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La borsa e l'agenda rossa di Paolo Borsellino

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Dopo la strage – ha spiegato Lucia Borsellino – la borsa ci venne riconsegnata dal questore Arnaldo La Barbera, ma mancava l’agenda rossa. Mi lamentai subito della mancanza di quell’agenda rossa. Ho avuto una reazione scomposta. Me ne andai sbattendo la porta. Chiesi con vigore che fine avesse fatto la borsa e La Barbera, rivolgendosi a mia madre, le disse che probabilmente avevo bisogno di un supporto psicologico perché era particolarmente provata. Mi fu detto che deliravo. La Barbera escludeva che l’agenda fosse nella borsa”. Sulla scomparsa del diario di Borsellino è già stato celebrato a Caltanissetta un processo (concluso con l’assoluzione) a Giovanni Arcangioli, il carabiniere immortalato pochi attimi dopo la strage mentre si muove in via d’Amelio con in mano la borsa del giudice.

Lucia BORSELLINO: «Vent’anni fa con mio fratello andammo a consegnare l’unica agenda rimasta a casa, quella grigia dell’Enel, l’unico documento in cui si evince che mio padre incontrò l’onorevole Mancino e qualcun altro. Quella testimonianza sarebbe divenuta verità processuale se solo allora fosse stata depositata agli atti dalla procura di Caltanissetta.
Quell’agenda l’andai a consegnare personalmente, un commesso me la stava sottraendo dalle mani perché fosse messa agli atti. Chiesi che venissero fatte le fotocopie davanti a me, pagina per pagina, e me le sono portate a casa.
Ricordo dei volti quasi infastiditi. Quando Arnaldo La Barbera venne poi a casa mia a consegnare la borsa di mio padre ho scoperto, dopo vent’anni, che questa consegna non era stata verbalizzata agli atti. E quando l’aprii e vidi che non c’era l’agenda rossa che ho visto aprire e chiudere da mio padre quella mattina del 19 luglio, perché dormivo nel suo studio, dissi: "Come mai questa agenda non è presente?"
Mi risposero: "Ma di quale agenda sta parlando?".
Ho sbattuto la porta e La Barbera ebbe il coraggio di dire a mia madre: "Faccia curare sua figlia perché sta male, sta vaneggiando".
Io queste cose le ho raccontate alla Procura di Caltanissetta. E dopo vent’anni sono tornata lì e non c’era nulla, non c’era una traccia nei verbali».  
da “La Repubblica” del 20 giugno 2014

Lettera di Salvatore Borsellino all’Ufficiale dei CC Giovanni Arcangioli assolto poi dal tribunale di Caltanissetta per la sottrazione della borsa di Paolo Borsellino dopo la strage. 27.12.2017
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«Signor Arcangioli, spero i suoi impegni all’accademia dei carabinieri e la soddisfazione per la decisione della Cassazione le lasceranno il tempo di leggere queste poche righe vergate di prima mattina da un siciliano cresciuto laico ma con una foto di due giudici sul comodino e con la Costituzione al posto della Bibbia. Vedo e rivedo quelle immagini, la vedo e rivedo con la borsa di un giudice appena morto allontanarsi dal luogo della strage di via D’Amelio. La vedo tranquillo, soddisfatto, vittorioso.

Senza il minimo turbamento per la catastrofe che la circonda. Lei non si è mai fatto processare per quella illegittima sottrazione e non ha mai dato una versione univoca e attendibile di quel gesto. Ha sempre dato varie e discordanti versioni in quanto “turbato dal vedere quei corpi”; sembra tutt’altro dalle immagini, glielo assicuro. Hanno archiviato l’indagine a suo carico per furto aggravato dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, e ora hanno respinto il ricorso della procura di Caltanissetta: gli italiani non sapranno mai la verità, non sapranno mai se lei è innocente o se lei è autore del furto di quell’agenda su cui erano scritti appunti pericolosi come armi atomiche e se lo fece per favorire cosa nostra. 
Voglio solo dirle che forse non sapremo mai la verità, ma che quelle immagini per noi significano molto, e vederla con quella borsa in mano per gli italiani è metà della torta. Già, non sappiamo per conto di chi e perché lei fece quel gesto inconsulto, ma lo fece, e noi abbiamo le prove. Nessuno potrà scagionarla di averci privato di una parte di verità che ci spetta come italiani e come siciliani. Fino a quando lei continuerà a tacere rimarrà colui che fino a prova contraria ha sottratto la borsa del giudice. 
Perché? Lei ha il dovere morale di dire il perché di quelle oscure manovre quando il corpo del giudice Borsellino era ancora caldo e quando la Sicilia era sgomenta. Signor Arcangioli, io non so se la sua coscienza le lasci tregua, la nostra memoria di certo non lo farà mai. Parli, finché è in tempo, e non ci privi di un nostro diritto.

P.S.: il mistero dell’Agenda Rossa. Eccolo. L’ufficiale venne ripreso, intorno alle 17.30 del 19 luglio, mentre si allontana velocemente dall’auto della vittima con in mano l’inseparabile valigetta di cuoio del giudice. La borsa ricomparve nella macchina successivamente, circa un’ora dopo; venne sequestrata e repertata: dentro, però, l’agenda non c’era. Cosa accadde tra le 17.30 e la redazione del verbale di sequestro dei reperti che non fa cenno al documento? 
Il nodo è tutto qui. Arcangioli ha sempre sostenuto di non avere aperto l’agenda e di averla mostrata a Giuseppe Ayala, ex collega di Borsellino, nel ‘92 deputato, tra i primi ad accorrere in via D’Amelio. Ma la versione del militare non ha convinto i magistrati che inizialmente l’hanno indagato per false informazioni. Ayala ha negato di avere ricevuto la borsa dal capitano e ha sostenuto di averla vista nell’auto, di averne parlato con l’ufficiale e di averla consegnata a un altro carabiniere. 
Di certo c’è che quando la borsa vuota fu ritrovata nella blindata di Borsellino presentava bruciature che prima non c’erano. Nel frattempo la macchina aveva preso fuoco: ciò confermerebbe che la valigia era stata tolta e poi rimessa dentro. Inoltre, nelle immagini si vedeva Arcangioli allontanarsi velocemente dal luogo della strage con la borsa, in una direzione, che secondo gli inquirenti che, su sollecitazione del gip ne chiesero il rinvio a giudizio, non sarebbe giustificata né dalla presenza di soggetti istituzionali, né da motivi investigativi. 
Ma la sentenza di proscioglimento, confermata dalla Cassazione, ha escluso il coinvolgimento dell’ufficiale».

Venticinque Anni
di Salvatore Borsellino

«Venticinque anni, ed è come se fosse successo solo ieri.
Venticinque anni, la voce di mia moglie che mi chiama e mi dice: “Corri perché stanno dicendo alla televisione di un attentato a Palermo”. Ed io che non ho bisogno di correre perché da 57 giorni tutti sappiamo quello che sarebbe successo.
Venticinque anni e un volo verso Palermo che dura quanta una vita, con la speranza che quelle notizie non siano vere, che mio fratello sia ancora vivo. E invece all’arrivo la voce di mia madre, al telefono, che mi dice: “Tuo fratello è morto”.
Venticinque anni ed è come se fosse successo solo ieri, venticinque anni e le ferite che continuano a sanguinare, venticinque anni ed è come se tutti gli orologi si fossero fermati con le lancette su quell’ora del 19 luglio, come l’orologio nella sala d’aspetto della stazione di Bologna si fermò a segnare l’ora in cui tante vite erano state spezzate su quel treno.
Venticinque anni e i ricordi di milioni di persone si sono fermati come cristallizzati sulla scena di quello che stavano facendo in quel giorno e a quell’ora, un ricordo fermo, immobile, che non potrà mai essere cancellato.
Venticinque anni e non puoi più dimenticare, perché tuo fratello è andato in guerra ma ad ucciderlo non è stato il fuoco del nemico che era andato a combattere, ma il fuoco di chi stava alle sue spalle, di chi avrebbe dovuto proteggerlo, di chi avrebbe dovuto combattere insieme a lui.
Venticinque anni e non c’è tempo per piangere, non è tempo di lacrime perché é solo tempo di combattere per la Verità e per la Giustizia, per quella Giustizia che viene invece irrisa, vilipesa, calpestata da un depistaggio durato per l’arco di ben tre processi.
Un depistaggio ordito da pezzi deviati dello Stato, ma avallato da magistrati che se ne sono resi complici, che avrebbero dovuto rigettarlo tanto era inverosimile che potesse essere stato affidato ad un balordo di quartiere il compito di uccidere Paolo Borsellino.
E poi un quarto processo nel quale si pretendeva di processarne la vittima accusandolo delle calunnie a cui era stato costretto con torture di ogni tipo da pezzi di uno Stato deviato che per occultare la Verità nascondono nelle loro casseforti una Agenda Rossa sottratta dalla macchina di Paolo ancora in fiamme.
Venticinque anni, e ogni anno in Via D’Amelio per impedire quei funerali di Stato che la nostra famiglia rifiutò fin dal primo momento, per impedire che degli avvoltoi arrivino in Via D’Amelio portando i loro simboli di morte per accertarsi che Paolo sia veramente morto.
Venticinque anni e nelle orecchie ancora la voce di mia madre che dice a me e a mia sorella Rita, mentre ancora ha nello orecchie il boato dell’esplosione che le portava via il figlio, “Andate dappertutto, dovunque vi chiamano, a parlare del sogno di Paolo, fino a che qualcuno parlerà di Paolo e del suo sogno vostro fratello non sarà morto”.
Venticinque anni, e non so quanti anni ancora per obbedire, fino all’ultimo giorno della mia vita, al giuramento fatto a mia madre.

«Venticinque anni e nel cuore una sola certezza: che il sogno di Paolo non morirà mai, perché era soltanto un sogno d’amore. E non potranno mai intentare una bomba che uccida l’amore».

Postfazione da “Quel Terribile ‘92” di Aaron Pettinari, Imprimatur Ed., 2017
Ripreso da “Paolo Borsellino e L’Agenda Rossa” (terza versione, 2017) a cura del Movimento delle Agende Rosse, da pag. 24 a pag. 26

da “L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino” di Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco, pagg. 186-187

Palermo, venerdì 17 luglio 1992. Un po’ d’aria. - Borsellino arriva in famiglia nel tardo pomeriggio, teso, nervoso. A casa, però, trova spazio per un momento di ottimismo. Dice a Manfredi: «Sento che il cerchio attorno a Riina sta per chiudersi, stavolta lo prendiamo». Non fa il nome di Mutolo, non può farlo, ma confida a suo figlio che c’è un nuovo pentito, uno che sa tante cose, che ha fatto rivelazioni su uomini d’onore vicini a Riina. Ma c’è di più, anche se quel di più Manfredi lo verrà a sapere solo dopo: il giorno precedente, Mutolo ha promesso di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ecco perché Borsellino è così nervoso. A un tratto propone ad Agnese: «Andiamo a Villagrazia, ho bisogno di un po’ d’aria, ma senza scorta, da soli». Agnese è stupita. «Da soli? Paolo, cosa c’è? È successo qualcosa?». «Andiamo», ordina. La moglie lo conosce, lo segue. In macchina, in silenzio, mentre cala la sera, Agnese lo guarda, capisce che è tormentato da mille angosce, mille dubbi. Riesce a fargli ammettere che qualcosa è successo: Mutolo ha parlato, ha detto cose gravissime, ha accusato personaggi al di sopra di ogni sospetto. Paolo è sconvolto, confida ad Agnese che alla fine dell’interrogatorio era cosi traumatizzato da avere addirittura vomitato. «Stavo malissimo» dice. Anni dopo, Agnese, sentita come teste nel processo Borsellino ter, ricorda: «Mutolo gli aveva annunciato che avrebbe dovuto parlare di Signorino, però mio marito ha detto pure: “Se ne riparla la prossima settimana, perché è tardi e dobbiamo [...] abbiamo chiuso già il verbale, dunque se ne riparlerà lunedì”». La moglie di Borsellino afferma che Paolo quella sera non fa altri nomi. E lei non insiste con le domande, cogliendo il suo profondo turbamento. «Non gli ho fatto altre domande, sapevo che avrebbe significato ferirlo ancora di più. Capivo che dentro di lui provava un dolore immenso». Che ha detto di così sconvolgente Mutolo a Borsellino? Ha parlato solo di Contrada e Signorino? Ha parlato d’altro?

PAOLO BORSELLINO, il coraggio della solitudine

A cura di Claudio Ramaccini - Responsabile Comunicazione Centro Studi Sociali contro la mafia - PSF

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