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PAOLO BORSELLINO - Marsala 4 luglio 1992. Il saluto dei suoi Sostituti

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Esattamente 26 anni fa, sabato 4 luglio 1992, ovvero quindici giorni prima di essere assassinato da Cosa nostra,  Paolo Borsellino si reca per l’ultima volta al Tribunale di Marsala per la cerimonia di saluto che era già stata rinviata altre volte dopo il trasferimento a Palermo. Borsellino parla a braccio, ricorda i sacrifici che i magistrati devono affrontare per assicurare alla nazione il servizio della giustizia e riceve una bellissima lettera di saluto dai “suoi” sostituti, i giovani pm cresciuti sotto la sua guida negli anni delle inchieste marsalesi: Giuseppe Salvo, Francesco Parrinello, Luciano Costantini, Lina Tosi, Massimo Russo, Alessandra Camassa.

IL SUO COMMIATO DALLA PROCURA DI MARSALA

«Grazie a tutti quelli che sono intervenuti, grazie alle forze dell’ordine, al personale dell’Ufficio, ai colleghi, agli avvocati, ai membri del Tribunale. Questo incontro avviene dopo diversi mesi che io sono andato via dalla Procura di Marsala; avviene così tardi per colpa mia, perché il lavoro che mi ha preso pesante e impegnativo a Palermo ha fatto sì che io più volte pregassi i colleghi che volevano farmi questo saluto a postergarmi una data. E purtroppo in questo periodo è avvenuto qualcosa che fa sì che io oggi vi ringrazio per queste parole di affetto.

Vi ringrazio, vi ringrazio per questi doni che mi ricorderanno per sempre il vostro affetto. Vi ringrazio come uomo profondamente cambiato nonostante siano trascorsi pochi mesi da quando sono andato via dalla Procura di Marsala.
Voi lo sapete perché, lo immaginate perché sono profondamente cambiato, perché abbia detto con convinzione i nuovi commenti che ho sentito di dover fare dopo questa tragedia che ha sconvolto la nostra Patria, la nostra Sicilia e noi tutti, tragedia che, come ho detto, mi ha fatto temere e mi fa temere ancora di aver perduto l’entusiasmo.
Spero che questo entusiasmo mi ritorni e ritengo che oggi mi abbiate dato un aiuto per questo, perché ritrovarmi con le persone con le quali ho passato la bellissima avventura della mia permanenza a Marsala mi ricorda l’entusiasmo con cui l’ho vissuta, e spero che questo entusiasmo, nonostante quello che è successo e che mi ha così profondamente colpito, mi ritorni anche nel nuovo incarico, perché ne ho molto bisogno.
Recentemente in questi mesi ho avuto l’avventura di leggere alcune pagine di un libro che parla anche della mia permanenza a Marsala, e ho scoperto, attraverso le parole che non sto qui a commentare perché non lo meritano, che io sono venuto a Marsala per farmi i bagni di mare, perché volevo la Procura di mare.
Io sono venuto a Marsala, come ho detto il 4 agosto del 1986, per poter continuare un lavoro che avevo iniziato a Palermo con Giovanni Falcone; sono venuto a Marsala e, nonostante è vero che ami profondamente il mare, al di là di qualche serata struggente passata in riva allo Stagnone parlando di lavoro con colleghi, poliziotti o carabinieri, delle bellezze di Marsala ne ho viste poche.
Non credo che ci siano molti in grado di dire sinceramente di avermi visto passeggiare per Marsala: sono venuto per lavorare, ho amato questa città, ma l’ho dovuta guardare e vedere quasi da lontano, attraverso il prisma che me la allontanava dai vetri blindati della mia macchina e del mio ufficio.
Sono venuto a Marsala per lavorare, ritengo di aver lavorato; i miei colleghi sanno, tutti sanno, vorrei dire, che la mia Marsala non è stata una permanenza di posteggio. Normalmente i Procuratori della Repubblica che mi hanno preceduto in questo Ufficio sono stati un paio d’anni, io sono stato sei anni e sarei rimasto ancora, sarei rimasto ancora perché vi erano profonde ragioni - a cui ora accennerò - se sono andato via. Tutti i colleghi sanno che sono andato via perché temevo di non poter continuare qui a Marsala un lavoro nel quale ritengo di aver acquisito grande esperienza, e pertanto pensavo che questa esperienza non potessi conservarla, non potessi metterla da parte, e dovevo pertanto tornare a Palermo.
Me ne sono andato in punta di piedi, quasi non credendoci. Tutti sanno che per ben tre mesi sono stato applicato a Palermo, sono rimasto appena due giorni alla settimana a Marsala e l’avrei continuato a fare a lungo, l’avrei continuato a fare sino a oggi, se a Palermo non fossi stato preso dal mio lavoro pesantissimo, e se non fosse successo quello che è successo.
Debbo ringraziare tutti per l’aiuto che mi avete dato durante la mia permanenza a Marsala, dove io non ho preso bagni di mare ma ho lavorato, come le cronache di tutta la stampa di tutta Italia sanno; non è vero che io mi ero pentito di venire a Marsala perché l’attenzione me la riservava soltanto Telescirocco, come ho letto in quel libro; sono venuto a Marsala per lavorare e tutti se ne sono accorti, perché grazie all’aiuto del mio ufficio, dei miei colleghi, dei miei Carabinieri, della mia Polizia, “mia” in senso affettivo, Marsala è andata alla ribalta della cronaca nazionale, come uno degli uffici dove il lavoro si faceva meglio e se ne faceva di più. E di questo vi ringrazio tutti.
In discorsi del genere è facile dimenticare taluno, io non dimentico nessuno; penso a tutti voi: i funzionari, i poliziotti, i Carabinieri, gli avvocati, i colleghi, tanta gente della popolazione di questa città che è venuta a trovarmi, è venuta a parlare con me, e che ha trovato sempre la porta aperta e si meravigliava anche della facilità con cui io cercavo di ricevere tutti.
Non fosse avvenuta quella tragedia che è avvenuta a fine maggio, oggi vi potrei dire qui che io sono ritornato a Palermo non soltanto arricchito dall’esperienza di Marsala, ma dalla convinzione che questa esperienza mi impegnavo a portarla a Palermo per trasformare, utilizzare in un ambito più vasto ciò che qui avevo sperimentato.
Purtroppo, quello che è avvenuto a fine maggio mi induce, e ritengo ci induca tutti a una riflessione, perché ancora forse neanche più sappiamo quello che facciamo dopo, che faremo dopo.
Io non lo so quello che farò dopo perché la morte di Giovanni Falcone mi ha talmente colpito come magistrato, ma soprattutto - consentitemi - come uomo che ha vissuto con lui la sua vita sin da bambino, che oggi tanti sono gli interrogativi ai quali io non so dare risposta.
Ma vi prometto, che questi sei anni che abbiamo vissuto insieme e questi momenti così commuoventi che oggi, per me - ma ritengo anche per voi - che oggi stiamo vivendo assieme avranno sicuramente un peso, un peso determinante nella risposta che io dovrò dare. Grazie».
- Paolo Borsellino

IL TESTO DELLA LETTERA DEI SUOI SOSTITUTI

Carissimo Paolo, al di là dei saluti ufficiali, anche se sentiti, un momento privato, un colloquio tra noi. Noi tutti siamo qui a Marsala con te fino dal tuo arrivo, ma ognuno di noi porta nel suo cuore un pezzetto di storia da raccontare sul lavoro a Marsala, nella procura che tu hai diretto. Ci piacerebbe ricordare tante situazioni impegnative o tristi o buffe che ci sono capitate in questa esperienza comune, ma l’elenco sarebbe lungo e, allo stesso tempo, insufficiente. Possiamo comunque dirti di aver appreso appieno il significato di questo periodo di lavoro accanto a te e le possibilità che ci sono state offerte: l’esperienza con i pentiti, i rapporti di un certo livello con la polizia giudiziaria, sono situazioni rare in una procura di provincia, e la tua presenza ci ha consentito di giovarci di queste opportunità. Abbiamo goduto, in questi anni, di un’autorevole protezione, i problemi che si presentavano non apparivano insormontabili perché ci sentivamo tutelati. Qualcuno ci ha riferito in questi giorni che tu avresti detto, ironizzando, che ogni tuo sostituto, grazie al tuo insegnamento, superiorem non recognoscet. Sai bene che non è vero, ma è vero invece che la tua persona, inevitabilmente, ci ha portati a riconoscere superiore solo chi lo è veramente. Ci sono state anche delle incomprensioni, e non abbiamo dimenticate nemmeno quelle: molte sono dipese da noi, dalle diversità dei caratteri e dalla natura di ognuno; altre volte, però, è stata proprio la tua natura onnipotente a vedere ogni cosa dalla tua personale angolazione, non suscettibile di diverse interpretazioni. Tuttavia, anche in questo sei stato per noi un “personaggio”, ti sei arrabbiato, magari troppo, ma con l’autorità che ti legittimava e che mai abbiamo disconosciuto. Anche nel rapporto con il personale abbiamo apprezzato l’autorevolezza e la bontà, mai assurdamente capo, ma sempre “il nostro capo”. E poi te ne sei andato, troppo in fretta, troppo sbrigativamente, come se questo forte rapporto che ci legava potesse essere reciso soltanto con un brusco taglio, per non soffrirne troppo. Il dopo Borsellino non te lo vogliamo raccontare: pur se uniti tra noi, in tantissime occasioni abbiamo sentito che non c’eri più, e in molti abbiamo avvertito il peso, talvolta eccessivo per le nostre sole spalle, di alcune scelte, di importanti decisioni. E adesso il futuro, il tuo, ma anche il nostro. Noi ti assicuriamo, già lo facciamo, siamo all’erta, sappiamo che cosa vuol dire “giustizia” in Sicilia ed abbiamo tutti valori forti e sani, non siamo stati contaminati, e se è vero che “chi ben comincia...”, con ciò che segue, siamo stati molto fortunati. Per te un monito: è un periodo troppo triste ed è difficile intravederne l’uscita. La morte di Giovanni e Francesca è stata per tutti noi un po’ la morte dello stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c’erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo stato in Sicilia è contro lo stato, e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello stato.

I ”tuoi sostituti”

 

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