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Giovanni Falcone, Paolo Borsellino: due vite intrecciate dallo stesso destino

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MUSEO FALCONE BORSELLINO AL TRIBUNALE DI PALERMO

 

FOTOTECA

 

dalla KALSA alla TOGA

La “Kalsa”è uno dei più antichi quartieri della città che risale al periodo della dominazione islamica (X secolo). Il suo nome deriva dall'arabo al khalisa (la pura o l'eletta), perché al suo interno c’era la cittadella fortificata dell’emiro e della sua corte. Oggi è denominata “Mandamento Tribunali” per la presenza del Palazzo Chiaramonte-Steri (ex Tribunale dell’Inquisizione).
Di forma rettangolare e coi lati delimitati da Via Lincoln, Via Vittorio Emanuele (settentrione), Via Maqueda (occidente) e Foro Italico (oriente), siamo entrati nel quartiere da Via Alessandro Paternostro, all’incrocio di Via Vittorio Emanuele, in prossimità della Vucciria. Poco dopo incontriamo la Piazza San Francesco d’Assisi, dove ci sono l’Antica Focacceria San Francesco e la Chiesa di San Francesco d’Assisi (XIII secolo, stile gotico-barocco).
Nella vicina Via Immacolatella c’è l’Oratorio di San Lorenzo (stile barocco, seconda metà del XVI secolo, stupendi gli stucchi di Giacomo Serpotta).
Riprendiamo Via Alessandro Paternostro, superiamo l’incrocio di Via Alloro, percorriamo Via Aragona, Piazza Rivoluzione e, infine, Via Giuseppe Garibaldi, dove, sulla sinistra, notiamo Palazzo Ajutamicristo (fine XV secolo, stile gotico-catalano-rinascimentale, progetto dell’architetto Matteo Carnilivari, ospita il Museo delle carrozze e il Museo del Lapideo).
Continuiamo Via Garibaldi e svoltiamo a sinistra per Via Magione, dove troviamo, sulla sinistra, la Basilica SS. Trinità, detta La Magione (stile normanno, fine XII secolo).
Continuiamo Via Magione, attraversiamo Via della Pace e alla fine di Via dello Spasimo, sulla sinistra, c’è la Chiesa Santa Maria dello Spasimo (inizi XVI secolo, stile gotico-catalano, progetto dell’architetto Antonio Belguardo, navata a cielo aperto).
Ritorniamo indietro in Via della Pace, svoltiamo a sinistra in Via Carlo Rao e a sinistra in Via Lincoln, dove troviamo sulla destra l’Orto Botanico dell’Università di Palermo e, poco dopo, sempre sulla stessa via e sulla destra, il giardino pubblico Villa Giulia.
Percorrendo Via Nicolò Cervello, si giunge alla Piazza della Kalsa, dove si trova la Chiesa di Santa Teresa alla Kalsa (seconda metà del XVII secolo, stile barocco, su progetto dell’architetto Giacomo Amato).
Proseguendo su Via Torremuzza, angolo Via Alloro, troviamo la Chiesa di Santa Maria della Pietà (seconda metà del XVII secolo, stile barocco, progetto dell’architetto Giacomo Amato).
Continuando in Via Alloro, incontriamo, sulla sinistra, Palazzo Abatellis (fine XV secolo, stile gotico-catalano, progetto dell’architetto Matteo Carnilivari, ospita la Galleria Regionale Siciliana).
Accanto c’è la Chiesa di Santa Maria degli Angeli, detta anche Chiesa della Gancia (XV/XVI secolo, stile tardo gotico-rinascimentale-barocco).
Percorrendo Via Alloro e svoltando a destra per Via del Pappagallo, arriviamo in Piazza Marina, dove ci sono il Giardino Garibaldi (fitta vegetazione, maestose magnolie, altissime palme e vari busti di protagonisti del Risorgimento), la Chiesa di S. Maria dei Miracoli, angolo via Lungarini (metà del XVI secolo, stile rinascimentale), Palazzo Galletti di S. Cataldo (XVI secolo, restaurato nella seconda metà del XIX secolo, stile neogotico, progetto dell’architetto Tommaso Di Chiara, ospita l’Ufficio di Gabinetto del Sindaco), Palazzo Notarbartolo di Villarosa, Palazzo Steri Chiaramonte - Carcere dei penitenziati (prima metà del XIV secolo, stile chiaramontano, da dimora nobiliare a carcere dell’Inquisizione - le celle sono un Museo - oggi è sede del Rettorato dell’Università di Palermo). Nei dintorni è presente anche un altro interessante palazzo: dopo la Salita Partanna, tra Via Merlo e Via Lungarini, c’è Palazzo Mirto (XIII secolo, stile normanno, da residenza nobiliare a casa-museo della Regione Sicilia). TRIPADVISOR

 

PAOLO BORSELLINO - ULTIMO SALUTO A GIOVANNI FALCONE - Palermo, Veglia 20 giugno 1992: «In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita». Palermo, 25 giugno 1992 Biblioteca Comunale di Casa Professa

 

Appunti integrali di Paolo BORSELLINO che hanno dato origine al celebre discorso sulla "Bellezza del Fresco Profumo di Libertà", pronunciato nella Chiesa di San Domenico il 20 giugno 1992, a Palermo.

  • «Percorso da dove è nato Falcone (piazza Magione) a dove ha concluso con l’ultimo saluto la sua esistenza terrena (S. Domenico).
  • Percorso che attraversa parte significativa di questa città degradata e disperata che tanto non gli piaceva, che gli cagionava sentimenti di ripulsa e avversione per lo stato in cui era ridotta e si andava riducendo.
  • Città che proprio per questo, perché tanto non gli piaceva, egli amava e amava profondamente, proprio come nel famoso detto di José Antonio Primo de Rivera “nos queremos Espana porque no nos gusta” (amiamo la Spagna perché non ci piace).
  • Sì, egli amava profondamente Palermo proprio perché non gli piaceva. Perché se l’amore è soprattutto “dare” per lui e per coloro che gli siamo stati accanto in questa meravigliosa avventura amore verso Palermo ha avuto ed ha il significato di dare ad essa qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la Patria cui essa appartiene.
  • Lavorare a Palermo, da magistrato, con questo intento, fu sempre, sin dall’inizio, nei propositi di Giovanni Falcone anche durante le sue peregrinazioni professionali nell’est e nell’ovest della Sicilia.
  • Qui era lo scopo della sua vita e qui si preparava ad arrivare per riuscire a cambiare qualcosa. Qui ci preparavamo ad arrivare e ci arrivammo, dopo lungo esilio provinciale, proprio quando la forza mafiosa, a lungo trascurata e sottovalutata, esplodeva nella sua più terrificante potenza [morti ogni giorno, Basile, Costa, Chinnici, Dalla Chiesa].
  • Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo, e non solo nelle tecniche di indagine, ma perché consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare nella stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno.
  • La lotta alla mafia (primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte, (perché prive o meno appesantite dai condizionamenti e dai ragionamenti utilitaristici che fanno accettare la convivenza col “male”), a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.
  • Ricordo la felicità di Falcone e di tutti noi che lo affiancavamo quando in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta egli mi disse: “La gente fa il tifo per noi”. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice (simile affermazione è anche di Di Pietro).
  • Significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la forza di essa.
  • Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare poco perché ben presto sembrò sopravvenire il fastidio e l’insofferenza al prezzo che la lotta alla mafia doveva essere pagato dalla cittadinanza. Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini. Insofferenza legittimante il garantismo di ritorno che ha finito per legittimare provvedimenti legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla mafia (nuovo codice) o hanno fornito un alibi a chi, dolosamente o colposamente di lotta alla mafia non ha più voluto occuparsene.
  • In questa situazione Falcone va via da Palermo. Non fugge ma cerca di ricreare altrove le ottimali condizioni del suo lavoro. Viene accusato di essersi troppo avvicinato al potere politico. Non è vero! Pochi mesi di dipendenza al ministero non possono far dimenticare il suo lavoro di dieci anni.
  • Lavora incessantemente per rientrare in condizioni ottimali in magistratura per fare il magistrato indipendente come lo è sempre stato. Muore e tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita. Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato, hanno perso il diritto a parlare.
  • Nessuno tuttavia ha perso il diritto anzi il dovere sacrosanto di continuare questa lotta. La morte di Falcone e la reazione popolare che ne è seguita dimostrano che le coscienze si sono svegliate e possono svegliarsi ancora.
  • Molti cittadini (ed è la prima volta) collaborano con la giustizia. Il potere politico trova il coraggio di ammettere i suoi sbagli e cerca di correggerli, almeno in parte. Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro.
  • Occorre dare un senso alla morte di Falcone, di sua moglie, degli uomini della sua scorta.
  • Sono morti per noi, abbiamo un grosso debito verso di loro. Questo debito dobbiamo pagarlo - gioiosamente - continuando la loro opera. Facendo il nostro dovere.
  • Rispettando le leggi anche quelle che ci impongono sacrifici. Rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro).
  • Collaborando con la giustizia.
  • Testimoniando i valori in cui crediamo anche nelle aule di giustizia.
  • Accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità.
  • Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo».

FALCONE E I GIUDICI DEL POOL AVEVANO AVUTO UN APPROCCIO BEN DIVERSO COL FENOMENO DEL PENTITISMO. Certa stampa orchestra “sapientemente” una campagna di delegittimazione dei giudici accusandoli di utilizzare le confessioni dei pentiti con disinvoltura eccessiva. Definirono il maxiprocesso “strumento di una giustizia rudimentale” e i giudici antimafia una sorta di clan dagli oscuri obiettivi. In quei giorni il “Giornale di Sicilia”, quotidiano di Palermo, scrisse: “I processoni diventano inquisizione”; “i processi mastodontici non danno alcuna grande garanzia nell'accertamento della verità”; “il giudice istruttore fonde il suo ruolo con quello dell'inquisitore”; “con i processoni siamo in piena evoluzione inquisitoria, siamo con sempre più inquisizione e sempre meno processo”; la normativa sui pentiti determina “una situazione aberrante in cui il processo penale degrada ad arnese di polizia, a espediente di caserma trovano posto spie, delatori, confidenti, criminali promossi a collaboratori di giustizia”. I temi della lotta alla mafia e attualità del maxiprocesso monopolizzarono il confronto politico nel corso della campagna elettorale del 1987, in Sicilia.   Da “Falcone-Borsellino e i Segreti di Stato-Mafia”, di Benito Li Vigni.

 

La storia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: due vite intrecciate, uno stesso destino. Affrontato a testa alta fino al 1992, l'anno più nero per l'antimafia e per l'Italia. Improvvisamente, l’inferno. In un caldo sabato di maggio, alle 17:56, un’esplosione squarcia l’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, nei pressi dell’uscita per Capaci: 5 quintali di tritolo distruggono cento metri di asfalto e fanno letteralmente volare le auto blindate. Muore Giovanni Falcone, magistrato simbolo della lotta antimafia. È il 23 maggio 1992. 19 luglio, 57 giorni dopo. Il magistrato Paolo Borsellino, impegnato con Falcone nella lotta alle cosche, va a trovare la madre in via Mariano D'Amelio, a Palermo. Alle 16:58 un'altra tremenda esplosione: questa volta in piena città. La scena che si presenta ai soccorritori è devastante. Seguono giorni convulsi. La famiglia Borsellino, in polemica con le autorità, non accetta i funerali di Stato. Non vuole la rituale parata dei politici. E alle esequie degli agenti di scorta una dura contestazione accoglie i vertici istituzionali. Il neo-presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, è trascinato a stento fuori dalla Cattedrale di Palermo, con il capo della polizia Vincenzo Parisi che gli fa da scudo. Negli anni nuovi colpi di scena hanno aperto squarci di luce su queste vicende su cui però non c'è ancora completa chiarezza. Ma chi erano i due magistrati-simbolo che hanno sacrificato la vita al servizio dello Stato? E perché sono stati uccisi in modo così efferato?

NEL QUARTIERE ARABOLe vite di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono intrecciate fin dall'inizio. Entrambi nacquero a Palermo: Giovanni il 20 maggio 1939, Paolo 8 mesi dopo, il 19 gennaio. Ed entrambi crebbero nella Kalsa, l'antico quartiere di origine araba di Palermo, zona di professori, commercianti ed esponenti della media borghesia. Abitavano a poche decine di metri di distanza l'uno dall'altro e furono amici fin da bambini: si ritrovavano a giocare in piazza della Magione. In casa Borsellino, invece, l'ambiente era più vivace: c'erano spesso amici in visita e si discuteva di libri e di filosofia. A scuola Paolo non sbagliava un colpo. In greco aveva 10, si alzava alle 5 del mattino per studiare e la sua memoria prodigiosa faceva il resto. I suoi genitori possedevano una farmacia in via della Vetreria, e anche per questo il padre era un'autorità nel quartiere.

STESSO LICEO, STESSA LAUREA. Giovanni e Paolo frequentarono tutti e due il liceo classico. Per il primo le scuole secondarie furono particolarmente importanti: grazie al suo professore di storia e filosofia, Franco Salvo, imparò a sfuggire ai dogmi e a coltivare il dubbio, fino ad abbandonare il rito della messa domenicale con la madre. Dopo la maturità entrò all'Accademia militare di Livorno, poi ci ripensò e si iscrisse a giurisprudenza. Borsellino invece optò subito per gli studi di Legge, ma mentre frequentava l'università gli morì il padre, e le condizioni economiche della sua famiglia peggiorarono. Nonostante le difficoltà, a 22 anni si laureò con 110 e lode.

STUDENTI MODELLO. Anche Falcone si laureò a pieni voti. E l'anno successivo conobbe una donna di nome Rita: fu un colpo di fulmine, al quale seguì il matrimonio. I primi passi della sua carriera Falcone li mosse a Lentini (Siracusa) come pretore, per poi trasferirsi nel 1966 a Trapani, dove rimase per 12 anni. Così, un po' alla volta, il magistrato si emancipò definitivamente dalla famiglia (tanto che la sorella Anna raccontò di averlo ritrovato "comunista") e cominciò a entrare in contatto con la realtà della mafia. Non era ancora costretto a vivere sotto scorta, quindi trovò il tempo per dedicarsi ad alcune attività sociali e si impegnò a favore del referendum sul divorzio.

DI NUOVO INSIEME. Nel frattempo Paolo aveva cominciato la sua carriera al tribunale civile di Enna come uditore giudiziario. Nel 1967 ebbe il primo incarico direttivo – pretore a Mazara del Vallo (Trapani) – e nel dicembre 1968 sposò Agnese Piraino Leto, dalla quale avrà 3 figli. Nel 1969 fu trasferito a Monreale, vicino a Palermo, dove lavorò fianco a fianco con il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, ucciso dalla mafia nel 1980. «Mi hanno ammazzato un fratello», disse Borsellino in quell'occasione, e si mise a indagare sull'omicidio. Falcone, intanto, si era trasferito anche lui a Palermo, dove lavorò al processo al costruttore edile Rosario Spatola, accusato di associazione mafiosa. Fu così che i due vecchi amici tornarono in contatto e cominciarono a scambiarsi informazioni sulle inchieste. Il processo Spatola mise tra l'altro in luce le qualità di Falcone, che accompagnò l'istruttoria con indagini bancarie e societarie: un metodo di indagine innovativo che si rivelò efficacissimo.

I "VIDDANI" DI CORLEONE. La situazione a Palermo era in rapido cambiamento. Falcone si era accorto che spesso gli indagati e i membri delle cosche sotto inchiesta venivano uccisi o sparivano misteriosamente. Il motivo? Era cominciata una guerra di mafia, che tra gli ultimi mesi del 1981 e i primi del 1982 causò nel capoluogo siciliano un morto ogni tre giorni. Alla fine le vittime furono circa 1.200, una cifra da guerra civile, che andarono ad assottigliare le file delle cosche nemiche del "capo dei capi", Totò Riina. Si scoprì, infatti, che dietro gli omicidi c'erano i "viddani" (villani, cioè contadini) di Corleone, circa settanta persone provenienti dal paese vicino a Palermo. E Riina era il loro capo. Per Giuseppe Ayala, pubblico ministero al maxiprocesso di Palermo che seguirà, il successo criminale di Riina fu «frutto della straordinaria violenza con la quale egli agì: senza precedenti anche per Cosa nostra». La "guerra" finì nel 1983, ma già l'anno prima la violenza dei corleonesi si era rivolta contro lo Stato: la mattina del 30 aprile 1982 Pio La Torre, segretario regionale del Partito comunista e membro della Commissione antimafia, fu ucciso a Palermo mentre si recava in auto alla sede del partito. Per rispondere alla violenza mafiosa, il governo inviò in Sicilia come prefetto antimafia il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, protagonista della lotta al terrorismo delle Brigate rosse. Per Cosa nostra era una minaccia seria, e il 3 settembre anche Dalla Chiesa fu freddato a Palermo con la moglie Emanuela Setti Carraro. Le immagini di quei due corpi riversi uno sull'altro dentro un'A112 bianca, crivellati di colpi, sono rimasti per sempre nella mente di molti. E sul luogo della strage comparve un cartello: "Qui muore la speranza dei palermitani onesti".

IL POOL ANTIMAFIA.L'omicidio del generale Dalla Chiesa fu solo una tappa della strategia di Totò Riina, che voleva lo scontro frontale con lo Stato. Il 29 luglio 1983 il passo successivo: un'autobomba ammazzò Rocco Chinnici, capo dell'Ufficio istruzione di Palermo. Per sostituirlo, il Consiglio superiore della magistratura (Csm) scelse Antonino Caponnetto, 63 anni. Siciliano di Caltanissetta, Caponnetto lasciò la famiglia a Firenze per sottoporsi a una vita da recluso tra la caserma della Guardia di finanza e il suo ufficio. Il magistrato non aveva esperienza di processi di mafia, ma era nota la sua serietà professionale. Falcone lo chiamò subito per dirgli di arrivare in fretta a Palermo. «Quello che mi colpì della telefonata di Giovanni», avrebbe poi raccontato Caponnetto nel libro Nella terra degli infedeli, di Alexander Stille, «fu il tono assolutamente confidenziale e amichevole che usò nei miei confronti. Come se ci conoscessimo da una vita, e invece non ci conoscevamo affatto.» Caponnetto si rese conto della necessità di costituire un pool di magistrati per frazionare i rischi dei singoli e avere una visione unitaria del fenomeno mafioso. Il primo a essere scelto fu proprio Falcone, che già all'epoca era un protagonista della lotta a Cosa nostra. Poi arrivò Giuseppe Di Lello Finuoli, che vantava una certa esperienza di processi di mafia ed era stato il pupillo di Rocco Chinnici. Su consiglio di Falcone, fu scelto anche Borsellino. E qualche tempo dopo si aggiunse Leonardo Guarnotta, uno dei procuratori con più anni di esperienza.

MOMENTO MAGICO. Il pool iniziò a lavorare a gran ritmo, mentre sulla scena stava arrivando la stagione dei pentiti. A partire da Tommaso Buscetta, "don Masino", che nella guerra scatenata da Totò Riina aveva perso due figli, un fratello, un genero, un cognato e quattro nipoti. Trafficante di droga, riparò in Brasile dove fu arrestato e poi estradato in Italia. Iniziò a collaborare, ma voleva parlare solo con il numero uno del pool palermitano: Giovanni Falcone. Buscetta dichiarò di fidarsi solo di lui e del vicequestore Gianni De Gennaro. E disse a Falcone, come raccontò il magistrato stesso nel libro Cose di Cosa Nostra: «L'avverto signor giudice. Dopo questo interrogatorio lei diventerà una celebrità. Ma cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. Non dimentichi che il conto che ha aperto con Cosa Nostra non si chiuderà mai. È sempre del parere di interrogarmi?». Falcone lo interrogò e Buscetta parlò. Risultato: il 29 settembre 1984 vennero spiccati 366 mandati di arresto. Nello stesso libro, Falcone mette in evidenza l'importanza storica delle confessioni di Buscetta: «Prima di lui non avevamo che un'idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo iniziato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, le tecniche di reclutamento, le funzioni di Cosa Nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno». Era il momento magico del pool. «Tra il settembre 1984 e il maggio 1985 avevamo il massimo della tensione e dell'appoggio», ricordò Borsellino nel libro I disarmati, di Luca Rossi: «Si sentiva una particolare atmosfera di consenso anche tra i colleghi del Palazzo di Giustizia. Bastava aprire bocca e il Ministero concedeva tutto: aerotaxi, segretarie, materiale.» L'aula-bunker in cui si sarebbe svolto il maxi-processo fu costruita nel giro di un anno.

A PROPRIE SPESENel frattempo però, nell'ombra, Totò Riina stava preparando un'estate di sangue. Il 28 luglio 1985 fu ucciso Beppe Montana, capo della Sezione latitanti della polizia di Palermo, e pochi giorni più tardi Ninni Cassarà, vicedirigente della squadra mobile e stretto collaboratore di Falcone. «Uccisero Cassarà», affermò Borsellino ne I disarmati, «e venne fuori che la Mobile non esisteva, che non era una struttura ma un impegno di pochi. Il lavoro di Cassarà e il nostro erano già il massimo di quanto lo Stato volesse fare.»

LA BEFFA. La paura di altri attentati era forte. I due magistrati, con le rispettive famiglie, furono trasferiti in fretta e furia all'Asinara, l'isola-carcere a nord-ovest della Sardegna, per concludere l'istruttoria del maxi-processo, che fu depositata l'8 novembre di quello stesso anno. Alla fine di quel periodo, durato 33 giorni effettivi, lo Stato ebbe l'ardire di presentare ai magistrati il conto del soggiorno: «Prima di andarcene ci fecero pagare 415.800 lire a testa per il pernottamento, 12.600 lire al giorno», rivelò Borsellino nel libro di Rossi. Fu uno dei momenti di maggiore amarezza per i due magistrati. Non solo. Scossa dagli eventi, Lucia, la figlia quindicenne di Borsellino, fu colpita da una grave forma di anoressia che la portò a pesare soltanto 30 chili.

A GIUDIZIO. Il maxi-processo, con ben 475 imputati, fu il più grande attacco alla mafia mai condotto in Italia. Ebbe inizio il 10 febbraio 1986, ma a maggio Paolo Borsellino fu nominato procuratore della repubblica a Marsala (Trapani). «Senza Paolo», ricorda Ignazio De Francisci, uno dei nuovi membri del pool, «si accentuò la distanza tra noi e Falcone. Borsellino aveva l'esperienza professionale per parlare con lui da pari, e nello stesso tempo era più umano, più vicino a noi.» Il maxi-processo si chiuse il 16 dicembre 1987 con 360 condanne e 114 assoluzioni. E, con questo, Caponnetto ritenne chiusa la sua esperienza palermitana. Era ragionevolmente sicuro che il suo posto sarebbe stato preso da Falcone. Ma così non fu. Il clima politico era sfavorevole. Alle elezioni di giugno il partito socialista aveva raddoppiato i suoi voti e il nuovo ministro della Giustizia, Giuliano Vassalli, si era dichiarato contro il programma di protezione dei pentiti. Tutto questo ebbe enormi riflessi anche all'interno del Csm, che il 19 gennaio 1988 nominò Antonino Meli capo dell'Ufficio istruzione di Palermo, bocciando Falcone. Quel giorno l'anzianità vinse sulla competenza: Meli, infatti, aveva scarsa esperienza in fatto di processi di mafia. E da quel giorno, disse lo stesso Caponnetto, «Falcone ha iniziato a morire».

LA FINE DEL POOL.Meli cominciò subito ad assegnare a magistrati esterni al pool le inchieste di mafia, e sul tavolo di Falcone e dei suoi colleghi piovvero invece indagini per borseggi, scippi, assegni a vuoto. Borsellino provò a reagire, nonostante lavorasse a Marsala. In un'intervista all'Unità disse: «Hanno tolto a Falcone la titolarità delle grandi inchieste antimafia. Le indagini di polizia giudiziaria sono bloccate da anni. La squadra mobile di Palermo non è mai stata ricostituita. Ho l'impressione di grandi manovre per smantellare il pool antimafia». Falcone era sempre più isolato. Un'altra sconfitta arrivò quando il governo nominò Domenico Sica alto commissario per la lotta antimafia, bocciando la sua candidatura. Falcone si candidò allora al Csm, ma non fu eletto. Lettere anonime lo accusarono di una gestione discutibile del pentito Salvatore Contorno, e nel giugno del 1989 fu sventato un attentato ai suoi danni. Lo scontro con Meli raggiunse livelli altissimi in seguito all'inchiesta sulle confessioni del pentito Antonino Calderone: Meli voleva dividere il processo tra 12 procure diverse (secondo la competenza territoriale) mentre Falcone insisteva che dovesse occuparsene il pool (per non disperdere le indagini, dal momento che unica era l'origine mafiosa).

DA PALERMO A ROMA. Ancora una volta vinse Meli. Era la fine del pool: Falcone chiese di essere destinato ad altro ufficio e fu nominato procuratore aggiunto presso la Procura della repubblica. Appoggiò la nomina di Pietro Giammanco, il suo superiore, a procuratore capo di Palermo, ma da questi fu lentamente messo da parte e ostacolato. Infine Leoluca Orlando, ex sindaco di Palermo e fino ad allora in ottimi rapporti con lui, lo accusò di tenere nei cassetti prove contro i politici mafiosi. Per Falcone fu un periodo molto duro e maturò allora la scelta di accettare la proposta del nuovo ministro della Giustizia, Claudio Martelli, lasciando Palermo per la direzione degli Affari penali a Roma. Nella capitale, però, Falcone non allentò il suo impegno contro la mafia. Con un decreto da lui ideato, infatti, tornarono in carcere gli imputati di Cosa Nostra scarcerati da una sentenza di Corrado Carnevale, il presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione, soprannominato "ammazzasentenze". Per disinnescare la possibile influenza di quest'ultimo sull'esito finale del maxi-processo, inoltre, Falcone ideò la rotazione dei giudici della Corte suprema. In questo modo Carnevale fu assegnato ad altro incarico e la Cassazione confermò le condanne. Inoltre il governo approvò un piano di Falcone per riorganizzare la lotta a Cosa Nostra. Nel frattempo Paolo Borsellino era tornato a Palermo come procuratore aggiunto e con un ruolo direttivo nelle indagini di mafia. Falcone, scortato come sempre, arriva a Marsiglia nel 1986 per incontrare i colleghi che stavano indagando sulla cosiddetta Pizza Connection. |

LA VENDETTA. Sconfitto nel maxi-processo che gli costò l'ergastolo, Totò Riina volle vendicarsi, tanto per cominciare, di chi non gli aveva garantito l'impunità: il 12 marzo 1992, a Mondello, la spiaggia dei palermitani, fu assassinato Salvo Lima, capo della corrente andreottiana in Sicilia. Era il primo passo verso la strage di Capaci del 23 maggio, nella quale persero la vita, oltre a Falcone, anche la moglie Francesca Morvillo – che aveva sposato nel 1986, dopo il divorzio da Rita – e tre uomini della scorta. 23 maggio 1992: allo svincolo di Capaci, sull’autostrada da Punta Raisi a Palermo, 500 kg di tritolo uccidono Giovanni Falcone, la moglie e 3 agenti della sua scorta. Sono le 17:58: un boato terribile, un intero lembo di autostrada che si solleva, una nube nera altissima, il muro di asfalto e cemento - l'esplosione è tale che viene registrata dai sismografi dell'Istituto nazionale di geofisica. | Solo, ferito dalla morte del suo amico, ostacolato dal capo della procura palermitana Giammanco, nei due mesi successivi Paolo Borsellino lavorò con frenetica intensità. Sentì pentiti importanti, viaggiò in continuazione – lui che aveva paura dell'aereo – ed ebbe un incontro (dal quale uscì turbato) con il ministro dell'Interno Nicola Mancino, che però ha sempre dichiarato di non ricordare quel colloquio. Dietro le quinte, intanto, circolava un "papello", un documento nel quale Totò Riina avanzava 12 richieste allo Stato. Si andava dalla revisione della sentenza del maxi-processo all'annullamento del 41 bis (l'articolo di legge sul carcere duro per i mafiosi), fino alla riforma della legge sui pentiti. Borsellino fu avvisato della trattativa da Liliana Ferraro, che aveva sostituito Falcone alla Direzione affari penali del Ministero, e sicuramente lui si oppose, firmando per sé una condanna a morte.

UN MURO DA SCAVALCARE. La sua, come hanno raccontato alcuni pentiti, era una morte programmata da tempo, ma anticipata con una "premura incredibile". Perché Totò Riina aveva detto «Bisogna scavalcare un muro», e quel muro era Paolo Borsellino. «La tempistica della strage è stata certamente influenzata dall'esistenza e dall'evoluzione della cosiddetta trattativa tra uomini delle istituzioni e Cosa Nostra», scrissero i pubblici ministeri nell'atto d'accusa che concluse quasi quattro anni di indagini. Il presunto tradimento di un generale dei carabinieri suo amico aumentò lo sconforto del magistrato, che sapeva di andare incontro alla morte. Secondo il colonnello dei carabinieri Umberto Sinico, Borsellino addirittura chiese che fosse lasciato "qualche spiraglio" alla sua sicurezza, perché altrimenti sarebbe stata colpita la sua famiglia. Il 13 luglio, sconsolato, dichiarò: «So che è arrivato il tritolo per me». Alla moglie Agnese disse: «La mafia mi ucciderà quando gli altri lo decideranno», e il 17, fra lo stupore di tutti, salutò uno a uno i colleghi abbracciandoli. Il 19 luglio faceva molto caldo a Palermo. Il magistrato decise di andare a trovare la madre in via D'Amelio. Due minuti prima delle 17, l'esplosione dell'autobomba che uccise lui e 5 uomini della scorta si sentì in tutta Palermo. «È tutto finito», fu il commento di Antonino Caponnetto.

NON ARRENDERSI MAI. Ma lo stesso Caponnetto, negli ultimi anni della sua vita, girò l'Italia per raccontare nelle scuole la storia dei due eroi, affermando anche che «Le battaglie in cui si crede non sono mai battaglie perse».

Totò Riina è morto il 17 novembre 2017 nel reparto detenzione dell'Ospedale Maggiore di Parma, mentre Bernardo Provenzano è morto mentre scontava l'ergastolo in regime di 41 bis (il carcere duro). I corleonesi sono stati disarticolati, ma la lotta alla mafia è ancora lunga. La nebbia in Sicilia è ancora fitta.

LE VITTIME DELLA STRAGE DI CAPACI  Allo svincolo di Capaci, sull'autostrada da Punta Raisi a Palermo, 500 kg di tritolo uccisero Giovanni Falcone, la moglie e 3 agenti della sua scorta. Ecco chi erano: Francesca Morvillo, 46 anni, nata a Palermo, era la seconda moglie di Giovanni Falcone e morì al suo fianco. Sorella di Alfredo Morvillo, sostituto procuratore che fece parte del pool antimafia, aveva conosciuto Falcone a Palazzo di Giustizia e lo aveva sposato nel 1986. Rocco Di Cillo, 30 anni, di Triggiano (Bari). Quando superò il concorso in polizia interruppe gli studi universitari e partì per Bolzano, prima sede di servizio. Nel 1989 iniziò a fare parte della scorta di Falcone, e con altri colleghi contribuì a sventare l'attentato alla villa dell'Addaura. Antonio Montinaro, 30 anni, di Calimera (Lecce). Agente scelto, era stato inviato in Sicilia e temporaneamente assegnato al servizio scorte di Falcone. All'inizio sognava di tornare a casa, poi decise di rimanere e aprì un piccolo negozio di detersivi per la moglie. Quando Falcone lavorava a Roma seguiva altre personalità, ma non mancava mai all'appuntamento quando il magistrato tornava in Sicilia nel weekend. Era padre di due figli piccoli. Vito Schifani 27 anni, di Ostuni (Brindisi). Guidava la prima delle tre auto che scortavano Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. Lasciò la moglie di 22 anni, Rosaria, e un figlio di 4 mesi. L'immagine di Rosaria ai funerali è rimasta nella memoria di molti. Sull'altare, piangendo, urlò ai mafiosi: «Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare...».

I membri della scorta di Paolo Borsellino, morti nella strage di Via D'Amelio.

  • Agostino Catalano, 43 anni, di Palermo. Era un veterano dell'Ufficio scorte. Da molti anni garantiva la sicurezza dei magistrati, si era appena risposato e aveva 2 figli. Poche settimane prima aveva salvato un bimbo che stava per annegare dinanzi alla spiaggia di Mondello.
  • Walter Eddie Cosina, 31 anni, Norwood (Australia). Da una decina di giorni era stato assegnato alla scorta del magistrato. Era arrivato nel capoluogo siciliano da Trieste, dove per 10 anni aveva lavorato nella Digos, frequentando corsi speciali di addestramento per fare parte delle scorte. Dopo la strage di Capaci aveva chiesto di andare come volontario a Palermo nell'Ufficio scorte. Era sposato e aveva un bimbo in tenera età.
  • Vincenzo Li Muli, 22 anni, di Palermo. Era entrato nel gruppo dopo la strage di Capaci per sostituire i colleghi caduti. L'aveva chiesto lui al giudice e non aveva detto niente ai suoi genitori, perché sapeva che sarebbero stati in pena. Quel giorno sua madre sentì alla televisione che Borsellino era morto con la scorta e disse: «Poveri ragazzi e povere mamme». Non sapeva che fra loro c'era anche suo figlio.
  • Emanuela Loi, 24 anni, di Sestu (Cagliari). Dopo la strage di Capaci fu assegnata al nucleo scorte di Palermo. Bionda, fisico minuto, è stata la prima donna a entrare a far parte di una scorta assegnata a obiettivi a rischio e la prima a morire. Quando arrivò a Palermo disse: «Se ho scelto di fare la poliziotta non posso tirarmi indietro. So benissimo che fare l'agente di polizia in questa città è più difficile che nelle altre, ma a me piace». Quella domenica non doveva essere lì. Era a disposizione e fu aggregata alla scorta all'ultimo minuto.
  • Claudio Traina, 27 anni, di Palermo. Agente scelto, neo-padre. Nel corso di un viaggio in Brasile aveva conosciuto una ragazza e l'aveva portata in Italia. Il loro figlio, al momento dell'attentato, aveva pochi mesi.  22 MAGGIO 2020 | FOCUS.IT

A cura  di Claudio Ramaccini Direttore  Centro Studi Sociali contro le mafie - Progetto San Francesco 

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