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Il vile agguato. Gli ultimi giorni di Borsellino

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5 giugno 1992  Il procuratore aggiunto Paolo Borsellino partecipa a una cena organizzata dai carabinieri di Palermo in un ristorante di Terrasini, alle porte della città.
Vent’anni dopo, quella cena diventerà importante. Molti dei carabinieri che vi parteciparono hanno avuto storie tragiche. Il maresciallo Antonio Lombardo, suicida nella caserma di Terrasini; il tenente Carmelo Canale (cognato di Lombardo, e principale collaboratore di Borsellino) imputato (e assolto) di essere colluso con la mafia; il maggiore Mario Obinu imputato con il generale Mori di collusione con la mafia. La versione che della cena ha dato nel 2011 l’allora maggiore Umberto Sinico, presente, è che questa fu della massima cordialità e che Borsellino alzò il calice per dire: “Brindo agli onesti” (a dimostrazione che il giudice non aveva nessun dubbio sulla lealtà dell’Arma).
Antonio Ingroia, allora giovane sostituto procuratore e oggi procuratore aggiunto, anche lui presente alla cena, ha un altro ricordo: “Terminiamo di cenare, e il proprietario del locale si avvicina a Paolo, gli sussurra in un orecchio che il cuoco vorrebbe conoscerlo, nulla di più. Paolo mi sembra imbarazzato dalla insolita richiesta, ma dice di sì. Si alza, va incontro al cuoco, un uomo anziano, dal viso buono. Appena gli stringe la mano, questi si mette a piangere come un bambino. Paolo resta pietrificato per pochi secondi. Poi, commosso, lo abbraccia. I due escono dal ristorante, cominciano a passeggiare parlando fitto fitto, come vecchi amici, in palermitano stretto. ‘Sai Antonio,’ mi racconta in auto mentre rientriamo a Palermo, ‘stavo per mettermi a piangere anch’io. Ha voluto dirmi che i palermitani onesti, i padri di famiglia, sono al nostro fianco.’ Quella cena con i carabinieri, Borsellino la ricorderà per sempre. La chiamerà ‘la cena degli onesti’”.  

13 giugno 1992
Borsellino incontra a Palermo l’ex presidente Cossiga che lo invita pressantemente a presentare la sua candidatura alla direzione nazionale antimafia. “È inutile che si agiti. Lei è il successore e l’erede di Giovanni Falcone.”
Francesco Cossiga era allora da pochi mesi l’ex presidente della repubblica, ma evidentemente si considerava ancora un “game maker”. Durante il settennato le sue posizioni su magistratura e mafia erano state molto bizzarre. Applaudì per esempio, in nome del garantismo, la decisione del giudice Carnevale di liberare (“per decorso limite della custodia cautelare”) i più importanti mafiosi fatti arrestare da Falcone (in quella occasione la decisione di Carnevale fu impugnata da Martelli e Andreotti, che li fecero rimettere in carcere quarantotto ore dopo). Si scagliò beffardamente contro “i giudici ragazzini”, quando uno di loro, Rosario Livatino, era stato inseguito su un’autostrada e ucciso da Cosa nostra. Difese sempre l’Arma dei carabinieri da qualsiasi sospetto di collusione, invocandone anche una discesa in campo nella politica.
Inquietante il ricordo che Agnese Borsellino, la vedova di Paolo, ha raccontato al settimanale “Left” alla fine del 2011: “Mi chiamò l’ex presidente Cossiga un mese prima di morire. In quella telefonata mi disse: ‘La storia di via D’Amelio è da colpo di stato’. Poi chiuse il telefono senza dirmi nient’altro”.
Sempre nel 2011 anche il successore di Cossiga al Quirinale, Oscar Luigi Scalfaro (che sarebbe morto di lì a poco), venne intervistato sulla possibile trattativa stato-mafia degli anni 1992-1993. Le sue risposte non furono esaustive: “Temo che non sapremo mai la verità sugli attentati”. E ancora, in un’altra intervista: “A chi insiste sulla vicenda del famoso ‘papello’, sul quale Riina avrebbe scritto le condizioni di Cosa nostra, l’unica risposta possibile deve essere di assoluta cautela”. Marzio Breda sul “Corriere” gli chiedeva: “Ci fu il negoziato?”. Scalfaro: “Bisogna stare attenti a non superare il confine tra vero-verosimile e falso”  

19 giugno 1992  Il generale dei carabinieri Antonio Subranni, comandante del Ros, invia il rapporto numero 541 al comando generale dei carabinieri in cui si riporta che “numerose fonti, mafiose e non” hanno parlato di una decisione di Cosa nostra di eliminare fisicamente Paolo Borsellino. Altri possibili obiettivi sono il maresciallo Canale e il maggiore Sinico, il ministro della Difesa Andò e l’ex ministro Calogero Mannino. Il rapporto è intitolato “Minacce nei confronti di personalità ed inquirenti”. Borsellino viene informato del rischio e la sua scorta viene raddoppiata.
Dunque i carabinieri disponevano di notizie abbastanza precise. C’erano fonti anche dentro Cosa nostra. C’era una lista. E, per quanto riguarda Borsellino, il rapporto indicava un movente molto preciso: le inchieste del procuratore aggiunto sulla mafia di Castelvetrano, in provincia di Trapani, che avevano decimato la cosca locale; una famiglia che aveva agganci diretti negli uffici della Corte di cassazione. 23 giugno 1992
A un mese di distanza dalla strage di Capaci, Paolo Borsellino ricorda Giovanni Falcone davanti a circa mille esponenti di associazioni antimafia di Palermo, nel cortile di Casa Professa, centro dei gesuiti palermitani. Il suo discorso – emozionato, senza diplomazie, senza linguaggio giuridico, semplicemente terribile – viene continuamente interrotto da ondate di applausi, irrefrenabili. Nelle parole del giudice incombe la presenza di una tragedia compiuta e di un’altra che sta per esserlo.
È l’ultimo intervento pubblico di Borsellino, che indossa giacca e cravatta. È anche detto “il discorso dell’amore”.
Questo il testo:
“Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte.
Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte.
Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore!
La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato.
Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria cui essa appartiene.
[…] Per lui la lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti specialmente le giovani generazioni […], le più adatte a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità.
Ricordo la felicità di Falcone […] quando in un breve periodo d’entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse: “La gente fa il tifo per noi”.
[Qui Borsellino si ferma per quasi due minuti, per gli applausi che lo sommergono]
Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare poco, perché ben presto sopravvenne il fastidio e l’insofferenza al prezzo che per la lotta alla mafia doveva essere pagato dalla cittadinanza. Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza che finì per legittimare un garantismo di ritorno, che ha finito per legittimare, che ha finito a sua volta per legittimare provvedimenti legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla mafia, il loro codice di procedura penale. E adesso hanno fornito un alibi a chi, dolosamente spesso, colposamente ancor più spesso, di lotta alla mafia non ha più voluto occuparsi.
In questa situazione Falcone andò via da Palermo.
Non fuggì ma cercò di ricreare altrove le ottimali condizioni per il suo lavoro. Venne accusato di essersi avvicinato troppo al potere politico. Non è vero!
Pochi mesi di dipendenza al ministero non possono far dimenticare il lavoro di dieci anni.
E Falcone lavorò incessantemente per rientrare in magistratura, in condizioni ottimali. Per fare il magistrato, indipendente come lo era sempre stato. Morì, è morto, insieme a sua moglie e alle sue scorte e ora tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita, anche coloro che, per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato, hanno perso il diritto di parlare.
Nessuno tuttavia ha perso il diritto, e anzi il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta… La morte di Falcone e la reazione popolare che ne è seguita dimostrano che le coscienze si sono svegliate e possono svegliarsi ancora.
Sono morti per noi e abbiamo un grosso debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera; facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici, rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che potremmo trarre (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, anche nelle aule di giustizia: accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità.
Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo”.
(È raro trovare, nell’intera storia d’Italia, un discorso pubblico di questa drammaticità, mancanza di tutela, e idealismo.)

Palermo, 25 giugno 1992  Il maggiore Umberto Sinico e il maresciallo Antonio Lombardo si recano nel carcere di Fossombrone per ascoltare Gerolamo D’Anna, capomafia di Terrasini, storico contatto del maresciallo, suo concittadino e capostazione dei carabinieri locali. Questi, che è “in confidenza” con il maresciallo, gli annuncia che “è arrivato il tritolo per Borsellino”. Sinico riferisce immediatamente la notizia al magistrato che così commenta: “Lasciamogli questo spiraglio, almeno lasciano stare la mia famiglia”.
Questa rivelazione è stata fatta nel 2011 nel corso del processo contro il generale Mario Mori e il maggiore Obinu, nel quale Umberto Sinico, oggi colonnello, era testimone per la difesa. Sono state fornite alcune informazioni supplementari. Per esempio che Girolamo D’Anna è un uomo d’onore della vecchia guardia di Cosa nostra, “posato” perché vicino a Tano Badalamenti (caduto in disgrazia dopo l’avvento dei corleonesi), ma ancora di grande carisma e messo al corrente delle decisioni importanti. Si evince quindi che Cosa nostra avviò una vasta consultazione sull’opportunità o meno di uccidere Borsellino, e che D’Anna non si tenne la cosa per sé, anzi mandò a chiamare dal carcere chi poteva impedire l’azione. (Il tutto getta una luce nuova sui rapporti tra stato e mafia, e sul loro funzionamento pratico.) La reazione fatalista di Borsellino, che Sinico apprese con sorpresa dolorosa, viene portata a riprova dell’assoluta fiducia che il giudice aveva nei carabinieri. Con due particolari non spiegati, però: in che cosa consisteva lo spiraglio che il giudice voleva lasciare a Cosa nostra? Voleva forse, in qualche modo, facilitare il suo compito?
E, secondo, se la sua angoscia principale non era la propria morte, ma un attentato contro la sua famiglia, perché non vennero prese, a maggior ragione, iniziative di protezione, a partire dall’elementare istituzione della zona di rimozione in via D’Amelio?

Roma, 25 giugno 1992  Don Vito Ciancimino, mentre tratta con mafiosi e carabinieri, svolge anche attività di pubbliche relazioni. Riceve nella sua dimora romana il giornalista Gianpaolo Pansa cui dà la sua interpretazione dei fatti. La principale è: “Adesso la superprocura non la faranno più. Non avrebbe senso farla, visto che il dottor Falcone è morto”.

27 giugno 1992  A Palermo sfilano contro la mafia centomila persone, organizzate dai sindacati Cgil, Cisl e Uil. Da un mese la città espone le lenzuola bianche ai balconi; lenzuola “multiple” sono state cucite per farle pendere dai palazzi più alti. Non esiste al mondo un’altra città dominata dal crimine, dove la resistenza sia così visibile e coraggiosa.
Lo scrittore Corrado Stajano scrive per il  Corrioere una cronaca della giornata: “…Non c’è città in Europa, neppure nel mondo, forse in Colombia, dove in pochi anni sono stati assassinati tutti, proprio tutti gli uomini dello stato, il presidente della Regione, il capo dell’opposizione, il consigliere istruttore, il procuratore della Repubblica, il prefetto, il capo della Mobile, i magistrati, i commissari, i medici legali, i poliziotti, i carabinieri. Ecco, l’elicottero che lascia la sua ombra proprio sulla via Carini dove dieci anni fa furono uccisi il generale Dalla Chiesa, sua moglie, l’agente di scorta. Ecco l’elicottero che lascia la sua ombra sulla via Cavour dove davanti alla bancarella di libri fu assassinato il procuratore della Repubblica Costa. Una geografia di lapidi, Palermo”.

Roma, aeroporto di Fiumicino, 28 giugno 1992  Paolo Borsellino, insieme alla moglie Agnese, è in attesa dell’aereo per Palermo. Nella sala Vip dell’aeroporto incontra Liliana Ferraro, che ha preso il posto che era stato di Falcone al ministero di Giustizia. Lo informa che i carabinieri del colonnello Mario Mori hanno contattato Vito Ciancimino per trattare l’arresto di latitanti, a partire dal più famoso, Salvatore Riina.
Borsellino ha anche un altro colloquio con un altro passeggero in attesa, il ministro della Difesa Salvo Andò. Questi, confidenzialmente gli comunica di aver saputo che per Borsellino “è arrivato il tritolo” e che anche lui è minacciato di morte. Si stupisce che Borsellino non lo sappia. Lui lo ha saputo dal procuratore capo di Palermo, Pietro Giammanco.
E così, in un solo giorno, in circostanze fortuite, l’uomo che è stato candidato a prendere il posto di Falcone e a diventare il capo della superprocura antimafia, apprende che i carabinieri (quelli della “cena degli onesti”) stanno trattando (cosa, esattamente? E cosa stanno offrendo?) con il mediatore di Cosa nostra. E che il suo capo alla procura sa che è arrivato il tritolo per lui, ma non glielo ha detto…

1° luglio 1992 La giornata fatale  Paolo Borsellino si reca a Roma per interrogare Gaspare Mutolo, boss della famiglia di Partanna Mondello, molto vicino a Salvatore Riina. Killer, imprenditore, narcotrafficante, Mutolo si era già incontrato confidenzialmente con Giovanni Falcone non molto tempo prima del suo assassinio. Nel corso della giornata avviene, per lui, qualcosa di sconvolgente.
Gaspare Mutolo è l’uomo che fa a Borsellino i nomi di Bruno Contrada, numero tre del Sisde, e di Domenico Signorino, magistrato della procura di Palermo (ha retto insieme ad Ayala l’accusa in Corte d’assise nel famoso maxiprocesso). Mutolo racconta di favori (appartamenti, donne) fatti al poliziotto e al magistrato dalla famiglia mafiosa dei Riccobono, in cambio del loro aiuto. Borsellino, che si ricorda ovviamente di tutte le confidenze di Giovanni Falcone, sta raccogliendo le prove per far arrestare Contrada e Signorino.

Durante l’interrogatorio, Borsellino viene avvertito che il nuovo ministro dell’Interno, Nicola Mancino, appena insediato, lo vuole incontrare al Viminale. Borsellino dice a Mutolo: “Sospendiamo, torno fra mezz’ora”.
Al Viminale però non incontra il ministro, ma il capo della polizia Vincenzo Parisi e – appunto – Bruno Contrada. Secondo il racconto di Mutolo, Borsellino torna sconvolto. “L’ho visto fumare e accendersi una seconda sigaretta.” Mi ha riferito che Contrada gli ha detto: “Chieda a Mutolo se ha bisogno di qualcosa…”, ma nessuno doveva sapere dell’interrogatorio. I due si lasciano e Borsellino riparte per Palermo.

2 luglio 1992  Una Fiat Croma rubata viene ritrovata in via Principe di Paternò, vicino alla casa di Leoluca Orlando, ex sindaco antimafia e leader del movimento La Rete. La segnalano i carabinieri che sorvegliano la zona ventiquattr’ore su ventiquattro. Intervengono gli artificieri (la macchina non ha bombe), mentre decine di telefonate anonime annunciano “l’avvenuto attentato contro Orlando”.  Questo era il clima, insomma.  Abitazioni sorvegliate ce n’erano. Borsellino parla con Vincenzo Calcara, un boss di Trapani che si è pentito e che gli ha raccontato di aver avuto l’ordine di ucciderlo già due anni fa. I due si incontrano per un “colloquio investigativo”.  “La Gazzetta del Sud” pubblica un’intervista a Borsellino in cui il magistrato parla, per la prima volta, di dissidi tra Riina e Provenzano, considerati fino ad allora una “coppia di ferro”.

Roma, 9 luglio 1992 Borsellino è di nuovo a Roma per proseguire l’interrogatorio di Gaspare Mutolo.
La sera cena all’aperto in trattoria con il tenente Carmelo Canale che lo ha accompagnato. Secondo Canale il giudice è disteso, ama parlare della sua infanzia e adolescenza a Palermo. Il centro della città è sottoposto a grandi misure di sicurezza per il Maurizio Costanzo Show, in trasferta al teatro Politeama, per una serata in onore di Giovanni Falcone. Intorno alla mezzanotte, nella zona del fiume Oreto, Gaspare Spatuzza ruba una vecchia Fiat 126 che dovrà essere utilizzata per uccidere Paolo Borsellino. Questa è, almeno, l’ultima versione che abbiamo, dopo vent’anni, sulla strage di via D’Amelio. Rubano la macchinetta, la ripuliscono di qualsiasi oggetto che la possa far riconoscere, compresa un’immagine di santa Rosalia, ma non dell’etichetta sul blocco motore. Spatuzza testa freni e frizione, e fa cambiare i primi. Sabato 18 luglio imbottiscono la Fiat di tritolo in un’officina di via Villasevaglios “alla presenza di una persona che non avevo mai visto, un elegantone”, che nel 2011 sarà sospettato essere Lorenzo Narracci, vice di Bruno Contrada.

13 luglio 1992 “Il tritolo per Borsellino è arrivato”: nuovamente il Ros informa il procuratore Giammanco. Il Ros informa la procura.
Borsellino lo confida (“È arrivato insieme a un carico di bionde, lo sa la finanza”) a don Cesare Rattoballi, un prete suo amico (è il cugino di Rosaria Schifani, che la accompagnò in cattedrale e la sostenne durante la sua inaudita denuncia: “Mafiosi, vi perdono, ma inginocchiatevi…”.
Borsellino chiede a don Rattoballi di confessarsi. La confessione avviene seduta stante, nel suo ufficio al palazzo di giustizia.
Una nota. Tutte queste informazioni, praticamente in tempo reale, che il Ros fornisce sul viaggio del tritolo per Borsellino, vengono smentite da Gaspare Spatuzza, che maneggiò personalmente quell’esplosivo (lo triturò nella casa della zia), già nell’aprile del 1992, dopo averlo recuperato – in tre fusti – da un peschereccio a Porticello. Quindi, che senso avevano quelle informazioni così puntuali?

Roma, 16 luglio 1992  Borsellino è di nuovo a Roma, per il terzo interrogatorio a Gaspare Mutolo. Finiti gli impegni, con il collega Natoli cenano al ristorante Il moccoletto, insieme a Carlo Vizzini, presidente del Psdi, uno dei politici minacciati di morte da Cosa nostra. Vizzini propone loro di affrontare il grande tema di “mafia e appalti”.

Milano, 16 luglio 1992  Il Ros incontra alla procura di Milano Antonio Di Pietro. I carabinieri lo informano che sarà oggetto di un attentato di Cosa nostra insieme a Paolo Borsellino. Gli viene fornita un’auto blindata, il magistrato non dorme a casa. Due appunti: il primo è che Di Pietro ebbe sicuramente più attenzione di Borsellino, in merito alla sua vita. Il secondo è che queste notizie sono state rese note dall’ex magistrato solo diciotto anni dopo, durante una trasmissione televisiva. Il leader dell’Idv aggiunse che il 4 agosto 1992 gli venne consegnato, alla questura di Bergamo, un passaporto falso con il nome di “Mario Canale” e che con questo lui e la moglie andarono per qualche tempo in Costarica. Di Pietro, si è poi venuti a sapere diciotto anni dopo con la pubblicazione di “imbarazzanti fotografie di una cena”, era stato almeno una volta, nel dicembre 1992, commensale di Bruno Contrada.

18 luglio 1992  La Fiat 126 viene “imbottita”, alla presenza dello “sconosciuto”.
Borsellino va a trovare la madre in via D’Amelio. Il cardiologo che doveva visitarla non è potuto venire per un guasto alla macchina. Al telefono il magistrato parla con la sorella Rita e le dice che verrà l’indomani, domenica 19, a prenderla e la porterà lui stesso dal cardiologo.

19 luglio 1992  Paolo Borsellino è nella villa al mare di Villagrazia di Carini. Si sveglia alle cinque, quando riceve una telefonata dalla figlia Fiammetta in vacanza a Bali, Indonesia. Risponde dettagliatamente a una professoressa di Padova che gli chiede: perché è diventano un giudice? Che cos’è la Dia? Che cos’è la superprocura? Esce in mare e si fa un bagno. Va a pranzo dal suo vecchio amico Peppe Tricoli, consigliere comunale dell’Msi. Fa un sonnellino, ma in realtà non dorme, fuma. Guarda in tv la tappa del Tour de France, perché è un appassionato di ciclismo. Alle 16.40 comunica a tutti che va a prendere la madre in via D’Amelio, il convoglio parte da Villagrazia e arriverà a destinazione circa venti minuti dopo. Vincenzo Scarantino si mette la tunica della confraternita religiosa della Guadagna e bussa a quattrini nel suo quartiere. I fratelli Graziano, costruttori edili, vanno a controllare il loro palazzo in costruzione in via D’Amelio. Raffaele Ganci, il capomafia della Noce, informa Salvatore Cancemi che Borsellino sarà ucciso prima che venga sera.
Il numero tre del Sisde Bruno Contrada, che ha scelto di passare le ferie a Palermo, passa la giornata con il suo vice Narracci sulla barca di un confidente. Salvatore Vitale, l’inquilino del pianterreno, presenzia al posteggio della Fiat 126, manda via i bambini che giocano in strada e se ne parte con la famiglia per Castelbuono. Salvatore Biondino dice a Giovanni Brusca che non è a disposizione perché “sotto lavoro”. Giuseppe Graviano, preceduto da una decina di uomini che gli fanno da staffette, si sistema nel giardino che chiude via D’Amelio con un telecomando. Emanuela Loi, la ragazza poliziotto, prima donna in una scorta, era in malattia a casa dei genitori in Sardegna con una febbre da cavallo, ma è tornata al lavoro per senso di responsabilità. La bomba esplode alle 16.58.

Il primo lancio dell’agenzia Ansa è delle 17.16.
ATTENTATO DINAMITARDO A PALERMO
(ANSA) – PALERMO, 19 LUG – Un attentato dinamitardo è stato compiuto a Palermo in via Autonomia Siciliana nei pressi della Fiera del Mediterraneo. Vi sono coinvolte numerose automobili e sono molti i feriti. Sul luogo dell’esplosione che è stata avvertita ad alcuni chilometri di distanza, sono confluite tutte le pattuglie volanti della polizia e dei carabinieri. Sono state richieste autoambulanze da tutti gli ospedali. Secondo le prime indicazioni della polizia, un magistrato sarebbe rimasto coinvolto nell’attentato. (ANSA).

19-LUG-92 17:16 
ATTENTATO DINAMITARDO A PALERMO (2)
(ANSA) – PALERMO, 19 LUG – Sul luogo dell’attentato le autoambulanze hanno raccolto decine di feriti per trasportarli negli ospedali della Villa Sofia, del Cervello e del Civico. Tra i feriti vi è anche un agente della polizia di stato che si pensa sia un agente di scorta. Uno dei primi soccorritori ha segnalato di aver trovato per terra una mano. La zona è sorvolata dagli elicotteri della polizia e dei carabinieri. 

19-LUG-92 17:23 NNNN
ATTENTATO DINAMITARDO A PALERMO (3)

(ANSA) – PALERMO, 19 LUG – Sul luogo dell’esplosione giacciono a terra i corpi di quattro persone morte. (ANSA).

19-LUG-92 17:55 
ATTENTATO DINAMITARDO A PALERMO: FERITO GIUDICE BORSELLINO
(ANSA) – PALERMO, 19 LUG – Nell’attentato di Palermo è rimasto ferito, secondo le prime notizie fornite dalla polizia, il giudice Paolo Borsellino. Nella violenta esplosione di una automobile imbottita di tritolo, sono rimaste coinvolte l’autovettura del magistrato e le due blindate della scorta

Da " Il vile agguato" di Enrico Deaglio

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