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Ti racconterò tutte le storie che potrò

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Un insieme di racconti e ricordi affidati alla penna del giornalista e scrittore Salvo Palazzolo. Agnese Borsellino, scomparsa il 5 maggio del 2013 dopo una lunga malattia, prima di morire ha voluto lasciare una sorta di testamento autobiografico, “un regalo alla famiglia”, la cronaca di vita di due persone che si sono incontrate ed innamorate, di un’unione coronata dalla nascita di tre figli, di una quotidianità semplice, fatta di piccole cose. Il titolo del libro è tratto da una frase che Paolo Borsellino amava ripetere alla sua Agnese: “Io ti sollecito, ti stuzzico, ti racconto la lieta novella che sta dentro tante storie di ogni giorno. Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io vivrò. La lieta novella manterrà sempre fresco il nostro amore. Perché l’amore ha bisogno di mantenersi fresco.” Ed è l’amore verso suo marito il filo conduttore di tutto il “testamento” della vedova Borsellino, un amore tanto grande da portarla ad accettare di buon grado il fatto che il suo Paolo non avesse orari, non potesse essere come quelli che nel pomeriggio escono con le proprie mogli. Sono passati 26 anni dalla strage di Via D’Amelio e ancora non si è fatta luce sulle responsabilità dell’attentato e, ancor meno, sul mistero dell’agenda rossa scomparsa.  Numerosi interrogativi attraversano tutto il racconto, altrettante immagini scorrono davanti agli occhi dei lettori ed una prevale su tutte: la figura di un uomo onesto, ironico, legato alla famiglia, professionale e sempre fedele al suo ruolo. Ma anche un uomo straordinariamente normale.    La signora Agnese, ha voluto utilizzare gli ultimi mesi della sua vita per lasciare dietro di sé - ai figli, ai nipoti, alle persone che mantengono vivo il ricordo di Paolo Borsellino e, in definitiva, a tutti gli italiani - i ricordi di una vita accanto a un eroe civile, che era un uomo normale, innamorato della moglie, giocoso con i figli, timido ma anche provocatorio, generoso e indimenticabile

 

In quel giorno di aprile, Agnese ha deciso che era venuto il momento di raccontare le sue tante battaglie, prima e dopo il 19 luglio 1992. "Per ridare entusiasmo e speranza al nostro paese," mi ha detto con un sorriso grande. "Perché io non mi arrendo, devono saperlo gli uomini della mafia e gli uomini dello stato che conoscono la verità sulla morte di Paolo. Le mie parole vivranno per sempre, perché sono un gesto d'amore nei confronti del mio Paolo." E ha iniziato il suo racconto.  - Salvo Palazzolo

 

 

Ricordi ed emozioniche affiorano, ma anche prese di posizione sul presente, in particolare sulla solitudine in cui vengono lasciati i giudici che si misurano con questioni spinose come la trattativa Stato-Mafia. Questi alcuni degli ‘ingredienti’ del libro in cui il giornalista Salvo Palazzolo ha riorganizzato i contenuti delle conversazioni con Agnese Piraino, la vedova di Paolo Borsellino, Ti racconterò tutte le storie che potrò, edito daFeltrinelli.

Già gravemente ammalata, anzi forse proprio perchè consapevole della gravità del suo male, la signora Agnese ha rotto il suo decennale riserbo e ha parlato di sé, di suo marito e della sua famiglia, perchè il bagaglio dei suoi ricordi non andasse disperso.

Cara mamma, ci hai fatto un bel regalo, in parte anche inaspettato” scrive nella prefazione il figlio Manfredi “malgrado ti frullasse nella mente già da tempo l’idea di mettere ordine ai tuoi ricordi e alle tante vite che hai vissuto”. E più avanti:

“Leggendo queste pagine ritrovo l’incredibile metamorfosi che la tua vita e lo stesso tratto caratteriale hanno avuto dopo quel primo incontro con papà [..]. Mi colpiscono ancora una volta la tua voglia di vivere, l’amore per le piccole cose, anche quelle un po’ frivole, e soprattutto l’inesauribile speranza di ritrovare la luce in fondo a quel tunnel in cui pensavano di averti cacciato definitivamente coloro che ti hanno privato troppo presto dell’amore della tua vita”.

Sì, proprio tante vite quelle vissute da questa donna, nata in una famiglia benestante, abituata all’eleganza, alle ‘prime’ del Teatro Massimo, ai ricevimenti, alla frequentazione di alti magistrati (suo padre era presidente del Tribunale di Palermo) ed onorevoli.

Paolo Borsellino aveva alle spalle un altro tipo di famiglia, più modesta, segnata da momenti difficili e soprattutto dalla morte del padre. Costretto a prendersi cura dei suoi fratelli, aveva lavorato e studiato. Alla ragazza che corteggiava non prometteva rose e fiori ma diceva: “La giustizia lenta è un’ingiustizia per la società. Ecco perchè non posso concedermi molti spazi per me. Tanta gente aspetta una mia decisione”.

Agnese sapeva che, scegliendo di sposare Paolo, avrebbe dovuto rinunciare “alle comode e dorate giornate di figlia di papà” e che iniziava per lei una nuova vita. Ma ormai era stata conquistata da questo giovane apparentemente timido, dalla sua carica di umanità, dalle sue “parole semplici, efficaci, dirette”, dalle sue battute dissacranti.

Per lui rinuncerà ai salotti esclusivi e alle cene eleganti, ancor prima che il marito si impegnasse nella lotta alla mafia. Borsellino era infatti insofferente verso il tono altezzoso dei membri del bel mondo, verso le vanterie di giovani figli di papà che, ai tempi dell’università, lo avevano disprezzato per il cappotto rotto o le scarpe bucate. Ed era abbastanza trasgressivo da gelare l’atmosfera di un incontro ‘dorato’ con una battuta sferzante.

Agnese non poteva nemmeno vantarsi, come le mogli dei suoi colleghi, dei gioielli o degli abiti ricevuti in dono dal marito. A lei Paolo si era impegnato a raccontare “la lieta novella che sta dietro tante storie di ogni giorno”. Le aveva detto: “Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io vivrò”.

E per lui la lieta novella erano i fatti degli uomini, persino quelli dei mafiosi incalliti. E a rendere lieti questi racconti era lui stesso, “con il suo solito sorriso sornione” ma anche con l’aria severa con cui le diceva: “L’amore si mantiene fresco con una novità ogni giorno. Che non è il fiore o un regalo qualsiasi. Perchè tutto passa. Io ogni giorno mi devo reinnamorare di te. E tu di me. Inventandoci qualcosa di diverso.”

La loro vita subisce una svolta nel 1980 dopo l’uccisione del capitano Emanuele Basile. Niente sarà più come prima, “era l’alba di un grande incubo”. Inizia la serie di delitti che insanguinano Palermo e, per loro, la vita blindata su cui Paolo riusciva persino a scherzare “Pensa, noi giudici siamo in libertà vigilata, i boss e i latitanti vanno invece al mare e al ristorante”.

Agnese scrive “Non la chiamavamo neanche più vita blindata. Era la sua vita, anzi la nostra vita, punto e basta.” Le scelte di Paolo diventano le scelte di tutta la famiglia, coinvolgono la moglie, i figli.

Del rapporto del marito con i figli Agnese sottolinea la dolcezza, l’attenzione, la complicità. “Paolo non ha mai smesso di essere presente a casa con la sua vulcanica organizzazione e con l’immancabile buonumore” anche dopo le lunghe giornate trascorse nel bunker del palazzo di giustizia.

E quando la figlia Lucia gli chiese: “Se io farò un lavoro diverso dal tuo, come potrò lasciare un’impronta in questa terra?”, il padre rispose: “Ascolta Lucia, io farei il mio lavoro con lo stesso spirito anche se fossi il portiere di un condominio. Non è importante cosa si faccia, è importante che qualunque cosa sia fatta con amore e con tutte le proprie forze”.

Non c’è solo nostalgia e ancora tanto amore nei ricordi di Agnese, c’è anche indignazione e rabbia per “la mancanza di verità e di giustizia”.

Agnese è morta nel maggio del 2013 con la certezza che ci fossero ancora molte cose non chiare dietro la morte di suo marito. Si chiedeva che fine avesse fatto la sua agenda rossa, non riusciva ad accettare che qualcuno sapesse e non parlasse. Il suo è anche un invito a continuare a cercare la verità. “Ormai sono ridotta su una sedia a rotelle. Però non mi rassegno. Ecco perchè scrivo.”

AGNESE BORSELLINO:   “Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io vivrò. La lieta novella manterrà sempre fresco il nostro amore. Perché l’amore ha bisogno di mantenersi fresco”.  

“Ho deciso di fare questo racconto una mattina, una di quelle mattine che avrebbero reso felice Paolo. Mentre sorgeva il sole, lui si accorgeva di un nuovo germoglio nelle piante sistemate con cura sul balcone della nostra casa di via Cilea. Sorrideva, rideva anche di gusto. Quante volte l'ho guardato strano in quelle mattine. Gli chiedevo: 'Paolo a chi sorridi'? Mi diceva: 'Sorrido a fratello sole, perché oggi ci donerà un'altra bella giornata' E accarezzava i nuovi germogli: 'Sai, Agnese', sussurrava, 'sono un uomo fortunato, perché alla mia età riesco ancora ad emozionarmi'.”Da "Ti racconterò tutte le storie che potrò"

 

MANFREDI BORSELLINO:  Cara mamma, ci hai fatto un gran bel regalo, in parte anche inaspettato, malgrado ti frullasse nella mente già da tempo l’idea di mettere ordine ai tuoi ricordi e alle tante vite che hai vissuto. Hai fatto un grande regalo soprattutto ai tuoi sette nipoti, che potranno conoscere anche attraverso questo testo quella nonna affettuosa, premurosa e così piena di voglia di vivere che la leucemia ha sottratto loro troppo presto. Neanche noi figli conoscevamo tutti gli aneddoti e le confidenze che –stupendoci –ci hai voluto lasciare in questo racconto affidato a Salvo Palazzolo, prima che la tua malattia prendesse definitivamente il sopravvento. Leggendo queste pagine ritrovo l’incredibile metamorfosi che la tua vita e il tuo stesso tratto caratteriale hanno avuto dopo quel primo incontro con papà, presso lo studio notarile Furitano. Mi colpiscono, ancora una volta, la tua voglia di vivere, l’amore per le piccole cose, anche quelle un po’ frivole, e soprattutto l’inesauribile speranza di ritrovare la luce in fondo a quel tunnel in cui pensavano di averti cacciato definitivamente coloro che ti hanno privato troppo presto dell’amore della tua vita. C’è tutto questo e molto altro ancora nelle pagine che ci hai lasciato in dono: non sono una biografia, una raccolta di testimonianze o una ricostruzione storica di eventi più o meno noti. Queste pagine sono molto di più: il tuo ultimo atto d’amore verso papà, anzi sono la vostra storia d’amore. Così, adesso, ogni altra mia parola sarebbe di troppo. La parola deve essere lasciata a te e al tuo cuore, perché il lettore possa ascoltare direttamente dalla tua voce chi è stata e chi continua a essere Agnese Piraino, la grande moglie del giudice Paolo Emanuele Borsellino.“

AGNESE BORSELLINO è un'inguaribile romantica, è una passionaria. Non ha mai perso il senso dell'ironia, che sembra quello del marito. "Mi chiamano la Capitana", tiene a ribadire. "Vorrei essere un Capitano che guida un esercito di giovani coraggiosi." Le dico: "Le sue parole sono già diventate una guida importante, per giovani e meno giovani, credo che questo racconto sarà una buona iniezione di speranza". Lei annuisce: Ecco, così dovrà essere. Io forse non arriverò a tenerlo in mano questo libro, ma mi piacerebbe che nel finale arrivasse spontaneo un sorriso. Non rivolto al passato, ma al futuro. Un sorriso che vuol dire: noi non ci rassegneremo". Dal libro "Ti racconterò tutte le storie che potrò" di Agnese Borsellino e Salvo Palazzolo

Quando Agnese ha deciso di raccontare - di SALVO PALAZZOLO  Un giorno di aprile del 2013, Agnese Piraino Borsellino ha deciso di uscire da casa. Nonostante fosse ormai costretta su una sedia a rotelle e i medici le avessero imposto cautela, per il terribile male che affliggeva il suo corpo. È uscita per incontrare i giovani che in corteo dal palazzo di giustizia erano arrivati davanti a casa sua, per esprimere solidarietà al sostituto procuratore Nino Di Matteo e ai magistrati di Palermo e Caltanissetta minacciati di morte per le loro indagini sulla trattativa mafia-stato e le stragi del 1992. A quei giovani Agnese Borsellino ha voluto affidare un messaggio: “Non ci fermeranno,” ha detto, “vogliamo sapere tutta la verità sulla morte di Paolo, Giovanni e di tutti gli altri martiri di Palermo”. E ha rassicurato Nino Di Matteo e il suo collega del pool Roberto Tartaglia: “Io farò di tutto perché la magistratura venga difesa dagli attacchi non solo della mafia, ma anche di certi uomini delle istituzioni”. Agnese ha voluto ribadirlo per telefono anche ai magistrati di Caltanissetta che indagano sui misteri delle stragi, Nico Gozzo e Sergio Lari. Come se sentisse che non c’era più tempo. Come se temesse una deriva pericolosa nel paese. Poi, Agnese ha chiesto a tutti di recitare il Padre nostro. Salvatore, il fratello del giudice Paolo, si è inginocchiato accanto a lei. Gli agenti di scorta hanno poggiato per terra le loro pistole e le loro mitragliette. Così, per il tempo di una preghiera, in quella strada di Palermo si è respirato il sogno di una città diversa. diversa. Una città senza mafia, senza più armi e auto blindate, una città nuova. Quella descritta spesso da Agnese nei messaggi inviati a un gruppo Facebook che porta il suo nome. Qualche mese fa, quel gruppo è nato per difenderla dopo le dichiarazioni di un generale dei carabinieri, Antonio Subranni, a proposito di una deposizione di Agnese Borsellino ai magistrati di Caltanissetta, che indagavano proprio sul ruolo di quell’ufficiale. Subranni aveva dichiarato in un’intervista al “Corriere della Sera”, il 10 marzo 2012: “Purtroppo, la signora Borsellino non sta bene in salute, mi dicono. Forse un Alzheimer, non so quando cominciato…”. “Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino”, l’hanno chiamato quel gruppo nato sul social network. Presto è diventato una grande piazza della resistenza, in un dialogo continuo fra Agnese e persone di tutte le età, che da nord a sud chiedono di conoscere la verità sulle stragi d’Italia. In quel giorno di aprile, Agnese ha deciso che era venuto il momento di raccontare le sue tante battaglie, prima e dopo il 19 luglio 1992. “Per ridare entusiasmo e speranza al nostro paese,” mi ha detto con un sorriso grande. “Perché io non mi arrendo, devono saperlo gli uomini della mafia e gli uomini dello stato che conoscono la verità sulla morte di Paolo. Le mie parole vivranno per sempre, perché sono un gesto d’amore nei confronti del mio Paolo.” E ha iniziato il suo racconto.

La signora Agnese, ha voluto utilizzare gli ultimi mesi della sua vita per lasciare dietro di sé - ai figli, ai nipoti, alle persone che mantengono vivo il ricordo di Paolo Borsellino e, in definitiva, a tutti gli italiani - i ricordi di una vita accanto a un eroe civile, che era un uomo normale, innamorato della moglie, giocoso con i figli, timido ma anche provocatorio, generoso e indimenticabile

In quel giorno di aprile, Agnese ha deciso che era venuto il momento di raccontare le sue tante battaglie, prima e dopo il 19 luglio 1992. "Per ridare entusiasmo e speranza al nostro paese," mi ha detto con un sorriso grande. "Perché io non mi arrendo, devono saperlo gli uomini della mafia e gli uomini dello stato che conoscono la verità sulla morte di Paolo. Le mie parole vivranno per sempre, perché sono un gesto d'amore nei confronti del mio Paolo." E ha iniziato il suo racconto.  Salvo Palazzolo

 

AGNESE BORSELLINO da " TI RACCONTERÒ TUTTE LE STORIE CHE POTRÒ"

  • “Era il 1968. Una mattina, mentre andavo all’università, vidi Paolo che attraversava la strada e mi veniva incontro. «Ciao Agnese», mi sussurrò. «Come stai? Ti posso accompagnare? Gradisci?». Gli feci un grande sorriso. Quando parlava, il suo volto si muoveva tutto. La bocca, gli occhi, la fronte. Aveva una mimica davvero particolare. Quella mattina in riva al mare mi innamorai di Paolo. E lui di me. Era come se ci fossimo innamorati per la prima volta, anche se avevamo già la nostra età. Lui ventott’anni, io venticinque. Io gli raccontavo dei miei sogni. Lui mi raccontava le sue storie. Mi ricordo, era vestito con degli abiti semplici, quasi umili direi. Un pantalone e una maglietta, niente altro. Non è mai cambiato in questo. Il giorno che è morto gli hanno trovato le scarpe bucate. Una sua collega mi sussurrò: «Prendi le scarpe del matrimonio, mettiamo quelle». Lui le aveva conservate con cura in una scatola. Ma sono servite a poco, perché Paolo non aveva più le gambe, e neanche le braccia, il suo corpo era stato dilaniato dall’esplosione.“Pochi giorni dopo la passeggiata al Foro Italico decidemmo di sposarci. E pure in fretta. Quella scelta scatenò però un terremoto. Tutti ci presero per matti. "Forse ci fu cosa?". “Ovvero, forse Agnese aspetta un bambino e quello è un matrimonio riparatore? Naturalmente, allo scoccare dei nove mesi, tutti dovettero ricredersi. E in paese dissero: “Allora, vero colpo di fulmine fu. Amore mio, ogni giorno scendeva da casa alle 4 del mattino, si faceva un bel po’ di strada a piedi e andava fino alla stazione Lolli per prendere il treno diretto a Mazara del Vallo. Alle 8 era già nella sua aula di pretore. Qualche volta, mentre era sul treno di ritorno verso Palermo, telefonavano a casa perché c’era stata un’emergenza a Mazara. Era la prima cosa che gli dicevo al suo rientro, dopo averlo abbracciato. Lui non batteva ciglio, non si lamentava. Beveva un bicchiere d’acqua senza neanche togliersi la giacca. Mi dava un bacio e mi sussurrava rammaricato: «Ci vediamo domani». E tornava alla stazione Lolli, di corsa, per prendere l’ultimo treno del pomeriggio.” Un giorno fummo invitati a casa del senatore La Loggia. Gli amici chiacchieravano e si vantavano: «Mio padre, il senatore»; «Mio padre, il principe»; «Mio padre, il professore di università». Vedevo che Paolo era insofferente, era chiaro che non ne poteva più. Dopo un attimo di silenzio, disse: «Mio padre era carrettiere, trasportava il fieno». E fece il verso del cavallo. Fui l’unica ad accennare a un sorriso alla battuta di Paolo. «Perché l’hai fatto?” gli chiesi. «Li conosco quei ragazzi, molti sono stati miei colleghi di università». Erano quegli stessi che l’avevano disprezzato perché magari aveva il cappotto rotto o le scarpe bucate.”
  • Mi diceva: “Sorrido a fratello sole, perché oggi ci donerà un’altra bella giornata”. E accarezzava i nuovi germogli: “Sai, Agnese,” sussurrava, “sono un uomo fortunato, perché alla mia età riesco ancora a emozionarmi”. Si emozionava per le piccole cose della vita, nonostante i momenti difficili che viveva. Poi diceva: “In ciascuno di noi alberga il fanciullino di pascoliana memoria”. E cominciava un’altra giornata. Intanto, i ragazzi si svegliavano, uno dopo l’altro. Manfredi e Fiammetta erano dei veri dormiglioni, amavano rigirarsi sotto le coperte. Lucia, invece, era già vestita. Allora Paolo iniziava a battere le mani, e alzava le serrande delle stanze dei bambini. 
  • Tante vite ho vissuto. Prima e dopo Paolo Borsellino, mio marito, il padre dei miei figli. Me l’hanno portato via una domenica di luglio di vent’anni fa, ma è come se fosse ieri. Lo sento ancora avvicinarsi: mi sorride, mi fa una carezza, mi dà un bacio, poi esce accompagnato dagli agenti di scorta. E non c’è più, inghiottito da una nuvola di fumo che vorrebbe ingoiare tutta la città. Subito dopo il suo assassinio mi invitavano spesso a incontri e ricevimenti organizzati in tanti luoghi importanti delle istituzioni: al Quirinale, al Senato, alla Banca d’Italia, e in altri palazzi romani. Anche al Vaticano mi invitavano. Io me ne stavo seduta in un angolo. Silenziosa, annichilita. Come fossi una bella statuina. Fra me e me dicevo: “Mi cercano perché sono la moglie di Paolo Borsellino, mi stanno vicini per la memoria di mio marito, un magistrato che ha sacrificato la sua vita per lo stato”. Mi facevano anche tanti doni preziosi quegli uomini del potere. Ricordo un bellissimo presepe di cartapesta, che mi fu regalato da un presidente della repubblica. Ricordo un enorme mazzo di rose, non ne avevo mai viste tante in vita mia tutte insieme, le contai, erano cinquanta. Ricordo tanti oggettini d’oro, che anche un po’ mi imbarazzavano, ma li accettavo perché ritenevo che fossero tutti doni offerti a Paolo Borsellino. In quei giorni ero contesa da prefetti, generali e alti esponenti delle istituzioni. Mi invitavano e mi sussurravano tante domande. Su Paolo, sulle sue indagini, su ciò che aveva fatto dopo la morte di Giovanni Falcone, sui progetti che aveva, sulle persone di cui si fidava. Mi sussurravano tante domande dentro quei saloni bellissimi pieni di gente importante. E mentre mi chiedevano quelle cose mi sembrava come se tutti mi stessero osservando, anche se facevano altre cose: mangiavano una tartina, sorseggiavano un prosecco, ascoltavano il discorso dell’autorità di turno, o magari danzavano. Era una strana sensazione quella che provavo mentre continuavano a chiedermi di Paolo. Ora so. Ora so perché mi facevano tutte quelle domande. Volevano capire se io sapevo. Volevano capire se mio marito mi aveva confidato qualcosa nei giorni che precedettero la sua morte. Evidentemente, erano preoccupati. Me ne sono resa conto quando ho appreso, attraverso le notizie lette sui giornali, cosa avevano scoperto i magistrati di Caltanissetta e Palermo. Ho letto del depistaggio attorno alle indagini che sin da subito avrebbero dovuto fare luce sulla morte di Paolo e dei ragazzi della sua scorta, la cara Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Ho letto dell’inchiesta sulla trattativa fra lo stato e la mafia, che sarebbe avvenuta fra le bombe di quella terribile estate. E allora, tante parole di mio marito mi sono apparse chiare, chiarissime. Come non mai. Voglio ritrovarle tutte le parole di Paolo. Parole di amore, di verità, di rabbia, di indignazione. Voglio ritrovare anche le sue parole di paura, di amarezza, di tristezza, che poi erano accompagnate sempre da altre parole: di coraggio, di speranza, di gioia, di ironia, di forza. Lo so che non sarà facile ritrovare le parole del mio amato Paolo, ma ci voglio provare, ripercorrendo dentro di me tutte le vite che ho vissuto. Prima e dopo di lui. Perché le mie vite sono state scandite dalle parole di Paolo. Scandite, accarezzate, sostenute. Ho cominciato allora a guardare fra i suoi appunti, fra le carpette. Ho riaperto i cassetti dello studio. Ho sfogliato i suoi libri. Ho vagato per casa, pensando a ogni angolo dove lui si rifugiava, come per ricordare una sua parola ancora. Ho bisogno delle parole di Paolo, perché mi sento persa senza di lui, soprattutto adesso che mi trovo ad affrontare un male incurabile. Quanto sto soffrendo. Sono tappezzata di bende, non posso più neanche fare dei piccoli passi in casa, e mi ritrovo su una sedia a rotelle. Le mie sofferenze sono atroci. Ma quelle parole che tante volte mi hanno confortato, mi hanno dato coraggio, alleviano la mia sofferenza.
  • Ma non si può vivere solo di ricordi, e il mio amore per Paolo è diventato amore per questo Paese, per i giovani. E' un amore che si rinnova ogni giorno, come lui mi ha insegnato.
    Mi piaceva sentirglielo ripetere. E allora gli chiedevo come fosse la prima volta: "Come si mantiene sempre fresco l'amore?" Lui sorrideva e mi diceva: "Ogni giorno con una novità, che non è solo un fiore o un regalo. Perchè tutto passa. Io ogni giorno devo farti innamorare di me. E tu devi fare la stessa cosa. Tutti e due dobbiamo inventarci sempre qualcosa di diverso". Era ormai diventato un delizioso rituale quel dialogo sull'amore.
    Gioia mia anche adesso che non ci sei continuo ad inventarmi qualcosa di diverso ogni giorno. Come se tu fossi qui, come se non ti avessero mai portato via da me... 
  • "Paolo diceva, rivolgendosi ai giovani, “non arrendetevi mai, abbiate sempre il coraggio di lottare”. Siamo arrivati al 2012. Sono passati 20 anni da quel tragico 19 luglio. Mio marito sino all'ultimo ci ha insegnato a rispettare le istituzioni. Lui credeva nelle istituzioni. Credeva nello Stato.  Mi rivolgo a voi come ai soli in grado di raccogliere davvero il messaggio che mio marito ha lasciato, un’eredità che oggi, malgrado le terribili verità che stanno mano a mano affiorando sulla morte di mio marito, hanno raccolto i miei tre figli, di cui non posso che andare orgogliosa soprattutto perché servono quello stesso Stato che non pare avere avuto la sola colpa di non avere fatto tutto quanto era in suo potere per impedire la morte del padre. Leggendo con i miei figli (qui in ospedale dove purtroppo affronto una malattia incurabile con la dignità che la moglie di un grande uomo deve sempre avere) le notizie che si susseguono sui giornali, dopo alcuni momenti di sconforto ho continuato e continuerò a credere e rispettare le istituzioni di questo Paese, perché mi rendo conto che abbiamo il dovere di rispettarle e servirle come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato, non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato attorno a lui. Oggi voglio rendere omaggio a tutte quelle persone che hanno creduto in mio marito e nel lavoro di mio marito. Voglio rendere omaggio a coloro che dimostrano ogni giorno di amare mio marito per ciò che ha fatto per la Sicilia e per l'intero Paese. Paolo non ha fatto un solo passo indietro di fronte al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato intorno a lui. E’ andato avanti, nel nome del lavoro che amava. Pur tra mille difficoltà è andato avanti, a testa alta. Io e i miei figli non ci sentiamo persone speciali, non lo saremo mai, piuttosto siamo piccolissimi dinanzi la figura di un uomo che non è voluto sfuggire alla sua condanna a morte, che ha donato davvero consapevolmente il dono più grande che Dio ci ha dato, la vita.   Io non perdo la speranza in una società più giusta ed onesta. Voi giovani costituite il futuro della nostra società. Per un domani migliore. Sono convinta che sarete capaci di rinnovare l'attuale classe dirigente e costruire una nuova Italia». 
  • E allora, tante parole di mio marito mi sono apparse chiare, chiarissime. Come non mai. Voglio ritrovarle tutte le parole di Paolo. Parole di amore, di verità, di rabbia, di indignazione. Voglio ritrovare anche le sue parole di paura, di amarezza, di tristezza, che poi erano accompagnate sempre da altre parole: di coraggio, di speranza, di gioia, di ironia, di forza. Lo so che non sarà facile ritrovare le parole del mio amato Paolo, ma ci voglio provare, ripercorrendo dentro di me tutte le vite che ho vissuto. Prima e dopo di lui. Perché le mie vite sono state scandite dalle parole di Paolo. Scandite, accarezzate, sostenute
  • “Ricordo le parole di Paolo: «Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare». Anche questa era una buona novella che mio marito mi annunciava ogni giorno. Perché a differenza di tante altre persone lui credeva nell’uomo, anche il più terribile all’apparenza, come appunto è il mafioso. Ecco cosa diceva Paolo ai suoi imputati, persino agli uomini d’onore: «Voi siete come me, avete un’anima, come ce l’ho io. E oltre l’anima cosa avete? I sentimenti». Loro gli rispondevano: «Signor giudice, si sbaglia, noi siamo delle bestie». Un giorno, mio marito convocò Leoluca Bagarella, il cognato di Salvatore Riina, che in quell’occasione si trovava fuori dalla gabbia. Il capomafia era particolarmente nervoso, fece anche il gesto di sputare. La guardia carceraria intervenne subito, prendendo le manette. «Questo è oltraggio a pubblico ufficiale». Ma Paolo intervenne: «Aspetti». E rivolgendosi al capomafia disse: «Ma tu uomo d’onore sei?». E l’uomo d’onore si inghiottì la saliva. Paolo lo lasciò fuori dalla gabbia, senza le manette. Era un messaggio chiaro: non ho paura di te, e addirittura posso anche avere fiducia in te. Credo che in quell’occasione Bagarella, stizzito, ebbe a dire: «Il borsello è viscido».
  • “L’ultima occasione in cui ho visto veramente sorridere Paolo è stato il Capodanno 1991, ad Andalo. Era particolarmente felice perché ci aveva raggiunto suo fratello Salvatore con la moglie e i figli. Fu una festa, l’ultima per la nostra famiglia. In quelle piacevoli serate, Paolo non si limitava a intrattenere la sua famiglia, ogni tanto si allontanava per una sigaretta. E scompariva. Poi, dopo mezz’ora, lo trovavamo in mezzo a una comitiva di giovani sciatori mentre raccontava di Palermo e delle gesta del pool antimafia.”
  • “Nel fine settimana organizzavamo delle occasioni conviviali con qualche altra giovane coppia. Le mogli dei colleghi di Paolo si pavoneggiavano: «L’altro giorno mio marito mi ha regalato delle rose bellissime». Oppure: Mio marito mi ha regalato una collana splendida. Guardate. Qualcuna, con un tono ancora più accorato, mostrava il suo abito: Questo me lo ha regalato lui. Ovvero, ancora una volta, il marito. Io, invece, non potevo esibire niente. E neanche potevo aspettarmi qualche gesto galante da Paolo. Almeno non nel senso inteso generalmente. Alle feste guardavamo gli altri ballare. Lui rideva come un matto, io protestavo. Allora mi faceva finire di parlare, poi mi chiedeva: «Agnese, ma tu perché stai con me? Io non ti do niente di tutto questo. Non sono il tipo di marito che torna a casa sempre allo stesso orario, si mette le pantofole, si siede davanti al telegiornale e poi nel pomeriggio porta la moglie in giro per una passeggiata». Faceva una pausa e mi diceva ancora: «Lo sai perché stai con me? Perché io ti racconto la lieta novella».La prima volta che me lo disse rimasi spiazzata. Mi misi a piangere. Erano lacrime di felicità. Mentre lui continuava: «Io ti sollecito, ti stuzzico, ti racconto la lieta novella che sta dentro tante storie di ogni giorno. Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io vivrò».Paolo adorava raccontare la lieta novella, i fatterelli umani. E i protagonisti erano i più diversi, anche mafiosi incalliti, che però nel racconto assumevano una luce davvero particolare e unica. Era un racconto sempre affascinante il suo. Aveva una storia sempre diversa da narrarti.Mi diceva: «La lieta novella manterrà sempre fresco il nostro amore». Faceva una pausa e sussurrava: «Perché l’amore ha bisogno di mantenersi fresco». Mi guardava, con il suo solito sorriso sornione, e con aria severa mi chiedeva: «Agnese, tu lo sai come si mantiene fresco l’amore?» Non provavo neanche a indovinare la risposta, perché mi piaceva troppo sentirlo parlare. «L’amore si mantiene fresco con una novità ogni giorno. Che non è il fiore, o un regalo qualsiasi. Perché tutto passa. Io ogni giorno mi devo reinnamorare di te. E tu di me. Inventandoci qualcosa di diverso».Questa è stata la mia vita con Paolo, una lieta novella. Nonostante le difficoltà immani che abbiamo dovuto affrontare per la scelta che aveva fatto. Ma io ho condiviso tutto con lui. E non gli ho chiesto mai niente. Perché la lieta novella che mi raccontava ogni giorno era già tutto per me. E anche le giornate pesanti diventavano allegre con le sue parole.”
  • “Alle feste guardavamo gli altri ballare. Lui rideva come un matto, io protestavo. «Agnese, ma tu perché stai con me? Io non ti do niente di tutto questo. Non sono il tipo di marito che torna a casa sempre allo stesso orario, si mette le pantofole, si siede davanti al telegiornale e poi nel pomeriggio porta la moglie in giro per una passeggiata. Lo sai perché stai con me? Perché io ti racconto la lieta novella». La prima volta che me lo disse, rimasi spiazzata. Mi misi a piangere. «Io ti sollecito, ti stuzzico, ti racconto la lieta novella che sta dentro tante storie di ogni giorno.”
  • “Mentre sorgeva il sole, lui si accorgeva di un nuovo germoglio nelle piante sistemate con cura sul balcone della nostra casa di via Cilea. Sorrideva, rideva anche di gusto. Quante volte l'ho guardato strano in quelle mattine. Gli chiedevo: "Paolo a chi sorridi"? Mi diceva: "Sorrido a fratello sole, perché oggi ci donerà un'altra bella giornata". E accarezzava i nuovi germogli: "Sai Agnese, sono un uomo fortunato, perché alla mia età riesco ancora ad emozionarmi”  
  • Spesso o quasi sempre alla stessa ora, mio marito usciva da solo per comprare le sigarette o il giornale, come se volesse mandare un messaggio ai suoi carnefici, perché lo uccidessero quando lui era da solo e non quando si trovava con i suoi angeli custodi. Lui diceva sempre: il mio scudo è Giovanni Falcone quando non avrò più questo scudo, avverrà la mia fine. Io ritengo che mio marito sia stato abbandonato al suo destino di morte.
  • “Sapeva che dopo Giovanni Falcone sarebbe toccato a lui. L'aveva capito. Al punto da non voler essere baciato né da me né dai suoi figli. Ci stava preparando al distacco. Due giorni prima di morire, mio marito aveva un desiderio, mi disse: “Andiamo a Villagrazia, da soli, senza scorta”. Non era un marinaio esperto, ma nuotava benissimo, perché solo nel mare si sentiva libero. Incontrammo un amico, che ci offrì una birra. Poi Paolo volle fare una passeggiata in riva al mare. E non c'erano sorrisi sul volto di Paolo, solo tanta amarezza. << Per me è finita. Agnese non facciamo programmi. Viviamo alla giornata>>. Mi disse che non sarebbe stata la mafia a decidere la sua uccisione, ma sarebbero stati alcuni suoi colleghi, e altri a permettere che ciò potesse accadere. Amore mio, eri rassegnato. Qualche giorno prima avevi chiamato al palazzo di giustizia Padre Cesare Rattoballi, per confessarti. Poi, Sabato, hai baciato uno a uno i colleghi a te più cari. Domenica, alle cinque, non c'eri più".  
  • «La storia di via D’Amelio mi ha distrutto la vita. È una situazione apocalittica, mio figlio non vuole più che legga i giornali, che senta queste cose perché giustamente mi dice mamma, gli ultimi giorni che ti restano ti avveleni la vita più di quanto te la sia avvelenata. A me resta solo piangere, anche dopo vent’anni. Perché per me è come fosse stato ieri». Fonte: Io non dimentico
  • ''A Palermo, ma non solo a Palermo, bisogna avere, si deve avere il coraggio di evitare o troncare amicizie, frequentazioni o semplici contatti con persone importanti o altolocate chiacchierate da cui si possono trarre favori più o meno leciti; si deve avere la forza di rinunciare a coltivare rapporti con persone che nel tempo hanno intrapreso un’altra strada, la strada della contiguità e della complicità con il malaffare e la delinquenza in genere.” Questo Paolo ha insegnato ai figli. La sua stessa vita è stata una continua rinuncia: una rinuncia ai divertimenti, alla vita mondana, ad amicizie risalenti ai tempi della scuola o dell’università con persone che egli stesso si era ritrovato a indagare e perseguire, anche per fatti molto gravi. 
  • «Se mi dicono perché l’hanno fatto, se confessano, se collaborano con la giustizia, perché si arrivi ad una verità vera, io li perdono. Devono avere il coraggio di dire chi glielo ha fatto fare, perché l’hanno fatto, se sono stati loro o altri, dirmi la verità, quello che sanno, con coraggio, con lo stesso coraggio con cui mio marito è andato a morire, di fronte al coraggio io mi inchino, da buona cristiana dire perdono, ma a chi? Io perdono coloro che mi dicono la verità ed allora avrò il massimo rispetto verso di loro, perché sono sicura che nella vita gli uomini si redimono, con il tempo, non tutti, ma alcuni si possono redimere è questo quello che mi ha insegnato mio marito». Io non cerco vendetta, voglio sapere perché è morto Paolo. Non importa quanto ci vorrà, fosse anche un'eternità. Io, di certo, non vivrò abbastanza per conoscere la verità. Non importa. E' importante, invece, che la conoscano i cittadini italiani. Tutti dovrebbero pretenderla a gran voce. Perché non basta il grande impegno della magistratura. No. Ci vuole molto altro per arrivare alla verità, ne sono convinta, adesso più che mai. Innanzitutto, bisognerebbe aprire gli archivi di stato. E guardarci dentro. Perché, purtroppo, tante verità sono ancora dentro i palazzi delle istituzioni. 
  • Poi, la verità bisognerebbe chiederla a tanti uomini delle istituzioni, che sanno, ma non parlano. Lo dovrebbe fare tutta la società civile. Chissà, forse un uomo delle istituzioni ha in mano l'agenda rossa di Paolo. Sono sicura che esiste ancora quell'agenda. Non è andata dispersa nell'inferno di via D'Amelio, perché era nella borsa di mio marito, borsa che è stata recuperata integra, con diverse altre cose dentro. Sono sicura che qualcuno la conserva ancora l'agenda rossa, per acquisire potere e soldi. Quell'uomo sappia che io non gli darò tregua. Nessun italiano deve dargli tregua. Ecco perché è importante che la gente partecipi alla vita civile e non si giri dall'altra parte. Perchè le domande di ognuno sono fondamentali per trovare la verità. 
  • Era una festa che si ripeteva con il solito gioioso rituale. Paolo tirava via le coperte, magari apriva anche la finestra, primavera o inverno non faceva differenza, ma Fiammetta e Manfredi erano ancora aggrappati al cuscino. E protestavano per quel trattamento. Mi sembra oggi. Sento l’odore del caffè, che Paolo adorava. Sento la sua voce allegra mentre racconta le solite barzellette. A un certo punto, la voce si fa seria, Paolo chiede ai ragazzi delle cose di scuola. Poi squilla il campanello di casa, sono gli uomini della scorta. Paolo mette sul fuoco un’altra caffettiera. Quegli agenti sono come dei figli per lui, li tratta con il massimo delle attenzioni. Dopo il caffè, ci saluta tutti con un bacio, ed esce velocemente, perché ci tiene ad arrivare in ufficio alle 8 in punto. Mentre Lucia, Manfredi e Fiammetta scorrazzano ancora per casa sistemando le ultime cose da mettere dentro lo zaino. “Sbrigatevi, si è fatto tardi,” dico all’allegra brigata. E intanto un sole bellissimo entra dalle finestre del salone di casa nostra. Sono una mamma felice, che non smette di sperare e di lottare in silenzio. I nomi che con Paolo abbiamo dato ai nostri figli sono proprio il simbolo della speranza e di un passato nobile che resta immortale, proiettato nel futuro: Manfredi, l’ultimo re di Sicilia; Lucia è la creatura di Alessandro Manzoni; Fiammetta è uno dei personaggi amati dal Boccaccio. Sento che Paolo è ancora qui con me, vivo. Aveva visto giusto mentre accarezzava i suoi germogli. Oggi sarà un’altra giornata bellissima. Con le battaglie di tante donne e tanti uomini che non si rassegnano. Oggi aspetto soprattutto i miei nipotini: Agnese, Vittoria, Merope, Paolo, Fiammetta e Felicita. E un altro nipotino o nipotina, ancora non sappiamo, è nel grembo di Fiammetta. Le loro vocine allegre riempiranno questa casa. E mi sembrerà di sentire la voce di Paolo che accoglie a braccia aperte i suoi nipoti e a ognuno racconta una storia bellissima. Nessuno di loro ha conosciuto questo nonno così speciale. Ecco un altro motivo per cui ho deciso di scrivere, perché i miei bambini possano portare sempre nel cuore la gioia e la forza di nonno Paolo. Tutti i bambini del mondo dovrebbero crescere con la gioia e con la forza nel cuore. La gioia e la forza di una storia a cui si sono appassionati. Se non ce l’hanno ancora, proverò io a raccontargliela.
  • “Le parole di Paolo Borsellino servono anche alla nostra Italia, oggi più che mai. In questo periodo mi sembra di rivivere i giorni terribili che precedettero la terribile estate del 1992, l’estate delle stragi: la situazione del paese resta difficile e poi, soprattutto, i nostri magistrati sono vicini a scoprire qualcosa di importante. Quello che Paolo aveva capito dopo la morte del suo amico Giovanni: pezzi dello stato dialogavano con i vertici della mafia. Oggi, tante cose sono state già verificate, altri importanti riscontri –ne sono sicura –arriveranno presto. E così potremo capire più chiaramente il contesto in cui è maturata la strage che ha ucciso il mio Paolo, e le ragioni per cui quel 19 luglio 1992 in via d’Amelio è stata trafugata la sua agenda rossa. Per queste delicate indagini, davvero un momento di svolta dopo vent’anni, minacciano i magistrati, anche solo con delle stupide lettere anonime, che servono a trasmettere paura e angoscia, così da rendere più difficile il lavoro di inchiesta. Ecco perché i nostri magistrati vanno protetti, non soltanto con degli uomini armati. La vera protezione è un’altra, quella che può dare solo il sostegno delle istituzioni e della società civile. Anche Paolo doveva essere protetto, e non lo fu. Ecco perché scrivo. Ecco perché ho deciso di ripercorrere le tante vite che ho vissuto, prima e dopo Paolo Borsellino. Perché se altro sangue fosse versato, ne morirei. Ma già adesso mi indigno per le parole d’insulto pronunciate verso chi cerca senza sosta la verità. Mi indigno e mi arrabbio. Perché nessuno più, dentro i palazzi delle istituzioni, si indigna e si arrabbia? So di non essere sola in questo percorso che ho deciso di fare. Un percorso che è già un racconto, una preghiera, ma soprattutto una battaglia quotidiana contro le tante storture –politiche, economiche e sociali –che affliggono il nostro paese. È la mia battaglia, perché io non smetterò di indignarmi e di arrabbiarmi. Accanto ho i miei tre figli: Lucia, Manfredi e Fiammetta. Sono la reincarnazione del padre, non posso che andare orgogliosa di loro, soprattutto perché servono lo stato, quello stesso stato che non pare avere avuto solo la colpa di non avere protetto il loro genitore. Accanto ho gli amati nipotini, e poi mia nuora Valentina, i miei generi Fabio e Antonio, che sono come dei figli per me. Tutti loro continuano a rendere viva questa casa, che qualcuno avrebbe voluto far precipitare in un baratro di morte e rassegnazione. E invece no, questa famiglia continua a vivere, a lottare, a discutere, a gioire, a domandarsi il perché delle cose. Accanto ho anche tanti amici, di alcuni non conosco neanche il nome. Eppure, mi donano la vita: con le piastrine del loro sangue sopravvivo a questo male subdolo, imprevedibile. Qualche mese fa, in ospedale, è venuto un frate per darmi l’olio dell’estrema unzione. Ma io continuo a vivere, e vivo per l’amore di tante persone. E amore cerco di donare anch’io. Con le parole mie e tutte le parole di Paolo che ricorderò. Ogni giorno, poi, Manfredi e mio nipote Luigi mi portano un bel po’ di fogli, sono tutti i messaggi arrivati al gruppo che è stato creato per sostenermi. Un gruppo che si trova in un posto dal nome strano, almeno così appare ai miei occhi. Mi hanno spiegato che si chiama Facebook, dicono che in italiano voglia dire “faccialibro”, è buffo e straordinario per una signora della mia età, che ha scoperto solo da qualche tempo l’esistenza di una cosa altrettanto strana che si chiama Internet. Ma a me sono sempre piaciute le cose nuove, soprattutto quelle che fanno i ragazzi. Perché, in fondo, non ho mai smesso di sentirmi giovane. E faccio bene, perché “faccialibro” e Internet mi hanno permesso di conoscere davvero tantissime persone, di tutte le età e senza questa magia sarebbe stato impossibile per una persona come me, che ormai non esce più di casa, se non per brevissime passeggiate. Mi scrivono da tutta Italia, per raccontarmi di un paese che resiste ogni giorno nel nome di Paolo Borsellino e di tutti gli altri martiri della mafia. Resiste al malaffare dei politici corrotti, alle mafie e ai loro insospettabili complici. Resiste con coraggio e indignazione, come avrebbe fatto Paolo. Resiste con gioia e ironia. Per me è come essere ogni giorno in viaggio per questa Italia che non si arrende e pensa a costruire un domani bello.”
  • “C'è il segreto di Stato, cose atipiche per cui trovare la verità non è facile. Via D'Amelio non solo ha distrutto l'immagine dell'Italia, ma ha distrutto la mia vita. Io sono tra la vita e la morte. Questo è bene che sappiano le persone. Perchè non sono una vedova come le altre, che si sono ricostruite bene o male una vita. Io ci soffro da vent'anni e in silenzio. Io e tutta la mia famiglia. Che parole vuole che ci siano? Piango anche se di lacrime ne ho versate tante. Mi vergogno di essere italiana, spero che queste notizie facciano il giro del mondo”. E nella sua ultima intervista al Corriere della sera: “Bisogna cambiare questa Italia di corrotti e corruttori, di ricattati e ricattatori, tutti che si tengono per mano come bambini in girotondo. Al centro schiacciano l'Italia. Si tengono fra loro stritolando un Paese. Ecco perché non ne posso più di sentire parlare di antimafia e di legalità in bocca a troppi che non potrebbero fiatare. La gogna ci vorrebbe, anche per chi riceve una comunicazione giudiziaria. Parlo della gogna del ridicolo, delle vignette, insomma un metterli a nudo invece di ritrovarceli protagonisti della vita pubblica. Non ho il titolo nè la competenza per commentare conflitti di attribuzioni sorti tra poteri dello Stato, ma sento di avere il diritto, forse anche il dovere di manifestare tutto il mio sdegno per un ex ministro, presidente della Camera e vice presidente del Csm, che a più riprese nel corso di indagini giudiziarie, che pure lo riguardavano, non ha avuto scrupoli nel telefonare alla più alta carica dello Stato, cui oggi io ribadisco tutta la mia stima, per mere beghe personali. “Non sorprende che l'attenzione dei media si sia riversata sul Quirinale, ma il protagonista di questa triste storia è solo il signor Mancino, abile a distrarre l'attenzione dalla sua persona e spregiudicato nel coinvolgere la Presidenza della Repubblica in una vicenda giudiziaria, da cui la più alta carica dello Stato doveva essere tenuta estranea”. Oggi io, moglie di Paolo Borsellino, mi chiedo: chi era e quale ruolo rivestiva l'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino, quando il pomeriggio del primo luglio del '92 incontrò mio marito? Perchè Paolo rientrato la sera di quello stesso giorno da Roma, mi disse che aveva respirato aria di morte?. Mancino, se proprio voleva, doveva telefonare a Loris D'Ambrosio a casa, incontrarlo al bar, ma non chiamarlo al Quirinale mettendo nel mezzo quel galantuomo di Napolitano. È gravissimo il comportamento di Mancino. Non mi fido di lui. Perché ricordo cosa mi disse mio marito: 'Al Viminale ho respirato aria di morte'. E Mancino non ricorda di averlo visto nei suoi uffici nel luglio '92”. Tanta rabbia ma anche una forte determinazione: “Ho fiducia nel tempo. Non voglio vendetta, voglio sapere la verità, perchè è stato ucciso, chi ha voluto la sua morte e perchè lo hanno fatto e non voglio nient'altro. Ho tanta pazienza e tanta fiducia. Magari subito no, ma con il tempo la verità si saprà, perchè gli italiani come me vogliono sapere perchè è stato ucciso un uomo che era il simbolo della bontà
  • "Sono convinta che fin da quei primi anni ottanta Paolo avesse capito chi erano i suoi veri nemici. Non i mafiosi assassini, ma quegli insospettabili che i magistrati del pool avevano individuato in certi ambienti altolocati di Palermo. Sono convinta che anche oggi i magistrati di Palermo e Caltanissetta sanno, sanno chi vorrebbe ostacolare per sempre il loro lavoro. Non è solo la mafia, è anche qualcuno dentro lo stato. Ecco allora bisogna cercare senza sosta la verità sulle stragi, non mi stancherò mai di ripeterlo. Lo ripeterò finché mi resterà un filo di voce. E anche quando non ci sarò più, questa mia richiesta di verità dovrà risuonare sempre viva. Sono sicura che tanti giovani la ribadiranno al mio posto, con tutto il fiato che hanno in gola. Perché questa è una battaglia difficile, difficilissima. Tanti, troppi rappresentanti delle istituzioni fanno finta di non sentire". 
  • “Innanzitutto, bisognerebbe aprire gli archivi di Stato. E guardarci dentro. Perché, purtroppo, tante verità sono ancora dentro i palazzi delle istituzioni”.
  • “La verità bisognerebbe chiederla a tanti uomini delle istituzioni, che sanno, ma non parlano. A loro non voglio rivolgere un appello. Sarebbe tempo perso. Perché loro sono degli irriducibili. Questi uomini si devono mettere solo alla berlina, si devono sbeffeggiare, come avrebbe fatto oggi Paolo Borsellino”. 
  • “Chissà, forse un uomo delle istituzioni ha in mano l’agenda rossa di Paolo. Sono sicura che esiste ancora quell’agenda. Non è andata dispersa nell’inferno di via d’Amelio, ma era nella borsa di mio marito, borsa che è stata recuperata integra, con diverse altre cose dentro. Sono sicura che qualcuno la conserva ancora l'agenda rossa, per acquisire potere e soldi.    
  • “In quei giorni ero contesa da prefetti, generali e alti esponenti delle istituzioni. Mi invitavano e mi sussurravano tante domande. Su Paolo, sulle sue indagini, su ciò che aveva fatto dopo la morte di Giovanni Falcone, sulle persone di cui si fidava. Mi sussurravano domande dentro quei saloni bellissimi pieni di gente importante. E mentre mi chiedevano mi sembrava come se mi stessero osservando, anche se facevano altro: mangiavano una tartina, sorseggiavano un prosecco, ascoltavano il discorso dell’autorità di turno, o magari danzavano. Ora so. Ora so perché mi facevano tutte quelle domande. Volevano capire se io sapevo, se mi aveva confidato qualcosa nei giorni che precedettero la sua morte. E allora tante parole di mio marito mi sono apparse chiare, chiarissime. Ho cominciato a guardare fra i suoi appunti. Ho riaperto i cassetti dello studio. Ho sfogliato i suoi libri. Ho vagato per casa, pensando a ogni angolo dove lui si rifugiava, come per ricordare una sua parola ancora.” 
  • “Paolo era sempre il primo ad arrivare in ufficio, di buon mattino, e prendeva una delle adorate papere della collezione di Falcone. Poi aspettava che Giovanni se ne accorgesse. Magari, Paolo si divertiva pure a fargli sorgere il dubbio: «Ma ci sono proprio tutte le tue paperelle? Ne sei sicuro?». Quegli scherzi erano un modo per allentare la tensione. A un certo punto, Paolo lasciava di nascosto un biglietto nella stanza di Giovanni: “Se vuoi riavere la tua papera cinquemila lire mi devi portare”.
  • “Mi ricordo come fosse oggi quando il primo luglio tornò da Roma e mi disse: «Ho respirato aria di morte». Il pomeriggio era stato al Viminale, per l’insediamento del nuovo ministro dell’Interno Nicola Mancino. Quel giorno aveva anche ascoltato il nuovo pentito Gaspare Mutolo, che gli aveva parlato dei rapporti intrattenuti da alcuni uomini delle istituzioni con Cosa nostra. Sapeva che dopo Giovanni Falcone sarebbe toccato a lui. L’aveva capito. Al punto da non voler essere baciato né da me, né dai suoi figli. Ci stava preparando al distacco. Due giorni prima di morire, mio marito aveva un desiderio. Mi disse: «Andiamo a Villagrazia, da soli, senza scorta». Non era un marinaio esperto, ma nuotava benissimo, perché solo nel mare si sentiva libero. Incontrammo un amico, che ci offrì una birra. Poi Paolo volle fare una passeggiata in riva al mare. E non c’erano sorrisi sul volto di Paolo, solo tanta amarezza. «Per me è finita. Agnese, non facciamo programmi. Viviamo alla giornata». Mi disse che non sarebbe stata la mafia a decidere la sua uccisione, ma sarebbero stati alcuni suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere. Amore mio, eri rassegnato. Qualche giorno prima, avevi chiamato al palazzo di giustizia padre Cesare Rattoballi, per confessarti. Poi, sabato, hai baciato uno a uno i colleghi a te più cari. Domenica, alle cinque, non c’eri più.”
  • “Io non cerco vendetta, voglio sapere perché è morto il mio Paolo. Non importa quanto ci vorrà, fosse anche un’eternità. Io, di certo, non vivrò abbastanza per conoscere la verità. Non importa. E’ importante, invece, che i cittadini italiani sappiano la verità. Tutti dovrebbero pretenderla a gran voce”. verità. “Innanzitutto, bisognerebbe aprire gli archivi di Stato. E guardarci dentro. Perché, purtroppo, tante verità sono ancora dentro i palazzi delle istituzioni”, “La verità bisognerebbe chiederla a tanti uomini delle istituzioni, che sanno, ma non parlano. A loro non voglio rivolgere un appello. Sarebbe tempo perso. Perché loro sono degli irriducibili. Questi uomini si devono mettere solo alla berlina, si devono sbeffeggiare, come avrebbe fatto oggi Paolo Borsellino”.    “Chissà, forse un uomo delle istituzioni ha in mano l’agenda rossa di Paolo. Sono sicura che esiste ancora quell’agenda. Non è andata dispersa nell’inferno di via d’Amelio, ma era nella borsa di mio marito, borsa che è stata recuperata integra, con diverse altre cose dentro. Sono sicura che qualcuno la conserva ancora l'agenda rossa, per acquisire potere e  soldi.     “Sapeva che dopo Giovanni Falcone sarebbe toccato a lui. L'aveva capito,. Al punto da non voler essere baciato né da me né dai suoi figli. Ci stava preparando al distacco. Due giorni prima di morire, mio marito aveva un desiderio, mi disse: <<Andiamo a Villagrazia, da soli, senza scorta>> . Non era un marinaio esperto, ma nuotava benissimo, perché solo nel mare si sentiva libero. Incontrammo un amico, che ci offrì una birra. Poi Paolo volle fare una passeggiata in riva al mare. E non c'erano sorrisi sul volto di Paolo, solo tanta amarezza. << Per me è finita. Agnese non facciamo programmi. Viviamo alla giornata>>. Mi disse che non sarebbe stata la mafia a decidere la sua uccisione, ma sarebbero stati alcuni suoi colleghi, e altri a permettere che ciò potesse accadere. Amore mio, eri rassegnato. Qualche giorno prima avevi chiamato al palazzo di giustizia Padre Cesare Rattoballi, per confessarti. Poi, Sabato, hai baciato uno a uno i colleghi a te più cari. Domenica, alle cinque, non c'eri più".    «La storia di via D’Amelio mi ha distrutto la vita. È una situazione apocalittica, mio figlio non vuole più che legga i giornali, che senta queste cose perché giustamente mi dice mamma, gli ultimi giorni che ti restano ti avveleni la vita più di quanto te la sia avvelenata. A me resta solo piangere, anche dopo vent’anni. Perché per me è come fosse stato ieri». Alle feste - racconta la signora Agnese – guardavamo gli altri ballare. Lui rideva come un matto, io protestavo. «Agnese, ma tu perché stai con me? Io non ti do niente di tutto questo. Non sono il tipo di marito che torna a casa sempre allo stesso orario, si mette le pantofole, si siede davanti al telegiornale e poi nel pomeriggio porta la moglie in giro per una passeggiata. Lo sai perché stai con me? Perché io ti racconto la lieta novella». La prima volta che me lo disse, rimasi spiazzata. Mi misi a piangere. «Io ti sollecito, ti stuzzico, ti racconto la lieta novella che sta dentro tante storie di ogni giorno. Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io vivrò. La lieta novella manterrà sempre fresco il nostro amore. Perché l’amore ha bisogno di mantenersi fresco».   ''A Palermo, ma non solo a Palermo, bisogna avere, si deve avere il coraggio di evitare o troncare amicizie, frequentazioni o semplici contatti con persone importanti o altolocate chiacchierate da cui si possono trarre favori più o meno leciti; si deve avere la forza di rinunciare a coltivare rapporti con persone che nel tempo hanno intrapreso un’altra strada, la strada della contiguità e della complicità con il malaffare e la delinquenza in genere.” Questo Paolo ha insegnato ai figli. La sua stessa vita è stata una continua rinuncia: una rinuncia ai divertimenti, alla vita mondana, ad amicizie risalenti ai tempi della scuola o dell’università con persone che egli stesso si era ritrovato a indagare e perseguire, anche per fatti molto gravi." « Mentre sorgeva il sole, lui si accorgeva di un nuovo germoglio nelle piante sistemate con cura sul balcone della nostra casa di via Cilea. Sorrideva, rideva anche di gusto. Quante volte l'ho guardato strano in quelle mattine. Gli chiedevo:"Paolo a chi sorridi"? Mi diceva: "Sorrido a fratello sole, perché oggi ci donerà un'altra bella giornata". E accarezzava i nuovi germogli: "Sai Agnese, sono un uomo fortunato, perché alla mia età riesco ancora ad emozionarmi”    "Sono convinta che fin da quei primi anni ottanta Paolo avesse capito chi erano i suoi veri nemici. Non i mafiosi assassini, ma quegli insospettabili che i magistrati del pool avevano individuato in certi ambienti altolocati di Palermo. Sono convinta che anche oggi i magistrati di Palermo e Caltanissetta sanno, sanno chi vorrebbe ostacolare per sempre il loro lavoro. Non è solo la mafia, è anche qualcuno dentro lo stato. Ecco allora bisogna cercare senza sosta la verità sulle stragi, non mi stancherò mai di ripeterlo. Lo ripeterò finché mi resterà un filo di voce. E anche quando non ci sarò più, questa mia richiesta di verità dovrà risuonare sempre viva. Sono sicura che tanti giovani la ribadiranno al mio posto, con tutto il fiato che hanno in gola. Perché questa è una battaglia difficile, difficilissima. Tanti, troppi rappresentanti delle istituzioni fanno finta di non sentire" “Rifiutare sempre i compromessi.. "A Palermo ma non solo a Palermo, bisogna avere, si deve avere il coraggio di evitare o troncare amicizie, frequentazioni o semplici contatti con persone importanti o altolocate chiacchierate da cui si possono trarre favori più o meno leciti; si deve avere la forza di rinunciare a coltivare rapporti con persone che nel tempo hanno intrapreso un'altra strada, la strada della contiguità e della complicità con il malaffare e la delinquenza in genere. Questo Paolo ha insegnato ai figli. La sua stessa vita è stata una continua rinuncia, una rinuncia ai divertimenti, alla vita mondana, ad amicizie risalenti ai tempi della scuola o dell'Università con persone che egli stesso si era ritrovato ad indagare e perseguire, anche per fatti molto gravi. 
  • Era una festa che si ripeteva con il solito gioioso rituale. Paolo tirava via le coperte, magari apriva anche la finestra, primavera o inverno non faceva differenza, ma Fiammetta e Manfredi erano ancora aggrappati al cuscino. E protestavano per quel trattamento. Mi sembra oggi. Sento l’odore del caffè, che Paolo adorava. Sento la sua voce allegra mentre racconta le solite barzellette. A un certo punto, la voce si fa seria, Paolo chiede ai ragazzi delle cose di scuola. Poi squilla il campanello di casa, sono gli uomini della scorta. Paolo mette sul fuoco un’altra caffettiera. Quegli agenti sono come dei figli per lui, li tratta con il massimo delle attenzioni. Dopo il caffè, ci saluta tutti con un bacio, ed esce velocemente, perché ci tiene ad arrivare in ufficio alle 8 in punto. Mentre Lucia, Manfredi e Fiammetta scorrazzano ancora per casa sistemando le ultime cose da mettere dentro lo zaino. “Sbrigatevi, si è fatto tardi,” dico all’allegra brigata. E intanto un sole bellissimo entra dalle finestre del salone di casa nostra. Sono una mamma felice, che non smette di sperare e di lottare in silenzio. I nomi che con Paolo abbiamo dato ai nostri figli sono proprio il simbolo della speranza e di un passato nobile che resta immortale, proiettato nel futuro: Manfredi, l’ultimo re di Sicilia; Lucia è la creatura di Alessandro Manzoni; Fiammetta è uno dei personaggi amati dal Boccaccio. Sento che Paolo è ancora qui con me, vivo. Aveva visto giusto mentre accarezzava i suoi germogli. Oggi sarà un’altra giornata bellissima. Con le battaglie di tante donne e tanti uomini che non si rassegnano. Oggi aspetto soprattutto i miei nipotini: Agnese, Vittoria, Merope, Paolo, Fiammetta e Felicita. E un altro nipotino o nipotina, ancora non sappiamo, è nel grembo di Fiammetta. Le loro vocine allegre riempiranno questa casa. E mi sembrerà di sentire la voce di Paolo che accoglie a braccia aperte i suoi nipoti e a ognuno racconta una storia bellissima. Nessuno di loro ha conosciuto questo nonno così speciale. Ecco un altro motivo per cui ho deciso di scrivere, perché i miei bambini possano portare sempre nel cuore la gioia e la forza di nonno Paolo. Tutti i bambini del mondo dovrebbero crescere con la gioia e con la forza nel cuore. La gioia e la forza di una storia a cui si sono appassionati. Se non ce l’hanno ancora, proverò io a raccontargliela.
  • “… A differenza di tante altre persone lui credeva nell’uomo, anche il più terribile all’apparenza, come appunto è il mafioso. Ecco cosa diceva Paolo ai suoi imputati, persino agli uomini d’onore: “Voi siete come me, avete un’anima,  come ce l’ho io. E oltre l’anima cosa avete? I sentimenti”. Loro gli rispondevano: “Signor giudice, si sbaglia, noi siamo delle bestie”. E lui insisteva: “No, anche voi avete i sentimenti, solo che non sapete di possederli. Allora, è venuto il momento di tirarli fuori”. Mi chiedo quale sia oggi il magistrato che interroga in questo modo…”.  

La famiglia Borsellino nel racconto di sua moglie - di ATTILIO BOLZONI0  

IL FIGLIO dice che la madre "ha fatto un bel regalo a tutti noi" lasciandoci queste pagine. Dentro ci sono i segni delle sue tante vite, prima e dopo il 19 luglio del 1992. E con tenero stupore ammette che neanche loro  -  lui, Manfredi, e le sue sorelle Lucia e Fiammetta  -  conoscevano certi dettagli sul padre. Agnese non ha voluto tenerli solo per sé. Poi parla del libro, che non è una biografia e non è una raccolta di testimonianze ma "il tuo ultimo atto d'amore verso papà". Manfredi lo chiama con il nome per intero, come ogni tanto piaceva chiamarlo anche a me sul giornale quando era vivo: Paolo Emanuele Borsellino. Quell'Emanuele che era riportato sulla carta d'identità e si palesava a sorpresa in qualche bigliettino di ringraziamento e molto di rado sugli atti giudiziari che firmava, mi ha sempre incuriosito. Ma al giudice non ho mai chiesto nulla su quel suo secondo nome, che a volte c'era e tante altre volte invece spariva.  "Non ne so molto nemmeno io di quella sua firma che occasionalmente cambiava, però nella presentazione del libro mi è venuto istintivo scrivere Paolo Emanuele Borsellino... E poi avrei voluto chiamare Emanuele il mio secondo figlio, ma è arrivata una bimba", racconta Manfredi mentre esprime ancora meraviglia per "quelle confidenze" che la madre, nei suoi ultimi giorni, ha voluto consegnare a Salvo Palazzolo. Manfredi Borsellino fa il poliziotto, commissario a Cefalù. In questi anni, ci siamo ritrovati di tanto in tanto a conversare e soprattutto a ricordare. Di solito in via Cilea, a Palermo, nella casa dove abitavano il giudice, la signora Agnese e loro, i figli. L'ultima volta nella primavera scorsa, un pomeriggio. In cucina c'era la madre sulla sedia a rotelle, accudita amorevolmente da due infermieri. Manfredi le girava intorno, lei lo guardava e gli sorrideva. Sembrava fragile a vederla così, tormentata dalla malattia. Ma Agnese è sempre stata una donna siciliana di coraggio, non si arrendeva mai. "Mamma ha una voglia di vivere incredibile", diceva Manfredi che intanto mi aveva già trascinato sul divano del salone aprendo i cassetti più nascosti, quelli dove conserva le foto di famiglia.  Il matrimonio di Agnese e Paolo a Villa Igiea, dicembre 1968. Papà e Manfredi in vacanza a Tropea, estate 1981. Papà e Fiammetta a Palermo, metà anni Settanta. Papà e Lucia al Parco nazionale d'Abruzzo, fine anni Settanta. E poi tutti insieme all'Asinara, agosto 1985, quando Paolo Borsellino e Giovanni Falcone - con figli e mogli - vengono deportati e rinchiusi per venticinque lunghissimi giorni sull'isola sarda del supercarcere. Motivi di sicurezza, dall'Ucciardone era arrivata la soffiata che i boss avrebbero voluto uccidere i due giudici, "prima l'uno e poi l'altro". Come è avvenuto sette anni dopo.  Via Cilea, una lunga fila di palazzi tutti uguali, a metà strada la "zona rimozione auto" per il pericolo di attentati. La prima volta ci sono andato tanto tempo fa, nel 1986 o forse nel 1987, si stava ancora celebrando il maxi processo a Cosa nostra. Era sera, molto tardi. Paolo Borsellino ha aperto la porta e sono entrato in una stanza piena di fumo, una sigaretta che bruciava ancora nel posacenere e l'altra già fra le dita, i calendari dell'Arma dei carabinieri alle pareti, i fascicoli - con dentro appunti dei suoi incontri e ritagli di giornale - tutti in ordine sulla piccola libreria a muro.  Della casa di via Cilea, per anni ho conosciuto soltanto quella stanza: lo studio del giudice. Geloso della sua intimità familiare, Paolo Borsellino non mi ha mai fatto varcare la vetrata che divideva lo studio dal salone. Ho sempre immaginato quella stanza come una casa nella casa, quasi fosse staccata dagli altri ambienti. La signora Agnese e Manfredi, molto tempo dopo, avrebbero confermato la mia sensazione svelandomi un piccolo segreto. Quella stanza - lo studio del giudice - apparteneva in origine alla casa accanto e i Borsellino, avendo la necessità di allargare il loro appartamento, l'avevano successivamente acquistata dai vicini.  

 

 

 

 a cura di Claudio Ramaccini - Ufficio Stampa e Comunicazione Centro Studi Sociali contro le mafie Progetto San Francesco

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