e morale che coinvolga tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo della libertàche si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità, quindi complicità”.  Paolo Borsellino


     
  

ALESSANDRA DOLCI, vincitrice del Premio Nazionale Paolo Borsellino 2018 :  

 "Nel loro sacrificio la forza per continuare"


Sono anche i ragazzi, le nuove generazioni, a rigettare il sistema mafia. Se un’indagine sociologica di 20 anni fa aveva provato che c’erano giovani, soprattutto in Sicilia, che avevano nei confronti dei mafiosi un sentimento di ammirazione, di rispetto, oggi questa inclinazione sembra non esistere più. Lo documenta un libro appena uscito, «Io non c’ero. Cosa sanno i giovani di Falcone e Borsellino», firmato da Nicolò Mannino, presidente del Parlamento della Legalità Internazionale, e da Pino Nazio, giornalista Rai e scrittore, per le Edizioni Ponte Sisto di Roma. Nel libro sono riportati i risultati della ricerca condotta intervistando più di 1500 ragazzini, da Palermo a Napoli, da Taranto a Bergamo. L’indagine conferma che i ragazzini hanno sentito parlare di mafia soprattutto in tv (88%), poi a scuola (57%), attraverso Internet (42,7%), in famiglia (39,3%) e tra gli amici (23,3%). Secondo loro, la mafia «è quella situazione violenta che si crea quando il popolo ha fame e non trova aiuto nello Stato», «Coloro che hanno pieno potere sugli altri», «Un polipo i cui tentacoli si diffondono ovunque e arrivano in ogni ambito». E, come spiega Marco, terza media, «anche posteggiare in doppia fila, credendosi più furbi e ritenendo che tutto ci sia sempre dovuto, è un atto mafioso che rivela un atteggiamento di prepotenza e di superiorità rispetto agli altri ed anche rispetto alle leggi». Da Bagheria Riccardo, tredici anni: «La mafia non sente, non parla, non vede; noi giovani, invece, vogliamo sentire, parlare e vedere perché vogliamo essere liberi». E Sabrina, di un anno più grande: «Adesso ho capito che i veri eroi non salvano principesse dal drago o indossano una calzamaglia. I veri eroi siete voi!».

 

Paolo Borsellino a   Io qui sottoscritto - TESTAMENTI DI GRANDI ITALIANI  - Palermo capitale della cultura 2018

 

BORSELLINO, una VITA da EROE

PAOLO BORSELLINO: “I Giovani sono la mia speranza“ Sono  nato a Palermo e qui ho svolto la mia attività di magistrato. Palermo è una città che a poco a poco, negli anni, ha finito per perdere pressoché totalmente la propria identità, nel senso che gli abitanti di questa città, o la maggior parte di essi, hanno finito per non riconoscersi più come appartenenti a una comunità che ha esigenze e valori uguali per tutti. E questo è dimostrato dal fatto che questa città, dove ci sono molte abitazioni, al loro interno ricche e ben curate, ha strade in pessime condizioni com’è facile vedere. E i monumenti, che ricordano il passato regale, sono nelle stesse condizioni di disfacimento. Questa è la situazione in cui Palermo si è venuta a trovare per tante ragioni: perché è stata una delle città più danneggiate dai bombardamenti, e già questo provocò una fuoriuscita degli abitanti dal centro storico, cioè dai luoghi in cui riconoscevano la propria identità. Ma a questa perdita d’identità hanno contribuito anche le attività delle organizzazioni mafiose. Avendo deciso, in un determinato periodo della loro storia, di sfruttare a pieno le aree edificabili attorno a Palermo, hanno fatto sì che anche l’asse geografico della città si spostasse. Molti abitanti del centro storico (e io sono stato uno degli ultimi a lasciarlo) sono finiti in quartieri periferici privi di servizi dove vivono in condizioni di profondo degrado ambientale. Tuttavia a Palermo, dall’inizio degli anni Ottanta e a causa dei gravissimi delitti della guerra di mafia che turbarono ferocemente l’ordine pubblico, e a causa anche del clamore delle inchieste giudiziarie iniziate subito dopo dal pool antimafia, cominciò a crescere una notevole rinascita della coscienza civile. Nel senso che a un certo punto vi è stata una parte della città che si è reinterrogata su se stessa e in qualche modo, talvolta anche un po’ arruffone, ha cercato di reagire. E la maggior parte di coloro che cominciano a domandarsi chi sono, e come debbono portare avanti questa città, sono giovanissimi. E’ una constatazione che io faccio all’interno della mia famiglia, perché sono stato più volte portato a considerare quali sono gli interessi e i ragionamenti dei miei tre figli, oggi tutti sui vent’anni, rispetto a quello che era il mio modo di pensare e di guardarmi intorno quando avevo quindici – sedici anni.  A quell’età io vivevo nell’assoluta indifferenza del fenomeno mafioso, che allora era grave quanto oggi. Addirittura mi capitava di pensare a questa curiosa nebulosa della mafia, di cui si parlava o non si parlava, comunque non se ne parlava nelle dichiarazioni degli uomini pubblici, come qualcosa che contraddistinguesse noi palermitani o siciliani in genere, quasi in modo positivo, rispetto al resto dell’Italia. Invece i ragazzi di oggi (per questo citavo i miei figli) sono perfettamente coscienti del gravissimo problema col quale noi conviviamo. E questa è la ragione per la quale, allorché mi si domanda qual è il mio atteggiamento, se cioè ci sono motivi di speranza nei confronti del futuro, io mi dichiaro sempre ottimista. E mi dichiaro ottimista nonostante gli esiti giudiziari tutto sommato non soddisfacenti del grosso lavoro che si è fatto. E mi dichiaro ottimista anche se so che oggi la mafia è estremamente potente, perché sono convinto che uno dei maggiori punti di forza dell’organizzazione mafiosa è il consenso. È il consenso che circonda queste organizzazioni che le contraddistingue da qualsiasi altra organizzazione criminale. Se i giovani oggi cominciano a crescere e a diventare adulti, non trovando naturale dare alla mafia questo consenso e ritenere che con essa si possa vivere, certo non vinceremo tra due-tre anni. Ma credo che, se questo atteggiamento dei giovani viene alimentato e incoraggiato, non sarà possibile per le organizzazioni mafiose, quando saranno questi giovani a regolare la società, trovare quel consenso che purtroppo la mia generazione diede e dà in misura notevolissima. E’ questo mi fa essere ottimi.  Mi sono fatto questa convinzione non solo attraverso le indagini sui miei figli, ma anche a seguito di un episodio accaduto qualche tempo fa: una delle macchine che mi scortava, uccise involontariamente due ragazzi davanti ad un liceo palermitano, il Meli (lo stesso che avevo frequentato in gioventù). Questi giovani, che sul momento si erano messi a picchiare coi pugni la mia macchina, quando si resero conto della situazione dimostrarono di capire che quello, purtroppo, era il prezzo da pagare per combattere le organizzazioni mafiose: in quel momento il prezzo era la difesa del magistrato che se ne occupava e la situazione della scorta che, forse inopportunamente correva troppo. Questi giovani mi furono vicinissimi, sollevandomi in parte dalla crisi morale che l’incidente mi provocò. Loro, quei giovani avevano capito appieno qual era la battaglia che si stava conducendo, quali prezzi altissimi si dovevano pagare e quali prezzi bisognava accettare. 

 
          
     
   
   
   
 Borsellino ride    
     
   
     
   
   
     
     
   
   
   
Borsellino premio    

La biografia  - Paolo Borsellino nasce a Palermo il 19 gennaio 1940 in una famiglia borghese, nell'antico quartiere di origine araba della Kalsa. Entrambe i genitori sono farmacisti. Frequenta il Liceo classico "Meli" e si iscrive presso la facoltà di Giurisprudenza di Palermo: all'età di 22 anni consegue la laurea con il massimo dei voti.Pochi giorni dopo la laurea subisce la perdita del padre. Prende così sulle sue spalle la responsabilità di provvedere alla famiglia. Si impegna con l'ordine dei farmacisti a tenere l'attività del padre fino al conseguimento della laurea in farmacia della sorella. Tra piccoli lavoretti e le ripetizioni Borsellino studia per il concorso in magistratura che supera nel 1963. L'amore per la sua terra, per la giustizia gli danno quella spinta interiore che lo porta a diventare magistrato senza trascurare i doveri verso la sua famiglia. La professione di magistrato nella città di Palermo ha per lui un senso profondo. Nel 1965 è uditore giudiziario presso il tribunale civile di Enna. Due anni più tardi ottiene il primo incarico direttivo: Pretore a Mazara del Vallo nel periodo successivo al terremotoSi sposa alla fine del 1968, e nel 1969 viene trasferito alla pretura di Monreale dove lavora in stretto contatto con il capitano dei Carabinieri Emanuele BasileE' il1975 quando Paolo Borsellino viene trasferito al tribunale di Palermo; a luglio entra all'Ufficio istruzione processi penali sotto la guida di Rocco Chinnici. Con il Capitano Basile lavora alla prima indagine sulla mafia: da questo momento comincia il suo grande impegno, senza sosta, per contrastare e sconfiggere l'organizzazione mafiosa. Nel 1980 arriva l'arresto dei primi sei mafiosi. Nello stesso anno il capitano Basile viene ucciso in un agguato. Per la famiglia Borsellino arriva la prima scorta con le difficoltà che ne conseguono. Da questo momento il clima in casa Borsellino cambia: il giudice deve relazionarsi con i ragazzi della scorta che gli sono sempre a fianco e che cambieranno per sempre le sue abitudini e quelle della sua famiglia. Borsellino, magistrato "di ottima intelligenza, di carattere serio e riservato, dignitoso e leale, dotato di particolare attitudine alle indagini istruttorie, definisce mediamente circa 400 procedimenti per anno" e negli anni si distingue "per l'impegno, lo zelo, la diligenza, che caratterizzano la sua opera". Per questi e altri lusinghieri giudizi a Borsellino viene conferita la nomina a magistrato d'appello con deliberazione in data 5 marzo 1980, dal Consiglio Superiore della Magistratura. Anche nei periodi successivi continua a svolgere le sue funzioni presso l'ufficio d'istruzione del Tribunale, dando ulteriore, luminosa dimostrazione delle sue qualità, veramente eccezionali, di magistrato e, particolarmente, di giudice inquirente. Viene costituito un pool che comprende quattro magistrati. Falcone, Borsellino e Basilelavorano uno a fianco all'altro, sotto la guida di Rocco Chinnici. E' nei giovani la forza su cui contare per cambiare la mentalità della gente e i magistrati lo sanno. Vogliono scuotere le coscienze e sentire intorno a sé la stima della gente. Sia Giovanni Falcone sia Paolo Borsellino hanno sempre cercato la gente. Borsellino comincia a promuovere e a partecipare ai dibattiti nelle scuole, parla ai giovani nelle feste giovanili di piazza, alle tavole rotonde per spiegare e per sconfiggere una volta per sempre la cultura mafiosa. Fino alla fine della sua vita Borsellino, nel tempo che gli rimane dopo il lavoro, cercherà di incontrare i giovani, di comunicargli questi nuovi sentimenti e di renderli protagonisti della lotta alla mafia. Si chiede la promozione di pool di giudici inquirenti, coordinati tra loro ed in continuo contatto, il potenziamento della polizia giudiziaria, l'istituzione di nuove regole per la scelta dei giudici popolari e di controlli bancari per rintracciare i capitali mafiosi. I magistrati del pool pretendono l'intervento dello stato perché si rendono conto che il loro lavoro, da solo, non basta. Chinnici scrive una lettera al presidente del tribunale di Palermo per sollecitare un encomio nei confronti di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, utile per eventuali incarichi direttivi futuri. L'encomio richiesto non arriverà. Poi il dramma. Il 4 agosto 1983 viene ucciso il giudice Rocco Chinnici con un'autobomba. Borsellino è distrutto: dopo Basile anche Chinnici viene strappato alla vita. Il leader del pool, il punto di riferimento, viene a mancare. A sostituire Chinnici arriva a Palermo il giudice Caponnetto e il pool, sempre più affiatato continua nell'incessante lavoro raggiungendo i primi risultati. Nel 1984 viene arrestato Vito Ciancimino e si pente Tommaso Buscetta: Borsellino sottolinea in ogni momento il ruolo fondamentale dei pentiti nelle indagini e nella preparazione dei processi. Comincia la preparazione del Maxiprocesso e viene ucciso il commissario Beppe Montana. Ancora sangue, per fermare le persone più importanti nelle indagini sulla mafia e l'elenco dei morti è destinato ad aumentare. Il clima è terribile: Falcone e Borsellino vengono immediatamente trasferiti all'Asinara per concludere le memorie, predisporre gli atti senza correre ulteriori rischi. All'inizio del maxiprocesso l'opinione pubblica inizia a criticare i magistrati, le scorte e il ruolo che si sono costruiti. Conclusa la monumentale istruttoria del primo maxi-processo all'organizzazione criminale denominata "Cosa Nostra" insieme al collega Giovanni Falcone, unitamente al dott. Leonardo Guarnotta e al dott. Giuseppe Di Lello-Filinoli, Paolo Borsellino chiede il trasferimento alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Marsala per ricoprire l'incarico di Procuratore Capo. Il CSM, con una decisione storica e non priva di strascichi polemici accoglie la relativa istanza sulla base dei soli meriti professionali e dell'esperienza acquisita da Paolo Borsellino negando per la prima volta validità assoluta al criterio dell'anzianità. Borsellino vive in un appartamento nella caserma dei carabinieri per risparmiare gli uomini della scorta. In suo aiuto arriva Diego Cavaliero, magistrato di prima nomina, lavorano tanto e con passione. Borsellino è un esempio per il giovane Cavaliero. Teme che la conclusione del maxiprocesso attenui l'attenzione sulla lotta alla mafia, che il clima scemi e si torni alla normalità e per questo Borsellino cerca la presenza dello Stato, incita la società civile a continuare le mobilitazioni per tenere desta l'attenzione sulla mafia e frenare chi pensa di poter piano piano ritornare alla normalità.  l clima comincia a cambiare: il fronte unico che aveva portato a grandi vittorie della magistratura siciliana e che aveva visto l'opinione pubblica avvicinarsi agli uomini in prima linea e stringersi intorno a loro, comincia a cedere. Nel 1987 Caponnetto è costretto a lasciare la guida del pool a causa di motivi di salute. Tutti a Palermo attendono la nomina di Giovanni Falcone al posto di Caponnetto, anche Borsellino è ottimista. Il CSM non è dello stesso parere e si diffonde il terrore di veder distruggere il pool. Borsellino scende in campo e comincia una vera e propria lotta politica: parla ovunque e racconta cosa stia accadendo alla procura di Palermo; sui giornali, in televisione, nei convegni, continua a lanciare l'allarme. A causa delle sue dichiarazioni Borsellino rischia il provvedimento disciplinare. Solo il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga interviene in suo appoggio chiedendo di indagare sulle dichiarazioni del magistrato per accertare cosa stia accadendo nel palazzo di giustizia di Palermo. l 31 luglio il CSM convoca Borsellino che rinnova le accuse e le sue perplessità. Il 14 settembre il CSM si pronuncia: è Antonino Meli, per anzianità, a prendere il posto che tutti aspettavano per Giovanni Falcone. Paolo Borsellino viene riabilitato, torna a Marsala e riprende a lavorare. Nuovi magistrati arrivano a dargli una mano, giovani e, a volte di prima nomina. Il suo modo di fare, il suo carisma ed il suo impegno in prima linea è contagioso; lo affiancano con lo stesso fervore e con lo stesso coraggio nelle indagini su fatti di mafia. I pentiti cominciano a parlare: prendono forma le indagini su connessioni tra mafia e politica. Paolo Borsellino è convinto che per sconfiggere la mafia i pentiti abbiano un ruolo fondamentale. E' tuttavia convinto che i giudici debbano essere attenti, controllare e ricontrollare ogni dichiarazione, ricercare i riscontri ed intervenire solo quando ogni fatto sia provato. L'opera è lunga e complicata ma i risultati non tarderanno ad arrivare. Da questo momento gli attacchi a Borsellino diventano forti ed incessanti. Le indiscrezioni su Falcone e Borsellino sono ormai quotidiane; si parla di candidature alla Camera o alla carica di Sindaco. I due magistrati smentiscono ogni cosa. Comincia intanto il dibattito sull'istituzione della Superprocura e su chi porre a capo del nuovo organismo. Falcone, intanto, va a Roma come direttore degli affari penali e preme per l'istituzione della Superprocura. Si sente la necessità di coinvolgere le più alte cariche dello stato nella lotta alla mafia. La magistratura da sola non può farcela, con Falcone a Roma si ha un appoggio in più: Borsellino decide di tornare a Palermo, lo seguono il sostituto Ingroia e il maresciallo Canale. Maturati i requisiti per essere dichiarato idoneo alle funzioni direttive superiori - sia requirenti che giudicanti - pur rimanendo applicato alla Procura della Repubblica di Marsala Paolo Borsellino chiede e ottiene di essere trasferito alla Procura della Repubblica di Palermo con funzioni di Procuratore Aggiunto. Grazie alle sue indiscusse capacità investigative, una volta insediatesi presso la Procura di Palermo alla fine del 1991, è delegato al coordinamento dell'attività dei Sostituti facenti parte della Direzione Distrettuale Antimafia. I Magistrati, con l'arrivo di Borsellino trovano nuova fiducia. A Borsellino vengono tolte le indagini sulla mafia di Palermo dal procuratore Giammanco, e gli vengono assegnate quelle di Agrigento e Trapani. Ricomincia a lavorare con l'impegno e la dedizione di sempre. Nuovi pentiti, nuove rivelazioni confermano il legame tra la mafia e la politica, riprendono gli attacchi al magistrato e lo sconforto ogni tanto si manifesta. A Roma viene finalmente istituita la superprocura e vengono aperte le candidature; Falcone è il numero uno ma, anche questa volta, sa che non sarà facile. Borsellino lo sostiene a spada tratta sebbene non fosse d'accordo sulla sua partenza da Palermo. Il suo impegno aumenta quando viene resa nota la candidatura di Cordova. Borsellino esce allo scoperto, parla, dichiara, si muove: è di nuovo in prima linea. I due magistrati lottano uno a fianco all'altro, temono che la superprocura possa divenire un arma pericolosa se in possesso di magistrati che non conoscono la mafia siciliana. Nel Maggio 1992 Giovanni Falcone raggiunge i numeri necessari per vincere l'elezione a superprocuratore. Borsellino e Falcone esultano, ma il giorno dopo nell'atto tristemente noto come la "strage di CapaciGiovanni Falcone viene ucciso insieme alla moglie.Paolo Borsellino soffre molto, il legame che ha con Falcone è speciale. Dalle prime indagini nel pool, alle serate insieme, alle battute per sdrammatizzare, ai momenti di lotta più dura quando insieme sembravano "intoccabili", al periodo forzato all'Asinara fino al distacco per Roma. Una vita speciale, quella dei due amici-magistrati, densa di passione e di amore per la propria terra. Due caratteri diversi, complementari tra loro, uno un po' più razionale l'altro più passionale, entrambi con un carisma, una forza d'animo ed uno spirito di abnegazione esemplari. A Borsellino viene offerto di prendere il posto di Falcone nella candidatura alla superprocura, ma rifiuta. Resta a Palermo, nella procura dei veleni, per continuare la lotta alla mafia, diventando sempre più consapevole che qualcosa si è rotto e che il suo momento è vicino.

Il 25 giugno 1992 Paolo Borsellino interviene ad un dibattito organizzato dalla rivista Micromega presso l'atrio della Biblioteca Comunale di Palermo;sarà il suo ultimo intervento pubblico.

 

di AGNESE PIRAINO BORSELINO -    “Lettera ai Giovani”, Palermo, 19 luglio 2012 «Carissimi giovani, mi rivolgo a voi come ai soli in grado di raccogliere veramente il testimone che ha lasciato Paolo. Mio marito credeva molto nei giovani. Ed è per questo che il messaggio, nel ventennale, è rivolto ai più giovani. Paolo diceva, rivolgendosi ai giovani, “non arrendetevi mai, abbiate sempre il coraggio di lottare”. Siamo arrivati al 2012. Sono passati 20 anni da quel tragico 19 luglio. Mio marito sino all'ultimo ci ha insegnato a rispettare le istituzioni. Lui credeva nelle istituzioni. Credeva nello Stato.  Mi rivolgo a voi come ai soli in grado di raccogliere davvero il messaggio che mio marito ha lasciato, un’eredità che oggi, malgrado le terribili verità che stanno mano a mano affiorando sulla morte di mio marito, hanno raccolto i miei tre figli, di cui non posso che andare orgogliosa soprattutto perché servono quello stesso Stato che non pare avere avuto la sola colpa di non avere fatto tutto quanto era in suo potere per impedire la morte del padre.  Leggendo con i miei figli (qui in ospedale dove purtroppo affronto una malattia incurabile con la dignità che la moglie di un grande uomo deve sempre avere) le notizie che si susseguono sui giornali, dopo alcuni momenti di sconforto ho continuato e continuerò a credere e rispettare le istituzioni di questo Paese, perché mi rendo conto che abbiamo il dovere di rispettarle e servirle come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato, non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato attorno a lui.  Oggi voglio rendere omaggio a tutte quelle persone che hanno creduto in mio marito e nel lavoro di mio marito. Voglio rendere omaggio a coloro che dimostrano ogni giorno di amare mio marito per ciò che ha fatto per la Sicilia e per l'intero Paese. Paolo non ha fatto un solo passo indietro di fronte al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato intorno a lui. E andato avanti, nel nome del lavoro che amava. Pur tra mille difficoltà è andato avanti, a testa alta.  Io e i miei figli non ci sentiamo persone speciali, non lo saremo mai, piuttosto siamo piccolissimi dinanzi la figura di un uomo che non è voluto sfuggire alla sua condanna a morte, che ha donato davvero consapevolmente il dono più grande che Dio ci ha dato, la vita.  Io non perdo la speranza in una società più giusta ed onesta. Voi giovani costituite il futuro della nostra società. Per un domani migliore. Sono convinta che sarete capaci di rinnovare l'attuale classe dirigente e costruire una nuova Italia». 

Ricordo

A cura Ufficio Stampa e Comunicazione Centro Studi Sociali contro le mafie - PSF - Resp. Claudio Ramaccini 

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