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Paolo Borsellino, gli ultimi giorni

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Borsellino a matita

Stranamente negli ultimi giorni che precedettero via d'Amelio, mio marito mi faceva abbassare la serranda della stanza da letto, perché diceva che ci potevano osservare dal Castello Utveggio». Cosi, in un'intervista inedita per "La storia siamo noi", Agnese Borsellino, la vedova di Paolo Borsellino, ha deciso di infrangere la regola del silenzio che si era imposta. Convinta che suo marito sia «stato abbandonato al suo destino di morte», ha parlato davanti alle telecamere per ricordare chi ha dato la vita per il magistrato: la scorta, gli angeli di Borsellino.

Claudio Traìna, 27 anni, agente scelto di polizia, Agostino Catalano, 43 anni, assistente capo di polizia; Emanuela Loi, 24 anni, agente di polizia; Vincenzo Fabio Li Muli, 22 anni, agente di polizia; Eddie Walter Cosìna, 31 anni, agente scelto di polizia. Sono gli angeli di Paolo Borsellino. I suoi agenti di scorta, massacrati insieme a lui nella strage di via D'Amelio, a Palermo, il 19 luglio 1992. Ad accompagnare il racconto di quei 57 giorni che intercorrono fra la l'uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anche la testimonianza eccezionale dell'unico sopravvissuto al massacro della scorta di Borsellino, Antonio Vullo.

«Per me, come per mio marito, erano persone che facevano parte della nostra famiglia - dice Agnese Borsellino - e vivevano quasi in simbiosi con noi, condividevamo le loro ansie, i loro progetti. Un rapporto oltre che di umanità, di amicizia e di reciproca comprensione e rispetto». Come ha saputo della strage di Capaci? «Mio marito - racconta - si trovava dal barbiere e, come tutte le volte che usciva per fatti personali, era andato a piedi, da solo. E quando ha sentito dal barbiere che c'era stato l'attentato di Capaci, a piedi da solo era tornato a casa e da solo è andato a Capaci, senza scorta.Poi è andato in ospedale e Giovanni è morto tra le sue braccia. La sua vita è cambiata perché ha detto «adesso tocca a me».

Ma come era cambiato Paolo Borsellino dopo Capaci? «Non aveva perso la voglia di lavorare e credere nelle sue capacità, anzi lavorava 24 ore su 24 - dice Agnese Borsellino - Era una corsa contro il tempo, perché prima di morire voleva concludere una certa indagine che gli stava tanto a cuore. Stranamente, negli ultimi giorni che precedettero via d'Amelio, mio marito mi faceva abbassare la serranda della stanza da letto, perché diceva che ci potevano osservare dal Castello Utveggio».

Dopo Capaci, le misure di protezione sono state all'altezza della situazione? E' stato fatto quello che si doveva fare? «Ritengo che mio marito è stato abbandonato al suo destino di morte - dice la vedova del magistrato - Così come lui ha detto. C'erano stati tanti segnali».
Che effetto fa a voi familiari il fatto che non si sia messa ancora la parola fine su questa indagine? «Ho fiducia nel tempo. Io non voglio vendetta - risponde - Io voglio sapere la verità, perché è stato ucciso, chi ha voluto la sua morte e perché lo hanno fatto e non voglio nient'altro. Ho tanta pazienza e tanta fiducia. Magari subito no, ma con il tempo la verità si saprà, perché gli italiani come me vogliono sapere perché è stato ucciso un uomo che era il simbolo della bontà».

Paolo Borsellino sapeva che per lui era iniziato il conto alla rovescia. Sapeva che la prossima vittima predestinata era lui. Ma con lui, lo sapevano anche gli agenti che lo proteggevano. «Mio marito non credeva al 100% che la scorta lo potesse salvare da un attentato. Non perché dubitava della loro attenzione o professionalità, ma quando avrebbero deciso di ucciderlo lo avrebbero fatto, come del resto è stato, con tecniche ultramoderne. Infatti mi diceva "quando decideranno di uccidermi, i primi a morire saranno loro". Per evitare che ciò accadesse, spesso e alle stesse ore usciva da solo per comprare il giornale, le sigarette, quasi a mandare un messaggio per i suoi carnefici perché lo uccidessero quando lui era solo per la strada e non quando si trovava con i suoi angeli custodi. Mio marito non si poteva rifiutare di farsi proteggere o di farsi accompagnare, le sue capacità finivano qui, non poteva fare altro per salvarli».

Un tentativo disperato, da parte di Paolo Borsellino, di proteggere i suoi ragazzi, da parte di chi sa che il suo destino è comunque segnato. E' una rivelazione clamorosa e inedita, quella di Agnese Borsellino, che riassume tutta la drammaticità e l'angoscia di quelle settimane. Ma la mafia, ormai, erano pronta. Per Paolo Borsellino e i suoi agenti, erano gli ultimi giorni.

Andrea Gorlero, agente di scorta Paolo Borsellino, ricorda: «Io mi ricordo quella volta che tornavamo dal Palazzo di giustizia e salivamo a casa del dottor Borsellino. Lui era molto pensieroso e ad un certo punto disse: "Mi dispiace che probabilmente ci sarete pure voì"». Emilia Catalano, madre di Agostino Catalano, a sua volta dice: «Agostino da allora non rideva più, non parlava, ed io gli dicevo: "Agostino cosa hai?" e lui: "No, niente"». E ancora Grazia Traina, madre di Claudio Traina: «Vedevo mio figlio più attaccato, spuntava la notte e veniva, la sera mi telefonava e di giorno mi chiedeva "Mamma hai bisogno?". Insomma era più vicino». Tiziana Li Muri, sorella di Vincenzo Fabio Li Muli, osserva: «Sono sicura che sono andati incontro alla morte con consapevolezza, lo sapevano il rischio che correvano, lo sapevano che avrebbero fatto la stessa fine, e poi in particolare Fabio, addirittura, qualche sera prima mi chiese di ricordargli come si recitava il Padre nostro».

Domenica 19 luglio 1992. Era una giornata normale - racconta Agnese Bosellino - Mio marito si sentiva molto stanco, voleva accontentare me ed i miei figli e fare una passeggiata a Villa Grazia, al mare. Alle 16.30, quando sono venuti gli altri sei uomini della scorta, è andato dalla sua mamma perché doveva accompagnarla dal medico. Ha baciato tutti, ha salutato tutti, come se stesse partendo. Lui aveva la borsa professionale, e da un po' di giorni non se ne distaccava mai. Allora mi è venuto un momento di rabbia quando gli ho detto "Vengo con te", e lui "No, no, io ho fretta". Ed io: "Non devo chiudere nemmeno la casa, chiudo il cancello e vengo con te". Lui continuava a darmi le spalle e a camminare verso l'uscita del viale, allora ho detto: "Con questa borsa che porti sempre con te sembri Giovanni Falcone...". Sono arrivata a dire queste ultime parole».

Sono circa le 16.30. Le tre macchine di Paolo Borsellino e della sua scorta lasciano Villagrazia di Carini, a 20 km da Palermo, e si dirigono verso via D'Amelio, a casa dell'anziana madre del magistrato. Antonio Vullo, agente di scorta di Paolo Borsellino e unico sopravvissuto, racconta: «Siamo arrivati in Via D'Amelio, mi sono soffermato perché ho visto tante auto parcheggiate. Sapendo che era l'abitazione della madre, ci siamo un pò preoccupati. Il giudice è entrato direttamente, ha parcheggiato l'auto proprio al centro della carreggiata, ed io ho fatto scendere i componenti della mia scorta per fare una bonifica all'interno dello stabile. Avrò fatto altri 5-6 metri con l'auto e sono stato investito da una nube caldissima. L'auto si è sollevata e si è spostata di qualche metro. Mi sono sentito schiacciato proprio all'interno dell'abitacolo e sballottato. Ho visto subito il corpo di un collega dilaniato dall'esplosione, non sapevo che fare e mi sono messo a correre, poi ho visto brandelli di carne, addirittura ero fermo sopra un piede di un collega».

L'eccidio di via D'Amelio, l'ennesima, clamorosa strage di mafia in meno di due mesi, scuote l'Italia intera. Ci si chiede se quella strage fosse evitabile, se le norme di sicurezza adottate fossero adeguate, perché in via D'Amelio non ci fosse la zona rimozione, e, soprattutto, cosa fare di fronte a questa terrificante escalation mafiosa. Nino Di Matteo, magistrato, dice: «La strage di via D'Amelio in un certo senso è stata una strage preannunciata, quello che fa rabbia è che, nonostante la previsione di questo rischio, ritengo e con me lo ritengono anche altre sentenze delle Corti d'assise, che sono passate in giudicato, che non è stato fatto tutto quello che si poteva per proteggere adeguatamente il giudice Borsellino». E Antonio Ingroia, magistrato, aggiunge: «Nessuno pensò di mettere zona rimozione sotto casa della madre, e questa fu la cosa più grave e inaudita, visto che Paolo Borsellino andava periodicamente, ogni domenica mattina a casa della madre».

Palermo intanto, in occasione dei funerali degli agenti di scorta, esplode nella rabbia incontenibile della popolazione e dei colleghi dei poliziotti uccisi. Una storia, dunque, questa di un magistrato e di cinque agenti di polizia che hanno dato la vita per lo Stato. Sei persone che, ogni giorno, hanno combattuto la mafia facendo semplicemente il proprio dovere e cercando la verità. E in questa ricerca, forse, c'è il senso ultimo del loro sacrificio. Due giorni prima che lui morisse, mi ha detto: "Io non vedrò i risultati del mio lavoro, li vedrete voi dopo la mia morte, perché la gente si ribellerà, si ribelleranno le coscienze degli uomini di buona volontà"».

A distanza di 17 anni dall'eccidio, Andrea Gorlero, agente di scorta di Paolo Borsellino, non ha dubbi: «Io penso che il sacrificio dei ragazzi delle scorte e dei giudici Falcone e Borsellino sia servito, perché ha cambiato la coscienza popolare». Ed Enza Li Muli, madre di Vincenzo Fabio Li Muli, osserva: «Le persone prima anche se sentivano dire mafia, non capivano cosa fosse, neanche io lo capivo». Spiega Emilia Catalano, madre di Agostino Catalano: «Sono andata a far visita al Carcere di Quagliarelli. C'erano tre reparti messi in fila che mi guardavano ed io raccontavo come era morto mio figlio e ho visto piangere qualcuno. C'era un ragazzo di venti anni, era venuto accanto a me e mi ha detto: "Mamma Emilia, le giuro che appena esco di qua, diventerò un bravo ragazzo"».

Racconta Edna Cosina, sorella di Eddie Walter Cosina: «Prima di addormentarmi, quando sono triste che sono giù, che mi crediate o non mi crediate, sento come una mano, come un soffio, un vento sulla mia faccia, ed è lui che mi aiuta tanto, moltissimo; io voglio solo che lui riposa in pace». Claudia Loi, sorella di Emanuela Loi: «La mafia non ha ucciso solo mia sorella, ma anche mio padre e mia madre, che dal dolore si sono ammalati, e la speranza che adesso tutti e tre: mia sorella, mio padre, mia madre, sono nell'altro mondo contenti e felici più di noi qua sulla terra». E ancora Giusi Traina, sorella di Claudio Traina: «Sono anni, da quando è morto mio fratello, che io in Chiesa ci vado, sono una credente, però se mi dicono di farmi la Comunione non riesco, perché io queste persone qua non le perdonerò mai, mai, perché non hanno diritto queste persone ad avere un perdono».

Per la strage di Via D'Amelio sono state condannate in via definitiva 47 persone di cui 25 all'ergastolo. Dal 1992 ad oggi, tuttavia, restano ancora aperti molti interrogativi. Chi ha collocato ed azionato il congegno esplosivo? E da dove? Chi ha sottratto l'agenda rossa che Paolo Borsellino aveva con sé? che cosa aveva scoperto Borsellino sulla strage di Capaci? Perché, come accertato dalle sentenze, la mafia ha accelerato il progetto di uccidere Borsellino? Ci sono mandanti esterni? L'inchiesta è ancora aperta.

«Se mi dicono perché l'hanno fatto, se confessano, se collaborano con la giustizia, perché si arrivi ad una verità vera, io li perdono - assicura Agnese Borsellino - Devono avere il coraggio di dire chi glielo ha fatto fare, perché l'hanno fatto, se sono stati loro o altri, dirmi la verità, quello che sanno, con coraggio, con lo stesso coraggio con cui mio marito è andato a morire, di fronte al coraggio io mi inchino, da buona cristiana dire perdono, ma a chi?. Io perdono coloro che mi dicono la verità ed allora avrò il massimo rispetto verso di loro, perché sono sicura che nella vita gli uomini si redimono, con il tempo, non tutti, ma alcuni si possono redimere è questo quello che mi ha insegnato mio marito».

il mattino.it 31 Ottobre 2009

 

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