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VIA D’AMELIO - L'attentato e le indagini

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Da dove hanno agito i killer


VIDEO VIA D'AMELIO

Nel 2008, è spuntato sulla scena dei dichiaranti un ex killer di Brancaccio, Gaspare Spatuzza, che dalla cella del 41 bis dov’era sepolto dagli ergastoli ha proposto al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso la sua versione dei fatti sulla strage di via d’Amelio.  Ha detto di volere “il perdono di Dio” e ha chiesto un incontro a un vescovo, per confessarsi. Davanti ai magistrati della Procura di Caltanissetta, Spatuzza ha smentito il pentito Vincenzo Scarantino sulla dinamica del furto dell’autobomba e poi sulla sua preparazione; ha introdotto soprattutto altre presenze nel gruppo operativo rispetto a quelle già consacrate nelle sentenze definitive. Così, per i pm nisseni è iniziata una nuova fase di indagini, non solo sulla fase esecutiva della strage del 19 luglio 1992, ma anche su chi accreditò Vincenzo Scarantino come pentito credibile.  Sulla base della nuova inchiesta, la Procura generale di Caltanissetta ha chiesto e ottenuto dalla corte d’appello di Catania la sospensione della pena per otto condannati nel primo e nel secondo processo Borsellino. Salvo Palazzolo



La presenza del SISDE in via d’amelio. Torniamo in via D’Amelio, nei minuti immediatamente successivi alla strage. Il primo dettaglio anomalo, come anticipavamo, è l’immediata presenza di uomini del SISDE sul luogo dell’esplosione.

Riferisce alla Commissione Pietro Grasso:

GRASSO. “…le incongruenze determinate dalla presenza accertata in via D’Amelio, nell’immediatezza della strage, di appartenenti a Servizi di sicurezza intenti a cercare la borsa del magistrato attorno all’auto. Sono le testimonianze del sovrintendente Maggi e di un vice sovrintendente, Giuseppe Garofalo, che danno l’idea di questo attivismo di persone tutte vestite allo stesso modo che avevano già visto presso gli uffici di La Barbera, nel corso delle indagini di Capaci e che si aggiravano lì…”. Un contesto peraltro puntualmente ricostruito nella sentenza del Borsellino quater (pag.783 e ss.): “(…) è innegabile che vi sono delle oggettive incongruenze nello sviluppo delle primissime indagini per questi fatti e che rimangano diverse zone d’ombra. (…) Tutt’altro che rassicuranti, ad esempio sono le emergenze istruttorie relative alla presenza, in via D’Amelio, nell’immediatezza della strage, di appartenenti ai servizi di sicurezza, intenti a ricercare la borsa del Magistrato. Infatti, uno dei primissimi poliziotti che arrivava in via D’Amelio, dopo la deflagrazione delle ore 16:58 del 19 luglio 1992, era il Sovrintendente Francesco Paolo Maggi, in servizio alla Squadra Mobile di Palermo. (…) Il Sovrintendente Maggi, dunque, confidando di poter trovare qualche altra persona ancora in vita, si faceva strada fra i rottami, (…) notava quattro o cinque persone, vestite tutte uguali, in giacca e cravatta, che si aggiravano nello scenario della strage, anche nei pressi della predetta blindata: “uscii da… da ‘sta nebbia che… e subito vedevo che arrivavano tutti ‘sti… tutti chissi giacca e cravatta, tutti cu’ ‘u stesso abito, una cosa meravigliosa”, “proprio senza una goccia di sudore”. Si trattava di “gente di Roma”, appartenente ai Servizi Segreti; infatti, alcuni erano conosciuti di vista (anche se non davano alcuna confidenza) ed, inoltre, venivano notati a Palermo, presso gli uffici del Dirigente della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera, anche in occasione delle indagini sulla strage di Capaci. La circostanza (mai riferita prima dal teste, nonostante le sue diverse audizioni) veniva confermata da un altro appartenente alla Polizia di Stato, vale a dire il Vice Sovrintendente Giuseppe Garofalo in servizio alla Sezione Volanti della Questura di Palermo che arrivava sul posto ad appena cinque minuti dalla deflagrazione. Il poliziotto notava, nei pressi della Croma blindata di Paolo Borsellino, un uomo in borghese, con indosso la giacca (nonostante il torrido clima estivo) e pochi capelli in testa. Alla richiesta di chiarimenti sulla sua presenza lì, l’uomo si qualificava come appartenente ai “Servizi”, mostrando anche un tesserino di riconoscimento. “…non riesco a ricordare se questo soggetto mi chiede della valigia, della borsetta del dottore o se lui era in possesso della valigia. Con questa persona, alla quale io chiedo, evidentemente, il motivo perché si trovava su quel luogo. Questo soggetto mi dice di appartenere ai Servizi”. Ricorda in Commissione, su questo punto, il giornalista Salvo Palazzolo:

PALAZZOLO. “Nel contesto delle stragi ci sono altre presenze. A 50 metri dal cratere di Capaci un agente del Centro Sisde di Palermo perde un bigliettino… Viene ritrovato questo bigliettino che dà atto di un guasto a un telefono, una utenza di un cellulare 337, che è riconducibile al vicecapocentro (del SISDE) Lorenzo Narracci. E fa riferimento a un guasto ‘numero due’ che, nel codice dei telefonini dell’epoca, è riferito a una possibilità che il telefonino sia clonato. Questa è una storia piena di coincidenze. Perché clonato era anche il telefonino di uno degli attentatori della strage. E sicuramente è una coincidenza, una strana coincidenza, che quel bigliettino sia caduto lì e che faccia riferimento a Narracci che poi è personaggio molto vicino a Contrada. Soltanto cinque anni dopo l’agente Festa (che aveva materialmente ricevuto in consegna quel telefonino ndr.) si presenta alla magistratura per dire ‘non sono venuto prima perché avevo timore di polemiche però voglio riferivi che avevo ricevuto questo telefonino da un altro collega che mi aveva detto: tu hai tuo suocero che lavora alla SIP, il telefonino del vicecapocentro del SISDE non funziona, vedi se puoi darlo a tuo suocero per farlo riparare…’. Sembra alquanto inverosimile che un telefonino così delicato del vicecapocentro del SISDE, in caso di guasto, non sia stato affidato a una agenzia specializzata, quindi con procedure specializzate, ma venga affidato al suocero di un collega”. “Un’altra coincidenza molto strana è quella relativa alla presenza, il pomeriggio della strage, su una barca a largo di Mondello, di Bruno Contrada, di un imprenditore del settore degli abiti da sposa e di Narracci. Cosa accade? Un minuto dopo la strage risultano dei contatti telefonici sui telefonini delle persone che stanno in barca. Questo imprenditore sostiene che fu la figlia a dargli la notizia un minuto dopo la strage che c’era stato l’attentato a Borsellino. I magistrati si sono interrogati come avesse fatto questa ragazza un minuto dopo a sapere che l’attentato era ai danni del Borsellino… Questo imprenditore del settore degli abiti da sposa rilevano le indagini, aveva avuto contatti con personaggi legati alla famiglia mafiosa dei Ganci”. È di quei primi concitati momenti la sparizione dell’agenda rossa del giudice Borsellino. Così la ricostruisce il pm Gozzo:

GOZZO. “Io sono alla procura di Palermo dal 1992 e quindi molti di questi soggetti li conoscevo. Ad esempio il capitano Arcangioli. Ho visto che ha preso la borsa dalla macchina, o qualcuno gliel’ha consegnata, e lui l’ha portata impettito lontano dalla macchina, praticamente fuori dalla zona transennata… Ha riportato, poi, di nuovo, la borsa nella macchina in fiamme e l’ha rilasciata dentro. Io gliel’ho chiesto: ‘E’ normale, secondo lei, comportarsi in un modo del genere?’. La risposta che mi venne data dal capitano Arcangioli fu che era una cosa che si usava fare in Polizia e tra i Carabinieri, cioè si usava vedere se una cosa fosse utile, prenderla ed eventualmente poi rimetterla nello stesso posto. Io ho detto: ‘Guardi a me non è mai capitato di verificare una cosa di questo genere in tutta la mia carriera professionale…’”. “Il collega Ayala ha reso diverse versioni… non so quanto tutto questo appartenga al modo di essere di Ayala oppure evidentemente a una voglia in qualche modo di depistare le indagini. Saranno i colleghi di Caltanissetta a stabilirlo”. Singolare è anche la gestione dei reperti recuperati nella macchina del giudice Borsellino.  “…gestione assolutamente sui generis. Prima da parte della Squadra mobile e della Questura di Palermo, poi da parte della Procura di Caltanissetta. Perché parlo di Squadra mobile? Perché successivamente al riposizionamento della borsa all’interno dell’autovettura, fu poi un agente della Squadra mobile, tale Maggi, a prenderla e portarla nello studio di La Barbera. Ma La Barbera sostiene di essersi accorto di questo solo a cinque mesi dai fatti. Stiamo parlando da luglio a fine dicembre. Questa borsa sembra che abbia giaciuto là senza nessuna attenzione per tutti questi mesi. Dai colleghi (magistrati) a cui viene infine riportata la borsa viene fatta una repertazione di ciò che c’era all’interno della borsa. Una repertazione che però non comprende l’agenda marrone… Tra l’altro non esiste un verbale di restituzione di tutto questo, c’è semplicemente a margine di un verbale: ‘vengono restituiti alla signora Borsellino alcuni effetti personali appartenuti e ritrovati in via D’Amelio’. Punto”.  Fonte mafie blog autore repubblica 8.11.2020

 

La richiesta della Procura generale di Caltanissetta (13/10/2011)  La Procura di Caltanissetta, diretta da Sergio Lari, ha poi chiesto l’emissione di quattro ordinanze di custodia cautelare, riguardanti il capomafia pluriergastolano Salvino Madonia (è accusato di aver partecipato nel dicembre 1991 alla riunione della Cupola in cui si decise l’avvio della strategia stragista), i boss Vittorio Tutino e Salvatore Vitale (il primo rubò con Spatuzza la 126 per la strage; il secondo abitava nel palazzo della madre di Borsellino, in via d’Amelio, e avrebbe fatto da talpa agli stragisti). Un quarto provvedimento ha riguardato il pentito Calogero Pulci, era l’unico in libertà: è accusato di calunnia aggravata, perché con le sue dichiarazioni avrebbe finito per fare da riscontro al falso pentito Vincenzo Scarantino.

Le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza
Il racconto di Spatuzza è dettagliato: dopo gli opportuni riscontri svolti dal centro operativo Dia di Caltanissetta, i magistrati hanno avuto chiari i retroscena della strage Borsellino, organizzata dal clan mafioso di Brancaccio, diretto dai fratelli Graviano. E’ rimasto il mistero su un uomo che il giorno prima della strage avrebbe partecipato alle operazioni di caricamento dell’esplosivo sulla 126, in un garage di via Villasevaglios, a Palermo. Spatuzza non lo conosce, i magistrati sospettano che possa essere un appartenente ai servizi segreti.
Interrogatorio del 3/7/2008 (riguardante anche la strage Falcone)
Interrogatorio del 17/9/2009
Interrogatorio del 22/6/2010 (è allegata una lettera-appello di Spatuzza al boss Pietro Aglieri)
Interrogatorio del 3/5/2011

L’autodifesa dello 007 Lorenzo Narracci
E’ stato indagato per concorso in strage, i pm di Caltanissetta hanno sospettato che fosse lui il misterioso uomo nel garage di via Villasevaglios, ma il pentito Spatuzza non l’ha riconosciuto.
L’audizione di Narracci davanti ai pm di Caltanissetta

La confessione dei falsi pentiti  Il racconto di Spatuzza sugli esecutori della strage di via d’Amelio è stato confermato soprattutto dalla confessione di chi si era accreditato come collaboratore di giustizia attendibile, depistando le indagini sull’eccidio del 19 luglio 1992. E’ una confessione drammatica, che parla di abusi e violenze subite da alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine, per costruire una verità di comodo.
Interrogatorio di Vincenzo Scarantino (28/9/2009)
Interrogatorio di Francesco Andriotta (17/7/2009)
Interrogatorio di Salvatore Candura (10/3/2009)

Il perché di un errore giudiziario  Un errore madornale, fatto per l’ansia di trovare un colpevole, o un depistaggio costruito ad arte? I magistrati di Caltanissetta hanno esplorato tutte le ipotesi. Un’ombra inquietante è nella nota inviata dall’Aisi alla procuratore Lari, che riferisce di una collaborazione con i servizi segreti intrattenuta in passato dal dirigente Arnaldo La Barbera, il coordinatore del gruppo d’indagine “Falcone-Borsellino”.
La nota dell’Aisi sul questore La Barbera

Le dichiarazioni del nuovo pentito Fabio Tranchina  Quando le indagini su via d’Amelio erano ormai a una svolta, la Dia è riuscita a far collaborare l’ex autista di Giuseppe Graviano, Fabio Tranchina, che conosce molti dei retroscena delle stragi voluta da Cosa nostra.
Interrogatorio del 16/4/2011
Interrogatorio del 21/4/2011
Interrogatorio del 22/4/2011
Interrogatorio del 3/5/2011

La scena del crimine I magistrati di Caltanissetta hanno chiesto alla polizia scientifica di ricostruire minuziosamente la scena di via d’Amelio, dove si consumò la strage Borsellino, per cercare di individuare la genesi del depistaggio istituzionale, ma anche per evidenziare ulteriori riscontri alla verità offerta dal pentito Spatuzza.
Relazione della polizia scientifica sulla scena di via d’Amelio

 

  • Ordinanza GIP 1 [29]
  • Ordinanza GIP 2 [30]
  • Ordinanza GIP 3 [31]

 

LA BORSA E L’AGENDA ROSSA  Ci sono troppi profili di quel tragico disegno stragista che restano ancora oscuri. Bisogna insistere perché gli eventi vengano ricostruiti in tutte le loro implicazioni e sfaccettature. Le dichiarazioni rilasciate dal pentito e gli elementi da lui forniti alle Procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo hanno consentito di ristabilire finalmente alcune verità sulle stragi.  Occorre seguire un metodo preciso nella ricostruzione delle vicende, lo stesso metodo che ha ispirato la mia carriera di magistrato: credere solo a quello che è riscontrabile, provato, offrire elementi di conoscenza, anche piccoli, che aggiungano tasselli al quadro, senza cadere nella tentazione di dipingere scenari opinabili, anche se suggestivi, ipotetici e non dimostrabili. Se si vuole chiarezza, si deve partire da ciò che è accertato, senza smettere di sollevare interrogativi e sottolineare i punti oscuri che richiedono un’ulteriore riflessione. Pietro Grasso 

 

CONFERENZA STAMPA PROCURA DI CALTANISSETTA. 19 LUGLIO 1994. Trascrizione tratta da Radio Radicale, "Gli ultimi sviluppi delle indagini sulla strage di Via D'Amelio tenuta in occasione del II anniversario della morte del giudice Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta."

  • GIOVANNI TINEBRA: Noi oggi qui celebriamo il secondo anniversario delle eccidio di via d'Amelio ed abbiamo la profonda, commossa, consapevole soddisfazione di celebrarlo nel modo giusto, cioé in maniera fattiva Ieri infatti abbiamo chiesto ed ottenuto sedici ordinanze di custodia cautelare nei confronti di alcuni dei mandanti e degli esecutori materiali della strage. (...) Voi sapete quali sono i miei sentimenti nei confronti dei media, sentimenti di stima, rispetto e consapevolezza della interdipendenza dei nostri compiti. Ciò esige però piena lealtà ed assoluta responsabilità nell'esercizio delle rispettive funzioni, nostre giudiziarie, vostre di informazione. Non è consentito, alla luce di questi principi, anticipare in maniera veramente avventata, consentitemelo, notizie che possono avere effetti sconvolgenti e per le indagini in corso e per la sicurezza personale di quanti, collaboratori e familiari, magari sono ancora senza protezione. Vi ho sempre detto, mi rendo conto di quelle che sono le vostre esigenze e vi vengo incontro, e ciascuno di voi ne è testimone, però vi prego, ricordiamoci che molte volte un malaccorto, malaccorto da un punto di vista di tempestività, sicuramente non di buona fede, esercizio del diritto-dovere di informazione puó portare conseguenze sconvolgenti, come nel caso che ci occupa. Vi posso dire che grazie a determinate precauzioni, che avevamo preso in precedenza, e alla eccellente fattività dei nostri collaboratori sul campo, abbiamo portato a termine interamente l'operazione, e sul profilo operativo procedimentale e sotto il profilo di assicurazione a misura di protezione delle persone interessate. Ma vi posso dire che abbiamo corso un grosso pericolo, quindi per favore, per il futuro, augurandoci che il futuro ci riservi ancora gradite sorprese come quella di oggi, consultiamoci un momentino e decidiamo assieme se è il momento di dare certe notizie o se piuttosto non è meglio aspettare un momentino per far sì che le notizie da dare siano più belle e più importanti. Scarantino. Io credo di poter dire finalmente che questa Direzione Distrettuale Antimafia ha onorato i suoi impegni. Due anni fa, tra le macerie ancora fumanti e taluni focolai di incendio che stentavano a spegnersi, io e i miei collaboratori dicemmo "ce la metteremo tutta per arrivare in fondo a questa vicenda", pur sapendo che avevamo di fronte un'impresa titanica, pur sapendo che i precedenti non deponevano per un segno positivo di questo nostro proponimento. Cominciamo da un numero di telaio malamente leggibile su un pezzo di motore di macchina reperito in mezzo a mille altri tra le macerie di via D'Amelio. È cominciata da là le indagini sulla strage di via D'Amelio. Mi ricordo che allora la DDA era composta dal dottor Polina, che oggi è Roma, dal dottor Giordano, Petralia e Vaccara, che oggi è (...). E ci mettemmo di buzzo buono a lavorare, con l'aiuto di tutti i pezzi dello Stato. Fu costituito il famoso gruppo stragi, dalla polizia di stato, quaranta tra ufficiali di pg e agenti, sotto la guida del dottor La Barbera, che cominciarono a lavorare in maniera seria, impegnata e indefessa con sommo spirito di sacrificio e altissima competenza. Ed è a loro che per primi io pongo il mio ringraziamento. Oggi non saremmo qua a dirci queste cose se non ci fosse stato il gruppo stragi della polizia di Stato. Le indagini su via D'Amelio sono firmate da loro, questo è giusto che si sappia. E partimmo da allora, rivoluzionando un ufficio che fino a quel momento era stato dimensionato a ben altra attività giudiziaria, rivoluzionando l'organico di magistrati e funzionari, grazie all'aiuto delle competenti direzioni del ministero, uno dei pezzi dei quali oggi ho il piacere di avere qui accanto, Liliana Ferraro, vecchia amica sempre accanto a noi nei momenti di bisogno. E cominció la nostra avventura. Si arrivó al furto della centoventisei e si arrivó a Scarantino. Vi ricordate cosa successe quando chiedemmo la misura cautelare nei confronti di Scarantino? Manifestazioni popolari in sua difesa, tutta una serie di interrogativi, ma chissà se è vero, chissà se questi giudici di Caltanissetta hanno fatto bene il loro lavoro, se hanno preso un abbaglio, e via di lì. Noi stringemmo i denti e continuammo. E arrivammo al telefonista. Indi arrivammo al carrozziere, indi arrivammo al primo livello della mafia, Profeta, braccio destro di Pietro Aglieri e Carlo Greco. Ne ottenemmo il rinvio a giudizio. Ma avevamo altre cose in corso. Ed ecco che finalmente viene la luce. Viene la luce dopo le indagini, e qui ancora una volta desidero sottolineare che abbiamo seguito il metodo Falcone, indagini sul campo. I collaboratori di giustizia ci sono, per dare colore ad un quadro che è già stato delineato nelle sue connotazioni essenziali. E finalmente abbiamo saputo  di avere avuto ragione. Abbiamo una piena confessione con quindici chiamate in correità e siamo solo agli inizi. Abbiamo modo di affermare sul campo e con i fatti che anche questa strage fu ordinata da Totò Riina, il quale ebbe una riunione, con taluni pezzi della cupola, esattamente i capi dei mandamenti interessati sotto un profilo esecuzionale, vale a dire i mandamenti della Guadagna, Pietro Aglieri e Carlo Greco, e del Brancaccio, uno dei fratelli Graviano in rappresentanza degli altri. Si tenne questa riunione e si stabilì che Paolo Borsellino doveva morire perché avrebbe fatto più danno di Falcone e si passò alla fase operativa. Fase operativa che si è concretizzata nel reperimento della centoventisei famosa, nell'occultamento della stessa nell'officina di Orofino, nel caricamento della stessa, nel trasporto della stessa presso la casa di via D'Amelio e infine nel botto finale. Abbiamo acclarato come elemento di riscontro anche la piena colpevolezza di Pietro Scotto, il telefonista. Abbiamo la riprova che avevamo visto giusto. Siamo arrivati a sedici. Possiamo dire oramai con definitiva sicurezza, come abbiamo sempre detto, teorizzato ed in gran parte quasi dimostrato, che via D'Amelio è opera di cosa nostra. Abbiamo scoperto i mandanti e gli esecutori. Non ci fermiamo, andiamo avanti. Ma cerchiamo, ove vi siano, anche il resto dei mandanti, dentro e fuori cosa nostra. E cerchiamo, ove vi siano, anche il resto degli esecutori. Un'ultima notazione, perché è importante che si faccia. Noi abbiamo avuto la ventura, non perché siamo bravi ma solo perché le nostre indagini ci hanno portati ad incontrare certi fatti, di affermare talune cose che a prima vista sembravano un poco strane, non vi parlo della commissione interprovinciale, ne parleremo in altra occasione, vi parlo invece del famoso discorso degli uomini d'onore riservati. Riina da un certo periodo in poi, affilia uomini d'onore che non presenta a nessuno. Abbiamo la riprova della esattezza di questa strategia del Riina. Scarantino è uno degli uomini d'onore riservati.).
  • ILDA BOCCASSINI  Volevo puntualizzare alcune osservazioni che mi sembrano importantissime in una giornata come questa. Ribadisco il concetto espresso dal capo di questo ufficio, a cui va tutto il mio riconoscimento per il lavoro svolto a Caltanissetta. Cioè sono state premiate ancora una volta le indagini investigative pure. Ci siamo mossi con una logica di aggressione sul territorio e questo è stato premia le nel momento in cui una delle persone che era responsabile di questo reato ha accettato di collaborare con lo Stato. A questo punto va detto che il lavoro di questa procura è stato possibile perché tutti i pezzi dello Stato si sono contattati. E a questo punto deve andare Il mio personale ringraziamento, ma ritengo a nome di tutta la procura, alla dottoressa Liliana Ferraro che non ha mai abbandonato né Caltanissetta né altre procure. Senza l'aiuto del ministero di Grazia e giustizia, nella persona della dottoressa Ferraro, non sarebbe stato possibile ottenere oggi questi risultati . Ringrazio il collega Di Maggio, la cui esperienza, la professionalità e il coraggio dimostrato da quando ha assunto l'ingrato compito di essere vicedirettore del DAP. Senza l'aiuto di Di Maggio, senza la collaborazione del direttore di Pianosa, di tutti gli agenti a cui va il nostro ringraziamento totale, non sarebbe stato possibile gestire per la prima volta con Scarantino nel carcere di Pianosa e non portato subito in una struttura extracarceraria, gli eccellenti risultati che noi stiamo ottenendo. Il coraggio, ripeto, di persone come Liliana Ferraro, Francesco Di Maggio, persone che forse... Liliana già non è più direttore degli affari penali, mi auguro che Francesco Di Maggio rimanga vicedirettore delle carceri, non lo so se questo succederà, e per questo in questa giornata mi sento, come cittadino e come magistrato, di dire grazie a queste persone che hanno contribuito a questo eccellente risultato. E mi chiedo perché queste persone ci hanno lasciato o un'altra forse sta per lasciarci. Voglio fare un'altra osservazione. I collaboratori di giustizia sono una realtà essenziale per il paese. Lo ha dimostrato ancora una volta l'indagine sulla morte di Paolo Borsellino. Ma è arrivata, lo ripeto, questo concetto va ripetuto fino alla noia, perché vi erano già delle indagini che hanno consentito di valutare appieno quello che Scarantino Vincenzo ci diceva. Ma attenzione, Scarantino Vincenzo è stato per ventuno mesi sottoposto al regime del 41 bis. In un carcere speciale come quello di Pianosa e non ha avuto la possibilità, come è giusto che sia, di avere contatti con altri detenuti esponenti di cosa nostra e gli è stato consentito, così come la legge prevedeva, di avere colloqui solo con i propri familiari. Quindi il 41 bis è stata ancora un volta una scelta vincente. E lo dimostriamo con i fatti non con le parole.  Un'altra osservazione. Siamo appena agli inizi, è vero che abbiamo i dibattimenti in corso e questo sarà un momento molto importante. Però dobbiamo capire perché dal maggio 92 a tutto il 93 è stata portata in essere  da cosa nostra una vera e propria operazione di guerra contro lo Stato. Io La settimana scorsa ancora una volta come cittadina e poi come magistrato ho appreso con gratitudine dai colleghi di Roma che erano usciti con l'appartenenza dell'omicidio di via Fauro, del tentato attentato a via Fauro, e gli altri attentati, con cosa nostra. E allora questo qua è l'aspetto più importante. Che per la prima volta si è potuto di dimostrare che cosa nostra ha colpito fuori la Sicilia, e con Costanzo un obiettivo diverso. Con le altre stragi che cosa nostra per la prima volta  colpisce un obiettivo apparentemente insignificante. E allora bisogna chiedersi perché e questo impone a tutti doverosamente di andare avanti.  Un'ultima osservazione e mi riporto alle parole del procuratore Tinebra. La notizia  che è uscita è stato un atto di irresponsabilità da parte di chi l'ha pubblicata ma ancor di più, ritengo, e parlo a titolo personale, di chi ha divulgato la notizia, perché significa che c'è qualcuno che vuole remare contro le istituzioni e contro i l lavoro che i magistrati fanno. Io mi auguro che si riesca a stanare la talpa e chi ha consentito questo, mettendo a repentaglio la vita del collaboratore di giustizia e dei suoi familiari, degli investigatori e di tutti i ragazzi che sono giorno e notte in mezzo ad una strada e tutte le indagini. Mi chiedo perché ancora oggi vengono pubblicate false notizie di due falsi teoremi che vedono ancora una volta in contrapposizione, che non è, le dichiarazioni di altro collaboratore di giustizia, Salvatore Cancemi, e oggi Scarantino. Io mi chiedo e chiedo al senso di responsabilità di quei giornalisti che dovrebbero conoscere la storia di cosa nostra, quanto possa essere pericoloso questa disinformazione periodicamente, costantemente, di voler creare tanta confusione, da ritenere, al di là di quello che è stato scritto proprio dalla procura nissena, di ritenere che nella strage di via D'Amelio e la strage per l'uccisione del dottor Giovanni Falcone ci sia stata una contrapposizione all'interno di cosa nostra. È gravissimo che ancora i giornali pubblichino questo tipo di notizie. Ed io vorrei capire perché. È soltanto una stampa libera, una stampa responsabile, una stampa professionalmente competente deve impedire che ciò avvenga. Perché se non avvertite questi pericoli, allora veramente la magistratura verrà lasciata sempre più sola. Grazie.
  • GIOVANNI TINEBRA:  A proposto di quello che ha detto la collega e che condivido, forse è il caso di spendere trenta secondi, non di più, sul ventilato contrasto all'interno di cosa nostra che avrebbe fatto sì che via D'Amelio sarebbe una risposta, come affermazione di potenza, a coloro i quali la loro potenza avevano affermato con l'eccidio di Capaci. Non è affatto vero. Si tratta sempre di un'unica mente criminale, intesa come summit di cosa nostra, che ha ordito la prima e la seconda strage. Ovviamente, secondo le regole di cosa nostra, che si ancorano solidamente al territorio, all'eccidio di via D'Amelio hanno partecipato forze dei mandamenti di Brancaccio e della Guadagna che non erano state coinvolte invece nell'eccidio di Capaci. Quindi... tutt'altro segno che quello di dissidi interni e discordie. Al momento della strage di via D'Amelio i corleonesi avevano saldamente il potere e solo loro.  
  • DOMANDA GIORNALISTA (donna, non meglio specificata): (...) se tra i provvedimenti che sono stati emessi ce ne è anche uno nei confronti di Vitale o se il suo ruolo è stato confermato
  • GIOVANNI TINEBRA: Ecco, vede, questo qua è una della cose nei confronti delle quali noi lamentiamo una mancanza di collaborazione. Lei parla di persona che potrebbe anche essere indiziata e nulla più. Non c'è provvedimento nei confronti di Vitale, il quale, sicuramente sapendo dai giornali che è indagato, si guarderà bene dal farsi cogliere in castagna.
  • DOMANDA STESSA GIORNALISTA:   E l'ipotesi investigativa che ha portato all'iscrizione nel registro degli indagati di Bruno Contrada
  • GIOVANNI TINEBRA:  Lei parla di fatti vecchi di due anni. Non l'abbiamo coltivata. (Voce del collega accanto che, a bassa voce, dice "coperto strettamente dal segreto".) Lei mi chiede di cose coperte da segreto. Le posso dire che non è stata nessuna attivazione procedimentale. Le conseguenze, ove ve ne siano, traetele voi.
  • DOMANDA GIORNALISTA ATTILIO BOLZONI: (...) diceva la dottoressa Boccassini che probabilmente c'è qualcuno che rema contro. Non è la prima volta che qualcuno rema contro.
  • TINEBRA: Infatti.
  • BOLZONI: Non è la prima volta che alla vigilia di un'operazione (...) C'è sempre la fuga di notizie, (...) due volta nel caso Falcone, un volta nel caso Borsellino e Pietro Scotto e ultima, l'altro ieri (...)  perché pare che qualcuno sia pure scappato.
  • TINEBRA: No no no...
  • BOLZONI:  L'avete presa in tempo. 
  • TINEBRA:  Appunto. Le devo dire con profonda soddisfazione, le devo dire che se si è trattato di un tentativo di rovinare le nostre indagini questo tentativo è andato...
  • BOLZONI:  Avete aperto un'inchiesta interna?
  • TINEBRA:  No, apriamo un'inchiesta esterna.
  • BOLZONI:  Esterna. Ma le notizie vengono da dentro.
  • TINEBRA:  Beh, intanto provengono da determinati posti. Accerteremo chi... Speriamo, almeno, chi le ha fatte uscire.
  • BOLZONI:  Peró c'è (...) prima di capire (...) esterno.
  • TINEBRA:  Ma vede, dottore Bolzoni, il discorso è che il nostro interno è costituito da un gruppo così unito, così coeso, che è assolutamente inimmaginabile che la fuga di notizie venga dal nostro interno. Non solo, questa potrebbe essere una vana enunciazione di principio senza riscontro, ma noi abbiamo la prova provata del fatto che non venga dal nostro interno, perché puntualmente appena avviene un minimo di divulgazione in certe direzioni, automaticamente la notizie esce,  mentre prima no. Diciamo che, siccome non siamo nati ieri, ormai siamo attrezzati. E ormai non ci cadiamo più.

Inquietante il ricordo che Agnese Borsellino, la vedova di Paolo, ha raccontato al settimanale “Left” alla fine del 2011: “Mi chiamò l’ex presidente Cossiga un mese prima di morire. In quella telefonata mi disse: ‘La storia di via D’Amelio è da colpo di stato’. Poi chiuse il telefono senza dirmi nient’altro”.

 

13.7.2021 – MATTEO MESSINA DENARO IN VIA D’AMELIO. LO DICE TOTO’ RIINA  Analizzando le intercettazioni abbiamo scoperto che Riina indica Messina Denaro tra gli esecutori della strage di Via D'Amelio. Parla anche di un altro uomo che proviene dall’Albania. Ma nelle trascrizioni delle intercettazioni del 2013 c’è un omissis...

di Damiano Aliprandi IL DUBBIO

Matteo Messina Denaro è stato condannato in primo grado dalla Corte di assise di Caltanissetta per essere stato tra i mandanti delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio.

Dalle intercettazioni  abbiamo scoperto che Totò Riina lo indica chiaramente Ma Il Dubbio, analizzando attentamente le intercettazioni di Totò Riina quando era in 41 bis, ha scoperto che il capo dei capi ha chiaramente indicato il superlatitante Messina Denaro, “quello della luce”, così lo definisce, tra gli esecutori della strage di Via D’Amelio nella quale perse la vita  Era lì. Tanto che Riina gli ha dato ordine di tenersi preparato. Le intercettazioni di Totò Riina offrono nuovi spunti. Tra le sue parole c’è la chiave di volta del movente delle stragi (che non è la “trattativa” visto che la smentisce diverse volte), omicidi eccellenti commessi, ma anche di come hanno operato per compiere gli indicibili attentati.

Totò Riina parla di un altro uomo proveniente dall’Albania La strage di Via D’Amelio è stata descritta da Riina a più riprese durante i suoi colloqui con il compagno d’ora d’aria Alberto Lorusso. Parla anche di un altro uomo, tra gli esecutori, che proviene dall’Albania. Ma nelle trascrizioni delle intercettazioni del 2013 c’è un omissis. Per capire il riferimento alla partecipazione esecutiva di Matteo Messina Denaro alla strage di Via D’Amelio, bisogna contestualizzare.

Matteo Messina Denaro conosce bene i meccanismi decisionali di Cosa nostra Il superlatitante appartiene a una generazione più giovane rispetto a boss come Totò Riina e Bernardo Provenzano, secondo alcuni non avrebbe più alcun ruolo all’interno di Cosa Nostra, ma è certamente l’ultimo grande latitante della mafia siciliana. Non solo.

Conosce bene i meccanismi decisionali dell’organizzazione visto che ha partecipato alle riunioni, ha contribuito al famoso tavolino a tre gambe (mafia, imprenditori e politici) per la spartizione degli appalti pubblici e custodisce, quindi, i moventi che dettero impulso alla stagione stragista.

Il superlatitante figura centrale nel processo per gli attentati stragisti  tra il ’93 e il ’94 La Procura di Caltanissetta, in particolar modo grazie al magistrato Gabriele Paci, ha avuto il merito di attenzionare la figura di Messina Denaro rimasto fino a poco tempo fa estraneo ai processi nei confronti di mandanti ed esecutori delle stragi siciliane del ’92.

Da ricordare che il latitante è stato già figura centrale nel processo svoltosi avanti la Corte d’Assise di Firenze ed avente ad oggetto gli attentati stragisti commessi da Cosa nostra “nel continente” tra il ’93 ed il ’94, all’esito del quale venne condannato all’ergastolo per i reati di strage e devastazione.

Designato dal capo dei capi a fare il “reggente” della provincia di Trapani Grazie ad un’attenta rilettura degli atti giudiziari, si è potuto ricostruire il fatto che in rappresentanza della provincia di Trapani, l’attuale super latitante è stato designato da Totò Riina – a seguito del progressivo aggravarsi delle condizioni di salute del padre, Francesco Messina Denaro, storico uomo d’onore trapanese, rappresentante della provincia di Trapani oltre che del mandamento di Castelvetrano – a svolgere le funzioni di “reggente” della provincia sin dai tempi della guerra di mafia di Partanna deflagrata nell’87 e conclusasi nel ’91, e dunque ben prima della consumazione degli eventi stragisti del ’92.

Messina Denaro per Riina era “quello della luce”, perché si interessava all’eolico «Si, si, ci combattono da diversi anni con questo Gricoli (ex braccio destro economico di Messina Denaro, ndr) perché sempre … hanno detto … prestanome di … piritumpiti … piritampiti…, pali, pali e pali … pali e pali … sempre a pali vanno …, sempre pali di luce».

È Totò Riina che parla. Lo fa riferendosi a Matteo Messina Denaro, sul fatto che si sia dato allo sfruttamento della green economy. Ovvero all’energia eolica. Riina ce l’ha particolarmente con Messina Denaro per il fatto che si sia dedicato all’eolico. “I pali della luce”, li chiama. E fa una provocazione: «Io …visto che questo è cosi intelligente, così stravagante … solo … com’è che non me lo ha passato a me questo discorso di fare pali della luce? Perché io ho terreni là … ho dei terreni che sono i migliori che ci sono là … non è che gli sembra che sono terreni che non valgono niente. Lui si faceva vendere il posto del terreno, e lui sicuramente non aveva niente altro. Perché non mi faceva, non mi diceva di fare questi pali, di questi pali della corrente?».

Nelle intercettazioni Riina non nasconde la sua delusione per il suo ex pupillo Riina, a più riprese, ritorna su Matteo Messina Denaro. Sembrerebbe proprio che non gli sia andata giù che il suo pupillo (dalle intercettazioni che non riportiamo per motivi di spazio, si evince che aveva molto puntato su di lui per rispetto del padre) abbia deciso di dedicarsi a questo business. «Stravagante quello e quello … quello dei pali della luce più stravagante ancora di lui. Però sono tutti stravaganti», qui Totò Riina indica Messina Denaro inequivocabilmente come “quello dei pali della luce”. «Ci farebbe più figura se la mettesse nel culo la luce e se lo illuminasse», dice sempre Riina in 41 bis. «No, ma per dire che questo si sente di comandare, si sente di fare luce dovunque. Fa luce. Fa pali per prendere soldi, per prendere soldi». Totò Riina è chiaramente infervorato con Messina Denaro, perché «si è messo a fare la luce!». Davvero una delusione per lui, che cercava invece un prosecutore della sua strategia stragista.

Il capo dei capi racconta di come ha organizzato la strage di Via D’Amelio Ma ora veniamo al dunque. Come detto, Totò Riina a più riprese parla anche della strage di Via D’Amelio. Racconta di come è riuscito ad organizzare l’attentato in tre o quattro giorni, perché qualcuno gli disse di fare presto. Non in due giorni, ma tre o quattro giorni. Importante il numero, perché sarebbe interessante capire cosa ha detto o fatto Borsellino qualche giorno prima, tanto da mettere in allarme quel “qualcuno” che poi ha avvisato Riina di fare presto. Forse Borsellino qualche giorno prima si è esposto in maniera plateale?

Riina ribadisce che “quello della luce” era in Via D’Amelio Giungiamo ora al punto cruciale. Riina, ai colloqui del 6 agosto 2013, ad un certo punto dice: «Minchia, cinquantasette giorni (i giorni che passano dalla strage di Capaci a quella di Via D’Amelio, ndr). Minchia, la notizia l’hanno trovata là, da dentro l’hanno sentita dire che domenica deve andare (Borsellino, ndr) da sua madre, deve venire da sua madre. Gli ho detto: allora preparati, aspettiamolo lì. A quello della luce… anche perché … sistemati, devono essere tutte le cose pronte. Tutte, tutte, logicamente si sono fatti trovare pronti. Gli ho detto: se serve mettigli qualche cento chili in più». Ora sappiamo, che “quello della luce” è Matteo Messina Denaro. Difficile dare altra interpretazione. Totò Riina ha detto a “quello della luce” che doveva prepararsi, sistemare, farsi ritrovare pronti e se serve, di mettere altro esplosivo in più. Si riferisce alla Fiat 126 imbottita con 100 kg di tritolo che i mafiosi hanno parcheggiato sotto l’abitazione della madre. «Però io ci combattevo, tre giorni, quattro giorni la macchina messa là, andavo a cambiare il posteggio», dice Riina.«Quando io dico che uno deve lavorare! Deve lavorare perché deve capire che se ti serve un posto vicino alla portineria, lo devi lavorare, lo devi cercare, ci devi “combattere” (perdere tempo ndr) te lo prendi, te lo prendi e te lo conservi, metti la macchina», prosegue Riina.

E spunta “quello dall’Albania” esperto di esplosivo «Esci con una macchina e ci metti quella. E poi vai a trovarlo, vai a cercarlo, …. come quello che venne solo dall’Albania… vallo a trovare un esperto come questo», dice ancora Riina. A chi si riferisce? Chi è quello che venne dall’Albania? Potrebbe essere l’uomo che Spatuzza non riconobbe al garage di via Villasevaglios dove è stata imbottita la macchina? Riina aggiunge: «Ai domiciliari a Palermo, ci vuole fortuna». Chi era? C’è un proseguo, ma è omissato. Forse in quell’omissis si potrebbe trovare una risposta.

Un ricordo del giudice del primo maxiprocesso Alfonso Giordano Questa inchiesta la dedichiamo al giudice Alfonso Giordano scomparso oggi all’età di 92 anni. È stato il presidente della Corte del  primo maxiprocesso. Per la prima volta è stata processata e condannata  la mafia. Un uomo coraggiosissimo, accettò l’incarico per gestire il dibattimento, dopo che ben 10 colleghi l’avevano rifiutato, e per bene. Nonostante ciò è rimasto umile fino all’ultimo.

 

Le autopsie “raccontano” l’atrocità del massacro   Meno di due mesi dopo la strage di Capaci, si verificava un’altra azione terroristica per diffondere il terrore tra la popolazione e riaffermare nel modo più violento il potere di “Cosa Nostra”, con l’eliminazione del magistrato che era divenuto un grande punto di riferimento ideale per tutto il Paese

«A poche ore dal fatto, il 20.7.1992 alle 00.25, il Pubblico Ministero di Caltanissetta in persona dei dott. Giovanni TINEBRA, Francesco Paolo GIORDANO e Francesco POLINO, ai sensi dell’art. 360 C.P.P., aveva affidato incarico di consulenza tecnica autoptica sui cadaveri delle vittime della strage a un collegio di esperti medici legali, costituito dal dott. Paolo PROCACCIANTE (rectius Procaccianti: n.d.e.), Direttore dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Palermo, e dai dott. Livio MILONE e Antonina ARGO, assistenti nel predetto Istituto.

L’ispezione esterna dei cadaveri e l’esame autoptico dei medesimi, per la determinazione delle cause della morte, sono stati effettuati nell’immediatezza del conferimento dell’incarico, come appare dai relativi verbali e relazioni autoptiche.

Il cadavere di Paolo BORSELLINO, trovato con indosso una cintura in cuoio marrone con frammento in stoffa, residuo della cintola dei pantaloni e frammento di stoffa di cotone verde, residuo di maglietta tipo “polo”, si presentava depezzato, risultando assenti l’arto superiore destro ed entrambi gli arti inferiori.

All’esame esterno si rilevava vasta area di ustione su buona parte dell’addome e del torace, nonché al viso, con colorito nerastro sulle regioni frontali e parietali.

Al capo si riscontrava soluzione di continuo lineare interessante il cuoio capelluto dalla regione frontale al padiglione auricolare destro, con distacco pressoché completo del padiglione stesso ed esposizione del condotto uditivo e della sottostante teca cranica; ferita all’arcata sopraciliare destra, frattura alle ossa nasali, ampia ferita lacero-contusa al cuoio capelluto.

Inoltre, si riscontrava asimmetria dell’emitorace destro con spianamento della regione mammaria, e fratture costali multiple; deformazione del profilo dell’addome; squarcio perineale; numerose soluzioni di continuo alla superficie cutanea del dorso.

L’esame con il “metal-detector” rilevava in varie sedi la presenza di numerosi frammenti metallici di varie dimensioni, ritenuti superficialmente sino ai piani muscolari, in particolare rinvenuti al capo in regione temporo-occipitale e al dorso in regione lombare.

Unitamente al cadavere si rinvenivano altri residui umani, verosimilmente appartenuti al medesimo, elencati e descritti nella relazione autoptica agli atti.

I medici legali concludevano che il decesso di Paolo BORSELLINO era stato determinato “da imponenti lesioni cranio-encefaliche e toraco-addominali da esplosione”.

GLI ACCERTAMENTI SUI CORPI DEGLI AGENTI Il cadavere di Walter CUSINA veniva trovato con indosso un paio di pantaloni tipo “jeans” di colore verde, camicia in cotone a righe, slip in cotone bianco.

L’ispezione esterna evidenziava aree di affumicamento cutaneo alla nuca e alla regione cervicale, nonché deformazione del massiccio facciale, frattura della mandibola e delle ossa nasali; ampio squarcio cutaneo alla regione anteriore del collo, da un angolo all’altro della mandibola, “… da cui protrude grosso frammento metallico, che viene repertato; detto frammento appare penetrare in profondità pervenendo sino alla cavità orale, con ampio sfacelo delle parti molli e recisione del fascio vascolo-nervoso destro del collo”.

Inoltre, si rilevava: uno squarcio in regione sternale e soluzioni di continuo al tronco e alle regioni anteriori degli arti inferiori; area di sfacelo delle parti molli alla coscia destra, con perdita di sostanza ed esposizione dei piani ossei; deformazione

della coscia sinistra con aumento di volume; analoga area di sfacelo delle parti molli a carico della gamba destra.

I consulenti concludevano che il decesso di Walter CUSINA era stato determinato da “lesione degli organi vascolo-nervosi del collo e da politraumatismo da esplosione”.

L’ispezione esterna del cadavere di Emanuela LOI evidenziava la copertura della superficie cutanea da induito nero, vaste aree di disepitelizzazione e carbonizzazione delle estremità; sulla superficie anteriore del tronco si riscontravano varie soluzioni di continuo interessanti il torace e il collo.

Il cadavere appariva depezzato, perché mancante dell’avambraccio destro, degli arti inferiori all’altezza del terzo medio superiore femorale.

Alla regione sottomammaria si trovava ampia breccia interessante i piani ossei, con esposizione dei visceri della cavità toracica; inoltre si rilevavano: un ampio sfacelo delle parti molli residue del piano perineale; lesione da scoppio di tutto l’ovoide cranico, ampia ferita a spacco del cuoio capelluto in regione occipitale con sottostante scoppio della teca cranica; zona di distruzione delle parti molli ed ossee alla regione claveare e latero-cervicale sinistra; fratture costali multiple e squasso di tutti i visceri toracici; eviscerazione completa della matassa intestinale.

Si repertavano poi alcuni resti ritenuti appartenenti al cadavere, elencati e descritti nella relazione dei consulenti.

Gli stessi concludevano che la morte di Emanuela LOI era stata determinata da “ustioni diffuse in soggetto con squasso cranio-encefalico, depezzamento ed eviscerazione toraco-addominale da esplosione”.

Il cadavere di Agostino CATALANO veniva trovato con indosso brandelli di camicia e dei pantaloni, con la relativa cintola.

Il cadavere, la cui intera superficie cutanea appariva ricoperta da induito nero, risultava depezzato, perché mancante dell’arto superiore sinistro all’altezza del terzo superiore omerale e degli arti inferiori, all’altezza del terzo medio superiore femorale, con ampio sfacelo delle parti molli residue del piano perineale ed esposizione del piano osseo sacrale.

Si rilevava un’estesa carbonizzazione alla cute del viso, alla faccia anteriore del torace e all’addome; la cute del dorso e dei glutei appariva interessata da numerose soluzioni di continuo.

Inoltre, si riscontrava un’ampia soluzione di continuo alla cute della regione occipitale, con frattura della teca cranica; distacco della base di impianto del padiglione auricolare destro; soluzione di continuo in regione frontale destra.

L’apertura della calotta cranica permetteva di rilevare, in corrispondenza delle lesioni sopra descritte, l’infossamento dei margini ossei con presenza di numerose schegge ossee infisse nella materia cerebrale e con fuoriuscita di materiale cerebrale; frammenti di materiale metallico si rinvenivano alla regione temporo-auricolare destra e alle parti molli residue dell’arto inferiore sinistro.

I consulenti del Pubblico Ministero concludevano che la morte di Agostino CATALANO era stata determinata da “ustioni diffuse in soggetto con squasso cranio-encefalico e depezzamento da esplosione”.

Il cadavere di Vincenzo LI MULI era stato trovato con indosso brandelli di stoffa appartenenti alla cintola, residuo di “slip” e frammenti di tessuto carbonizzato non identificabile.

L’ispezione esterna del cadavere permetteva di rilevare una copertura pressoché totale di induito nero e il depezzamento conseguente alla mancanza

dell’avambraccio e della mano sinistra, dell’arto inferiore sinistro e del terzo superiore della gamba destra.

Si rilevava la presenza di vaste aree di abbruciamento agli arti superiori, con carbonizzazione completa degli strati superficiali; inoltre si osservavano: otorragia destra; ampio squarcio in regione occipitale e cervico-occipitale con esposizione dei piani ossei sottostanti; soluzione di continuo in regione frontale, con esposizione della teca cranica, apparsa fratturata con avvallamento di grosso frammento osseo; vasta perdita di parti molli alla regione pubo-perineale, con sfacelo traumatico della regione pelvica.

I medici legali perciò stabilivano che la morte di Vincenzo LI MULI era stata determinata da “ustioni diffuse a tutta la superficie corporea, politraumi e depezzamento da esplosione”.

Il cadavere di Claudio TRAINA si presentava depezzato, mancando l’arto superiore sinistro, e interamente ricoperto da induito nero.

Si riscontrava lo sfacelo completo di tutto il distretto cervico-cefalico e dell’arto superiore destro, con componenti ossee pluriframmentate e vasta perdita di sostanza dell’avambraccio e della mano, ampio squarcio del cavo ascellare; inoltre si osservavano numerose soluzioni di continuo all’addome e al dorso, lo sfacelo dell’intero distretto pelvico, con eviscerazione della matassa intestinale; squasso degli arti inferiori e numerose soluzioni di continuo in tutta la relativa superficie cutanea; frattura della clavicola destra e di quattro costole; squarcio del sacco pericardico; lesione da scoppio della parete laterale del lobo inferiore del polmone sinistro; lesioni da scoppio a carico della faccia anteriore del fegato e della milza.

I consulenti del Pubblico Ministero concludevano che il decesso di Claudio TRAINA

era stato provocato da “squasso cranio-encefalico e dal politraumatismo toraco-addominale con maciullamento degli arti, da esplosione”».

L’atrocità del delitto era, dunque, tale da evidenziare una chiara intenzione di diffondere il terrore tra la popolazione e di riaffermare nel modo più violento il potere di “Cosa Nostra”, compiendo una vera e propria azione di guerra contro lo Stato italiano attraverso l’eliminazione di un Magistrato che era divenuto un grande punto di riferimento ideale per tutto il Paese e degli uomini delle Forze dell’Ordine impegnati nella sua tutela.

Questo progetto criminale di straordinaria gravità veniva portato a compimento meno di due mesi dopo la strage di Capaci, determinando così un effetto di enorme portata sull’opinione pubblica, sulla società civile e sulle istituzioni, a livello nazionale e internazionale. E’ quindi naturale domandarsi quale fosse l’obiettivo perseguito da “Cosa Nostra” con la realizzazione di due stragi a brevissima distanza di tempo. Una problematica, questa, che va ricollegata all’analisi della fase deliberativa del delitto, nonché degli eventi che la precedettero e la seguirono.

 

TUTTI I PIANI DELLA CUPOLA PER ELIMINARE UN MAGISTRATO CHE FACEVA PAURA   Nel periodo in cui Paolo Borsellino svolgeva le funzioni di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Marsala, Cosa Nostra ideò alcuni progetti di omicidio nei suoi confronti, con tutta una serie di attività preparatorie  Nel periodo in cui Paolo Borsellino svolgeva le funzioni di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Marsala, “Cosa Nostra” portò avanti una pluralità di progetti di omicidio nei suoi confronti, con il compimento di una serie di attività preparatorie.  Uno di questi piani criminosi avrebbe dovuto realizzarsi presso la residenza estiva del Magistrato, nella zona di Marina Longa.  Tale episodio è stato ricostruito nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”), dove si è evidenziato che il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca ha riferito di una concreta attività posta in essere dall’organizzazione mafiosa per seguire i movimenti del magistrato, all’epoca Procuratore della Repubblica a Marsala, e studiarne le abitudini di vita durante la sua permanenza estiva a Marina Longa, in vista dell’esecuzione di un attentato ai suoi danni. A tal fine Salvatore Riina aveva dato incarico a Baldassare Di Maggio - in quel periodo sostituto per il mandamento di San Giuseppe Jato di Brusca Bernardo, detenuto dal 25 novembre 1985 al 18 marzo 1988 e successivamente agli arresti domiciliari sino al 22 ottobre 1991 - di recarsi a Marina Longa, servendosi come punto di appoggio per l’attività di osservazione della vicina abitazione di Angelo Siino. Tale attività era stata poi sospesa per ragioni che il Brusca non ha precisato. Questo racconto ha trovato preciso riscontro nelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Siino, il quale ha riferito che in "Cosa Nostra" vi erano stati commenti assai negativi perché Paolo Borsellino aveva pubblicamente denunciato un calo di tensione nell’attività di contrasto alla mafia e che Pino Lipari aveva espresso la convinzione che il magistrato, che aveva un temperamento più irruente, avesse dato voce al pensiero dell’amico Giovanni Falcone, più cauto di lui, tanto che in "Cosa Nostra" venivano indicati rispettivamente come “il braccio e la mente”. Subito dopo, e cioè intorno al luglio del 1987 o del 1988, egli aveva visto a Marina Longa il Di Maggio, che era venuto a trovarlo con una scusa che egli non faticò a riconoscere come pretestuosa e che successivamente tornò in quel luogo, sicché egli comprese che l’interesse del Di Maggio era rivolto al magistrato. Il Siino aveva successivamente appreso da Francesco Messina, inteso “Mastro Ciccio”, che il progetto di uccidere Borsellino aveva incontrato l’opposizione dei marsalesi di "Cosa Nostra", i quali avevano lasciato trapelare quel progetto all’esterno, sicché erano state predisposte delle rigorose misure di sicurezza, come egli stesso aveva potuto constatare a Marina Longa. A loro volta le indicazioni del Siino sull’opposizione dei marsalesi all’uccisione del Magistrato ha trovato riscontro nelle dichiarazioni di Antonio Patti, appartenente proprio alla “famiglia” mafiosa di Marsala. Quest’ultimo collaborante ha, infatti, riferito che dopo il duplice omicidio di D’Amico Vincenzo, rappresentante della “famiglia” di Marsala, e di Craparotta Francesco, consumato l’11 gennaio 1992, suo cognato Titone Antonino, persona assai vicina al D’Amico, gli aveva confidato che la reale motivazione della soppressione dei due andava ricercata nell’opposizione che essi avevano manifestato al progetto di uccidere Borsellino quando questi era Procuratore della Repubblica a Marsala.

UN PIANO PER VIA CILEA Un ulteriore progetto omicidiario era destinato a trovare realizzazione nei pressi dell’abitazione del Dott. Borsellino, sita a Palermo in Via Cilea. Sul punto, nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta si rileva come dalle dichiarazioni sostanzialmente conformi di Anselmo Francesco Paolo, Cancemi Salvatore, Galliano Antonino, Ganci Calogero e La Marca Francesco, appartenenti ai “mandamenti” della Noce e di Porta Nuova, emerga che nel corso del 1988 ebbe a concretizzarsi un altro progetto di attentato in danno di Paolo Borsellino da attuarsi questa volta a Palermo, nei pressi della sua abitazione di via Cilea, approfittando sia del fatto che si erano attenuate le misure di protezione nei suoi confronti, essendo stato revocato il presidio di vigilanza fissa sotto la sua abitazione, sia dell’abitudine del magistrato di recarsi la domenica da solo presso la vicina edicola per l’acquisto del giornale. In un’occasione gli attentatori ebbero a mancare solo per pochi secondi la loro vittima, dopo essere partiti dal vicino negozio di mobili di Sciaratta Franco, sito in Viale delle Alpi, perché erano giunti sul posto a bordo di un motociclo poco dopo che Paolo Borsellino aveva richiuso il portone di ingresso del palazzo. L’attentato doveva essere eseguito con una pistola cal. 7,65, in modo da non attirare l’attenzione su "Cosa Nostra" e da far pensare piuttosto all’opera di un isolato delinquente, tenuto conto della pendenza in grado di appello del maxiprocesso di Palermo, di cui si confidava in un esito favorevole per il sodalizio mafioso. Tale progetto era stato poi abbandonato dopo gli appostamenti protrattisi per circa quattro domeniche consecutive, verosimilmente per non pregiudicare l’esito di quel giudizio, non essendo stata possibile una rapida esecuzione. Questo secondo episodio ha formato oggetto delle deposizioni rese, nel presente procedimento, dai collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo, Francesco La Marca (escussi all’udienza del 25 settembre 2014) e Antonino Galliano (esaminato all’udienza del 7 ottobre 2014). In particolare, l’Anzelmo (già sotto-capo della "famiglia" della Noce, il cui rappresentante era Raffaele Ganci) ha dichiarato che, intorno al 1987-88, mentre egli si trovava in stato di latitanza e il Dott. Borsellino era Procuratore della Repubblica di Marsala, approfittando di una riduzione delle misure di protezione attorno all’abitazione di quest’ultimo, le "famiglie" della Noce e di Porta Nuova ricevettero il mandato di uccidere il Magistrato. L’esecuzione del progetto criminoso era affidata allo stesso Anzelmo, a Francesco La Marca, a Raffaele e Domenico Ganci, a Salvatore Cancemi. Come base operativa venne utilizzato un negozio di mobili sito in Viale delle Alpi, di proprietà di Franco Sciarratta, dove i killer - ruolo, questo, assegnato all’Anzelmo e al La Marca - erano appostati, in attesa della “battuta” che avrebbe dovuto essere data da Raffaele o Domenico Ganci, o Salvatore Cancemi, o Antonino Galliano. L’agguato avrebbe dovuto scattare di domenica, quando il Dott. Borsellino si recava presso un pollaio per acquistare delle uova, oppure presso un’edicola per prendere il giornale. Si sarebbe dovuto trattare di un omicidio da commettere recandosi immediatamente sul luogo con un motoveicolo ed utilizzando le pistole per uccidere il Magistrato. Tuttavia, dopo un paio di appostamenti, Raffaele Ganci comunicò che bisognava sospendere l’esecuzione del delitto, e il progetto quindi si bloccò.

I RICORDI DEL PENTITO ANZELMO   Il collaborante ha specificato che, secondo le regole di "Cosa Nostra", sia il progetto omicidiario, sia la sua sospensione, sia l’inizio di una nuova fase esecutiva, dovevano essere decisi dalla “Commissione”. Ha, inoltre, precisato che la motivazione del progetto criminoso si ricollegava all’attività giudiziaria del Dott. Borsellino e al maxiprocesso.

Le dichiarazioni dell’Anzelmo sono di seguito trascritte:

  • AVV. SINATRA - Le chiedo anche: lei ha mai sentito parlare di un progetto che riguardava l'uccisione di alcuni magistrati di Palermo, nella specie il dottore Falcone, il dottore Borsellino?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Risale a molto tempo prima di quando poi sono stati effettivamente uccisi.
  • AVV. SINATRA - E quando?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Sicuramente il dottor Borsellino quando si trovava a Marsala, che si vide che ci avevano levato... che lui sotto casa aveva un furgone sempre là piantonato e poi, tutta ad un tratto, ce l'hanno tolto 'sto furgone e quindi noi, in particolar modo noi della Noce, con la collaborazione di Porta Nuova, di Totò Cancemi, avevamo avuto questo mandato di uccidere il dottor Borsellino. E anche... e anche per Falcone si cercava, però non ricordo il periodo preciso quello del dottor Falcone; si parlava di fare in tanti modi.
  • AVV. SINATRA - Sì, dico, un attimino, parliamo per il momento di questo progetto nei confronti del dottore Borsellino prima. Me lo sa indicare nel tempo? Quindi, lei ha detto che nel… [...]
  • TESTE F.P. ANZELMO - Allora, io sono andato latitante dall'84 all'89 e quindi non lo so, penso verso l'87, l'88, una cosa del genere.
  • AVV. SINATRA - Anni '87 - '88. E può essere più preciso in ordine a questo progetto? Cioè era un progetto che lei l'aveva saputo da chi precisamente?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Io dal mio capomandamento, da Ganci Raffaele l'avevo saputo.
  • AVV. SINATRA - Cosa le disse di specifico Ganci Raffaele?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Che dovevano ammazzare il dottor Borsellino e ci dovevamo organizzare, e così abbiamo fatto, ci siamo organizzati.
  • AVV. SINATRA - Aspetti, aspetti un attimo. Quando le disse che si doveva ammazzare il dottore Borsellino e quindi poi si doveva passare alla fase esecutiva, le ha fatto riferimento chi decise?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Quelli erano decisioni di commissione, perché non è che lo decideva Ganci Raffaele, quelle erano decisioni prese dalla commissione e avevamo avuto mandato noi di farlo. [...]
  • AVV. SINATRA - Eh, quindi gliel'ha riferito e si passa alla fase, diciamo, organizzativa. Può essere più preciso su questo?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Sì, siamo passati alla fase organizzativa e si... si doveva fare di domenica, perché lui durante la settimana era là; lo dovevamo fare quando usciva di casa, perché lui mi ricordo che...
  • AVV. SINATRA - Dove? In quale casa?
  • TESTE F.P. ANZELMO - In via Cilea, abitava nel nostro territorio, non come territorio di Noce, ma come territorio Malaspina, però era... Malaspina faceva mandamento da noi, quindi eravamo noi. [...]
  • TESTE F.P. ANZELMO - Si doveva fare di domenica, quando lui... siccome c'erano 'ste notizie che lui andava da un pollaio a prendere le uova, per quello che ricordo, oppure da... dall'edicolante, che c'era un edicolante là, e lui si andava a prendere il giornale là e lo dovevamo fare in questo frangente. E noi come base avevamo un magazzino di mobili, dove si vendevano dei mobili, che faceva capo a Franco Sciarratta, che era un uomo d'onore della nostra famiglia, ed eravamo appostati là. Nel momento in cui ci arrivava la battuta, uscivamo, perché quelli che avevamo incarico era io... che lo dovevamo fare materialmente ero io e Ciccio La Marca.
  • AVV. SINATRA - Quindi lei e La Marca.
  • TESTE F.P. ANZELMO - Sì.
  • AVV. SINATRA - Sì, dico, lei e La Marca. E come doveva essere fatto questo attentato materialmente?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Non era un attentato, era un agguato, un omicidio con le pistole. [...]
  • AVV. SINATRA - Oltre a lei e a La Marca vi furono altri che in quel preciso frangente, ovviamente con riferimento a questo segmento, ebbero un ruolo?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Sì, c'era Ganci Raffaele, Totò...
  • AVV. SINATRA - Esecutivo.
  • TESTE F.P. ANZELMO - Sì, c'era Ganci Raffaele, Totò Cancemi, se non ricordo... se non ricordo male c'era... c'era pure Calogero Ganci. Mi sente?
  • AVV. SINATRA - Sì, sì, la sento. Tutti lì appostati eravate?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Sì, eravamo tutti in questo magazzino dove si vendevano i mobili, che facevamo la base là. Mentre c'era Ganci Raffaele o Totò Cancemi, o non mi ricordo se c'era pure il Galliano Nino che giravano per... per portarci poi la battuta a noi per dire: "E' uscito", e noi partivamo con la moto, perché noi eravamo appostati in via delle Alpi, quindi via delle Alpi - via Cilea è un tiro, con la moto arrivavamo in un baleno. [...]
  • AVV. SINATRA - Lei sa le ragioni per cui era stata deliberata la morte del dottore Borsellino?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Ma la morte del dottor Borsellino e del dottor Falcone è tutta unica, era la situazione che... cioè non... non davano tregua e poi c'era il fatto del maxiprocesso, tutto di lì parte. Quella era la motivazione, per questo si dovevano uccidere.
  • AVV. SINATRA - Non davano tregua, nel senso dal punto di vista giudiziario, dico, per...
  • TESTE F.P. ANZELMO - Dal punto di vista giudiziario, sì, certo. [...]
  • TESTE F.P. ANZELMO - Ma negli anni precedenti se ne... se ne parlava che si doveva uccidere il dottor Falcone e il dottor Borsellino. Mi ricordo che c'erano dei progetti, si facevano dei progetti che certe volte si parlava e si doveva fare con un lancia-missile, con un bazooka, con un... cioè c'erano tanti… (…)
  • AVV. SINATRA - Ma lei non può escludere che ci siano stati anche precedentemente, per averlo saputo, dico, se gliene ha mai parlato Ganci, anche altri fatti e altri episodi dove c'erano stati degli appostamenti già con le armi, pronti per uccidere il dottore Falcone o in questo caso a noi interessa il dottore Borsellino?
  • TESTE F.P. ANZELMO - No, no, no.
  • AVV. SINATRA - Lei di questo ne sa proprio di appostamenti?
  • TESTE F.P. ANZELMO - No, io questo appostamento so questo, dove c'ho partecipato io.
  • AVV. SINATRA - Ecco, chiaro.
  • TESTE F.P. ANZELMO - Le ripeto, c'erano... c'erano progetti omicidiari sia ai danni del dottor Falcone che del dottor Borsellino, ma già da anni prima, però io mi sono trovato in questo.

Il collaboratore di giustizia Francesco La Marca ha riferito che, intorno al 1988, Salvatore Cancemi (capo della "famiglia" di Porta Nuova, cui egli apparteneva) lo incaricò di recarsi presso un negozio di mobili sito in Viale delle Alpi per commettere un omicidio. Dal canto suo, il collaboratore di giustizia Antonino Galliano ha affermato che, nel periodo in cui il Dott. Borsellino prestava servizio a Marsala, egli insieme a Raffaele Ganci, Domenico Ganci, Salvatore Cancemi, e qualche volta anche Francesco La Marca effettuarono una serie di appostamenti presso l’abitazione del Magistrato, soprattutto nei giorni di sabato e domenica, nei quali la vittima designata si recava in chiesa per assistere alla Messa e poi presso un pollaio per acquistare alcune uova. Dopo uno o due mesi i predetti appostamenti vennero però sospesi. […] si desume, quindi, che intorno al 1988 venne attuata, con una precisa organizzazione di mezzi e di persone, tutta la fase preparatoria di un progetto di omicidio del Dott. Borsellino, che avrebbe dovuto essere realizzato tendendogli un agguato nelle vicinanze della sua abitazione di Palermo, con modalità non eclatanti (verosimilmente, per non compromettere le aspettative di un esito favorevole del maxiprocesso), mentre egli era intento a compiere atti della propria vita quotidiana. Tuttavia, dopo una serie di appostamenti, il progetto venne accantonato, per decisione della stessa “Commissione” che lo aveva deliberato. Anche questo piano delittuoso era motivato dall’attività giudiziaria svolta dal Dott. Borsellino, il quale non dava tregua a "Cosa Nostra". A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA10 luglio 2021

 

COSA NOSTRA VOLEVA MORTO PAOLO BORSELLINO DA MOLTO TEMPO  La mafia voleva uccidere il giudice già tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, in connessione con le indagini da lui svolte insieme con il comandante della compagnia dei carabinieri di Monreale, capitano Emanuele Basile, che aveva fatto luce su alcune attività criminali dei “corleonesi” L’intento di “Cosa Nostra” di uccidere Paolo Borsellino aveva iniziato a manifestarsi già tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, in connessione con le indagini da lui svolte insieme con il Comandante della Compagnia dei Carabinieri di Monreale, Capitano Emanuele Basile, che avevano consentito, tra l’altro, di pervenire all’arresto di Pino Leggio e di Giacomo Riina nella zona di Bologna, nonché di far luce su alcune delle attività criminali svolte dall’emergente gruppo dei corleonesi. A tale primo movente se ne aggiungeva un secondo, rappresentato dalla circostanza che dopo l’omicidio del Capitano Basile, consumato il 4 maggio 1980, il Dott. Borsellino aveva emesso dei mandati di cattura nei confronti, tra gli altri, di Francesco Madonia, capo del “mandamento” di Resuttana, e del figlio Giuseppe Madonia. La vicenda si trova puntualmente ricostruita nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”). In particolare, nelle dichiarazioni rese il 19.6.1998, il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo ha riferito che Salvatore Riina dopo l’omicidio del Capitano Basile e la conseguente attività di indagine del magistrato aveva commentato che “l'aveva BORSELLINO il capitano BASILE sulla coscienza, perché era stato BORSELLINO a mandare il capitano BASILE a Bologna ad arrestare i suoi”. Inoltre, il collaborante Gaspare Mutolo, come evidenziato nella suddetta pronuncia, ha riferito che, mentre si trovava detenuto nel corso del 1981 insieme a Francesco e Giuseppe Madonia, Leoluca Bagarella e Greco, aveva avuto occasione di sentire le loro esternazioni in ordine alla necessità di uccidere il Dott. Borsellino. Sempre nella sentenza emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta si è sottolineato come il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca abbia dichiarato che l’omicidio del Dott. Borsellino era già stato deliberato da “Cosa Nostra” sin dagli inizi degli anni Ottanta, allorché Salvatore Riina aveva vanamente cercato di farlo contattare per risolvere alcuni problemi giudiziari del cognato Leoluca Bagarella, constatandone in quell’occasione l’incorruttibilità. Da allora il Brusca aveva più volte sentito il Riina ripetere che Borsellino doveva essere eliminato perché “faceva la lotta a Cosa Nostra assieme al dottor Falcone in maniera forte e decisa”.

IL RACCONTO DI BRUSCA Tali vicende sono state ricostruite, nel corso del presente procedimento, durante l’incidente probatorio, all’udienza del 6 giugno 2012, dallo stesso Giovanni Brusca, il quale ha fatto risalire l’intenzione di Salvatore Riina di eliminare il Dott. Borsellino al 1979-80, spiegando: «Totò Riina lo voleva uccidere prima quando fu del cognato, poi quando fu del Capitano Basile... ». Sul punto, Giovanni Brusca ha reso le seguenti dichiarazioni:

  • P.M. DOTT. MARINO – Senta, mentre il Dottor Borsellino?
  • TESTE BRUSCA – Il Dottor Borsellino invece le esternazioni di Salvatore Riina che
  • voleva uccidere... in quanto lo voleva uccidere cominciano con la vicenda del cognato Leoluca Bagarella del Capitano Basile.
  • P.M. DOTT. MARINO – E perché?
  • TESTE BRUSCA – Perché mi aveva chiesto di poterlo più di una volta avvicinare per ottenere un trattamento di favore, insabbiare in qualche modo le indagini, per poterlo scagionare dall’accusa.
  • P.M. DOTT. MARINO – Ma ci furono tentativi di contattare il Dottor Borsellino all’epoca?
  • TESTE BRUSCA – Sì, allora... l’ho detto, allora ci sono stati dei tentativi e ci fu un rifiuto totale.
  • P.M. DOTT. MARINO – Ma lei ricorda chi e in che maniera si fecero questi tentativi, se l’ha mai saputo?
  • TESTE BRUSCA – Guardi, ora non mi ricordo chi lui... a chi lui abbia incaricato, però di solito si comincia da dove è nato, le amicizie, le amicizia di scuola... un po’ conoscendo la città di Palermo si cerca di vedere con chi si può avvicinare. Ripeto, io conosco le esternazioni che lui si è rifiutato di fargli questa cortesia, però con che soggetti abbia...
  • P.M. DOTT. MARINO – E lei da chi lo apprende?
  • TESTE BRUSCA – Da Riina.
  • P.M. DOTT. MARINO – Da Riina direttamente?
  • TESTE BRUSCA – Sì, perché in quel momento io sono una delle persone più vicine con Leoluca Bagarella. Sono vicino a lui, conosco dove abita, ci vado a casa tutti i comuni, quindi sono quasi a disposizioni... no sono, sono a disposizione... tolgo questo quasi, ero a disposizione sua ventiquattro ore su ventiquattro ore. La mia... allento un pochettino quando vengo tratto in arresto per le dichiarazioni di Buscetta, ma fino a quel momento gli facevo da autista, lo andavo a prendere, lo accompagnavo da Michele Greco quando andava a Mazara, ci dormivo a casa... tutti i giorni. Difficilmente io avevo qualche momento libero».

Il Brusca ha, poi chiarito che, in epoca anteriore al “maxiprocesso”, le ragioni poste alla base della intenzione di eliminare il Dott. Borsellino si ricollegano al suo intransigente rifiuto di ogni condizionamento e alla sua mancanza di ogni “disponibilità” rispetto alle vicende giudiziarie riguardanti il Bagarella e l’omicidio del Capitano Basile («Il Dottor Borsellino sì, ma nella sua qualità di Giudice... ancora non era successo il maxiprocesso, non era successo... successivamente poi si sono aggiunti gli altri elementi, però fino a quel momento era perché non si era messo a disposizione, credo per il fatto di Bagarella e qualche altro fatto che in questo momento non mi ricordo. (…) Del Capitano Basile... c’era qualche altra cosa che non si era messo a disposizione»). Nella medesima deposizione, Giovanni Brusca ha affermato che l’intenzione di uccidere il Dott. Borsellino aveva radici lontane nel tempo e ad essa erano interessati i Madonia, proprio in relazione all’omicidio del Capitano Basile, per il quale era imputato Giuseppe Madonia, fratello di Salvatore Mario Madonia. 09 luglio 2021 • A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA


Borsellino fu ucciso 24 ore prima di parlare dell'omicidio Falcone con la procura di Caltanissetta Che Borsellino avesse tante cose da dire sulla morte del suo amico Giovanni Falcone, lo aveva preannunciato il 19 giugno del 1992 quando nell'atrio della biblioteca comunale di Palermo partecipò ad un dibattito organizzato da Micromega. In quell'occasione Paolo Borsellino davanti al numeroso pubblico che affollava la biblioteca comunale aveva detto: "In questo momento, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto come amico di Giovanni tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico, anche delle opinioni e delle convinzioni che io mi sono fatto raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all'autorità giudiziaria (la Procura di Caltanissetta ndr), che è l'unica in grado valutare quando queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell'evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell'immediatezza di questa tragedia ha fatto pensare a me , e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita". "Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente - e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi - dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all'autorità giudiziaria, poi - se è il caso - ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l'argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul "Sole 24 Ore" dalla giornalista - in questo momento non mi ricordo come si chiama...  -  Liliana Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi". E che Paolo Borsellino il giorno dopo la sua morte sarebbe andato a testimoniare sull'inchiesta per la strage Falcone lo ha confermato l'allora Procuratore aggiunto di Caltanissetta, Francesco Paolo Giordano, adesso Procuratore di Siracusa che lo ha dichiarato anche una udienza del processo. "Alcuni giorni prima della strage di via d'Amelio  - ricorda Giordano - Paolo Borsellino era stato contattato dal nostro ufficio e dal Procuratore Giovanni Tinebra per essere sentito sull'inchiesta per la strage Falcone. Tinebra aveva parlato con Borsellino e questo risulta anche dai tabulati telefonici ed avevano concordato che sarebbe stato sentito lunedi 20 luglio o nei giorni successivi. Ma, purtroppo, non ce ne fu il tempo perché il giorno prima, il 19 luglio del 1992, Paolo Borsellino fu ucciso nell'esplosione dell'autobomba insieme agli uomini della sua scorta". Da REPUBBLICA - 19 ottobre 2015

 

 

LE RISULTANZE DELLE INDAGINI TECNICHE  La Corte d’Assise ha ripercorso, quanto già accertato dal processo, cd “BORSELLINO uno”, laddove avevano reso testimonianza i tecnici ed esperti incaricati delle prime indagini e quelli investiti di CTP dall’organo requirente in una successiva fase, evidenziando come, sui luoghi teatro della strage erano stati effettuati, dopo l’indispensabile isolamento degli stessi, tutta una serie di rilievi e prelievi ad opera del Gabinetto di Polizia Scientifica di Palermo in collaborazione con i tecnici statunitensi del F.B.I. In particolare gli esperti, grazie alle indagini spettrografiche effettuate sul luogo e alle più approfondite indagini di laboratorio effettuate oltreoceano, avevano rilevato tracce di un esplosivo denominato RDX, impiegato per fabbricare un composto avente sigla C4 di utilizzo prevalentemente militare. Unitamente a ciò i tecnici avevano rinvenuto tre frammenti di una tavola di circuito elettronico che conduceva le indagini verso la verifica dell'ipotesi della presenza di un radiocomando a distanza. Successivamente era stata affidata dal Pubblico Ministero perizia tecnica in materia balistico – esplosivistica con lo scopo di accertare, in sintesi, modalità di accadimento del fatto, tipo natura e quantitativo delle sostanze esplosive, punto di scoppio e punto di attivazione dell’ordigno. Gli esperti, avendo anche portato a termine esperimento riproduttivo delle condizioni individuate, con una carica di esplosivo C4 al 90% composto da T4, concludevano che la carica - complessivamente stimata in circa 90 kg. - era stata collocata, sopralevata rispetto al terreno, ed in particolare, all’interno del vano portabagagli di una Fiat 126 e la stessa era verosimilmente costituita in massima parte da due plastici l’uno a base di T4 e l’altro a base di pentrite, oppure dal solo SEMTEX –H (che contiene entrambe le sostanze); sopra il plastico o i plastici si trovavano alcune saponette di tritolo sfuse e poche cartucce di esplosivo per uso civile. Il sopralluogo sulla zona dell’esplosione aveva poi consentito di individuare tre possibili collocazioni del punto di attivazione della carica, costituito da un radiocomando.  Tali conclusioni la Corte d’Assise riteneva di dover privilegiare rispetto a quelle difformi cui era pervenuto il Consulente della difesa, secondo il quale la carica principale era collocata a contatto con il manto stradale, non potendosi peraltro trattare di C4 poiché questo si sarebbe liquefatto ed essendo di difficile trasporto nella piccola vettura che avrebbe così incontrato difficoltà di marcia.  Secondo tale versione era verosimile la presenza di una seconda carica costituita forse da una bombola di ossigeno, collocata sulla ruota anteriore di un Audi 80 parcheggiata sempre sulla via D’Amelio, finalizzata a “sterilizzare l’area di attentato onde sviare le indagini. La Corte, aveva ritenuto fondate le conclusioni del CTP PM, sia perché il consulente della difesa aveva lavorato esclusivamente su materiale fotografico, sia perché i risultati delle prove di scoppio effettuate erano compatibili con le conclusioni dell’elaborato nel quale era stato evidenziato in particolare, come nessun problema di liquefazione del C4 poteva profilarsi, anche a temperature elevate (circa 70° centigradi) e come la vettura era agevolmente in grado di trasportare il peso senza problemi di marcia. Ancora più complessi risultavano gli accertamenti effettuati sul sistema di comando a distanza della carica esplosiva. La individuazione da parte dei tecnici del F.B.I. di un frammento di una scheda, riconducibile ad un sistema di ricezione a distanza, aveva portato alla individuazione del costruttore di quella scheda, la TELCOMA System di Treviso che aveva riconosciuto effettivamente come propria la stessa scheda. Il frammento recava peraltro la sigla 88 - 21 la quale indicava l’epoca di produzione, ossia la 21° settimana dell’anno 1988, cui seguiva di qualche tempo la commercializzazione avvenuta dunque, presumibilmente negli anni 89/90. Una coppia di telecomandi TELCOMA (trasmittente - ricevente), poi rinvenuta in Contrada Giambascio di S. Giuseppe Jato, nel “covo” di Giovanni BRUSCA a seguito delle informazioni fornite dal diretto interessato ed era individuata dagli investigatori, come un telecomando analogo rispetto a quello di via D’Amelio, ma di più recente fabbricazione.  La Corte concludeva, in ogni caso, ritenendo non accertato l’autore materiale dell’acquisto dei telecomandi, nonostante le dichiarazioni rese sul punto dal collaborante Gioacchino LA BARBERA, in assenza di un dato certo e riscontrato relativo alla registrazione dell’acquirente da parte del rivenditore  Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta 


L’unico sopravvissuto di quel giorno è l’agente Antonino Vullo. Si è salvato perché stava parcheggiando l’auto. Così racconta quel giorno: «Il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra, stavo parcheggiando l’auto che era alla testa del corteo.
Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile.Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto». WIKIMAFIA

 

La testimonianza di Antonio Vullo   - Dalla deposizione del teste Antonio Vullo si desume, dunque, che il 19 luglio 1992 egli si recò presso l’abitazione estiva di Paolo Borsellino, a Villagrazia di Carini, insieme a Claudio Traina e Vincenzo Li Muli. Sul luogo sopraggiunsero poi gli altri componenti della scorta: Walter Cosina, Agostino Catalano e Emanuela Loi. Intorno alle ore 16 il Dott. Borsellino chiamò i due capipattuglia delle autovetture di scorta – il Traina e il Catalano – per comunicare loro che poco dopo avrebbe dovuto recarsi in Via D’Amelio. Il Dott. Borsellino, su richiesta del Vullo, diede loro le indicazioni occorrenti per raggiungere il suddetto luogo; in questo momento, il Vullo notò che il Magistrato aveva in mano un piccolo oggetto simile a un’agenda, con la copertina di colore scuro.
Pochi minuti dopo il corteo di autovetture partì in direzione di Via D’Amelio; esso era composto dall’autovettura di “staffetta”, guidata dal Vullo, con a bordo il Li Muli e il Traina, dall’autovettura condotta dal Dott. Borsellino, e dall’altra autovettura di scorta all’interno della quale vi erano il Catalano, la Loi e il Cosina.
Dopo avere percorso l’autostrada dallo svincolo di Carini a quello di Via Belgio, le autovetture imboccarono via dei Nebrodi e via Autonomia Siciliana, sino ad arrivare in Via D’Amelio, dove il Vullo si soffermò perché vi erano numerosi autoveicoli parcheggiati, circostanza che apparve assai singolare al teste, il quale sapeva che in tale luogo abitava la madre del Magistrato (in seguito, il Vullo avrebbe appreso che era effettivamente stata presentata da alcuni colleghi una relazione finalizzata a ottenere una zona rimozione sul posto).
Prima che il Vullo e il Traina avessero il tempo di prendere qualsiasi decisione, il Dott. Borsellino li sorpassò e posteggiò la propria autovettura al centro della carreggiata, davanti al cancelletto posto sul marciapiede dello stabile. Il Vullo fece scendere dalla propria autovettura gli altri componenti della scorta e si spostò in corrispondenza della fine di Via D’Amelio, per impedire l’accesso di altre persone.
Uscito dall’abitacolo del veicolo, il Vullo vide che il Dott. Borsellino era andato a pressare il campanello del cancelletto ed aveva acceso una sigaretta; accanto a lui vi erano il Catalano e la Loi, mentre il Traina e il Li Muli stavano tornando indietro.
Qualche secondo dopo, il Dott. Borsellino e i suddetti componenti della scorta entrarono all’interno del piccolo cortile nel quale vi era il portone dello stabile. Il Vullo vide che il Cosina era fermo davanti all’altra autovettura, e pensò quindi di
avvicinare ad essa anche l’autoveicolo da lui condotto, in modo da essere pronti per ripartire. Durante questo spostamento, il teste vide che il Dott. Borsellino e gli altri componenti della scorta erano fermi davanti al portone di ingresso dello stabile, dove il Magistrato stava pigiando sul campanello.
Mentre il Vullo stava posizionando l’autovettura al centro della carreggiata, egli venne investito da una corrente di vapore e polvere ad altissima temperatura all'interno dell'abitacolo. Sceso dal veicolo, si rese conto di quanto era accaduto; sul luogo era calata una pesante oscurità, e le condizioni di visibilità erano estremamente limitate. Egli vide subito il corpo di un collega per terra e si pose alla ricerca degli altri, pensando che fossero ancora vivi. Si incamminò quindi in direzione di via Autonomia Siciliana, dove fu raggiunto dai primi soccorsi e poi condotto in ospedale.

Una completa ricostruzione della dinamica della strage è stata operata dalla sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”), dove si evidenzia che «gli ultimi istanti di vita di Paolo BORSELLINO e degli agenti della scorta si riflettono nelle parole cariche di commozione pronunciate dall’agente Antonio VULLO, unico superstite della strage.
Il teste VULLO, nell’udienza del 22.11.1994, ha riferito di avere preso servizio alle 12.45 e di avere avuto la comunicazione di portarsi a Villagrazia di Carini, ove Paolo BORSELLINO si trovava con la sua famiglia.
Dal villino al mare il magistrato si allontanò per raggiungere l’abitazione della madre, in via D’Amelio, intorno alle 16. Il teste ha precisato di avere saputo quale sarebbe stata la destinazione solo poco prima di partire, precisando che né lui né gli altri colleghi della scorta conoscevano l’ubicazione della via D’Amelio, dove non si erano mai recati con Paolo BORSELLINO. Fu quest’ultimo a spiegare quale percorso avrebbero dovuto fare per arrivarci.
Come di regola avveniva, la destinazione venne comunicata alla sala operativa solo qualche minuto dopo la partenza; egli si trovava a bordo dell’autovettura che apriva il corteo, seguita da quella del magistrato – che stava alla guida ed era solo nell’auto – seguita a sua volta dalla seconda auto di scorta.
A bordo dell’auto con il VULLO – che era alla guida – viaggiavano il caposcorta Claudio TRAINA e Vincenzo LI MULI; nella seconda auto di scorta, guidata da Walter CUSINA, viaggiavano Agostino CATALANO e Emanuela LOI.
In breve tempo, seguendo le indicazioni sul percorso che aveva dato loro Paolo BORSELLINO, arrivarono in via D’Amelio.
P.M. PETRALIA: Descriva come avete trovato Via D'Amelio quando siete arrivati.
TESTE VULLO: Mah, il primo colpo d'occhio: era pieno di automobili parcheggiate, difatti, dato che era la madre, sia a me sia al capomacchina, che era Claudio Traina, ci ha dato un po' di pensiero...
P.M. PETRALIA: Cosa vi ha dato pensiero?
TESTE VULLO: Siccome e' l'abitazione della madre, che noi sapevamo che quella era l'abitazione della madre, tutte 'ste auto parcheggiate...
P.M. PETRALIA: Vi hanno...?
TESTE VULLO: Certo, ci hanno un po' infastidito.
Dalla sua auto scesero TRAINA e LI MULI, che dovevano fare la “bonifica” al portone dello stabile, mentre egli si posizionò con l’auto in fondo alla via D’Amelio;
Paolo BORSELLINO parcheggiò l’auto al centro della strada e scese, accompagnato dal CATALANO e dalla LOI; il TRAINA era già davanti al portone del civico 19 quando venne raggiunto dal magistrato.
A quel punto il VULLO uscì anch’egli dall’auto pistola alla mano, guardò in giro, vide che tutto era normale, anche se la sua visuale era un po’ coperta dal fogliame e non vedeva più il magistrato e i colleghi della scorta; vide che CUSINA era anch’egli fermo in piedi vicino alla propria auto e accendeva una sigaretta.
Il teste ha proseguito dicendo che a quel punto egli decise di girare l’auto, mettendola in posizione per ripartire; le altre auto erano ferme così come erano arrivate, con il davanti verso la fine della strada.
Dall’interno dell’auto vide che Paolo BORSELLINO era ancora davanti al portone, intento a pigiare il campanello; il VULLO ha detto di essersi girato poi a guardare il collega CUSINA, che era ancora fermo vicino alla propria auto.
In quel momento vi fu l’esplosione.
TESTE VULLO: L'esplosione... sono stato investito io da una nube abbastanza calda, all'interno dell'abitacolo sono stato sballottato, sono uscito dal veicolo e tutto distrutto, già avevo visto il corpo di un collega, dell'autista CUSINA, che era accanto alla mia macchina, e... mi sono messo a girare così, senza nessuna meta, cercando aiuto o dando aiuto agli altri colleghi...
P.M. PETRALIA: Per quanto è rimasto proprio sul teatro dell'esplosione?
TESTE VULLO: Ma un paio di minuti, tre - quattro minuti.
P.M. PETRALIA: Ha visto nessun estraneo in quei frangenti?
TESTE VULLO: No, no.
P.M. PETRALIA: Poi cosa ha fatto?
TESTE VULLO: Ma prima sono andato verso la fine di Via D'Amelio, così, cercando di... avere qualche aiuto da qualcuno...
P.M. PETRALIA: Quando dice "fine di Via D'Amelio" intende dire il lato del giardino od il lato di Via Autonomia Siciliana?
TESTE VULLO: Il lato del giardino. Ho visto tutto distrutto, non ho visto nessuno che potesse aiutarci e (sono andato a vedere) dall'altra parte, verso la via Autonomia Siciliana, e là ho visto il primo collega... la prima volante che è arrivata, però non ricordo bene chi fossero.
P.M. PETRALIA: E lei è arrivato contemporaneamente all'arrivo della volante oppure è arrivato prima?
TESTE VULLO: Ma un... un paio di secondi prima.
P.M. PETRALIA: Lungo il percorso, diciamo, tra il luogo dove materialmente era esploso l'ordigno e l'inizio di Via D'Amelio da Via Autonomia Siciliana che cosa ha potuto notare?
TESTE VULLO: Solamente alcuni brandelli dei colleghi.
P.M. PETRALIA: Lei ha potuto vedere, per quello che ci ha detto un attimo fa, Paolo BORSELLINO che usciva dalla macchina e si avviava verso il portone della casa della madre...
TESTE VULLO: Sì, esattamente.
P.M. PETRALIA: Ricorda, se lo ricorda, se aveva per caso qualcosa in mano, come una borsa, agende od altri oggetti di una certa dimensione tali da poter colpire la sua attenzione?
TESTE VULLO: No, assolutamente.
P.M. PETRALIA: Cioè non lo ricorda o non aveva nulla?
TESTE VULLO: No, non aveva nulla in mano.
P.M. PETRALIA: Aveva le mani libere?
TESTE VULLO: Se aveva qualcosa di piccolo, tipo un telefonino, non so, però qualcosa di vistoso non l'aveva. Si sarebbe notato subito».
Sempre nella sentenza emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta si soggiunge che il teste Vullo, nelle dichiarazioni rese nel processo c.d. “Borsellino ter”, all’udienza del 2.7.1998, ha precisato meglio il percorso seguito da Villagrazia di Carini per raggiungere la via D’Amelio: «Fecero ingresso in autostrada dallo svincolo di Carini, viaggiarono a velocità piuttosto sostenuta fino alla circonvallazione, dalla quale uscirono dallo svincolo di via Belgio; svoltarono subito a destra in via dei Nebrodi, proseguendo fino a via delle Alpi e svoltando ancora in viale Lazio, percorsero via Massimo D’Azeglio fino alla via Autonomia Siciliana, svoltando infine in via D’Amelio.
Ha precisato poi che lungo l’intero percorso – compreso il tratto cittadino – il traffico era scarso e che, tra l’ingresso in via Belgio e l’arrivo in via D’Amelio, trascorsero all’incirca dieci minuti».


Accertamenti medico legali di un massacro  Inoltre, la sentenza emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta ha riassunto nei seguenti termini i risultati degli accertamenti effettuati dai consulenti medico-legali sui cadaveri delle vittime.
«A poche ore dal fatto, il 20.7.1992 alle 00.25, il Pubblico Ministero di Caltanissetta in persona dei dott. Giovanni TINEBRA, Francesco Paolo GIORDANO e Francesco POLINO, ai sensi dell’art. 360 C.P.P., aveva affidato incarico di consulenza tecnica autoptica sui cadaveri delle vittime della strage a un collegio di esperti medici legali, costituito dal dott. Paolo PROCACCIANTE (rectius Procaccianti: n.d.e.), Direttore dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Palermo, e dai dott. Livio MILONE e Antonina ARGO, assistenti nel predetto Istituto.
L’ispezione esterna dei cadaveri e l’esame autoptico dei medesimi, per la determinazione delle cause della morte, sono stati effettuati nell’immediatezza del conferimento dell’incarico, come appare dai relativi verbali e relazioni autoptiche.
Il cadavere di Paolo BORSELLINO, trovato con indosso una cintura in cuoio marrone con frammento in stoffa, residuo della cintola dei pantaloni e frammento di stoffa di cotone verde, residuo di maglietta tipo “polo”, si presentava depezzato, risultando assenti l’arto superiore destro ed entrambi gli arti inferiori.
All’esame esterno si rilevava vasta area di ustione su buona parte dell’addome e del torace, nonché al viso, con colorito nerastro sulle regioni frontali e parietali.
Al capo si riscontrava soluzione di continuo lineare interessante il cuoio capelluto dalla regione frontale al padiglione auricolare destro, con distacco pressoché completo del padiglione stesso ed esposizione del condotto uditivo e della sottostante teca cranica; ferita all’arcata sopraciliare destra, frattura alle ossa nasali, ampia ferita lacero-contusa al cuoio capelluto.
Inoltre, si riscontrava asimmetria dell’emitorace destro con spianamento della regione mammaria, e fratture costali multiple; deformazione del profilo dell’addome; squarcio perineale; numerose soluzioni di continuo alla superficie cutanea del dorso.
L’esame con il “metal-detector” rilevava in varie sedi la presenza di numerosi frammenti metallici di varie dimensioni, ritenuti superficialmente sino ai piani muscolari, in particolare rinvenuti al capo in regione temporo-occipitale e al dorso in regione lombare.
Unitamente al cadavere si rinvenivano altri residui umani, verosimilmente appartenuti al medesimo, elencati e descritti nella relazione autoptica agli atti.
I medici legali concludevano che il decesso di Paolo BORSELLINO era stato determinato “da imponenti lesioni cranio-encefaliche e toraco-addominali da esplosione”.
Il cadavere di Walter CUSINA veniva trovato con indosso un paio di pantaloni tipo “jeans” di colore verde, camicia in cotone a righe, slip in cotone bianco.
L’ispezione esterna evidenziava aree di affumicamento cutaneo alla nuca e alla regione cervicale, nonché deformazione del massiccio facciale, frattura della mandibola e delle ossa nasali; ampio squarcio cutaneo alla regione anteriore del collo, da un angolo all’altro della mandibola, “… da cui protrude grosso frammento metallico, che viene repertato; detto frammento appare penetrare in profondità pervenendo sino alla cavità orale, con ampio sfacelo delle parti molli e recisione del fascio vascolo-nervoso destro del collo”.
Inoltre, si rilevava: uno squarcio in regione sternale e soluzioni di continuo al tronco e alle regioni anteriori degli arti inferiori; area di sfacelo delle parti molli alla coscia destra, con perdita di sostanza ed esposizione dei piani ossei; deformazione
della coscia sinistra con aumento di volume; analoga area di sfacelo delle parti molli a carico della gamba destra.
I consulenti concludevano che il decesso di Walter CUSINA era stato determinato da “lesione degli organi vascolo-nervosi del collo e da politraumatismo da esplosione”.
L’ispezione esterna del cadavere di Emanuela LOI evidenziava la copertura della superficie cutanea da induito nero, vaste aree di disepitelizzazione e carbonizzazione delle estremità; sulla superficie anteriore del tronco si riscontravano varie soluzioni di continuo interessanti il torace e il collo.
Il cadavere appariva depezzato, perché mancante dell’avambraccio destro, degli arti inferiori all’altezza del terzo medio superiore femorale.
Alla regione sottomammaria si trovava ampia breccia interessante i piani ossei, con esposizione dei visceri della cavità toracica; inoltre si rilevavano: un ampio sfacelo delle parti molli residue del piano perineale; lesione da scoppio di tutto l’ovoide cranico, ampia ferita a spacco del cuoio capelluto in regione occipitale con sottostante scoppio della teca cranica; zona di distruzione delle parti molli ed ossee alla regione claveare e latero-cervicale sinistra; fratture costali multiple e squasso di tutti i visceri toracici; eviscerazione completa della matassa intestinale.
Si repertavano poi alcuni resti ritenuti appartenenti al cadavere, elencati e descritti nella relazione dei consulenti.
Gli stessi concludevano che la morte di Emanuela LOI era stata determinata da “ustioni diffuse in soggetto con squasso cranio-encefalico, depezzamento ed eviscerazione toraco-addominale da esplosione”.
Il cadavere di Agostino CATALANO veniva trovato con indosso brandelli di camicia e dei pantaloni, con la relativa cintola.
Il cadavere, la cui intera superficie cutanea appariva ricoperta da induito nero, risultava depezzato, perché mancante dell’arto superiore sinistro all’altezza del terzo superiore omerale e degli arti inferiori, all’altezza del terzo medio superiore femorale, con ampio sfacelo delle parti molli residue del piano perineale ed esposizione del piano osseo sacrale.
Si rilevava un’estesa carbonizzazione alla cute del viso, alla faccia anteriore del torace e all’addome; la cute del dorso e dei glutei appariva interessata da numerose soluzioni di continuo.
Inoltre, si riscontrava un’ampia soluzione di continuo alla cute della regione occipitale, con frattura della teca cranica; distacco della base di impianto del padiglione auricolare destro; soluzione di continuo in regione frontale destra.
L’apertura della calotta cranica permetteva di rilevare, in corrispondenza delle lesioni sopra descritte, l’infossamento dei margini ossei con presenza di numerose schegge ossee infisse nella materia cerebrale e con fuoriuscita di materiale cerebrale; frammenti di materiale metallico si rinvenivano alla regione temporo-auricolare destra e alle parti molli residue dell’arto inferiore sinistro.
I consulenti del Pubblico Ministero concludevano che la morte di Agostino CATALANO era stata determinata da “ustioni diffuse in soggetto con squasso cranio-encefalico e depezzamento da esplosione”.
Il cadavere di Vincenzo LI MULI era stato trovato con indosso brandelli di stoffa appartenenti alla cintola, residuo di “slip” e frammenti di tessuto carbonizzato non identificabile.
L’ispezione esterna del cadavere permetteva di rilevare una copertura pressoché totale di induito nero e il depezzamento conseguente alla mancanza
dell’avambraccio e della mano sinistra, dell’arto inferiore sinistro e del terzo superiore della gamba destra.
Si rilevava la presenza di vaste aree di abbruciamento agli arti superiori, con carbonizzazione completa degli strati superficiali; inoltre si osservavano: otorragia destra; ampio squarcio in regione occipitale e cervico-occipitale con esposizione dei piani ossei sottostanti; soluzione di continuo in regione frontale, con esposizione della teca cranica, apparsa fratturata con avvallamento di grosso frammento osseo; vasta perdita di parti molli alla regione pubo-perineale, con sfacelo traumatico della regione pelvica.
I medici legali perciò stabilivano che la morte di Vincenzo LI MULI era stata determinata da “ustioni diffuse a tutta la superficie corporea, politraumi e depezzamento da esplosione”.
Il cadavere di Claudio TRAINA si presentava depezzato, mancando l’arto superiore sinistro, e interamente ricoperto da induito nero.
Si riscontrava lo sfacelo completo di tutto il distretto cervico-cefalico e dell’arto superiore destro, con componenti ossee pluriframmentate e vasta perdita di sostanza dell’avambraccio e della mano, ampio squarcio del cavo ascellare; inoltre si osservavano numerose soluzioni di continuo all’addome e al dorso, lo sfacelo dell’intero distretto pelvico, con eviscerazione della matassa intestinale; squasso degli arti inferiori e numerose soluzioni di continuo in tutta la relativa superficie cutanea; frattura della clavicola destra e di quattro costole; squarcio del sacco pericardico; lesione da scoppio della parete laterale del lobo inferiore del polmone sinistro; lesioni da scoppio a carico della faccia anteriore del fegato e della milza.
I consulenti del Pubblico Ministero concludevano che il decesso di Claudio TRAINA
era stato provocato da “squasso cranio-encefalico e dal politraumatismo toraco-addominale con maciullamento degli arti, da esplosione”».
L’atrocità del delitto era, dunque, tale da evidenziare una chiara intenzione di diffondere il terrore tra la popolazione e di riaffermare nel modo più violento il potere di “Cosa Nostra”, compiendo una vera e propria azione di guerra contro lo Stato italiano attraverso l’eliminazione di un Magistrato che era divenuto un grande punto di riferimento ideale per tutto il Paese e degli uomini delle Forze dell’Ordine impegnati nella sua tutela.
Questo progetto criminale di straordinaria gravità veniva portato a compimento meno di due mesi dopo la strage di Capaci, determinando così un effetto di enorme portata sull’opinione pubblica, sulla società civile e sulle istituzioni, a livello nazionale e internazionale. E’ quindi naturale domandarsi quale fosse l’obiettivo perseguito da “Cosa Nostra” con la realizzazione di due stragi a brevissima distanza di tempo. Una problematica, questa, che va ricollegata all’analisi della fase deliberativa del delitto, nonché degli eventi che la precedettero e la seguirono.


Tutti i piani per uccidere Paolo Borsellino  Nel periodo in cui Paolo Borsellino svolgeva le funzioni di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Marsala, “Cosa Nostra” portò avanti una pluralità di progetti di omicidio nei suoi confronti, con il compimento di una serie di attività preparatorie.
Uno di questi piani criminosi avrebbe dovuto realizzarsi presso la residenza estiva del Magistrato, nella zona di Marina Longa.
Tale episodio è stato ricostruito nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”), dove si è evidenziato che il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca ha riferito di una concreta attività posta in essere dall’organizzazione mafiosa per seguire i movimenti del magistrato, all’epoca Procuratore della Repubblica a Marsala, e studiarne le abitudini di vita durante la sua permanenza estiva a Marina Longa, in vista dell’esecuzione di un attentato ai suoi danni. A tal fine Salvatore Riina aveva dato incarico a Baldassare Di Maggio - in quel periodo sostituto per il mandamento di San Giuseppe Jato di Brusca Bernardo, detenuto dal 25 novembre 1985 al 18 marzo 1988 e successivamente agli arresti domiciliari sino al 22 ottobre 1991 - di recarsi a Marina Longa, servendosi come punto di appoggio per l’attività di osservazione della vicina abitazione di Angelo Siino. Tale attività era stata poi sospesa per ragioni che il Brusca non ha precisato. Questo racconto ha trovato preciso riscontro nelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Siino, il quale ha riferito che in "Cosa Nostra" vi erano stati commenti assai negativi perché Paolo Borsellino aveva pubblicamente denunciato un calo di tensione nell’attività di contrasto alla mafia e che Pino Lipari aveva espresso la convinzione che il magistrato, che aveva un temperamento più irruente, avesse dato voce al pensiero dell’amico Giovanni Falcone, più cauto di lui, tanto che in "Cosa Nostra" venivano indicati rispettivamente come “il braccio e la mente”. Subito dopo, e cioè intorno al luglio del 1987 o del 1988, egli aveva visto a Marina Longa il Di Maggio, che era venuto a trovarlo con una scusa che egli non faticò a riconoscere come pretestuosa e che successivamente tornò in quel luogo, sicché egli comprese che l’interesse del Di Maggio era rivolto al magistrato. Il Siino aveva successivamente appreso da Francesco Messina, inteso “Mastro Ciccio”, che il progetto di uccidere Borsellino aveva incontrato l’opposizione dei marsalesi di "Cosa Nostra", i quali avevano lasciato trapelare quel progetto all’esterno, sicché erano state predisposte delle rigorose misure di sicurezza, come egli stesso aveva potuto constatare a Marina Longa. A loro volta le indicazioni del Siino sull’opposizione dei marsalesi all’uccisione del Magistrato ha trovato riscontro nelle dichiarazioni di Antonio Patti, appartenente proprio alla “famiglia” mafiosa di Marsala. Quest’ultimo collaborante ha, infatti, riferito che dopo il duplice omicidio di D’Amico Vincenzo, rappresentante della “famiglia” di Marsala, e di Craparotta Francesco, consumato l’11 gennaio 1992, suo cognato Titone Antonino, persona assai vicina al D’Amico, gli aveva confidato che la reale motivazione della soppressione dei due andava ricercata nell’opposizione che essi avevano manifestato al progetto di uccidere Borsellino quando questi era Procuratore della Repubblica a Marsala.
Un ulteriore progetto omicidiario era destinato a trovare realizzazione nei pressi dell’abitazione del Dott. Borsellino, sita a Palermo in Via Cilea.
Sul punto, nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta si rileva come dalle dichiarazioni sostanzialmente conformi di Anselmo Francesco Paolo, Cancemi Salvatore, Galliano Antonino, Ganci Calogero e La Marca Francesco, appartenenti ai “mandamenti” della Noce e di Porta Nuova, emerga che nel corso del 1988 ebbe a concretizzarsi un altro progetto di attentato in danno di Paolo Borsellino da attuarsi questa volta a Palermo, nei pressi della sua abitazione di via Cilea, approfittando sia del fatto che si erano attenuate le misure di
protezione nei suoi confronti, essendo stato revocato il presidio di vigilanza fissa sotto la sua abitazione, sia dell’abitudine del magistrato di recarsi la domenica da solo presso la vicina edicola per l’acquisto del giornale. In un’occasione gli attentatori ebbero a mancare solo per pochi secondi la loro vittima, dopo essere partiti dal vicino negozio di mobili di Sciaratta Franco, sito in Viale delle Alpi, perché erano giunti sul posto a bordo di un motociclo poco dopo che Paolo Borsellino aveva richiuso il portone di ingresso del palazzo. L’attentato doveva essere eseguito con una pistola cal. 7,65, in modo da non attirare l’attenzione su "Cosa Nostra" e da far pensare piuttosto all’opera di un isolato delinquente, tenuto conto della pendenza in grado di appello del maxiprocesso di Palermo, di cui si confidava in un esito favorevole per il sodalizio mafioso. Tale progetto era stato poi abbandonato dopo gli appostamenti protrattisi per circa quattro domeniche consecutive, verosimilmente per non pregiudicare l’esito di quel giudizio, non essendo stata possibile una rapida esecuzione.
Questo secondo episodio ha formato oggetto delle deposizioni rese, nel presente procedimento, dai collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo, Francesco La Marca (escussi all’udienza del 25 settembre 2014) e Antonino Galliano (esaminato all’udienza del 7 ottobre 2014).
In particolare, l’Anzelmo (già sotto-capo della "famiglia" della Noce, il cui rappresentante era Raffaele Ganci) ha dichiarato che, intorno al 1987-88, mentre egli si trovava in stato di latitanza e il Dott. Borsellino era Procuratore della Repubblica di Marsala, approfittando di una riduzione delle misure di protezione attorno all’abitazione di quest’ultimo, le "famiglie" della Noce e di Porta Nuova ricevettero il mandato di uccidere il Magistrato. L’esecuzione del progetto criminoso era affidata allo stesso Anzelmo, a Francesco La Marca, a Raffaele e Domenico Ganci, a Salvatore Cancemi. Come base operativa venne utilizzato un negozio di mobili sito in Viale delle Alpi, di proprietà di Franco Sciarratta, dove i killer - ruolo, questo, assegnato all’Anzelmo e al La Marca - erano appostati, in attesa della “battuta” che avrebbe dovuto essere data da Raffaele o Domenico Ganci, o Salvatore Cancemi, o Antonino Galliano. L’agguato avrebbe dovuto scattare di domenica, quando il Dott. Borsellino si recava presso un pollaio per acquistare delle uova, oppure presso un’edicola per prendere il giornale. Si sarebbe dovuto trattare di un omicidio da commettere recandosi immediatamente sul luogo con un motoveicolo ed utilizzando le pistole per uccidere il Magistrato. Tuttavia, dopo un paio di appostamenti, Raffaele Ganci comunicò che bisognava sospendere l’esecuzione del delitto, e il progetto quindi si bloccò.
Il collaborante ha specificato che, secondo le regole di "Cosa Nostra", sia il progetto omicidiario, sia la sua sospensione, sia l’inizio di una nuova fase esecutiva, dovevano essere decisi dalla “Commissione”. Ha, inoltre, precisato che la motivazione del progetto criminoso si ricollegava all’attività giudiziaria del Dott. Borsellino e al maxiprocesso.
Le dichiarazioni dell’Anzelmo sono di seguito trascritte:
AVV. SINATRA - Le chiedo anche: lei ha mai sentito parlare di un progetto che riguardava l'uccisione di alcuni magistrati di Palermo, nella specie il dottore Falcone, il dottore Borsellino?
TESTE F.P. ANZELMO - Risale a molto tempo prima di quando poi sono stati effettivamente uccisi.
AVV. SINATRA - E quando?
TESTE F.P. ANZELMO - Sicuramente il dottor Borsellino quando si trovava a Marsala, che si vide che ci avevano levato... che lui sotto casa aveva un furgone sempre là piantonato e poi, tutta ad un tratto, ce l'hanno tolto 'sto furgone e quindi noi, in particolar modo noi della Noce, con la collaborazione di Porta Nuova, di Totò Cancemi, avevamo avuto questo mandato di uccidere il dottor Borsellino. E anche... e anche per Falcone si cercava, però non ricordo il periodo preciso quello del dottor Falcone; si parlava di fare in tanti modi.
AVV. SINATRA - Sì, dico, un attimino, parliamo per il momento di questo progetto nei confronti del dottore Borsellino prima. Me lo sa indicare nel tempo? Quindi, lei ha detto che nel...
TESTE F.P. ANZELMO - Allora, io sono andato latitante dall'84 all'89 e quindi non lo so, penso verso l'87, l'88, una cosa del genere.
AVV. SINATRA - Anni '87 - '88. E può essere più preciso in ordine a questo progetto? Cioè era un progetto che lei l'aveva saputo da chi precisamente?
TESTE F.P. ANZELMO - Io dal mio capomandamento, da Ganci Raffaele l'avevo saputo.
AVV. SINATRA - Cosa le disse di specifico Ganci Raffaele?
TESTE F.P. ANZELMO - Che dovevano ammazzare il dottor Borsellino e ci dovevamo organizzare, e così abbiamo fatto, ci siamo organizzati.
AVV. SINATRA - Aspetti, aspetti un attimo. Quando le disse che si doveva ammazzare il dottore Borsellino e quindi poi si doveva passare alla fase esecutiva, le ha fatto riferimento chi decise?
TESTE F.P. ANZELMO - Quelli erano decisioni di commissione, perché non è che lo decideva Ganci Raffaele, quelle erano decisioni prese dalla commissione e avevamo avuto mandato noi di farlo.
AVV. SINATRA - Eh, quindi gliel'ha riferito e si passa alla fase, diciamo, organizzativa. Può essere più preciso su questo?
TESTE F.P. ANZELMO - Sì, siamo passati alla fase organizzativa e si... si doveva fare di domenica, perché lui durante la settimana era là; lo dovevamo fare quando usciva di casa, perché lui mi ricordo che...
AVV. SINATRA - Dove? In quale casa?
TESTE F.P. ANZELMO - In via Cilea, abitava nel nostro territorio, non come territorio di Noce, ma come territorio Malaspina, però era... Malaspina faceva mandamento da noi, quindi eravamo noi.
TESTE F.P. ANZELMO - Si doveva fare di domenica, quando lui... siccome c'erano 'ste notizie che lui andava da un pollaio a prendere le uova, per quello che ricordo, oppure da... dall'edicolante, che c'era un edicolante là, e lui si andava a prendere il giornale là e lo dovevamo fare in questo frangente. E noi come base avevamo un magazzino di mobili, dove si vendevano dei mobili, che faceva capo a Franco Sciarratta, che era un uomo d'onore della nostra famiglia, ed eravamo appostati là. Nel momento in cui ci arrivava la battuta, uscivamo, perché quelli che avevamo incarico era io... che lo dovevamo fare materialmente ero io e Ciccio La Marca.
AVV. SINATRA - Quindi lei e La Marca.
TESTE F.P. ANZELMO - Sì.
AVV. SINATRA - Sì, dico, lei e La Marca. E come doveva essere fatto questo attentato materialmente?
TESTE F.P. ANZELMO - Non era un attentato, era un agguato, un omicidio con le pistole.
AVV. SINATRA - Oltre a lei e a La Marca vi furono altri che in quel preciso frangente, ovviamente con riferimento a questo segmento, ebbero un ruolo?
TESTE F.P. ANZELMO - Sì, c'era Ganci Raffaele, Totò...
AVV. SINATRA - Esecutivo.
TESTE F.P. ANZELMO - Sì, c'era Ganci Raffaele, Totò Cancemi, se non ricordo... se non ricordo male c'era... c'era pure Calogero Ganci. Mi sente?
AVV. SINATRA - Sì, sì, la sento. Tutti lì appostati eravate?
TESTE F.P. ANZELMO - Sì, eravamo tutti in questo magazzino dove si vendevano i mobili, che facevamo la base là. Mentre c'era Ganci Raffaele o Totò Cancemi, o non mi ricordo se c'era pure il Galliano Nino che giravano per... per portarci poi la battuta a noi per dire: "E' uscito", e noi partivamo con la moto, perché noi eravamo appostati in via delle Alpi, quindi via delle Alpi - via Cilea è un tiro, con la moto arrivavamo in un baleno.
AVV. SINATRA - Lei sa le ragioni per cui era stata deliberata la morte del dottore Borsellino?
TESTE F.P. ANZELMO - Ma la morte del dottor Borsellino e del dottor Falcone è tutta unica, era la situazione che... cioè non... non davano tregua e poi c'era il fatto del maxiprocesso, tutto di lì parte. Quella era la motivazione, per questo si dovevano uccidere.
AVV. SINATRA - Non davano tregua, nel senso dal punto di vista giudiziario, dico, per...
TESTE F.P. ANZELMO - Dal punto di vista giudiziario, sì, certo.
TESTE F.P. ANZELMO - Ma negli anni precedenti se ne... se ne parlava che si doveva uccidere il dottor Falcone e il dottor Borsellino. Mi ricordo che c'erano dei progetti, si facevano dei progetti che certe volte si parlava e si doveva fare con un lancia-missile, con un bazooka, con un... cioè c'erano tanti...
AVV. SINATRA - Ma lei non può escludere che ci siano stati anche precedentemente, per averlo saputo, dico, se gliene ha mai parlato Ganci, anche altri fatti e altri episodi dove c'erano stati degli appostamenti già con le armi, pronti per uccidere il dottore Falcone o in questo caso a noi interessa il dottore Borsellino?
TESTE F.P. ANZELMO - No, no, no.
AVV. SINATRA - Lei di questo ne sa proprio di appostamenti?
TESTE F.P. ANZELMO - No, io questo appostamento so questo, dove c'ho partecipato io.
AVV. SINATRA - Ecco, chiaro.
TESTE F.P. ANZELMO - Le ripeto, c'erano... c'erano progetti omicidiari sia ai danni del dottor Falcone che del dottor Borsellino, ma già da anni prima, però io mi sono
trovato in questo.
Il collaboratore di giustizia Francesco La Marca ha riferito che, intorno al
1988, Salvatore Cancemi (capo della "famiglia" di Porta Nuova, cui egli apparteneva) lo incarico di recarsi presso un negozio di mobili sito in Viale delle Alpi per commettere un omicidio.
Dal canto suo, il collaboratore di giustizia Antonino Galliano ha affermato che, nel periodo in cui il Dott. Borsellino prestava servizio a Marsala, egli insieme a Raffaele Ganci, Domenico Ganci, Salvatore Cancemi, e qualche volta anche Francesco La Marca effettuarono una serie di appostamenti presso l’abitazione del Magistrato, soprattutto nei giorni di sabato e domenica, nei quali la vittima designata si recava in chiesa per assistere alla Messa e poi presso un pollaio per acquistare alcune uova. Dopo uno o due mesi i predetti appostamenti vennero però sospesi. […] si desume, quindi, che intorno al 1988 venne attuata, con una precisa organizzazione di mezzi e di persone, tutta la fase preparatoria di un progetto di omicidio del Dott. Borsellino, che avrebbe dovuto essere realizzato tendendogli un agguato nelle vicinanze della sua abitazione di Palermo, con modalità non eclatanti (verosimilmente, per non compromettere le aspettative di un esito favorevole del maxiprocesso), mentre egli era intento a compiere atti della propria vita quotidiana. Tuttavia, dopo una serie di appostamenti, il progetto venne accantonato, per decisione della stessa “Commissione” che lo aveva deliberato. Anche questo piano delittuoso era motivato dall’attività giudiziaria svolta dal Dott. Borsellino, il quale non dava tregua a "Cosa Nostra".  
(pagg 145-164)


I “buchi” delle prime indagini   [...] Se - da un lato - è assolutamente certo, alla luce degli approdi dei precedenti processi (sul punto, confermati dalle risultanze di questo), che la consumazione della strage del 19 luglio 1992 avveniva utilizzando, come autobomba, proprio la Fiat 126 rubata a Pietrina Valenti, è innegabile che vi sono delle oggettive incongruenze nello sviluppo delle primissime indagini per questi fatti e che rimangano diverse zone d’ombra sulla quali non si addiveniva a risposte soddisfacenti, nemmeno con la poderosa istruttoria espletata nel presente procedimento.
Tutt’altro che rassicuranti, ad esempio (come si vedrà, in maniera più approfondita, nella parte dedicata alla vicenda della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino), sono le emergenze istruttorie relative alla presenza, in via D’Amelio, nell’immediatezza della strage, di appartenenti ai servizi di sicurezza, intenti a ricercare la borsa del Magistrato.
Infatti, uno dei primissimi poliziotti che arrivava in via D’Amelio, dopo la deflagrazione delle ore 16:58 del 19 luglio 1992, era il Sovrintendente Francesco Paolo Maggi, in servizio alla Squadra Mobile di Palermo. Il poliziotto arrivava sul posto circa una decina di minuti dopo la deflagrazione, mentre Antonio Vullo, l’unico superstite fra gli appartenenti alla scorta di Paolo Borsellino, in evidente stato di shock emotivo e psicologico, era seduto sul marciapiede, con la testa fra le mani.
Il Sovrintendente Maggi, dunque, confidando di poter trovare qualche altra persona ancora in vita, si faceva strada fra i rottami, entrando nella densa colonna di fumo che avvolgeva i relitti. Purtroppo, era subito evidente che non c’era più nulla da fare, né per il Magistrato, né per gli altri colleghi della scorta, poiché i loro corpi erano tutti carbonizzati ed orrendamente mutilati. In questo contesto, mentre le ambulanze prestavano i soccorsi ai feriti ed i Vigili del Fuoco spegnevano i focolai d’incendio, anche sulla Croma blindata del Magistrato, il poliziotto della Squadra Mobile notava quattro o cinque persone, vestite tutte uguali, in giacca e cravatta, che si aggiravano nello scenario della strage, anche nei pressi della predetta blindata: “uscii da... da 'sta nebbia che... e subito vedevo che arrivavano tutti 'sti... tutti chissi giacca e cravatta, tutti cu' 'u stesso abito, una cosa meravigliosa”, “proprio senza una goccia di sudore”. Si trattava di “gente di Roma”, appartenente ai Servizi Segreti; infatti, alcuni erano conosciuti di vista (anche se non davano alcuna confidenza) ed, inoltre, venivano notati a Palermo, presso gli uffici del Dirigente della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera, anche in occasione delle indagini sulla strage di Capaci.
La circostanza (mai riferita prima dal teste, nonostante le sue diverse audizioni) veniva confermata da un altro appartenente alla Polizia di Stato, vale a dire il Vice Sovrintendente Giuseppe Garofalo, in servizio alla Sezione Volanti della Questura di Palermo. Anche quest’ultimo, che arrivava sul posto ad appena cinque minuti dalla deflagrazione, dopo aver constatato che non c’era più nulla da fare per il Magistrato ed i colleghi della Polizia di Stato che gli facevano da scorta, aiutava i residenti nello stabile di via D’Amelio, soccorrendo forse anche la madre del Magistrato. Quando riscendeva in strada, il poliziotto notava, nei pressi della Croma blindata di Paolo Borsellino, un uomo in borghese, con indosso la giacca (nonostante il torrido clima estivo) e pochi capelli in testa. Alla richiesta di chiarimenti sulla sua presenza lì, l’uomo si qualificava come appartenente ai “Servizi”, mostrando anche un tesserino di riconoscimento: sebbene il ricordo del teste, sul punto specifico, non sia affatto nitido, vi era persino un veloce scambio di battute fra i due sulla borsa di Paolo Borsellino. Infatti, l’agente dei Servizi Segreti chiedeva se c’era la borsa del Magistrato dentro l’auto blindata, oppure (addirittura) si giustificava per il fatto che aveva detta borsa in mano:
“Ho un contatto con una persona, ma questo contatto è immediato, velocissimo, dura pochissimo, perché evidentemente (…) il nostro intento era quello di mantenere le persone al di fuori (…) della zona e quindi non fare avvicinare a nessuno (…). E incontro (…) un soggetto, una persona, al quale... ecco, e questo è il momento, non riesco a ricordare se questo soggetto mi chiede (…) della valigia, della borsetta del dottore o se lui era in possesso della valigia. (…) Con questa persona, al quale io chiedo, evidentemente, il motivo perché si trovava su (…) quel luogo. Questo soggetto mi dice di essere... di appartenere ai Servizi”.
[…] Proseguendo nella breve rassegna di alcune delle anomalie e zone d’ombra emerse attraverso le prove raccolte nel presente processo, si deve anche rilevare la singolare cronologia del sopralluogo eseguito dalla Polizia Scientifica di Palermo (“su richiesta della locale Squadra Mobile”), nella carrozzeria di Giuseppe Orofino alle ore 11 del lunedì 20 luglio 1992 [...], perché quest’ultimo aveva denunciato, appena un paio d’ore prima, il furto delle targhe (ed altro) da una Fiat 126 di una sua cliente, all’interno della sua autofficina.
Ebbene, quando la Polizia Scientifica eseguiva detti rilievi nell’officina di via Messina Marine, non erano stati ancora rinvenuti, in via D’Amelio, né la targa oggetto della denuncia di Orofino (la stessa, come detto, veniva ritrovata soltanto il 22 luglio 1992), né il blocco motore della Fiat 126 rubata a Pietrina Valenti (rinvenuto verso le 13.00/13.30 di quel 20 luglio 1992). Inoltre, come già esposto, era soltanto nel successivo pomeriggio del 20 luglio 1992, a seguito del menzionato intervento del tecnico Fiat di Termini Imerese, che detto blocco motore veniva attribuito ad una Fiat 126. Dette circostanze non sono affatto di poco momento, ove si rifletta sulla circostanza che, invece, già nel pomeriggio del 19 luglio 1992, fonti della Polizia di Stato ipotizzavano l’utilizzo, come autobomba, proprio di una Fiat di piccole dimensioni e, in particolare, «una 600, una Panda, una 126».
Detta ipotesi investigativa, rivelatasi fondata e coerente con i successivi rinvenimenti sullo scenario della strage, dei reperti dell’autobomba, non è spiegabile soltanto con l’efficienza e la solerzia profusa dagli inquirenti nel cercare di far immediatamente luce, con il massimo sforzo investigativo praticabile, su di un fatto gravissimo, che cagionava anche la scomparsa prematura dei cinque appartenenti alla Polizia di Stato, bensì necessariamente ipotizzando un apporto di tipo confidenziale da parte di taluno che (evidentemente) era ben informato sulle concrete modalità esecutive dell’attentato.
Diversamente, non si spiegherebbe, sul piano logico, il motivo per cui la Squadra Mobile di Palermo, diretta da Arnaldo La Barbera (già collaboratore del Sisde, con il nome in codice “Rutilius”, sin dal 1986), sollecitasse un intervento della Polizia Scientifica, per un immediato sopralluogo nell’officina di un carrozziere qualunque di Palermo, che aveva soltanto denunciato (appena un paio d’ore prima) il furto di alcune targhe da un’automobile di un sua cliente (targhe che, come detto, verranno rinvenute soltanto alcuni giorni dopo, in via D’Amelio), in un momento in cui nemmeno era rinvenuto il blocco motore (poi associato ad una Fiat 126).
L’aspetto appena menzionato si colora di tinte decisamente fosche, alla luce di quanto riferito da Gaspare Spatuzza (in maniera assolutamente attendibile, come si vedrà -diffusamente- nella parte della motivazione a ciò dedicata), sulla presenza di un terzo estraneo a Cosa nostra al momento della consegna della Fiat 126, alla vigilia della strage, nel garage di via Villasevaglios, prima del suo caricamento con l’esplosivo.
Su detta persona, non conosciuta e mai più rivista, che non aveva proferito alcuna parola, durante la breve permanenza del collaboratore nel suddetto garage, sabato 18 luglio 1992, Gaspare Spatuzza si spingeva a qualche considerazione relativa all’estraneità al sodalizio mafioso di Cosa nostra e, persino, sull’eventuale appartenenza alle istituzioni: “se fosse stata una persona che io conoscevo (…), sicuramente sarebbe rimasta qualche cosa (…) più incisiva; ma siccome c'è un'immagine così sfocata (…). Mi dispiace tantissimo e aggiungo di più, che fin quando non si sarà chiarito questo mistero, che per me è fondamentale, è un problema serio per tutto quello che riguarda la mia sicurezza (…). Io sono convinto che non sia una persona riconducibile a Cosa nostra perché (…) c'è questa anomalia di cui per me è inspiegabile”. “C'è un flash di una sembianza umana. (…) c'è questa immagina sfocata che io purtroppo... (…) c'è questo punto, questo mistero da chiarire”; “ho più ragione io a vedere questo soggetto in carcere, se appartiene alle istituzioni, che vedendolo domani fuori”. Peraltro, quest’ultimo spunto del collaboratore di giustizia, sull’eventuale appartenenza alle istituzioni del terzo estraneo, presente alla consegna della Fiat 126, nel pomeriggio di sabato 18 luglio 1992, prima del caricamento dell’esplosivo, veniva approfondito dalla Procura, nella fase delle indagini preliminari di questo procedimento, sondando ulteriormente Gaspare Spatuzza, e anche sottoponendogli diversi album fotografici, con immagini di vari appartenenti al Sisde, senza approdare a risultati tangibili.
Infine, si deve almeno accennare (prima di passare a trattare più diffusamente della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino), ad alcune emergenze che dimostrano il coinvolgimento diretto del Sisde, al di fuori di qualsivoglia logica e regola processuale, nelle prime indagini sulla strage di via D’Amelio, orientate verso la falsa pista di Vincenzo Scarantino. Quest’ultima circostanza, neppure ricordata dal neo-Procuratore Capo di Caltanissetta (dell’epoca), Giovanni Tinebra, veniva invece confermata persino dal dirigente del Sisde, Bruno Contrada, il quale spiegava come detta richiesta della Procura nissena, veniva appunto assecondata, per l’insistenza del Capo Centro di Palermo, Andrea Ruggeri. Peraltro, già nell’ambito del precedente processo c.d. Borsellino bis, veniva accertato che il 10 ottobre 1992, veniva trasmessa alla Squadra Mobile di Caltanissetta, una nota (sul contenuto della quale riferiva il Dirigente della predetta Squadra Mobile, all’epoca delle stragi, dott.Mario Finocchiaro), elaborata proprio dal centro Sisde di Palermo, su specifica richiesta del Procuratore Giovanni Tinebra (sulla cui deposizione, innanzi a questa Corte, non vale più la pena d’indugiare).
Quest’ultimo, dopo aver constatato che le forze di polizia nissene non avevano alcuna specifica conoscenza delle dinamiche interne alle famiglie mafiose palermitane, con un’iniziativa affatto singolare, sollecitava una più stretta collaborazione del Sisde nell’espletamento delle indagini per la strage di Via D’Amelio. I frutti avvelenati di detta improvvida iniziativa non tardavano a maturare, posto che nella predetta nota del 10 ottobre 1992, confezionata dal Sisde proprio nel periodo in cui era in atto il tentativo di far ‘collaborare’ Vincenzo Scarantino, utilizzando Vincenzo Pipino (costretto ad andare in cella con lui, dal dottor Arnaldo La Barbera), vi era una dettagliata radiografia con tutto ciò che, al tempo, risultava alle forze dell’ordine su Vincenzo Scarantino ed i suoi familiari, con i precedenti penali e giudiziari a carico degli stessi, nonché i rapporti di parentela ed affinità con esponenti delle famiglie mafiose palermitane. La tematica della genesi e della gestione della ‘collaborazione’ di Vincenzo Scarantino verrà ampiamente ripresa e trattata nella parte della motivazione dedicata alla sua posizione.  
(pagg 782-788; 822-824)


Il magistrato nel mirino dei Madonia L’intento di “Cosa Nostra” di uccidere Paolo Borsellino aveva iniziato a manifestarsi già tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, in connessione con le indagini da lui svolte insieme con il Comandante della Compagnia dei Carabinieri di Monreale, Capitano Emanuele Basile, che avevano consentito, tra l’altro, di pervenire all’arresto di Pino Leggio e di Giacomo Riina nella zona di Bologna, nonché di far luce su alcune delle attività criminali svolte dall’emergente gruppo dei corleonesi. A tale primo movente se ne aggiungeva un secondo, rappresentato dalla circostanza che dopo l’omicidio del Capitano Basile, consumato il 4 maggio 1980, il Dott. Borsellino aveva emesso dei mandati di cattura nei confronti, tra gli altri, di Francesco Madonia, capo del “mandamento” di Resuttana, e del figlio Giuseppe Madonia.
La vicenda si trova puntualmente ricostruita nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”).
In particolare, nelle dichiarazioni rese il 19.6.1998, il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo ha riferito che Salvatore Riina dopo l’omicidio del Capitano Basile e la conseguente attività di indagine del magistrato aveva commentato che “l'aveva BORSELLINO il capitano BASILE sulla coscienza, perché era stato BORSELLINO a mandare il capitano BASILE a Bologna ad arrestare i suoi”.
Inoltre, il collaborante Gaspare Mutolo, come evidenziato nella suddetta pronuncia, ha riferito che, mentre si trovava detenuto nel corso del 1981 insieme a Francesco e Giuseppe Madonia, Leoluca Bagarella e Greco, aveva avuto occasione di sentire le loro esternazioni in ordine alla necessità di uccidere il Dott. Borsellino.
Sempre nella sentenza emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta si è sottolineato come il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca abbia dichiarato che l’omicidio del Dott. Borsellino era già stato deliberato da “Cosa Nostra” sin dagli inizi degli anni Ottanta, allorché Salvatore Riina aveva vanamente cercato di farlo contattare per risolvere alcuni problemi giudiziari del cognato Leoluca Bagarella, constatandone in quell’occasione l’incorruttibilità. Da allora il Brusca aveva più volte sentito il Riina ripetere che Borsellino doveva essere eliminato perché “faceva la lotta a Cosa Nostra assieme al dottor Falcone in maniera forte e decisa”.
Tali vicende sono state ricostruite, nel corso del presente procedimento, durante l’incidente probatorio, all’udienza del 6 giugno 2012, dallo stesso Giovanni Brusca, il quale ha fatto risalire l’intenzione di Salvatore Riina di eliminare il Dott. Borsellino al 1979-80, spiegando: «Totò Riina lo voleva uccidere prima quando fu del cognato, poi quando fu del Capitano Basile... ». Sul punto, Giovanni Brusca ha reso le seguenti dichiarazioni:
P.M. DOTT. MARINO – Senta, mentre il Dottor Borsellino?
TESTE BRUSCA – Il Dottor Borsellino invece le esternazioni di Salvatore Riina che
voleva uccidere... in quanto lo voleva uccidere cominciano con la vicenda del cognato Leoluca Bagarella del Capitano Basile.
P.M. DOTT. MARINO – E perché?
TESTE BRUSCA – Perché mi aveva chiesto di poterlo più di una volta avvicinare per ottenere un trattamento di favore, insabbiare in qualche modo le indagini, per poterlo scagionare dall’accusa.
P.M. DOTT. MARINO – Ma ci furono tentativi di contattare il Dottor Borsellino all’epoca?
TESTE BRUSCA – Sì, allora... l’ho detto, allora ci sono stati dei tentativi e ci fu un rifiuto totale.
P.M. DOTT. MARINO – Ma lei ricorda chi e in che maniera si fecero questi tentativi, se l’ha mai saputo?
TESTE BRUSCA – Guardi, ora non mi ricordo chi lui... a chi lui abbia incaricato, però di solito si comincia da dove è nato, le amicizie, le amicizia di scuola... un po’ conoscendo la città di Palermo si cerca di vedere con chi si può avvicinare. Ripeto, io conosco le esternazioni che lui si è rifiutato di fargli questa cortesia, però con che soggetti abbia...
P.M. DOTT. MARINO – E lei da chi lo apprende?
TESTE BRUSCA – Da Riina.
P.M. DOTT. MARINO – Da Riina direttamente?
TESTE BRUSCA – Sì, perché in quel momento io sono una delle persone più vicine con Leoluca Bagarella. Sono vicino a lui, conosco dove abita, ci vado a casa tutti i comuni, quindi sono quasi a disposizioni... no sono, sono a disposizione... tolgo questo quasi, ero a disposizione sua ventiquattro ore su ventiquattro ore. La mia...  allento un pochettino quando vengo tratto in arresto per le dichiarazioni di Buscetta, ma fino a quel momento gli facevo da autista, lo andavo a prendere, lo accompagnavo da Michele Greco quando andava a Mazara, ci dormivo a casa... tutti i giorni. Difficilmente io avevo qualche momento libero».
Il Brusca ha, poi chiarito che, in epoca anteriore al “maxiprocesso”, le ragioni poste alla base della intenzione di eliminare il Dott. Borsellino si ricollegano al suo intransigente rifiuto di ogni condizionamento e alla sua mancanza di ogni “disponibilità” rispetto alle vicende giudiziarie riguardanti il Bagarella e l’omicidio del Capitano Basile («Il Dottor Borsellino sì, ma nella sua qualità di Giudice... ancora non era successo il maxiprocesso, non era successo... successivamente poi si sono aggiunti gli altri elementi, però fino a quel momento era perché non si era messo a disposizione, credo per il fatto di Bagarella e qualche altro fatto che in questo momento non mi ricordo. (…) Del Capitano Basile... c’era qualche altra cosa che non si era messo a disposizione»).
Nella medesima deposizione, Giovanni Brusca ha affermato che l’intenzione di uccidere il Dott. Borsellino aveva radici lontane nel tempo e ad essa erano interessati i Madonia, proprio in relazione all’omicidio del Capitano Basile, per il quale era imputato Giuseppe Madonia, fratello di Salvatore Mario Madonia.

 

E I KILLER SI RAMMARICANO PER NON AVERLI UCCISI INSIEME   Gli imputati al processo hanno ammesso di sapere che il giudice Falcone era stato a Palermo prima del 23 maggio e che si era trovato in compagnia di Paolo Borsellino. Questo episodio era stato riferito da Salvatore Biondino al commando stragista che aveva perso la possibilità di uccidere, in un sol colpo, i due magistrati più pericolosi per la sopravvivenza di Cosa Nostra Ancora una volta è dato registrare che l’evento, a cui avevano partecipato Raffaele, Domenico, Calogero Ganci, Salvatore Cancemi e Antonino Galliano, è stato descritto per conoscenza diretta da ben tre imputati, per cui, la ricostruzione che ne deriva può definirsi, sotto l’aspetto descrittivo, completa ed esauriente. Nella sostanza, […] si rileva accordo generale sul fatto che erano i tre giovani del gruppo ad occuparsi materialmente del pedinamento della Fiat Croma, e analoga convergenza si riscontra anche sui mezzi usati per lo scopo, cioè il “vespone 150” guidato da Calogero Ganci, il ciclomotore Peugeot in uso a Domenico Ganci e lo Sfera Piaggio guidato da Galliano, a nulla rilevando la discordanza sui colori dei singoli ciclomotori, costituendo questa circostanza di secondo rilievo, in ordine alla quale ben può giustificarsi il ricordo impreciso dei narratori. […] Anche la suddivisione del percorso fra i singoli pedinatori relativamente al tragitto che la Fiat Croma di solito percorreva, costituisce dato su cui si è registrata concordanza fra le dichiarazioni di Ganci e Galliano: […]. E’ altresì condivisa dai due anche la circostanza che le operazioni di pedinamento fossero concentrate nella mattinata, e che nel pomeriggio gli eventuali spostamenti della Croma erano comunque controllati dalla macelleria dei Ganci. Tale ultima affermazione non trova alcuna smentita dal tenore della deposizione del teste Aristide Galliano, che lavorava in quel negozio come inserviente, perché risulta chiaramente sia dall’esame di Ganci che da quello di Galliano, che il controllo dell’autovettura nel pomeriggio era, per così dire, “dinamico”, nel senso che gli operatori non rimanevano fermi alla macelleria, ma usavano spesso recarsi al bar Ciro’s per assicurarsi con maggiore sicurezza di quella che poteva scaturire dalla visione che si aveva dal negozio, che la macchina fosse ferma nel parcheggio. Continuando nella rassegna degli accadimenti sui quali vi è convergenza secondo il racconto degli imputati, va rilevato che essi concordano sul fatto che spesso accadeva che Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi nel corso degli appostamenti mattutini seguissero i pedinamenti in macchina, e che erano soliti raggiungerli sotto i portici che si trovavano di fronte al Palazzo di Giustizia, da dove insieme controllovano la posizione della macchina e i successivi spostamenti. A tal proposito è opportuno segnalare che i predetti si spostavano a bordo della Fiat Uno grigia nella disponibilità di Salvatore Cancemi. […] Sia Ganci che Galliano hanno concordato poi sul fatto che per ognuno di loro il conferimento dell’incarico era avvenuto ad opera di Raffaele Ganci nella macelleria, e che nell’occasione era presente Salvatore Cancemi.

LA FAMIGLIA GANCI A DISPOSIZIONE   Quanto all’inizio delle operazioni di pedinamento, Galliano lo ha collocato verso la metà di aprile, mentre invece Calogero Ganci ha ancorato il suo primo intervento a due o tre giorni prima rispetto alla mancata partenza per Bologna (fissata per il 14 maggio), che è facilmente individuabile grazie al fatto che è presente in atti il biglietto che l’imputato aveva acquistato per l’occasione. […] Quel che importa sottolineare è che sia Ganci che Galliano hanno concordato sul fatto che l’attività svolta da aprile fino a metà maggio circa aveva già consentito al gruppo di conoscere non solo gli orari dei movimenti nel corso della mattinata della Croma, che si muoveva dal parcheggio intorno alle nove per farvi poi ritorno per le 13.30, ma anche un ulteriore informazione, di rilievo eccezionale, costituita dall’accertamento della frequenza dei rientri del giudice in città, che si concentravano nei giorni ricompresi dal venerdì al sabato. L’acquisizione di tale dato avrebbe consentito poi di fissare i termini dell’attività di appostamento del commando esecutivo che, come si sarebbe appreso successivamente, aveva costituito informazione che il gruppo operativo a Capaci aveva ben chiara ormai da tempo, posto che subito dopo il caricamento del condotto si era tecnicamente già in grado di procedere se il dott. Falcone fosse arrivato a Palermo. Se tutto quanto precede costituisce ricostruzione altamente verosimile dei fatti accaduti, deve allora dirsi che la decisione presa da Raffaele Ganci in ordine al coinvolgimento del figlio Calogero nell’attività di pedinamento era stata presa in quel frangente temporale, perché egli aveva realizzato che, una volta effettuato il caricamento del condotto, l’attentato avrebbe potuto svolgersi in qualsiasi momento, per cui era essenziale non perdere i movimenti della macchina. Si spiega così, il motivo, a cose ormai fatte, dell’intervento di Calogero Ganci, che assume un senso pregnante proprio se posto in questi termini. Ma c’è anche un’altra considerazione che spinge a concludere nel senso appena indicato. Raffaele Ganci, a detta del figlio, gli aveva già comunicato di non passare da quel tratto di autostrada verso i primi di maggio, senza però dare ulteriori spiegazioni del divieto al figlio, che aveva comunque recepito che in quel posto si stava preparando qualcosa di importante, che avrebbe potuto mettere in pericolo la sua incolumità se avesse attraversato la zona. Orbene, se l’esigenza di coinvolgere il figlio fosse stata diversa da quella indicata in precedenza, Raffaele Ganci avrebbe richiesto l’intervento del figlio già in quel frangente, e cioè agli inizi di maggio: poiché così non era stato, deve ritenersi che la richiesta era giunta tardivamente solo perché il Ganci voleva essere sicuro che, una volta che si entrava nella fase in cui poteva realizzarsi l’attentato, venisse completamente azzerato il rischio di perdere le traccie della Croma all’atto in cui si sarebbe diretta verso Punta Raisi a prelevare il giudice. Va altresì sottolineato che Raffaele Ganci avvertì la necessità di coinvolgere anche il figlio Calogero oltre Domenico, anche in virtù del fatto che il nipote Galliano non poteva assicurargli una presenza costante, poiché aveva il problema delle assenze dal lavoro, che se possibili per i fine settimana, dato il tipo di impiego svolto (bancario), non consentivano grossi margini di movimento al di fuori dei permessi o dei recuperi, che loro stessa natura non potevano che essere saltuari.

IL FALSO ALLARME […] Occorre a questo punto soffermarsi sul significato di due episodi, sulla cui esistenza hanno concordato sia Ganci Calogero che Galliano: il primo attiene alla volta in cui i pedinatori avevano perso di vista l’auto, il secondo al giorno in cui invece solo Calogero Ganci era riuscito a starle dietro, fino a seguirla in un capannone sito nei pressi dell’autostrada. Galliano, che è a conoscenza di entrambi gli episodi, ha collocato questo secondo fatto nella settimana precedente la strage, ed il il primo due settimane prima della stessa. Ganci invece non è così preciso e si è limitato solo a porre come intervallo fra i due eventi un paio di giorni circa. E’ possibile, allora, che quando che gli operatori avevano perso di vista la Fiat Croma e che solo Calogero Ganci era riuscito a starle dietro, si fosse verificato quel famoso “falso allarme” di cui hanno riferito poi anche Brusca e La Barbera per averlo appreso da Salvatore Biondino. E’ verosimile cioè che Ganci, unico a non aver perso le traccie della macchina grazie alla maggiore potenza del mezzo di cui disponeva (di cilindrata 150), avendo visto che la macchina andava verso la circonvallazione e poi in direzione dell’autostrada, aveva pensato giustamente che l’auto stesse per recarsi all’aeroporto, e dunque aveva messo in moto il meccanismo che doveva condurre ad allertare gli operatori che stanziavano a Capaci. Deve altresì ipotizzarsi che una volta accortosi che invece la macchina si fermava al capannone industriale, sito in una strada che lambiva a carreggiata dell’autostrada, nei pressi di Villabate, l’imputato avesse fatto in modo di fermare l’ingranaggio. A conforto di tale ricostruzione è emerso dall’esame del traffico cellulare acquisito in atti, che nella giornata del 14 maggio vi erano stati dei contatti telefonici particolari fra il cellulare in uso a Domenico Ganci (quello intestato cioè a Ruisi, lo 0336/890387) che aveva chiamato quello di Ferrante alle 7.32, alle 7.58, alle 9.06 e alle 9.09, e successivamente fra Ferrante e La Barbera alle 9.11. Potrebbe dunque essersi verificato quella mattina che gli operatori avessero visto la Fiat Croma allontanarsi dal parcheggio, l’avessero seguita, poi l’avessero persa di vista ad eccezione di Calogero Ganci, che avendo visto che imboccava la circonvallazione avvertì il fratello, che a sua volta chiamò Ferrante, probabilmente in più riprese, per confermargli che la direzione imboccata era quella giusta. Le successive chiamate, quelle delle 9.06 e delle 9.09, potrebbero essere quelle con cui Domenico Ganci aveva avvisato del falso allarme Ferrante, che a sua volta, aveva chiamato La Barbera per disattivare i preparativi. Altro dato che va segnalato è che sempre nella stessa giornata risulta, da attestazione della Corte d’Appello, che la Fiat Croma era stata sottoposta a lavori di manutenzione presso la ditta “Centrogomme s. n. c.” , per cui è ben possibile che la direzione segnalata da Ganci preludesse all’imbocco della strada che doveva condurre all’officina autorizzata. L’uso di tale espressione è imposto da una dovuta prudenza, frutto della circostanza che Costanza Giuseppe, l’autista della Croma, non ha ricordato di essersi recato nella zona di Villabate con la macchina di servizio nei giorni precedenti l’attentato: vero che emerge dall’attività di riscontro svolta dal personale della Dia che esistono diversi capannoni che costeggiano l’autostrada prima dello svincolo per Villabate, ma nessuno di essi ha a che fare con un officina di riparazione, trattandosi in un caso di un deposito di prodotti chimici, e nell’altro di una fabbrica di ghiaccio. E’ possibile allora che il teste vi si sia recato per motivi personali prima di andare all’officina, e che obiettivamente non sia stato in grado, in dibattimento, di ricordare il motivo della sosta a causa delle amnesie che lo hanno afflitto in esito allo shock derivato dall’attentato. D’altro canto, va anche sottolineato che Ganci Calogero, una volta accertato che la macchina si fermava presso uno dei capannoni, era andato via, per cui è ben possibile che l’autista, dopo tale sosta, si fosse diretto verso l’officina di riparazione. Del resto non è possibile ritenere che il falso allarme di cui hanno parlato concordemente anche Brusca e La Barbera, sia identificabile con l’altro episodio, quello relativo alla perdita delle tracce della macchina da parte di tutti i pedinatori. In tale caso infatti non avrebbe avuto senso, se si era persa la Fiat Croma, allertare il gruppo di Capaci perché a quel punto non c’era più nessuna sicurezza sulla direzione che avrebbe preso la macchina: non era ragionevole cioè che, a fronte della meticolosità, precisione e puntualità con cui era stata elaborata la strategia esecutiva, che un particolare così vitale, quale il lancio del segnale, potesse essere rimesso al mero caso. Se la ricostruzione indicata è verosimile, può farsi allora un ulteriore passo avanti per ricollegare quest’ultimo episodio al rientro in Palermo del dott. Falcone il 18 maggio: come si è già visto in precedenza, in occasione dell’esame delle deposizioni dell’addetta alla segreteria della Direzione Affari Penali del Ministero dell’impiegata dell’agenzia di viaggi di Palermo ove il magistrato era solito servirsi quando si spostava con i voli di linea e dello stesso autista, Costanza Giuseppe, il dott. Falcone era tornato in Sicilia in quella data, che cadeva di lunedì della stessa settimana nella quale è ricompreso il giorno della strage, cioè sabato 23 maggio. Tale ipotesi troverebbe conforto nell’indicazione della consequenzialità temporale che secondo Ganci Calogero lega questo episodio al primo già descritto, essendo i due fatti intervallati secondo i suoi ricordi da un paio di giorni, perché come si è già visto, quest’ultimo risulta fissato per il 14 maggio, che dunque dista quattro giorni dall’altro, ben compatibile quindi con la ricostruzione dell’imputato. Altro dato che coincide è quello relativo al momento in cui la macchina era rientrata al posteggio, che Ganci ha indicato nel pomeriggio, dato che risulta anch’esso compatibile sia con la previsione dell’andata all’aeroporto per consentire al giudice il rientro nella capitale nella stessa giornata, che con le dichiarazioni del Costanza.

UCCIDERE IL GIUDICE UNA SETTIMANA PRIMA […] Gli imputati [...] ammettono di essere venuti a conoscenza del fatto che il dott. Falcone era stato a Palermo prima del 23 maggio, e addirittura in compagnia del dott. Borsellino: tale circostanza, riferita concordemente, secondo gli imputati, al gruppo operativo da Salvatore Biondino, aveva costituito fonte di rammarico per gli operatori, perché era andata persa la possibilità di eliminare in un sol colpo due dei magistrati più pericolosi per la sopravvivenza di Cosa Nostra. Se è possibile quindi rilevare dalle dichiarazioni dei collaboratori il disappunto per l’occasione persa, può anche sostenersi che chi aveva riferito loro l’episodio aveva ben contezza del fatto che in quel frangente doveva essere già tutto pronto per far saltare l’autostrada, quindi orientativamente l’accadimento è collocabile dopo l’8 maggio. I dati acquisiti in virtù delle dichiarazioni degli imputati consentono di calibrare meglio la collocazione temporale dell’evento: se infatti l’intervento di Calogero Ganci nel gruppo dei pedinatori è stato fissato in precedenza due o tre giorni prima il 14 maggio, poiché l’imputato ha riferito dell’episodio per averlo vissuto in prima persona, allora è possibile restringere ulteriormente l’arco temporale per affermare che il fatto si realizzato fra il 12 e il 23 maggio. […] Come ben si comprenderà allora, se è dato incontestabile che il 18 maggio il dott. Falcone fosse in Palermo, e se l’episodio del mancato avvistamento della Fiat Croma tende, secondo le dichiarazioni degli imputati, ad avvicinarsi a tale data, la tesi secondo cui il giorno in cui essi avevano perso di vista la Croma era proprio il 18 maggio non appare destituita di fondamento. Vero che Giovanni Brusca ha ricostruito il fatto in modo diverso, sostenendo che l’occasione era andata persa perché trattandosi di un lunedì, e quindi di un giorno al di fuori di quelli ricompresi nel fine settimana, gli operatori non erano pronti nelle loro postazioni, non facendo pertanto alcun collegamento fra l’episodio e il fatto che i pedinatori avevano perso di vista la macchina. Le considerazioni espresse dall’imputato non devono però fuorviare, perché quella riportata è l’opinione di Brusca, cioè di un imputato che ha avuto la responsabilità della direzione delle operazioni per quanto atteneva al settore relativo al gruppo che doveva operare in Capaci e nei pressi dell’aeroporto. […].  A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA

 

 


 COMUNICATI ANSA

Il primo lancio dell’agenzia Ansa è delle 17.16

ATTENTATO DINAMITARDO A PALERMO Un attentato dinamitardo e' stato compiuto a Palermo. Vi sono coinvolte numerose automobili e sono molti i feriti. Sul luogo dell'esplosione che e' stata avvertita ad alcuni chilometri di distanza, sono confluite tutte le pattuglie volanti della polizia e dei carabinieri. Sono state richieste autoambulanze da tutti gli ospedali. Secondo le prime indicazioni della polizia, un magistrato sarebbe rimasto coinvolto nell'attentato. (ANSA). 19-LUG-92 17:16

 ATTENTATO DINAMITARDO A PALERMO (2)  Sul luogo dell'attentato le autoambulanze hanno raccolto decine di feriti per trasportarli negli ospedali della Villa Sofia, del Cervello e del Civico. Tra i feriti vi e' anche un agente della polizia di stato che si pensa sia un agente di scorta. Uno dei primi soccorritori ha segnalato di aver trovato per terra una mano. La zona e' sorvolata dagli elicotteri della polizia e dei carabinieri. ANSA) - 19 LUG (SEGUE).

ATTENTATO DINAMITARDO A PALERMO (3) Sul luogo dell'esplosione giacciono a terra i corpi di quattro persone morte. ANSA) - 19 LUG -

ATTENTATO DINAMITARDO A PALERMO: FERITO GIUDICE BORSELLINO- Nell' attentato di Palermo e' rimasto ferito, secondo le prime notizie fornite dalla polizia, il giudice Paolo Borsellino. Nella violenta esplosione di una automobile imbottita di tritolo, sono rimaste coinvolte l'autovettura del magistrato e le due blindate della scorta. (ANSA) 19-LUG-92 17:47 

ATTENTATO A GIUDICE BORSELLINO- L' attentato al giudice Paolo Borsellino e alla sua scorta (vedi Ansa 099/0A e seg) e' avvenuto in via Mariano D'Amelio, dove abitano la madre e la sorella del magistrato. L' esplosione e' stata violenta e oltre all'auto del giudice Borsellino, sono rimaste coinvolte le due auto della scorta e un'altra decina di autovetture che erano posteggiate lungo la strada. Il manto stradale e' stato sconvolto per una lunghezza di duecento metri. L' edificio vicino al quale e' avvenuta la deflagrazione dell'autobomba e' rimasto danneggiato: muri lesionati, alcune parti crollate, infissi di balconi e finestre divelti fino al quinto piano. (SEGUE).(ANSA) 19-LUG-92 17:58 

ATTENTATO A GIUDICE BORSELLINO (2)- L' autobomba, una Fiat 600 imbottita presumibilmente di tritolo, era stata parcheggiata davanti al numero 21 di via D'Amelio, dove abitano la madre e la sorella del giudice Borsellino. Nella deflagrazione l'autobomba si e' disintegrata e alcuni rottami, dopo un volo di oltre cinquanta metri, sono andati a finire in un giardino dietro un muretto. (SEGUE).(ANSA) 19-LUG-92 18:18

MAFIA: STRAGE A PALERMO, UCCISO BORSELLINO Il giudice Paolo Borsellino e' rimasto ucciso nell' attentato. Il suo corpo, completamente carbonizzato, con il braccio destro troncato di netto, e' nel cortile del palazzo dove abitano la madre e la sorella: Non e' stato ancora riconosciuto ufficialmente, ma alcuni suoi colleghi, fra i primi ad accorrere sul luogo dell'attentato, asseriscono che e' ''certamente'' lui. (ANSA) (SEGUE).

MAFIA: STRAGE A PALERMO, UCCISO BORSELLINO (2) Fra le vittime e' anche una donna, un'agente di polizia che faceva parte della scorta del magistrato. Il suo corpo e' stato trovato nel giardino di un appartamento al piano terreno dell'edificio.(SEGUE).ANSA) 19-LUG-92 18:19 

UCCISO BORSELLINO  L'esplosione dell'autobomba ha provocato danni visibili all' edificio fino all'undicesimo piano. Due coniugi, Mauro e Donata Bartolotta, che abitano al piano terreno dell'edificio davanti al quale e' avvenuta la strage, hanno reso questa testimonianza: '' c' e' stato un boato terrificante che ci ha sbattuto a terra; sembrava un fortissimo terremoto; non ci siamo resi conto di quello che era accaduto se non subito dopo quando siamo fuggiti da casa. Ci siamo salvati perche' in quel momento eravamo in cucina, nella parte retrostante dell'appartamento. Abbiamo visto persone che in preda al panico si lanciavano dalle finestre del primo e secondo piano. Sulla strada c'erano molte automobili in fiamme, c'era un fumo denso, molta confusione, grida, feriti e morti. (SEGUE).(ANSA) - 19-LUG-92 18:46 

UCCISO BORSELLINO (2) Oltre al giudice Borsellino, nella strage sarebbero rimaste uccise altre cinque persone. La notizia e' stata data sul luogo dell'attentato da un capitano dei vigili urbani in servizio nella zona per regolare il traffico. Secondo informazioni della polizia, i feriti sarebbero quattordici civili, alcuni dei quali in gravi condizioni, e un agente. (SEGUE). (ANSA) -19-LUG-92 19:00

UCCISO BORSELLINO (3)  Il ministro dell'Interno, Nicola Mancino, e il Ministro della Giustizia, Claudio Martelli, sono attesi in serata a Palermo. Il figlio del giudice Borsellino, Manfredi, venti anni, e' stato visto aggirarsi sul luogo della strage, tenendosi a distanza, nel timore di dovere apprendere la terribile notizia. Lo ha visto Carmelo Conti, ex presidente della corte di appello, che lo ha stretto al petto senza pero' profferire parola. Nessuno ancora gli ha detto la verita'. In via Mariano D' Amelio e' anche giunto il suocero di Paolo Borsellino, Angelo Piraino Leto, magistrato in pensione che a Palermo e' stato presidente della Corte d'appello. Lo accompagna, sorreggendolo affettuosamente, il giudice Salvatore Scaduto. L' anziano magistrato cammina lentamente fra le carcasse carbonizzate delle automobili coinvolte nell' esplosione sussurrando ripetutamente: ''voglio andare da Paolo, voglio vedere Paolo, portatemi da Paolo''. La moglie di Paolo Borsellino e' nella sua casa di via Cimarosa, in preda a malore. Continua a chiedere a coloro che le stanno vicino notizie di Paolo, ma nessuno ha finora ha avuto la forza di dirle la verita'. (SEGUE).(ANSA) - 19-LUG-92 19:08

UCCISO BORSELLINO (5) Specialisti della polizia e dei carabinieri hanno ispezionato un edificio di fronte a quello dal quale stava uscendo il giudice Borsellino quando e' stato investito dall' esplosione dell'autobomba. Dall' androne o da qualche altra zona di quell' edificio, sarebbe stato possibilead un osservatore vedere uscire il magistrato e azionare il telecomando che ha dato l'impulso per l'esplosione. (SEGUE). (ANSA) -

UCCISO BORSELLINO (6)Due mani completamente carbonizzate sono state trovate, tre ore dopo l'attentato, a settanta e cento metri dall' epicentro dell'esplosione. I resti sono stati raccolti e inviati all' istituto di medicina legale. SEGUE).(ANSA) - 19-LUG-92 20:14

UCCISO BORSELLINO (7)I corpi del giudice Paolo Borsellino e dei cinque agenti di scorta rimasti uccisi nell'esplosione, sono stati trasportati nell' istituto di medicina legale del Policlinico. (SEGUE). (ANSA) - 19-LUG-92 21:14

UCCISO BORSELLINO (8)Nella stessa via Mariano D'Amelio, a pochi metri di distanza in linea d' aria dal luogo dell'attentato, la polizia aveva scoperto nel dicembre 1989 un ''covo'' utilizzato da Antonino Madonia, figlio del boss Francesco, indicato come componente della ''cupola'' mafiosa. Nell' appartamento gli agenti sequestrarono il cosiddetto libro mastro'' delle estorsioni, con l'elenco dettagliato di imprenditori e commercianti taglieggiati dalla cosca. Antonino Madonia venne arrestato un mese dopo, in seguito alla scoperta di un altro ''covo'' in via Imperatore Federico. (SEGUE).(ANSA) - 19-LUG-92 22:18

UCCISO BORSELLINO: GLI AGENTI MORTI Dei cinque agenti della scorta di Borsellino morti nella strage, tre erano di Palermo (Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Agostino Catalano, di 22, 27 e 43 anni), Walter Cusina (28) di Trieste ed Emanuela Loi (25) di Cagliari. Traina e Catalano, sposati, avevano rispettivamente uno e tre figli. (ANSA) - 19-LUG-92 23:17

UCCISO BORSELLINO: LA STRAGE DI PALERMO La potenza strategica e militare della mafia ha dato oggi a Palermo l'ennesimo saggio di sangue, massacrando con tecnica ormai collaudata, l'esplosione di una autobomba, il Procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, fra cui una donna. L' attentato e' stato compiuto alle 17 in punto in via Mariano D' Amelio, vicino alla Fiera del Mediterraneo, alle falde del Monte pellegrino, davanti al civico 19. Quando l'artificiere di ''Cosa Nostra'' ha attivato il radiocomando che ha fatto scoppiare l'automobile imbottita di esplosivo, parcheggiata proprio davanti al portone d'ingresso, il magistrato stava andando a visitare l'anziana madre e la sorella. La deflagrazione, di una violenza inaudita, e' stata avvertita in gran parte della citta'. Anche nella redazione dell'Agenzia Ansa, che dista dal luogo un paio di chilometri in linea d' aria. Il primo flash su quella che via via si sarebbe configurata come una delle piu' orrende stragi firmate dalle cosche, e' stato trasmesso pochi minuti dopo. Quando, sull' eco del boato, hanno cominciato a convergere mezzi delle forze dell'ordine, dei vigili del fuoco e autoambulanze, quanti sono arrivati per primi sul posto non hanno creduto ai propri occhi. L' edificio in cui era diretto il magistrato e' sventrato alla base e segni di lesioni consistenti e infissi divelti fino al quinto piano. Una ventina di automobili che bruciavano, cadaveri e resti umani sull' asfalto. (SEGUE ANSA) -19-LUG-92 22:00

UCCISO BORSELLINO: LA STRAGE DI PALERMO (2) Il caos e' indescrivibile. Il corpo di Paolo Borsellino e' completamente carbonizzato, con il braccio destro troncato di netto. Medici e infermieri, mentre i pompieri spengono le fiamme, si occupano dei feriti, una ventina, gran parte dei quali inquilini del civico 19, investiti dall'onda d' urto dell'esplosione. Per un raggio di duecento metri, immagini di distruzione e morte. Due mani annerite dal fuoco saranno ritrovate due ore dopo a settanta e cento metri dall'epicentro. Sconfortante l'analogia con l'attentato sull'autostrada a Giovanni Falcone: anche oggi, come il 23 maggio scorso, nei primi convulsi momenti Paolo Borsellino e' stato dato per scampato, solo ferito. Poi, la sconvolgente conferma, ufficializzata dal doloroso riconoscimento fatto dal Procuratore della repubblica Pietro Giammanco. Molti i colleghi di Borsellino che si aggirano con espressioni di sgomento. Tocca auno di loro sorreggere Manfredi, venti anni, uno dei tre figli del magistrato ucciso che si aggira in questo scenario dantesco in una sorta di percorso ''periferico'', quasi che abbia terrore di doversi arrendere alla tremenda realta'. Arriva Giuseppe Ayala, neo deputato repubblicano, dieci anni di militanza umana e professionale con Falcone e Borsellino, che abita in un residence distante un centinaio di metri. ''Questa nuova strage -afferma - indica chiaramente, se ve ne fosse bisogno, chi siano gli uomini che sono in pericolo a Palermo''. (SEGUE).(ANSA) - 19-LUG-92 22:07

UCCISO BORSELLINO: LA STRAGE DI PALERMO (3)Il ministro dell'interno Nicola Mancino, accompagnato dal capo della polizia Vincenzo Parisi, il cardinale Salvatore Pappalardo, il neosindaco di Palermo Aldo Rizzo: questi alcuni fra i tanti esponenti delle istituzioni e della societa' che vanno in via D' Amelio. Paolo Borsellino,ritenuto il successore ''naturale'' di Giovanni Falcone sulla trincea antimafia (il suo nome era stato recentemente proposto al vertice della Superprocura), aveva trascorso le ore precedenti all' attentato con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia (l'altra figlia Fiammetta e ' in viaggio in Indonesia) ospiti a Villagrazia di Carini del leader siciliano del MSI avvocato Giuseppe Tricoli, amico del magistrato dagli anni universitari. Alle 16,40 Borsellino ha avvisato gli agenti della scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cusina, Claudio Traina, e Vincenzo Limuli, morti nella strage, e Antonino Vollo, rimasto ferito) di prepararsi per rientrare a Palermo. Ufficialmente nessuno era a conoscenza degli spostamenti di Borsellino, che solo all' ultimo minuto, come oggi, comunicava ai poliziotti addetti alla vigilanza itinerario e destinazione. La mafia comunque sapeva che Paolo Borsellino, e lo aveva dimostrato in molte occasioni, circolando solo per le vie di Palermo, non rinunciava ad un minimo di vita ''normale''. La mafia sicuramente sapeva che tra le tappe ''obbligate'' c'era la visita all' anziana madre. (ANSA)

L’INTERVISTA ALL’AVV. ROSALBA DI GREGORIO  “Da Mr. X all’Fbi, ecco i misteri del Depistaggio” | VIDEO di Davide Guarcello 19 Dicembre 2020 IL SICILIA  del pentito Gaspare l’inattendibilità del fal Vincenzo Scarantino. La sentenza del processo Borsellino quater ha sancito che quello fu “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”. Abbiamo ripercorso quindi le tappe delle nuove indagini con l’Avv. Di Gregorio, tra le prime ad aver smascherato Scarantino. Un lavoro lungo, necessario per cercare di far conoscere a tutti gli elementi che sono emersi dopo 28 anni da quella strage che cambiò profondamente Palermo, la Sicilia e l’Italia intera.

Avvocato Di Gregorio, lei è stata tra le prime a smascherare le farloccate di Scarantino e il depistaggio di via D’Amelio… «Ho provato a smascherare. Ma non ci sono riuscita, è evidente…»

Qual è stato l’elemento chiave che le ha suggerito che quello era un falso pentito? «Beh il primo in assoluto, direi proprio “a pelle” è questo: un soggetto quale Scarantino, lo spessore umano e delinquenziale di questo personaggio, non erano assolutamente compatibili col ruolo che si era dato nella strage. Secondo: il ruolo che si era dato era esagerato, e su questo sono d’accordo tutti. Riina per problemi prudenziali aveva settorializzato i dati di conoscenza: quindi chi, ad esempio, si occupava di reperire l’esplosivo, non doveva conoscere le fasi successive, né i soggetti coinvolti; questo perché già all’epoca si erano verificate le prime defezioni in Cosa nostra, ed il fenomeno del pentitismo era diffuso. Scarantino invece sapeva tutto: dalla fase pseudo-deliberativa-organizzativa (quella baggianata di Villa Calascibetta, che era ridicola di suo) fino alle fasi del caricamento dell’esplosivo, del reperimento dell’autobomba, del trasporto in via D’Amelio e – de relato – di chi premette il telecomando. Tutto ciò, in un quadro in cui le riunioni di Cosa nostra si facevano, per prassi, in quattro o cinque. Ma l’elemento sconvolgente fu proprio la descrizione della riunione di Villa Calascibetta: Scarantino racconta che mentre la Commissione parla di far fuori Borsellino, lui entra, apre il frigo e beve l’acqua! Se conosci un minimo i processi di Cosa nostra sai benissimo che è una cosa impossibile. Entrare in una riunione della Commissione? Se ciò fosse successo lo avrebbero ammazzato all’istante. I pm allora ce la “riciclano” come riunione operativa per il furto della 126. Mi chiedo: c’è bisogno che Riina e tutto il Gotha si riunissero per dare l’incarico ad un cretino di rubare la macchina? No; bastava che il capo mandamento della Guadagna dicesse che gli serviva un’auto da rubare… e basta. Quindi la sua ricostruzione non stava né in cielo né in terra e lascia spiazzati. Quindi per me, ma non solo, era evidente già all’epoca che Scarantino mentisse. Tra l’altro non ci sono, né vi erano, riscontri al suo racconto: l’unico era che era scoppiata una 126 rubata alla Signora Pietrina Valenti e che è stato trovato un blocco motore di una 126 in via D’Amelio… E qui mi sovviene un altro dubbio: ma perché, siamo sicuri che è stato trovato il blocco motore di una 126?Perché io nelle immagini non lo vedo…»

Ecco, lei sta anticipando una delle mie domande: la targa è stata trovata solo tre giorni dopo, il 22 luglio. E il famoso blocco motore della 126 nelle immagini del 19 luglio «non c’era… andava creduto per fede», scrive lei nel suo libro “Dalla parte sbagliata”. «Allora: la strage è avvenuta il 19 luglio; il 20 all’ora di pranzo, dopo le 13 circa, viene ufficialmente ritrovato il blocco motore dai tecnici nominati dalla Procura: Vassale, Cabrino, De Logu ed Egidi. Questi sono i consulenti che faranno la relazione sull’esplosivo. Quando gli abbiamo chiesto chi lo ha trovato, risposero: “Beh, un po’ tutti…”. Quindi “un po’ tutti” hanno trovato un blocco motore di 80 kg che non hanno mai fotografato, mai ripreso con un filmino… Non si può non evidenziare come non sia un oggetto invisibile visto che è di 80 kg! Non essendoci agli atti il momento di visualizzazione (per carità, anche il momento poteva essere fasullo) di questo blocco in sito, questa circostanza ha provocato, in noi difensori, una notevole curiosità; curiosità che si è acuita quando nel processo Borsellino bis abbiamo raccolto le dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca, che tra le altre cose dice: “A me Biondino mi ha detto: ‘Perché non gli dici a Pietro Aglieri che gli imputati si trovano un bravo perito per la macchina?’”. Viene subito da pensare: Se la macchina è quella e l’esecuzione è quella, perché ci deve mettere il perito? Un altro momento di riflessione e di dubbio sul tema mi verrà quando per caso vengo a sapere da un vigile del fuoco che assistevo per una separazione, che gli stessi avevano girato delle immagini video il 19 luglio. Facciamo quindi la richiesta alla Procura per avere le immagini ma ce le negano; le otterremo poi nell’appello del Bis. A quel punto chiediamo di proiettare il filmato in Aula e la Corte dà l’ok, insieme alle immagini della Scientifica: e guardi che è un rischio perché – in una Corte d’Assise, con giudici popolari – con quelle scene, i cadaveri fatti a pezzi, non è bello psicologicamente rispetto ai tuoi assistiti perché stai mostrando uno scempio che nelle ipotesi di accusa avrebbero commesso loro. Ma il rischio era doveroso andarlo a percorrere. E nelle immagini trasmesse in Aula, sia dei Vigili del Fuoco che della Scientifica, il blocco motore non si vede. All’epoca insistetti parecchio su questa cosa. A ciò si aggiunse che, in fase della famosa ritrattazione di Como, Scarantino raccontò che un tale “Giampiero Valenti” – ma in realtà poi scoprimmo trattarsi di “Giampiero Guttadauro” (del gruppo d’indagine Falcone-Borsellino) – gli avrebbe detto che “la polizia aveva riempito una 126 di esplosivo e l’aveva fatta scoppiare a Bellolampo per tarare la quantità di esplosivo necessario”. Da ciò Scarantino dedusse che i pezzi della 126 trovati in via D’Amelio erano quella di Bellolampo; ma questa è una fesseria, una stupidaggine che deduce lui».

Quindi ad oggi non ci sono certezze sull’autobomba? Sul piano processuale sembra di sì poiché la Procura attuale ha fatto sviluppare alla DIA una consulenza sulle immagini prese dalle tv locali. Si arrivò così ad un frame nel quale si vede un aggeggio che indicano con “elevata compatibilità” come il blocco motore della 126. Spatuzza non apporta nulla a questo perché racconta solo del furto della macchina fatto da lui, dello spostamento nel garage di via Villasevaglios e lì ci dice del soggetto strano, esterno a Cosa nostra, Mr. X, rimasto ignoto fino ad oggi, che si occupa dell’esplosivo. Nel Borsellino Ter, il pentito Giovan Battista Ferrante riferì: “Biondino mi disse che erano contenti perché fino a quando assicutano (seguono, ndr) la macchina e Scarantino, noi siamo tranquilli perché lì ci abbiamo messo un fusto di calce di 200 litri”. Avevo chiesto di approfondire questo aspetto, ma i giudici del Ter gli dissero: “Ma scusi lei ora la tira fuori questa dichiarazione? Se la sta inventando ora?”, e lui rispose che lo aveva detto subito, ma i pm lo avrebbero bloccato dicendogli: “Se la rimangi questa dichiarazione, perché se c’è una cosa di cui siamo certi è che lì è scoppiata una 126”. Peccato che di tutto ciò non c’è un verbale, ma questo non ci stupisce, visto che sono di più i verbali scomparsi che quelli ritualmente depositati. Di recente, con un grande lavoro, da parte della Procura di Caltanissetta, di scavo negli archivi, abbiamo trovato di tutto nei “fascicoli ignoti”: i brogliacci e le bobine delle intercettazioni tra Scarantino e i pm, il programma di protezione di Scarantino, ecc… Solo dopo il ritrovamento delle intercettazioni il Dott. Bo, i funzionari e gli altri agenti si sono ricordati dell’esistenza di quelle intercettazioni. Al Borsellino Quater chiesi a Bo e ai pm (Palma, Petralia, Di Matteo, Giordano) se Scarantino avesse un telefono. “Non lo sappiamo”, invece lo sapevano! Lo hanno intercettato nella sua località protetta, facendoci pure delle conversazioni, che poi hanno stralciato e inserito in un faldone “Ignoti”».

Intercettazioni dove non mancano numerose “anomalie”, dato che alcune sembrerebbero essere state manipolate e spente nei momenti in cui parlava coi magistrati… «Questa è un’ulteriore cosa. Ma senza arrivare al momento patologico dell’interruzione delle intercettazioni (che non è un’anomalia, ma un reato) il problema è già a monte. Perché quando interrogammo tutte queste persone come testi, quindi sotto giuramento, al processo Quater, chiesi: “Se Scarantino rilascia l’intervista ad Angelo Mangano di Studio Aperto, come la fa? Per forza un telefono doveva avere, dato che non poteva uscire in quanto ai domiciliari e sotto protezione h 24…” I pm mi risposero che non ne sapevano niente, nemmeno su quale fosse la località protetta».

Chi erano questi pm? «Palma, Di Matteo, Petralia, Giordano… L’unico che non ha potuto rispondere in primo grado, perché è venuto in sedia a rotelle e su certe cose non ricordava, era il Dott. Tinebra (l’allora Capo della Procura di Caltanissetta) che era in condizioni di salute non buone e poco dopo morì».

Nel suo libro lei ha scritto: «Facile oggi attribuire la colpa di questo depistaggio colossale al solo Arnaldo La Barbera che è morto. Ma dietro, chi c’era? …L’esplosivo lo porta Spatuzza, ma il Semtex chi lo porta?» Garage via Villasevaglios, Spatuzza e l’uomo misterioso – frame film “La Trattativa” «Già nel momento in cui fu scritto il libro “Dalla parte sbagliata”, che ormai oggi è vecchio (prima pubblicazione nel 2014, seconda nel 2018, ndr) visto che naturalmente i processi sono andati avanti, era presente l’idea che nella strage vi fosse una mano diversa, cioè una compartecipazione di “pezzi delle istituzioni” per essere generici. Perché parliamo di una strage dove sparisce l’agenda rossa… ed a Totò Riina o a Graviano dell’agenda rossa di Paolo Borsellino non gliene poteva fregare di meno. Di un processo nel quale ora emerge la figura del Mr. X di cui parla Spatuzza, ma dove i dubbi sulle “presenze strane” a noi sono venuti fin dall’inizio. Perché, ancora, noi abbiamo i tecnici dell’FBI che arrivano a Palermo a momenti prima dei nostri. Ecco, evidenziando questo ultimo punto, questo è un elemento che la gente ignora: tutti i reperti della strage di via D’Amelio, per ordine di Tinebra, sono stati rastrellati e inseriti dentro 60 sacchi neri (tipo quelli della spazzatura) dall’FBI, che li ha caricati dentro ad un furgone e mandati a Roma, alla Scientifica, a disposizione solo dei tecnici dell’FBI. E perché?!? Tra l’altro non ci hanno relazionato nulla; dai reperti relativi alla 126, ai pezzi della carrozzeria, al blocco motore, come li hanno tirati fuori? Orbene, qui c’è nella fase iniziale, qualcosa che sconvolge. Solo che quando io ho evidenziato queste circostanze al processo d’appello del Borsellino Bis, unitamente alla dichiarazione di Ferrante sul fusto di calce, mi è stato risposto, nella sentenza, scrivendo che “l’Avv. Rosalba Di Gregorio ipotizza complotti istituzionali, nel tentativo vano di difendere i suoi clienti”. E sono stata perfino rimproverata per avere fatto notare una ulteriore circostanza che trovavo (e trovo ancora) assai strana: a tre quarti d’ora dalla strage (avvenuta alle 16:58, ndr) esce un lancio dell’agenzia ANSA che dice che la polizia di Palermo li informa che è scoppiata una Fiat di piccole dimensioni (una 600, una Panda o una 126). Un momento: la Polizia di Palermo a soli tre quarti d’ora dalla strage non sa niente, non poteva saperlo, perché il blocco motore da cui si dedurrà che è una macchina Fiat, e che è di una 126, sarà trovato solo l’indomani, il 20 luglio, dopo le 13! Ci sarà bisogno di un tecnico della Fiat di Termini Imerese per confermare che quello era un blocco motore di una 126. Dopo una telefonata alla Fiat di Torino, controllano il numero di matricola e verso le 17,30 del pomeriggio del 20 luglio abbiamo la conferma che la macchina è una 126, rubata.

Mentre l’ANSA dopo neanche un’ora già sapeva tutto.   Peggio ancora: il Sig. Orofino (il proprietario dell’officina di Brancaccio da cui furono rubate le targhe per metterle nella 126 rubata alla signora Pietrina Valenti) la mattina del 20 luglio va a fare giustamente la denuncia del furto di targhe al commissariato di Brancaccio. Lì un ispettore si insospettisce perché Orofino saluta un sorvegliato speciale con obbligo di firma. Nell’arco di pochi minuti Orofino sarà perquisito e fermato come sospetto. Sarà poi arrestato, processato e condannato all’ergastolo per concorso in strage. È quello che nelle immagini di repertorio, alla lettura della sentenza di condanna, si sbatte disperato la testa contro la gabbia. Lui poi si rivelerà completamente innocente; adesso è morto e gli eredi attendono un risarcimento dallo Stato. Io chiederò poi all’ispettore perché si era insospettito, visto che Orofino aveva denunciato un furto di targhe dalla sua officina, e lui mi rispose: “Perché erano targhe di 126”. – E quindi? – “Eh, siccome lì era una scoppiata una 126…” – No, fermo un attimo: tu la mattina del 20 luglio non puoi sapere che lì era scoppiata una 126, perché lo sapremo solo nel pomeriggio! Quindi, avendo rilevato queste “stranezze” lo faccio presente al Presidente in Aula: Qui c’è una mano ignota. Di conseguenza, in sentenza verrò citata come quella che ipotizza complotti istituzionali… Allora l’agenda rossa l’ho forse presa io? Poi è spuntato Spatuzza che ci ha parlato della presenza esterna alla mafia. Anche nelle stragi del 93’ lui mette presenze di Servizi di sicurezza coinvolti, ecc… Nel garage di via Villasevaglios lui parla di un Mr. X esterno a Cosa nostra; non lo riconosce e in quanto cattolico non si sente di accusare qualcuno senza esserne certo».

C’è pure l’ispettore Maggi, uno tra i primi ad arrivare in via D’Amelio, a denunciare la presenza di strani soggetti appartenenti ai Servizi segreti “tutti in giacca e cravatta, tutti cu’ stesso abito, senza una goccia di sudore… Come facevano a essere lì dopo 10 minuti?” «Esatto. Quelli che sono arrivati sul posto per primi, nei processi per strage non ce li hanno mai fatti sentire. Solo adesso, col Quater e il processo Depistaggio se ne parla. Questa testimonianza di Maggi è del 2013 e solo oggi nel 2020 ce lo stanno facendo risentire. Lui arriva tra i primi con un’altra pattuglia e cerca di transennare l’area come poteva… Anche se, come si vede nelle immagini, in via D’Amelio c’era il caos: chiunque entrava e usciva, calpestando anche pezzi di cadaveri. L’ordine di recintare arrivò dal magistrato di turno intorno alle 19, se non erro. Tra parentesi, sul piano della conservazione delle prove: dopo che hai spazzato tutto e dopo che chiunque calpestava reperti, cosa è stato inserito nei sacchi neri? Cosa è stato preso? Ci ritorno su questo punto perché per me è fondamentale: non abbiamo il contenuto inventariato dei sacchi dell’FBI e non sappiamo con certezza cosa vi sia dentro perché hanno scritto: “Si sequestra quanto ivi contenuto”. Quindi, se qualcuno toglie qualcosa o ne mette un’altra non lo sapremo mai, perché tanto è sequestrato “quanto contenuto”. Non viene specificato cosa».

A proposito di questo, sappiamo che anche a Capaci intervenne l’FBI. Ha ragione allora l’Avv. Genchi a suggerire indagini sulla “pista americana”? «Su questa cosa sono d’accordo con Gioacchino Genchi. La sua ricostruzione è abbastanza credibile, anzi tanto credibile da risultare inquietante. Perché noi abbiamo un allontanamento da parte degli USA dopo i fatti dell’Achille Lauro. Allora “si rompono i telefoni”, come si dice dalle nostre parti. Ha ragione lui. Il “CAF” che c’era allora, con Craxi, Andreotti e Forlani, poi va in disgrazia. Avremo Andreotti sotto processo e Craxi finito come sappiamo… senza entrare nel merito di Tangentopoli. Contestualmente abbiamo la presenza dell’FBI, con queste figure autorizzate dal ministro della Giustizia Martelli, ma richieste e chiamate da Tinebra, il quale si è mosso in maniera abbastanza strana, anomala. Anche rispetto al coinvolgimento dei Servizi, perché le indagini sulla strage di via D’Amelio non puoi farla fare al Sisde (con Bruno Contrada, ndr), dato che è illegale. Irrituale. Per tornare a Capaci: noi abbiamo una strana dinamica per quel che riguarda l’esplosione. Non c’è dubbio. Io non ci credo, non ci crederò mai, allo scoppio di quel cunicolo che i mafiosi pentiti dicono di avere riempito con lo skateboard, come si vede nei film. Perché non è fisicamente possibile che sia saltata in aria l’autostrada col nitrato di ammonio, senza che le due estremità del cunicolo venissero murate. Sarebbe sfiatato tutto dai lati. Non ho tecnicamente affrontato questo aspetto, ma credo ad un coinvolgimento esterno, o al riempimento di un cunicolo successivo, da parte di esperti, e non di mafiosi. Quindi la teoria del “doppio cantiere” (cioè l’ipotesi oggetto delle nuove indagini, secondo cui non fu Brusca a premere il telecomando, ma che ci fosse un secondo telecomando e un secondo team esterno a Cosa nostra coinvolto nella strage, ndr) non mi pare una cosa campata in aria. Non l’ho approfondita tecnicamente, ma il pezzo di viadotto successivo a quello che è saltato in aria era stato dato dall’Anas in appalto prima del 23 maggio a un’impresa privata di Altofonte vicina ai mafiosi Gioè e Di Matteo. I lavori furono consegnati alla vigilia della strage! Siccome questa cosa era assai allarmante, all’epoca feci fare un’Interrogazione Parlamentare tramite il senatore Pietro Milio dei Radicali, ma non abbiamo mai ricevuto una risposta. Quindi, quando Gioacchino Genchi viene sentito come teste, io non l’ho messo in contestazione su questi argomenti. Anzi, sono perfettamente d’accordo con lui. Credo ad un coinvolgimento esterno. Non dico degli americani… ma di Servizi di sicurezza non istituzionali (e non deviati). La posizione della Sicilia del resto è strategica nel Mediterraneo, quindi è chiaro che possa esserci stato un interesse esterno. Andava approfondito processualmente questo aspetto. Ma – dopo che il teorema Buscetta è passato in Cassazione, per il Maxi – l’ordine di “scuderia” dell’epoca era di chiudere tutto e dare la colpa solo alla mafia. Adesso invece si stanno riaprendo le indagini. Basta vedere le accuse, ai poliziotti e ai pm dell’epoca, di calunnia aggravata. Il reato di depistaggio non si può applicare perché all’epoca non c’era. È comunque un fatto assai grave, con un capo di imputazione molto pesante».

La Procura di Messina nel frattempo ha chiesto l’archiviazione delle indagini sui pm Palma e Petralia. Lei però ha presentato ricorso contro l’archiviazione. «Si, perché io penso che il lavoro della Procura di Messina si sia concluso un po’ troppo presto. Non puoi chiedere l’archiviazione senza tenere conto delle testimonianze raccolte in tutti i processi Borsellino (dall’Uno al Quater), limitandoti a estrapolare degli spezzoni di frasi. Nelle carte nascoste nei faldoni ignoti abbiamo trovato le telefonate dei pm. Come si fa a ritenerle “neutre” quando si sente Petralia dire: “Scarantino, ci dobbiamo tenere molto forti perché siamo alla vigilia della deposizione. Noi verremo sicuramente giovedì, ci saranno anche il dottore Tinebra e probabilmente anche il dottor La Barbera, quindi tutto quanto lo staff delle persone che lei conosce e… lei potrà parlare con Tinebra, con La Barbera di tutti i suoi problemi… e contemporaneamente iniziamo un lavoro importantissimo che è quello della sua preparazione Se questa è una dichiarazione “neutra”…! A me fa piacere apprendere (dice con sarcasmo l’avv. Di Gregorio, ndr) che i pm “preparino” i pentiti prima del dibattimento. Di certo quello di Scarantino non sarà stato l’unico caso. Il problema però è che se il soggetto oggi si è rivelato falso, andiamoci piano nel dire che quelle intercettazioni sono “neutre”, perché per me non lo sono. Una cosa è aggiustare i ricordi, un’altra è raccontare cose senza essere mafiosi. Scarantino era solo un balordo della Guadagna cui fu fatto studiare e recitare un copione. Ciò prevede non solo la conoscenza del processo sul depistaggio ma anche tutti i processi su via D’Amelio. La sentenza di primo grado del Ter firmata dall’attuale procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, nell’analizzare Scarantino scrive di fare attenzione e non tenere conto delle sue dichiarazioni, perché c’è il sospetto che con gli altri due collaboratori Andriotta e Candura (anche loro falsi, ndr) si siano messi d’accordo, non tra loro, ma che qualcuno li abbia fatti mettere d’accordo. Cioè questa sentenza anticipa quanto si scoprirà dopo. Molto prima delle dichiarazioni di Spatuzza. Quindi era già chiaro che Scarantino fosse un “pupo”. Già la Boccassini e Sajeva prima del processo Bis avevano avvertito la Procura di Caltanissetta con due lettere. Lettere che spariscono per anni ma che la Boccassini – che non è l’ultima arrivata – aveva inviato anche a Palermo, a Caselli.  Spariscono per anni anche i confronti tra Scarantino e i pentiti Cancemi, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera. Confronti che ritroviamo solo dopo molti anni. E sono confronti importanti perché questi pentiti smascheravano Scarantino. I pm applicarono il principio della “parcellizzazione della chiamata”: cioè se un pentito dice una fesseria, anziché buttare tutto si salva ciò che serve, ciò che è riscontrato, lasciando “vivere” il resto delle sue propalazioni. Qui invece hanno applicato il principio male, anzi al contrario: non depositando i confronti che smascheravano Scarantino. Quindi hanno nascosto sotto al tappeto le informazioni che lo avrebbero fatto mettere in discussione! E vorrebbero farci credere che tutto questo è involontario? E perché? A Messina hanno preso gli atti da poco… tutto sommato solo un anno di indagine. Ci sono pure dei passaggi che non sono stati approfonditi come quello del pentito Francesco Marino Mannoia che smaschera Scarantino “dopo 30 secondi” e che invece per i pm avrebbe confermato la “mafiosità” di Scarantino. Dalle indagini di De Lucia (Procuratore di Messina, ndr) si è scoperto pure un altro tema non approfondito: quello degli avvocati di Scarantino. L’Avv. Santino Foresta ha detto che durante un interrogatorio accadde un episodio strano con Scarantino che prima ritrattò, poi uscì dall’aula e infine tornò sui passi ritrattando di nuovo. Ma manca il verbale, ci sarebbe circa un’ora di buco nell’interrogatorio. Quindi bisognerebbe approfondire questo tema, e non archiviare le indagini».

Lei ha puntato il dito contro il pm Nino Di Matteo. Nella richiesta di archiviazione di Messina lei ha sottolineato un passaggio su Di Matteo e ha scritto: «Non si doveva dare il piano di protezione a Spatuzza per non far pensare alla gente che il processo su via D’Amelio fosse fondato su falsi pentiti! Esilarante… o forse drammatico…». «Questo lo scrive in una nota la Procura di Messina. Su Di Matteo io ho sempre parlato apertamente, non sono una che si nasconde dietro il dito. Lui non c’è nella prima fase in cui Candura (altro falso pentito) accusa Scarantino. Poi arriva Andriotta (altro falso pentito) che serviva come “ponte” per confermare l’autoaccusa di Scarantino sull’esecuzione della strage, e anche in questa fase Di Matteo non c’è. Lui arriva, se non erro, nel novembre 1994, chiamato da Tinebra visto che nel frattempo si era alzato un polverone con le lettere della Boccassini che abbandonò le indagini e la pista Scarantino. Tinebra allora chiama il giovane magistrato Di Matteo e gli dice: “Azzera tutto, parti da capo e vai a interrogare Scarantino”. Ciò non è molto rituale, visto che già si erano raccolte le dichiarazioni. Cosa doveva fare? Fargliele aggiustare? Boh… In questa fase il “pupo” è vestito, così come i “pupi” che lo hanno preceduto; quindi nella prima fase Di Matteo è assolutamente “vergine”. Ma poi lui c’è all’udienza preliminare del processo Bis, e me lo ha ammesso, mentre prima sosteneva di no. C’erano lui, la Palma e Petralia. È l’udienza nella quale avevamo chiesto i famosi confronti “spariti”. Lui partecipa ai confronti. Lui raccoglie le dichiarazioni intercettate tra il pentito Santino Di Matteo e la moglie Castellese…».

Cioè? «C’è un’intercettazione tra i due nelle fasi in cui il figlio del pentito viene rapito (poi verrà sciolto nell’acido, ndr). La Castellese dice al marito Santino Di Matteo di tapparsi sostanzialmente la bocca e non parlare dei “poliziotti infiltrati coinvolti nella strage di via D’Amelio”. Questa intercettazione è del 14 dicembre 1993, ma l’indagine lui la fa con Petralia nel 1997. Questo non è un elemento di poco conto, perché quella intercettazione è sconvolgente. Inoltre, il giornalista di Mediaset Angelo Mangano ha testimoniato che nell’intervista integrale di Studio Aperto, c’era una parte tagliata non mandata in onda in cui Scarantino accusava Arnaldo La Barbera. La moglie di Scarantino e i familiari lo sostengono e attaccano tutti La Barbera. Le accuse quindi vengono non solo dalla moglie di Scarantino, ma anche dalla signora Castellese. Quindi, era il caso di porsi un dubbio nel momento in cui agiscono i poliziotti. No, alcuni magistrati hanno fatto le manifestazioni di solidarietà per La Barbera. Avrebbero fatto meglio a svolgere indagini su Arnaldo La Barbera! Anche perché prima che si penta Candura (quindi teoricamente quando ancora brancoliamo nel buio), è stata realizzata una relazione dei Servizi di sicurezza che diceva dove era allocata l’autobomba; è stato, dunque stilato il copione che poi reciterà Scarantino. Siamo ad agosto del ’92 e i Servizi riportano una dinamica che hanno appreso da fonti della Polizia di Palermo, che guarda caso sarà quella che reciterà Scarantino e che sarà falsa perché il magazzino indicato non era quello, ma era il garage di via Villasevaglios indicato da Spatuzza. Quindi tutte queste cose, tutti questi sospetti, non hanno destato interesse. Continuando a parlare di Nino Di Matteo, le intercettazioni che sono state trovate negli archivi nascosti della Procura dimostrano per esempio altre cose: i magistrati sapevano perfettamente chi c’era lì di servizio con Scarantino. Si sentono ad esempio la Palma e Petralia dire: “Ah c’è lì tizio? Allora passamelo…” Quindi non è vero che non conoscevano l’attività di questi poliziotti, piazzati lì h 24 a casa di Scarantino o nei dintorni. E poi per fare cosa? Questo è un altro dei misteri di questo processo: perché da Palermo partivano gruppi di questi poliziotti del gruppo “Falcone Borsellino” per andare in Liguria nella località protetta di Scarantino? Non era previsto nel programma di protezione. C’era pure una donna per proteggere la moglie di Scarantino, perché lui era geloso. Tutto ciò agli altri collaboratori non è stato mai fatto. È stato fatto di sostegno a lui perché lui era un pentito farlocco. Abbiamo scoperto che nelle telefonate che lui faceva a Bo, ai pm, all’avvocato… minacciava spesso di andarsi a costituire in carcere perché non ce la faceva più. Perché recitare quel copione era diventato insostenibile. Se ne andava in tilt quando qualcuno lo smentiva, e tra l’altro si trattava di un soggetto abbastanza labile, come certificato nel foglio di congedo militare, che lo riformava per problemi mentali. Tutto questo era prodotto agli atti e non se ne interessò nessuno. Quindi questo era: pazzoide, inconsistente come caratura mafiosa, e ha reso un percorso che certamente non è di costanza di dichiarazioni».

Lei scrive: «Singolare è che, per sentire la Sig.ra Castellese, i pm (Di Matteo e Petralia) siano assistiti da Michele Ribaudo, Giuseppe Di Gangi e Mario Bo». «Sì, certo. Questo è proprio una considerazione estremamente banale. Cioè, se so che nell’intercettazione la signora Castellese parla di poliziotti infiltrati in via D’Amelio, la interroghi: A) con dei poliziotti davanti? e B) con quelli che si sono occupati delle indagini di via D’Amelio? Ciò mi sembra veramente incredibile! Ma intanto è stato fatto…».

Qualcuno la definì “l’Avvocato del Diavolo” per aver difeso il Gotha di Cosa nostra. Su tutti Provenzano. Convive ancora questa definizione o la “scoperta” del depistaggio di via D’Amelio le ha permesso di scrollarsi questa “nomina” di dosso? «No, questo no perché fa comodo. Su certa stampa ho letto il consiglio dato a Lucia Borsellino e soprattutto a Fiammetta di non trattare me, perché io sono “l’Avvocato del diavolo”, perché ho assistito mafiosi e sono quella che attaccava la vecchia compagine della Procura dell’epoca. Non c’è la sensibilità (né la volontà) di far capire alla gente che il diritto alla difesa è inviolabile e che il difensore non può e non deve essere confuso con o, qcomunque, paragonato al suo assistito; a livello istituzionale dovrebbe enfatizzarsi, agli occhi della gente, che l’avvocato non sposa i suoi assistiti: una cosa è la professione nobile dell’avvocato, un’altra è il fiancheggiatore del cliente. Ma evidentemente a qualcuno fa comodo sovrapporre e confondere le due figure. Evidentemente ciò che sta succedendo in altre parti del mondo (come ad esempio in Turchia) non è poi così diverso da quel che accade da noi. Solo più eclatante. Eppure sulla carta, l’avvocato riveste un ruolo che non è inferiore rispetto a quello svolto, ad esempio, dalla pubblica accusa. Fateci caso, con l’introduzione del nuovo (ormai non tanto visto che risale al 1988) codice di procedura penale, sono cambiati anche i “segni”: al dibattimento ora noi avvocati siamo seduti sullo stesso piano dei pm. Una volta loro erano alla destra del giudice, adesso invece sono scesi e sono sul nostro stesso livello. La stessa toga che ho io sulle spalle l’hanno sia i pm che i giudici. E l’ordinamento – che non è sbagliato – prevede persino la revisione dei processi, anche dopo tre gradi di giudizio. Quindi qui di infallibile non c’è nessuno, nemmeno i magistrati. Solo che loro non pagano. Alcuni si sentono “unti dal Signore” e chi li contrasta è un “eretico” o un “diavolo”. Quindi è difficile che questa cosa si scrolli di dosso.  Con buona pace di chi parla della necessità dell’inserimento in costituzione della figura dell’avvocato. Dopo la sentenza di revisione, nell’analisi del perché si è arrivati ad un errore giudiziario, alcuni soggetti sono stati definiti diciamo “ingenui” per non aver saputo capire l’inattendibilità di Scarantino. Ciò di fatto si concretizza in un tentativo di minimizzare i risultati conseguiti in questi ultimi anni. L’obiettivo che mi sono prefissa però l’ho raggiunto: chi aveva preso un ergastolo “gratis”, cioè da innocente, è uscito di galera. Certo, questi soggetti hanno le vite devastate e attendono un risarcimento per ingiusta detenzione dallo Stato. Così come io attendo ancora i miei onorari per il lavoro svolto. Questo non interessa a nessuno. Ma almeno quando vado a dormire la sera, so che ho la coscienza pulita. Il mio compito l’ho svolto. Non so quanti – dall’altra parte – possono dire la stessa cosa».

 

I buchi neri della Strage di via D’Amelio: ecco i misteri irrisolti  di Davide Guarcello 17 Luglio 2019 IL SICILIA La prima svolta nelle indagini sulla Strage di via D’Amelio in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino è arrivata col “Borsellino quater” che ha certificato nel 2017 il colossale depistaggio (“uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”) messo a segno probabilmente dalle “menti raffinatissime” di cui parlava Falcone.  E mentre il processo sulla Trattativa Stato-mafia si è concluso in primo grado con condanne pesantissime (LEGGI QUI), nel 2019 è arrivata la seconda svolta: per quel depistaggio sono sotto accusa anche due pm che all’epoca gestirono il falso pentito Vincenzo Scarantino: Anna Maria Palma e Carmelo Petralia.  Sono quindi ancora tante, oggi, le domande senza risposta e i misteri attorno alla strage del 19 luglio 1992. Oltre alla matrice mafiosa, si cercano anche i cosiddetti “mandanti occulti” e i depistatori di Stato.  Ecco una carrellata sui quesiti rimasti aperti, i “buchi neri” di via D’Amelio.

L’UOMO MISTERIOSO NEL GARAGE Il primo e tra i più inquietanti aspetti mai indagati a fondo è la presenza di un uomo misterioso, esterno a Cosa nostra, di cui parla il pentito Gaspare Spatuzza quando racconta del furto e della preparazione della Fiat 126 con 90 chili di tritolo. In un garage di via Villasevaglios 17 c’è anche questa oscura presenza, mai individuata con certezza. Nel 2009 Spatuzza lo aveva indicato come un appartenente ai servizi segreti, e indicandolo in Lorenzo Narracci, braccio destro di Bruno Contrada e 007 del Sisde, il cui numero di telefono è presente anche in un foglietto rinvenuto nei pressi del cratere di Capaci. Lo 007 era pure residente in via Fauro a Roma, teatro della strage del ’93. Tre singolari coincidenze o qualcosa di più? Spatuzza lo riconoscerebbe durante un confronto all’americana, salvo poi fare un leggero passo indietro nel 2010, parlando solo “di una certa somiglianza” con quell’uomo misterioso. Ad oggi questo “uomo nero” resta senza un volto e un nome.

IL TELEFONO INTERCETTATO Come facevano i mafiosi a sapere gli orari e gli spostamenti esatti di Borsellino di quella domenica? Il giudice aveva l’abitudine di andare a trovare la madre in via D’Amelio (colpevolmente lasciata senza zona rimozione, altro “buco nero”), ma la visita di quel giorno fu im La Procura di Caltanissetta incaricò il commissario Gioacchino Genchi di svolgere una perizia sul telefono di casa di Rita Borsellino, la sorella del giudice che abitava con la madre in via D’Amelio: dalle testimonianze emerse che c’erano stati precedentemente strani rumori di fondo nelle telefonate, oltre ad “alcuni squilli anomali”. Per il consulente, il telefono quindi poteva essere stato intercettato. A confermare questa pista, dopo tanti anni, nel 2013, lo stesso Totò Riina, intercettato al carcere di Opera. A colloquio con la sua “dama di compagnia” Alberto Lorusso, Riina rivelò: «Sapevamo che Borsellino doveva andare là perché lui ha detto: ‘Domani mamma vengo’». Fu realmente intercettato quel telefono? E da chi? Secondo le indagini il sospetto autore fu Pietro Scotto, un tecnico della società telefonica Sielte, fratello di Gaetano Scotto, boss dell’Arenella considerato trait d’union fra i vertici di Cosa nostra e ambienti dei servizi segreti deviati. Gaetano Scotto è tra i mafiosi condannati all’ergastolo per la strage e poi rimesso in libertà insieme agli altri 6 boss: Salvatore Profeta, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Giuseppe Urso, Cosimo Vernengo, Gaetano Murana e Vincenzo Scarantino. La sua posizione però sembrerebbe diversa rispetto a quella degli altri ingiustamente accusati della strage: su Scotto peserebbero altre ombre, come l’Addaura e i presunti contatti con Giovanni Aiello, alias “faccia da mostro“.

CHI AZIONÒ IL TELECOMANDO? Dopo tanti anni ancora non si è riusciti a identificare con assoluta certezza chi azionò l’ordigno piazzato sulla 126. In base alle testimonianze dei collaboratori di giustizia Tranchina e Ferrante, sarebbe stato Giuseppe Graviano ad azionare la carica dal giardino-agrumeto che delimita via D’Amelio. Ma è realmente possibile che abbia deciso di esporsi al rischio dell’onda d’urto in un luogo così vicino? Poteva essere facilmente visto da qualche condomino del palazzo. E finora manca una prova tangibile del luogo esatto da cui partì l’input del telecomando. Riina invece dice che fu piazzato direttamente nel tasto del citofono. Fu davvero così? Ancora è un mistero.

LE CICCHE E IL VETRO SCUDATO Un giallo anche il ritrovamento sul tetto di un edificio di fronte a via D’Amelio di cicche di sigarette e un vetro scudato (QUI IL VIDEO de L’Espresso con le analisi della Scientifica).

Il complesso “Iride“, cioè il palazzo dei “fratelli Graziano a 11 piani all’epoca in costruzione, sito a pochi metri dal luogo e con una visuale perfetta sulla strada, venne perlustrato da due agenti della Criminalpol di Catania: Mario Ravidà e Francesco Arena. È la mattina del 20 luglio 1992: sono passate circa 12 ore dalla strage. I due poliziotti individuano il palazzo dei Graziano come possibile punto per azionare l’autobomba. Mentre uno interroga sulle scale uno dei Graziano (legati ai Madonia e ai Galatolo), l’altro poliziotto sale sul tetto dell’edificio e trova 26 piante ad alto fusto a mo’ di copertura, un vetro spesso scheggiato poggiato sul parapetto, molti mozziconi di sigaretta e dei numeri di cellulare. All’improvviso giunge un’altra squadra di poliziotti che blocca i due colleghi della Criminalpol: “Tutto ok, ci pensiamo noi”. Così i due se ne vanno, stilando una relazione di servizio dettagliata. Relazione che inspiegabilmente scompare. Su quei reperti non fu mai fatta l’analisi del DNA, che avrebbe potuto portare a chi verosimilmente pigiò il telecomando da lì o a chi faceva da vedetta.

IL CASTELLO UTVEGGIO Un’altra ipotesi sull’azionamento dell’esplosivo riguarda Castello Utveggio, da cui si ha una visuale ad ampio raggio sul luogo della strage. Agnese Borsellino ha raccontato che suo marito le raccomandò una volta di non alzare la serranda della camera da letto, perché avrebbero potuto spiarli dal Castello Utveggio. Chi c’era lì? Oltre a essere la sede del Cerisdi, per Genchi era una sorta di sede occulta del Sisde (servizio segreto civile) a Palermo: “Con mio disappunto – rivela Genchi – La Barbera convocò Verga (direttore del Cerisdi) palesandogli l’oggetto dell’indagine. Tali soggetti di lì a poco smobilitarono dal castello”. I tabulati telefonici per Genchi dicono che con certezza il Sisde operò da lì, nonostante abbia più volte smentito questa circostanza. I SERVIZI] Oggi sappiamo che Arnaldo La Barbera era a libro paga del Sisde, con il nome in codice “Rutilius”, definito come il “protagonista assoluto dell’intera attività di depistaggio”. Notevole il ricordo del Sovrintendente Francesco Paolo Maggi, in servizio alla Squadra Mobile di Palermo. Maggi arrivò tra i primi, circa dieci minuti dopo il botto delle 16,58: «Uscii da ‘sta nebbia che… e subito vedevo che arrivavano tutti ‘sti… tutti chissi giacca e cravatta, tutti cu’ ‘u stesso abito, una cosa meravigliosa… proprio senza una goccia di sudore». Era «gente di Roma» che lo stesso Maggi conosceva di vista, appartenenti ai Servizi Segreti. Che ci facevano lì in così poco tempo? Guardando attentamente le immagini dell’epoca si vedono in effetti diverse figure losche aggirarsi tra i corpi fatti a pezzi. Si faccia quindi chiarezza identificando questi soggetti, per capire le ragioni del loro vagare con fare sospetto in via D’Amelio. I 100 SECONDI L’esplosione è fissata esattamente alle ore 16:58 e 20 secondi. Dopo appena 100 secondi, alle 17 in punto, Bruno Contrada – in barca con l’amico Gianni Valentino e lo 007 Narracci – chiama dal suo cellulare il centro Sisde di via Roma e, a suo dire, ottiene conferma dell’attentato. In mezzo a quei cento secondi però c’è stata un’altra telefonata: quella che ha avvertito Valentino dell’esplosione. Dunque, in soli 100 secondi: esplode l’autobomba in via D’Amelio; un misterioso informatore (Contrada dice la figlia dell’amico) avvisa da un telefono fisso (non identificabile dai tabulati) dell’accaduto; Valentino a sua volta informa Contrada e gli altri sulla barca; Contrada dal suo cellulare chiama il Sisde e ottiene la conferma sull’attentato. Tutto in soli cento secondi. Come poteva sapere la figlia di Valentino, a pochi secondi dal botto, che – parola di Contrada – “c’era stato un attentato”? E come potevano sapere al Sisde che era esplosa una bomba in via D’Amelio già 100 secondi dopo lo scoppio? Fino alle 17:15 le forze dell’ordine parlavano genericamente di “esplosione” e “incendio in zona Fiera”. Valentino e Contrada, però, in mezzo al mare, già alle 17 sapevano tutto. Contrada per tre volte sarà indagato per concorso in strage e tutte e tre le volte archiviato.

L’AGENDA ROSSA Il mistero dei misteri resta la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. Su questo aspetto si sono scritti fiumi di inchiostro: una telefonata anonima ad un giornalista nel 2005 permise di far trovare una foto finita nel dimenticatoio per 13 anni; nel celebre scatto di Franco Lannino, l’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, con la borsa in mano. Arcangioli fu poi indagato e assolto in via definitiva. Sappiamo comunque che l’ex pm Giuseppe Ayala fu tra i primi ad arrivare in via D’Amelio. Le sue molteplici versioni sulla borsa di Paolo Borsellino sono considerate “contraddittorie” da Fiammetta Borsellino. Di recente Ayala ha replicato nervosamente (LEGGI QUI) alla figlia di Borsellino. E in aula si è scontrato duramente con l’avvocato Fabio Repici (legale di parte civile di Salvatore Borsellino) che puntava a dimostrare l’inattendibilità del teste. “Il collega Ayala – ha detto il pm Nico Gozzo – ha reso diverse versioni… non so quanto tutto questo appartenga al modo di essere di Ayala oppure evidentemente a una voglia in qualche modo di depistare le indagini. Saranno i colleghi di Caltanissetta a stabilirlo”. In un recente editoriale, il cronista Saverio Lodato scrive: «Ripetutamente interrogato sul punto, Giuseppe Ayala, avanti negli anni come tutti noi, a spiegazione di una quasi mezza dozzina di versioni differenti su questa circostanza, si è dichiarato pronto a rendere conto a Dio quando sarà, visto che su questa terra la memoria non lo aiuta più, nel ricordare a quali mani affidò la borsa delle discordia». L’unica cosa certa è che quella borsa tornerà improvvisamente dentro l’auto, ancora fumante e con qualche focolaio da spegnere. Poi la nuova asportazione. La borsa sarà per oltre 6 mesi nell’ufficio di Arnaldo La Barbera, abbandonata. E non appena Lucia Borsellino chiese chiarimenti per l’assenza dell’agenda rossa, fu presa per pazza.

IL DEPISTAGGIO Infine il depistaggio sulle indagini, ormai certo. Chi ha tradito Borsellino? Chi istruì Scarantino suggerendogli bugie condite da elementi di verità? Sono stati solo i tre poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, oggi sotto indagine? O come sostiene Fiammetta Borsellino, alle spalle ci sarebbero alcuni magistrati?

 

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NON SOLO LA BARBERA DIETRO I BUCHI NERI. La Sicilia di Davide Guarcello 19 Luglio 2020 IL SICILIA

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Genchi: “Non solo La Barbera dietro il depistaggio. Ecco i nomi”  La versione integrale dell’intervista esclusiva all’Avvocato Gioacchino Genchi, relativa invece ai misteri di via D’Amelio. Genchi ha rivelato dettagli inediti di quelle indagini e i buchi neri che la contraddistinguono.  

Avvocato Genchi, lei è andato via dal gruppo investigativo Falcone-Borsellino, scontrandosi duramente col suo capo ARNALDO LA BARBERA, a libro paga Sisde con nome in codice “RUTILIUS”, definito dalle sentenze come il “protagonista assoluto dell’intera attività di depistaggio” e addirittura “intensamente coinvolto nell’attività di sparizione” dell’agenda rossa. Lei che è stato a lungo accanto a lui, pensa sia davvero così? «Conobbi La Barbera la vigilia di Ferragosto dell’88; io ero molto impegnato e non riuscii a parlare con lui subito. Lui ebbe il tempo di andare a lamentarsi a Roma col Capo della Polizia Parisi, il quale poi mi convocò dicendomi di andarlo a trovare. Il primo incontro non fu felice perché io avvertii risentimento nei miei confronti; non gli avevano riferito che lo avevo cercato per ben tre volte… Chiarito questo, poi nacque un rapporto di intensa collaborazione che durò fino al 1993.  La Barbera venne perfino a casa mia, a San Nicola L’Arena, dove installammo una base operativa. Nacque un rapporto familiare, data la frequentazione assidua. Vivevamo sostanzialmente blindati. Quando iniziai le mie indagini sui mandanti esterni, su Capaci, sui databank di Falcone, viene fuori che il Dott. Falcone aveva incontrato il pentito Gaspare Mutolo in carcere; e di questo non avevano detto nulla i protagonisti che erano con lui (Gianni De Gennaro e il Dott. Sinisi) che peraltro non so a che titolo erano entrati in carcere con lui. Sapevano di questo incontro, ma prima che io lo decodificassi nei databank che delle “manine di Stato” avevano cancellato, nessuno se lo ricordava. Avevamo un aeroplano a nostra disposizione a Punta Raisi… dei voli di Stato per contrastare al massimo la criminalità organizzata. A un certo punto io e La Barbera veniamo rimossi; quindi i magistrati Ilda Boccassini e Fausto Cardella ci fanno le deleghe ad personam per proseguire le indagini. Al ministero dell’Interno nel frattempo era subentrato Mancino al posto di Scotti. Era cambiato tutto. Anche per Parisi. E aveva preso tutto in mano il prefetto Rossi; ma i magistrati di Caltanissetta – al processo sul depistaggio che vede indagati 3 poliziotti – non gli chiesero il motivo della nomina. In quegli anni La Barbera taroccava le indagini sulle stragi, con lo scopo non solo di fare condannare degli innocenti, ma con l’obiettivo di non perseguire i veri colpevoli della strage di via D’Amelio. È questo forse l’aspetto più inquietante ed eversivo di questa vicenda, per il quale io sono stato destituito dalla Polizia. Dissi queste cose di La Barbera in un convegno pubblico, ho detto cose che oggi sono in sentenze di revisione definitive; ma i depistaggi non li ha fatti La Barbera da solo… Loro hanno chiuso tutto perché La Barbera è morto… e io sono stato destituito dalla Polizia! Questa è la realtà su cui nemmeno si è aperto un fascicolo per capire cosa fosse successo dietro la mia destituzione… per un intervento in un convegno e un post su Facebook. Queste sono delle cose scandalose che sono avvenute in Italia da persone che sono state nominate ai vertici della Polizia di Stato e dei Servizi di sicurezza. Nessuno gli ha chiesto conto di queste cose».

L’Avvocato ROSALBA DI GREGORIO nel suo libro scrive: «Facile oggi attribuire la colpa al solo La Barbera che è morto. Ma dietro, chi c’era? L’esplosivo lo porta Spatuzza, ma il Semtex chi lo porta?» «L’avv. Di Gregorio ha fatto un lavoro egregio in quel processo. Anche se, per la verità, è un difensore che ha avuto grosse difficoltà a fare il suo lavoro dato che difendeva dei mafiosi conclamati; mafiosi che però non avevano fatto quella strage. E questa non è una differenza da poco: perché per una strage si dà l’ergastolo. E non si può darlo così, come se fosse una multa per divieto di sosta… Quindi l’avv. Di Gregorio ha fatto un lavoro egregio nel processo, per il quale bisogna darle atto: come avvocato, come donna, come persona di grande intelligenza e grande coraggio. Ha studiato a menadito gli atti e le intercettazioni. Sul problema dell’esplosivo, Spatuzza ha smentito clamorosamente ciò che avevano costruito con quel pentito farlocco di Scarantino, che diceva di essere presente a Villa Calascibetta durante il vertice del gotha di Cosa nostra. Una cosa assurda: i mafiosi come Totò Riina ed altri probabilmente a Scarantino, se avesse fatto il posteggiatore abusivo, parcheggiavano in divieto di sosta e non gli lasciavano nemmeno la macchina in custodia perché c’era il rischio che gliela rubasse… quindi, figurarsi se uno come Bagarella o Riina si potevano fidare di un farlocco come Scarantino, con tutto il rispetto! Solo La Barbera si poteva fidare e ha utilizzato Scarantino, che si è fatto usare per costruire un processo. E i pm e i giudici che si sono bevuti le farloccate di Scarantino, e che poi hanno fatto carriera pure loro! Facciamo il processo a La Barbera e ai poliziotti, ma i magistrati sembrano come se fossero stati delle controfigure, come se fossero stati assenti, come se c’erano delle sagome di cartone, ma non è così. L’ergastolo agli innocenti non l’ha chiesto La Barbera, Mario Bo e gli altri poliziotti… L’ergastolo l’hanno chiesto i pubblici ministeri e gliel’hanno dato dei magistrati. Quindi, probabilmente sono in molti quelli che dovrebbero riflettere».

Tra gli scarcerati dopo la ritrattazione di Scarantino c’è GAETANO SCOTTO, il boss dei misteri, poi riarrestato a febbraio all’Arenella. I pentiti lo indicano come il trait d’union fra i vertici di Cosa nostra e servizi segreti deviati. Lei cosa scoprì sul suo traffico telefonico? «Ho trovato i rapporti con gli apparati: i contatti con Castello Utveggio, che era una scuola di eccellenza (ex sede del Cerisdi e presunta base del Sisde, ndr). Queste telefonate qualcuno le deve spiegare… Su Scotto io ero assolutamente contrario al fermo, ma non perché fossi convinto che fosse innocente, ma perché Scotto libero era importante per vedere dove ci portava. Quando lui ci stava portando ai Servizi, agli apparati, agli uomini dell’Alto Commissariato (con Contrada e gli altri) e che rientravano in questo circuito di soggetti che gravitavano intorno alla zona del Monte Pellegrino e di via D’Amelio, dove poi è scoppiata una bomba… Vedi-caso l’attentato è stato fatto in via D’Amelio e non in via Cilea dove Borsellino abitava, né a Villagrazia dove lo si sarebbe potuto uccidere facilmente, dato che il Dott. Borsellino andava al mare tranquillamente in barca, faceva il bagno… Avevamo le prove, quindi volevamo vedere questo soggetto libero dove ci portava; e quando sento dire che bisognava fermarlo, io mi metto di traverso. Dico: “Ma come?! Arrestiamo il nostro cavallo di Troia?! Quello che ci deve portare a destinazione?”. L’ordine che arrivò a La Barbera da Roma era questo: bisognava chiudere, bisognava formattare col dictum del Maxiprocesso che aveva stabilito la Cupola; per cui tutto ciò che succede è colpa della mafia. Io divento così Questore e tu – mi dice La Barbera – hai una promozione per merito speciale e una carriera assicurata in Polizia”. A quel punto io dopo una lunga discussione che si è protratta fino alle 5 del mattino, in cui dissi a La Barbera tutto quello che pensavo (lui si mise pure a piangere) andai via, sbattendo la porta. Da quel momento non lo vidi più, e tornai al reparto mobile… e lì finì la mia carriera in Polizia. Gli altri la carriera l’hanno fatta con i depistaggi delle stragi».

La pista sul CASTELLO UTVEGGIO E I SERVIZI SEGRETI fu archiviata anni fa. Alla luce della conferma del depistaggio, e del ruolo di La Barbera, oggi è stata ripresa questa pista? «L’ipotesi suggestiva del Castello Utveggio era una delle tante. Certo, nella sua magnificenza e monumentalità esso aveva un alone di mistero. Ma c’è pure un dato obiettivo: per l’esecuzione della strage di via D’Amelio, oltre all’esplosivo piazzato sulla Fiat 126, c’era il dato informativo, ovvero che Borsellino andava là; fu una scelta strategica, di un’organizzazione criminale che sicuramente da quelle parti aveva una base operativa. E per poter azionare il telecomando era necessario avere la visuale diretta, per vedere quando Borsellino si avvicinava al citofono. È chiaro che la visuale non può che essere da un’altura: se non è Castello Utveggio, sarà stato qualche tornante sul Monte Pellegrino o un sentiero. Sicuramente un punto alto. Non potevano di certo essere a Piazza Politeama quelli che hanno premuto il telecomando (di cui ancora non si sa con certezza chi e dove fu premuto). Quindi fu scartata l’ipotesi suggestiva del Castello Utveggio e di tutto quello che ne consegue (i Servizi). Cancellare tutto perché faceva comodo… c’era Scarantino a cui addossare le colpe. Le dichiarazione equivoche di un altro pentito – Ferrante  – andavano probabilmente lette e approfondite meglio, anche sulla base dei suoi contatti telefonici. Si toccava con mano che in quella strage c’erano presenze ed entità sicuramente diverse che volevano fermare Paolo Borsellino. Le ragioni? Le grandi indagini sulla mafia?? Il rapporto mafia-appalti che era lì a stagionare da tempo?? No, Borsellino in quel periodo stava sentendo il pentito Gaspare Mutolo che gli stava raccontando come stavano tentando di taroccare il Maxiprocesso: gli aveva parlato di Signorino e Contrada, e degli apparati collusi dello Stato».

La Procura di Messina sta indagando sui pm Palma e Petralia. Per loro l’accusa è pesantissima: concorso in calunnia, aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. Di recente però ha presentato richiesta di archiviazione

Lei tempo fa ha accusato proprio ANNAMARIA PALMA. Quali elementi ha raccolto contro di lei? Ha fornito nuovi dettagli ai magistrati che stanno indagando? «Io sono un garantista e credo veramente nella presunzione di innocenza. Bisognerà dimostrare la colpevolezza dei Dott. Palma e Petralia. Ci sono però delle cose che non è necessario dimostrare, perché sono evidenti e che ritengo più scandalose: che la Dott.ssa Palma (e non da sola) abbia istruito dei processi farlocchi a Caltanissetta che hanno portato alla condanna di innocenti e che non hanno fatto individuare i veri colpevoli della strage di via D’Amelio, è una dato assodato, processuale. Non occorre fare indagini perché le sentenze già ci sono. Nel momento in cui un magistrato ha sbagliato – nella migliore delle ipotesi – a fare il suo lavoro, non dovrebbe essere promosso. Dopo essere stata per anni al fianco della seconda carica dello Stato (Schifani al Senato, con tutto ciò che ne consegue su Schifani che è un personaggio politico siciliano e palermitano un po’ ingombrante, uomo forte di Forza Italia) non la si manda a fare l’Avvocato generale a Palermo a fare il n.2 dopo il procuratore generale, con possibilità di fare le indagini disciplinari sui magistrati, di avocare i procedimenti della Procura della Repubblica, ecc.. Il CSM – quello che sta uscendo dalle chat di Palamara – ha nominato la Dott.ssa Palma all’unanimità Avvocato generale a Palermo! Io me lo auguro che la Palma riesca a dimostrare la sua innocenza, per quelle intercettazioni che sono fortemente inquietanti a sentirle, che la riguardano. Ma non mi sento di assolvere un CSM che in maniera scandalosa l’ha nominata e la mantiene nonostante quelle vicende e quei fatti in un ruolo così apicale». «Nel 2001 testimoniai a Caltanissetta – prosegue Genchi – puntando il dito contro la Procura nissena, accusandola per le iniziative assunte, come il fermo di Scotto. All’epoca ancora non c’era Spatuzza, le mie erano solo delle intuizioni, delle logiche deduzioni sulla base di quelle che erano le evidenze, che io ho sempre sostenuto. Io sono stato l’unico dal 1993 (quindi dall’indomani delle stragi) a sostenere che c’erano dei mandanti occulti e che non era quella l’apparenza, come i fatti hanno dimostrato. E – a parte lo scontro nell’udienza che è agli atti – ci sono due interviste al Giornale di Sicilia uscite in giorni consecutivi: una della Dott.ssa Palma e una del Dott. Di Matteo (che erano i pm in quel processo) che mi attaccano duramente con un articolo scritto da un giornalista che non ritiene nemmeno di interpellarmi…».

Ci sono poi dei TABULATI SCOMPARSI: quelli del cellulare di Borsellino (delle chiamate in entrata). Chi poteva aver telefonato a Borsellino quel 19 luglio? E chi secondo lei fece sparire quei tabulati? «Questa è una cosa che io segnalai subito quando mi portarono i tabulati. Io dico: “Qui manca il traffico in entrata”; “No quello non serve” mi rispondono. Come non serve? Io non avevo mai visto che nell’acquisire i tabulati si acquisissero solo quelli in uscita e non quelli in entrata. Cioè, era importante stabilire a chi avesse chiamato Borsellino e non chi lo avesse chiamato?

L’agenda rossa di Borsellino. Una cosa è certa: quando Borsellino, interrogando Mutolo, sente il nome di Contrada, cercano di intervenire su di lui. Agnese Borsellino riferirà – non solo al processo, ma anche a me – che suo marito quando è tornato da Roma (dopo l’incontro al Viminale con Mancino, Parisi e Contrada e l’interrogatorio di Mutolo, ndr) ha vomitato, per quello che era accaduto! Quindi chi lo avesse chiamato al cellulare, se mi consente, diventa una cosa importante, determinante. Io lo segnalo alla procura di Caltanissetta: i tabulati si potevano ancora acquisire perché erano disponibili, ma non mi autorizzarono ad acquisire quelli in entrata di Borsellino. Nessuno ha chiesto il motivo a questi signori che non mi autorizzarono. Voglio precisare: non è che non c’erano o sono spariti: i tabulati c’erano! E poi perché dopo Capaci mi autorizzano per quelli dei cellulari di Falcone, mentre per Borsellino mi danno l’ok solo per quelli in uscita?

Che cosa c’era nei tabulati in entrata di Borsellino? C’era la verità di chi lo aveva chiamato, di chi lo stava cercando di fermare; c’erano quelle verità inconfessabili che erano scritte in quell’agenda rossa che, vedi-caso, viene fatta sparire e che era nella borsa! La borsa in pelle di Borsellino è rimasta intonsa: all’interno – mi ricordo – ci abbiamo trovato un costume blu di materiale sintetico, e la batteria di un cellulare Motorola, che era tutta affumicata ma funzionava ancora. La batteria non esplode e non va a fuoco, la borsa non va a fuoco, il costume non va a fuoco, l’agenda rossa che era dentro la borsa non si trova, è sparita! Cosa c’era in quell’agenda? Cosa c’era nel traffico in entrata di Borsellino? E se l’agenda può essere sparita, c’è una mano ignota. Ma per il traffico telefonico di Borsellino non acquisito, non c’è una mano ignota».

Il mistero dei misteri resta l’AGENDA ROSSA. Fiammetta Borsellino ha considerato “contraddittorie” le numerose versioni del pm AYALA che avrebbe maneggiato la borsa e arrivò tra i primi in via D’Amelio…  «C’era anche un capitano dei Carabinieri che viene fotografato con quella borsa in mano (Giovanni Arcangioli che è stato assolto, ndr). Certo, per condannare ci vogliono le prove… Io ho fornito un dato evidente: che c’era sicuramente un’agenda che è stata fatta sparire; c’era un tabulato in entrata che non è stato acquisito nonostante la segnalazione; le conclusioni le traggano i vostri lettori che vedono questo intervista… posto che tutti questi signori di cui abbiamo parlato hanno fatto carriera. Uno scempio di giustizia che si sta consumando da quasi 30 anni. Ayala – racconta Genchi – era amico di Falcone, io me lo ricordo perfettamente. Però ricordo pure che ci fu un momento in cui le loro strade si divisero. Ayala sostiene che poi si riappacificarono. Io analizzai i tabulati di Falcone: c’erano i contatti telefonici con Pietro Grasso, con Francesco Lo Voi, con Geri Seminara, qualche rapporto con i magistrati di Palermo, c’erano i rapporti col Dott. Almerighi del CSM… i rapporti con Ayala non mi risultava che ci fossero più. Questa è l’unica cosa che posso dire. Le carriere di Ayala sono pubbliche, però io ritengo che ci vogliano gli elementi per potere sostenere le accuse o le ipotesi di accuse quando si ha a che fare con persone che hanno avuto un ruolo nelle Istituzioni. Quindi, anche lì, c’è un deficit nelle indagini, che ancora più grave di ciò che può aver fatto o meno Ayala».

In termini di intercettazioni: cosa non è stato fatto, e cosa si sarebbe potuto fare per scoprire prima il depistaggio ed evitare questo macroscopico errore giudiziario?  «Per esempio sarebbe bastato che quando io lascio il gruppo di indagini, la procura di Caltanissetta si chiedesse il perché. Io ipoteticamente potevo anche essere stato corrotto e pagato per non continuare; o potevo essere stato minacciato. Il ministero dell’Interno mi ha pure negato la macchina dove caricare i computer presi al ministero della Giustizia (nella stanza di Falcone, ndr) per portarli a Milano per farli analizzare, con il databank. E io ho dovuto noleggiare una Fiat Croma alla Hertz, con la mia carta di credito. Questo i magistrati – compreso il Dott. Petralia che era con me in macchina – lo hanno visto. Si sarebbero dovuti chiedere un perché. E invece hanno preferito non farlo, continuando quelle indagini che hanno portato ai depistaggi».

ILDA BOCCASSINI ha puntato il dito contro di lei, definendola “un soggetto pericoloso per le Istituzioni” che “vedeva complotti e depistaggi ovunque”…  «Beh, insomma… i depistaggi io li ho intuiti, e li dimostrano le sentenze. Quindi i depistaggi che ho visto io sono l’effetto delle sentenze. Quindi probabilmente io non è che vedessi male… La Dott.ssa Boccassini ha un suo modo di vedere le cose che è leggermente differente dal mio».

Lei è finito nella rete degli “spiati” da ANTONELLO MONTANTE ed è parte civile al processo… «Oggi Montante paga di tutto ciò che ha fatto: compreso gli accessi abusivi allo SDI, compreso il dossieraggio e tutta una congerie di malaffare che ha fatto. Ma se Montante ha fatto tutto questo, non lo ha fatto da solo o con quei quattro poliziotti, che sono nel banco degli imputati insieme a lui. Montante ha potuto fare le sue “Montant-ate” perché ha avuto tanti appoggi nelle istituzioni, nella politica, nella magistratura, che sono rimasti fuori da quel processo. E questo ritengo che sia l’aspetto più grave della vicenda, più delle stesse condotte che vengono contestate a Montante. Il giudizio di appello si dovrà concludere… ma su quella condanna così esemplare ho qualche dubbio in termini di calcolo della pena. È un processo che risente di una enfasi eccessiva, con la quale si cerca di gonfiare Montante per non cercare i complici; quindi si vuol far pagare a Montante anche le colpe che non sono sue».

Il caso MONTANTE sembrerebbe intrecciarsi in qualche modo con la vicenda TRATTATIVA. I magistrati che indagano su di lui sospettano che possa avere una COPIA DELLE INTERCETTAZIONI MANCINO-NAPOLITANO. «Ci sono poche regole nell’informatica: una di questa è che un file può essere duplicato tantissime volte senza lasciare traccia. Posto che il file duplicato diventa identico all’originale, quindi il concetto di originalità che c’è nell’atto notarile nell’informatica non esiste. Un file infatti, si può mandare in tanti modi: con un Whatsapp, con una mail, con un cd, con una chiavetta usb, ecc… Poi c’è un altro aspetto: le intercettazioni (a prescindere dai protagonisti intercettati) prevedono: una copia su server della sala ascolto, una copia “AG” (per l’autorità giudiziaria), una copia “PG” (polizia giudiziaria), e una sui computer che effettuano l’intercettazione. Questa è la prassi. Quindi, non è improbabile che Montante non abbia avuto qualche chiavetta… quindi quelle intercettazioni probabilmente sono custodite da qualche parte. E gli unici che non le hanno ascoltate (e che avrebbero il diritto di ascoltarle) sono gli italiani, perché probabilmente si farebbero un’idea…».

 

SULLA STRAGE L’OSCURA PRESENZA DI «UOMINI APPARTENENTI AI SERVIZI»  Tutt’altro che rassicuranti le emergenze istruttorie relative alla presenza, in via D’Amelio, nell’immediatezza della strage, di appartenenti ai servizi di sicurezza. Si scoprirà poi che il capo della Squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, collaborava col Sisde sin dal 1986. Infine l’inspiegabile presenza di un individuo estraneo a Cosa Nostra, secondo quanto dichiarato da Gaspare Spatuzza, al momento della consegna della Fiat 126 da caricare con l’esplosivo  Se - da un lato - è assolutamente certo, alla luce degli approdi dei precedenti processi (sul punto, confermati dalle risultanze di questo), che la consumazione della strage del 19 luglio 1992 avveniva utilizzando, come autobomba, proprio la Fiat 126 rubata a Pietrina Valenti, è innegabile che vi sono delle oggettive incongruenze nello sviluppo delle primissime indagini per questi fatti e che rimangano diverse zone d’ombra sulla quali non si addiveniva a risposte soddisfacenti, nemmeno con la poderosa istruttoria espletata nel presente procedimento.

Tutt’altro che rassicuranti, ad esempio (come si vedrà, in maniera più approfondita, nella parte dedicata alla vicenda della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino), sono le emergenze istruttorie relative alla presenza, in via D’Amelio, nell’immediatezza della strage, di appartenenti ai servizi di sicurezza, intenti a ricercare la borsa del Magistrato.

Infatti, uno dei primissimi poliziotti che arrivava in via D’Amelio, dopo la deflagrazione delle ore 16:58 del 19 luglio 1992, era il Sovrintendente Francesco Paolo Maggi, in servizio alla Squadra Mobile di Palermo. Il poliziotto arrivava sul posto circa una decina di minuti dopo la deflagrazione, mentre Antonio Vullo, l’unico superstite fra gli appartenenti alla scorta di Paolo Borsellino, in evidente stato di shock emotivo e psicologico, era seduto sul marciapiede, con la testa fra le mani. Il Sovrintendente Maggi, dunque, confidando di poter trovare qualche altra persona ancora in vita, si faceva strada fra i rottami, entrando nella densa colonna di fumo che avvolgeva i relitti. Purtroppo, era subito evidente che non c’era più nulla da fare, né per il Magistrato, né per gli altri colleghi della scorta, poiché i loro corpi erano tutti carbonizzati ed orrendamente mutilati. In questo contesto, mentre le ambulanze prestavano i soccorsi ai feriti ed i Vigili del Fuoco spegnevano i focolai d’incendio, anche sulla Croma blindata del Magistrato, il poliziotto della Squadra Mobile notava quattro o cinque persone, vestite tutte uguali, in giacca e cravatta, che si aggiravano nello scenario della strage, anche nei pressi della predetta blindata: «uscii da... da 'sta nebbia che... e subito vedevo che arrivavano tutti 'sti... tutti chissi giacca e cravatta, tutti cu' 'u stesso abito, una cosa meravigliosa», «proprio senza una goccia di sudore».

Si trattava di “gente di Roma”, appartenente ai Servizi Segreti; infatti, alcuni erano conosciuti di vista (anche se non davano alcuna confidenza) ed, inoltre, venivano notati a Palermo, presso gli uffici del Dirigente della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera, anche in occasione delle indagini sulla strage di Capaci. La circostanza (mai riferita prima dal teste, nonostante le sue diverse audizioni) veniva confermata da un altro appartenente alla Polizia di Stato, vale a dire il Vice Sovrintendente Giuseppe Garofalo, in servizio alla Sezione Volanti della Questura di Palermo. Anche quest’ultimo, che arrivava sul posto ad appena cinque minuti dalla deflagrazione, dopo aver constatato che non c’era più nulla da fare per il Magistrato ed i colleghi della Polizia di Stato che gli facevano da scorta, aiutava i residenti nello stabile di via D’Amelio, soccorrendo forse anche la madre del Magistrato. Quando riscendeva in strada, il poliziotto notava, nei pressi della Croma blindata di Paolo Borsellino, un uomo in borghese, con indosso la giacca (nonostante il torrido clima estivo) e pochi capelli in testa. Alla richiesta di chiarimenti sulla sua presenza lì, l’uomo si qualificava come appartenente ai “Servizi”, mostrando anche un tesserino di riconoscimento: sebbene il ricordo del teste, sul punto specifico, non sia affatto nitido, vi era persino un veloce scambio di battute fra i due sulla borsa di Paolo Borsellino. Infatti, l’agente dei Servizi Segreti chiedeva se c’era la borsa del Magistrato dentro l’auto blindata, oppure (addirittura) si giustificava per il fatto che aveva detta borsa in mano: «Ho un contatto con una persona, ma questo contatto è immediato, velocissimo, dura pochissimo, perché evidentemente (…) il nostro intento era quello di mantenere le persone al di fuori (…) della zona e quindi non fare avvicinare a nessuno (…). E incontro (…) un soggetto, una persona, al quale... ecco, e questo è il momento, non riesco a ricordare se questo soggetto mi chiede (…) della valigia, della borsetta del dottore o se lui era in possesso della valigia. (…) Con questa persona, al quale io chiedo, evidentemente, il motivo perché si trovava su (…) quel luogo. Questo soggetto mi dice di essere... di appartenere ai Servizi».

[…] Proseguendo nella breve rassegna di alcune delle anomalie e zone d’ombra emerse attraverso le prove raccolte nel presente processo, si deve anche rilevare la singolare cronologia del sopralluogo eseguito dalla Polizia Scientifica di Palermo (“su richiesta della locale Squadra Mobile”), nella carrozzeria di Giuseppe Orofino alle ore 11 del lunedì 20 luglio 1992 [...], perché quest’ultimo aveva denunciato, appena un paio d’ore prima, il furto delle targhe (ed altro) da una Fiat 126 di una sua cliente, all’interno della sua autofficina.

NOME IN CODICE “RUTILIUS”  Ebbene, quando la Polizia Scientifica eseguiva detti rilievi nell’officina di via Messina Marine, non erano stati ancora rinvenuti, in via D’Amelio, né la targa oggetto della denuncia di Orofino (la stessa, come detto, veniva ritrovata soltanto il 22 luglio 1992), né il blocco motore della Fiat 126 rubata a Pietrina Valenti (rinvenuto verso le 13.00/13.30 di quel 20 luglio 1992). Inoltre, come già esposto, era soltanto nel successivo pomeriggio del 20 luglio 1992, a seguito del menzionato intervento del tecnico Fiat di Termini Imerese, che detto blocco motore veniva attribuito ad una Fiat 126. Dette circostanze non sono affatto di poco momento, ove si rifletta sulla circostanza che, invece, già nel pomeriggio del 19 luglio 1992, fonti della Polizia di Stato ipotizzavano l’utilizzo, come autobomba, proprio di una Fiat di piccole dimensioni e, in particolare, «una 600, una Panda, una 126».

Detta ipotesi investigativa, rivelatasi fondata e coerente con i successivi rinvenimenti sullo scenario della strage, dei reperti dell’autobomba, non è spiegabile soltanto con l’efficienza e la solerzia profusa dagli inquirenti nel cercare di far immediatamente luce, con il massimo sforzo investigativo praticabile, su di un fatto gravissimo, che cagionava anche la scomparsa prematura dei cinque appartenenti alla Polizia di Stato, bensì necessariamente ipotizzando un apporto di tipo confidenziale da parte di taluno che (evidentemente) era ben informato sulle concrete modalità esecutive dell’attentato.

Diversamente, non si spiegherebbe, sul piano logico, il motivo per cui la Squadra Mobile di Palermo, diretta da Arnaldo La Barbera (già collaboratore del Sisde, con il nome in codice “Rutilius”, sin dal 1986), sollecitasse un intervento della Polizia Scientifica, per un immediato sopralluogo nell’officina di un carrozziere qualunque di Palermo, che aveva soltanto denunciato (appena un paio d’ore prima) il furto di alcune targhe da un’automobile di un sua cliente (targhe che, come detto, verranno rinvenute soltanto alcuni giorni dopo, in via D’Amelio), in un momento in cui nemmeno era rinvenuto il blocco motore (poi associato ad una Fiat 126).

L’aspetto appena menzionato si colora di tinte decisamente fosche, alla luce di quanto riferito da Gaspare Spatuzza (in maniera assolutamente attendibile, come si vedrà -diffusamente- nella parte della motivazione a ciò dedicata), sulla presenza di un terzo estraneo a Cosa nostra al momento della consegna della Fiat 126, alla vigilia della strage, nel garage di via Villasevaglios, prima del suo caricamento con l’esplosivo. Su detta persona, non conosciuta e mai più rivista, che non aveva proferito alcuna parola, durante la breve permanenza del collaboratore nel suddetto garage, sabato 18 luglio 1992, Gaspare Spatuzza si spingeva a qualche considerazione relativa all’estraneità al sodalizio mafioso di Cosa nostra e, persino, sull’eventuale appartenenza alle istituzioni: «Se fosse stata una persona che io conoscevo (…), sicuramente sarebbe rimasta qualche cosa (…) più incisiva; ma siccome c'è un'immagine così sfocata (…). Mi dispiace tantissimo e aggiungo di più, che fin quando non si sarà chiarito questo mistero, che per me è fondamentale, è un problema serio per tutto quello che riguarda la mia sicurezza (…). Io sono convinto che non sia una persona riconducibile a Cosa nostra perché (…) c'è questa anomalia di cui per me è inspiegabile”. “C'è un flash di una sembianza umana. (…) c'è questa immagina sfocata che io purtroppo... (…) c'è questo punto, questo mistero da chiarire”; “ho più ragione io a vedere questo soggetto in carcere, se appartiene alle istituzioni, che vedendolo domani fuori». Peraltro, quest’ultimo spunto del collaboratore di giustizia, sull’eventuale appartenenza alle istituzioni del terzo estraneo, presente alla consegna della Fiat 126, nel pomeriggio di sabato 18 luglio 1992, prima del caricamento dell’esplosivo, veniva approfondito dalla Procura, nella fase delle indagini preliminari di questo procedimento, sondando ulteriormente Gaspare Spatuzza, e anche sottoponendogli diversi album fotografici, con immagini di vari appartenenti al Sisde, senza approdare a risultati tangibili.

IL COINVOLGIMENTO DEL SISDE  […] Infine, si deve almeno accennare (prima di passare a trattare più diffusamente della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino), ad alcune emergenze che dimostrano il coinvolgimento diretto del Sisde, al di fuori di qualsivoglia logica e regola processuale, nelle prime indagini sulla strage di via D’Amelio, orientate verso la falsa pista di Vincenzo Scarantino. Quest’ultima circostanza, neppure ricordata dal neo-Procuratore Capo di Caltanissetta (dell’epoca), Giovanni Tinebra, veniva invece confermata persino dal dirigente del Sisde, Bruno Contrada, il quale spiegava come detta richiesta della Procura nissena, veniva appunto assecondata, per l’insistenza del Capo Centro di Palermo, Andrea Ruggeri. Peraltro, già nell’ambito del precedente processo c.d. Borsellino bis, veniva accertato che il 10 ottobre 1992, veniva trasmessa alla Squadra Mobile di Caltanissetta, una nota (sul contenuto della quale riferiva il Dirigente della predetta Squadra Mobile, all’epoca delle stragi, dott. Mario Finocchiaro), elaborata proprio dal centro Sisde di Palermo, su specifica richiesta del Procuratore Giovanni Tinebra (sulla cui deposizione, innanzi a questa Corte, non vale più la pena d’indugiare). Quest’ultimo, dopo aver constatato che le forze di polizia nissene non avevano alcuna specifica conoscenza delle dinamiche interne alle famiglie mafiose palermitane, con un’iniziativa affatto singolare, sollecitava una più stretta collaborazione del Sisde nell’espletamento delle indagini per la strage di Via D’Amelio. I frutti avvelenati di detta improvvida iniziativa non tardavano a maturare, posto che nella predetta nota del 10 ottobre 1992, confezionata dal Sisde proprio nel periodo in cui era in atto il tentativo di far ‘collaborare’ Vincenzo Scarantino, utilizzando Vincenzo Pipino (costretto ad andare in cella con lui, dal dottor Arnaldo La Barbera), vi era una dettagliata radiografia con tutto ciò che, al tempo, risultava alle forze dell’ordine su Vincenzo Scarantino ed i suoi familiari, con i precedenti penali e giudiziari a carico degli stessi, nonché i rapporti di parentela ed affinità con esponenti delle famiglie mafiose palermitane. La tematica della genesi e della gestione della ‘collaborazione’ di Vincenzo Scarantino verrà ampiamente ripresa e trattata nella parte della motivazione dedicata alla sua posizione.  A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA12 luglio 2021 – Borsellino Quater

 

l'ALBERO BORSELLINO in via D'Amelio - come raggiungerlo

PAOLO BORSELLINO, IL CORAGGIO DELLA SOLITUDINE

A cura di Claudio Ramaccini Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia - Progetto san Francesco

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