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VIA D’AMELIO - L'attentato e le indagini

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Da dove hanno agito i killer


VIDEO VIA D'AMELIO

Nel 2008, è spuntato sulla scena dei dichiaranti un ex killer di Brancaccio, Gaspare Spatuzza, che dalla cella del 41 bis dov’era sepolto dagli ergastoli ha proposto al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso la sua versione dei fatti sulla strage di via d’Amelio.  Ha detto di volere “il perdono di Dio” e ha chiesto un incontro a un vescovo, per confessarsi. Davanti ai magistrati della Procura di Caltanissetta, Spatuzza ha smentito il pentito Vincenzo Scarantino sulla dinamica del furto dell’autobomba e poi sulla sua preparazione; ha introdotto soprattutto altre presenze nel gruppo operativo rispetto a quelle già consacrate nelle sentenze definitive. Così, per i pm nisseni è iniziata una nuova fase di indagini, non solo sulla fase esecutiva della strage del 19 luglio 1992, ma anche su chi accreditò Vincenzo Scarantino come pentito credibile.  Sulla base della nuova inchiesta, la Procura generale di Caltanissetta ha chiesto e ottenuto dalla corte d’appello di Catania la sospensione della pena per otto condannati nel primo e nel secondo processo Borsellino. Salvo Palazzolo



La presenza del SISDE in via d’amelio. Torniamo in via D’Amelio, nei minuti immediatamente successivi alla strage. Il primo dettaglio anomalo, come anticipavamo, è l’immediata presenza di uomini del SISDE sul luogo dell’esplosione.

Riferisce alla Commissione Pietro Grasso:

GRASSO. “…le incongruenze determinate dalla presenza accertata in via D’Amelio, nell’immediatezza della strage, di appartenenti a Servizi di sicurezza intenti a cercare la borsa del magistrato attorno all’auto. Sono le testimonianze del sovrintendente Maggi e di un vice sovrintendente, Giuseppe Garofalo, che danno l’idea di questo attivismo di persone tutte vestite allo stesso modo che avevano già visto presso gli uffici di La Barbera, nel corso delle indagini di Capaci e che si aggiravano lì…”. Un contesto peraltro puntualmente ricostruito nella sentenza del Borsellino quater (pag.783 e ss.): “(…) è innegabile che vi sono delle oggettive incongruenze nello sviluppo delle primissime indagini per questi fatti e che rimangano diverse zone d’ombra. (…) Tutt’altro che rassicuranti, ad esempio sono le emergenze istruttorie relative alla presenza, in via D’Amelio, nell’immediatezza della strage, di appartenenti ai servizi di sicurezza, intenti a ricercare la borsa del Magistrato. Infatti, uno dei primissimi poliziotti che arrivava in via D’Amelio, dopo la deflagrazione delle ore 16:58 del 19 luglio 1992, era il Sovrintendente Francesco Paolo Maggi, in servizio alla Squadra Mobile di Palermo. (…) Il Sovrintendente Maggi, dunque, confidando di poter trovare qualche altra persona ancora in vita, si faceva strada fra i rottami, (…) notava quattro o cinque persone, vestite tutte uguali, in giacca e cravatta, che si aggiravano nello scenario della strage, anche nei pressi della predetta blindata: “uscii da… da ‘sta nebbia che… e subito vedevo che arrivavano tutti ‘sti… tutti chissi giacca e cravatta, tutti cu’ ‘u stesso abito, una cosa meravigliosa”, “proprio senza una goccia di sudore”. Si trattava di “gente di Roma”, appartenente ai Servizi Segreti; infatti, alcuni erano conosciuti di vista (anche se non davano alcuna confidenza) ed, inoltre, venivano notati a Palermo, presso gli uffici del Dirigente della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera, anche in occasione delle indagini sulla strage di Capaci. La circostanza (mai riferita prima dal teste, nonostante le sue diverse audizioni) veniva confermata da un altro appartenente alla Polizia di Stato, vale a dire il Vice Sovrintendente Giuseppe Garofalo in servizio alla Sezione Volanti della Questura di Palermo che arrivava sul posto ad appena cinque minuti dalla deflagrazione. Il poliziotto notava, nei pressi della Croma blindata di Paolo Borsellino, un uomo in borghese, con indosso la giacca (nonostante il torrido clima estivo) e pochi capelli in testa. Alla richiesta di chiarimenti sulla sua presenza lì, l’uomo si qualificava come appartenente ai “Servizi”, mostrando anche un tesserino di riconoscimento. “…non riesco a ricordare se questo soggetto mi chiede della valigia, della borsetta del dottore o se lui era in possesso della valigia. Con questa persona, alla quale io chiedo, evidentemente, il motivo perché si trovava su quel luogo. Questo soggetto mi dice di appartenere ai Servizi”. Ricorda in Commissione, su questo punto, il giornalista Salvo Palazzolo:

PALAZZOLO. “Nel contesto delle stragi ci sono altre presenze. A 50 metri dal cratere di Capaci un agente del Centro Sisde di Palermo perde un bigliettino… Viene ritrovato questo bigliettino che dà atto di un guasto a un telefono, una utenza di un cellulare 337, che è riconducibile al vicecapocentro (del SISDE) Lorenzo Narracci. E fa riferimento a un guasto ‘numero due’ che, nel codice dei telefonini dell’epoca, è riferito a una possibilità che il telefonino sia clonato. Questa è una storia piena di coincidenze. Perché clonato era anche il telefonino di uno degli attentatori della strage. E sicuramente è una coincidenza, una strana coincidenza, che quel bigliettino sia caduto lì e che faccia riferimento a Narracci che poi è personaggio molto vicino a Contrada. Soltanto cinque anni dopo l’agente Festa (che aveva materialmente ricevuto in consegna quel telefonino ndr.) si presenta alla magistratura per dire ‘non sono venuto prima perché avevo timore di polemiche però voglio riferivi che avevo ricevuto questo telefonino da un altro collega che mi aveva detto: tu hai tuo suocero che lavora alla SIP, il telefonino del vicecapocentro del SISDE non funziona, vedi se puoi darlo a tuo suocero per farlo riparare…’. Sembra alquanto inverosimile che un telefonino così delicato del vicecapocentro del SISDE, in caso di guasto, non sia stato affidato a una agenzia specializzata, quindi con procedure specializzate, ma venga affidato al suocero di un collega”. “Un’altra coincidenza molto strana è quella relativa alla presenza, il pomeriggio della strage, su una barca a largo di Mondello, di Bruno Contrada, di un imprenditore del settore degli abiti da sposa e di Narracci. Cosa accade? Un minuto dopo la strage risultano dei contatti telefonici sui telefonini delle persone che stanno in barca. Questo imprenditore sostiene che fu la figlia a dargli la notizia un minuto dopo la strage che c’era stato l’attentato a Borsellino. I magistrati si sono interrogati come avesse fatto questa ragazza un minuto dopo a sapere che l’attentato era ai danni del Borsellino… Questo imprenditore del settore degli abiti da sposa rilevano le indagini, aveva avuto contatti con personaggi legati alla famiglia mafiosa dei Ganci”. È di quei primi concitati momenti la sparizione dell’agenda rossa del giudice Borsellino. Così la ricostruisce il pm Gozzo:

GOZZO. “Io sono alla procura di Palermo dal 1992 e quindi molti di questi soggetti li conoscevo. Ad esempio il capitano Arcangioli. Ho visto che ha preso la borsa dalla macchina, o qualcuno gliel’ha consegnata, e lui l’ha portata impettito lontano dalla macchina, praticamente fuori dalla zona transennata… Ha riportato, poi, di nuovo, la borsa nella macchina in fiamme e l’ha rilasciata dentro. Io gliel’ho chiesto: ‘E’ normale, secondo lei, comportarsi in un modo del genere?’. La risposta che mi venne data dal capitano Arcangioli fu che era una cosa che si usava fare in Polizia e tra i Carabinieri, cioè si usava vedere se una cosa fosse utile, prenderla ed eventualmente poi rimetterla nello stesso posto. Io ho detto: ‘Guardi a me non è mai capitato di verificare una cosa di questo genere in tutta la mia carriera professionale…’”. “Il collega Ayala ha reso diverse versioni… non so quanto tutto questo appartenga al modo di essere di Ayala oppure evidentemente a una voglia in qualche modo di depistare le indagini. Saranno i colleghi di Caltanissetta a stabilirlo”. Singolare è anche la gestione dei reperti recuperati nella macchina del giudice Borsellino.  “…gestione assolutamente sui generis. Prima da parte della Squadra mobile e della Questura di Palermo, poi da parte della Procura di Caltanissetta. Perché parlo di Squadra mobile? Perché successivamente al riposizionamento della borsa all’interno dell’autovettura, fu poi un agente della Squadra mobile, tale Maggi, a prenderla e portarla nello studio di La Barbera. Ma La Barbera sostiene di essersi accorto di questo solo a cinque mesi dai fatti. Stiamo parlando da luglio a fine dicembre. Questa borsa sembra che abbia giaciuto là senza nessuna attenzione per tutti questi mesi. Dai colleghi (magistrati) a cui viene infine riportata la borsa viene fatta una repertazione di ciò che c’era all’interno della borsa. Una repertazione che però non comprende l’agenda marrone… Tra l’altro non esiste un verbale di restituzione di tutto questo, c’è semplicemente a margine di un verbale: ‘vengono restituiti alla signora Borsellino alcuni effetti personali appartenuti e ritrovati in via D’Amelio’. Punto”.  Fonte mafie blog autore repubblica 8.11.2020

 

La richiesta della Procura generale di Caltanissetta (13/10/2011)  La Procura di Caltanissetta, diretta da Sergio Lari, ha poi chiesto l’emissione di quattro ordinanze di custodia cautelare, riguardanti il capomafia pluriergastolano Salvino Madonia (è accusato di aver partecipato nel dicembre 1991 alla riunione della Cupola in cui si decise l’avvio della strategia stragista), i boss Vittorio Tutino e Salvatore Vitale (il primo rubò con Spatuzza la 126 per la strage; il secondo abitava nel palazzo della madre di Borsellino, in via d’Amelio, e avrebbe fatto da talpa agli stragisti). Un quarto provvedimento ha riguardato il pentito Calogero Pulci, era l’unico in libertà: è accusato di calunnia aggravata, perché con le sue dichiarazioni avrebbe finito per fare da riscontro al falso pentito Vincenzo Scarantino.

Le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza
Il racconto di Spatuzza è dettagliato: dopo gli opportuni riscontri svolti dal centro operativo Dia di Caltanissetta, i magistrati hanno avuto chiari i retroscena della strage Borsellino, organizzata dal clan mafioso di Brancaccio, diretto dai fratelli Graviano. E’ rimasto il mistero su un uomo che il giorno prima della strage avrebbe partecipato alle operazioni di caricamento dell’esplosivo sulla 126, in un garage di via Villasevaglios, a Palermo. Spatuzza non lo conosce, i magistrati sospettano che possa essere un appartenente ai servizi segreti.
Interrogatorio del 3/7/2008 (riguardante anche la strage Falcone)
Interrogatorio del 17/9/2009
Interrogatorio del 22/6/2010 (è allegata una lettera-appello di Spatuzza al boss Pietro Aglieri)
Interrogatorio del 3/5/2011

L’autodifesa dello 007 Lorenzo Narracci
E’ stato indagato per concorso in strage, i pm di Caltanissetta hanno sospettato che fosse lui il misterioso uomo nel garage di via Villasevaglios, ma il pentito Spatuzza non l’ha riconosciuto.
L’audizione di Narracci davanti ai pm di Caltanissetta

La confessione dei falsi pentiti  Il racconto di Spatuzza sugli esecutori della strage di via d’Amelio è stato confermato soprattutto dalla confessione di chi si era accreditato come collaboratore di giustizia attendibile, depistando le indagini sull’eccidio del 19 luglio 1992. E’ una confessione drammatica, che parla di abusi e violenze subite da alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine, per costruire una verità di comodo.
Interrogatorio di Vincenzo Scarantino (28/9/2009)
Interrogatorio di Francesco Andriotta (17/7/2009)
Interrogatorio di Salvatore Candura (10/3/2009)

Il perché di un errore giudiziario  Un errore madornale, fatto per l’ansia di trovare un colpevole, o un depistaggio costruito ad arte? I magistrati di Caltanissetta hanno esplorato tutte le ipotesi. Un’ombra inquietante è nella nota inviata dall’Aisi alla procuratore Lari, che riferisce di una collaborazione con i servizi segreti intrattenuta in passato dal dirigente Arnaldo La Barbera, il coordinatore del gruppo d’indagine “Falcone-Borsellino”.
La nota dell’Aisi sul questore La Barbera

Le dichiarazioni del nuovo pentito Fabio Tranchina  Quando le indagini su via d’Amelio erano ormai a una svolta, la Dia è riuscita a far collaborare l’ex autista di Giuseppe Graviano, Fabio Tranchina, che conosce molti dei retroscena delle stragi voluta da Cosa nostra.
Interrogatorio del 16/4/2011
Interrogatorio del 21/4/2011
Interrogatorio del 22/4/2011
Interrogatorio del 3/5/2011

La scena del crimine I magistrati di Caltanissetta hanno chiesto alla polizia scientifica di ricostruire minuziosamente la scena di via d’Amelio, dove si consumò la strage Borsellino, per cercare di individuare la genesi del depistaggio istituzionale, ma anche per evidenziare ulteriori riscontri alla verità offerta dal pentito Spatuzza.
Relazione della polizia scientifica sulla scena di via d’Amelio

 

  • Ordinanza GIP 1 [29]
  • Ordinanza GIP 2 [30]
  • Ordinanza GIP 3 [31]

 

LA BORSA E L’AGENDA ROSSA  Ci sono troppi profili di quel tragico disegno stragista che restano ancora oscuri. Bisogna insistere perché gli eventi vengano ricostruiti in tutte le loro implicazioni e sfaccettature. Le dichiarazioni rilasciate dal pentito e gli elementi da lui forniti alle Procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo hanno consentito di ristabilire finalmente alcune verità sulle stragi.  Occorre seguire un metodo preciso nella ricostruzione delle vicende, lo stesso metodo che ha ispirato la mia carriera di magistrato: credere solo a quello che è riscontrabile, provato, offrire elementi di conoscenza, anche piccoli, che aggiungano tasselli al quadro, senza cadere nella tentazione di dipingere scenari opinabili, anche se suggestivi, ipotetici e non dimostrabili. Se si vuole chiarezza, si deve partire da ciò che è accertato, senza smettere di sollevare interrogativi e sottolineare i punti oscuri che richiedono un’ulteriore riflessione. Pietro Grasso 

 

CONFERENZA STAMPA PROCURA DI CALTANISSETTA. 19 LUGLIO 1994. Trascrizione tratta da Radio Radicale, "Gli ultimi sviluppi delle indagini sulla strage di Via D'Amelio tenuta in occasione del II anniversario della morte del giudice Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta."

  • GIOVANNI TINEBRA: Noi oggi qui celebriamo il secondo anniversario delle eccidio di via d'Amelio ed abbiamo la profonda, commossa, consapevole soddisfazione di celebrarlo nel modo giusto, cioé in maniera fattiva Ieri infatti abbiamo chiesto ed ottenuto sedici ordinanze di custodia cautelare nei confronti di alcuni dei mandanti e degli esecutori materiali della strage. (...) Voi sapete quali sono i miei sentimenti nei confronti dei media, sentimenti di stima, rispetto e consapevolezza della interdipendenza dei nostri compiti. Ciò esige però piena lealtà ed assoluta responsabilità nell'esercizio delle rispettive funzioni, nostre giudiziarie, vostre di informazione. Non è consentito, alla luce di questi principi, anticipare in maniera veramente avventata, consentitemelo, notizie che possono avere effetti sconvolgenti e per le indagini in corso e per la sicurezza personale di quanti, collaboratori e familiari, magari sono ancora senza protezione. Vi ho sempre detto, mi rendo conto di quelle che sono le vostre esigenze e vi vengo incontro, e ciascuno di voi ne è testimone, però vi prego, ricordiamoci che molte volte un malaccorto, malaccorto da un punto di vista di tempestività, sicuramente non di buona fede, esercizio del diritto-dovere di informazione puó portare conseguenze sconvolgenti, come nel caso che ci occupa. Vi posso dire che grazie a determinate precauzioni, che avevamo preso in precedenza, e alla eccellente fattività dei nostri collaboratori sul campo, abbiamo portato a termine interamente l'operazione, e sul profilo operativo procedimentale e sotto il profilo di assicurazione a misura di protezione delle persone interessate. Ma vi posso dire che abbiamo corso un grosso pericolo, quindi per favore, per il futuro, augurandoci che il futuro ci riservi ancora gradite sorprese come quella di oggi, consultiamoci un momentino e decidiamo assieme se è il momento di dare certe notizie o se piuttosto non è meglio aspettare un momentino per far sì che le notizie da dare siano più belle e più importanti. Scarantino. Io credo di poter dire finalmente che questa Direzione Distrettuale Antimafia ha onorato i suoi impegni. Due anni fa, tra le macerie ancora fumanti e taluni focolai di incendio che stentavano a spegnersi, io e i miei collaboratori dicemmo "ce la metteremo tutta per arrivare in fondo a questa vicenda", pur sapendo che avevamo di fronte un'impresa titanica, pur sapendo che i precedenti non deponevano per un segno positivo di questo nostro proponimento. Cominciamo da un numero di telaio malamente leggibile su un pezzo di motore di macchina reperito in mezzo a mille altri tra le macerie di via D'Amelio. È cominciata da là le indagini sulla strage di via D'Amelio. Mi ricordo che allora la DDA era composta dal dottor Polina, che oggi è Roma, dal dottor Giordano, Petralia e Vaccara, che oggi è (...). E ci mettemmo di buzzo buono a lavorare, con l'aiuto di tutti i pezzi dello Stato. Fu costituito il famoso gruppo stragi, dalla polizia di stato, quaranta tra ufficiali di pg e agenti, sotto la guida del dottor La Barbera, che cominciarono a lavorare in maniera seria, impegnata e indefessa con sommo spirito di sacrificio e altissima competenza. Ed è a loro che per primi io pongo il mio ringraziamento. Oggi non saremmo qua a dirci queste cose se non ci fosse stato il gruppo stragi della polizia di Stato. Le indagini su via D'Amelio sono firmate da loro, questo è giusto che si sappia. E partimmo da allora, rivoluzionando un ufficio che fino a quel momento era stato dimensionato a ben altra attività giudiziaria, rivoluzionando l'organico di magistrati e funzionari, grazie all'aiuto delle competenti direzioni del ministero, uno dei pezzi dei quali oggi ho il piacere di avere qui accanto, Liliana Ferraro, vecchia amica sempre accanto a noi nei momenti di bisogno. E cominció la nostra avventura. Si arrivó al furto della centoventisei e si arrivó a Scarantino. Vi ricordate cosa successe quando chiedemmo la misura cautelare nei confronti di Scarantino? Manifestazioni popolari in sua difesa, tutta una serie di interrogativi, ma chissà se è vero, chissà se questi giudici di Caltanissetta hanno fatto bene il loro lavoro, se hanno preso un abbaglio, e via di lì. Noi stringemmo i denti e continuammo. E arrivammo al telefonista. Indi arrivammo al carrozziere, indi arrivammo al primo livello della mafia, Profeta, braccio destro di Pietro Aglieri e Carlo Greco. Ne ottenemmo il rinvio a giudizio. Ma avevamo altre cose in corso. Ed ecco che finalmente viene la luce. Viene la luce dopo le indagini, e qui ancora una volta desidero sottolineare che abbiamo seguito il metodo Falcone, indagini sul campo. I collaboratori di giustizia ci sono, per dare colore ad un quadro che è già stato delineato nelle sue connotazioni essenziali. E finalmente abbiamo saputo  di avere avuto ragione. Abbiamo una piena confessione con quindici chiamate in correità e siamo solo agli inizi. Abbiamo modo di affermare sul campo e con i fatti che anche questa strage fu ordinata da Totò Riina, il quale ebbe una riunione, con taluni pezzi della cupola, esattamente i capi dei mandamenti interessati sotto un profilo esecuzionale, vale a dire i mandamenti della Guadagna, Pietro Aglieri e Carlo Greco, e del Brancaccio, uno dei fratelli Graviano in rappresentanza degli altri. Si tenne questa riunione e si stabilì che Paolo Borsellino doveva morire perché avrebbe fatto più danno di Falcone e si passò alla fase operativa. Fase operativa che si è concretizzata nel reperimento della centoventisei famosa, nell'occultamento della stessa nell'officina di Orofino, nel caricamento della stessa, nel trasporto della stessa presso la casa di via D'Amelio e infine nel botto finale. Abbiamo acclarato come elemento di riscontro anche la piena colpevolezza di Pietro Scotto, il telefonista. Abbiamo la riprova che avevamo visto giusto. Siamo arrivati a sedici. Possiamo dire oramai con definitiva sicurezza, come abbiamo sempre detto, teorizzato ed in gran parte quasi dimostrato, che via D'Amelio è opera di cosa nostra. Abbiamo scoperto i mandanti e gli esecutori. Non ci fermiamo, andiamo avanti. Ma cerchiamo, ove vi siano, anche il resto dei mandanti, dentro e fuori cosa nostra. E cerchiamo, ove vi siano, anche il resto degli esecutori. Un'ultima notazione, perché è importante che si faccia. Noi abbiamo avuto la ventura, non perché siamo bravi ma solo perché le nostre indagini ci hanno portati ad incontrare certi fatti, di affermare talune cose che a prima vista sembravano un poco strane, non vi parlo della commissione interprovinciale, ne parleremo in altra occasione, vi parlo invece del famoso discorso degli uomini d'onore riservati. Riina da un certo periodo in poi, affilia uomini d'onore che non presenta a nessuno. Abbiamo la riprova della esattezza di questa strategia del Riina. Scarantino è uno degli uomini d'onore riservati.).
  • ILDA BOCCASSINI  Volevo puntualizzare alcune osservazioni che mi sembrano importantissime in una giornata come questa. Ribadisco il concetto espresso dal capo di questo ufficio, a cui va tutto il mio riconoscimento per il lavoro svolto a Caltanissetta. Cioè sono state premiate ancora una volta le indagini investigative pure. Ci siamo mossi con una logica di aggressione sul territorio e questo è stato premia le nel momento in cui una delle persone che era responsabile di questo reato ha accettato di collaborare con lo Stato. A questo punto va detto che il lavoro di questa procura è stato possibile perché tutti i pezzi dello Stato si sono contattati. E a questo punto deve andare Il mio personale ringraziamento, ma ritengo a nome di tutta la procura, alla dottoressa Liliana Ferraro che non ha mai abbandonato né Caltanissetta né altre procure. Senza l'aiuto del ministero di Grazia e giustizia, nella persona della dottoressa Ferraro, non sarebbe stato possibile ottenere oggi questi risultati . Ringrazio il collega Di Maggio, la cui esperienza, la professionalità e il coraggio dimostrato da quando ha assunto l'ingrato compito di essere vicedirettore del DAP. Senza l'aiuto di Di Maggio, senza la collaborazione del direttore di Pianosa, di tutti gli agenti a cui va il nostro ringraziamento totale, non sarebbe stato possibile gestire per la prima volta con Scarantino nel carcere di Pianosa e non portato subito in una struttura extracarceraria, gli eccellenti risultati che noi stiamo ottenendo. Il coraggio, ripeto, di persone come Liliana Ferraro, Francesco Di Maggio, persone che forse... Liliana già non è più direttore degli affari penali, mi auguro che Francesco Di Maggio rimanga vicedirettore delle carceri, non lo so se questo succederà, e per questo in questa giornata mi sento, come cittadino e come magistrato, di dire grazie a queste persone che hanno contribuito a questo eccellente risultato. E mi chiedo perché queste persone ci hanno lasciato o un'altra forse sta per lasciarci. Voglio fare un'altra osservazione. I collaboratori di giustizia sono una realtà essenziale per il paese. Lo ha dimostrato ancora una volta l'indagine sulla morte di Paolo Borsellino. Ma è arrivata, lo ripeto, questo concetto va ripetuto fino alla noia, perché vi erano già delle indagini che hanno consentito di valutare appieno quello che Scarantino Vincenzo ci diceva. Ma attenzione, Scarantino Vincenzo è stato per ventuno mesi sottoposto al regime del 41 bis. In un carcere speciale come quello di Pianosa e non ha avuto la possibilità, come è giusto che sia, di avere contatti con altri detenuti esponenti di cosa nostra e gli è stato consentito, così come la legge prevedeva, di avere colloqui solo con i propri familiari. Quindi il 41 bis è stata ancora un volta una scelta vincente. E lo dimostriamo con i fatti non con le parole.  Un'altra osservazione. Siamo appena agli inizi, è vero che abbiamo i dibattimenti in corso e questo sarà un momento molto importante. Però dobbiamo capire perché dal maggio 92 a tutto il 93 è stata portata in essere  da cosa nostra una vera e propria operazione di guerra contro lo Stato. Io La settimana scorsa ancora una volta come cittadina e poi come magistrato ho appreso con gratitudine dai colleghi di Roma che erano usciti con l'appartenenza dell'omicidio di via Fauro, del tentato attentato a via Fauro, e gli altri attentati, con cosa nostra. E allora questo qua è l'aspetto più importante. Che per la prima volta si è potuto di dimostrare che cosa nostra ha colpito fuori la Sicilia, e con Costanzo un obiettivo diverso. Con le altre stragi che cosa nostra per la prima volta  colpisce un obiettivo apparentemente insignificante. E allora bisogna chiedersi perché e questo impone a tutti doverosamente di andare avanti.  Un'ultima osservazione e mi riporto alle parole del procuratore Tinebra. La notizia  che è uscita è stato un atto di irresponsabilità da parte di chi l'ha pubblicata ma ancor di più, ritengo, e parlo a titolo personale, di chi ha divulgato la notizia, perché significa che c'è qualcuno che vuole remare contro le istituzioni e contro i l lavoro che i magistrati fanno. Io mi auguro che si riesca a stanare la talpa e chi ha consentito questo, mettendo a repentaglio la vita del collaboratore di giustizia e dei suoi familiari, degli investigatori e di tutti i ragazzi che sono giorno e notte in mezzo ad una strada e tutte le indagini. Mi chiedo perché ancora oggi vengono pubblicate false notizie di due falsi teoremi che vedono ancora una volta in contrapposizione, che non è, le dichiarazioni di altro collaboratore di giustizia, Salvatore Cancemi, e oggi Scarantino. Io mi chiedo e chiedo al senso di responsabilità di quei giornalisti che dovrebbero conoscere la storia di cosa nostra, quanto possa essere pericoloso questa disinformazione periodicamente, costantemente, di voler creare tanta confusione, da ritenere, al di là di quello che è stato scritto proprio dalla procura nissena, di ritenere che nella strage di via D'Amelio e la strage per l'uccisione del dottor Giovanni Falcone ci sia stata una contrapposizione all'interno di cosa nostra. È gravissimo che ancora i giornali pubblichino questo tipo di notizie. Ed io vorrei capire perché. È soltanto una stampa libera, una stampa responsabile, una stampa professionalmente competente deve impedire che ciò avvenga. Perché se non avvertite questi pericoli, allora veramente la magistratura verrà lasciata sempre più sola. Grazie.
  • GIOVANNI TINEBRA:  A proposto di quello che ha detto la collega e che condivido, forse è il caso di spendere trenta secondi, non di più, sul ventilato contrasto all'interno di cosa nostra che avrebbe fatto sì che via D'Amelio sarebbe una risposta, come affermazione di potenza, a coloro i quali la loro potenza avevano affermato con l'eccidio di Capaci. Non è affatto vero. Si tratta sempre di un'unica mente criminale, intesa come summit di cosa nostra, che ha ordito la prima e la seconda strage. Ovviamente, secondo le regole di cosa nostra, che si ancorano solidamente al territorio, all'eccidio di via D'Amelio hanno partecipato forze dei mandamenti di Brancaccio e della Guadagna che non erano state coinvolte invece nell'eccidio di Capaci. Quindi... tutt'altro segno che quello di dissidi interni e discordie. Al momento della strage di via D'Amelio i corleonesi avevano saldamente il potere e solo loro.  
  • DOMANDA GIORNALISTA (donna, non meglio specificata): (...) se tra i provvedimenti che sono stati emessi ce ne è anche uno nei confronti di Vitale o se il suo ruolo è stato confermato
  • GIOVANNI TINEBRA: Ecco, vede, questo qua è una della cose nei confronti delle quali noi lamentiamo una mancanza di collaborazione. Lei parla di persona che potrebbe anche essere indiziata e nulla più. Non c'è provvedimento nei confronti di Vitale, il quale, sicuramente sapendo dai giornali che è indagato, si guarderà bene dal farsi cogliere in castagna.
  • DOMANDA STESSA GIORNALISTA:   E l'ipotesi investigativa che ha portato all'iscrizione nel registro degli indagati di Bruno Contrada
  • GIOVANNI TINEBRA:  Lei parla di fatti vecchi di due anni. Non l'abbiamo coltivata. (Voce del collega accanto che, a bassa voce, dice "coperto strettamente dal segreto".) Lei mi chiede di cose coperte da segreto. Le posso dire che non è stata nessuna attivazione procedimentale. Le conseguenze, ove ve ne siano, traetele voi.
  • DOMANDA GIORNALISTA ATTILIO BOLZONI: (...) diceva la dottoressa Boccassini che probabilmente c'è qualcuno che rema contro. Non è la prima volta che qualcuno rema contro.
  • TINEBRA: Infatti.
  • BOLZONI: Non è la prima volta che alla vigilia di un'operazione (...) C'è sempre la fuga di notizie, (...) due volta nel caso Falcone, un volta nel caso Borsellino e Pietro Scotto e ultima, l'altro ieri (...)  perché pare che qualcuno sia pure scappato.
  • TINEBRA: No no no...
  • BOLZONI:  L'avete presa in tempo. 
  • TINEBRA:  Appunto. Le devo dire con profonda soddisfazione, le devo dire che se si è trattato di un tentativo di rovinare le nostre indagini questo tentativo è andato...
  • BOLZONI:  Avete aperto un'inchiesta interna?
  • TINEBRA:  No, apriamo un'inchiesta esterna.
  • BOLZONI:  Esterna. Ma le notizie vengono da dentro.
  • TINEBRA:  Beh, intanto provengono da determinati posti. Accerteremo chi... Speriamo, almeno, chi le ha fatte uscire.
  • BOLZONI:  Peró c'è (...) prima di capire (...) esterno.
  • TINEBRA:  Ma vede, dottore Bolzoni, il discorso è che il nostro interno è costituito da un gruppo così unito, così coeso, che è assolutamente inimmaginabile che la fuga di notizie venga dal nostro interno. Non solo, questa potrebbe essere una vana enunciazione di principio senza riscontro, ma noi abbiamo la prova provata del fatto che non venga dal nostro interno, perché puntualmente appena avviene un minimo di divulgazione in certe direzioni, automaticamente la notizie esce,  mentre prima no. Diciamo che, siccome non siamo nati ieri, ormai siamo attrezzati. E ormai non ci cadiamo più.

Inquietante il ricordo che Agnese Borsellino, la vedova di Paolo, ha raccontato al settimanale “Left” alla fine del 2011: “Mi chiamò l’ex presidente Cossiga un mese prima di morire. In quella telefonata mi disse: ‘La storia di via D’Amelio è da colpo di stato’. Poi chiuse il telefono senza dirmi nient’altro”.

 

13.7.2021 – MATTEO MESSINA DENARO IN VIA D’AMELIO. LO DICE TOTO’ RIINA  Analizzando le intercettazioni abbiamo scoperto che Riina indica Messina Denaro tra gli esecutori della strage di Via D'Amelio. Parla anche di un altro uomo che proviene dall’Albania. Ma nelle trascrizioni delle intercettazioni del 2013 c’è un omissis...

di Damiano Aliprandi IL DUBBIO

Matteo Messina Denaro è stato condannato in primo grado dalla Corte di assise di Caltanissetta per essere stato tra i mandanti delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio.

Dalle intercettazioni  abbiamo scoperto che Totò Riina lo indica chiaramente Ma Il Dubbio, analizzando attentamente le intercettazioni di Totò Riina quando era in 41 bis, ha scoperto che il capo dei capi ha chiaramente indicato il superlatitante Messina Denaro, “quello della luce”, così lo definisce, tra gli esecutori della strage di Via D’Amelio nella quale perse la vita  Era lì. Tanto che Riina gli ha dato ordine di tenersi preparato. Le intercettazioni di Totò Riina offrono nuovi spunti. Tra le sue parole c’è la chiave di volta del movente delle stragi (che non è la “trattativa” visto che la smentisce diverse volte), omicidi eccellenti commessi, ma anche di come hanno operato per compiere gli indicibili attentati.

Totò Riina parla di un altro uomo proveniente dall’Albania La strage di Via D’Amelio è stata descritta da Riina a più riprese durante i suoi colloqui con il compagno d’ora d’aria Alberto Lorusso. Parla anche di un altro uomo, tra gli esecutori, che proviene dall’Albania. Ma nelle trascrizioni delle intercettazioni del 2013 c’è un omissis. Per capire il riferimento alla partecipazione esecutiva di Matteo Messina Denaro alla strage di Via D’Amelio, bisogna contestualizzare.

Matteo Messina Denaro conosce bene i meccanismi decisionali di Cosa nostra Il superlatitante appartiene a una generazione più giovane rispetto a boss come Totò Riina e Bernardo Provenzano, secondo alcuni non avrebbe più alcun ruolo all’interno di Cosa Nostra, ma è certamente l’ultimo grande latitante della mafia siciliana. Non solo.

Conosce bene i meccanismi decisionali dell’organizzazione visto che ha partecipato alle riunioni, ha contribuito al famoso tavolino a tre gambe (mafia, imprenditori e politici) per la spartizione degli appalti pubblici e custodisce, quindi, i moventi che dettero impulso alla stagione stragista.

Il superlatitante figura centrale nel processo per gli attentati stragisti  tra il ’93 e il ’94 La Procura di Caltanissetta, in particolar modo grazie al magistrato Gabriele Paci, ha avuto il merito di attenzionare la figura di Messina Denaro rimasto fino a poco tempo fa estraneo ai processi nei confronti di mandanti ed esecutori delle stragi siciliane del ’92.

Da ricordare che il latitante è stato già figura centrale nel processo svoltosi avanti la Corte d’Assise di Firenze ed avente ad oggetto gli attentati stragisti commessi da Cosa nostra “nel continente” tra il ’93 ed il ’94, all’esito del quale venne condannato all’ergastolo per i reati di strage e devastazione.

Designato dal capo dei capi a fare il “reggente” della provincia di Trapani Grazie ad un’attenta rilettura degli atti giudiziari, si è potuto ricostruire il fatto che in rappresentanza della provincia di Trapani, l’attuale super latitante è stato designato da Totò Riina – a seguito del progressivo aggravarsi delle condizioni di salute del padre, Francesco Messina Denaro, storico uomo d’onore trapanese, rappresentante della provincia di Trapani oltre che del mandamento di Castelvetrano – a svolgere le funzioni di “reggente” della provincia sin dai tempi della guerra di mafia di Partanna deflagrata nell’87 e conclusasi nel ’91, e dunque ben prima della consumazione degli eventi stragisti del ’92.

Messina Denaro per Riina era “quello della luce”, perché si interessava all’eolico «Si, si, ci combattono da diversi anni con questo Gricoli (ex braccio destro economico di Messina Denaro, ndr) perché sempre … hanno detto … prestanome di … piritumpiti … piritampiti…, pali, pali e pali … pali e pali … sempre a pali vanno …, sempre pali di luce».

È Totò Riina che parla. Lo fa riferendosi a Matteo Messina Denaro, sul fatto che si sia dato allo sfruttamento della green economy. Ovvero all’energia eolica. Riina ce l’ha particolarmente con Messina Denaro per il fatto che si sia dedicato all’eolico. “I pali della luce”, li chiama. E fa una provocazione: «Io …visto che questo è cosi intelligente, così stravagante … solo … com’è che non me lo ha passato a me questo discorso di fare pali della luce? Perché io ho terreni là … ho dei terreni che sono i migliori che ci sono là … non è che gli sembra che sono terreni che non valgono niente. Lui si faceva vendere il posto del terreno, e lui sicuramente non aveva niente altro. Perché non mi faceva, non mi diceva di fare questi pali, di questi pali della corrente?».

Nelle intercettazioni Riina non nasconde la sua delusione per il suo ex pupillo Riina, a più riprese, ritorna su Matteo Messina Denaro. Sembrerebbe proprio che non gli sia andata giù che il suo pupillo (dalle intercettazioni che non riportiamo per motivi di spazio, si evince che aveva molto puntato su di lui per rispetto del padre) abbia deciso di dedicarsi a questo business. «Stravagante quello e quello … quello dei pali della luce più stravagante ancora di lui. Però sono tutti stravaganti», qui Totò Riina indica Messina Denaro inequivocabilmente come “quello dei pali della luce”. «Ci farebbe più figura se la mettesse nel culo la luce e se lo illuminasse», dice sempre Riina in 41 bis. «No, ma per dire che questo si sente di comandare, si sente di fare luce dovunque. Fa luce. Fa pali per prendere soldi, per prendere soldi». Totò Riina è chiaramente infervorato con Messina Denaro, perché «si è messo a fare la luce!». Davvero una delusione per lui, che cercava invece un prosecutore della sua strategia stragista.

Il capo dei capi racconta di come ha organizzato la strage di Via D’Amelio Ma ora veniamo al dunque. Come detto, Totò Riina a più riprese parla anche della strage di Via D’Amelio. Racconta di come è riuscito ad organizzare l’attentato in tre o quattro giorni, perché qualcuno gli disse di fare presto. Non in due giorni, ma tre o quattro giorni. Importante il numero, perché sarebbe interessante capire cosa ha detto o fatto Borsellino qualche giorno prima, tanto da mettere in allarme quel “qualcuno” che poi ha avvisato Riina di fare presto. Forse Borsellino qualche giorno prima si è esposto in maniera plateale?

Riina ribadisce che “quello della luce” era in Via D’Amelio Giungiamo ora al punto cruciale. Riina, ai colloqui del 6 agosto 2013, ad un certo punto dice: «Minchia, cinquantasette giorni (i giorni che passano dalla strage di Capaci a quella di Via D’Amelio, ndr). Minchia, la notizia l’hanno trovata là, da dentro l’hanno sentita dire che domenica deve andare (Borsellino, ndr) da sua madre, deve venire da sua madre. Gli ho detto: allora preparati, aspettiamolo lì. A quello della luce… anche perché … sistemati, devono essere tutte le cose pronte. Tutte, tutte, logicamente si sono fatti trovare pronti. Gli ho detto: se serve mettigli qualche cento chili in più». Ora sappiamo, che “quello della luce” è Matteo Messina Denaro. Difficile dare altra interpretazione. Totò Riina ha detto a “quello della luce” che doveva prepararsi, sistemare, farsi ritrovare pronti e se serve, di mettere altro esplosivo in più. Si riferisce alla Fiat 126 imbottita con 100 kg di tritolo che i mafiosi hanno parcheggiato sotto l’abitazione della madre. «Però io ci combattevo, tre giorni, quattro giorni la macchina messa là, andavo a cambiare il posteggio», dice Riina.«Quando io dico che uno deve lavorare! Deve lavorare perché deve capire che se ti serve un posto vicino alla portineria, lo devi lavorare, lo devi cercare, ci devi “combattere” (perdere tempo ndr) te lo prendi, te lo prendi e te lo conservi, metti la macchina», prosegue Riina.

E spunta “quello dall’Albania” esperto di esplosivo «Esci con una macchina e ci metti quella. E poi vai a trovarlo, vai a cercarlo, …. come quello che venne solo dall’Albania… vallo a trovare un esperto come questo», dice ancora Riina. A chi si riferisce? Chi è quello che venne dall’Albania? Potrebbe essere l’uomo che Spatuzza non riconobbe al garage di via Villasevaglios dove è stata imbottita la macchina? Riina aggiunge: «Ai domiciliari a Palermo, ci vuole fortuna». Chi era? C’è un proseguo, ma è omissato. Forse in quell’omissis si potrebbe trovare una risposta.

Un ricordo del giudice del primo maxiprocesso Alfonso Giordano Questa inchiesta la dedichiamo al giudice Alfonso Giordano scomparso oggi all’età di 92 anni. È stato il presidente della Corte del  primo maxiprocesso. Per la prima volta è stata processata e condannata  la mafia. Un uomo coraggiosissimo, accettò l’incarico per gestire il dibattimento, dopo che ben 10 colleghi l’avevano rifiutato, e per bene. Nonostante ciò è rimasto umile fino all’ultimo.

 

Le autopsie “raccontano” l’atrocità del massacro   Meno di due mesi dopo la strage di Capaci, si verificava un’altra azione terroristica per diffondere il terrore tra la popolazione e riaffermare nel modo più violento il potere di “Cosa Nostra”, con l’eliminazione del magistrato che era divenuto un grande punto di riferimento ideale per tutto il Paese

«A poche ore dal fatto, il 20.7.1992 alle 00.25, il Pubblico Ministero di Caltanissetta in persona dei dott. Giovanni TINEBRA, Francesco Paolo GIORDANO e Francesco POLINO, ai sensi dell’art. 360 C.P.P., aveva affidato incarico di consulenza tecnica autoptica sui cadaveri delle vittime della strage a un collegio di esperti medici legali, costituito dal dott. Paolo PROCACCIANTE (rectius Procaccianti: n.d.e.), Direttore dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Palermo, e dai dott. Livio MILONE e Antonina ARGO, assistenti nel predetto Istituto.

L’ispezione esterna dei cadaveri e l’esame autoptico dei medesimi, per la determinazione delle cause della morte, sono stati effettuati nell’immediatezza del conferimento dell’incarico, come appare dai relativi verbali e relazioni autoptiche.

Il cadavere di Paolo BORSELLINO, trovato con indosso una cintura in cuoio marrone con frammento in stoffa, residuo della cintola dei pantaloni e frammento di stoffa di cotone verde, residuo di maglietta tipo “polo”, si presentava depezzato, risultando assenti l’arto superiore destro ed entrambi gli arti inferiori.

All’esame esterno si rilevava vasta area di ustione su buona parte dell’addome e del torace, nonché al viso, con colorito nerastro sulle regioni frontali e parietali.

Al capo si riscontrava soluzione di continuo lineare interessante il cuoio capelluto dalla regione frontale al padiglione auricolare destro, con distacco pressoché completo del padiglione stesso ed esposizione del condotto uditivo e della sottostante teca cranica; ferita all’arcata sopraciliare destra, frattura alle ossa nasali, ampia ferita lacero-contusa al cuoio capelluto.

Inoltre, si riscontrava asimmetria dell’emitorace destro con spianamento della regione mammaria, e fratture costali multiple; deformazione del profilo dell’addome; squarcio perineale; numerose soluzioni di continuo alla superficie cutanea del dorso.

L’esame con il “metal-detector” rilevava in varie sedi la presenza di numerosi frammenti metallici di varie dimensioni, ritenuti superficialmente sino ai piani muscolari, in particolare rinvenuti al capo in regione temporo-occipitale e al dorso in regione lombare.

Unitamente al cadavere si rinvenivano altri residui umani, verosimilmente appartenuti al medesimo, elencati e descritti nella relazione autoptica agli atti.

I medici legali concludevano che il decesso di Paolo BORSELLINO era stato determinato “da imponenti lesioni cranio-encefaliche e toraco-addominali da esplosione”.

GLI ACCERTAMENTI SUI CORPI DEGLI AGENTI Il cadavere di Walter CUSINA veniva trovato con indosso un paio di pantaloni tipo “jeans” di colore verde, camicia in cotone a righe, slip in cotone bianco.

L’ispezione esterna evidenziava aree di affumicamento cutaneo alla nuca e alla regione cervicale, nonché deformazione del massiccio facciale, frattura della mandibola e delle ossa nasali; ampio squarcio cutaneo alla regione anteriore del collo, da un angolo all’altro della mandibola, “… da cui protrude grosso frammento metallico, che viene repertato; detto frammento appare penetrare in profondità pervenendo sino alla cavità orale, con ampio sfacelo delle parti molli e recisione del fascio vascolo-nervoso destro del collo”.

Inoltre, si rilevava: uno squarcio in regione sternale e soluzioni di continuo al tronco e alle regioni anteriori degli arti inferiori; area di sfacelo delle parti molli alla coscia destra, con perdita di sostanza ed esposizione dei piani ossei; deformazione

della coscia sinistra con aumento di volume; analoga area di sfacelo delle parti molli a carico della gamba destra.

I consulenti concludevano che il decesso di Walter CUSINA era stato determinato da “lesione degli organi vascolo-nervosi del collo e da politraumatismo da esplosione”.

L’ispezione esterna del cadavere di Emanuela LOI evidenziava la copertura della superficie cutanea da induito nero, vaste aree di disepitelizzazione e carbonizzazione delle estremità; sulla superficie anteriore del tronco si riscontravano varie soluzioni di continuo interessanti il torace e il collo.

Il cadavere appariva depezzato, perché mancante dell’avambraccio destro, degli arti inferiori all’altezza del terzo medio superiore femorale.

Alla regione sottomammaria si trovava ampia breccia interessante i piani ossei, con esposizione dei visceri della cavità toracica; inoltre si rilevavano: un ampio sfacelo delle parti molli residue del piano perineale; lesione da scoppio di tutto l’ovoide cranico, ampia ferita a spacco del cuoio capelluto in regione occipitale con sottostante scoppio della teca cranica; zona di distruzione delle parti molli ed ossee alla regione claveare e latero-cervicale sinistra; fratture costali multiple e squasso di tutti i visceri toracici; eviscerazione completa della matassa intestinale.

Si repertavano poi alcuni resti ritenuti appartenenti al cadavere, elencati e descritti nella relazione dei consulenti.

Gli stessi concludevano che la morte di Emanuela LOI era stata determinata da “ustioni diffuse in soggetto con squasso cranio-encefalico, depezzamento ed eviscerazione toraco-addominale da esplosione”.

Il cadavere di Agostino CATALANO veniva trovato con indosso brandelli di camicia e dei pantaloni, con la relativa cintola.

Il cadavere, la cui intera superficie cutanea appariva ricoperta da induito nero, risultava depezzato, perché mancante dell’arto superiore sinistro all’altezza del terzo superiore omerale e degli arti inferiori, all’altezza del terzo medio superiore femorale, con ampio sfacelo delle parti molli residue del piano perineale ed esposizione del piano osseo sacrale.

Si rilevava un’estesa carbonizzazione alla cute del viso, alla faccia anteriore del torace e all’addome; la cute del dorso e dei glutei appariva interessata da numerose soluzioni di continuo.

Inoltre, si riscontrava un’ampia soluzione di continuo alla cute della regione occipitale, con frattura della teca cranica; distacco della base di impianto del padiglione auricolare destro; soluzione di continuo in regione frontale destra.

L’apertura della calotta cranica permetteva di rilevare, in corrispondenza delle lesioni sopra descritte, l’infossamento dei margini ossei con presenza di numerose schegge ossee infisse nella materia cerebrale e con fuoriuscita di materiale cerebrale; frammenti di materiale metallico si rinvenivano alla regione temporo-auricolare destra e alle parti molli residue dell’arto inferiore sinistro.

I consulenti del Pubblico Ministero concludevano che la morte di Agostino CATALANO era stata determinata da “ustioni diffuse in soggetto con squasso cranio-encefalico e depezzamento da esplosione”.

Il cadavere di Vincenzo LI MULI era stato trovato con indosso brandelli di stoffa appartenenti alla cintola, residuo di “slip” e frammenti di tessuto carbonizzato non identificabile.

L’ispezione esterna del cadavere permetteva di rilevare una copertura pressoché totale di induito nero e il depezzamento conseguente alla mancanza

dell’avambraccio e della mano sinistra, dell’arto inferiore sinistro e del terzo superiore della gamba destra.

Si rilevava la presenza di vaste aree di abbruciamento agli arti superiori, con carbonizzazione completa degli strati superficiali; inoltre si osservavano: otorragia destra; ampio squarcio in regione occipitale e cervico-occipitale con esposizione dei piani ossei sottostanti; soluzione di continuo in regione frontale, con esposizione della teca cranica, apparsa fratturata con avvallamento di grosso frammento osseo; vasta perdita di parti molli alla regione pubo-perineale, con sfacelo traumatico della regione pelvica.

I medici legali perciò stabilivano che la morte di Vincenzo LI MULI era stata determinata da “ustioni diffuse a tutta la superficie corporea, politraumi e depezzamento da esplosione”.

Il cadavere di Claudio TRAINA si presentava depezzato, mancando l’arto superiore sinistro, e interamente ricoperto da induito nero.

Si riscontrava lo sfacelo completo di tutto il distretto cervico-cefalico e dell’arto superiore destro, con componenti ossee pluriframmentate e vasta perdita di sostanza dell’avambraccio e della mano, ampio squarcio del cavo ascellare; inoltre si osservavano numerose soluzioni di continuo all’addome e al dorso, lo sfacelo dell’intero distretto pelvico, con eviscerazione della matassa intestinale; squasso degli arti inferiori e numerose soluzioni di continuo in tutta la relativa superficie cutanea; frattura della clavicola destra e di quattro costole; squarcio del sacco pericardico; lesione da scoppio della parete laterale del lobo inferiore del polmone sinistro; lesioni da scoppio a carico della faccia anteriore del fegato e della milza.

I consulenti del Pubblico Ministero concludevano che il decesso di Claudio TRAINA

era stato provocato da “squasso cranio-encefalico e dal politraumatismo toraco-addominale con maciullamento degli arti, da esplosione”».

L’atrocità del delitto era, dunque, tale da evidenziare una chiara intenzione di diffondere il terrore tra la popolazione e di riaffermare nel modo più violento il potere di “Cosa Nostra”, compiendo una vera e propria azione di guerra contro lo Stato italiano attraverso l’eliminazione di un Magistrato che era divenuto un grande punto di riferimento ideale per tutto il Paese e degli uomini delle Forze dell’Ordine impegnati nella sua tutela.

Questo progetto criminale di straordinaria gravità veniva portato a compimento meno di due mesi dopo la strage di Capaci, determinando così un effetto di enorme portata sull’opinione pubblica, sulla società civile e sulle istituzioni, a livello nazionale e internazionale. E’ quindi naturale domandarsi quale fosse l’obiettivo perseguito da “Cosa Nostra” con la realizzazione di due stragi a brevissima distanza di tempo. Una problematica, questa, che va ricollegata all’analisi della fase deliberativa del delitto, nonché degli eventi che la precedettero e la seguirono.

 

TUTTI I PIANI DELLA CUPOLA PER ELIMINARE UN MAGISTRATO CHE FACEVA PAURA   Nel periodo in cui Paolo Borsellino svolgeva le funzioni di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Marsala, Cosa Nostra ideò alcuni progetti di omicidio nei suoi confronti, con tutta una serie di attività preparatorie  Nel periodo in cui Paolo Borsellino svolgeva le funzioni di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Marsala, “Cosa Nostra” portò avanti una pluralità di progetti di omicidio nei suoi confronti, con il compimento di una serie di attività preparatorie.  Uno di questi piani criminosi avrebbe dovuto realizzarsi presso la residenza estiva del Magistrato, nella zona di Marina Longa.  Tale episodio è stato ricostruito nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”), dove si è evidenziato che il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca ha riferito di una concreta attività posta in essere dall’organizzazione mafiosa per seguire i movimenti del magistrato, all’epoca Procuratore della Repubblica a Marsala, e studiarne le abitudini di vita durante la sua permanenza estiva a Marina Longa, in vista dell’esecuzione di un attentato ai suoi danni. A tal fine Salvatore Riina aveva dato incarico a Baldassare Di Maggio - in quel periodo sostituto per il mandamento di San Giuseppe Jato di Brusca Bernardo, detenuto dal 25 novembre 1985 al 18 marzo 1988 e successivamente agli arresti domiciliari sino al 22 ottobre 1991 - di recarsi a Marina Longa, servendosi come punto di appoggio per l’attività di osservazione della vicina abitazione di Angelo Siino. Tale attività era stata poi sospesa per ragioni che il Brusca non ha precisato. Questo racconto ha trovato preciso riscontro nelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Siino, il quale ha riferito che in "Cosa Nostra" vi erano stati commenti assai negativi perché Paolo Borsellino aveva pubblicamente denunciato un calo di tensione nell’attività di contrasto alla mafia e che Pino Lipari aveva espresso la convinzione che il magistrato, che aveva un temperamento più irruente, avesse dato voce al pensiero dell’amico Giovanni Falcone, più cauto di lui, tanto che in "Cosa Nostra" venivano indicati rispettivamente come “il braccio e la mente”. Subito dopo, e cioè intorno al luglio del 1987 o del 1988, egli aveva visto a Marina Longa il Di Maggio, che era venuto a trovarlo con una scusa che egli non faticò a riconoscere come pretestuosa e che successivamente tornò in quel luogo, sicché egli comprese che l’interesse del Di Maggio era rivolto al magistrato. Il Siino aveva successivamente appreso da Francesco Messina, inteso “Mastro Ciccio”, che il progetto di uccidere Borsellino aveva incontrato l’opposizione dei marsalesi di "Cosa Nostra", i quali avevano lasciato trapelare quel progetto all’esterno, sicché erano state predisposte delle rigorose misure di sicurezza, come egli stesso aveva potuto constatare a Marina Longa. A loro volta le indicazioni del Siino sull’opposizione dei marsalesi all’uccisione del Magistrato ha trovato riscontro nelle dichiarazioni di Antonio Patti, appartenente proprio alla “famiglia” mafiosa di Marsala. Quest’ultimo collaborante ha, infatti, riferito che dopo il duplice omicidio di D’Amico Vincenzo, rappresentante della “famiglia” di Marsala, e di Craparotta Francesco, consumato l’11 gennaio 1992, suo cognato Titone Antonino, persona assai vicina al D’Amico, gli aveva confidato che la reale motivazione della soppressione dei due andava ricercata nell’opposizione che essi avevano manifestato al progetto di uccidere Borsellino quando questi era Procuratore della Repubblica a Marsala.

UN PIANO PER VIA CILEA Un ulteriore progetto omicidiario era destinato a trovare realizzazione nei pressi dell’abitazione del Dott. Borsellino, sita a Palermo in Via Cilea. Sul punto, nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta si rileva come dalle dichiarazioni sostanzialmente conformi di Anselmo Francesco Paolo, Cancemi Salvatore, Galliano Antonino, Ganci Calogero e La Marca Francesco, appartenenti ai “mandamenti” della Noce e di Porta Nuova, emerga che nel corso del 1988 ebbe a concretizzarsi un altro progetto di attentato in danno di Paolo Borsellino da attuarsi questa volta a Palermo, nei pressi della sua abitazione di via Cilea, approfittando sia del fatto che si erano attenuate le misure di protezione nei suoi confronti, essendo stato revocato il presidio di vigilanza fissa sotto la sua abitazione, sia dell’abitudine del magistrato di recarsi la domenica da solo presso la vicina edicola per l’acquisto del giornale. In un’occasione gli attentatori ebbero a mancare solo per pochi secondi la loro vittima, dopo essere partiti dal vicino negozio di mobili di Sciaratta Franco, sito in Viale delle Alpi, perché erano giunti sul posto a bordo di un motociclo poco dopo che Paolo Borsellino aveva richiuso il portone di ingresso del palazzo. L’attentato doveva essere eseguito con una pistola cal. 7,65, in modo da non attirare l’attenzione su "Cosa Nostra" e da far pensare piuttosto all’opera di un isolato delinquente, tenuto conto della pendenza in grado di appello del maxiprocesso di Palermo, di cui si confidava in un esito favorevole per il sodalizio mafioso. Tale progetto era stato poi abbandonato dopo gli appostamenti protrattisi per circa quattro domeniche consecutive, verosimilmente per non pregiudicare l’esito di quel giudizio, non essendo stata possibile una rapida esecuzione. Questo secondo episodio ha formato oggetto delle deposizioni rese, nel presente procedimento, dai collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo, Francesco La Marca (escussi all’udienza del 25 settembre 2014) e Antonino Galliano (esaminato all’udienza del 7 ottobre 2014). In particolare, l’Anzelmo (già sotto-capo della "famiglia" della Noce, il cui rappresentante era Raffaele Ganci) ha dichiarato che, intorno al 1987-88, mentre egli si trovava in stato di latitanza e il Dott. Borsellino era Procuratore della Repubblica di Marsala, approfittando di una riduzione delle misure di protezione attorno all’abitazione di quest’ultimo, le "famiglie" della Noce e di Porta Nuova ricevettero il mandato di uccidere il Magistrato. L’esecuzione del progetto criminoso era affidata allo stesso Anzelmo, a Francesco La Marca, a Raffaele e Domenico Ganci, a Salvatore Cancemi. Come base operativa venne utilizzato un negozio di mobili sito in Viale delle Alpi, di proprietà di Franco Sciarratta, dove i killer - ruolo, questo, assegnato all’Anzelmo e al La Marca - erano appostati, in attesa della “battuta” che avrebbe dovuto essere data da Raffaele o Domenico Ganci, o Salvatore Cancemi, o Antonino Galliano. L’agguato avrebbe dovuto scattare di domenica, quando il Dott. Borsellino si recava presso un pollaio per acquistare delle uova, oppure presso un’edicola per prendere il giornale. Si sarebbe dovuto trattare di un omicidio da commettere recandosi immediatamente sul luogo con un motoveicolo ed utilizzando le pistole per uccidere il Magistrato. Tuttavia, dopo un paio di appostamenti, Raffaele Ganci comunicò che bisognava sospendere l’esecuzione del delitto, e il progetto quindi si bloccò.

I RICORDI DEL PENTITO ANZELMO   Il collaborante ha specificato che, secondo le regole di "Cosa Nostra", sia il progetto omicidiario, sia la sua sospensione, sia l’inizio di una nuova fase esecutiva, dovevano essere decisi dalla “Commissione”. Ha, inoltre, precisato che la motivazione del progetto criminoso si ricollegava all’attività giudiziaria del Dott. Borsellino e al maxiprocesso.

Le dichiarazioni dell’Anzelmo sono di seguito trascritte:

  • AVV. SINATRA - Le chiedo anche: lei ha mai sentito parlare di un progetto che riguardava l'uccisione di alcuni magistrati di Palermo, nella specie il dottore Falcone, il dottore Borsellino?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Risale a molto tempo prima di quando poi sono stati effettivamente uccisi.
  • AVV. SINATRA - E quando?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Sicuramente il dottor Borsellino quando si trovava a Marsala, che si vide che ci avevano levato... che lui sotto casa aveva un furgone sempre là piantonato e poi, tutta ad un tratto, ce l'hanno tolto 'sto furgone e quindi noi, in particolar modo noi della Noce, con la collaborazione di Porta Nuova, di Totò Cancemi, avevamo avuto questo mandato di uccidere il dottor Borsellino. E anche... e anche per Falcone si cercava, però non ricordo il periodo preciso quello del dottor Falcone; si parlava di fare in tanti modi.
  • AVV. SINATRA - Sì, dico, un attimino, parliamo per il momento di questo progetto nei confronti del dottore Borsellino prima. Me lo sa indicare nel tempo? Quindi, lei ha detto che nel… [...]
  • TESTE F.P. ANZELMO - Allora, io sono andato latitante dall'84 all'89 e quindi non lo so, penso verso l'87, l'88, una cosa del genere.
  • AVV. SINATRA - Anni '87 - '88. E può essere più preciso in ordine a questo progetto? Cioè era un progetto che lei l'aveva saputo da chi precisamente?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Io dal mio capomandamento, da Ganci Raffaele l'avevo saputo.
  • AVV. SINATRA - Cosa le disse di specifico Ganci Raffaele?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Che dovevano ammazzare il dottor Borsellino e ci dovevamo organizzare, e così abbiamo fatto, ci siamo organizzati.
  • AVV. SINATRA - Aspetti, aspetti un attimo. Quando le disse che si doveva ammazzare il dottore Borsellino e quindi poi si doveva passare alla fase esecutiva, le ha fatto riferimento chi decise?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Quelli erano decisioni di commissione, perché non è che lo decideva Ganci Raffaele, quelle erano decisioni prese dalla commissione e avevamo avuto mandato noi di farlo. [...]
  • AVV. SINATRA - Eh, quindi gliel'ha riferito e si passa alla fase, diciamo, organizzativa. Può essere più preciso su questo?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Sì, siamo passati alla fase organizzativa e si... si doveva fare di domenica, perché lui durante la settimana era là; lo dovevamo fare quando usciva di casa, perché lui mi ricordo che...
  • AVV. SINATRA - Dove? In quale casa?
  • TESTE F.P. ANZELMO - In via Cilea, abitava nel nostro territorio, non come territorio di Noce, ma come territorio Malaspina, però era... Malaspina faceva mandamento da noi, quindi eravamo noi. [...]
  • TESTE F.P. ANZELMO - Si doveva fare di domenica, quando lui... siccome c'erano 'ste notizie che lui andava da un pollaio a prendere le uova, per quello che ricordo, oppure da... dall'edicolante, che c'era un edicolante là, e lui si andava a prendere il giornale là e lo dovevamo fare in questo frangente. E noi come base avevamo un magazzino di mobili, dove si vendevano dei mobili, che faceva capo a Franco Sciarratta, che era un uomo d'onore della nostra famiglia, ed eravamo appostati là. Nel momento in cui ci arrivava la battuta, uscivamo, perché quelli che avevamo incarico era io... che lo dovevamo fare materialmente ero io e Ciccio La Marca.
  • AVV. SINATRA - Quindi lei e La Marca.
  • TESTE F.P. ANZELMO - Sì.
  • AVV. SINATRA - Sì, dico, lei e La Marca. E come doveva essere fatto questo attentato materialmente?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Non era un attentato, era un agguato, un omicidio con le pistole. [...]
  • AVV. SINATRA - Oltre a lei e a La Marca vi furono altri che in quel preciso frangente, ovviamente con riferimento a questo segmento, ebbero un ruolo?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Sì, c'era Ganci Raffaele, Totò...
  • AVV. SINATRA - Esecutivo.
  • TESTE F.P. ANZELMO - Sì, c'era Ganci Raffaele, Totò Cancemi, se non ricordo... se non ricordo male c'era... c'era pure Calogero Ganci. Mi sente?
  • AVV. SINATRA - Sì, sì, la sento. Tutti lì appostati eravate?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Sì, eravamo tutti in questo magazzino dove si vendevano i mobili, che facevamo la base là. Mentre c'era Ganci Raffaele o Totò Cancemi, o non mi ricordo se c'era pure il Galliano Nino che giravano per... per portarci poi la battuta a noi per dire: "E' uscito", e noi partivamo con la moto, perché noi eravamo appostati in via delle Alpi, quindi via delle Alpi - via Cilea è un tiro, con la moto arrivavamo in un baleno. [...]
  • AVV. SINATRA - Lei sa le ragioni per cui era stata deliberata la morte del dottore Borsellino?
  • TESTE F.P. ANZELMO - Ma la morte del dottor Borsellino e del dottor Falcone è tutta unica, era la situazione che... cioè non... non davano tregua e poi c'era il fatto del maxiprocesso, tutto di lì parte. Quella era la motivazione, per questo si dovevano uccidere.
  • AVV. SINATRA - Non davano tregua, nel senso dal punto di vista giudiziario, dico, per...
  • TESTE F.P. ANZELMO - Dal punto di vista giudiziario, sì, certo. [...]
  • TESTE F.P. ANZELMO - Ma negli anni precedenti se ne... se ne parlava che si doveva uccidere il dottor Falcone e il dottor Borsellino. Mi ricordo che c'erano dei progetti, si facevano dei progetti che certe volte si parlava e si doveva fare con un lancia-missile, con un bazooka, con un... cioè c'erano tanti… (…)
  • AVV. SINATRA - Ma lei non può escludere che ci siano stati anche precedentemente, per averlo saputo, dico, se gliene ha mai parlato Ganci, anche altri fatti e altri episodi dove c'erano stati degli appostamenti già con le armi, pronti per uccidere il dottore Falcone o in questo caso a noi interessa il dottore Borsellino?
  • TESTE F.P. ANZELMO - No, no, no.
  • AVV. SINATRA - Lei di questo ne sa proprio di appostamenti?
  • TESTE F.P. ANZELMO - No, io questo appostamento so questo, dove c'ho partecipato io.
  • AVV. SINATRA - Ecco, chiaro.
  • TESTE F.P. ANZELMO - Le ripeto, c'erano... c'erano progetti omicidiari sia ai danni del dottor Falcone che del dottor Borsellino, ma già da anni prima, però io mi sono trovato in questo.

Il collaboratore di giustizia Francesco La Marca ha riferito che, intorno al 1988, Salvatore Cancemi (capo della "famiglia" di Porta Nuova, cui egli apparteneva) lo incaricò di recarsi presso un negozio di mobili sito in Viale delle Alpi per commettere un omicidio. Dal canto suo, il collaboratore di giustizia Antonino Galliano ha affermato che, nel periodo in cui il Dott. Borsellino prestava servizio a Marsala, egli insieme a Raffaele Ganci, Domenico Ganci, Salvatore Cancemi, e qualche volta anche Francesco La Marca effettuarono una serie di appostamenti presso l’abitazione del Magistrato, soprattutto nei giorni di sabato e domenica, nei quali la vittima designata si recava in chiesa per assistere alla Messa e poi presso un pollaio per acquistare alcune uova. Dopo uno o due mesi i predetti appostamenti vennero però sospesi. […] si desume, quindi, che intorno al 1988 venne attuata, con una precisa organizzazione di mezzi e di persone, tutta la fase preparatoria di un progetto di omicidio del Dott. Borsellino, che avrebbe dovuto essere realizzato tendendogli un agguato nelle vicinanze della sua abitazione di Palermo, con modalità non eclatanti (verosimilmente, per non compromettere le aspettative di un esito favorevole del maxiprocesso), mentre egli era intento a compiere atti della propria vita quotidiana. Tuttavia, dopo una serie di appostamenti, il progetto venne accantonato, per decisione della stessa “Commissione” che lo aveva deliberato. Anche questo piano delittuoso era motivato dall’attività giudiziaria svolta dal Dott. Borsellino, il quale non dava tregua a "Cosa Nostra". A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA10 luglio 2021

 

COSA NOSTRA VOLEVA MORTO PAOLO BORSELLINO DA MOLTO TEMPO  La mafia voleva uccidere il giudice già tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, in connessione con le indagini da lui svolte insieme con il comandante della compagnia dei carabinieri di Monreale, capitano Emanuele Basile, che aveva fatto luce su alcune attività criminali dei “corleonesi” L’intento di “Cosa Nostra” di uccidere Paolo Borsellino aveva iniziato a manifestarsi già tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, in connessione con le indagini da lui svolte insieme con il Comandante della Compagnia dei Carabinieri di Monreale, Capitano Emanuele Basile, che avevano consentito, tra l’altro, di pervenire all’arresto di Pino Leggio e di Giacomo Riina nella zona di Bologna, nonché di far luce su alcune delle attività criminali svolte dall’emergente gruppo dei corleonesi. A tale primo movente se ne aggiungeva un secondo, rappresentato dalla circostanza che dopo l’omicidio del Capitano Basile, consumato il 4 maggio 1980, il Dott. Borsellino aveva emesso dei mandati di cattura nei confronti, tra gli altri, di Francesco Madonia, capo del “mandamento” di Resuttana, e del figlio Giuseppe Madonia. La vicenda si trova puntualmente ricostruita nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”). In particolare, nelle dichiarazioni rese il 19.6.1998, il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo ha riferito che Salvatore Riina dopo l’omicidio del Capitano Basile e la conseguente attività di indagine del magistrato aveva commentato che “l'aveva BORSELLINO il capitano BASILE sulla coscienza, perché era stato BORSELLINO a mandare il capitano BASILE a Bologna ad arrestare i suoi”. Inoltre, il collaborante Gaspare Mutolo, come evidenziato nella suddetta pronuncia, ha riferito che, mentre si trovava detenuto nel corso del 1981 insieme a Francesco e Giuseppe Madonia, Leoluca Bagarella e Greco, aveva avuto occasione di sentire le loro esternazioni in ordine alla necessità di uccidere il Dott. Borsellino. Sempre nella sentenza emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta si è sottolineato come il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca abbia dichiarato che l’omicidio del Dott. Borsellino era già stato deliberato da “Cosa Nostra” sin dagli inizi degli anni Ottanta, allorché Salvatore Riina aveva vanamente cercato di farlo contattare per risolvere alcuni problemi giudiziari del cognato Leoluca Bagarella, constatandone in quell’occasione l’incorruttibilità. Da allora il Brusca aveva più volte sentito il Riina ripetere che Borsellino doveva essere eliminato perché “faceva la lotta a Cosa Nostra assieme al dottor Falcone in maniera forte e decisa”.

IL RACCONTO DI BRUSCA Tali vicende sono state ricostruite, nel corso del presente procedimento, durante l’incidente probatorio, all’udienza del 6 giugno 2012, dallo stesso Giovanni Brusca, il quale ha fatto risalire l’intenzione di Salvatore Riina di eliminare il Dott. Borsellino al 1979-80, spiegando: «Totò Riina lo voleva uccidere prima quando fu del cognato, poi quando fu del Capitano Basile... ». Sul punto, Giovanni Brusca ha reso le seguenti dichiarazioni:

  • P.M. DOTT. MARINO – Senta, mentre il Dottor Borsellino?
  • TESTE BRUSCA – Il Dottor Borsellino invece le esternazioni di Salvatore Riina che
  • voleva uccidere... in quanto lo voleva uccidere cominciano con la vicenda del cognato Leoluca Bagarella del Capitano Basile.
  • P.M. DOTT. MARINO – E perché?
  • TESTE BRUSCA – Perché mi aveva chiesto di poterlo più di una volta avvicinare per ottenere un trattamento di favore, insabbiare in qualche modo le indagini, per poterlo scagionare dall’accusa.
  • P.M. DOTT. MARINO – Ma ci furono tentativi di contattare il Dottor Borsellino all’epoca?
  • TESTE BRUSCA – Sì, allora... l’ho detto, allora ci sono stati dei tentativi e ci fu un rifiuto totale.
  • P.M. DOTT. MARINO – Ma lei ricorda chi e in che maniera si fecero questi tentativi, se l’ha mai saputo?
  • TESTE BRUSCA – Guardi, ora non mi ricordo chi lui... a chi lui abbia incaricato, però di solito si comincia da dove è nato, le amicizie, le amicizia di scuola... un po’ conoscendo la città di Palermo si cerca di vedere con chi si può avvicinare. Ripeto, io conosco le esternazioni che lui si è rifiutato di fargli questa cortesia, però con che soggetti abbia...
  • P.M. DOTT. MARINO – E lei da chi lo apprende?
  • TESTE BRUSCA – Da Riina.
  • P.M. DOTT. MARINO – Da Riina direttamente?
  • TESTE BRUSCA – Sì, perché in quel momento io sono una delle persone più vicine con Leoluca Bagarella. Sono vicino a lui, conosco dove abita, ci vado a casa tutti i comuni, quindi sono quasi a disposizioni... no sono, sono a disposizione... tolgo questo quasi, ero a disposizione sua ventiquattro ore su ventiquattro ore. La mia... allento un pochettino quando vengo tratto in arresto per le dichiarazioni di Buscetta, ma fino a quel momento gli facevo da autista, lo andavo a prendere, lo accompagnavo da Michele Greco quando andava a Mazara, ci dormivo a casa... tutti i giorni. Difficilmente io avevo qualche momento libero».

Il Brusca ha, poi chiarito che, in epoca anteriore al “maxiprocesso”, le ragioni poste alla base della intenzione di eliminare il Dott. Borsellino si ricollegano al suo intransigente rifiuto di ogni condizionamento e alla sua mancanza di ogni “disponibilità” rispetto alle vicende giudiziarie riguardanti il Bagarella e l’omicidio del Capitano Basile («Il Dottor Borsellino sì, ma nella sua qualità di Giudice... ancora non era successo il maxiprocesso, non era successo... successivamente poi si sono aggiunti gli altri elementi, però fino a quel momento era perché non si era messo a disposizione, credo per il fatto di Bagarella e qualche altro fatto che in questo momento non mi ricordo. (…) Del Capitano Basile... c’era qualche altra cosa che non si era messo a disposizione»). Nella medesima deposizione, Giovanni Brusca ha affermato che l’intenzione di uccidere il Dott. Borsellino aveva radici lontane nel tempo e ad essa erano interessati i Madonia, proprio in relazione all’omicidio del Capitano Basile, per il quale era imputato Giuseppe Madonia, fratello di Salvatore Mario Madonia. 09 luglio 2021 • A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA


Borsellino fu ucciso 24 ore prima di parlare dell'omicidio Falcone con la procura di Caltanissetta Che Borsellino avesse tante cose da dire sulla morte del suo amico Giovanni Falcone, lo aveva preannunciato il 19 giugno del 1992 quando nell'atrio della biblioteca comunale di Palermo partecipò ad un dibattito organizzato da Micromega. In quell'occasione Paolo Borsellino davanti al numeroso pubblico che affollava la biblioteca comunale aveva detto: "In questo momento, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto come amico di Giovanni tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico, anche delle opinioni e delle convinzioni che io mi sono fatto raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all'autorità giudiziaria (la Procura di Caltanissetta ndr), che è l'unica in grado valutare quando queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell'evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell'immediatezza di questa tragedia ha fatto pensare a me , e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita". "Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente - e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi - dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all'autorità giudiziaria, poi - se è il caso - ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l'argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul "Sole 24 Ore" dalla giornalista - in questo momento non mi ricordo come si chiama...  -  Liliana Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi". E che Paolo Borsellino il giorno dopo la sua morte sarebbe andato a testimoniare sull'inchiesta per la strage Falcone lo ha confermato l'allora Procuratore aggiunto di Caltanissetta, Francesco Paolo Giordano, adesso Procuratore di Siracusa che lo ha dichiarato anche una udienza del processo. "Alcuni giorni prima della strage di via d'Amelio  - ricorda Giordano - Paolo Borsellino era stato contattato dal nostro ufficio e dal Procuratore Giovanni Tinebra per essere sentito sull'inchiesta per la strage Falcone. Tinebra aveva parlato con Borsellino e questo risulta anche dai tabulati telefonici ed avevano concordato che sarebbe stato sentito lunedi 20 luglio o nei giorni successivi. Ma, purtroppo, non ce ne fu il tempo perché il giorno prima, il 19 luglio del 1992, Paolo Borsellino fu ucciso nell'esplosione dell'autobomba insieme agli uomini della sua scorta". Da REPUBBLICA - 19 ottobre 2015

 

 

LE RISULTANZE DELLE INDAGINI TECNICHE  La Corte d’Assise ha ripercorso, quanto già accertato dal processo, cd “BORSELLINO uno”, laddove avevano reso testimonianza i tecnici ed esperti incaricati delle prime indagini e quelli investiti di CTP dall’organo requirente in una successiva fase, evidenziando come, sui luoghi teatro della strage erano stati effettuati, dopo l’indispensabile isolamento degli stessi, tutta una serie di rilievi e prelievi ad opera del Gabinetto di Polizia Scientifica di Palermo in collaborazione con i tecnici statunitensi del F.B.I. In particolare gli esperti, grazie alle indagini spettrografiche effettuate sul luogo e alle più approfondite indagini di laboratorio effettuate oltreoceano, avevano rilevato tracce di un esplosivo denominato RDX, impiegato per fabbricare un composto avente sigla C4 di utilizzo prevalentemente militare. Unitamente a ciò i tecnici avevano rinvenuto tre frammenti di una tavola di circuito elettronico che conduceva le indagini verso la verifica dell'ipotesi della presenza di un radiocomando a distanza. Successivamente era stata affidata dal Pubblico Ministero perizia tecnica in materia balistico – esplosivistica con lo scopo di accertare, in sintesi, modalità di accadimento del fatto, tipo natura e quantitativo delle sostanze esplosive, punto di scoppio e punto di attivazione dell’ordigno. Gli esperti, avendo anche portato a termine esperimento riproduttivo delle condizioni individuate, con una carica di esplosivo C4 al 90% composto da T4, concludevano che la carica - complessivamente stimata in circa 90 kg. - era stata collocata, sopralevata rispetto al terreno, ed in particolare, all’interno del vano portabagagli di una Fiat 126 e la stessa era verosimilmente costituita in massima parte da due plastici l’uno a base di T4 e l’altro a base di pentrite, oppure dal solo SEMTEX –H (che contiene entrambe le sostanze); sopra il plastico o i plastici si trovavano alcune saponette di tritolo sfuse e poche cartucce di esplosivo per uso civile. Il sopralluogo sulla zona dell’esplosione aveva poi consentito di individuare tre possibili collocazioni del punto di attivazione della carica, costituito da un radiocomando.  Tali conclusioni la Corte d’Assise riteneva di dover privilegiare rispetto a quelle difformi cui era pervenuto il Consulente della difesa, secondo il quale la carica principale era collocata a contatto con il manto stradale, non potendosi peraltro trattare di C4 poiché questo si sarebbe liquefatto ed essendo di difficile trasporto nella piccola vettura che avrebbe così incontrato difficoltà di marcia.  Secondo tale versione era verosimile la presenza di una seconda carica costituita forse da una bombola di ossigeno, collocata sulla ruota anteriore di un Audi 80 parcheggiata sempre sulla via D’Amelio, finalizzata a “sterilizzare l’area di attentato onde sviare le indagini. La Corte, aveva ritenuto fondate le conclusioni del CTP PM, sia perché il consulente della difesa aveva lavorato esclusivamente su materiale fotografico, sia perché i risultati delle prove di scoppio effettuate erano compatibili con le conclusioni dell’elaborato nel quale era stato evidenziato in particolare, come nessun problema di liquefazione del C4 poteva profilarsi, anche a temperature elevate (circa 70° centigradi) e come la vettura era agevolmente in grado di trasportare il peso senza problemi di marcia. Ancora più complessi risultavano gli accertamenti effettuati sul sistema di comando a distanza della carica esplosiva. La individuazione da parte dei tecnici del F.B.I. di un frammento di una scheda, riconducibile ad un sistema di ricezione a distanza, aveva portato alla individuazione del costruttore di quella scheda, la TELCOMA System di Treviso che aveva riconosciuto effettivamente come propria la stessa scheda. Il frammento recava peraltro la sigla 88 - 21 la quale indicava l’epoca di produzione, ossia la 21° settimana dell’anno 1988, cui seguiva di qualche tempo la commercializzazione avvenuta dunque, presumibilmente negli anni 89/90. Una coppia di telecomandi TELCOMA (trasmittente - ricevente), poi rinvenuta in Contrada Giambascio di S. Giuseppe Jato, nel “covo” di Giovanni BRUSCA a seguito delle informazioni fornite dal diretto interessato ed era individuata dagli investigatori, come un telecomando analogo rispetto a quello di via D’Amelio, ma di più recente fabbricazione.  La Corte concludeva, in ogni caso, ritenendo non accertato l’autore materiale dell’acquisto dei telecomandi, nonostante le dichiarazioni rese sul punto dal collaborante Gioacchino LA BARBERA, in assenza di un dato certo e riscontrato relativo alla registrazione dell’acquirente da parte del rivenditore  Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta 


L’unico sopravvissuto di quel giorno è l’agente Antonino Vullo. Si è salvato perché stava parcheggiando l’auto. Così racconta quel giorno: «Il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra, stavo parcheggiando l’auto che era alla testa del corteo.
Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile.Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto». WIKIMAFIA

 

La testimonianza di Antonio Vullo   - Dalla deposizione del teste Antonio Vullo si desume, dunque, che il 19 luglio 1992 egli si recò presso l’abitazione estiva di Paolo Borsellino, a Villagrazia di Carini, insieme a Claudio Traina e Vincenzo Li Muli. Sul luogo sopraggiunsero poi gli altri componenti della scorta: Walter Cosina, Agostino Catalano e Emanuela Loi. Intorno alle ore 16 il Dott. Borsellino chiamò i due capipattuglia delle autovetture di scorta – il Traina e il Catalano – per comunicare loro che poco dopo avrebbe dovuto recarsi in Via D’Amelio. Il Dott. Borsellino, su richiesta del Vullo, diede loro le indicazioni occorrenti per raggiungere il suddetto luogo; in questo momento, il Vullo notò che il Magistrato aveva in mano un piccolo oggetto simile a un’agenda, con la copertina di colore scuro.
Pochi minuti dopo il corteo di autovetture partì in direzione di Via D’Amelio; esso era composto dall’autovettura di “staffetta”, guidata dal Vullo, con a bordo il Li Muli e il Traina, dall’autovettura condotta dal Dott. Borsellino, e dall’altra autovettura di scorta all’interno della quale vi erano il Catalano, la Loi e il Cosina.
Dopo avere percorso l’autostrada dallo svincolo di Carini a quello di Via Belgio, le autovetture imboccarono via dei Nebrodi e via Autonomia Siciliana, sino ad arrivare in Via D’Amelio, dove il Vullo si soffermò perché vi erano numerosi autoveicoli parcheggiati, circostanza che apparve assai singolare al teste, il quale sapeva che in tale luogo abitava la madre del Magistrato (in seguito, il Vullo avrebbe appreso che era effettivamente stata presentata da alcuni colleghi una relazione finalizzata a ottenere una zona rimozione sul posto).
Prima che il Vullo e il Traina avessero il tempo di prendere qualsiasi decisione, il Dott. Borsellino li sorpassò e posteggiò la propria autovettura al centro della carreggiata, davanti al cancelletto posto sul marciapiede dello stabile. Il Vullo fece scendere dalla propria autovettura gli altri componenti della scorta e si spostò in corrispondenza della fine di Via D’Amelio, per impedire l’accesso di altre persone.
Uscito dall’abitacolo del veicolo, il Vullo vide che il Dott. Borsellino era andato a pressare il campanello del cancelletto ed aveva acceso una sigaretta; accanto a lui vi erano il Catalano e la Loi, mentre il Traina e il Li Muli stavano tornando indietro.
Qualche secondo dopo, il Dott. Borsellino e i suddetti componenti della scorta entrarono all’interno del piccolo cortile nel quale vi era il portone dello stabile. Il Vullo vide che il Cosina era fermo davanti all’altra autovettura, e pensò quindi di
avvicinare ad essa anche l’autoveicolo da lui condotto, in modo da essere pronti per ripartire. Durante questo spostamento, il teste vide che il Dott. Borsellino e gli altri componenti della scorta erano fermi davanti al portone di ingresso dello stabile, dove il Magistrato stava pigiando sul campanello.
Mentre il Vullo stava posizionando l’autovettura al centro della carreggiata, egli venne investito da una corrente di vapore e polvere ad altissima temperatura all'interno dell'abitacolo. Sceso dal veicolo, si rese conto di quanto era accaduto; sul luogo era calata una pesante oscurità, e le condizioni di visibilità erano estremamente limitate. Egli vide subito il corpo di un collega per terra e si pose alla ricerca degli altri, pensando che fossero ancora vivi. Si incamminò quindi in direzione di via Autonomia Siciliana, dove fu raggiunto dai primi soccorsi e poi condotto in ospedale.

Una completa ricostruzione della dinamica della strage è stata operata dalla sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”), dove si evidenzia che «gli ultimi istanti di vita di Paolo BORSELLINO e degli agenti della scorta si riflettono nelle parole cariche di commozione pronunciate dall’agente Antonio VULLO, unico superstite della strage.
Il teste VULLO, nell’udienza del 22.11.1994, ha riferito di avere preso servizio alle 12.45 e di avere avuto la comunicazione di portarsi a Villagrazia di Carini, ove Paolo BORSELLINO si trovava con la sua famiglia.
Dal villino al mare il magistrato si allontanò per raggiungere l’abitazione della madre, in via D’Amelio, intorno alle 16. Il teste ha precisato di avere saputo quale sarebbe stata la destinazione solo poco prima di partire, precisando che né lui né gli altri colleghi della scorta conoscevano l’ubicazione della via D’Amelio, dove non si erano mai recati con Paolo BORSELLINO. Fu quest’ultimo a spiegare quale percorso avrebbero dovuto fare per arrivarci.
Come di regola avveniva, la destinazione venne comunicata alla sala operativa solo qualche minuto dopo la partenza; egli si trovava a bordo dell’autovettura che apriva il corteo, seguita da quella del magistrato – che stava alla guida ed era solo nell’auto – seguita a sua volta dalla seconda auto di scorta.
A bordo dell’auto con il VULLO – che era alla guida – viaggiavano il caposcorta Claudio TRAINA e Vincenzo LI MULI; nella seconda auto di scorta, guidata da Walter CUSINA, viaggiavano Agostino CATALANO e Emanuela LOI.
In breve tempo, seguendo le indicazioni sul percorso che aveva dato loro Paolo BORSELLINO, arrivarono in via D’Amelio.
P.M. PETRALIA: Descriva come avete trovato Via D'Amelio quando siete arrivati.
TESTE VULLO: Mah, il primo colpo d'occhio: era pieno di automobili parcheggiate, difatti, dato che era la madre, sia a me sia al capomacchina, che era Claudio Traina, ci ha dato un po' di pensiero...
P.M. PETRALIA: Cosa vi ha dato pensiero?
TESTE VULLO: Siccome e' l'abitazione della madre, che noi sapevamo che quella era l'abitazione della madre, tutte 'ste auto parcheggiate...
P.M. PETRALIA: Vi hanno...?
TESTE VULLO: Certo, ci hanno un po' infastidito.
Dalla sua auto scesero TRAINA e LI MULI, che dovevano fare la “bonifica” al portone dello stabile, mentre egli si posizionò con l’auto in fondo alla via D’Amelio;
Paolo BORSELLINO parcheggiò l’auto al centro della strada e scese, accompagnato dal CATALANO e dalla LOI; il TRAINA era già davanti al portone del civico 19 quando venne raggiunto dal magistrato.
A quel punto il VULLO uscì anch’egli dall’auto pistola alla mano, guardò in giro, vide che tutto era normale, anche se la sua visuale era un po’ coperta dal fogliame e non vedeva più il magistrato e i colleghi della scorta; vide che CUSINA era anch’egli fermo in piedi vicino alla propria auto e accendeva una sigaretta.
Il teste ha proseguito dicendo che a quel punto egli decise di girare l’auto, mettendola in posizione per ripartire; le altre auto erano ferme così come erano arrivate, con il davanti verso la fine della strada.
Dall’interno dell’auto vide che Paolo BORSELLINO era ancora davanti al portone, intento a pigiare il campanello; il VULLO ha detto di essersi girato poi a guardare il collega CUSINA, che era ancora fermo vicino alla propria auto.
In quel momento vi fu l’esplosione.
TESTE VULLO: L'esplosione... sono stato investito io da una nube abbastanza calda, all'interno dell'abitacolo sono stato sballottato, sono uscito dal veicolo e tutto distrutto, già avevo visto il corpo di un collega, dell'autista CUSINA, che era accanto alla mia macchina, e... mi sono messo a girare così, senza nessuna meta, cercando aiuto o dando aiuto agli altri colleghi...
P.M. PETRALIA: Per quanto è rimasto proprio sul teatro dell'esplosione?
TESTE VULLO: Ma un paio di minuti, tre - quattro minuti.
P.M. PETRALIA: Ha visto nessun estraneo in quei frangenti?
TESTE VULLO: No, no.
P.M. PETRALIA: Poi cosa ha fatto?
TESTE VULLO: Ma prima sono andato verso la fine di Via D'Amelio, così, cercando di... avere qualche aiuto da qualcuno...
P.M. PETRALIA: Quando dice "fine di Via D'Amelio" intende dire il lato del giardino od il lato di Via Autonomia Siciliana?
TESTE VULLO: Il lato del giardino. Ho visto tutto distrutto, non ho visto nessuno che potesse aiutarci e (sono andato a vedere) dall'altra parte, verso la via Autonomia Siciliana, e là ho visto il primo collega... la prima volante che è arrivata, però non ricordo bene chi fossero.
P.M. PETRALIA: E lei è arrivato contemporaneamente all'arrivo della volante oppure è arrivato prima?
TESTE VULLO: Ma un... un paio di secondi prima.
P.M. PETRALIA: Lungo il percorso, diciamo, tra il luogo dove materialmente era esploso l'ordigno e l'inizio di Via D'Amelio da Via Autonomia Siciliana che cosa ha potuto notare?
TESTE VULLO: Solamente alcuni brandelli dei colleghi.
P.M. PETRALIA: Lei ha potuto vedere, per quello che ci ha detto un attimo fa, Paolo BORSELLINO che usciva dalla macchina e si avviava verso il portone della casa della madre...
TESTE VULLO: Sì, esattamente.
P.M. PETRALIA: Ricorda, se lo ricorda, se aveva per caso qualcosa in mano, come una borsa, agende od altri oggetti di una certa dimensione tali da poter colpire la sua attenzione?
TESTE VULLO: No, assolutamente.
P.M. PETRALIA: Cioè non lo ricorda o non aveva nulla?
TESTE VULLO: No, non aveva nulla in mano.
P.M. PETRALIA: Aveva le mani libere?
TESTE VULLO: Se aveva qualcosa di piccolo, tipo un telefonino, non so, però qualcosa di vistoso non l'aveva. Si sarebbe notato subito».
Sempre nella sentenza emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta si soggiunge che il teste Vullo, nelle dichiarazioni rese nel processo c.d. “Borsellino ter”, all’udienza del 2.7.1998, ha precisato meglio il percorso seguito da Villagrazia di Carini per raggiungere la via D’Amelio: «Fecero ingresso in autostrada dallo svincolo di Carini, viaggiarono a velocità piuttosto sostenuta fino alla circonvallazione, dalla quale uscirono dallo svincolo di via Belgio; svoltarono subito a destra in via dei Nebrodi, proseguendo fino a via delle Alpi e svoltando ancora in viale Lazio, percorsero via Massimo D’Azeglio fino alla via Autonomia Siciliana, svoltando infine in via D’Amelio.
Ha precisato poi che lungo l’intero percorso – compreso il tratto cittadino – il traffico era scarso e che, tra l’ingresso in via Belgio e l’arrivo in via D’Amelio, trascorsero all’incirca dieci minuti».


Accertamenti medico legali di un massacro  Inoltre, la sentenza emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta ha riassunto nei seguenti termini i risultati degli accertamenti effettuati dai consulenti medico-legali sui cadaveri delle vittime.
«A poche ore dal fatto, il 20.7.1992 alle 00.25, il Pubblico Ministero di Caltanissetta in persona dei dott. Giovanni TINEBRA, Francesco Paolo GIORDANO e Francesco POLINO, ai sensi dell’art. 360 C.P.P., aveva affidato incarico di consulenza tecnica autoptica sui cadaveri delle vittime della strage a un collegio di esperti medici legali, costituito dal dott. Paolo PROCACCIANTE (rectius Procaccianti: n.d.e.), Direttore dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Palermo, e dai dott. Livio MILONE e Antonina ARGO, assistenti nel predetto Istituto.
L’ispezione esterna dei cadaveri e l’esame autoptico dei medesimi, per la determinazione delle cause della morte, sono stati effettuati nell’immediatezza del conferimento dell’incarico, come appare dai relativi verbali e relazioni autoptiche.
Il cadavere di Paolo BORSELLINO, trovato con indosso una cintura in cuoio marrone con frammento in stoffa, residuo della cintola dei pantaloni e frammento di stoffa di cotone verde, residuo di maglietta tipo “polo”, si presentava depezzato, risultando assenti l’arto superiore destro ed entrambi gli arti inferiori.
All’esame esterno si rilevava vasta area di ustione su buona parte dell’addome e del torace, nonché al viso, con colorito nerastro sulle regioni frontali e parietali.
Al capo si riscontrava soluzione di continuo lineare interessante il cuoio capelluto dalla regione frontale al padiglione auricolare destro, con distacco pressoché completo del padiglione stesso ed esposizione del condotto uditivo e della sottostante teca cranica; ferita all’arcata sopraciliare destra, frattura alle ossa nasali, ampia ferita lacero-contusa al cuoio capelluto.
Inoltre, si riscontrava asimmetria dell’emitorace destro con spianamento della regione mammaria, e fratture costali multiple; deformazione del profilo dell’addome; squarcio perineale; numerose soluzioni di continuo alla superficie cutanea del dorso.
L’esame con il “metal-detector” rilevava in varie sedi la presenza di numerosi frammenti metallici di varie dimensioni, ritenuti superficialmente sino ai piani muscolari, in particolare rinvenuti al capo in regione temporo-occipitale e al dorso in regione lombare.
Unitamente al cadavere si rinvenivano altri residui umani, verosimilmente appartenuti al medesimo, elencati e descritti nella relazione autoptica agli atti.
I medici legali concludevano che il decesso di Paolo BORSELLINO era stato determinato “da imponenti lesioni cranio-encefaliche e toraco-addominali da esplosione”.
Il cadavere di Walter CUSINA veniva trovato con indosso un paio di pantaloni tipo “jeans” di colore verde, camicia in cotone a righe, slip in cotone bianco.
L’ispezione esterna evidenziava aree di affumicamento cutaneo alla nuca e alla regione cervicale, nonché deformazione del massiccio facciale, frattura della mandibola e delle ossa nasali; ampio squarcio cutaneo alla regione anteriore del collo, da un angolo all’altro della mandibola, “… da cui protrude grosso frammento metallico, che viene repertato; detto frammento appare penetrare in profondità pervenendo sino alla cavità orale, con ampio sfacelo delle parti molli e recisione del fascio vascolo-nervoso destro del collo”.
Inoltre, si rilevava: uno squarcio in regione sternale e soluzioni di continuo al tronco e alle regioni anteriori degli arti inferiori; area di sfacelo delle parti molli alla coscia destra, con perdita di sostanza ed esposizione dei piani ossei; deformazione
della coscia sinistra con aumento di volume; analoga area di sfacelo delle parti molli a carico della gamba destra.
I consulenti concludevano che il decesso di Walter CUSINA era stato determinato da “lesione degli organi vascolo-nervosi del collo e da politraumatismo da esplosione”.
L’ispezione esterna del cadavere di Emanuela LOI evidenziava la copertura della superficie cutanea da induito nero, vaste aree di disepitelizzazione e carbonizzazione delle estremità; sulla superficie anteriore del tronco si riscontravano varie soluzioni di continuo interessanti il torace e il collo.
Il cadavere appariva depezzato, perché mancante dell’avambraccio destro, degli arti inferiori all’altezza del terzo medio superiore femorale.
Alla regione sottomammaria si trovava ampia breccia interessante i piani ossei, con esposizione dei visceri della cavità toracica; inoltre si rilevavano: un ampio sfacelo delle parti molli residue del piano perineale; lesione da scoppio di tutto l’ovoide cranico, ampia ferita a spacco del cuoio capelluto in regione occipitale con sottostante scoppio della teca cranica; zona di distruzione delle parti molli ed ossee alla regione claveare e latero-cervicale sinistra; fratture costali multiple e squasso di tutti i visceri toracici; eviscerazione completa della matassa intestinale.
Si repertavano poi alcuni resti ritenuti appartenenti al cadavere, elencati e descritti nella relazione dei consulenti.
Gli stessi concludevano che la morte di Emanuela LOI era stata determinata da “ustioni diffuse in soggetto con squasso cranio-encefalico, depezzamento ed eviscerazione toraco-addominale da esplosione”.
Il cadavere di Agostino CATALANO veniva trovato con indosso brandelli di camicia e dei pantaloni, con la relativa cintola.
Il cadavere, la cui intera superficie cutanea appariva ricoperta da induito nero, risultava depezzato, perché mancante dell’arto superiore sinistro all’altezza del terzo superiore omerale e degli arti inferiori, all’altezza del terzo medio superiore femorale, con ampio sfacelo delle parti molli residue del piano perineale ed esposizione del piano osseo sacrale.
Si rilevava un’estesa carbonizzazione alla cute del viso, alla faccia anteriore del torace e all’addome; la cute del dorso e dei glutei appariva interessata da numerose soluzioni di continuo.
Inoltre, si riscontrava un’ampia soluzione di continuo alla cute della regione occipitale, con frattura della teca cranica; distacco della base di impianto del padiglione auricolare destro; soluzione di continuo in regione frontale destra.
L’apertura della calotta cranica permetteva di rilevare, in corrispondenza delle lesioni sopra descritte, l’infossamento dei margini ossei con presenza di numerose schegge ossee infisse nella materia cerebrale e con fuoriuscita di materiale cerebrale; frammenti di materiale metallico si rinvenivano alla regione temporo-auricolare destra e alle parti molli residue dell’arto inferiore sinistro.
I consulenti del Pubblico Ministero concludevano che la morte di Agostino CATALANO era stata determinata da “ustioni diffuse in soggetto con squasso cranio-encefalico e depezzamento da esplosione”.
Il cadavere di Vincenzo LI MULI era stato trovato con indosso brandelli di stoffa appartenenti alla cintola, residuo di “slip” e frammenti di tessuto carbonizzato non identificabile.
L’ispezione esterna del cadavere permetteva di rilevare una copertura pressoché totale di induito nero e il depezzamento conseguente alla mancanza
dell’avambraccio e della mano sinistra, dell’arto inferiore sinistro e del terzo superiore della gamba destra.
Si rilevava la presenza di vaste aree di abbruciamento agli arti superiori, con carbonizzazione completa degli strati superficiali; inoltre si osservavano: otorragia destra; ampio squarcio in regione occipitale e cervico-occipitale con esposizione dei piani ossei sottostanti; soluzione di continuo in regione frontale, con esposizione della teca cranica, apparsa fratturata con avvallamento di grosso frammento osseo; vasta perdita di parti molli alla regione pubo-perineale, con sfacelo traumatico della regione pelvica.
I medici legali perciò stabilivano che la morte di Vincenzo LI MULI era stata determinata da “ustioni diffuse a tutta la superficie corporea, politraumi e depezzamento da esplosione”.
Il cadavere di Claudio TRAINA si presentava depezzato, mancando l’arto superiore sinistro, e interamente ricoperto da induito nero.
Si riscontrava lo sfacelo completo di tutto il distretto cervico-cefalico e dell’arto superiore destro, con componenti ossee pluriframmentate e vasta perdita di sostanza dell’avambraccio e della mano, ampio squarcio del cavo ascellare; inoltre si osservavano numerose soluzioni di continuo all’addome e al dorso, lo sfacelo dell’intero distretto pelvico, con eviscerazione della matassa intestinale; squasso degli arti inferiori e numerose soluzioni di continuo in tutta la relativa superficie cutanea; frattura della clavicola destra e di quattro costole; squarcio del sacco pericardico; lesione da scoppio della parete laterale del lobo inferiore del polmone sinistro; lesioni da scoppio a carico della faccia anteriore del fegato e della milza.
I consulenti del Pubblico Ministero concludevano che il decesso di Claudio TRAINA
era stato provocato da “squasso cranio-encefalico e dal politraumatismo toraco-addominale con maciullamento degli arti, da esplosione”».
L’atrocità del delitto era, dunque, tale da evidenziare una chiara intenzione di diffondere il terrore tra la popolazione e di riaffermare nel modo più violento il potere di “Cosa Nostra”, compiendo una vera e propria azione di guerra contro lo Stato italiano attraverso l’eliminazione di un Magistrato che era divenuto un grande punto di riferimento ideale per tutto il Paese e degli uomini delle Forze dell’Ordine impegnati nella sua tutela.
Questo progetto criminale di straordinaria gravità veniva portato a compimento meno di due mesi dopo la strage di Capaci, determinando così un effetto di enorme portata sull’opinione pubblica, sulla società civile e sulle istituzioni, a livello nazionale e internazionale. E’ quindi naturale domandarsi quale fosse l’obiettivo perseguito da “Cosa Nostra” con la realizzazione di due stragi a brevissima distanza di tempo. Una problematica, questa, che va ricollegata all’analisi della fase deliberativa del delitto, nonché degli eventi che la precedettero e la seguirono.


Tutti i piani per uccidere Paolo Borsellino  Nel periodo in cui Paolo Borsellino svolgeva le funzioni di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Marsala, “Cosa Nostra” portò avanti una pluralità di progetti di omicidio nei suoi confronti, con il compimento di una serie di attività preparatorie.
Uno di questi piani criminosi avrebbe dovuto realizzarsi presso la residenza estiva del Magistrato, nella zona di Marina Longa.
Tale episodio è stato ricostruito nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”), dove si è evidenziato che il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca ha riferito di una concreta attività posta in essere dall’organizzazione mafiosa per seguire i movimenti del magistrato, all’epoca Procuratore della Repubblica a Marsala, e studiarne le abitudini di vita durante la sua permanenza estiva a Marina Longa, in vista dell’esecuzione di un attentato ai suoi danni. A tal fine Salvatore Riina aveva dato incarico a Baldassare Di Maggio - in quel periodo sostituto per il mandamento di San Giuseppe Jato di Brusca Bernardo, detenuto dal 25 novembre 1985 al 18 marzo 1988 e successivamente agli arresti domiciliari sino al 22 ottobre 1991 - di recarsi a Marina Longa, servendosi come punto di appoggio per l’attività di osservazione della vicina abitazione di Angelo Siino. Tale attività era stata poi sospesa per ragioni che il Brusca non ha precisato. Questo racconto ha trovato preciso riscontro nelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Siino, il quale ha riferito che in "Cosa Nostra" vi erano stati commenti assai negativi perché Paolo Borsellino aveva pubblicamente denunciato un calo di tensione nell’attività di contrasto alla mafia e che Pino Lipari aveva espresso la convinzione che il magistrato, che aveva un temperamento più irruente, avesse dato voce al pensiero dell’amico Giovanni Falcone, più cauto di lui, tanto che in "Cosa Nostra" venivano indicati rispettivamente come “il braccio e la mente”. Subito dopo, e cioè intorno al luglio del 1987 o del 1988, egli aveva visto a Marina Longa il Di Maggio, che era venuto a trovarlo con una scusa che egli non faticò a riconoscere come pretestuosa e che successivamente tornò in quel luogo, sicché egli comprese che l’interesse del Di Maggio era rivolto al magistrato. Il Siino aveva successivamente appreso da Francesco Messina, inteso “Mastro Ciccio”, che il progetto di uccidere Borsellino aveva incontrato l’opposizione dei marsalesi di "Cosa Nostra", i quali avevano lasciato trapelare quel progetto all’esterno, sicché erano state predisposte delle rigorose misure di sicurezza, come egli stesso aveva potuto constatare a Marina Longa. A loro volta le indicazioni del Siino sull’opposizione dei marsalesi all’uccisione del Magistrato ha trovato riscontro nelle dichiarazioni di Antonio Patti, appartenente proprio alla “famiglia” mafiosa di Marsala. Quest’ultimo collaborante ha, infatti, riferito che dopo il duplice omicidio di D’Amico Vincenzo, rappresentante della “famiglia” di Marsala, e di Craparotta Francesco, consumato l’11 gennaio 1992, suo cognato Titone Antonino, persona assai vicina al D’Amico, gli aveva confidato che la reale motivazione della soppressione dei due andava ricercata nell’opposizione che essi avevano manifestato al progetto di uccidere Borsellino quando questi era Procuratore della Repubblica a Marsala.
Un ulteriore progetto omicidiario era destinato a trovare realizzazione nei pressi dell’abitazione del Dott. Borsellino, sita a Palermo in Via Cilea.
Sul punto, nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta si rileva come dalle dichiarazioni sostanzialmente conformi di Anselmo Francesco Paolo, Cancemi Salvatore, Galliano Antonino, Ganci Calogero e La Marca Francesco, appartenenti ai “mandamenti” della Noce e di Porta Nuova, emerga che nel corso del 1988 ebbe a concretizzarsi un altro progetto di attentato in danno di Paolo Borsellino da attuarsi questa volta a Palermo, nei pressi della sua abitazione di via Cilea, approfittando sia del fatto che si erano attenuate le misure di
protezione nei suoi confronti, essendo stato revocato il presidio di vigilanza fissa sotto la sua abitazione, sia dell’abitudine del magistrato di recarsi la domenica da solo presso la vicina edicola per l’acquisto del giornale. In un’occasione gli attentatori ebbero a mancare solo per pochi secondi la loro vittima, dopo essere partiti dal vicino negozio di mobili di Sciaratta Franco, sito in Viale delle Alpi, perché erano giunti sul posto a bordo di un motociclo poco dopo che Paolo Borsellino aveva richiuso il portone di ingresso del palazzo. L’attentato doveva essere eseguito con una pistola cal. 7,65, in modo da non attirare l’attenzione su "Cosa Nostra" e da far pensare piuttosto all’opera di un isolato delinquente, tenuto conto della pendenza in grado di appello del maxiprocesso di Palermo, di cui si confidava in un esito favorevole per il sodalizio mafioso. Tale progetto era stato poi abbandonato dopo gli appostamenti protrattisi per circa quattro domeniche consecutive, verosimilmente per non pregiudicare l’esito di quel giudizio, non essendo stata possibile una rapida esecuzione.
Questo secondo episodio ha formato oggetto delle deposizioni rese, nel presente procedimento, dai collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo, Francesco La Marca (escussi all’udienza del 25 settembre 2014) e Antonino Galliano (esaminato all’udienza del 7 ottobre 2014).
In particolare, l’Anzelmo (già sotto-capo della "famiglia" della Noce, il cui rappresentante era Raffaele Ganci) ha dichiarato che, intorno al 1987-88, mentre egli si trovava in stato di latitanza e il Dott. Borsellino era Procuratore della Repubblica di Marsala, approfittando di una riduzione delle misure di protezione attorno all’abitazione di quest’ultimo, le "famiglie" della Noce e di Porta Nuova ricevettero il mandato di uccidere il Magistrato. L’esecuzione del progetto criminoso era affidata allo stesso Anzelmo, a Francesco La Marca, a Raffaele e Domenico Ganci, a Salvatore Cancemi. Come base operativa venne utilizzato un negozio di mobili sito in Viale delle Alpi, di proprietà di Franco Sciarratta, dove i killer - ruolo, questo, assegnato all’Anzelmo e al La Marca - erano appostati, in attesa della “battuta” che avrebbe dovuto essere data da Raffaele o Domenico Ganci, o Salvatore Cancemi, o Antonino Galliano. L’agguato avrebbe dovuto scattare di domenica, quando il Dott. Borsellino si recava presso un pollaio per acquistare delle uova, oppure presso un’edicola per prendere il giornale. Si sarebbe dovuto trattare di un omicidio da commettere recandosi immediatamente sul luogo con un motoveicolo ed utilizzando le pistole per uccidere il Magistrato. Tuttavia, dopo un paio di appostamenti, Raffaele Ganci comunicò che bisognava sospendere l’esecuzione del delitto, e il progetto quindi si bloccò.
Il collaborante ha specificato che, secondo le regole di "Cosa Nostra", sia il progetto omicidiario, sia la sua sospensione, sia l’inizio di una nuova fase esecutiva, dovevano essere decisi dalla “Commissione”. Ha, inoltre, precisato che la motivazione del progetto criminoso si ricollegava all’attività giudiziaria del Dott. Borsellino e al maxiprocesso.
Le dichiarazioni dell’Anzelmo sono di seguito trascritte:
AVV. SINATRA - Le chiedo anche: lei ha mai sentito parlare di un progetto che riguardava l'uccisione di alcuni magistrati di Palermo, nella specie il dottore Falcone, il dottore Borsellino?
TESTE F.P. ANZELMO - Risale a molto tempo prima di quando poi sono stati effettivamente uccisi.
AVV. SINATRA - E quando?
TESTE F.P. ANZELMO - Sicuramente il dottor Borsellino quando si trovava a Marsala, che si vide che ci avevano levato... che lui sotto casa aveva un furgone sempre là piantonato e poi, tutta ad un tratto, ce l'hanno tolto 'sto furgone e quindi noi, in particolar modo noi della Noce, con la collaborazione di Porta Nuova, di Totò Cancemi, avevamo avuto questo mandato di uccidere il dottor Borsellino. E anche... e anche per Falcone si cercava, però non ricordo il periodo preciso quello del dottor Falcone; si parlava di fare in tanti modi.
AVV. SINATRA - Sì, dico, un attimino, parliamo per il momento di questo progetto nei confronti del dottore Borsellino prima. Me lo sa indicare nel tempo? Quindi, lei ha detto che nel...
TESTE F.P. ANZELMO - Allora, io sono andato latitante dall'84 all'89 e quindi non lo so, penso verso l'87, l'88, una cosa del genere.
AVV. SINATRA - Anni '87 - '88. E può essere più preciso in ordine a questo progetto? Cioè era un progetto che lei l'aveva saputo da chi precisamente?
TESTE F.P. ANZELMO - Io dal mio capomandamento, da Ganci Raffaele l'avevo saputo.
AVV. SINATRA - Cosa le disse di specifico Ganci Raffaele?
TESTE F.P. ANZELMO - Che dovevano ammazzare il dottor Borsellino e ci dovevamo organizzare, e così abbiamo fatto, ci siamo organizzati.
AVV. SINATRA - Aspetti, aspetti un attimo. Quando le disse che si doveva ammazzare il dottore Borsellino e quindi poi si doveva passare alla fase esecutiva, le ha fatto riferimento chi decise?
TESTE F.P. ANZELMO - Quelli erano decisioni di commissione, perché non è che lo decideva Ganci Raffaele, quelle erano decisioni prese dalla commissione e avevamo avuto mandato noi di farlo.
AVV. SINATRA - Eh, quindi gliel'ha riferito e si passa alla fase, diciamo, organizzativa. Può essere più preciso su questo?
TESTE F.P. ANZELMO - Sì, siamo passati alla fase organizzativa e si... si doveva fare di domenica, perché lui durante la settimana era là; lo dovevamo fare quando usciva di casa, perché lui mi ricordo che...
AVV. SINATRA - Dove? In quale casa?
TESTE F.P. ANZELMO - In via Cilea, abitava nel nostro territorio, non come territorio di Noce, ma come territorio Malaspina, però era... Malaspina faceva mandamento da noi, quindi eravamo noi.
TESTE F.P. ANZELMO - Si doveva fare di domenica, quando lui... siccome c'erano 'ste notizie che lui andava da un pollaio a prendere le uova, per quello che ricordo, oppure da... dall'edicolante, che c'era un edicolante là, e lui si andava a prendere il giornale là e lo dovevamo fare in questo frangente. E noi come base avevamo un magazzino di mobili, dove si vendevano dei mobili, che faceva capo a Franco Sciarratta, che era un uomo d'onore della nostra famiglia, ed eravamo appostati là. Nel momento in cui ci arrivava la battuta, uscivamo, perché quelli che avevamo incarico era io... che lo dovevamo fare materialmente ero io e Ciccio La Marca.
AVV. SINATRA - Quindi lei e La Marca.
TESTE F.P. ANZELMO - Sì.
AVV. SINATRA - Sì, dico, lei e La Marca. E come doveva essere fatto questo attentato materialmente?
TESTE F.P. ANZELMO - Non era un attentato, era un agguato, un omicidio con le pistole.
AVV. SINATRA - Oltre a lei e a La Marca vi furono altri che in quel preciso frangente, ovviamente con riferimento a questo segmento, ebbero un ruolo?
TESTE F.P. ANZELMO - Sì, c'era Ganci Raffaele, Totò...
AVV. SINATRA - Esecutivo.
TESTE F.P. ANZELMO - Sì, c'era Ganci Raffaele, Totò Cancemi, se non ricordo... se non ricordo male c'era... c'era pure Calogero Ganci. Mi sente?
AVV. SINATRA - Sì, sì, la sento. Tutti lì appostati eravate?
TESTE F.P. ANZELMO - Sì, eravamo tutti in questo magazzino dove si vendevano i mobili, che facevamo la base là. Mentre c'era Ganci Raffaele o Totò Cancemi, o non mi ricordo se c'era pure il Galliano Nino che giravano per... per portarci poi la battuta a noi per dire: "E' uscito", e noi partivamo con la moto, perché noi eravamo appostati in via delle Alpi, quindi via delle Alpi - via Cilea è un tiro, con la moto arrivavamo in un baleno.
AVV. SINATRA - Lei sa le ragioni per cui era stata deliberata la morte del dottore Borsellino?
TESTE F.P. ANZELMO - Ma la morte del dottor Borsellino e del dottor Falcone è tutta unica, era la situazione che... cioè non... non davano tregua e poi c'era il fatto del maxiprocesso, tutto di lì parte. Quella era la motivazione, per questo si dovevano uccidere.
AVV. SINATRA - Non davano tregua, nel senso dal punto di vista giudiziario, dico, per...
TESTE F.P. ANZELMO - Dal punto di vista giudiziario, sì, certo.
TESTE F.P. ANZELMO - Ma negli anni precedenti se ne... se ne parlava che si doveva uccidere il dottor Falcone e il dottor Borsellino. Mi ricordo che c'erano dei progetti, si facevano dei progetti che certe volte si parlava e si doveva fare con un lancia-missile, con un bazooka, con un... cioè c'erano tanti...
AVV. SINATRA - Ma lei non può escludere che ci siano stati anche precedentemente, per averlo saputo, dico, se gliene ha mai parlato Ganci, anche altri fatti e altri episodi dove c'erano stati degli appostamenti già con le armi, pronti per uccidere il dottore Falcone o in questo caso a noi interessa il dottore Borsellino?
TESTE F.P. ANZELMO - No, no, no.
AVV. SINATRA - Lei di questo ne sa proprio di appostamenti?
TESTE F.P. ANZELMO - No, io questo appostamento so questo, dove c'ho partecipato io.
AVV. SINATRA - Ecco, chiaro.
TESTE F.P. ANZELMO - Le ripeto, c'erano... c'erano progetti omicidiari sia ai danni del dottor Falcone che del dottor Borsellino, ma già da anni prima, però io mi sono
trovato in questo.
Il collaboratore di giustizia Francesco La Marca ha riferito che, intorno al
1988, Salvatore Cancemi (capo della "famiglia" di Porta Nuova, cui egli apparteneva) lo incarico di recarsi presso un negozio di mobili sito in Viale delle Alpi per commettere un omicidio.
Dal canto suo, il collaboratore di giustizia Antonino Galliano ha affermato che, nel periodo in cui il Dott. Borsellino prestava servizio a Marsala, egli insieme a Raffaele Ganci, Domenico Ganci, Salvatore Cancemi, e qualche volta anche Francesco La Marca effettuarono una serie di appostamenti presso l’abitazione del Magistrato, soprattutto nei giorni di sabato e domenica, nei quali la vittima designata si recava in chiesa per assistere alla Messa e poi presso un pollaio per acquistare alcune uova. Dopo uno o due mesi i predetti appostamenti vennero però sospesi. […] si desume, quindi, che intorno al 1988 venne attuata, con una precisa organizzazione di mezzi e di persone, tutta la fase preparatoria di un progetto di omicidio del Dott. Borsellino, che avrebbe dovuto essere realizzato tendendogli un agguato nelle vicinanze della sua abitazione di Palermo, con modalità non eclatanti (verosimilmente, per non compromettere le aspettative di un esito favorevole del maxiprocesso), mentre egli era intento a compiere atti della propria vita quotidiana. Tuttavia, dopo una serie di appostamenti, il progetto venne accantonato, per decisione della stessa “Commissione” che lo aveva deliberato. Anche questo piano delittuoso era motivato dall’attività giudiziaria svolta dal Dott. Borsellino, il quale non dava tregua a "Cosa Nostra".  
(pagg 145-164)


I “buchi” delle prime indagini   [...] Se - da un lato - è assolutamente certo, alla luce degli approdi dei precedenti processi (sul punto, confermati dalle risultanze di questo), che la consumazione della strage del 19 luglio 1992 avveniva utilizzando, come autobomba, proprio la Fiat 126 rubata a Pietrina Valenti, è innegabile che vi sono delle oggettive incongruenze nello sviluppo delle primissime indagini per questi fatti e che rimangano diverse zone d’ombra sulla quali non si addiveniva a risposte soddisfacenti, nemmeno con la poderosa istruttoria espletata nel presente procedimento.
Tutt’altro che rassicuranti, ad esempio (come si vedrà, in maniera più approfondita, nella parte dedicata alla vicenda della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino), sono le emergenze istruttorie relative alla presenza, in via D’Amelio, nell’immediatezza della strage, di appartenenti ai servizi di sicurezza, intenti a ricercare la borsa del Magistrato.
Infatti, uno dei primissimi poliziotti che arrivava in via D’Amelio, dopo la deflagrazione delle ore 16:58 del 19 luglio 1992, era il Sovrintendente Francesco Paolo Maggi, in servizio alla Squadra Mobile di Palermo. Il poliziotto arrivava sul posto circa una decina di minuti dopo la deflagrazione, mentre Antonio Vullo, l’unico superstite fra gli appartenenti alla scorta di Paolo Borsellino, in evidente stato di shock emotivo e psicologico, era seduto sul marciapiede, con la testa fra le mani.
Il Sovrintendente Maggi, dunque, confidando di poter trovare qualche altra persona ancora in vita, si faceva strada fra i rottami, entrando nella densa colonna di fumo che avvolgeva i relitti. Purtroppo, era subito evidente che non c’era più nulla da fare, né per il Magistrato, né per gli altri colleghi della scorta, poiché i loro corpi erano tutti carbonizzati ed orrendamente mutilati. In questo contesto, mentre le ambulanze prestavano i soccorsi ai feriti ed i Vigili del Fuoco spegnevano i focolai d’incendio, anche sulla Croma blindata del Magistrato, il poliziotto della Squadra Mobile notava quattro o cinque persone, vestite tutte uguali, in giacca e cravatta, che si aggiravano nello scenario della strage, anche nei pressi della predetta blindata: “uscii da... da 'sta nebbia che... e subito vedevo che arrivavano tutti 'sti... tutti chissi giacca e cravatta, tutti cu' 'u stesso abito, una cosa meravigliosa”, “proprio senza una goccia di sudore”. Si trattava di “gente di Roma”, appartenente ai Servizi Segreti; infatti, alcuni erano conosciuti di vista (anche se non davano alcuna confidenza) ed, inoltre, venivano notati a Palermo, presso gli uffici del Dirigente della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera, anche in occasione delle indagini sulla strage di Capaci.
La circostanza (mai riferita prima dal teste, nonostante le sue diverse audizioni) veniva confermata da un altro appartenente alla Polizia di Stato, vale a dire il Vice Sovrintendente Giuseppe Garofalo, in servizio alla Sezione Volanti della Questura di Palermo. Anche quest’ultimo, che arrivava sul posto ad appena cinque minuti dalla deflagrazione, dopo aver constatato che non c’era più nulla da fare per il Magistrato ed i colleghi della Polizia di Stato che gli facevano da scorta, aiutava i residenti nello stabile di via D’Amelio, soccorrendo forse anche la madre del Magistrato. Quando riscendeva in strada, il poliziotto notava, nei pressi della Croma blindata di Paolo Borsellino, un uomo in borghese, con indosso la giacca (nonostante il torrido clima estivo) e pochi capelli in testa. Alla richiesta di chiarimenti sulla sua presenza lì, l’uomo si qualificava come appartenente ai “Servizi”, mostrando anche un tesserino di riconoscimento: sebbene il ricordo del teste, sul punto specifico, non sia affatto nitido, vi era persino un veloce scambio di battute fra i due sulla borsa di Paolo Borsellino. Infatti, l’agente dei Servizi Segreti chiedeva se c’era la borsa del Magistrato dentro l’auto blindata, oppure (addirittura) si giustificava per il fatto che aveva detta borsa in mano:
“Ho un contatto con una persona, ma questo contatto è immediato, velocissimo, dura pochissimo, perché evidentemente (…) il nostro intento era quello di mantenere le persone al di fuori (…) della zona e quindi non fare avvicinare a nessuno (…). E incontro (…) un soggetto, una persona, al quale... ecco, e questo è il momento, non riesco a ricordare se questo soggetto mi chiede (…) della valigia, della borsetta del dottore o se lui era in possesso della valigia. (…) Con questa persona, al quale io chiedo, evidentemente, il motivo perché si trovava su (…) quel luogo. Questo soggetto mi dice di essere... di appartenere ai Servizi”.
[…] Proseguendo nella breve rassegna di alcune delle anomalie e zone d’ombra emerse attraverso le prove raccolte nel presente processo, si deve anche rilevare la singolare cronologia del sopralluogo eseguito dalla Polizia Scientifica di Palermo (“su richiesta della locale Squadra Mobile”), nella carrozzeria di Giuseppe Orofino alle ore 11 del lunedì 20 luglio 1992 [...], perché quest’ultimo aveva denunciato, appena un paio d’ore prima, il furto delle targhe (ed altro) da una Fiat 126 di una sua cliente, all’interno della sua autofficina.
Ebbene, quando la Polizia Scientifica eseguiva detti rilievi nell’officina di via Messina Marine, non erano stati ancora rinvenuti, in via D’Amelio, né la targa oggetto della denuncia di Orofino (la stessa, come detto, veniva ritrovata soltanto il 22 luglio 1992), né il blocco motore della Fiat 126 rubata a Pietrina Valenti (rinvenuto verso le 13.00/13.30 di quel 20 luglio 1992). Inoltre, come già esposto, era soltanto nel successivo pomeriggio del 20 luglio 1992, a seguito del menzionato intervento del tecnico Fiat di Termini Imerese, che detto blocco motore veniva attribuito ad una Fiat 126. Dette circostanze non sono affatto di poco momento, ove si rifletta sulla circostanza che, invece, già nel pomeriggio del 19 luglio 1992, fonti della Polizia di Stato ipotizzavano l’utilizzo, come autobomba, proprio di una Fiat di piccole dimensioni e, in particolare, «una 600, una Panda, una 126».
Detta ipotesi investigativa, rivelatasi fondata e coerente con i successivi rinvenimenti sullo scenario della strage, dei reperti dell’autobomba, non è spiegabile soltanto con l’efficienza e la solerzia profusa dagli inquirenti nel cercare di far immediatamente luce, con il massimo sforzo investigativo praticabile, su di un fatto gravissimo, che cagionava anche la scomparsa prematura dei cinque appartenenti alla Polizia di Stato, bensì necessariamente ipotizzando un apporto di tipo confidenziale da parte di taluno che (evidentemente) era ben informato sulle concrete modalità esecutive dell’attentato.
Diversamente, non si spiegherebbe, sul piano logico, il motivo per cui la Squadra Mobile di Palermo, diretta da Arnaldo La Barbera (già collaboratore del Sisde, con il nome in codice “Rutilius”, sin dal 1986), sollecitasse un intervento della Polizia Scientifica, per un immediato sopralluogo nell’officina di un carrozziere qualunque di Palermo, che aveva soltanto denunciato (appena un paio d’ore prima) il furto di alcune targhe da un’automobile di un sua cliente (targhe che, come detto, verranno rinvenute soltanto alcuni giorni dopo, in via D’Amelio), in un momento in cui nemmeno era rinvenuto il blocco motore (poi associato ad una Fiat 126).
L’aspetto appena menzionato si colora di tinte decisamente fosche, alla luce di quanto riferito da Gaspare Spatuzza (in maniera assolutamente attendibile, come si vedrà -diffusamente- nella parte della motivazione a ciò dedicata), sulla presenza di un terzo estraneo a Cosa nostra al momento della consegna della Fiat 126, alla vigilia della strage, nel garage di via Villasevaglios, prima del suo caricamento con l’esplosivo.
Su detta persona, non conosciuta e mai più rivista, che non aveva proferito alcuna parola, durante la breve permanenza del collaboratore nel suddetto garage, sabato 18 luglio 1992, Gaspare Spatuzza si spingeva a qualche considerazione relativa all’estraneità al sodalizio mafioso di Cosa nostra e, persino, sull’eventuale appartenenza alle istituzioni: “se fosse stata una persona che io conoscevo (…), sicuramente sarebbe rimasta qualche cosa (…) più incisiva; ma siccome c'è un'immagine così sfocata (…). Mi dispiace tantissimo e aggiungo di più, che fin quando non si sarà chiarito questo mistero, che per me è fondamentale, è un problema serio per tutto quello che riguarda la mia sicurezza (…). Io sono convinto che non sia una persona riconducibile a Cosa nostra perché (…) c'è questa anomalia di cui per me è inspiegabile”. “C'è un flash di una sembianza umana. (…) c'è questa immagina sfocata che io purtroppo... (…) c'è questo punto, questo mistero da chiarire”; “ho più ragione io a vedere questo soggetto in carcere, se appartiene alle istituzioni, che vedendolo domani fuori”. Peraltro, quest’ultimo spunto del collaboratore di giustizia, sull’eventuale appartenenza alle istituzioni del terzo estraneo, presente alla consegna della Fiat 126, nel pomeriggio di sabato 18 luglio 1992, prima del caricamento dell’esplosivo, veniva approfondito dalla Procura, nella fase delle indagini preliminari di questo procedimento, sondando ulteriormente Gaspare Spatuzza, e anche sottoponendogli diversi album fotografici, con immagini di vari appartenenti al Sisde, senza approdare a risultati tangibili.
Infine, si deve almeno accennare (prima di passare a trattare più diffusamente della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino), ad alcune emergenze che dimostrano il coinvolgimento diretto del Sisde, al di fuori di qualsivoglia logica e regola processuale, nelle prime indagini sulla strage di via D’Amelio, orientate verso la falsa pista di Vincenzo Scarantino. Quest’ultima circostanza, neppure ricordata dal neo-Procuratore Capo di Caltanissetta (dell’epoca), Giovanni Tinebra, veniva invece confermata persino dal dirigente del Sisde, Bruno Contrada, il quale spiegava come detta richiesta della Procura nissena, veniva appunto assecondata, per l’insistenza del Capo Centro di Palermo, Andrea Ruggeri. Peraltro, già nell’ambito del precedente processo c.d. Borsellino bis, veniva accertato che il 10 ottobre 1992, veniva trasmessa alla Squadra Mobile di Caltanissetta, una nota (sul contenuto della quale riferiva il Dirigente della predetta Squadra Mobile, all’epoca delle stragi, dott.Mario Finocchiaro), elaborata proprio dal centro Sisde di Palermo, su specifica richiesta del Procuratore Giovanni Tinebra (sulla cui deposizione, innanzi a questa Corte, non vale più la pena d’indugiare).
Quest’ultimo, dopo aver constatato che le forze di polizia nissene non avevano alcuna specifica conoscenza delle dinamiche interne alle famiglie mafiose palermitane, con un’iniziativa affatto singolare, sollecitava una più stretta collaborazione del Sisde nell’espletamento delle indagini per la strage di Via D’Amelio. I frutti avvelenati di detta improvvida iniziativa non tardavano a maturare, posto che nella predetta nota del 10 ottobre 1992, confezionata dal Sisde proprio nel periodo in cui era in atto il tentativo di far ‘collaborare’ Vincenzo Scarantino, utilizzando Vincenzo Pipino (costretto ad andare in cella con lui, dal dottor Arnaldo La Barbera), vi era una dettagliata radiografia con tutto ciò che, al tempo, risultava alle forze dell’ordine su Vincenzo Scarantino ed i suoi familiari, con i precedenti penali e giudiziari a carico degli stessi, nonché i rapporti di parentela ed affinità con esponenti delle famiglie mafiose palermitane. La tematica della genesi e della gestione della ‘collaborazione’ di Vincenzo Scarantino verrà ampiamente ripresa e trattata nella parte della motivazione dedicata alla sua posizione.  
(pagg 782-788; 822-824)


Il magistrato nel mirino dei Madonia L’intento di “Cosa Nostra” di uccidere Paolo Borsellino aveva iniziato a manifestarsi già tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, in connessione con le indagini da lui svolte insieme con il Comandante della Compagnia dei Carabinieri di Monreale, Capitano Emanuele Basile, che avevano consentito, tra l’altro, di pervenire all’arresto di Pino Leggio e di Giacomo Riina nella zona di Bologna, nonché di far luce su alcune delle attività criminali svolte dall’emergente gruppo dei corleonesi. A tale primo movente se ne aggiungeva un secondo, rappresentato dalla circostanza che dopo l’omicidio del Capitano Basile, consumato il 4 maggio 1980, il Dott. Borsellino aveva emesso dei mandati di cattura nei confronti, tra gli altri, di Francesco Madonia, capo del “mandamento” di Resuttana, e del figlio Giuseppe Madonia.
La vicenda si trova puntualmente ricostruita nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”).
In particolare, nelle dichiarazioni rese il 19.6.1998, il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo ha riferito che Salvatore Riina dopo l’omicidio del Capitano Basile e la conseguente attività di indagine del magistrato aveva commentato che “l'aveva BORSELLINO il capitano BASILE sulla coscienza, perché era stato BORSELLINO a mandare il capitano BASILE a Bologna ad arrestare i suoi”.
Inoltre, il collaborante Gaspare Mutolo, come evidenziato nella suddetta pronuncia, ha riferito che, mentre si trovava detenuto nel corso del 1981 insieme a Francesco e Giuseppe Madonia, Leoluca Bagarella e Greco, aveva avuto occasione di sentire le loro esternazioni in ordine alla necessità di uccidere il Dott. Borsellino.
Sempre nella sentenza emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta si è sottolineato come il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca abbia dichiarato che l’omicidio del Dott. Borsellino era già stato deliberato da “Cosa Nostra” sin dagli inizi degli anni Ottanta, allorché Salvatore Riina aveva vanamente cercato di farlo contattare per risolvere alcuni problemi giudiziari del cognato Leoluca Bagarella, constatandone in quell’occasione l’incorruttibilità. Da allora il Brusca aveva più volte sentito il Riina ripetere che Borsellino doveva essere eliminato perché “faceva la lotta a Cosa Nostra assieme al dottor Falcone in maniera forte e decisa”.
Tali vicende sono state ricostruite, nel corso del presente procedimento, durante l’incidente probatorio, all’udienza del 6 giugno 2012, dallo stesso Giovanni Brusca, il quale ha fatto risalire l’intenzione di Salvatore Riina di eliminare il Dott. Borsellino al 1979-80, spiegando: «Totò Riina lo voleva uccidere prima quando fu del cognato, poi quando fu del Capitano Basile... ». Sul punto, Giovanni Brusca ha reso le seguenti dichiarazioni:
P.M. DOTT. MARINO – Senta, mentre il Dottor Borsellino?
TESTE BRUSCA – Il Dottor Borsellino invece le esternazioni di Salvatore Riina che
voleva uccidere... in quanto lo voleva uccidere cominciano con la vicenda del cognato Leoluca Bagarella del Capitano Basile.
P.M. DOTT. MARINO – E perché?
TESTE BRUSCA – Perché mi aveva chiesto di poterlo più di una volta avvicinare per ottenere un trattamento di favore, insabbiare in qualche modo le indagini, per poterlo scagionare dall’accusa.
P.M. DOTT. MARINO – Ma ci furono tentativi di contattare il Dottor Borsellino all’epoca?
TESTE BRUSCA – Sì, allora... l’ho detto, allora ci sono stati dei tentativi e ci fu un rifiuto totale.
P.M. DOTT. MARINO – Ma lei ricorda chi e in che maniera si fecero questi tentativi, se l’ha mai saputo?
TESTE BRUSCA – Guardi, ora non mi ricordo chi lui... a chi lui abbia incaricato, però di solito si comincia da dove è nato, le amicizie, le amicizia di scuola... un po’ conoscendo la città di Palermo si cerca di vedere con chi si può avvicinare. Ripeto, io conosco le esternazioni che lui si è rifiutato di fargli questa cortesia, però con che soggetti abbia...
P.M. DOTT. MARINO – E lei da chi lo apprende?
TESTE BRUSCA – Da Riina.
P.M. DOTT. MARINO – Da Riina direttamente?
TESTE BRUSCA – Sì, perché in quel momento io sono una delle persone più vicine con Leoluca Bagarella. Sono vicino a lui, conosco dove abita, ci vado a casa tutti i comuni, quindi sono quasi a disposizioni... no sono, sono a disposizione... tolgo questo quasi, ero a disposizione sua ventiquattro ore su ventiquattro ore. La mia...  allento un pochettino quando vengo tratto in arresto per le dichiarazioni di Buscetta, ma fino a quel momento gli facevo da autista, lo andavo a prendere, lo accompagnavo da Michele Greco quando andava a Mazara, ci dormivo a casa... tutti i giorni. Difficilmente io avevo qualche momento libero».
Il Brusca ha, poi chiarito che, in epoca anteriore al “maxiprocesso”, le ragioni poste alla base della intenzione di eliminare il Dott. Borsellino si ricollegano al suo intransigente rifiuto di ogni condizionamento e alla sua mancanza di ogni “disponibilità” rispetto alle vicende giudiziarie riguardanti il Bagarella e l’omicidio del Capitano Basile («Il Dottor Borsellino sì, ma nella sua qualità di Giudice... ancora non era successo il maxiprocesso, non era successo... successivamente poi si sono aggiunti gli altri elementi, però fino a quel momento era perché non si era messo a disposizione, credo per il fatto di Bagarella e qualche altro fatto che in questo momento non mi ricordo. (…) Del Capitano Basile... c’era qualche altra cosa che non si era messo a disposizione»).
Nella medesima deposizione, Giovanni Brusca ha affermato che l’intenzione di uccidere il Dott. Borsellino aveva radici lontane nel tempo e ad essa erano interessati i Madonia, proprio in relazione all’omicidio del Capitano Basile, per il quale era imputato Giuseppe Madonia, fratello di Salvatore Mario Madonia.

 

E I KILLER SI RAMMARICANO PER NON AVERLI UCCISI INSIEME   Gli imputati al processo hanno ammesso di sapere che il giudice Falcone era stato a Palermo prima del 23 maggio e che si era trovato in compagnia di Paolo Borsellino. Questo episodio era stato riferito da Salvatore Biondino al commando stragista che aveva perso la possibilità di uccidere, in un sol colpo, i due magistrati più pericolosi per la sopravvivenza di Cosa Nostra Ancora una volta è dato registrare che l’evento, a cui avevano partecipato Raffaele, Domenico, Calogero Ganci, Salvatore Cancemi e Antonino Galliano, è stato descritto per conoscenza diretta da ben tre imputati, per cui, la ricostruzione che ne deriva può definirsi, sotto l’aspetto descrittivo, completa ed esauriente. Nella sostanza, […] si rileva accordo generale sul fatto che erano i tre giovani del gruppo ad occuparsi materialmente del pedinamento della Fiat Croma, e analoga convergenza si riscontra anche sui mezzi usati per lo scopo, cioè il “vespone 150” guidato da Calogero Ganci, il ciclomotore Peugeot in uso a Domenico Ganci e lo Sfera Piaggio guidato da Galliano, a nulla rilevando la discordanza sui colori dei singoli ciclomotori, costituendo questa circostanza di secondo rilievo, in ordine alla quale ben può giustificarsi il ricordo impreciso dei narratori. […] Anche la suddivisione del percorso fra i singoli pedinatori relativamente al tragitto che la Fiat Croma di solito percorreva, costituisce dato su cui si è registrata concordanza fra le dichiarazioni di Ganci e Galliano: […]. E’ altresì condivisa dai due anche la circostanza che le operazioni di pedinamento fossero concentrate nella mattinata, e che nel pomeriggio gli eventuali spostamenti della Croma erano comunque controllati dalla macelleria dei Ganci. Tale ultima affermazione non trova alcuna smentita dal tenore della deposizione del teste Aristide Galliano, che lavorava in quel negozio come inserviente, perché risulta chiaramente sia dall’esame di Ganci che da quello di Galliano, che il controllo dell’autovettura nel pomeriggio era, per così dire, “dinamico”, nel senso che gli operatori non rimanevano fermi alla macelleria, ma usavano spesso recarsi al bar Ciro’s per assicurarsi con maggiore sicurezza di quella che poteva scaturire dalla visione che si aveva dal negozio, che la macchina fosse ferma nel parcheggio. Continuando nella rassegna degli accadimenti sui quali vi è convergenza secondo il racconto degli imputati, va rilevato che essi concordano sul fatto che spesso accadeva che Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi nel corso degli appostamenti mattutini seguissero i pedinamenti in macchina, e che erano soliti raggiungerli sotto i portici che si trovavano di fronte al Palazzo di Giustizia, da dove insieme controllovano la posizione della macchina e i successivi spostamenti. A tal proposito è opportuno segnalare che i predetti si spostavano a bordo della Fiat Uno grigia nella disponibilità di Salvatore Cancemi. […] Sia Ganci che Galliano hanno concordato poi sul fatto che per ognuno di loro il conferimento dell’incarico era avvenuto ad opera di Raffaele Ganci nella macelleria, e che nell’occasione era presente Salvatore Cancemi.

LA FAMIGLIA GANCI A DISPOSIZIONE   Quanto all’inizio delle operazioni di pedinamento, Galliano lo ha collocato verso la metà di aprile, mentre invece Calogero Ganci ha ancorato il suo primo intervento a due o tre giorni prima rispetto alla mancata partenza per Bologna (fissata per il 14 maggio), che è facilmente individuabile grazie al fatto che è presente in atti il biglietto che l’imputato aveva acquistato per l’occasione. […] Quel che importa sottolineare è che sia Ganci che Galliano hanno concordato sul fatto che l’attività svolta da aprile fino a metà maggio circa aveva già consentito al gruppo di conoscere non solo gli orari dei movimenti nel corso della mattinata della Croma, che si muoveva dal parcheggio intorno alle nove per farvi poi ritorno per le 13.30, ma anche un ulteriore informazione, di rilievo eccezionale, costituita dall’accertamento della frequenza dei rientri del giudice in città, che si concentravano nei giorni ricompresi dal venerdì al sabato. L’acquisizione di tale dato avrebbe consentito poi di fissare i termini dell’attività di appostamento del commando esecutivo che, come si sarebbe appreso successivamente, aveva costituito informazione che il gruppo operativo a Capaci aveva ben chiara ormai da tempo, posto che subito dopo il caricamento del condotto si era tecnicamente già in grado di procedere se il dott. Falcone fosse arrivato a Palermo. Se tutto quanto precede costituisce ricostruzione altamente verosimile dei fatti accaduti, deve allora dirsi che la decisione presa da Raffaele Ganci in ordine al coinvolgimento del figlio Calogero nell’attività di pedinamento era stata presa in quel frangente temporale, perché egli aveva realizzato che, una volta effettuato il caricamento del condotto, l’attentato avrebbe potuto svolgersi in qualsiasi momento, per cui era essenziale non perdere i movimenti della macchina. Si spiega così, il motivo, a cose ormai fatte, dell’intervento di Calogero Ganci, che assume un senso pregnante proprio se posto in questi termini. Ma c’è anche un’altra considerazione che spinge a concludere nel senso appena indicato. Raffaele Ganci, a detta del figlio, gli aveva già comunicato di non passare da quel tratto di autostrada verso i primi di maggio, senza però dare ulteriori spiegazioni del divieto al figlio, che aveva comunque recepito che in quel posto si stava preparando qualcosa di importante, che avrebbe potuto mettere in pericolo la sua incolumità se avesse attraversato la zona. Orbene, se l’esigenza di coinvolgere il figlio fosse stata diversa da quella indicata in precedenza, Raffaele Ganci avrebbe richiesto l’intervento del figlio già in quel frangente, e cioè agli inizi di maggio: poiché così non era stato, deve ritenersi che la richiesta era giunta tardivamente solo perché il Ganci voleva essere sicuro che, una volta che si entrava nella fase in cui poteva realizzarsi l’attentato, venisse completamente azzerato il rischio di perdere le traccie della Croma all’atto in cui si sarebbe diretta verso Punta Raisi a prelevare il giudice. Va altresì sottolineato che Raffaele Ganci avvertì la necessità di coinvolgere anche il figlio Calogero oltre Domenico, anche in virtù del fatto che il nipote Galliano non poteva assicurargli una presenza costante, poiché aveva il problema delle assenze dal lavoro, che se possibili per i fine settimana, dato il tipo di impiego svolto (bancario), non consentivano grossi margini di movimento al di fuori dei permessi o dei recuperi, che loro stessa natura non potevano che essere saltuari.

IL FALSO ALLARME […] Occorre a questo punto soffermarsi sul significato di due episodi, sulla cui esistenza hanno concordato sia Ganci Calogero che Galliano: il primo attiene alla volta in cui i pedinatori avevano perso di vista l’auto, il secondo al giorno in cui invece solo Calogero Ganci era riuscito a starle dietro, fino a seguirla in un capannone sito nei pressi dell’autostrada. Galliano, che è a conoscenza di entrambi gli episodi, ha collocato questo secondo fatto nella settimana precedente la strage, ed il il primo due settimane prima della stessa. Ganci invece non è così preciso e si è limitato solo a porre come intervallo fra i due eventi un paio di giorni circa. E’ possibile, allora, che quando che gli operatori avevano perso di vista la Fiat Croma e che solo Calogero Ganci era riuscito a starle dietro, si fosse verificato quel famoso “falso allarme” di cui hanno riferito poi anche Brusca e La Barbera per averlo appreso da Salvatore Biondino. E’ verosimile cioè che Ganci, unico a non aver perso le traccie della macchina grazie alla maggiore potenza del mezzo di cui disponeva (di cilindrata 150), avendo visto che la macchina andava verso la circonvallazione e poi in direzione dell’autostrada, aveva pensato giustamente che l’auto stesse per recarsi all’aeroporto, e dunque aveva messo in moto il meccanismo che doveva condurre ad allertare gli operatori che stanziavano a Capaci. Deve altresì ipotizzarsi che una volta accortosi che invece la macchina si fermava al capannone industriale, sito in una strada che lambiva a carreggiata dell’autostrada, nei pressi di Villabate, l’imputato avesse fatto in modo di fermare l’ingranaggio. A conforto di tale ricostruzione è emerso dall’esame del traffico cellulare acquisito in atti, che nella giornata del 14 maggio vi erano stati dei contatti telefonici particolari fra il cellulare in uso a Domenico Ganci (quello intestato cioè a Ruisi, lo 0336/890387) che aveva chiamato quello di Ferrante alle 7.32, alle 7.58, alle 9.06 e alle 9.09, e successivamente fra Ferrante e La Barbera alle 9.11. Potrebbe dunque essersi verificato quella mattina che gli operatori avessero visto la Fiat Croma allontanarsi dal parcheggio, l’avessero seguita, poi l’avessero persa di vista ad eccezione di Calogero Ganci, che avendo visto che imboccava la circonvallazione avvertì il fratello, che a sua volta chiamò Ferrante, probabilmente in più riprese, per confermargli che la direzione imboccata era quella giusta. Le successive chiamate, quelle delle 9.06 e delle 9.09, potrebbero essere quelle con cui Domenico Ganci aveva avvisato del falso allarme Ferrante, che a sua volta, aveva chiamato La Barbera per disattivare i preparativi. Altro dato che va segnalato è che sempre nella stessa giornata risulta, da attestazione della Corte d’Appello, che la Fiat Croma era stata sottoposta a lavori di manutenzione presso la ditta “Centrogomme s. n. c.” , per cui è ben possibile che la direzione segnalata da Ganci preludesse all’imbocco della strada che doveva condurre all’officina autorizzata. L’uso di tale espressione è imposto da una dovuta prudenza, frutto della circostanza che Costanza Giuseppe, l’autista della Croma, non ha ricordato di essersi recato nella zona di Villabate con la macchina di servizio nei giorni precedenti l’attentato: vero che emerge dall’attività di riscontro svolta dal personale della Dia che esistono diversi capannoni che costeggiano l’autostrada prima dello svincolo per Villabate, ma nessuno di essi ha a che fare con un officina di riparazione, trattandosi in un caso di un deposito di prodotti chimici, e nell’altro di una fabbrica di ghiaccio. E’ possibile allora che il teste vi si sia recato per motivi personali prima di andare all’officina, e che obiettivamente non sia stato in grado, in dibattimento, di ricordare il motivo della sosta a causa delle amnesie che lo hanno afflitto in esito allo shock derivato dall’attentato. D’altro canto, va anche sottolineato che Ganci Calogero, una volta accertato che la macchina si fermava presso uno dei capannoni, era andato via, per cui è ben possibile che l’autista, dopo tale sosta, si fosse diretto verso l’officina di riparazione. Del resto non è possibile ritenere che il falso allarme di cui hanno parlato concordemente anche Brusca e La Barbera, sia identificabile con l’altro episodio, quello relativo alla perdita delle tracce della macchina da parte di tutti i pedinatori. In tale caso infatti non avrebbe avuto senso, se si era persa la Fiat Croma, allertare il gruppo di Capaci perché a quel punto non c’era più nessuna sicurezza sulla direzione che avrebbe preso la macchina: non era ragionevole cioè che, a fronte della meticolosità, precisione e puntualità con cui era stata elaborata la strategia esecutiva, che un particolare così vitale, quale il lancio del segnale, potesse essere rimesso al mero caso. Se la ricostruzione indicata è verosimile, può farsi allora un ulteriore passo avanti per ricollegare quest’ultimo episodio al rientro in Palermo del dott. Falcone il 18 maggio: come si è già visto in precedenza, in occasione dell’esame delle deposizioni dell’addetta alla segreteria della Direzione Affari Penali del Ministero dell’impiegata dell’agenzia di viaggi di Palermo ove il magistrato era solito servirsi quando si spostava con i voli di linea e dello stesso autista, Costanza Giuseppe, il dott. Falcone era tornato in Sicilia in quella data, che cadeva di lunedì della stessa settimana nella quale è ricompreso il giorno della strage, cioè sabato 23 maggio. Tale ipotesi troverebbe conforto nell’indicazione della consequenzialità temporale che secondo Ganci Calogero lega questo episodio al primo già descritto, essendo i due fatti intervallati secondo i suoi ricordi da un paio di giorni, perché come si è già visto, quest’ultimo risulta fissato per il 14 maggio, che dunque dista quattro giorni dall’altro, ben compatibile quindi con la ricostruzione dell’imputato. Altro dato che coincide è quello relativo al momento in cui la macchina era rientrata al posteggio, che Ganci ha indicato nel pomeriggio, dato che risulta anch’esso compatibile sia con la previsione dell’andata all’aeroporto per consentire al giudice il rientro nella capitale nella stessa giornata, che con le dichiarazioni del Costanza.

UCCIDERE IL GIUDICE UNA SETTIMANA PRIMA […] Gli imputati [...] ammettono di essere venuti a conoscenza del fatto che il dott. Falcone era stato a Palermo prima del 23 maggio, e addirittura in compagnia del dott. Borsellino: tale circostanza, riferita concordemente, secondo gli imputati, al gruppo operativo da Salvatore Biondino, aveva costituito fonte di rammarico per gli operatori, perché era andata persa la possibilità di eliminare in un sol colpo due dei magistrati più pericolosi per la sopravvivenza di Cosa Nostra. Se è possibile quindi rilevare dalle dichiarazioni dei collaboratori il disappunto per l’occasione persa, può anche sostenersi che chi aveva riferito loro l’episodio aveva ben contezza del fatto che in quel frangente doveva essere già tutto pronto per far saltare l’autostrada, quindi orientativamente l’accadimento è collocabile dopo l’8 maggio. I dati acquisiti in virtù delle dichiarazioni degli imputati consentono di calibrare meglio la collocazione temporale dell’evento: se infatti l’intervento di Calogero Ganci nel gruppo dei pedinatori è stato fissato in precedenza due o tre giorni prima il 14 maggio, poiché l’imputato ha riferito dell’episodio per averlo vissuto in prima persona, allora è possibile restringere ulteriormente l’arco temporale per affermare che il fatto si realizzato fra il 12 e il 23 maggio. […] Come ben si comprenderà allora, se è dato incontestabile che il 18 maggio il dott. Falcone fosse in Palermo, e se l’episodio del mancato avvistamento della Fiat Croma tende, secondo le dichiarazioni degli imputati, ad avvicinarsi a tale data, la tesi secondo cui il giorno in cui essi avevano perso di vista la Croma era proprio il 18 maggio non appare destituita di fondamento. Vero che Giovanni Brusca ha ricostruito il fatto in modo diverso, sostenendo che l’occasione era andata persa perché trattandosi di un lunedì, e quindi di un giorno al di fuori di quelli ricompresi nel fine settimana, gli operatori non erano pronti nelle loro postazioni, non facendo pertanto alcun collegamento fra l’episodio e il fatto che i pedinatori avevano perso di vista la macchina. Le considerazioni espresse dall’imputato non devono però fuorviare, perché quella riportata è l’opinione di Brusca, cioè di un imputato che ha avuto la responsabilità della direzione delle operazioni per quanto atteneva al settore relativo al gruppo che doveva operare in Capaci e nei pressi dell’aeroporto. […].  A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA

 

 


 COMUNICATI ANSA

Il primo lancio dell’agenzia Ansa è delle 17.16

ATTENTATO DINAMITARDO A PALERMO Un attentato dinamitardo e' stato compiuto a Palermo. Vi sono coinvolte numerose automobili e sono molti i feriti. Sul luogo dell'esplosione che e' stata avvertita ad alcuni chilometri di distanza, sono confluite tutte le pattuglie volanti della polizia e dei carabinieri. Sono state richieste autoambulanze da tutti gli ospedali. Secondo le prime indicazioni della polizia, un magistrato sarebbe rimasto coinvolto nell'attentato. (ANSA). 19-LUG-92 17:16

 ATTENTATO DINAMITARDO A PALERMO (2)  Sul luogo dell'attentato le autoambulanze hanno raccolto decine di feriti per trasportarli negli ospedali della Villa Sofia, del Cervello e del Civico. Tra i feriti vi e' anche un agente della polizia di stato che si pensa sia un agente di scorta. Uno dei primi soccorritori ha segnalato di aver trovato per terra una mano. La zona e' sorvolata dagli elicotteri della polizia e dei carabinieri. ANSA) - 19 LUG (SEGUE).

ATTENTATO DINAMITARDO A PALERMO (3) Sul luogo dell'esplosione giacciono a terra i corpi di quattro persone morte. ANSA) - 19 LUG -

ATTENTATO DINAMITARDO A PALERMO: FERITO GIUDICE BORSELLINO- Nell' attentato di Palermo e' rimasto ferito, secondo le prime notizie fornite dalla polizia, il giudice Paolo Borsellino. Nella violenta esplosione di una automobile imbottita di tritolo, sono rimaste coinvolte l'autovettura del magistrato e le due blindate della scorta. (ANSA) 19-LUG-92 17:47 

ATTENTATO A GIUDICE BORSELLINO- L' attentato al giudice Paolo Borsellino e alla sua scorta (vedi Ansa 099/0A e seg) e' avvenuto in via Mariano D'Amelio, dove abitano la madre e la sorella del magistrato. L' esplosione e' stata violenta e oltre all'auto del giudice Borsellino, sono rimaste coinvolte le due auto della scorta e un'altra decina di autovetture che erano posteggiate lungo la strada. Il manto stradale e' stato sconvolto per una lunghezza di duecento metri. L' edificio vicino al quale e' avvenuta la deflagrazione dell'autobomba e' rimasto danneggiato: muri lesionati, alcune parti crollate, infissi di balconi e finestre divelti fino al quinto piano. (SEGUE).(ANSA) 19-LUG-92 17:58 

ATTENTATO A GIUDICE BORSELLINO (2)- L' autobomba, una Fiat 600 imbottita presumibilmente di tritolo, era stata parcheggiata davanti al numero 21 di via D'Amelio, dove abitano la madre e la sorella del giudice Borsellino. Nella deflagrazione l'autobomba si e' disintegrata e alcuni rottami, dopo un volo di oltre cinquanta metri, sono andati a finire in un giardino dietro un muretto. (SEGUE).(ANSA) 19-LUG-92 18:18

MAFIA: STRAGE A PALERMO, UCCISO BORSELLINO Il giudice Paolo Borsellino e' rimasto ucciso nell' attentato. Il suo corpo, completamente carbonizzato, con il braccio destro troncato di netto, e' nel cortile del palazzo dove abitano la madre e la sorella: Non e' stato ancora riconosciuto ufficialmente, ma alcuni suoi colleghi, fra i primi ad accorrere sul luogo dell'attentato, asseriscono che e' ''certamente'' lui. (ANSA) (SEGUE).

MAFIA: STRAGE A PALERMO, UCCISO BORSELLINO (2) Fra le vittime e' anche una donna, un'agente di polizia che faceva parte della scorta del magistrato. Il suo corpo e' stato trovato nel giardino di un appartamento al piano terreno dell'edificio.(SEGUE).ANSA) 19-LUG-92 18:19 

UCCISO BORSELLINO  L'esplosione dell'autobomba ha provocato danni visibili all' edificio fino all'undicesimo piano. Due coniugi, Mauro e Donata Bartolotta, che abitano al piano terreno dell'edificio davanti al quale e' avvenuta la strage, hanno reso questa testimonianza: '' c' e' stato un boato terrificante che ci ha sbattuto a terra; sembrava un fortissimo terremoto; non ci siamo resi conto di quello che era accaduto se non subito dopo quando siamo fuggiti da casa. Ci siamo salvati perche' in quel momento eravamo in cucina, nella parte retrostante dell'appartamento. Abbiamo visto persone che in preda al panico si lanciavano dalle finestre del primo e secondo piano. Sulla strada c'erano molte automobili in fiamme, c'era un fumo denso, molta confusione, grida, feriti e morti. (SEGUE).(ANSA) - 19-LUG-92 18:46 

UCCISO BORSELLINO (2) Oltre al giudice Borsellino, nella strage sarebbero rimaste uccise altre cinque persone. La notizia e' stata data sul luogo dell'attentato da un capitano dei vigili urbani in servizio nella zona per regolare il traffico. Secondo informazioni della polizia, i feriti sarebbero quattordici civili, alcuni dei quali in gravi condizioni, e un agente. (SEGUE). (ANSA) -19-LUG-92 19:00

UCCISO BORSELLINO (3)  Il ministro dell'Interno, Nicola Mancino, e il Ministro della Giustizia, Claudio Martelli, sono attesi in serata a Palermo. Il figlio del giudice Borsellino, Manfredi, venti anni, e' stato visto aggirarsi sul luogo della strage, tenendosi a distanza, nel timore di dovere apprendere la terribile notizia. Lo ha visto Carmelo Conti, ex presidente della corte di appello, che lo ha stretto al petto senza pero' profferire parola. Nessuno ancora gli ha detto la verita'. In via Mariano D' Amelio e' anche giunto il suocero di Paolo Borsellino, Angelo Piraino Leto, magistrato in pensione che a Palermo e' stato presidente della Corte d'appello. Lo accompagna, sorreggendolo affettuosamente, il giudice Salvatore Scaduto. L' anziano magistrato cammina lentamente fra le carcasse carbonizzate delle automobili coinvolte nell' esplosione sussurrando ripetutamente: ''voglio andare da Paolo, voglio vedere Paolo, portatemi da Paolo''. La moglie di Paolo Borsellino e' nella sua casa di via Cimarosa, in preda a malore. Continua a chiedere a coloro che le stanno vicino notizie di Paolo, ma nessuno ha finora ha avuto la forza di dirle la verita'. (SEGUE).(ANSA) - 19-LUG-92 19:08

UCCISO BORSELLINO (5) Specialisti della polizia e dei carabinieri hanno ispezionato un edificio di fronte a quello dal quale stava uscendo il giudice Borsellino quando e' stato investito dall' esplosione dell'autobomba. Dall' androne o da qualche altra zona di quell' edificio, sarebbe stato possibilead un osservatore vedere uscire il magistrato e azionare il telecomando che ha dato l'impulso per l'esplosione. (SEGUE). (ANSA) -

UCCISO BORSELLINO (6)Due mani completamente carbonizzate sono state trovate, tre ore dopo l'attentato, a settanta e cento metri dall' epicentro dell'esplosione. I resti sono stati raccolti e inviati all' istituto di medicina legale. SEGUE).(ANSA) - 19-LUG-92 20:14

UCCISO BORSELLINO (7)I corpi del giudice Paolo Borsellino e dei cinque agenti di scorta rimasti uccisi nell'esplosione, sono stati trasportati nell' istituto di medicina legale del Policlinico. (SEGUE). (ANSA) - 19-LUG-92 21:14

UCCISO BORSELLINO (8)Nella stessa via Mariano D'Amelio, a pochi metri di distanza in linea d' aria dal luogo dell'attentato, la polizia aveva scoperto nel dicembre 1989 un ''covo'' utilizzato da Antonino Madonia, figlio del boss Francesco, indicato come componente della ''cupola'' mafiosa. Nell' appartamento gli agenti sequestrarono il cosiddetto libro mastro'' delle estorsioni, con l'elenco dettagliato di imprenditori e commercianti taglieggiati dalla cosca. Antonino Madonia venne arrestato un mese dopo, in seguito alla scoperta di un altro ''covo'' in via Imperatore Federico. (SEGUE).(ANSA) - 19-LUG-92 22:18

UCCISO BORSELLINO: GLI AGENTI MORTI Dei cinque agenti della scorta di Borsellino morti nella strage, tre erano di Palermo (Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Agostino Catalano, di 22, 27 e 43 anni), Walter Cusina (28) di Trieste ed Emanuela Loi (25) di Cagliari. Traina e Catalano, sposati, avevano rispettivamente uno e tre figli. (ANSA) - 19-LUG-92 23:17

UCCISO BORSELLINO: LA STRAGE DI PALERMO La potenza strategica e militare della mafia ha dato oggi a Palermo l'ennesimo saggio di sangue, massacrando con tecnica ormai collaudata, l'esplosione di una autobomba, il Procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, fra cui una donna. L' attentato e' stato compiuto alle 17 in punto in via Mariano D' Amelio, vicino alla Fiera del Mediterraneo, alle falde del Monte pellegrino, davanti al civico 19. Quando l'artificiere di ''Cosa Nostra'' ha attivato il radiocomando che ha fatto scoppiare l'automobile imbottita di esplosivo, parcheggiata proprio davanti al portone d'ingresso, il magistrato stava andando a visitare l'anziana madre e la sorella. La deflagrazione, di una violenza inaudita, e' stata avvertita in gran parte della citta'. Anche nella redazione dell'Agenzia Ansa, che dista dal luogo un paio di chilometri in linea d' aria. Il primo flash su quella che via via si sarebbe configurata come una delle piu' orrende stragi firmate dalle cosche, e' stato trasmesso pochi minuti dopo. Quando, sull' eco del boato, hanno cominciato a convergere mezzi delle forze dell'ordine, dei vigili del fuoco e autoambulanze, quanti sono arrivati per primi sul posto non hanno creduto ai propri occhi. L' edificio in cui era diretto il magistrato e' sventrato alla base e segni di lesioni consistenti e infissi divelti fino al quinto piano. Una ventina di automobili che bruciavano, cadaveri e resti umani sull' asfalto. (SEGUE ANSA) -19-LUG-92 22:00

UCCISO BORSELLINO: LA STRAGE DI PALERMO (2) Il caos e' indescrivibile. Il corpo di Paolo Borsellino e' completamente carbonizzato, con il braccio destro troncato di netto. Medici e infermieri, mentre i pompieri spengono le fiamme, si occupano dei feriti, una ventina, gran parte dei quali inquilini del civico 19, investiti dall'onda d' urto dell'esplosione. Per un raggio di duecento metri, immagini di distruzione e morte. Due mani annerite dal fuoco saranno ritrovate due ore dopo a settanta e cento metri dall'epicentro. Sconfortante l'analogia con l'attentato sull'autostrada a Giovanni Falcone: anche oggi, come il 23 maggio scorso, nei primi convulsi momenti Paolo Borsellino e' stato dato per scampato, solo ferito. Poi, la sconvolgente conferma, ufficializzata dal doloroso riconoscimento fatto dal Procuratore della repubblica Pietro Giammanco. Molti i colleghi di Borsellino che si aggirano con espressioni di sgomento. Tocca auno di loro sorreggere Manfredi, venti anni, uno dei tre figli del magistrato ucciso che si aggira in questo scenario dantesco in una sorta di percorso ''periferico'', quasi che abbia terrore di doversi arrendere alla tremenda realta'. Arriva Giuseppe Ayala, neo deputato repubblicano, dieci anni di militanza umana e professionale con Falcone e Borsellino, che abita in un residence distante un centinaio di metri. ''Questa nuova strage -afferma - indica chiaramente, se ve ne fosse bisogno, chi siano gli uomini che sono in pericolo a Palermo''. (SEGUE).(ANSA) - 19-LUG-92 22:07

UCCISO BORSELLINO: LA STRAGE DI PALERMO (3)Il ministro dell'interno Nicola Mancino, accompagnato dal capo della polizia Vincenzo Parisi, il cardinale Salvatore Pappalardo, il neosindaco di Palermo Aldo Rizzo: questi alcuni fra i tanti esponenti delle istituzioni e della societa' che vanno in via D' Amelio. Paolo Borsellino,ritenuto il successore ''naturale'' di Giovanni Falcone sulla trincea antimafia (il suo nome era stato recentemente proposto al vertice della Superprocura), aveva trascorso le ore precedenti all' attentato con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia (l'altra figlia Fiammetta e ' in viaggio in Indonesia) ospiti a Villagrazia di Carini del leader siciliano del MSI avvocato Giuseppe Tricoli, amico del magistrato dagli anni universitari. Alle 16,40 Borsellino ha avvisato gli agenti della scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cusina, Claudio Traina, e Vincenzo Limuli, morti nella strage, e Antonino Vollo, rimasto ferito) di prepararsi per rientrare a Palermo. Ufficialmente nessuno era a conoscenza degli spostamenti di Borsellino, che solo all' ultimo minuto, come oggi, comunicava ai poliziotti addetti alla vigilanza itinerario e destinazione. La mafia comunque sapeva che Paolo Borsellino, e lo aveva dimostrato in molte occasioni, circolando solo per le vie di Palermo, non rinunciava ad un minimo di vita ''normale''. La mafia sicuramente sapeva che tra le tappe ''obbligate'' c'era la visita all' anziana madre. (ANSA)

L’INTERVISTA ALL’AVV. ROSALBA DI GREGORIO  “Da Mr. X all’Fbi, ecco i misteri del Depistaggio” | VIDEO di Davide Guarcello 19 Dicembre 2020 IL SICILIA  del pentito Gaspare l’inattendibilità del fal Vincenzo Scarantino. La sentenza del processo Borsellino quater ha sancito che quello fu “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”. Abbiamo ripercorso quindi le tappe delle nuove indagini con l’Avv. Di Gregorio, tra le prime ad aver smascherato Scarantino. Un lavoro lungo, necessario per cercare di far conoscere a tutti gli elementi che sono emersi dopo 28 anni da quella strage che cambiò profondamente Palermo, la Sicilia e l’Italia intera.

Avvocato Di Gregorio, lei è stata tra le prime a smascherare le farloccate di Scarantino e il depistaggio di via D’Amelio… «Ho provato a smascherare. Ma non ci sono riuscita, è evidente…»

Qual è stato l’elemento chiave che le ha suggerito che quello era un falso pentito? «Beh il primo in assoluto, direi proprio “a pelle” è questo: un soggetto quale Scarantino, lo spessore umano e delinquenziale di questo personaggio, non erano assolutamente compatibili col ruolo che si era dato nella strage. Secondo: il ruolo che si era dato era esagerato, e su questo sono d’accordo tutti. Riina per problemi prudenziali aveva settorializzato i dati di conoscenza: quindi chi, ad esempio, si occupava di reperire l’esplosivo, non doveva conoscere le fasi successive, né i soggetti coinvolti; questo perché già all’epoca si erano verificate le prime defezioni in Cosa nostra, ed il fenomeno del pentitismo era diffuso. Scarantino invece sapeva tutto: dalla fase pseudo-deliberativa-organizzativa (quella baggianata di Villa Calascibetta, che era ridicola di suo) fino alle fasi del caricamento dell’esplosivo, del reperimento dell’autobomba, del trasporto in via D’Amelio e – de relato – di chi premette il telecomando. Tutto ciò, in un quadro in cui le riunioni di Cosa nostra si facevano, per prassi, in quattro o cinque. Ma l’elemento sconvolgente fu proprio la descrizione della riunione di Villa Calascibetta: Scarantino racconta che mentre la Commissione parla di far fuori Borsellino, lui entra, apre il frigo e beve l’acqua! Se conosci un minimo i processi di Cosa nostra sai benissimo che è una cosa impossibile. Entrare in una riunione della Commissione? Se ciò fosse successo lo avrebbero ammazzato all’istante. I pm allora ce la “riciclano” come riunione operativa per il furto della 126. Mi chiedo: c’è bisogno che Riina e tutto il Gotha si riunissero per dare l’incarico ad un cretino di rubare la macchina? No; bastava che il capo mandamento della Guadagna dicesse che gli serviva un’auto da rubare… e basta. Quindi la sua ricostruzione non stava né in cielo né in terra e lascia spiazzati. Quindi per me, ma non solo, era evidente già all’epoca che Scarantino mentisse. Tra l’altro non ci sono, né vi erano, riscontri al suo racconto: l’unico era che era scoppiata una 126 rubata alla Signora Pietrina Valenti e che è stato trovato un blocco motore di una 126 in via D’Amelio… E qui mi sovviene un altro dubbio: ma perché, siamo sicuri che è stato trovato il blocco motore di una 126?Perché io nelle immagini non lo vedo…»

Ecco, lei sta anticipando una delle mie domande: la targa è stata trovata solo tre giorni dopo, il 22 luglio. E il famoso blocco motore della 126 nelle immagini del 19 luglio «non c’era… andava creduto per fede», scrive lei nel suo libro “Dalla parte sbagliata”. «Allora: la strage è avvenuta il 19 luglio; il 20 all’ora di pranzo, dopo le 13 circa, viene ufficialmente ritrovato il blocco motore dai tecnici nominati dalla Procura: Vassale, Cabrino, De Logu ed Egidi. Questi sono i consulenti che faranno la relazione sull’esplosivo. Quando gli abbiamo chiesto chi lo ha trovato, risposero: “Beh, un po’ tutti…”. Quindi “un po’ tutti” hanno trovato un blocco motore di 80 kg che non hanno mai fotografato, mai ripreso con un filmino… Non si può non evidenziare come non sia un oggetto invisibile visto che è di 80 kg! Non essendoci agli atti il momento di visualizzazione (per carità, anche il momento poteva essere fasullo) di questo blocco in sito, questa circostanza ha provocato, in noi difensori, una notevole curiosità; curiosità che si è acuita quando nel processo Borsellino bis abbiamo raccolto le dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca, che tra le altre cose dice: “A me Biondino mi ha detto: ‘Perché non gli dici a Pietro Aglieri che gli imputati si trovano un bravo perito per la macchina?’”. Viene subito da pensare: Se la macchina è quella e l’esecuzione è quella, perché ci deve mettere il perito? Un altro momento di riflessione e di dubbio sul tema mi verrà quando per caso vengo a sapere da un vigile del fuoco che assistevo per una separazione, che gli stessi avevano girato delle immagini video il 19 luglio. Facciamo quindi la richiesta alla Procura per avere le immagini ma ce le negano; le otterremo poi nell’appello del Bis. A quel punto chiediamo di proiettare il filmato in Aula e la Corte dà l’ok, insieme alle immagini della Scientifica: e guardi che è un rischio perché – in una Corte d’Assise, con giudici popolari – con quelle scene, i cadaveri fatti a pezzi, non è bello psicologicamente rispetto ai tuoi assistiti perché stai mostrando uno scempio che nelle ipotesi di accusa avrebbero commesso loro. Ma il rischio era doveroso andarlo a percorrere. E nelle immagini trasmesse in Aula, sia dei Vigili del Fuoco che della Scientifica, il blocco motore non si vede. All’epoca insistetti parecchio su questa cosa. A ciò si aggiunse che, in fase della famosa ritrattazione di Como, Scarantino raccontò che un tale “Giampiero Valenti” – ma in realtà poi scoprimmo trattarsi di “Giampiero Guttadauro” (del gruppo d’indagine Falcone-Borsellino) – gli avrebbe detto che “la polizia aveva riempito una 126 di esplosivo e l’aveva fatta scoppiare a Bellolampo per tarare la quantità di esplosivo necessario”. Da ciò Scarantino dedusse che i pezzi della 126 trovati in via D’Amelio erano quella di Bellolampo; ma questa è una fesseria, una stupidaggine che deduce lui».

Quindi ad oggi non ci sono certezze sull’autobomba? Sul piano processuale sembra di sì poiché la Procura attuale ha fatto sviluppare alla DIA una consulenza sulle immagini prese dalle tv locali. Si arrivò così ad un frame nel quale si vede un aggeggio che indicano con “elevata compatibilità” come il blocco motore della 126. Spatuzza non apporta nulla a questo perché racconta solo del furto della macchina fatto da lui, dello spostamento nel garage di via Villasevaglios e lì ci dice del soggetto strano, esterno a Cosa nostra, Mr. X, rimasto ignoto fino ad oggi, che si occupa dell’esplosivo. Nel Borsellino Ter, il pentito Giovan Battista Ferrante riferì: “Biondino mi disse che erano contenti perché fino a quando assicutano (seguono, ndr) la macchina e Scarantino, noi siamo tranquilli perché lì ci abbiamo messo un fusto di calce di 200 litri”. Avevo chiesto di approfondire questo aspetto, ma i giudici del Ter gli dissero: “Ma scusi lei ora la tira fuori questa dichiarazione? Se la sta inventando ora?”, e lui rispose che lo aveva detto subito, ma i pm lo avrebbero bloccato dicendogli: “Se la rimangi questa dichiarazione, perché se c’è una cosa di cui siamo certi è che lì è scoppiata una 126”. Peccato che di tutto ciò non c’è un verbale, ma questo non ci stupisce, visto che sono di più i verbali scomparsi che quelli ritualmente depositati. Di recente, con un grande lavoro, da parte della Procura di Caltanissetta, di scavo negli archivi, abbiamo trovato di tutto nei “fascicoli ignoti”: i brogliacci e le bobine delle intercettazioni tra Scarantino e i pm, il programma di protezione di Scarantino, ecc… Solo dopo il ritrovamento delle intercettazioni il Dott. Bo, i funzionari e gli altri agenti si sono ricordati dell’esistenza di quelle intercettazioni. Al Borsellino Quater chiesi a Bo e ai pm (Palma, Petralia, Di Matteo, Giordano) se Scarantino avesse un telefono. “Non lo sappiamo”, invece lo sapevano! Lo hanno intercettato nella sua località protetta, facendoci pure delle conversazioni, che poi hanno stralciato e inserito in un faldone “Ignoti”».

Intercettazioni dove non mancano numerose “anomalie”, dato che alcune sembrerebbero essere state manipolate e spente nei momenti in cui parlava coi magistrati… «Questa è un’ulteriore cosa. Ma senza arrivare al momento patologico dell’interruzione delle intercettazioni (che non è un’anomalia, ma un reato) il problema è già a monte. Perché quando interrogammo tutte queste persone come testi, quindi sotto giuramento, al processo Quater, chiesi: “Se Scarantino rilascia l’intervista ad Angelo Mangano di Studio Aperto, come la fa? Per forza un telefono doveva avere, dato che non poteva uscire in quanto ai domiciliari e sotto protezione h 24…” I pm mi risposero che non ne sapevano niente, nemmeno su quale fosse la località protetta».

Chi erano questi pm? «Palma, Di Matteo, Petralia, Giordano… L’unico che non ha potuto rispondere in primo grado, perché è venuto in sedia a rotelle e su certe cose non ricordava, era il Dott. Tinebra (l’allora Capo della Procura di Caltanissetta) che era in condizioni di salute non buone e poco dopo morì».

Nel suo libro lei ha scritto: «Facile oggi attribuire la colpa di questo depistaggio colossale al solo Arnaldo La Barbera che è morto. Ma dietro, chi c’era? …L’esplosivo lo porta Spatuzza, ma il Semtex chi lo porta?» Garage via Villasevaglios, Spatuzza e l’uomo misterioso – frame film “La Trattativa” «Già nel momento in cui fu scritto il libro “Dalla parte sbagliata”, che ormai oggi è vecchio (prima pubblicazione nel 2014, seconda nel 2018, ndr) visto che naturalmente i processi sono andati avanti, era presente l’idea che nella strage vi fosse una mano diversa, cioè una compartecipazione di “pezzi delle istituzioni” per essere generici. Perché parliamo di una strage dove sparisce l’agenda rossa… ed a Totò Riina o a Graviano dell’agenda rossa di Paolo Borsellino non gliene poteva fregare di meno. Di un processo nel quale ora emerge la figura del Mr. X di cui parla Spatuzza, ma dove i dubbi sulle “presenze strane” a noi sono venuti fin dall’inizio. Perché, ancora, noi abbiamo i tecnici dell’FBI che arrivano a Palermo a momenti prima dei nostri. Ecco, evidenziando questo ultimo punto, questo è un elemento che la gente ignora: tutti i reperti della strage di via D’Amelio, per ordine di Tinebra, sono stati rastrellati e inseriti dentro 60 sacchi neri (tipo quelli della spazzatura) dall’FBI, che li ha caricati dentro ad un furgone e mandati a Roma, alla Scientifica, a disposizione solo dei tecnici dell’FBI. E perché?!? Tra l’altro non ci hanno relazionato nulla; dai reperti relativi alla 126, ai pezzi della carrozzeria, al blocco motore, come li hanno tirati fuori? Orbene, qui c’è nella fase iniziale, qualcosa che sconvolge. Solo che quando io ho evidenziato queste circostanze al processo d’appello del Borsellino Bis, unitamente alla dichiarazione di Ferrante sul fusto di calce, mi è stato risposto, nella sentenza, scrivendo che “l’Avv. Rosalba Di Gregorio ipotizza complotti istituzionali, nel tentativo vano di difendere i suoi clienti”. E sono stata perfino rimproverata per avere fatto notare una ulteriore circostanza che trovavo (e trovo ancora) assai strana: a tre quarti d’ora dalla strage (avvenuta alle 16:58, ndr) esce un lancio dell’agenzia ANSA che dice che la polizia di Palermo li informa che è scoppiata una Fiat di piccole dimensioni (una 600, una Panda o una 126). Un momento: la Polizia di Palermo a soli tre quarti d’ora dalla strage non sa niente, non poteva saperlo, perché il blocco motore da cui si dedurrà che è una macchina Fiat, e che è di una 126, sarà trovato solo l’indomani, il 20 luglio, dopo le 13! Ci sarà bisogno di un tecnico della Fiat di Termini Imerese per confermare che quello era un blocco motore di una 126. Dopo una telefonata alla Fiat di Torino, controllano il numero di matricola e verso le 17,30 del pomeriggio del 20 luglio abbiamo la conferma che la macchina è una 126, rubata.

Mentre l’ANSA dopo neanche un’ora già sapeva tutto.   Peggio ancora: il Sig. Orofino (il proprietario dell’officina di Brancaccio da cui furono rubate le targhe per metterle nella 126 rubata alla signora Pietrina Valenti) la mattina del 20 luglio va a fare giustamente la denuncia del furto di targhe al commissariato di Brancaccio. Lì un ispettore si insospettisce perché Orofino saluta un sorvegliato speciale con obbligo di firma. Nell’arco di pochi minuti Orofino sarà perquisito e fermato come sospetto. Sarà poi arrestato, processato e condannato all’ergastolo per concorso in strage. È quello che nelle immagini di repertorio, alla lettura della sentenza di condanna, si sbatte disperato la testa contro la gabbia. Lui poi si rivelerà completamente innocente; adesso è morto e gli eredi attendono un risarcimento dallo Stato. Io chiederò poi all’ispettore perché si era insospettito, visto che Orofino aveva denunciato un furto di targhe dalla sua officina, e lui mi rispose: “Perché erano targhe di 126”. – E quindi? – “Eh, siccome lì era una scoppiata una 126…” – No, fermo un attimo: tu la mattina del 20 luglio non puoi sapere che lì era scoppiata una 126, perché lo sapremo solo nel pomeriggio! Quindi, avendo rilevato queste “stranezze” lo faccio presente al Presidente in Aula: Qui c’è una mano ignota. Di conseguenza, in sentenza verrò citata come quella che ipotizza complotti istituzionali… Allora l’agenda rossa l’ho forse presa io? Poi è spuntato Spatuzza che ci ha parlato della presenza esterna alla mafia. Anche nelle stragi del 93’ lui mette presenze di Servizi di sicurezza coinvolti, ecc… Nel garage di via Villasevaglios lui parla di un Mr. X esterno a Cosa nostra; non lo riconosce e in quanto cattolico non si sente di accusare qualcuno senza esserne certo».

C’è pure l’ispettore Maggi, uno tra i primi ad arrivare in via D’Amelio, a denunciare la presenza di strani soggetti appartenenti ai Servizi segreti “tutti in giacca e cravatta, tutti cu’ stesso abito, senza una goccia di sudore… Come facevano a essere lì dopo 10 minuti?” «Esatto. Quelli che sono arrivati sul posto per primi, nei processi per strage non ce li hanno mai fatti sentire. Solo adesso, col Quater e il processo Depistaggio se ne parla. Questa testimonianza di Maggi è del 2013 e solo oggi nel 2020 ce lo stanno facendo risentire. Lui arriva tra i primi con un’altra pattuglia e cerca di transennare l’area come poteva… Anche se, come si vede nelle immagini, in via D’Amelio c’era il caos: chiunque entrava e usciva, calpestando anche pezzi di cadaveri. L’ordine di recintare arrivò dal magistrato di turno intorno alle 19, se non erro. Tra parentesi, sul piano della conservazione delle prove: dopo che hai spazzato tutto e dopo che chiunque calpestava reperti, cosa è stato inserito nei sacchi neri? Cosa è stato preso? Ci ritorno su questo punto perché per me è fondamentale: non abbiamo il contenuto inventariato dei sacchi dell’FBI e non sappiamo con certezza cosa vi sia dentro perché hanno scritto: “Si sequestra quanto ivi contenuto”. Quindi, se qualcuno toglie qualcosa o ne mette un’altra non lo sapremo mai, perché tanto è sequestrato “quanto contenuto”. Non viene specificato cosa».

A proposito di questo, sappiamo che anche a Capaci intervenne l’FBI. Ha ragione allora l’Avv. Genchi a suggerire indagini sulla “pista americana”? «Su questa cosa sono d’accordo con Gioacchino Genchi. La sua ricostruzione è abbastanza credibile, anzi tanto credibile da risultare inquietante. Perché noi abbiamo un allontanamento da parte degli USA dopo i fatti dell’Achille Lauro. Allora “si rompono i telefoni”, come si dice dalle nostre parti. Ha ragione lui. Il “CAF” che c’era allora, con Craxi, Andreotti e Forlani, poi va in disgrazia. Avremo Andreotti sotto processo e Craxi finito come sappiamo… senza entrare nel merito di Tangentopoli. Contestualmente abbiamo la presenza dell’FBI, con queste figure autorizzate dal ministro della Giustizia Martelli, ma richieste e chiamate da Tinebra, il quale si è mosso in maniera abbastanza strana, anomala. Anche rispetto al coinvolgimento dei Servizi, perché le indagini sulla strage di via D’Amelio non puoi farla fare al Sisde (con Bruno Contrada, ndr), dato che è illegale. Irrituale. Per tornare a Capaci: noi abbiamo una strana dinamica per quel che riguarda l’esplosione. Non c’è dubbio. Io non ci credo, non ci crederò mai, allo scoppio di quel cunicolo che i mafiosi pentiti dicono di avere riempito con lo skateboard, come si vede nei film. Perché non è fisicamente possibile che sia saltata in aria l’autostrada col nitrato di ammonio, senza che le due estremità del cunicolo venissero murate. Sarebbe sfiatato tutto dai lati. Non ho tecnicamente affrontato questo aspetto, ma credo ad un coinvolgimento esterno, o al riempimento di un cunicolo successivo, da parte di esperti, e non di mafiosi. Quindi la teoria del “doppio cantiere” (cioè l’ipotesi oggetto delle nuove indagini, secondo cui non fu Brusca a premere il telecomando, ma che ci fosse un secondo telecomando e un secondo team esterno a Cosa nostra coinvolto nella strage, ndr) non mi pare una cosa campata in aria. Non l’ho approfondita tecnicamente, ma il pezzo di viadotto successivo a quello che è saltato in aria era stato dato dall’Anas in appalto prima del 23 maggio a un’impresa privata di Altofonte vicina ai mafiosi Gioè e Di Matteo. I lavori furono consegnati alla vigilia della strage! Siccome questa cosa era assai allarmante, all’epoca feci fare un’Interrogazione Parlamentare tramite il senatore Pietro Milio dei Radicali, ma non abbiamo mai ricevuto una risposta. Quindi, quando Gioacchino Genchi viene sentito come teste, io non l’ho messo in contestazione su questi argomenti. Anzi, sono perfettamente d’accordo con lui. Credo ad un coinvolgimento esterno. Non dico degli americani… ma di Servizi di sicurezza non istituzionali (e non deviati). La posizione della Sicilia del resto è strategica nel Mediterraneo, quindi è chiaro che possa esserci stato un interesse esterno. Andava approfondito processualmente questo aspetto. Ma – dopo che il teorema Buscetta è passato in Cassazione, per il Maxi – l’ordine di “scuderia” dell’epoca era di chiudere tutto e dare la colpa solo alla mafia. Adesso invece si stanno riaprendo le indagini. Basta vedere le accuse, ai poliziotti e ai pm dell’epoca, di calunnia aggravata. Il reato di depistaggio non si può applicare perché all’epoca non c’era. È comunque un fatto assai grave, con un capo di imputazione molto pesante».

La Procura di Messina nel frattempo ha chiesto l’archiviazione delle indagini sui pm Palma e Petralia. Lei però ha presentato ricorso contro l’archiviazione. «Si, perché io penso che il lavoro della Procura di Messina si sia concluso un po’ troppo presto. Non puoi chiedere l’archiviazione senza tenere conto delle testimonianze raccolte in tutti i processi Borsellino (dall’Uno al Quater), limitandoti a estrapolare degli spezzoni di frasi. Nelle carte nascoste nei faldoni ignoti abbiamo trovato le telefonate dei pm. Come si fa a ritenerle “neutre” quando si sente Petralia dire: “Scarantino, ci dobbiamo tenere molto forti perché siamo alla vigilia della deposizione. Noi verremo sicuramente giovedì, ci saranno anche il dottore Tinebra e probabilmente anche il dottor La Barbera, quindi tutto quanto lo staff delle persone che lei conosce e… lei potrà parlare con Tinebra, con La Barbera di tutti i suoi problemi… e contemporaneamente iniziamo un lavoro importantissimo che è quello della sua preparazione Se questa è una dichiarazione “neutra”…! A me fa piacere apprendere (dice con sarcasmo l’avv. Di Gregorio, ndr) che i pm “preparino” i pentiti prima del dibattimento. Di certo quello di Scarantino non sarà stato l’unico caso. Il problema però è che se il soggetto oggi si è rivelato falso, andiamoci piano nel dire che quelle intercettazioni sono “neutre”, perché per me non lo sono. Una cosa è aggiustare i ricordi, un’altra è raccontare cose senza essere mafiosi. Scarantino era solo un balordo della Guadagna cui fu fatto studiare e recitare un copione. Ciò prevede non solo la conoscenza del processo sul depistaggio ma anche tutti i processi su via D’Amelio. La sentenza di primo grado del Ter firmata dall’attuale procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, nell’analizzare Scarantino scrive di fare attenzione e non tenere conto delle sue dichiarazioni, perché c’è il sospetto che con gli altri due collaboratori Andriotta e Candura (anche loro falsi, ndr) si siano messi d’accordo, non tra loro, ma che qualcuno li abbia fatti mettere d’accordo. Cioè questa sentenza anticipa quanto si scoprirà dopo. Molto prima delle dichiarazioni di Spatuzza. Quindi era già chiaro che Scarantino fosse un “pupo”. Già la Boccassini e Sajeva prima del processo Bis avevano avvertito la Procura di Caltanissetta con due lettere. Lettere che spariscono per anni ma che la Boccassini – che non è l’ultima arrivata – aveva inviato anche a Palermo, a Caselli.  Spariscono per anni anche i confronti tra Scarantino e i pentiti Cancemi, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera. Confronti che ritroviamo solo dopo molti anni. E sono confronti importanti perché questi pentiti smascheravano Scarantino. I pm applicarono il principio della “parcellizzazione della chiamata”: cioè se un pentito dice una fesseria, anziché buttare tutto si salva ciò che serve, ciò che è riscontrato, lasciando “vivere” il resto delle sue propalazioni. Qui invece hanno applicato il principio male, anzi al contrario: non depositando i confronti che smascheravano Scarantino. Quindi hanno nascosto sotto al tappeto le informazioni che lo avrebbero fatto mettere in discussione! E vorrebbero farci credere che tutto questo è involontario? E perché? A Messina hanno preso gli atti da poco… tutto sommato solo un anno di indagine. Ci sono pure dei passaggi che non sono stati approfonditi come quello del pentito Francesco Marino Mannoia che smaschera Scarantino “dopo 30 secondi” e che invece per i pm avrebbe confermato la “mafiosità” di Scarantino. Dalle indagini di De Lucia (Procuratore di Messina, ndr) si è scoperto pure un altro tema non approfondito: quello degli avvocati di Scarantino. L’Avv. Santino Foresta ha detto che durante un interrogatorio accadde un episodio strano con Scarantino che prima ritrattò, poi uscì dall’aula e infine tornò sui passi ritrattando di nuovo. Ma manca il verbale, ci sarebbe circa un’ora di buco nell’interrogatorio. Quindi bisognerebbe approfondire questo tema, e non archiviare le indagini».

Lei ha puntato il dito contro il pm Nino Di Matteo. Nella richiesta di archiviazione di Messina lei ha sottolineato un passaggio su Di Matteo e ha scritto: «Non si doveva dare il piano di protezione a Spatuzza per non far pensare alla gente che il processo su via D’Amelio fosse fondato su falsi pentiti! Esilarante… o forse drammatico…». «Questo lo scrive in una nota la Procura di Messina. Su Di Matteo io ho sempre parlato apertamente, non sono una che si nasconde dietro il dito. Lui non c’è nella prima fase in cui Candura (altro falso pentito) accusa Scarantino. Poi arriva Andriotta (altro falso pentito) che serviva come “ponte” per confermare l’autoaccusa di Scarantino sull’esecuzione della strage, e anche in questa fase Di Matteo non c’è. Lui arriva, se non erro, nel novembre 1994, chiamato da Tinebra visto che nel frattempo si era alzato un polverone con le lettere della Boccassini che abbandonò le indagini e la pista Scarantino. Tinebra allora chiama il giovane magistrato Di Matteo e gli dice: “Azzera tutto, parti da capo e vai a interrogare Scarantino”. Ciò non è molto rituale, visto che già si erano raccolte le dichiarazioni. Cosa doveva fare? Fargliele aggiustare? Boh… In questa fase il “pupo” è vestito, così come i “pupi” che lo hanno preceduto; quindi nella prima fase Di Matteo è assolutamente “vergine”. Ma poi lui c’è all’udienza preliminare del processo Bis, e me lo ha ammesso, mentre prima sosteneva di no. C’erano lui, la Palma e Petralia. È l’udienza nella quale avevamo chiesto i famosi confronti “spariti”. Lui partecipa ai confronti. Lui raccoglie le dichiarazioni intercettate tra il pentito Santino Di Matteo e la moglie Castellese…».

Cioè? «C’è un’intercettazione tra i due nelle fasi in cui il figlio del pentito viene rapito (poi verrà sciolto nell’acido, ndr). La Castellese dice al marito Santino Di Matteo di tapparsi sostanzialmente la bocca e non parlare dei “poliziotti infiltrati coinvolti nella strage di via D’Amelio”. Questa intercettazione è del 14 dicembre 1993, ma l’indagine lui la fa con Petralia nel 1997. Questo non è un elemento di poco conto, perché quella intercettazione è sconvolgente. Inoltre, il giornalista di Mediaset Angelo Mangano ha testimoniato che nell’intervista integrale di Studio Aperto, c’era una parte tagliata non mandata in onda in cui Scarantino accusava Arnaldo La Barbera. La moglie di Scarantino e i familiari lo sostengono e attaccano tutti La Barbera. Le accuse quindi vengono non solo dalla moglie di Scarantino, ma anche dalla signora Castellese. Quindi, era il caso di porsi un dubbio nel momento in cui agiscono i poliziotti. No, alcuni magistrati hanno fatto le manifestazioni di solidarietà per La Barbera. Avrebbero fatto meglio a svolgere indagini su Arnaldo La Barbera! Anche perché prima che si penta Candura (quindi teoricamente quando ancora brancoliamo nel buio), è stata realizzata una relazione dei Servizi di sicurezza che diceva dove era allocata l’autobomba; è stato, dunque stilato il copione che poi reciterà Scarantino. Siamo ad agosto del ’92 e i Servizi riportano una dinamica che hanno appreso da fonti della Polizia di Palermo, che guarda caso sarà quella che reciterà Scarantino e che sarà falsa perché il magazzino indicato non era quello, ma era il garage di via Villasevaglios indicato da Spatuzza. Quindi tutte queste cose, tutti questi sospetti, non hanno destato interesse. Continuando a parlare di Nino Di Matteo, le intercettazioni che sono state trovate negli archivi nascosti della Procura dimostrano per esempio altre cose: i magistrati sapevano perfettamente chi c’era lì di servizio con Scarantino. Si sentono ad esempio la Palma e Petralia dire: “Ah c’è lì tizio? Allora passamelo…” Quindi non è vero che non conoscevano l’attività di questi poliziotti, piazzati lì h 24 a casa di Scarantino o nei dintorni. E poi per fare cosa? Questo è un altro dei misteri di questo processo: perché da Palermo partivano gruppi di questi poliziotti del gruppo “Falcone Borsellino” per andare in Liguria nella località protetta di Scarantino? Non era previsto nel programma di protezione. C’era pure una donna per proteggere la moglie di Scarantino, perché lui era geloso. Tutto ciò agli altri collaboratori non è stato mai fatto. È stato fatto di sostegno a lui perché lui era un pentito farlocco. Abbiamo scoperto che nelle telefonate che lui faceva a Bo, ai pm, all’avvocato… minacciava spesso di andarsi a costituire in carcere perché non ce la faceva più. Perché recitare quel copione era diventato insostenibile. Se ne andava in tilt quando qualcuno lo smentiva, e tra l’altro si trattava di un soggetto abbastanza labile, come certificato nel foglio di congedo militare, che lo riformava per problemi mentali. Tutto questo era prodotto agli atti e non se ne interessò nessuno. Quindi questo era: pazzoide, inconsistente come caratura mafiosa, e ha reso un percorso che certamente non è di costanza di dichiarazioni».

Lei scrive: «Singolare è che, per sentire la Sig.ra Castellese, i pm (Di Matteo e Petralia) siano assistiti da Michele Ribaudo, Giuseppe Di Gangi e Mario Bo». «Sì, certo. Questo è proprio una considerazione estremamente banale. Cioè, se so che nell’intercettazione la signora Castellese parla di poliziotti infiltrati in via D’Amelio, la interroghi: A) con dei poliziotti davanti? e B) con quelli che si sono occupati delle indagini di via D’Amelio? Ciò mi sembra veramente incredibile! Ma intanto è stato fatto…».

Qualcuno la definì “l’Avvocato del Diavolo” per aver difeso il Gotha di Cosa nostra. Su tutti Provenzano. Convive ancora questa definizione o la “scoperta” del depistaggio di via D’Amelio le ha permesso di scrollarsi questa “nomina” di dosso? «No, questo no perché fa comodo. Su certa stampa ho letto il consiglio dato a Lucia Borsellino e soprattutto a Fiammetta di non trattare me, perché io sono “l’Avvocato del diavolo”, perché ho assistito mafiosi e sono quella che attaccava la vecchia compagine della Procura dell’epoca. Non c’è la sensibilità (né la volontà) di far capire alla gente che il diritto alla difesa è inviolabile e che il difensore non può e non deve essere confuso con o, qcomunque, paragonato al suo assistito; a livello istituzionale dovrebbe enfatizzarsi, agli occhi della gente, che l’avvocato non sposa i suoi assistiti: una cosa è la professione nobile dell’avvocato, un’altra è il fiancheggiatore del cliente. Ma evidentemente a qualcuno fa comodo sovrapporre e confondere le due figure. Evidentemente ciò che sta succedendo in altre parti del mondo (come ad esempio in Turchia) non è poi così diverso da quel che accade da noi. Solo più eclatante. Eppure sulla carta, l’avvocato riveste un ruolo che non è inferiore rispetto a quello svolto, ad esempio, dalla pubblica accusa. Fateci caso, con l’introduzione del nuovo (ormai non tanto visto che risale al 1988) codice di procedura penale, sono cambiati anche i “segni”: al dibattimento ora noi avvocati siamo seduti sullo stesso piano dei pm. Una volta loro erano alla destra del giudice, adesso invece sono scesi e sono sul nostro stesso livello. La stessa toga che ho io sulle spalle l’hanno sia i pm che i giudici. E l’ordinamento – che non è sbagliato – prevede persino la revisione dei processi, anche dopo tre gradi di giudizio. Quindi qui di infallibile non c’è nessuno, nemmeno i magistrati. Solo che loro non pagano. Alcuni si sentono “unti dal Signore” e chi li contrasta è un “eretico” o un “diavolo”. Quindi è difficile che questa cosa si scrolli di dosso.  Con buona pace di chi parla della necessità dell’inserimento in costituzione della figura dell’avvocato. Dopo la sentenza di revisione, nell’analisi del perché si è arrivati ad un errore giudiziario, alcuni soggetti sono stati definiti diciamo “ingenui” per non aver saputo capire l’inattendibilità di Scarantino. Ciò di fatto si concretizza in un tentativo di minimizzare i risultati conseguiti in questi ultimi anni. L’obiettivo che mi sono prefissa però l’ho raggiunto: chi aveva preso un ergastolo “gratis”, cioè da innocente, è uscito di galera. Certo, questi soggetti hanno le vite devastate e attendono un risarcimento per ingiusta detenzione dallo Stato. Così come io attendo ancora i miei onorari per il lavoro svolto. Questo non interessa a nessuno. Ma almeno quando vado a dormire la sera, so che ho la coscienza pulita. Il mio compito l’ho svolto. Non so quanti – dall’altra parte – possono dire la stessa cosa».

 

I buchi neri della Strage di via D’Amelio: ecco i misteri irrisolti  di Davide Guarcello 17 Luglio 2019 IL SICILIA La prima svolta nelle indagini sulla Strage di via D’Amelio in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino è arrivata col “Borsellino quater” che ha certificato nel 2017 il colossale depistaggio (“uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”) messo a segno probabilmente dalle “menti raffinatissime” di cui parlava Falcone.  E mentre il processo sulla Trattativa Stato-mafia si è concluso in primo grado con condanne pesantissime (LEGGI QUI), nel 2019 è arrivata la seconda svolta: per quel depistaggio sono sotto accusa anche due pm che all’epoca gestirono il falso pentito Vincenzo Scarantino: Anna Maria Palma e Carmelo Petralia.  Sono quindi ancora tante, oggi, le domande senza risposta e i misteri attorno alla strage del 19 luglio 1992. Oltre alla matrice mafiosa, si cercano anche i cosiddetti “mandanti occulti” e i depistatori di Stato.  Ecco una carrellata sui quesiti rimasti aperti, i “buchi neri” di via D’Amelio.

L’UOMO MISTERIOSO NEL GARAGE Il primo e tra i più inquietanti aspetti mai indagati a fondo è la presenza di un uomo misterioso, esterno a Cosa nostra, di cui parla il pentito Gaspare Spatuzza quando racconta del furto e della preparazione della Fiat 126 con 90 chili di tritolo. In un garage di via Villasevaglios 17 c’è anche questa oscura presenza, mai individuata con certezza. Nel 2009 Spatuzza lo aveva indicato come un appartenente ai servizi segreti, e indicandolo in Lorenzo Narracci, braccio destro di Bruno Contrada e 007 del Sisde, il cui numero di telefono è presente anche in un foglietto rinvenuto nei pressi del cratere di Capaci. Lo 007 era pure residente in via Fauro a Roma, teatro della strage del ’93. Tre singolari coincidenze o qualcosa di più? Spatuzza lo riconoscerebbe durante un confronto all’americana, salvo poi fare un leggero passo indietro nel 2010, parlando solo “di una certa somiglianza” con quell’uomo misterioso. Ad oggi questo “uomo nero” resta senza un volto e un nome.

IL TELEFONO INTERCETTATO Come facevano i mafiosi a sapere gli orari e gli spostamenti esatti di Borsellino di quella domenica? Il giudice aveva l’abitudine di andare a trovare la madre in via D’Amelio (colpevolmente lasciata senza zona rimozione, altro “buco nero”), ma la visita di quel giorno fu im La Procura di Caltanissetta incaricò il commissario Gioacchino Genchi di svolgere una perizia sul telefono di casa di Rita Borsellino, la sorella del giudice che abitava con la madre in via D’Amelio: dalle testimonianze emerse che c’erano stati precedentemente strani rumori di fondo nelle telefonate, oltre ad “alcuni squilli anomali”. Per il consulente, il telefono quindi poteva essere stato intercettato. A confermare questa pista, dopo tanti anni, nel 2013, lo stesso Totò Riina, intercettato al carcere di Opera. A colloquio con la sua “dama di compagnia” Alberto Lorusso, Riina rivelò: «Sapevamo che Borsellino doveva andare là perché lui ha detto: ‘Domani mamma vengo’». Fu realmente intercettato quel telefono? E da chi? Secondo le indagini il sospetto autore fu Pietro Scotto, un tecnico della società telefonica Sielte, fratello di Gaetano Scotto, boss dell’Arenella considerato trait d’union fra i vertici di Cosa nostra e ambienti dei servizi segreti deviati. Gaetano Scotto è tra i mafiosi condannati all’ergastolo per la strage e poi rimesso in libertà insieme agli altri 6 boss: Salvatore Profeta, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Giuseppe Urso, Cosimo Vernengo, Gaetano Murana e Vincenzo Scarantino. La sua posizione però sembrerebbe diversa rispetto a quella degli altri ingiustamente accusati della strage: su Scotto peserebbero altre ombre, come l’Addaura e i presunti contatti con Giovanni Aiello, alias “faccia da mostro“.

CHI AZIONÒ IL TELECOMANDO? Dopo tanti anni ancora non si è riusciti a identificare con assoluta certezza chi azionò l’ordigno piazzato sulla 126. In base alle testimonianze dei collaboratori di giustizia Tranchina e Ferrante, sarebbe stato Giuseppe Graviano ad azionare la carica dal giardino-agrumeto che delimita via D’Amelio. Ma è realmente possibile che abbia deciso di esporsi al rischio dell’onda d’urto in un luogo così vicino? Poteva essere facilmente visto da qualche condomino del palazzo. E finora manca una prova tangibile del luogo esatto da cui partì l’input del telecomando. Riina invece dice che fu piazzato direttamente nel tasto del citofono. Fu davvero così? Ancora è un mistero.

LE CICCHE E IL VETRO SCUDATO Un giallo anche il ritrovamento sul tetto di un edificio di fronte a via D’Amelio di cicche di sigarette e un vetro scudato (QUI IL VIDEO de L’Espresso con le analisi della Scientifica).

Il complesso “Iride“, cioè il palazzo dei “fratelli Graziano a 11 piani all’epoca in costruzione, sito a pochi metri dal luogo e con una visuale perfetta sulla strada, venne perlustrato da due agenti della Criminalpol di Catania: Mario Ravidà e Francesco Arena. È la mattina del 20 luglio 1992: sono passate circa 12 ore dalla strage. I due poliziotti individuano il palazzo dei Graziano come possibile punto per azionare l’autobomba. Mentre uno interroga sulle scale uno dei Graziano (legati ai Madonia e ai Galatolo), l’altro poliziotto sale sul tetto dell’edificio e trova 26 piante ad alto fusto a mo’ di copertura, un vetro spesso scheggiato poggiato sul parapetto, molti mozziconi di sigaretta e dei numeri di cellulare. All’improvviso giunge un’altra squadra di poliziotti che blocca i due colleghi della Criminalpol: “Tutto ok, ci pensiamo noi”. Così i due se ne vanno, stilando una relazione di servizio dettagliata. Relazione che inspiegabilmente scompare. Su quei reperti non fu mai fatta l’analisi del DNA, che avrebbe potuto portare a chi verosimilmente pigiò il telecomando da lì o a chi faceva da vedetta.

IL CASTELLO UTVEGGIO Un’altra ipotesi sull’azionamento dell’esplosivo riguarda Castello Utveggio, da cui si ha una visuale ad ampio raggio sul luogo della strage. Agnese Borsellino ha raccontato che suo marito le raccomandò una volta di non alzare la serranda della camera da letto, perché avrebbero potuto spiarli dal Castello Utveggio. Chi c’era lì? Oltre a essere la sede del Cerisdi, per Genchi era una sorta di sede occulta del Sisde (servizio segreto civile) a Palermo: “Con mio disappunto – rivela Genchi – La Barbera convocò Verga (direttore del Cerisdi) palesandogli l’oggetto dell’indagine. Tali soggetti di lì a poco smobilitarono dal castello”. I tabulati telefonici per Genchi dicono che con certezza il Sisde operò da lì, nonostante abbia più volte smentito questa circostanza. I SERVIZI] Oggi sappiamo che Arnaldo La Barbera era a libro paga del Sisde, con il nome in codice “Rutilius”, definito come il “protagonista assoluto dell’intera attività di depistaggio”. Notevole il ricordo del Sovrintendente Francesco Paolo Maggi, in servizio alla Squadra Mobile di Palermo. Maggi arrivò tra i primi, circa dieci minuti dopo il botto delle 16,58: «Uscii da ‘sta nebbia che… e subito vedevo che arrivavano tutti ‘sti… tutti chissi giacca e cravatta, tutti cu’ ‘u stesso abito, una cosa meravigliosa… proprio senza una goccia di sudore». Era «gente di Roma» che lo stesso Maggi conosceva di vista, appartenenti ai Servizi Segreti. Che ci facevano lì in così poco tempo? Guardando attentamente le immagini dell’epoca si vedono in effetti diverse figure losche aggirarsi tra i corpi fatti a pezzi. Si faccia quindi chiarezza identificando questi soggetti, per capire le ragioni del loro vagare con fare sospetto in via D’Amelio. I 100 SECONDI L’esplosione è fissata esattamente alle ore 16:58 e 20 secondi. Dopo appena 100 secondi, alle 17 in punto, Bruno Contrada – in barca con l’amico Gianni Valentino e lo 007 Narracci – chiama dal suo cellulare il centro Sisde di via Roma e, a suo dire, ottiene conferma dell’attentato. In mezzo a quei cento secondi però c’è stata un’altra telefonata: quella che ha avvertito Valentino dell’esplosione. Dunque, in soli 100 secondi: esplode l’autobomba in via D’Amelio; un misterioso informatore (Contrada dice la figlia dell’amico) avvisa da un telefono fisso (non identificabile dai tabulati) dell’accaduto; Valentino a sua volta informa Contrada e gli altri sulla barca; Contrada dal suo cellulare chiama il Sisde e ottiene la conferma sull’attentato. Tutto in soli cento secondi. Come poteva sapere la figlia di Valentino, a pochi secondi dal botto, che – parola di Contrada – “c’era stato un attentato”? E come potevano sapere al Sisde che era esplosa una bomba in via D’Amelio già 100 secondi dopo lo scoppio? Fino alle 17:15 le forze dell’ordine parlavano genericamente di “esplosione” e “incendio in zona Fiera”. Valentino e Contrada, però, in mezzo al mare, già alle 17 sapevano tutto. Contrada per tre volte sarà indagato per concorso in strage e tutte e tre le volte archiviato.

L’AGENDA ROSSA Il mistero dei misteri resta la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. Su questo aspetto si sono scritti fiumi di inchiostro: una telefonata anonima ad un giornalista nel 2005 permise di far trovare una foto finita nel dimenticatoio per 13 anni; nel celebre scatto di Franco Lannino, l’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, con la borsa in mano. Arcangioli fu poi indagato e assolto in via definitiva. Sappiamo comunque che l’ex pm Giuseppe Ayala fu tra i primi ad arrivare in via D’Amelio. Le sue molteplici versioni sulla borsa di Paolo Borsellino sono considerate “contraddittorie” da Fiammetta Borsellino. Di recente Ayala ha replicato nervosamente (LEGGI QUI) alla figlia di Borsellino. E in aula si è scontrato duramente con l’avvocato Fabio Repici (legale di parte civile di Salvatore Borsellino) che puntava a dimostrare l’inattendibilità del teste. “Il collega Ayala – ha detto il pm Nico Gozzo – ha reso diverse versioni… non so quanto tutto questo appartenga al modo di essere di Ayala oppure evidentemente a una voglia in qualche modo di depistare le indagini. Saranno i colleghi di Caltanissetta a stabilirlo”. In un recente editoriale, il cronista Saverio Lodato scrive: «Ripetutamente interrogato sul punto, Giuseppe Ayala, avanti negli anni come tutti noi, a spiegazione di una quasi mezza dozzina di versioni differenti su questa circostanza, si è dichiarato pronto a rendere conto a Dio quando sarà, visto che su questa terra la memoria non lo aiuta più, nel ricordare a quali mani affidò la borsa delle discordia». L’unica cosa certa è che quella borsa tornerà improvvisamente dentro l’auto, ancora fumante e con qualche focolaio da spegnere. Poi la nuova asportazione. La borsa sarà per oltre 6 mesi nell’ufficio di Arnaldo La Barbera, abbandonata. E non appena Lucia Borsellino chiese chiarimenti per l’assenza dell’agenda rossa, fu presa per pazza.

IL DEPISTAGGIO Infine il depistaggio sulle indagini, ormai certo. Chi ha tradito Borsellino? Chi istruì Scarantino suggerendogli bugie condite da elementi di verità? Sono stati solo i tre poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, oggi sotto indagine? O come sostiene Fiammetta Borsellino, alle spalle ci sarebbero alcuni magistrati?

 

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NON SOLO LA BARBERA DIETRO I BUCHI NERI. La Sicilia di Davide Guarcello 19 Luglio 2020 IL SICILIA

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Genchi: “Non solo La Barbera dietro il depistaggio. Ecco i nomi”  La versione integrale dell’intervista esclusiva all’Avvocato Gioacchino Genchi, relativa invece ai misteri di via D’Amelio. Genchi ha rivelato dettagli inediti di quelle indagini e i buchi neri che la contraddistinguono.  

Avvocato Genchi, lei è andato via dal gruppo investigativo Falcone-Borsellino, scontrandosi duramente col suo capo ARNALDO LA BARBERA, a libro paga Sisde con nome in codice “RUTILIUS”, definito dalle sentenze come il “protagonista assoluto dell’intera attività di depistaggio” e addirittura “intensamente coinvolto nell’attività di sparizione” dell’agenda rossa. Lei che è stato a lungo accanto a lui, pensa sia davvero così? «Conobbi La Barbera la vigilia di Ferragosto dell’88; io ero molto impegnato e non riuscii a parlare con lui subito. Lui ebbe il tempo di andare a lamentarsi a Roma col Capo della Polizia Parisi, il quale poi mi convocò dicendomi di andarlo a trovare. Il primo incontro non fu felice perché io avvertii risentimento nei miei confronti; non gli avevano riferito che lo avevo cercato per ben tre volte… Chiarito questo, poi nacque un rapporto di intensa collaborazione che durò fino al 1993.  La Barbera venne perfino a casa mia, a San Nicola L’Arena, dove installammo una base operativa. Nacque un rapporto familiare, data la frequentazione assidua. Vivevamo sostanzialmente blindati. Quando iniziai le mie indagini sui mandanti esterni, su Capaci, sui databank di Falcone, viene fuori che il Dott. Falcone aveva incontrato il pentito Gaspare Mutolo in carcere; e di questo non avevano detto nulla i protagonisti che erano con lui (Gianni De Gennaro e il Dott. Sinisi) che peraltro non so a che titolo erano entrati in carcere con lui. Sapevano di questo incontro, ma prima che io lo decodificassi nei databank che delle “manine di Stato” avevano cancellato, nessuno se lo ricordava. Avevamo un aeroplano a nostra disposizione a Punta Raisi… dei voli di Stato per contrastare al massimo la criminalità organizzata. A un certo punto io e La Barbera veniamo rimossi; quindi i magistrati Ilda Boccassini e Fausto Cardella ci fanno le deleghe ad personam per proseguire le indagini. Al ministero dell’Interno nel frattempo era subentrato Mancino al posto di Scotti. Era cambiato tutto. Anche per Parisi. E aveva preso tutto in mano il prefetto Rossi; ma i magistrati di Caltanissetta – al processo sul depistaggio che vede indagati 3 poliziotti – non gli chiesero il motivo della nomina. In quegli anni La Barbera taroccava le indagini sulle stragi, con lo scopo non solo di fare condannare degli innocenti, ma con l’obiettivo di non perseguire i veri colpevoli della strage di via D’Amelio. È questo forse l’aspetto più inquietante ed eversivo di questa vicenda, per il quale io sono stato destituito dalla Polizia. Dissi queste cose di La Barbera in un convegno pubblico, ho detto cose che oggi sono in sentenze di revisione definitive; ma i depistaggi non li ha fatti La Barbera da solo… Loro hanno chiuso tutto perché La Barbera è morto… e io sono stato destituito dalla Polizia! Questa è la realtà su cui nemmeno si è aperto un fascicolo per capire cosa fosse successo dietro la mia destituzione… per un intervento in un convegno e un post su Facebook. Queste sono delle cose scandalose che sono avvenute in Italia da persone che sono state nominate ai vertici della Polizia di Stato e dei Servizi di sicurezza. Nessuno gli ha chiesto conto di queste cose».

L’Avvocato ROSALBA DI GREGORIO nel suo libro scrive: «Facile oggi attribuire la colpa al solo La Barbera che è morto. Ma dietro, chi c’era? L’esplosivo lo porta Spatuzza, ma il Semtex chi lo porta?» «L’avv. Di Gregorio ha fatto un lavoro egregio in quel processo. Anche se, per la verità, è un difensore che ha avuto grosse difficoltà a fare il suo lavoro dato che difendeva dei mafiosi conclamati; mafiosi che però non avevano fatto quella strage. E questa non è una differenza da poco: perché per una strage si dà l’ergastolo. E non si può darlo così, come se fosse una multa per divieto di sosta… Quindi l’avv. Di Gregorio ha fatto un lavoro egregio nel processo, per il quale bisogna darle atto: come avvocato, come donna, come persona di grande intelligenza e grande coraggio. Ha studiato a menadito gli atti e le intercettazioni. Sul problema dell’esplosivo, Spatuzza ha smentito clamorosamente ciò che avevano costruito con quel pentito farlocco di Scarantino, che diceva di essere presente a Villa Calascibetta durante il vertice del gotha di Cosa nostra. Una cosa assurda: i mafiosi come Totò Riina ed altri probabilmente a Scarantino, se avesse fatto il posteggiatore abusivo, parcheggiavano in divieto di sosta e non gli lasciavano nemmeno la macchina in custodia perché c’era il rischio che gliela rubasse… quindi, figurarsi se uno come Bagarella o Riina si potevano fidare di un farlocco come Scarantino, con tutto il rispetto! Solo La Barbera si poteva fidare e ha utilizzato Scarantino, che si è fatto usare per costruire un processo. E i pm e i giudici che si sono bevuti le farloccate di Scarantino, e che poi hanno fatto carriera pure loro! Facciamo il processo a La Barbera e ai poliziotti, ma i magistrati sembrano come se fossero stati delle controfigure, come se fossero stati assenti, come se c’erano delle sagome di cartone, ma non è così. L’ergastolo agli innocenti non l’ha chiesto La Barbera, Mario Bo e gli altri poliziotti… L’ergastolo l’hanno chiesto i pubblici ministeri e gliel’hanno dato dei magistrati. Quindi, probabilmente sono in molti quelli che dovrebbero riflettere».

Tra gli scarcerati dopo la ritrattazione di Scarantino c’è GAETANO SCOTTO, il boss dei misteri, poi riarrestato a febbraio all’Arenella. I pentiti lo indicano come il trait d’union fra i vertici di Cosa nostra e servizi segreti deviati. Lei cosa scoprì sul suo traffico telefonico? «Ho trovato i rapporti con gli apparati: i contatti con Castello Utveggio, che era una scuola di eccellenza (ex sede del Cerisdi e presunta base del Sisde, ndr). Queste telefonate qualcuno le deve spiegare… Su Scotto io ero assolutamente contrario al fermo, ma non perché fossi convinto che fosse innocente, ma perché Scotto libero era importante per vedere dove ci portava. Quando lui ci stava portando ai Servizi, agli apparati, agli uomini dell’Alto Commissariato (con Contrada e gli altri) e che rientravano in questo circuito di soggetti che gravitavano intorno alla zona del Monte Pellegrino e di via D’Amelio, dove poi è scoppiata una bomba… Vedi-caso l’attentato è stato fatto in via D’Amelio e non in via Cilea dove Borsellino abitava, né a Villagrazia dove lo si sarebbe potuto uccidere facilmente, dato che il Dott. Borsellino andava al mare tranquillamente in barca, faceva il bagno… Avevamo le prove, quindi volevamo vedere questo soggetto libero dove ci portava; e quando sento dire che bisognava fermarlo, io mi metto di traverso. Dico: “Ma come?! Arrestiamo il nostro cavallo di Troia?! Quello che ci deve portare a destinazione?”. L’ordine che arrivò a La Barbera da Roma era questo: bisognava chiudere, bisognava formattare col dictum del Maxiprocesso che aveva stabilito la Cupola; per cui tutto ciò che succede è colpa della mafia. Io divento così Questore e tu – mi dice La Barbera – hai una promozione per merito speciale e una carriera assicurata in Polizia”. A quel punto io dopo una lunga discussione che si è protratta fino alle 5 del mattino, in cui dissi a La Barbera tutto quello che pensavo (lui si mise pure a piangere) andai via, sbattendo la porta. Da quel momento non lo vidi più, e tornai al reparto mobile… e lì finì la mia carriera in Polizia. Gli altri la carriera l’hanno fatta con i depistaggi delle stragi».

La pista sul CASTELLO UTVEGGIO E I SERVIZI SEGRETI fu archiviata anni fa. Alla luce della conferma del depistaggio, e del ruolo di La Barbera, oggi è stata ripresa questa pista? «L’ipotesi suggestiva del Castello Utveggio era una delle tante. Certo, nella sua magnificenza e monumentalità esso aveva un alone di mistero. Ma c’è pure un dato obiettivo: per l’esecuzione della strage di via D’Amelio, oltre all’esplosivo piazzato sulla Fiat 126, c’era il dato informativo, ovvero che Borsellino andava là; fu una scelta strategica, di un’organizzazione criminale che sicuramente da quelle parti aveva una base operativa. E per poter azionare il telecomando era necessario avere la visuale diretta, per vedere quando Borsellino si avvicinava al citofono. È chiaro che la visuale non può che essere da un’altura: se non è Castello Utveggio, sarà stato qualche tornante sul Monte Pellegrino o un sentiero. Sicuramente un punto alto. Non potevano di certo essere a Piazza Politeama quelli che hanno premuto il telecomando (di cui ancora non si sa con certezza chi e dove fu premuto). Quindi fu scartata l’ipotesi suggestiva del Castello Utveggio e di tutto quello che ne consegue (i Servizi). Cancellare tutto perché faceva comodo… c’era Scarantino a cui addossare le colpe. Le dichiarazione equivoche di un altro pentito – Ferrante  – andavano probabilmente lette e approfondite meglio, anche sulla base dei suoi contatti telefonici. Si toccava con mano che in quella strage c’erano presenze ed entità sicuramente diverse che volevano fermare Paolo Borsellino. Le ragioni? Le grandi indagini sulla mafia?? Il rapporto mafia-appalti che era lì a stagionare da tempo?? No, Borsellino in quel periodo stava sentendo il pentito Gaspare Mutolo che gli stava raccontando come stavano tentando di taroccare il Maxiprocesso: gli aveva parlato di Signorino e Contrada, e degli apparati collusi dello Stato».

La Procura di Messina sta indagando sui pm Palma e Petralia. Per loro l’accusa è pesantissima: concorso in calunnia, aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. Di recente però ha presentato richiesta di archiviazione

Lei tempo fa ha accusato proprio ANNAMARIA PALMA. Quali elementi ha raccolto contro di lei? Ha fornito nuovi dettagli ai magistrati che stanno indagando? «Io sono un garantista e credo veramente nella presunzione di innocenza. Bisognerà dimostrare la colpevolezza dei Dott. Palma e Petralia. Ci sono però delle cose che non è necessario dimostrare, perché sono evidenti e che ritengo più scandalose: che la Dott.ssa Palma (e non da sola) abbia istruito dei processi farlocchi a Caltanissetta che hanno portato alla condanna di innocenti e che non hanno fatto individuare i veri colpevoli della strage di via D’Amelio, è una dato assodato, processuale. Non occorre fare indagini perché le sentenze già ci sono. Nel momento in cui un magistrato ha sbagliato – nella migliore delle ipotesi – a fare il suo lavoro, non dovrebbe essere promosso. Dopo essere stata per anni al fianco della seconda carica dello Stato (Schifani al Senato, con tutto ciò che ne consegue su Schifani che è un personaggio politico siciliano e palermitano un po’ ingombrante, uomo forte di Forza Italia) non la si manda a fare l’Avvocato generale a Palermo a fare il n.2 dopo il procuratore generale, con possibilità di fare le indagini disciplinari sui magistrati, di avocare i procedimenti della Procura della Repubblica, ecc.. Il CSM – quello che sta uscendo dalle chat di Palamara – ha nominato la Dott.ssa Palma all’unanimità Avvocato generale a Palermo! Io me lo auguro che la Palma riesca a dimostrare la sua innocenza, per quelle intercettazioni che sono fortemente inquietanti a sentirle, che la riguardano. Ma non mi sento di assolvere un CSM che in maniera scandalosa l’ha nominata e la mantiene nonostante quelle vicende e quei fatti in un ruolo così apicale». «Nel 2001 testimoniai a Caltanissetta – prosegue Genchi – puntando il dito contro la Procura nissena, accusandola per le iniziative assunte, come il fermo di Scotto. All’epoca ancora non c’era Spatuzza, le mie erano solo delle intuizioni, delle logiche deduzioni sulla base di quelle che erano le evidenze, che io ho sempre sostenuto. Io sono stato l’unico dal 1993 (quindi dall’indomani delle stragi) a sostenere che c’erano dei mandanti occulti e che non era quella l’apparenza, come i fatti hanno dimostrato. E – a parte lo scontro nell’udienza che è agli atti – ci sono due interviste al Giornale di Sicilia uscite in giorni consecutivi: una della Dott.ssa Palma e una del Dott. Di Matteo (che erano i pm in quel processo) che mi attaccano duramente con un articolo scritto da un giornalista che non ritiene nemmeno di interpellarmi…».

Ci sono poi dei TABULATI SCOMPARSI: quelli del cellulare di Borsellino (delle chiamate in entrata). Chi poteva aver telefonato a Borsellino quel 19 luglio? E chi secondo lei fece sparire quei tabulati? «Questa è una cosa che io segnalai subito quando mi portarono i tabulati. Io dico: “Qui manca il traffico in entrata”; “No quello non serve” mi rispondono. Come non serve? Io non avevo mai visto che nell’acquisire i tabulati si acquisissero solo quelli in uscita e non quelli in entrata. Cioè, era importante stabilire a chi avesse chiamato Borsellino e non chi lo avesse chiamato?

L’agenda rossa di Borsellino. Una cosa è certa: quando Borsellino, interrogando Mutolo, sente il nome di Contrada, cercano di intervenire su di lui. Agnese Borsellino riferirà – non solo al processo, ma anche a me – che suo marito quando è tornato da Roma (dopo l’incontro al Viminale con Mancino, Parisi e Contrada e l’interrogatorio di Mutolo, ndr) ha vomitato, per quello che era accaduto! Quindi chi lo avesse chiamato al cellulare, se mi consente, diventa una cosa importante, determinante. Io lo segnalo alla procura di Caltanissetta: i tabulati si potevano ancora acquisire perché erano disponibili, ma non mi autorizzarono ad acquisire quelli in entrata di Borsellino. Nessuno ha chiesto il motivo a questi signori che non mi autorizzarono. Voglio precisare: non è che non c’erano o sono spariti: i tabulati c’erano! E poi perché dopo Capaci mi autorizzano per quelli dei cellulari di Falcone, mentre per Borsellino mi danno l’ok solo per quelli in uscita?

Che cosa c’era nei tabulati in entrata di Borsellino? C’era la verità di chi lo aveva chiamato, di chi lo stava cercando di fermare; c’erano quelle verità inconfessabili che erano scritte in quell’agenda rossa che, vedi-caso, viene fatta sparire e che era nella borsa! La borsa in pelle di Borsellino è rimasta intonsa: all’interno – mi ricordo – ci abbiamo trovato un costume blu di materiale sintetico, e la batteria di un cellulare Motorola, che era tutta affumicata ma funzionava ancora. La batteria non esplode e non va a fuoco, la borsa non va a fuoco, il costume non va a fuoco, l’agenda rossa che era dentro la borsa non si trova, è sparita! Cosa c’era in quell’agenda? Cosa c’era nel traffico in entrata di Borsellino? E se l’agenda può essere sparita, c’è una mano ignota. Ma per il traffico telefonico di Borsellino non acquisito, non c’è una mano ignota».

Il mistero dei misteri resta l’AGENDA ROSSA. Fiammetta Borsellino ha considerato “contraddittorie” le numerose versioni del pm AYALA che avrebbe maneggiato la borsa e arrivò tra i primi in via D’Amelio…  «C’era anche un capitano dei Carabinieri che viene fotografato con quella borsa in mano (Giovanni Arcangioli che è stato assolto, ndr). Certo, per condannare ci vogliono le prove… Io ho fornito un dato evidente: che c’era sicuramente un’agenda che è stata fatta sparire; c’era un tabulato in entrata che non è stato acquisito nonostante la segnalazione; le conclusioni le traggano i vostri lettori che vedono questo intervista… posto che tutti questi signori di cui abbiamo parlato hanno fatto carriera. Uno scempio di giustizia che si sta consumando da quasi 30 anni. Ayala – racconta Genchi – era amico di Falcone, io me lo ricordo perfettamente. Però ricordo pure che ci fu un momento in cui le loro strade si divisero. Ayala sostiene che poi si riappacificarono. Io analizzai i tabulati di Falcone: c’erano i contatti telefonici con Pietro Grasso, con Francesco Lo Voi, con Geri Seminara, qualche rapporto con i magistrati di Palermo, c’erano i rapporti col Dott. Almerighi del CSM… i rapporti con Ayala non mi risultava che ci fossero più. Questa è l’unica cosa che posso dire. Le carriere di Ayala sono pubbliche, però io ritengo che ci vogliano gli elementi per potere sostenere le accuse o le ipotesi di accuse quando si ha a che fare con persone che hanno avuto un ruolo nelle Istituzioni. Quindi, anche lì, c’è un deficit nelle indagini, che ancora più grave di ciò che può aver fatto o meno Ayala».

In termini di intercettazioni: cosa non è stato fatto, e cosa si sarebbe potuto fare per scoprire prima il depistaggio ed evitare questo macroscopico errore giudiziario?  «Per esempio sarebbe bastato che quando io lascio il gruppo di indagini, la procura di Caltanissetta si chiedesse il perché. Io ipoteticamente potevo anche essere stato corrotto e pagato per non continuare; o potevo essere stato minacciato. Il ministero dell’Interno mi ha pure negato la macchina dove caricare i computer presi al ministero della Giustizia (nella stanza di Falcone, ndr) per portarli a Milano per farli analizzare, con il databank. E io ho dovuto noleggiare una Fiat Croma alla Hertz, con la mia carta di credito. Questo i magistrati – compreso il Dott. Petralia che era con me in macchina – lo hanno visto. Si sarebbero dovuti chiedere un perché. E invece hanno preferito non farlo, continuando quelle indagini che hanno portato ai depistaggi».

ILDA BOCCASSINI ha puntato il dito contro di lei, definendola “un soggetto pericoloso per le Istituzioni” che “vedeva complotti e depistaggi ovunque”…  «Beh, insomma… i depistaggi io li ho intuiti, e li dimostrano le sentenze. Quindi i depistaggi che ho visto io sono l’effetto delle sentenze. Quindi probabilmente io non è che vedessi male… La Dott.ssa Boccassini ha un suo modo di vedere le cose che è leggermente differente dal mio».

Lei è finito nella rete degli “spiati” da ANTONELLO MONTANTE ed è parte civile al processo… «Oggi Montante paga di tutto ciò che ha fatto: compreso gli accessi abusivi allo SDI, compreso il dossieraggio e tutta una congerie di malaffare che ha fatto. Ma se Montante ha fatto tutto questo, non lo ha fatto da solo o con quei quattro poliziotti, che sono nel banco degli imputati insieme a lui. Montante ha potuto fare le sue “Montant-ate” perché ha avuto tanti appoggi nelle istituzioni, nella politica, nella magistratura, che sono rimasti fuori da quel processo. E questo ritengo che sia l’aspetto più grave della vicenda, più delle stesse condotte che vengono contestate a Montante. Il giudizio di appello si dovrà concludere… ma su quella condanna così esemplare ho qualche dubbio in termini di calcolo della pena. È un processo che risente di una enfasi eccessiva, con la quale si cerca di gonfiare Montante per non cercare i complici; quindi si vuol far pagare a Montante anche le colpe che non sono sue».

Il caso MONTANTE sembrerebbe intrecciarsi in qualche modo con la vicenda TRATTATIVA. I magistrati che indagano su di lui sospettano che possa avere una COPIA DELLE INTERCETTAZIONI MANCINO-NAPOLITANO. «Ci sono poche regole nell’informatica: una di questa è che un file può essere duplicato tantissime volte senza lasciare traccia. Posto che il file duplicato diventa identico all’originale, quindi il concetto di originalità che c’è nell’atto notarile nell’informatica non esiste. Un file infatti, si può mandare in tanti modi: con un Whatsapp, con una mail, con un cd, con una chiavetta usb, ecc… Poi c’è un altro aspetto: le intercettazioni (a prescindere dai protagonisti intercettati) prevedono: una copia su server della sala ascolto, una copia “AG” (per l’autorità giudiziaria), una copia “PG” (polizia giudiziaria), e una sui computer che effettuano l’intercettazione. Questa è la prassi. Quindi, non è improbabile che Montante non abbia avuto qualche chiavetta… quindi quelle intercettazioni probabilmente sono custodite da qualche parte. E gli unici che non le hanno ascoltate (e che avrebbero il diritto di ascoltarle) sono gli italiani, perché probabilmente si farebbero un’idea…».

 

SULLA STRAGE L’OSCURA PRESENZA DI «UOMINI APPARTENENTI AI SERVIZI»  Tutt’altro che rassicuranti le emergenze istruttorie relative alla presenza, in via D’Amelio, nell’immediatezza della strage, di appartenenti ai servizi di sicurezza. Si scoprirà poi che il capo della Squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, collaborava col Sisde sin dal 1986. Infine l’inspiegabile presenza di un individuo estraneo a Cosa Nostra, secondo quanto dichiarato da Gaspare Spatuzza, al momento della consegna della Fiat 126 da caricare con l’esplosivo  Se - da un lato - è assolutamente certo, alla luce degli approdi dei precedenti processi (sul punto, confermati dalle risultanze di questo), che la consumazione della strage del 19 luglio 1992 avveniva utilizzando, come autobomba, proprio la Fiat 126 rubata a Pietrina Valenti, è innegabile che vi sono delle oggettive incongruenze nello sviluppo delle primissime indagini per questi fatti e che rimangano diverse zone d’ombra sulla quali non si addiveniva a risposte soddisfacenti, nemmeno con la poderosa istruttoria espletata nel presente procedimento.

Tutt’altro che rassicuranti, ad esempio (come si vedrà, in maniera più approfondita, nella parte dedicata alla vicenda della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino), sono le emergenze istruttorie relative alla presenza, in via D’Amelio, nell’immediatezza della strage, di appartenenti ai servizi di sicurezza, intenti a ricercare la borsa del Magistrato.

Infatti, uno dei primissimi poliziotti che arrivava in via D’Amelio, dopo la deflagrazione delle ore 16:58 del 19 luglio 1992, era il Sovrintendente Francesco Paolo Maggi, in servizio alla Squadra Mobile di Palermo. Il poliziotto arrivava sul posto circa una decina di minuti dopo la deflagrazione, mentre Antonio Vullo, l’unico superstite fra gli appartenenti alla scorta di Paolo Borsellino, in evidente stato di shock emotivo e psicologico, era seduto sul marciapiede, con la testa fra le mani. Il Sovrintendente Maggi, dunque, confidando di poter trovare qualche altra persona ancora in vita, si faceva strada fra i rottami, entrando nella densa colonna di fumo che avvolgeva i relitti. Purtroppo, era subito evidente che non c’era più nulla da fare, né per il Magistrato, né per gli altri colleghi della scorta, poiché i loro corpi erano tutti carbonizzati ed orrendamente mutilati. In questo contesto, mentre le ambulanze prestavano i soccorsi ai feriti ed i Vigili del Fuoco spegnevano i focolai d’incendio, anche sulla Croma blindata del Magistrato, il poliziotto della Squadra Mobile notava quattro o cinque persone, vestite tutte uguali, in giacca e cravatta, che si aggiravano nello scenario della strage, anche nei pressi della predetta blindata: «uscii da... da 'sta nebbia che... e subito vedevo che arrivavano tutti 'sti... tutti chissi giacca e cravatta, tutti cu' 'u stesso abito, una cosa meravigliosa», «proprio senza una goccia di sudore».

Si trattava di “gente di Roma”, appartenente ai Servizi Segreti; infatti, alcuni erano conosciuti di vista (anche se non davano alcuna confidenza) ed, inoltre, venivano notati a Palermo, presso gli uffici del Dirigente della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera, anche in occasione delle indagini sulla strage di Capaci. La circostanza (mai riferita prima dal teste, nonostante le sue diverse audizioni) veniva confermata da un altro appartenente alla Polizia di Stato, vale a dire il Vice Sovrintendente Giuseppe Garofalo, in servizio alla Sezione Volanti della Questura di Palermo. Anche quest’ultimo, che arrivava sul posto ad appena cinque minuti dalla deflagrazione, dopo aver constatato che non c’era più nulla da fare per il Magistrato ed i colleghi della Polizia di Stato che gli facevano da scorta, aiutava i residenti nello stabile di via D’Amelio, soccorrendo forse anche la madre del Magistrato. Quando riscendeva in strada, il poliziotto notava, nei pressi della Croma blindata di Paolo Borsellino, un uomo in borghese, con indosso la giacca (nonostante il torrido clima estivo) e pochi capelli in testa. Alla richiesta di chiarimenti sulla sua presenza lì, l’uomo si qualificava come appartenente ai “Servizi”, mostrando anche un tesserino di riconoscimento: sebbene il ricordo del teste, sul punto specifico, non sia affatto nitido, vi era persino un veloce scambio di battute fra i due sulla borsa di Paolo Borsellino. Infatti, l’agente dei Servizi Segreti chiedeva se c’era la borsa del Magistrato dentro l’auto blindata, oppure (addirittura) si giustificava per il fatto che aveva detta borsa in mano: «Ho un contatto con una persona, ma questo contatto è immediato, velocissimo, dura pochissimo, perché evidentemente (…) il nostro intento era quello di mantenere le persone al di fuori (…) della zona e quindi non fare avvicinare a nessuno (…). E incontro (…) un soggetto, una persona, al quale... ecco, e questo è il momento, non riesco a ricordare se questo soggetto mi chiede (…) della valigia, della borsetta del dottore o se lui era in possesso della valigia. (…) Con questa persona, al quale io chiedo, evidentemente, il motivo perché si trovava su (…) quel luogo. Questo soggetto mi dice di essere... di appartenere ai Servizi».

[…] Proseguendo nella breve rassegna di alcune delle anomalie e zone d’ombra emerse attraverso le prove raccolte nel presente processo, si deve anche rilevare la singolare cronologia del sopralluogo eseguito dalla Polizia Scientifica di Palermo (“su richiesta della locale Squadra Mobile”), nella carrozzeria di Giuseppe Orofino alle ore 11 del lunedì 20 luglio 1992 [...], perché quest’ultimo aveva denunciato, appena un paio d’ore prima, il furto delle targhe (ed altro) da una Fiat 126 di una sua cliente, all’interno della sua autofficina.

NOME IN CODICE “RUTILIUS”  Ebbene, quando la Polizia Scientifica eseguiva detti rilievi nell’officina di via Messina Marine, non erano stati ancora rinvenuti, in via D’Amelio, né la targa oggetto della denuncia di Orofino (la stessa, come detto, veniva ritrovata soltanto il 22 luglio 1992), né il blocco motore della Fiat 126 rubata a Pietrina Valenti (rinvenuto verso le 13.00/13.30 di quel 20 luglio 1992). Inoltre, come già esposto, era soltanto nel successivo pomeriggio del 20 luglio 1992, a seguito del menzionato intervento del tecnico Fiat di Termini Imerese, che detto blocco motore veniva attribuito ad una Fiat 126. Dette circostanze non sono affatto di poco momento, ove si rifletta sulla circostanza che, invece, già nel pomeriggio del 19 luglio 1992, fonti della Polizia di Stato ipotizzavano l’utilizzo, come autobomba, proprio di una Fiat di piccole dimensioni e, in particolare, «una 600, una Panda, una 126».

Detta ipotesi investigativa, rivelatasi fondata e coerente con i successivi rinvenimenti sullo scenario della strage, dei reperti dell’autobomba, non è spiegabile soltanto con l’efficienza e la solerzia profusa dagli inquirenti nel cercare di far immediatamente luce, con il massimo sforzo investigativo praticabile, su di un fatto gravissimo, che cagionava anche la scomparsa prematura dei cinque appartenenti alla Polizia di Stato, bensì necessariamente ipotizzando un apporto di tipo confidenziale da parte di taluno che (evidentemente) era ben informato sulle concrete modalità esecutive dell’attentato.

Diversamente, non si spiegherebbe, sul piano logico, il motivo per cui la Squadra Mobile di Palermo, diretta da Arnaldo La Barbera (già collaboratore del Sisde, con il nome in codice “Rutilius”, sin dal 1986), sollecitasse un intervento della Polizia Scientifica, per un immediato sopralluogo nell’officina di un carrozziere qualunque di Palermo, che aveva soltanto denunciato (appena un paio d’ore prima) il furto di alcune targhe da un’automobile di un sua cliente (targhe che, come detto, verranno rinvenute soltanto alcuni giorni dopo, in via D’Amelio), in un momento in cui nemmeno era rinvenuto il blocco motore (poi associato ad una Fiat 126).

L’aspetto appena menzionato si colora di tinte decisamente fosche, alla luce di quanto riferito da Gaspare Spatuzza (in maniera assolutamente attendibile, come si vedrà -diffusamente- nella parte della motivazione a ciò dedicata), sulla presenza di un terzo estraneo a Cosa nostra al momento della consegna della Fiat 126, alla vigilia della strage, nel garage di via Villasevaglios, prima del suo caricamento con l’esplosivo. Su detta persona, non conosciuta e mai più rivista, che non aveva proferito alcuna parola, durante la breve permanenza del collaboratore nel suddetto garage, sabato 18 luglio 1992, Gaspare Spatuzza si spingeva a qualche considerazione relativa all’estraneità al sodalizio mafioso di Cosa nostra e, persino, sull’eventuale appartenenza alle istituzioni: «Se fosse stata una persona che io conoscevo (…), sicuramente sarebbe rimasta qualche cosa (…) più incisiva; ma siccome c'è un'immagine così sfocata (…). Mi dispiace tantissimo e aggiungo di più, che fin quando non si sarà chiarito questo mistero, che per me è fondamentale, è un problema serio per tutto quello che riguarda la mia sicurezza (…). Io sono convinto che non sia una persona riconducibile a Cosa nostra perché (…) c'è questa anomalia di cui per me è inspiegabile”. “C'è un flash di una sembianza umana. (…) c'è questa immagina sfocata che io purtroppo... (…) c'è questo punto, questo mistero da chiarire”; “ho più ragione io a vedere questo soggetto in carcere, se appartiene alle istituzioni, che vedendolo domani fuori». Peraltro, quest’ultimo spunto del collaboratore di giustizia, sull’eventuale appartenenza alle istituzioni del terzo estraneo, presente alla consegna della Fiat 126, nel pomeriggio di sabato 18 luglio 1992, prima del caricamento dell’esplosivo, veniva approfondito dalla Procura, nella fase delle indagini preliminari di questo procedimento, sondando ulteriormente Gaspare Spatuzza, e anche sottoponendogli diversi album fotografici, con immagini di vari appartenenti al Sisde, senza approdare a risultati tangibili.

IL COINVOLGIMENTO DEL SISDE  […] Infine, si deve almeno accennare (prima di passare a trattare più diffusamente della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino), ad alcune emergenze che dimostrano il coinvolgimento diretto del Sisde, al di fuori di qualsivoglia logica e regola processuale, nelle prime indagini sulla strage di via D’Amelio, orientate verso la falsa pista di Vincenzo Scarantino. Quest’ultima circostanza, neppure ricordata dal neo-Procuratore Capo di Caltanissetta (dell’epoca), Giovanni Tinebra, veniva invece confermata persino dal dirigente del Sisde, Bruno Contrada, il quale spiegava come detta richiesta della Procura nissena, veniva appunto assecondata, per l’insistenza del Capo Centro di Palermo, Andrea Ruggeri. Peraltro, già nell’ambito del precedente processo c.d. Borsellino bis, veniva accertato che il 10 ottobre 1992, veniva trasmessa alla Squadra Mobile di Caltanissetta, una nota (sul contenuto della quale riferiva il Dirigente della predetta Squadra Mobile, all’epoca delle stragi, dott. Mario Finocchiaro), elaborata proprio dal centro Sisde di Palermo, su specifica richiesta del Procuratore Giovanni Tinebra (sulla cui deposizione, innanzi a questa Corte, non vale più la pena d’indugiare). Quest’ultimo, dopo aver constatato che le forze di polizia nissene non avevano alcuna specifica conoscenza delle dinamiche interne alle famiglie mafiose palermitane, con un’iniziativa affatto singolare, sollecitava una più stretta collaborazione del Sisde nell’espletamento delle indagini per la strage di Via D’Amelio. I frutti avvelenati di detta improvvida iniziativa non tardavano a maturare, posto che nella predetta nota del 10 ottobre 1992, confezionata dal Sisde proprio nel periodo in cui era in atto il tentativo di far ‘collaborare’ Vincenzo Scarantino, utilizzando Vincenzo Pipino (costretto ad andare in cella con lui, dal dottor Arnaldo La Barbera), vi era una dettagliata radiografia con tutto ciò che, al tempo, risultava alle forze dell’ordine su Vincenzo Scarantino ed i suoi familiari, con i precedenti penali e giudiziari a carico degli stessi, nonché i rapporti di parentela ed affinità con esponenti delle famiglie mafiose palermitane. La tematica della genesi e della gestione della ‘collaborazione’ di Vincenzo Scarantino verrà ampiamente ripresa e trattata nella parte della motivazione dedicata alla sua posizione.  A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA12 luglio 2021 – Borsellino Quater

 

Il ricordo di quell'uomo che cercava la borsa del magistrato  Il vice sovrintendente Giuseppe Garofalo, in servizio alla Questura di Palermo, Sezione Volanti, arrivava in via D’Amelio appena cinque minuti dopo l’esplosione e notava nei pressi della Croma blindata di Paolo Borsellino, un uomo in borghese, con indosso la giacca e pochi capelli in testa. Alla richiesta di chiarimenti sulla sua presenza lì, l’uomo si qualificava come appartenente ai “Servizi”, mostrando anche un tesserino di riconoscimento. Vi era persino un veloce e secco scambio di battute fra i due, sulla borsa del magistrato

La presenza di appartenenti ai Servizi Segreti, in via D’Amelio, a pochi minuti dalla deflagrazione, risulta anche (come già esposto nel precedente paragrafo) da un’altra deposizione dibattimentale, di seguito riportata per stralcio. Infatti, il Vice Sovrintendente Giuseppe Garofalo, in servizio alla Questura di Palermo, Sezione Volanti, arrivava sul posto appena cinque minuti dopo la deflagrazione e, dopo aver constatato che non c’era più nulla da fare per il Magistrato ed i colleghi della Polizia di Stato che gli facevano da scorta, aiutava i residenti nello stabile di via D’Amelio, soccorrendo forse anche la madre del Magistrato. Quando riscendeva in strada, il poliziotto notava, nei pressi della Croma blindata di Paolo Borsellino, un uomo in borghese, con indosso la giacca (nonostante il torrido clima estivo) e pochi capelli in testa. Alla richiesta di chiarimenti sulla sua presenza lì, l’uomo si qualificava come appartenente ai “Servizi”, mostrando anche un tesserino di riconoscimento: vi era persino un veloce e secco scambio di battute fra i due, sulla borsa di Paolo Borsellino. Infatti, l’agente dei Servizi Segreti chiedeva se c’era la borsa del Magistrato dentro l’auto blindata, oppure (addirittura) si giustificava per il fatto che aveva detta borsa in mano. Si riporta (come anticipato) uno stralcio della deposizione:

  • P.M. Dott. PACI - Allora, nel 1992 lei prestava servizio?
  • TESTE G. GAROFALO - Alla Volante, alla Sezione Volanti della Questura di Palermo.
  • P.M. Dott. PACI - Ecco, che qualifica aveva allora?
  • TESTE G. GAROFALO - Ero vice-sovrintendente ed ero al comando di un'unità operativa, di una Volante.
  • P.M. Dott. PACI - Quindi era il capopattuglia.
  • TESTE G. GAROFALO - Sì.
  • P.M. Dott. PACI - Senta, da quanto tempo svolgeva servizio presso l'ufficio Volanti?
  • TESTE G. GAROFALO - Eh, forse neanche un anno; non ricordo ora di preciso, ma penso che... di essere stato assegnato alle Volanti di Palermo il '92 stesso, se non... se non erro, o il '91, comunque un breve periodo. (…)
  • P.M. Dott. PACI - Ho capito. Senta, veniamo al giorno della strage di via D'Amelio.
  • TESTE G. GAROFALO - Sì.
  • P.M. Dott. PACI - Lei era in servizio?
  • TESTE G. GAROFALO - Sì, ero in servizio, ero sulla 32, sulla Volante 32.
  • P.M. Dott. PACI - Il turno qual era?
  • TESTE G. GAROFALO - E il turno era 13.00 - 19.00. La Volante 32 abbracciava la zona da Mondello, orientativamente, verso via Autonomia Siciliana, e quelle zone, insomma,
  • limitrofe. Ricordo che... ora non...

(…)

  • P.M. Dott. PACI - Certo. Allora, veniamo alla strage e al deflagrare della bomba. La notizia voi l'apprendete come?
  • TESTE G. GAROFALO - Allora, noi l'apprendiamo via radio. Sul posto viene inviata subito la Volante 21, che era quella più... più vicina al... alla zona. Noi, come 32, eravamo nella zona di Mondello o comunque, insomma, nella nostra zona di competenza.
  • P.M. Dott. PACI - Quindi nella zona di Mondello vi trovavate quando avete...
  • TESTE G. GAROFALO - Sì, Mondello, sì, in quella zona lì.
  • P.M. Dott. PACI - Ma avete sentito l'esplosione o...?
  • TESTE G. GAROFALO - Allora, si è sentito un boato, solo che logicamente è stata inviata dalla Sala... da parte della Sala Operativa la Volante 21, che evidentemente era quella più vicina o comunque era quella di zona. Noi di fatto abbiamo deciso di... di avvicinarci verso... verso il luogo dov'era stata segnalata questa... questa esplosione. All'inizio, come prima notizia, era stata

fornita dalla Sala Operativa un'esplosione di una bombola, qualcosa del genere, solo che, insomma, il... conoscendo i luoghi, insomma, orientativamente sapevamo che in quella zona lì vi era un obiettivo sensibile, che era evidentemente un luogo legato al dottore Borsellino, e quindi ho... ho invitato il mio autista ad accelerare la marcia.

  • P.M. Dott. PACI - Senta, e dal momento in cui c'è stata questa segnalazione della Sala Operativa, o meglio, voi il boato l'avete sentito, quindi...
  • TESTE G. GAROFALO - Sì.
  • P.M. Dott. PACI - ...prendiamo come punto di riferimento il momento in cui sentite l'esplosione e il boato. Al momento in cui arrivate in via D'Amelio quanto sarà passato?
  • TESTE G. GAROFALO - Ma saranno passati cinque minuti, anche di meno, perché, insomma, era domenica, le strade erano sgombre, non c'era traffico, quindi di fatto è stata una... quasi immediato il nostro arrivo.
  • P.M. Dott. PACI - Quindi entro cinque minuti siete arrivati.
  • TESTE G. GAROFALO - Sì, più o meno, cinque - dieci minuti, insomma, quello, i tempi erano quelli.
  • P.M. Dott. PACI - Allora, senta, siccome nella sua deposizione, che si è svolta in due momenti, no? Lei ha già raccontato (…) e adesso lo racconterà alla Corte, che alcuni elementi poi lei li ricordò a seguito di un colloquio avuto con un suo collega.
  • TESTE G. GAROFALO - Sì.
  • P.M. Dott. PACI - Ecco, allora vorrei, innanzitutto, che lei esprimesse e riferisse alla Corte quello che è il ricordo di allora, poi parleremo di quello che le ha riferito il suo collega; però noi vorremmo che lei, per quanto capisco sia difficile, insomma, selezioni quello che è il ricordo di quella giornata, per come lei... Poi parleremo di quelli che sono gli elementi che poi il suo collega le ha rammentato. (…) Però questo in un secondo momento. In questo momento vorrei che lei riferisse alla Corte quello che è il ricordo visivo di quel giorno e dei particolari che lei ha, diciamo, memorizzato.
  • TESTE G. GAROFALO - Niente, siamo arrivati sul luogo della... dell'attentato, ricordo che già era arrivata la Volante 21.
  • P.M. Dott. PACI - Quindi quante pattuglie o uomini delle Forze dell'Ordine erano già presenti?
  • TESTE G. GAROFALO - Allora, al momen... quando sono arrivato io, ho visto solo la Volante 21, ma potrei anche sbagliarmi, perché, insomma, la... la situazione emotiva era parecchio... parecchio pesante. Di certo la Volante 21 era già lì sul posto, quindi era un'auto con tre... tre agenti, tre poliziotti. Siamo arrivati noi come 32 e ci siamo resi conto di quello... di quello che era successo e abbiamo... abbiamo notato... abbiamo visto parecchie autovetture in fiamme e...
  • P.M. Dott. PACI - Ecco, le autovetture erano in fiamme quando arrivate?
  • TESTE G. GAROFALO - Sì, sì, sì.

I RICORDI DI GAROFALO

  • P.M. Dott. PACI - In particolare le chiedo: lei ha ricordo della vettura del dottor Borsellino?
  • TESTE G. GAROFALO - Allora, non... non so se... abbiamo visto le due autovetture, le due... le due Croma blindate. Sì, le abbiamo viste, cioè le ho viste, me le ricordo. Di fatto l'attenzione è rivolta ai... alle persone, insomma, ai colleghi che erano morti, al dottore Borsellino, è stata quasi immediata, nel senso che ci siamo resi conto che, insomma, non... non c'era nulla da fare e... e quello che abbiamo deciso di fare... di fare sul momento era quello di aiutare le persone che si trovavano all'interno delle abitazioni che erano state devastate, perché oltre alla... all'impatto nel... cioè l'esplosione ha creato dei danni enormi sulle abitazioni che circondavano il luogo del... dell'attentato, e quindi io ricordo di essere salito insieme ad altri colleghi, ora non... non so se sono venuti insieme a me o sono partito da solo, siamo saliti all'interno dell'abitazione del... del dottore Borsellino proprio per vedere com'era la... se c'era bisogno di aiutare delle persone. I miei ricordi lì sono così, vaghi, io ho percezione di essere addirittura entrato a casa del dottore Borsellino e di avere preso la mamma del dottore Borsellino e di averla portata giù, però sono dei... dei frame, dei... dei flash di memoria. Questa, insomma, è la situazione.
  • P.M. Dott. PACI - Lei ha notato, ha individuato persone, magistrati, persone conosciute? Insomma, se ha individuato volti in qualche modo conosciuti a lei o personaggi dell'entourage giudiziario.
  • TESTE G. GAROFALO - Nell'immediato, quando siamo... quando siamo arrivati noi, non c'era nessuno evidentemente, perché il nostro è stato il primo intervento. Poi, con l'andar del tempo, si sono presentati sul luogo della...
  • P.M. Dott. PACI - Sì.
  • TESTE G. GAROFALO - ...dell'esplosione parecchi personaggi noti: magistrati, Giudici.
  • P.M. Dott. PACI - Sì, sì, sì, però, diciamo, nell'immediatezza, cioè quando lei arriva, trova solamente gli uomini della Volante 21?
  • TESTE G. GAROFALO - Sì, sì, per come io ho dei ricordi. Poi c'è quella...
  • P.M. Dott. PACI - Ci arriviamo. (…) Un attimo, volevo un attimo che focalizzasse, se è possibile, la memoria e l'attenzione su questi particolari: sullo stato delle vetture, delle due vetture blindate. Se lei è in grado di riferire qual era lo stato di queste vetture quando arrivate, cioè se erano ancora in fiamme, se c'erano dei focolai, se c'erano i Vigili del Fuoco.
  • TESTE G. GAROFALO - Quando siamo arrivati, le auto... c'erano dei focolai evidentemente, quello che ricordo parecchio bene era il fumo, cioè il fumo che scaturiva da... da quella zona.
  • P.M. Dott. PACI - La domanda gliela devo fare, però lei deve capire la mia intenzione che è quella di cercare di, da un lato, ravvivare il ricordo, ma senza cercare di, diciamo, forzare il dato. Cioè mi rendo conto che, come dice lei, ci sono dei frame, ci sono dei particolari che sono importanti, sarebbe oggi importante capire. Quando lei arriva, ricorda se all'interno delle due vetture blindate c'erano delle fiamme? Se c'era un principio di incendio anche all'interno delle vetture.
  • TESTE G. GAROFALO - No, non...
  • P.M. Dott. PACI - Non è in grado di dare questa informazione?
  • TESTE G. GAROFALO - Non mi pare che c'erano delle... delle fiamme all'interno delle... dei mezzi blindati.
  • P.M. Dott. PACI - Dei mezzi blindati. Ricorda la presenza di personale dei Vigili del Fuoco?
  • TESTE G. GAROFALO - Non... non nell'immediatezza.
  • P.M. Dott. PACI - Non nell'immediatezza. Oltre a personale della 21 ricorda se c'era personale dei Carabinieri, personale...
  • TESTE G. GAROFALO - Questo non... no, non lo ricordo, onestamente.
  • P.M. Dott. PACI - ...della Croce Rossa? Se già, insomma, c'era...
  • TESTE G. GAROFALO - No, no, c'eravamo solo noi e la 21.
  • P.M. Dott. PACI - Quindi, diciamo, il primo intervento è della 21.
  • TESTE G. GAROFALO - E il nostro.
  • P.M. Dott. PACI - E subito dopo arrivate voi.
  • TESTE G. GAROFALO - Sì.
  • P.M. Dott. PACI - Quindi la zona non è transennata.
  • TESTE G. GAROFALO - No, no, è proprio...
  • P.M. Dott. PACI - La visibilità?
  • TESTE G. GAROFALO - E' pessima, perché c'era fumo, c'era fuliggine, c'era un po' di tutto, è una sorta di... un film da guerra, né più e né meno.
  • P.M. Dott. PACI - Quando lei dice la visibilità era pessima, vuol dire che c'era una visibilità pari a un raggio di...?
  • TESTE G. GAROFALO - No, ma non... non si può quantificare, perché le autovetture che sono state coinvolte non erano solo quelle delle... del dottore e della scorta, erano anche altre autovetture che erano parcheggiate nella zona, quindi i fumi, l'olio bruciato, quindi era un... non so neanche io come poterlo spiegare visivamente. Era... la visibilità... non siamo di fronte a una visibilità ridotta a causa di un banco di nebbia, siamo di fronte a un... a una zona di guerra, quindi fumo, si usciva da una zona dove c'era... non si poteva vedere, in altre zone non si vedeva, in altre zone non potevamo neanche respirare, cioè non... non c'era una netta non visibilità o una visibilità in alcune zone, era un misto di... di situazioni.

UNA STRANA DOMANDA

  • P.M. Dott. PACI - Ho capito. Allora, tra i flash che lei ha di quel giorno (…) ricorda qualcosa? Oltre, appunto, a questa carneficina a cui lei assiste, ricorda qualcosa di specifico, di qualcosa che ha attirato la sua attenzione?
  • TESTE G. GAROFALO - Questo è il... la situazione. Non ricordo, non riesco ad inserirlo in un... in un lasso di tempo preciso, se immediatamente prima del nostro arrivo... cioè se immediatamente dopo del nostro arrivo o dopo dieci - venti minuti, questo non... non riesco a capirlo, non riesco a ricordarlo; di fatto nella zona dove c'erano le macchine di via D'Amelio...
  • P.M. Dott. PACI - Le macchine intende le blindate?
  • TESTE G. GAROFALO - Sì, le blindate, le autovetture, insomma, tutte le... i mezzi danneggiati, comunque sul teatro dei fatti, diciamo così. Ho un contatto con una persona, ma questo contatto è immediato, velocissimo, dura pochissimo, perché evidentemente la nostra... il nostro intento era quello di mantenere le persone al di fuori della... della zona e quindi non fare avvicinare a nessuno, anche per un problema di natura... di ordine pubblico, perché c'era il rischio che altre autovetture... i serbatoi di altre autovetture potessero esplodere. E incontro questa... un soggetto, una persona, al quale... ecco, e questo è il momento, non riesco a ricordare se questo soggetto mi chiede della... della valigia, della borsetta del dottore o se lui era in possesso della valigia.
  • P.M. Dott. PACI - Quindi c'è un riferimento alla valigia.
  • TESTE G. GAROFALO - C'è un contatto, questo.
  • P.M. Dott. PACI - Ecco, c'è un contatto con una persona.
  • TESTE G. GAROFALO - Con questa persona, al quale io chiedo, evidentemente, il motivo perché si trovava su quel... su quel luogo. Questo soggetto mi dice di essere... di appartenere ai Servizi.
  • P.M. Dott. PACI - Ai Servizi?
  • TESTE G. GAROFALO - Ai Servizi.
  • P.M. Dott. PACI - Scusi, dice appartenente ai Servizi o dice SISDE, SISMI? Cioè la parola...
  • TESTE G. GAROFALO - No, Servizi.
  • P.M. Dott. PACI - La parola la ricorda qual era?
  • TESTE G. GAROFALO - Ai Servizi.
  • P.M. Dott. PACI - Ai Servizi.
  • TESTE G. GAROFALO - L'ho lasciato andare perché sono sicuro, e questa è l'unica cosa di cui sono veramente certo, mi avrà mostrato dei documenti di riconoscimento.
  • P.M. Dott. PACI - Quindi, ecco, questa era la domanda che le volevo fare.
  • TESTE G. GAROFALO - Sì.
  • P.M. Dott. PACI - Lei accerta che questa persona, dopo che si è presentata come personale dei Servizi, è accreditato, insomma, le mostra un tesserino, qualcosa?
  • TESTE G. GAROFALO - Sì, perché altrimenti avrei perso più tempo con lui, nel senso che lo avrei accompagnato da parte, lo avrei... lo avrei preso e consegnato ad altri colleghi. Cioè, voglio dire, io avevo prestato servizio a Palermo anche in altri tempi, ero alla Mobile, alla Squadra Mobile, alla Sezione Omicidi, e non era una cosa al di fuori dal normale che in occasione di eventi delittuosi particolari si presentassero dei soggetti appartenenti a dei Servizi sul luogo di un omicidio, quindi, insomma (…) per noi era una cosa normale. Quindi, all'atto in cui io ho avuto contezza che questo soggetto fosse dei Servizi...
  • P.M. Dott. PACI - Che effettivamente appartenesse ai Servizi di Sicurezza.
  • TESTE G. GAROFALO - Ai Servizi, riscontrato cioè anche da un... dalla presentazione di un tesserino, io non ho più avuto contatti con quel soggetto, cioè non... la mia attenzione è stata... si è focalizzata su altri... su altre emergenze.
  • P.M. Dott. PACI - Allora, detto che è una persona che lei incontra in prossimità del teatro (…) di questa azione di guerra, detto che si presenta come una persona appartenente ai Servizi e che le dà dimostrazione di questa sua appartenenza, la cosa che lei ha detto è che faceva riferimento alla borsa del dottor Borsellino. (…) Questo particolare adesso dobbiamo scavare.
  • TESTE G. GAROFALO - E' un particolare... io ribadisco, non so se lui mi abbia chiesto qualcosa sulla borsa o se io l'abbia visto in possesso della borsa o... o altre... altri particolari, perché, ripeto, è stata una frazione di secondi.
  • P.M. Dott. PACI - Voglio capire questo: il riferimento ad una borsa, che è incerto, cioè se è stato oggetto di colloquio o se questo avesse una borsa, in riferimento alla borsa del dottor Borsellino, cioè che questa fosse la borsa che apparteneva al magistrato, qual è? Qual è l'aggancio?
  • TESTE G. GAROFALO - E l'aggancio... i motivi per cui... allora, io ripeto, non... a distanza di tanti anni i ricordi si affievoliscono, poi un fatto così tragico comunque si tende a cancellare quelli che sono i ricordi legati a questi... a questi fatti. Ripeto, non... non so se lui mi abbia chiesto, tra virgolette: "La borsa del dottore Borsellino è all'interno della macchina", oppure, tra virgolette, io gli abbia chiesto: "Cosa qui con la borsa in mano?" Oppure...
  • P.M. Dott. PACI - Le posso leggere il passaggio che risale al 2005, quindi, diciamo, un periodo lontano dalla strage, ma sicuramente (…) più vicino nel tempo rispetto ad oggi. Su questo punto lei dice, dunque: "Relativamente alla borsa ho un flash che posso spiegare in questi termini: ricordo di avere notato una persona in abiti civili, alla quale ho chiesto spiegazioni in merito alla sua presenza nei pressi dell'auto. A questo proposito non riesco a ricordare se la persona menzionata mi abbia chiesto qualcosa in merito alla borsa o se io l'ho vista con la borsa in mano o comunque nei pressi dell'auto del Giudice. Di sicuro io ho chiesto a questa persona chi fosse per essere interessato alla borsa del Giudice e lui mi ha risposto di appartenere ai Servizi".
  • TESTE G. GAROFALO - E allora se ho riferito nel 2005 così, probabilmente sì, è...
  • P.M. Dott. PACI - No, sostanzialmente è quello che ripete anche oggi. Le voglio chiedere se è in grado di attivare i circuiti della sua memoria per capire questo riferimento a una borsa, che era la borsa del dottor Borsellino, se deriva da una interlocuzione diretta con questo signore, cioè.
  • TESTE G. GAROFALO - Sì, probabilmente sì, perché, insomma, non...
  • P.M. Dott. PACI - Sì. Cioè viene strano pensare che lei possa avere, così, autonomamente...
  • TESTE G. GAROFALO - Esatto, sì.
  • P.M. Dott. PACI - ...correlato una borsa al fatto poi...
  • TESTE G. GAROFALO - Del soggetto.
  • P.M. Dott. PACI - ...che questa appartenesse al Giudice.
  • TESTE G. GAROFALO - Sì, probabilmente sì, cioè l'argomento era la borsa.
  • P.M. Dott. PACI - Questo signore lei non l'aveva visto mai e non l'ha più rivisto?
  • TESTE G. GAROFALO - No.
  • P.M. Dott. PACI - Ma lei aveva, diciamo, rapporti, conosceva il personale del SISDE...
  • TESTE G. GAROFALO - No, no. No, assolutamente no.
  • P.M. Dott. PACI - ...a Palermo, che lavorava a Palermo? Ha avuto mai contatti, rapporti?
  • TESTE G. GAROFALO - No, no.
  • P.M. Dott. PACI - Professionali intendo, con queste...
  • TESTE G. GAROFALO - Mai con nessuno.
  • UNA PERSONA CON POCHI CAPELLI
  • P.M. Dott. PACI - Senta, di questa persona lei è in grado di dare una descrizione?
  • TESTE G. GAROFALO - Allora, di questa persona ho dato una descrizione anche in passato, è una descrizione però molto... molto approssimativa, perché, ripeto, il contatto è stato immediato e il contesto in cui è nato questo contatto era un po' particolare. Altezza media, carnagione chiara. L'unica cosa che mi è... che, insomma, mi ha incuriosito, mi ha... è stata cristallizzata nella memoria, è il fatto di... che questo soggetto indossava una giacca. Evidentemente una situazione un po' particolare e strana, perché eravamo in estate e quindi non era consuetudinario notare una persona in giro con una giacca. Solo questo mi ha attirato... ha attirato la mia attenzione, per il resto a livello di... di riconoscimento o comunque di fornire delle indicazioni somatiche del soggetto, ricordo che era stempiato o comunque non aveva i capelli e...
  • P.M. Dott. PACI - Quindi pochi capelli.
  • TESTE G. GAROFALO - Sì, stempiato, pochi capelli. Poteva essere rasato, non... onestamente... però di fatto non aveva una chioma fluente.
  • P.M. Dott. PACI - Fluente. Senta, l'inflessione, visto che ha avuto anche per breve tempo modo di parlare con questa persona, ricorda se era un uomo (…) che si esprimeva in dialetto, che si...?
  • TESTE G. GAROFALO - Non ricordo se si è... se ha parlato in dialetto o in palermitano o in... in italiano, non... non potrei dire, non potrei essere certo.
  • PRESIDENTE - Ma qualche inflessione, ecco, la ricorda di qualche provenienza geografica? Indipendentemente dal fatto che fosse dialetto oppure...
  • TESTE G. GAROFALO - No, no, Presidente.
  • PRESIDENTE - ...lingua italiana, qualche...
  • TESTE G. GAROFALO - Presidente, i momenti erano così concitati che non... non ci facevi caso, cioè era una situazione troppo... troppo particolare. E ripeto, il... il contatto è stato velocissimo, breve, pochi...
  • PRESIDENTE - Senta, questa forma di interessamento in qualche modo per la borsa del dottor Borsellino (…) lei ricorda se si concretò anche in qualche gesto?
  • TESTE G. GAROFALO - No.
  • PRESIDENTE - Cioè in che senso era interessato? Lo spieghi, se riesce a scavare nei suoi ricordi in modo più preciso.
  • TESTE G. GAROFALO - Non... l'argomento, ripeto, potrebbe essere quello legato alla borsa, però di fatto e ribadisco, non posso dire se l'ho visto con la borsa o se lui mi abbia chiesto della borsa. Sono momenti troppo...
  • PRESIDENTE - Comunque ricorda se era una di queste due cose oppure se si trattava di qualcos'altro?
  • TESTE G. GAROFALO - No, no. Era probabilmente della borsa.
  • PRESIDENTE - Quindi riguardava la borsa.
  • TESTE G. GAROFALO - Sì.
  • PRESIDENTE - In qualche modo...
  • TESTE G. GAROFALO - Collegato alla... alla borsa.
  • PRESIDENTE - L'interesse, ecco, sì.
  • TESTE G. GAROFALO - Sì.
  • PRESIDENTE - E lei questa borsa la vide?
  • TESTE G. GAROFALO - No.
  • Quella “gente in giacca e cravatta” nell’inferno di via D’Ameli Ecco le parole del sovrintendente Francesco Paolo Maggi: «E poi in questo andirivieni, che saranno passati cinque, dieci minuti, forse pure un quarto d'ora, notavo questa gente in giacca e cravatta che si avvicinava, che cercava... In un primo tempo mi volevo avvicinare a queste persone per chiedere: "Ma voi che state facendo? Che state cercando?". Poi ho visto che era gente di Roma»
  • TESTE MAGGI F.P. - Dottore, io vorrei aggiungere una cosa, che a distanza di tempo non ho detto, però 'sta cosa ora sta andando per le lunghe, non me la sento più. (…) Preme pure a me la ricerca della verità, perché... Io questo lavoro l'ho fatto veramente con il senso del dovere, ho fatto ventisette anni in questa amministrazione. (…) A me la cosa strana, dottore, più che strana, pure infastidito, perché purtroppo anche all'interno da noi ci sono queste cose, però poi sono ritornato su questo pensiero. Cioè lei sa benissimo che in un'emergenza si allerta il 113 e quindi il 113 dirama la nota di una cosa e quindi... (…) Cioè la cosa strana è che io notai molta gente che si aggirava giacca e cravatta dei Servizi. Ho detto: "Ma questi come hanno fatto a... a sapere già...?" Ma dopo dieci minuti io già ne avevo visto un paio là che gironzolavano.
  • P.M. Dott. GOZZO - Lei ha ricostruito che si trattasse dei Servizi o...?
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, perché un paio li conosco, di Roma. Io ho lavorato sette anni a Roma.
  • P.M. Dott. GOZZO - E a questo punto la invito a fare i nomi di queste persone, se li riconosce.
  • TESTE MAGGI F.P. - E non li conosco, conosco di... di faccia, è gente questa che... manco ti dà confidenza.
  • P.M. Dott. GOZZO - E quando ha notato queste persone? Dal punto di vista del timing, diciamo così.
  • TESTE MAGGI F.P. - Dopo dieci minuti che era avvenuto tutto il fatto.
  • P.M. Dott. GOZZO - E quindi quando siete arrivati voi, praticamente.
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, sì, subito dopo. Io uscii da... da 'sta nebbia che... e subito vedevo che arrivavano tutti 'sti... tutti chissi giacca e cravatta, tutti cu' 'u stesso abito, una cosa meravigliosa.
  • P.M. Dott. GOZZO - Ho capito. E questa cosa ebbe modo di riferirla a qualcuno?
  • TESTE MAGGI F.P. - No, me la sono tenuta sempre dentro, dottore.
  • P.M. Dott. GOZZO - Perché? C'è un motivo? Ce lo dica.
  • TESTE MAGGI F.P. - Non lo so, ora sta venendo fuori 'sta cosa, perché 'sta cosa mi... mi sta dando fastidio, perché sono stato sentito più volte e mi... mi lede la mia moralità, se permette, dottore, non... E quindi mi sono promesso a me stesso che tutto... Oggi sono qua proprio per questo.
  • P.M. Dott. GOZZO - Mi scusi se le faccio questa domanda (…) ma evidentemente essendo passati vent'anni io devo indagare anche sul fatto perché lei queste cose le dica oggi. Lei aveva timore a dire questo fatto?
  • TESTE MAGGI F.P. - No, nessun timore, solo che (…) al tempo non... non pensavo che fosse rilevante questa cosa, trattandosi di poliziotti e carabinieri.
  • P.M. Dott. GOZZO - E perché oggi pensa che sia rilevante,invece?
  • TESTE MAGGI F.P. - E non lo so, perché ci sono molti punti oscuri. 'Sta borsa chi l'ha trovata? Ma quante borse c'erano?
  • P.M. Dott. GOZZO - No, va beh, una ce n'era. Quante ce n'erano?
  • TESTE MAGGI F.P. - Cioè non... veramente, alle volte dico: ma è successo veramente? Cioè veramente, non... Mi sento un po' frastornato da 'sta storia.
  • P.M. Dott. GOZZO - Senta, ecco, io volevo che lei ricordasse se oltre ai Vigili del Fuoco vi erano anche delle ambulanze quando lei è arrivato.
  • TESTE MAGGI F.P. - Una - due sicure. (…) Si sentivano le sirene di ambulanze che arrivavano.
  • P.M. Dott. GOZZO - Sempre per calcolare quando lei è arrivato (…). Un'altra cosa: quando lei è arrivato, c'erano degli scoppi?
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, erano le auto parcate sempre là, nella zona, che giustamente i vetri, riscaldando, esplodevano e quindi dovevo fare pure attenzione a districarmi.

[...]

  • P.M. Dott. GOZZO – (...) Lei ha notato altri oggetti, oltre alla borsa che bruciava, all'interno dell'autovettura? Che aveva un inizio di incendio, diciamo, nell'autovettura?
  • TESTE MAGGI F.P. - Direi una bugia, a me attirò subito l'attenzione la borsa, perché l'ho capito subito che era la borsa del magistrato, era l'unica cosa da... da salvare là, perché non c'era più niente là da... da recuperare, e quindi mi concentrai sulla borsa. C'era un... un M12, un... è una pistola mitragliatrice, un M12.
  • P.M. Dott. GOZZO - Ah, c'era un'arma dentro. (…) Ma carte e cose di questo genere non le ricorda?
  • TESTE MAGGI F.P. - No, carte sciolte, così, no, niente. Sciolte, dico... cioè buttate lì, non ne ho notato.
  • P.M. Dott. GOZZO - Senta, lei è sicuro di non aver fatto relazione nell'immediatezza? Dico, non c'è nel suo ricordo di averla fatta, magari non consegnata?
  • TESTE MAGGI F.P. - No, dottore.
  • P.M. Dott. GOZZO - No, non l'ha fatta. E anche se le chiedo di ricordare qual è l'orario presunto, all'incirca, in cui la borsa arriva alla Squadra Mobile, diciamo, non lo ricorda, cioè non ha un ricordo. Non le sto chiedendo di ricostruire, quello ho cercato di farlo io; cioè se lei ha un ricordo magari sopra, dove...
  • TESTE MAGGI F.P. - Minuti.
  • P.M. Dott. GOZZO - ...quando lei arriva, ha visto l'orologio e ha visto l'ora, non lo so, dico.
  • TESTE MAGGI F.P. - No. (…) Minuti sono passati, perché mi ricordo benissimo che ho fatto velocemente, ho lasciato la borsa e mi sono recato di nuovo sul posto. Incontrai al collega Di Franco, la borsa l'ho consegnata a lui.
  • P.M. Dott. GOZZO - Il collega Di Franco chi è?
  • TESTE MAGGI F.P. - Era l'autista quel periodo, perché mi pare che quello del dottor La Barbera era in ferie, era l'autista del dottor La Barbera (…). Entrammo assieme nella stanza del funzionario, del capo della Mobile, e la pose... sulla destra c'era un divano con delle poltrone e l'ha messa sul... sul divano. (…) Gli ho detto: "Mi raccomando di 'sta borsa, io sto ritornando sul posto". E lui mi fa: "Va beh, Ciccio, vai".
  • P.M. Dott. GOZZO - Senta, vorrei che ritorni un attimo al momento in cui lei vede la borsa. Successivamente cosa fa, la prende lei o la prende il vigile del fuoco la borsa dall'autovettura?
  • TESTE MAGGI F.P. - La prende... la prende il vigile del fuoco, anche se io cerco di entrare, però... di questa cosa, ecco, non ne sono certo, ma presumo che l'ha presa lui, perché lui aveva la pompa e quindi...
  • P.M. Dott. GOZZO - Io glielo devo chiedere, chiaramente: ma lei il nome di questo vigile del fuoco o lo sa o non lo sa?
  • TESTE MAGGI F.P. - Non mi... non gliel'ho chiesto, poi ho riflettuto e ho detto: "Potevo chiedere il nome al vigile del fuoco".
  • P.M. Dott. GOZZO - Ma era un giovane o una persona un po' più avanti negli anni?
  • TESTE MAGGI F.P. - No, all'epoca poteva avere qualche anno più di me. (…) Nel '92 ne avevo 36 - 37.

AMBIGUE PRESENZE SUL LUOGO DELLA STRAGE

  • P.M. Dott. GOZZO - Va bene. Che lei ricordi, le venne poi... Lei ha avuto modo di parlare comunque con questo vigile del fuoco?
  • TESTE MAGGI F.P. - No, non... quando sono ritornato... perché avevano tutti i caschi e poi avevano la visiera, erano tutti uguali, non...
  • P.M. Dott. GOZZO - Tra le persone che lei ha visto sui luoghi, ricorda se vi era l'allora Onorevole Ayala, ex magistrato della Procura di Palermo?
  • TESTE MAGGI F.P. - Dopo, perché poi, dottore, arrivavano persone, poi, autorità da tutte le parti. Quel giorno l'ho... l'ho scorto il Giudice Ayala.
  • P.M. Dott. GOZZO - Ma quando lei si reca all'autovettura non c'è il Giudice Ayala o c'è?
  • TESTE MAGGI F.P. - Penso di no, perché, ripeto, io sono stato uno dei primi ad arrivare là. E poi in questo andirivieni, che saranno passati cinque - dieci minuti, forse pure un quarto d'ora, non riesco a quantificare i minuti, notavo questa gente giacca e cravatta che... che si avvicinava, che cercava, che... (…) In primo tempo mi volevo avvicinare a queste persone per chiedere: "Ma voi che state facendo? Che state cercando?" Poi ho visto che era gente di Roma, perché li conoscevo di vista, e ho lasciato perdere.
  • P.M. Dott. GOZZO - Eh, ma mi scusi, ecco, allora a questo punto esploriamo meglio questa cosa. Stavano cercando cosa? Cioè non dico che lei sapesse cosa stavano cercando, dico, ma cosa facevano?
  • TESTE MAGGI F.P. - No, tipo che si aggiravano in tutto... in tutta la... come vogliamo dire. (…) In tutta l'area, sì. (…) Ecco, nelle macchine parcheggiate.
  • P.M. Dott. GOZZO - Anche vicino a questa macchina azzurrina che lei...?
  • TESTE MAGGI F.P. - Certo, qualcuno si avvicinò pure là. Va beh, si avvicinarono quando il fumo già forse era un po' meno, sennò i vestiti si sporcavano.
  • P.M. Dott. GOZZO - Quindi forse cercavano qualche traccia, come stava facendo lei.
  • TESTE MAGGI F.P. - E penso di sì, essendo... essendo poliziotti pure loro. (…) Non è che gli posso dire a un collega: "Oh, ma che stai facendo? Che fai qua?" Non glielo posso dire. (…) ho detto: "Ma chissi... ma che ci avevano la radio?" Non lo so io, va', mi sono posto questa domanda, ho detto: "Ma come mai?" E me la sono posto ora. Ai tempi non lo so perché, forse ero troppo giovane, ora, con il tempo, 'sta cosa. (…).
  • P.M. Dott. GOZZO - Senta, a questo punto, visto che lei ha un ricordo abbastanza nitido, mi pare, se può specificare, ecco, adesso quante sono queste persone, se può in qualche modo quantificarle.
  • TESTE MAGGI F.P. - Perché arrivavano man mano, diventarono poi un esercito.
  • P.M. Dott. GOZZO - Allora, diciamo, nell'immediatezza lei già ha individua...?
  • TESTE MAGGI F.P. - Quattro o cinque potevano essere. (…) E c'era qualcuno pure che non conoscevo, ah? Solo che parlavano tra di loro e ho detto: "Mi', su' puru colleghi", erano vistuti uguali, avevano ddocu 'a spilletta, perché poi...
  • P.M. Dott. GOZZO - Avevano anche la spilletta di riconoscimento?
  • TESTE MAGGI F.P. - Penso del Ministero degli Interni o (…) dell'ufficio che facevano parte questi, non lo so.
  • P.M. Dott. GOZZO - Senta, riesce a descriverli, cioè a dire com'erano, insomma, che...? Oppure ha un ricordo semplicemente numerico, diciamo così?
  • TESTE MAGGI F.P. - Sì, grossomodo è numerico, dottore, io non... non riesco a vedere... a riconoscere i visi. Mah, statura normale, tipo la mia. (…) Non mi ricordo i volti, perché... non lo so, non mi interessava. Poi la mente elabora con il tempo, ti fai tante domande, acquisisci magari attraverso i giornali riscontri, e quindi ti fai pure tu delle domande. Dico: "Ma se la chiamata arrivò al 113, questi..." Minchia, ma erano belli freschi, proprio senza una goccia di sudore, proprio questi... proprio come se erano dietro l'angolo, non lo so io. Da chi hanno appreso la notizia questi? Dopo dieci minuti sul posto, un quarto d'ora. Vularu? Chissi di Roma vularu? Erano qua, boh! Non lo so che ci facessero a Palermo. Questo ci tengo a dirlo, eh?  [...] A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA processo Borsellino quater

 

Nel garage dove si prepara l’autobomba, una “presenza anomala e misteriosa”  Fin dall’avvio della propria collaborazione con la giustizia, Gaspare Spatuzza ha raccontato di eventi che lo hanno visto protagonista, anche rispetto alla strage di via D’Amelio. Il contenuto delle sue rivelazioni è stato a dir poco dirompente

Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, all’epoca dei fatti oggetto del presente processo era pienamente inserito nella famiglia mafiosa di Brancaccio (famiglia egemone dell’omonimo mandamento, composto altresì da quelle di Ciaculli, Corso dei Mille e Roccella), sin dagli anni ’80, sebbene non fosse ancora ritualmente affiliato, come uomo d’onore. Infatti, come risulta anche dalle dichiarazioni degli altri collaboratori di giustizia escussi nel presente procedimento, soltanto dopo l’arresto dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano (27 gennaio 1994) e quello di Antonino Mangano (24 giugno 1995), Gaspare Spatuzza diveniva uomo d’onore e veniva, contestualmente, investito (attesi i predetti arresti dei vertici della famiglia) della rappresentanza del mandamento mafioso di Brancaccio, su impulso e per volontà di Matteo Messina Denaro, che voleva un punto di riferimento per quest’ultimo territorio. [...] Comunque, [...], anche in rapporto al suo curriculum criminale ed ai motivi della sua collaborazione con l’autorità giudiziaria, deve subito evidenziarsi come, già all’epoca della strage di via D’Amelio, Gaspare Spatuzza fosse organicamente inserito nella famiglia di Brancaccio e godesse della piena fiducia dei vertici di detto mandamento: infatti, egli entrava a far parte attiva del gruppo mafioso negli anni ’80 grazie al rapporto di conoscenza instaurato con la famiglia dei Graviano, dalla parte dei quali si era schierato nella guerra di mafia poiché, proprio come gli stessi fratelli Graviano, in relazione all’omicidio del loro padre (Michele Graviano), sospettava anch’egli che proprio fratello (Salvatore Spatuzza) fosse stato eliminato da quella fazione di Cosa nostra che faceva capo a Salvatore Contorno e, da quel momento in poi, s’era dunque prestato a controllare gli spostamenti dei familiari e dei soggetti ritenuti vicini allo stesso Contorno (del quale si temeva un ritorno a Palermo, per vendicarsi nei confronti di coloro che riteneva nemici, avvalendosi, appunto, dei familiari o dei soggetti a lui più legati).

[…] Gli incarichi che gli venivano, via via, affidati nell’ambito della famiglia di Brancaccio erano, nel corso del tempo, aumentati per frequenza ed importanza, arrivando (come meglio esposto nella parte dedicata alla valutazione della credibilità soggettiva del collaboratore) anche a numerosi omicidi per conto del sodalizio mafioso (fra gli altri, quelli di Don Pino Puglisi e del piccolo Giuseppe Di Matteo) e, soprattutto, al coinvolgimento diretto nell’intera campagna stragista, in Sicilia (con le stragi di Capaci e di via D’Amelio) e nel continente.

Venendo ai fatti oggetto del presente processo, Gaspare Spatuzza dichiarava, fin dall’avvio (il 26 giugno 2008, avanti a magistrati delle Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze) della propria collaborazione con la giustizia (invero, come rilevato dal Pubblico Ministero, nella sua requisitoria, inizialmente accolta dagli inquirenti con diffidenza, poiché si trattava di rimettere in discussione, dopo più di quindici anni dai fatti, diverse sentenze che accertavano, con il crisma dell’irrevocabilità, responsabilità penali per fatti gravissimi), gli eventi che lo vedevano protagonista, anche in relazione alla strage di via D’Amelio, approfondendo, poi, nel corso dei successivi atti istruttori, il contenuto delle sue dirompenti rivelazioni.

In particolare, per quanto di specifico interesse in questa sede, il collaboratore riferiva che, un giorno (sulla collocazione cronologica, ci si soffermerà nel paragrafo successivo), allorché si trovava in macchina con il sodale Cristofaro (inteso Fifetto) Cannella, che parlava a nome e per conto del loro mandamento, Giuseppe Graviano, questi, dopo essersi sincerato che la vettura fosse “pulita” (cioè che non vi fosse pericolo d’esser intercettati) gli faceva presente che occorreva rubare una Fiat 126. All’obiezione dello Spatuzza, che si diceva non in grado di rubare un simile modello di autovettura, per la quale non si poteva utilizzare lo “spadino”, il Cannella rispondeva, in maniera categorica (“la macchina si deve rubare”): da tale atteggiamento, Gaspare Spatuzza comprendeva che, del tutto verosimilmente, era in preparazione un attentato, facendo un collegamento con quello effettuato in danno del dott. Rocco Chinnici, per il quale era stata utilizzata proprio una Fiat 126, imbottita d’esplosivo. Data l’irremovibilità di Cannella, Spatuzza gli domandava se poteva avvalersi dell’aiuto di Vittorio Tutino ed anche se, per l’esecuzione del furto, dovevano rispettare il limite territoriale del loro mandamento (Brancaccio), oppure se, al contrario, avevano libertà di agire su tutta la città di Palermo. Cannella prendeva tempo, dicendo che simili decisioni spettavano a Giuseppe Graviano, riservandosi di far pervenire una risposta, dopo aver, appunto, interpellato il capo mandamento.

Effettivamente, dopo qualche giorno, Cannella comunicava a Spatuzza che poteva utilizzare Tutino per il furto della Fiat 126 e che potevano operare in tutto il territorio palermitano ed anche oltre. Spatuzza si attivava, dunque, immediatamente, per rintracciare Vittorio Tutino, facendogli presente la necessità di rubare una Fiat 126, munendosi degli arnesi da scasso necessari per asportare quel modello di autovettura, poiché (come anticipato), sapeva (da alcuni soggetti del quartiere Sperone di Palermo, dediti ai furti di autovetture) che non era possibile rubare la Fiat 126 utilizzando il “chiavino” o “spadino”, essendo necessario romperne il bloccasterzo e poi collegare i fili di accensione (la circostanza veniva ampiamente confermata, come si vedrà, nel corso dell’istruttoria). Dunque, nel giorno stabilito (sull’individuazione, ancora una volta, si rinvia al paragrafo successivo), Spatuzza si metteva in moto, assieme a Tutino, a bordo della Renault 5 di proprietà del fratello, in prima serata (dopo le ore venti), per individuare l’autovettura da rubare, in realtà, avendo in animo soltanto di perlustrare la zona e poi, una volta individuata la vettura, di agire in un tempo più idoneo. […] Una volta individuata la Fiat 126, Spatuzza e Tutino decidevano di agire nell’immediatezza, perché l’automobile era posteggiata in una zona isolata e l’occasione era propizia81. Quindi, Vittorio Tutino, munito dell’attrezzatura da scasso (un cacciavite per forzare la serratura ed il “tenaglione” per rompere il bloccasterzo), scendeva e si metteva in azione, mentre Spatuzza rimaneva a bordo dell’automobile del fratello, posizionandola all’imbocco della stradina e rimanendo in attesa. Tuttavia, vedendo che il compare impiegava più tempo del dovuto, Spatuzza usciva dall’abitacolo e s’avvicinava alla Fiat 126, dove Tutino, rannicchiato sotto lo sterzo, gli diceva che stava incontrando qualche difficoltà. Proprio in quel frangente, passavano alcune persone (un uomo, con in braccio un bambino piccolo ed una donna che camminava, dando la mano ad una bambina più grande), che, apparentemente, non s’accorgevano d’alcunché. A quel punto, Spatuzza s’introduceva anch’egli all’interno dell’abitacolo ed, alla fine, i due sodali riuscivano a romperne il bloccasterzo. Ciononostante, una volta collegati i fili dell’accensione, non riuscivano a mettere in moto la vettura (che, come si vedrà in altra parte della motivazione, aveva dei problemi anche d’accensione), sicché, dopo averla condotta, a mano, fuori della stradina, a fondo chiuso, dove si trovava posteggiata, decidevano di portarla via a spinta, appunto, avvalendosi dell’automobile del fratello di Spatuzza. Utilizzando tale metodo, i due giungevano, sicuramente prima della mezzanotte, in un garage del quartiere di Brancaccio, nella disponibilità di Spatuzza dove ricoveravano la Fiat 126 (le operazioni duravano, complessivamente, più di un’ora); Spatuzza informava poi Fifetto Cannella.

[…] Sulla collocazione cronologica di questa prima fase, il collaboratore di giustizia non forniva dati precisi, ma solo indicazioni piuttosto approssimative. Detta circostanza (assolutamente comprensibile, anche alla luce del lungo tempo decorso dai fatti), non preclude comunque una ricostruzione attendibile, cui pare ben possibile addivenire, attraverso una lettura ‘sinottica’ delle dichiarazioni di Spatuzza e degli ulteriori dati istruttori disponibili (di seguito evidenziati).

IL FURTO DELL’AUTO  Un primo dato certo è che la Fiat 126 utilizzata come autobomba in via D’Amelio veniva inserita nell’archivio del Ministero dell’Interno il 10 luglio 1992, poiché in tale data, Pietrina Valenti ne denunciava il furto presso la Stazione Carabinieri di Palermo-Oreto: inoltre, il furto veniva denunciato dalla proprietaria come avvenuto la sera o la notte prima. Un altro dato certo (sul quale convergono le dichiarazioni di tutti i soggetti coinvolti) è che la proprietaria della Fiat 126 incaricava Salvatore Candura di ricercare l’automobile, una volta avvedutasi della sua sottrazione.

A tal proposito, Pietrina Valenti (con modalità alquanto confusionarie), sosteneva di aver presentato la sua denuncia subito dopo la scoperta del furto, aggiungendo di ricordare “perfettamente” che si trattava di una domenica (in realtà, il 10 luglio 1992 era un venerdì), tanto che (a suo dire) le veniva richiesto di tornare in un altro giorno non festivo, perché non c’era personale disponibile per raccogliere la sua denuncia.

Luciano Valenti (anch’egli in maniera confusa), dapprima rispondeva che sua sorella Pietrina sporgeva denuncia subito dopo essersi accorta del furto e poi, dopo la lettura delle sue precedenti dichiarazioni al dibattimento del processo c.d. Borsellino uno, confermava che Pietrina ritardava la denuncia, si pure di poco, in attesa dell’esito delle ricerche dell’automobile, da parte di Candura. […] Sulla stessa linea, anche le dichiarazioni di Salvatore Candura, che spiegava come, su suo consiglio, Pietrina Valenti (che lo sospettava del furto della sua automobile), prima di sporgere la denuncia, attendeva l’esito delle sue ricerche, per “un po’ di giorni”. […] Dunque, sulla scorta degli elementi sin qui richiamati, si può ritenere provato, che il furto della Fiat 126 veniva consumato in epoca compresa tra i primi giorni di luglio 1992, così come dichiarato da Salvatore Candura, e la sera del giorno 9 luglio 1992, come indicato dalla stessa Pietrina Valenti nella denuncia presentata ai Carabinieri, l’indomani 10 luglio 1992. La tesi più ragionevole è che la sottrazione della Fiat 126 sia avvenuta diversi giorni prima rispetto alla denuncia, attesa la convergenza, in tal senso, di plurime fonti dichiarative (Salvatore Candura, Roberto Valenti ed anche Luciano Valenti, almeno secondo quanto dal medesimo dichiarato nel processo c.d. Borsellino uno) ed in considerazione anche della circostanza (pacifica) che la proprietaria si rivolgeva a Salvatore Candura per recuperare il veicolo (come da lei ammesso), secondo una prassi che, evidentemente, richiedeva che la stessa attendesse poi l’esito delle ricerche del mezzo, almeno per qualche giorno, prima di denunciarne la sottrazione alle autorità, tanto più che lei sospettava proprio del Candura, per la commissione del furto. Inoltre, in tale ottica, potrebbe avere senso anche la circostanza (diversamente non spiegabile) che Pietrina Valenti ricordava “perfettamente” di essersi recata in Caserma in una giornata domenicale, non appena si avvedeva della sottrazione della sua Fiat 126: pare, infatti, del tutto ragionevole ipotizzare (alla luce delle suddette risultanze istruttorie) che la stessa sia andata, effettivamente, dai Carabinieri la domenica 5 luglio 1992 e che, alla richiesta dei militari di ripresentarsi in giorno non festivo, abbia poi deciso di rivolgersi al Candura, per cercare di recuperare l’automobile, facendogli presente (proprio come dichiarato da quest’ultimo), che in caso di mancato ritrovamento della Fiat 126, sarebbe andata a denunciarne la sottrazione, come effettivamente avvenuto il successivo venerdì 10 luglio 1992.

[…] Il ricordo (comprensibilmente) poco nitido di Gaspare Spatuzza, sulla data dell’incarico di rubare una Fiat 126 (sintomo evidente di genuinità delle sue dichiarazioni), può essere colmato da altri elementi istruttori, assolutamente compatibili con le sue dichiarazioni ed utili a ricostruire l’esatta cronologia (anche) di questo segmento esecutivo. […] Dunque, andando a ritroso di circa una settimana o poco più, secondo l’indicazione fornita da Gaspare Spatuzza, è del tutto verosimile collocare l’incarico di Cannella, per il furto della Fiat 126, alla fine del mese di giugno. […] Dopo aver riferito dell’incarico ricevuto per il furto della Fiat 126 e delle modalità con le quali assolveva a detto compito, come detto, unitamente all’imputato Vittorio Tutino, nonché del luogo in cui ricoverava l’autovettura, subito dopo la sottrazione, Gaspare Spatuzza proseguiva nel suo racconto, spiegando che, dopo aver fatto sapere a Fifetto Cannella che aveva appunto rubato la macchina, veniva convocato dal capo mandamento, Giuseppe Graviano, che – in quel frangente – trascorreva la latitanza a Falsomiele, nella casa di Borgo Ulivia, del padre di Fabio Tranchina [...].

LE DIRETTIVE DI GIUSEPPE GRAVIANO  Nell’occasione, come detto, da collocare in epoca antecedente al pomeriggio del 7 luglio 1992 (allorquando il capo mandamento si allontanava dalla Sicilia, facendovi rientro il 14 luglio 1992), Graviano si informava, innanzitutto, da Spatuzza sul luogo dove aveva rubato l’automobile (la zona dov’era posteggiata la Fiat 126 ricadeva nel territorio del mandamento di Brancaccio, diviso da quello di Santa Maria di Gesù, dalla via Oreto) e gli chiedeva anche se, dalla visione dei documenti o dall’eventuale richiesta di restituzione del mezzo, la stessa fosse riconducibile a persone di loro conoscenza […]. Spatuzza osservava le direttive ricevute, così come quella di comprare un bloccasterzo ad ombrello, da poter applicare al volante della Fiat 126 (evidentemente, in vista della sua collocazione in via D’Amelio, al fine di allontanare dubbi che la stessa fosse rubata), bruciando tutto ciò che era contenuto all’interno (immagini sacre, documenti ed anche un ombrello). […] Nel frattempo (come anticipato), pochi giorni dopo il furto della Fiat 126118, Spatuzza, collegandone i fili dell’accensione, l’aveva messa in moto e trasportata in un altro garage, anch’esso nella sua disponibilità, nella zona della famiglia di Roccella […]. Dopo aver riferito dello spostamento della Fiat 126 in un altro magazzino (rispetto a quello di Brancaccio, dove aveva ricoverato l’automobile, subito dopo averla rubata), nel territorio della famiglia di Roccella (sempre ricompreso nel mandamento di Brancaccio), nonché dell’incontro con Giuseppe Graviano (nella casa del padre di Fabio Tranchina) e dell’adempimento delle direttive impartite da quest’ultimo, in merito alla sistemazione dell’automobile (provvedendovi direttamente, salvo che per la sistemazione dei freni, per cui s’avvaleva dell’amico meccanico, Maurizio Costa), Gaspare Spatuzza riferiva anche gli ulteriori segmenti della sua partecipazione alle attività preparatorie della stage di via D’Amelio, con il contributo operativo, ancora una volta, dell’imputato Vittorio Tutino. Infatti, dopo un ulteriore incontro con Giuseppe Graviano, nella casa del padre di Fabio Tranchina, la settimana precedente alla strage del 19 luglio 1992, con le ulteriori direttive del capo mandamento sul furto delle targhe che Spatuzza doveva effettuare (tassativamente) sabato 18 luglio 1992, in orario di chiusura degli esercizi ed evitando effrazioni (per ritardare il più possibile la denuncia di furto), proprio in quest’ultimo giorno (vale a dire la vigilia della strage), Vittorio Tutino rintracciava il collaboratore, mentre costui si trovava a casa della madre, poiché doveva consegnargli delle batterie per automobile (evidentemente, assolvendo ad un incarico). Pertanto, i due sodali si recavano, prima dell’orario di chiusura mattutina, dall’elettrauto “Settimo”, in Corso dei Mille, dove Tutino ritirava le “due batterie”, dopo averne controllato la carica (così testandone l’efficienza), consegnandole a Spatuzza, assieme ad “un antennino”, del tipo di quelli che venivano montati nella canaletta di utilitarie di piccola cilindrata.

Spatuzza si recava, quindi, nel garage di Roccella, dove la Fiat 126 era ricoverata e collocava le due batterie e l’antennino all’interno dell’abitacolo, dove aveva già posizionato anche l’occorrente per poter sostituire le targhe che, di lì a poco, avrebbe rubato, secondo le predette direttive di Giuseppe Graviano ed avvalendosi, ancora una volta, dell’amico e sodale Vittorio Tutino. Peraltro, Spatuzza chiariva anche a cosa servisse il predetto materiale, recuperato attraverso l’ausilio dell’imputato, sia pure facendo riferimento alla sua successiva esperienza criminale, in particolare a quella relativa all’attentato di via Fauro a Roma, allorquando veniva approntato un meccanismo di doppia detonazione per l’ordigno esplosivo destinato al giornalista Maurizio Costanzo, appunto, utilizzando due batterie (in quel caso di motociclo), a garanzia di una maggiore riuscita dell’azione delittuosa (in quel caso, non portata a compimento). Successivamente, nel pomeriggio della medesima giornata di sabato 18 luglio 1992, in orario ricompreso tra le ore 15 e le ore 18, Gaspare Spatuzza veniva contattato, sotto la propria abitazione, nel quartiere Brancaccio, da Fifetto Cannella, che gli comunicava che si doveva spostare la Fiat 126. […] Giunto in via Don Orione, sempre seguendo le vetture del Cannella e del Mangano (proprio all’altezza della casa della suocera di Vittorio Tutino), Spatuzza notava i predetti sodali che arrestavano la marcia e, in particolare, Cannella che gli faceva cenno di posteggiare la Fiat 126. Così faceva Spatuzza, che scendeva anche dall’abitacolo, per dirigersi a piedi (non sapendo bene cos’altro fare) verso un bar ubicato lì all’angolo, venendo subito raggiunto da Cannella, a piedi, che gli diceva di salire nuovamente a bordo della Fiat 126 e di seguirlo.

Cannella e Mangano, camminando a piedi conducevano, quindi, Spatuzza in via Villasevaglios, all’interno di un vano seminterrato di uno stabile sulla destra di tale strada, nel quale si accedeva attraverso uno scivolo (dove, come si vedrà, Spatuzza portava gli inquirenti, nel corso del sopralluogo). Imboccando tale scivolo e svoltando poi a destra, Spatuzza notava, tra i numerosi garage del seminterrato, uno che era proprio di fronte alla sua autovettura e che aveva la saracinesca già aperta, con all’interno due uomini: uno era Lorenzo (detto Renzino) Tinnirello, come già accennato, all’epoca dei fatti, vice capo della famiglia di Corso dei Mille (sulla cui figura ci si soffermerà in altra parte della motivazione), mentre l’altro era uno sconosciuto, verosimilmente estraneo a Cosa nostra (secondo lo stesso collaboratore, una presenza anomala e misteriosa). Era proprio su Tinnirello che si concentrava l’attenzione di Spatuzza, poiché era quest’ultimo che lo guidava, con i gesti, nella manovra di parcheggio nel garage. Terminata detta manovra, Spatuzza faceva notare a Tinnirello la presenza, all’interno dell’abitacolo, del materiale che aveva procurato, anche grazie all’ausilio di Tutino (le due batterie e l’antennino, oltre al necessario per reinstallare delle altre targhe che avrebbe dovuto rubare, di lì a poco), raccomandando anche di ripulire lo sterzo, il cambio e la maniglia dalle impronte digitali che aveva lasciato.

Mentre usciva dal garage, in compagnia di Cannella, Spatuzza vedeva sopraggiungere, scendendo lungo il predetto scivolo d’accesso al seminterrato, Francesco (detto Ciccio) Tagliavia, all’epoca dei fatti, come accennato, a capo della famiglia di Corso dei Mille (anche su tale figura ci si soffermerà in altra parte della motivazione) e latitante, sicché, proprio per quest’ultimo motivo, il collaboratore evitava anche solo di salutarlo. Spatuzza s’allontanava, poi, a bordo dell’autovettura del Cannella. A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA processo Borsellino quater

 

I ricordi di Gaspare Spatuzza, giorno per giorno, fino al 19 luglio Sabato 18 luglio 1992, Gaspare Spatuzza e Vittorio Tutino recuperavano due batterie necessarie a far esplodere l’autobomba; successivamente Spatuzza portava la Fiat 126 in un garage seminterrato, a meno di un km da via D’Amelio. Nello stesso pomeriggio, Spatuzza e Tutino rubavano anche le targhe da un’altra Fiat 126, consegnate a Giuseppe Graviano

Proseguendo, poi, nell’analisi delle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia, sulla preparazione della strage e sulle attività compiute il sabato 18 luglio 1992, dopo aver personalmente consegnato la Fiat 126, nel garage di via Villasevaglios, ai sodali Renzino Tinnirello e Ciccio Tagliavia, oltre che (si ripete) al predetto terzo estraneo, si deve esaminare la successiva sottrazione delle targhe (poi apposte all’autobomba), da parte di Gaspare Spatuzza e Vittorio Tutino, secondo le direttive impartite dal loro capo mandamento.

L’incarico in tal senso (come anticipato) veniva dato a Spatuzza da Giuseppe Graviano, nella settimana antecedente alla strage, nella casa di Borgo Ulivia, dove il capo mandamento trascorreva la sua latitanza: le direttive (come già accennato) erano quelle di rubare delle targhe da una Fiat 126, nel pomeriggio del sabato di quella settimana, da automobili parcheggiate all’interno di autosaloni od officine, senza far scattare allarmi né operare alcuna effrazione, in maniera tale che il proprietario se ne potesse accorgere solo al momento della successiva riapertura, dopo il fine settimana (secondo i piani di Cosa nostra, a strage già avvenuta).

Peraltro, simili modalità operative erano state seguite anche in precedenza, come spiegato dal collaboratore, per l’esecuzione di un omicidio negli anni ’90 (in quel caso le targhe venivano prelevate in via Fichidindia), oltre che, successivamente, per il fallito attentato allo stadio Olimpico nel gennaio del 1994: lo scopo non era tanto quello di sfuggire ai possibili controlli delle forze dell’ordine, in occasione degli spostamenti del mezzo da utilizzare come autobomba (come visto, infatti, la Fiat 126 di Pietrina Valenti, circolava con la sua targa originale, sia pure per pochi chilometri e con altre due automobili a far da vedetta, ancora il sabato 18 luglio 1992), quanto quello di evitare che ne venisse accertata la provenienza furtiva, una volta che l’automezzo era, appunto, già imbottito d’esplosivo e posizionato nei luoghi dove doveva esplodere. […] Una volta reperite le due targhe, Spatuzza (come già concordato con il capo mandamento) si recava, da solo, al maneggio dei fratelli Vitale, per incontrare Giuseppe Graviano e consegnargli le targhe stesse. Giuseppe Graviano lo aspettava, come concordato, appoggiato sulla Renault 19 che usava in quel periodo165, intento a conversare con un’altra persona. Una volta avvedutosi della sua presenza, Graviano gli si faceva incontro, a piedi, mentre il soggetto col quale parlava, entrava negli uffici della Palermitana Bibite (si trattava di uno de fratelli Vitale, in particolare, di quello che abitava proprio nello stabile di via Mariano D’Amelio). Il capo mandamento di Brancaccio prendeva in consegna le targhe da Spatuzza e, dopo essersi informato sul luogo dove le aveva rubate, gli raccomandava di allontanarsi, l’indomani 19 luglio 1992, stando il “più lontano possibile” di Palermo. Seguendo il consiglio, Spatuzza si recava a trascorrere la domenica in un villino che prendeva in affitto a Campofelice di Roccella, organizzato una piccola festa per i familiari e le persone più care, proprio per far sì che costoro non si trovassero a Palermo e, una volta appreso, dai mezzi d’informazione, della strage in danno del dott. Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta, pensava “ce l’abbiamo fatta” (sino a quel momento, non aveva ricevuto alcuna informazione sull’identità dell’obiettivo). L’indomani, Spatuzza faceva rientro a Palermo ed aveva un ulteriore incontro con Giuseppe Graviano, in un appartamento di via Lincoln, nella disponibilità di Giuseppe Farana: nell’occasione, il capo mandamento si complimentava con Spatuzza per il suo apporto nell’attentato e si dimostrava estremamente soddisfatto, poiché avevano dimostrato di essere in grado “di colpire dove e quando” volevano; nel contempo, invitava Spatuzza ad adoperarsi affinché si componessero i malumori ed i piccoli contrasti che, di tanto in tanto, insorgevano nella famiglia mafiosa di Brancaccio, in prospettiva di “altre cose” che dovevano “portare avanti”.

I PREPARATIVI DELLA STRAGE  […] Dunque, si può senz’altro affermare che le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, in ordine alle attività compiute nella settimana precedente all’attentato di via D’Amelio, vanno a comporsi armonicamente con quelle rese dagli altri collaboratori di giustizia coinvolti in quel segmento della fase esecutiva relativa all’osservazione degli spostamenti di Paolo Borsellino, nella giornata della domenica 19 luglio 1992. Se ne ricava, infatti, un quadro complessivo in cui, nella settimana precedente la strage, i soggetti deputati alla sua realizzazione (appartenenti, da un lato, alle famiglie della Noce, Porta Nuova, San Lorenzo e, dall’altro, a quelle di Brancaccio, Corso dei Mille e Roccella) si attivavano, secondo i rispettivi ambiti di competenza, per portare a compimento l’attentato (pianificato per la giornata di domenica 19 luglio 1992), secondo la sequenza cronologica di seguito indicata:

  • sabato 11 luglio 1992, Salvatore Biondino ed i suoi uomini (Giovan Battista Ferrante ed i due Salvatore Biondo, “il lungo” ed “il corto”), effettuavano la prova del telecomando alle Case Ferreri;
  • lunedì 13 luglio oppure martedì 14 luglio, Raffaele Ganci sondava la disponibilità di suo nipote, Antonino Galliano ad effettuare, per la domenica successiva, il pedinamento del dott. Borsellino;
  • in un arco di tempo compreso tra il martedì 14 luglio ed il successivo giovedì 16 luglio, Gaspare Spatuzza veniva convocato da Giuseppe Graviano, per ricevere le sue direttive sul furto delle targhe da apporre all’autobomba. Nell’occasione, il capo mandamento raccomandava espressamente di rubare le targhe il sabato pomeriggio, in orario di chiusura degli autosaloni e delle officine, senza operare alcuna effrazione o fare altro che potesse anticipare la denuncia del furto a prima del lunedì successivo;
  • giovedì 16 luglio 1992, Salvatore Biondino (in compagnia di Giuseppe Graviano e di Carlo Greco) diceva a Giovanni Brusca che erano “sotto lavoro” e che non avevano bisogno di alcun aiuto, da parte sua (confermando che, in quel preciso momento, la macchina organizzativa della strage era già ben definita);
  • lo stesso giovedì 16 luglio oppure l’indomani, Salvatore Biondino avvisava Giovan Battista Ferrante di non andare in barca la domenica successiva e di tenersi a disposizione, perché ci sarebbe stato “del daffare”;
  • nello stesso arco di tempo, fra il 16 giovedì ed il venerdì 17 luglio, Raffaele Ganci informava Salvatore Cancemi che la domenica ci sarebbe stato l’attentato con l’esplosivo, contro Paolo Borsellino, durante una visita del Magistrato alla madre e che Salvatore Biondino aveva già messo a punto ogni dettaglio per l’esecuzione;
  • venerdì 17 luglio 1992, alle ore 17.58, Gaspare Spatuzza telefonava all’utenza intestata a Cristofaro Cannella [...];
  • sabato 18 luglio 1992, nella tarda mattina, Gaspare Spatuzza e Vittorio Tutino recuperavano, da un elettrauto di Corso dei Mille, due batterie per autovettura, necessarie, assieme all’antennino procurato dall’imputato, a far esplodere l’autobomba; successivamente, Spatuzza portava la Fiat 126 in un garage seminterrato, a meno di un chilometro di distanza dalla via D’Amelio, scortato da Nino Mangano e Fifetto Cannella; nello stesso pomeriggio, Spatuzza e Tutino rubavano anche le targhe da un’altra Fiat 126, nella carrozzeria di Giuseppe Orofino e, successivamente, Spatuzza consegnava dette targhe a Giuseppe Graviano, presso il maneggio dei fratelli Vitale (come da precedenti accordi);
  • sempre nella giornata del sabato 18 luglio 1992, Giovan Battista Ferrante incontrava Salvatore Biondino, che – dandogli appuntamento per le sette dell’indomani mattina – gli consegnava un biglietto con scritto il numero di un’utenza mobile (quella intestata a Cristofaro Cannella) che doveva chiamare, l’indomani, appena avvistato il convoglio di automobili della scorta di Paolo Borsellino;
  • domenica 19 luglio 1992, alle ore 16.52, Giovan Battista Ferrante telefonava all’utenza mobile di Cristofaro Cannella, per avvisare dell’imminente arrivo del magistrato in via D’Amelio.

I RISCONTRI POSITIVI  Dalla sequenza degli eventi appena indicati, desumibile dal racconto dei collaboratori di giustizia che partecipavano alla fase esecutiva dell’attentato (o che offrivano, comunque, elementi concreti per ricostruire detta fase), pare evidente che le (attendibili) dichiarazioni di Gaspare Spatuzza (sostituendosi a quelle, mendaci, rese in precedenza da Vincenzo Scarantino) si saldano perfettamente con quelle rese da Antonino Galliano, Giovan Battista Ferrante, Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca, trovando anche, nello svolgimento degli accadimenti da costoro descritta, un’efficace riscontro di natura logica.

Ancora, si deve rilevare come le predette dichiarazioni dei vari collaboratori di giustizia, oltre ad essere perfettamente compatibili e complementari fra di loro, convergono anche in merito alla circostanza fondamentale che il giorno prescelto per l’attentato in via D’Amelio era proprio la domenica 19 luglio 1992: in questo senso, infatti, vanno lette anche le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, sulle precise direttive impartitegli da Giuseppe Graviano per il furto delle targhe (di sabato pomeriggio, in orario di chiusura degli esercizi, senza fare effrazioni o lasciare tracce visibili, che avrebbero anticipato la denuncia, rispetto al lunedì). Nello stesso senso, come detto, paiono illuminanti le dichiarazioni di Antonino Galliano, cui veniva richiesta – già lunedì 13 o martedì 14 luglio – la disponibilità a pedinare il magistrato per la domenica successiva ed anche quelle di Giovan Battista Ferrante, che doveva tenersi a disposizione per la domenica, nonché (sia pure con minor precisione) quelle di Salvatore Cancemi, cui Raffaele Ganci faceva presente, pochi giorni prima della strage (giovedì o venerdì), che tutto era già organizzato per fare un attentato a Paolo Borsellino, con l’eplosivo, quella domenica. Tutte queste dichiarazioni, trovano ora, ulteriore e significativo sostegno, in quelle rese da Gaspare Spatuzza.

[…] Per quanto riguarda, poi, le ragioni della scelta di collaborare con la giustizia, Spatuzza la spiegava come il punto d’arrivo di un tormentato percorso morale e religioso, di rivisitazione critica delle proprie condotte delinquenziali, avendo egli maturato, durante la propria detenzione ed anche a seguito dell’incontro con persone che scontavano condanne per la strage di via D’Amelio, basate su ricostruzioni che egli ben sapeva non esser rispondenti a quanto realmente accaduto il 19 luglio 1992 e nei giorni immediatamente precedenti, il desiderio di modificare radicalmente la sua vita e di riscattare i suoi trascorsi, anche cercando conforto nella religione […] In proposito va evidenziato che, [...], era proprio nel periodo della detenzione a Parma, con Gaetano Murana, che Spatuzza, pur non essendo affatto intenzionato a diventare un collaboratore della giustizia, si spingeva a fare delle rivelazioni ai magistrati della Procura Nazionale Antimafia, per avvisare che c’erano stavano facendo un errore negli accertamenti giudiziari sulla strage di via D’Amelio: a tal riguardo, si rinvia alla lettura del verbale integrale del colloquio investigativo con i dottori Vigna e Grasso del 26.6.1998 (acquisito agli atti, sull’accordo delle parti, all’udienza del 7.11.2016). In detto verbale -peraltro, ben difficilmente utilizzabile, ai fini di prova (sebbene oggetto di molteplici domande, nel controesame dibattimentale del collaboratore), in quanto reso in totale assenza di garanzie difensive (e facendo esplicitamente presente che si trattava di un colloquio senza alcuna valenza processuale)- Gaspare Spatuzza (ben dieci anni prima dell’avvio della sua collaborazione), diceva che l’automobile, poi utilizzata come autobomba in via D’Amelio, veniva rubata dai ragazzi della Guadagna e, poi, da ‘‘altri’’, senza che Orofino sapesse alcunché o c’entrasse qualcosa, avendo semplicemente subito il furto delle targhe da un mezzo ricoverato nella sua autofficina; l’automobile veniva riempita altrove, d’esplosivo, e Vincenzo Scarantino era totalmente estraneo a questi fatti; gli avevano fatto dire ‘‘quelle cose che non doveva dire’’. A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA processo Borsellino quater

 

Menzogne e falsi pentiti, ecco Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino

Durante le investigazioni, condotte dal dott. Arnaldo La Barbera e i suoi uomini, nonostante le perplessità che potevano insorgere sulle dichiarazioni di Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino e sulla loro personalità, non veniva mai fatto un sopralluogo con il ladro dell’automobile... Si riporta qui di seguito (per maggiore comodità di lettura e consultazione) uno stralcio della deposizione dell’Ispettore Claudio Castagna, che assisteva a detti sopralluoghi (videoregistrati) con Gaspare Spatuzza e con Pietrina Valenti:

  • P.M. Dott. LUCIANI - Senta, lei ha parlato, invece, di sopralluoghi esperiti con l'Autorità Giudiziaria assieme a Gaspare Spatuzza.
  • TESTE C.G. CASTAGNA - Sì.
  • P.M. Dott. LUCIANI - Lei ha presenziato a questi sopralluoghi?
  • TESTE C.G. CASTAGNA - Sì.
  • P.M. Dott. LUCIANI - Sa le modalità con le quali sono stati condotti questi sopralluoghi? Cioè da un punto di vista tecnico intendo.
  • TESTE C.G. CASTAGNA - Sì, tra l'altro mi sono occupato quasi... quasi totalmente, in una sola occasione credo si sia occupato un collega di tutte le videoriprese, di tutti i sopralluoghi che sono stati fatti con...
  • P.M. Dott. LUCIANI - Quindi i sopralluoghi sono stati...
  • TESTE C.G. CASTAGNA - Tutti videofilmati.
  • P.M. Dott. LUCIANI - Lei ha detto di aver visto anche le immagini del sopralluogo di Candura Salvatore.
  • TESTE C.G. CASTAGNA - Di Candura, sì. Sì, ne ho fatto anche annotazione, tra l'altro, su questo per...
  • P.M. Dott. LUCIANI - Ha fatto anche annotazione per descrivere.
  • TESTE C.G. CASTAGNA - Sì, sì.
  • P.M. Dott. LUCIANI - Ecco, sa che luogo ha indicato Candura Salvatore al momento del sopralluogo?
  • TESTE C.G. CASTAGNA - Allora, lui, invece, sosteneva che... di essere, quindi, l'autore del furto della 126 e che l'autovettura, nel momento in cui l'aveva prelevata, si trovava posteggiata proprio davanti l'ingresso dello stabile, quindi nella parte terminale della L.
  • P.M. Dott. LUCIANI - Davanti il portone, diciamo.
  • TESTE C.G. CASTAGNA - Allora, immaginando questa L immaginaria, Spatuzza e la signora Valenti la indicavano proprio nel primo parcheggio principale sul lato dello stabile, mentre Candura diceva che la macchina si trovava al termine della L, del... della L.
  • P.M. Dott. LUCIANI - Nel vialetto che conduce al portone di accesso.
  • TESTE C.G. CASTAGNA - Proprio davanti al portone di accesso.
  • P.M. Dott. LUCIANI - Proprio davanti al portone.
  • TESTE C.G. CASTAGNA - Dove c'erano questi gradini, questi gradini che conducevano verso il piazzale.
  • P.M. Dott. LUCIANI - Senta, per poter fare le attività che vi sono state delegate dalla Procura della Repubblica, avete avuto modo di visionare anche le attività che erano state fatte illo tempore?
  • TESTE C.G. CASTAGNA - Sì, abbiamo, praticamente, acquisito buona parte del carteggio degli accertamenti che erano stati fatti all'epoca.
  • P.M. Dott. LUCIANI - Per quello che ha potuto lei verificare dalla lettura di questi atti, chiaramente per poter assolvere alle deleghe della Procura, questo tipo di accertamento in via Sirillo di individuazione dei luoghi era mai stato fatto?
  • TESTE C.G. CASTAGNA - No, non...
  • P.M. Dott. LUCIANI - Da parte del Candura.
  • TESTE C.G. CASTAGNA - Non risultano atti.
  • P.M. Dott. LUCIANI - O da parte della Valenti.
  • TESTE C.G. CASTAGNA - Non risultano atti in cui... cioè in cui sarebbero stati fatti questi sopralluoghi.

PERPLESSITÀ  Orbene, come emerge anche dalla testimonianza appena riportata, una tale attività istruttoria di sopralluogo non veniva mai espletata in passato, allorquando si raccoglievano le dichiarazioni di Candura e Scarantino, per la strage di via D’Amelio.

Durante le pregresse investigazioni, condotte dal dott. Arnaldo La Barbera e dai suoi uomini, nonostante le naturali perplessità che potevano insorgere, in relazione alla personalità di entrambi i ‘collaboratori’ ed anche al contenuto delle loro dichiarazioni (si pensi, solo per fare un esempio, al racconto di Scarantino sulla cerimonia della sua affiliazione a Cosa nostra), non veniva mai fatto un sopralluogo con il ladro dell’automobile, né con la derubata.

Anche per questo motivo, oltre che per il sopravvenuto mutamento dei luoghi, l’atto istruttorio si rivela di fondamentale importanza, andando a riscontrare, in maniera molto significativa e puntuale, le dichiarazioni di Spatuzza (e, per converso, ad escludere la credibilità di quelle rese da Salvatore Candura e da Vincenzo Scarantino, nei precedenti processi). Inoltre, l’individuazione del luogo esatto di sottrazione della Fiat 126, da parte di Gaspare Spatuzza, si rivela ancor più attendibile, in considerazione del fatto che il collaboratore indicava un punto dove, all’epoca del sopralluogo, era impossibile posteggiare un’automobile, poiché vi erano delle fioriere, installate in epoca successiva, come spiegato dalla stessa Pietrina Valenti. Quest’ultima (nella consueta maniera confusionaria), spiegava che, all’epoca dei fatti, nel posto dove venivano poi collocate le fioriere condominiali, si poteva parcheggiare (“io la posteggiavo la macchina dov'è che ora ci sono messe le piante”).

[…] Sempre in occasione della sua testimonianza, Pietrina Valenti precisava che, per come aveva parcheggiato la sua Fiat 126, quella sera, non aveva modo di controllarla a vista, dalle finestre del suo appartamento. […] Le dichiarazioni della Valenti trovavano anche conferma nell’attività di riscontro del Centro Operativo DIA di Caltanissetta, da cui risultava che, effettivamente, la zona dove venivano installate le menzionate fioriere condominiali (dove la teste, come detto, posteggiava la Fiat 126, prima che le venisse rubata), non era visibile dalle finestre dell’appartamento della proprietaria. Al contrario (come anticipato), Salvatore Candura, nel sopralluogo del 24 novembre 2008 (anch’esso agli atti), confermando quanto già dichiarato nei precedenti procedimenti, indicava, come luogo dove rubava la Fiat 126 di Pietrina Valenti, un posto diverso, nelle immediate vicinanze del portone d’ingresso dello stabile, peraltro in una posizione parzialmente visibile dalla camera da letto della Valenti. Venivano, poi, acquisite al fascicolo per il dibattimento, sul consenso delle parti, anche tutte le dichiarazioni rese dai condomini di via Sirillo, su tre temi di prova:

se i luoghi subivano o meno delle modifiche, dal luglio 1992, come affermato da Pietrina Valenti e negato da Salvatore Candura (fatta eccezione, secondo quanto dichiarato da quest’ultimo, per due archi in ferro, messi per ostruire la marcia di possibili autovetture, nel vicolo cieco d’accesso al portone condominiale);

se, all’epoca dei fatti, era possibile oppure no posteggiare automobili, per un tempo apprezzabile, nel predetto vicolo cieco, come escluso dalla Valenti ed affermato da Candura, che sosteneva, appunto, d’aver rubato la Fiat 126 proprio da siffatta posizione;

se qualche condomino notava il furto della Fiat 126 oppure la presenza di due persone nei pressi della medesima automobile, la sera in cui la stessa veniva asportata (attese le menzionate dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, secondo cui, mentre perpetrava il furto con Tutino, una coppia con due bambini transitava a piedi).

Le circostanze complessivamente desumibili dalle dichiarazioni acquisite agli atti, possono riassumersi (in maniera estremamente sintetica, considerata anche la sopravvenuta confessione, da parte di Salvatore Candura, della falsità delle proprie precedenti dichiarazioni, sul furto della Fiat 126, sotto casa di Pietrina Valenti), come segue. Effettivamente, alla fine del vicolo cieco che conduce al portone dello stabile di via Bartolomeo Sirillo n. 5, successivamente al luglio del 1992, venivano realizzate, da uno dei condomini (Passantino Vincenzo), delle opere (abusive), consistenti nella realizzazione di alcuni gradini, di fronte all’entrata per l’edificio. Detta circostanza, oltre che dal diretto interessato (che operava, come accennato, senza alcun titolo edilizio, per cui non esistono atti pubblici, per una precisa datazione delle opere), veniva confermata anche dagli altri condomini (tutti collocavano tali opere, all’incirca, negli anni 2000-2005). Inoltre, pure i paletti per impedire l’accesso al cortile prospiciente al portone d’ingresso, venivano collocati in epoca più recente, rispetto al luglio 1992 (verosimilmente, dopo l’anno 2003). Lo stesso vale per le fioriere poste nel cortile/parcheggio dello stabile, a ridosso dell’edificio condominiale, collocate nella stessa epoca dei paletti.

ANCHE CANDURA AMMETTE DI AVER MENTITO  Quanto alla possibilità di posteggiare, all’epoca dei fatti, nel vicolo cieco che conduce al portone d’ingresso condominiale, le dichiarazioni dei condomini non erano del tutto univoche: molti evidenziavano che, prima dell’installazione dei paletti, le automobili venivano parcheggiate fin davanti al portone dello stabile, ma solo per soste brevi (come per scaricare merci o per la pausa pranzo); tuttavia, la collocazione degli ostacoli si rendeva necessaria proprio per evitare che parcheggiassero lì autovetture che non consentivano l’accesso allo stabile, qualora ve ne fosse stato bisogno, per i mezzi di soccorso; con particolare riferimento alla signora Pietrina Valenti, alcuni condomini dichiaravano che la stessa era solita parcheggiare dal lato delle fioriere; altri ricordavano, genericamente, che la predetta parcheggiava dove trovava posto. Sul punto, Roberto Valenti (confermando, sia pure con qualche titubanza, le indicazioni già fornite in fase d’indagine, anche con la redazione di uno schizzo planimetrico) dichiarava che sua zia Pietrina, abitualmente, posteggiava la Fiat 126 sul lato lungo del cortile, limitrofo all’edificio condominiale, in posizione dove la stessa ne poteva controllare visivamente la presenza, affacciandosi dalle finestre dell’abitazione. Analoghe indicazioni dava Luciano Valenti, che spiegava come la sorella Pietrina era solita posteggiare, sul lato lungo dello stabile di via Sirillo (confermando, anche in tal caso, le indicazioni offerte in uno schizzo planimetrico, redatto di suo pugno, acquisito al fascicolo per il dibattimento); inoltre, quest’ultimo teste chiariva anche quanto dichiarato nel dibattimento del primo processo sulla strage di via D’Amelio: allorquando rispondeva che la Fiat 126 della sorella, prima di esser rubata, veniva posteggiata “sotto la scala” (proprio come sostenuto, all’epoca, da Salvatore Candura), non intendeva indicare (in senso letterale) proprio l’ingresso dello stabile.

Peraltro, anche Salvatore Candura, allorché (nell’interrogatorio reso il 10.3.2009, acquisito al fascicolo per il dibattimento, col consenso delle parti e riportato in nota) decideva di ammettere (innanzi all’evidenza) la falsità delle sue precedenti dichiarazioni in merito al furto della Fiat 126, dichiarava (fornendo una versione, comunque, da prendere con le dovute cautele) che l’automobile della Valenti era posteggiata dalla parte delle fioriere (anch’egli redigendo uno schizzo planimetrico, allegato al verbale), riferendo che la vedeva parcheggiata lì, nella stessa sera in cui veniva, poi, asportata (poiché, a suo dire, quella sera, si recava effettivamente a casa di Pietrina, per farle visita) e che, durante il sopralluogo indicava agli inquirenti, volutamente, un posto sbagliato per lanciare loro un segnale sulla falsità delle proprie dichiarazioni (delle quali avrebbe sempre avvertito il peso). Anche in dibattimento, Candura confermava tali indicazioni.

[…] Infine, si deve dare atto (più che altro per completezza d’esposizione) che anche Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura, dopo aver confessato -entrambi- la falsità delle loro precedenti dichiarazioni su questi fatti, tornavano sui loro passi anche sul punto specifico, spiegando che la Fiat 126 di Pietrina Valenti non si poteva affatto rubare con lo “spadino”. Vincenzo Scarantino, nel corso di un interrogatorio (acquisito al fascicolo per il dibattimento), ammetteva di aver adeguato le sue dichiarazioni alla versione di Candura circa l’utilizzo dello “spadino” per rubare la Fiat 126 della Valenti, spiegando che solo i modelli più “antichi” di detta automobile potevano essere rubati con tale arnese, mentre quelle “di 'a secunna serie in poi con uno spadino non si apre”, confermando così la versione di Agostino Trombetta e quella di Gaspare Spatuzza.

Anche Salvatore Candura ammetteva che quel modello di Fiat 126 in uso a Pietrina Valenti si poteva mettere in moto solo rompendo il bloccasterzo e collegando i fili d’accensione, spiegando addirittura (ma la circostanza deve esser valutata con il beneficio dell’inventario) che, al momento della sua falsa collaborazione, dichiarava volutamente che lui utilizzava un “chiavino”, anche se ciò era un “controsenso” (così come, a suo dire, lo era pure la circostanza di avere utilizzato il medesimo attrezzo anche per aprire la portiera, poiché quella macchina si poteva aprire pure con la “chiave Simmenthal”), al fine di lanciare dei segnali agli inquirenti […]. A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA processo Borsellino quate

 

La partecipazione di Giuseppe Graviano alla strage di via D’Amelio Fabio Tranchina curava in quel periodo la latitanza del capo mandamento di Brancaccio. Le sue dichiarazioni evidenziano la partecipazione diretta di Giuseppe Graviano alla fase esecutiva della strage e il ruolo del gruppo mafioso di Brancaccio per la preparazione e l’esecuzione dell’attentato

Più in generale, le dichiarazioni di Fabio Tranchina, che, curando in quel periodo la latitanza del capo mandamento di Brancaccio, aveva un punto d’osservazione privilegiato su quello che accadeva in Cosa nostra, assumono notevole rilevanza nella misura in cui evidenziano la partecipazione diretta di Giuseppe Graviano alla fase esecutiva della strage di via D’Amelio, ponendosi in linea con la ricostruzione operata da Gaspare Spatuzza che, in maniera più marcata rispetto a quanto emerso dai precedenti processi (basati anche sulla falsa collaborazione di Vincenzo Scarantino), sposta l’accento sul gruppo di Brancaccio in relazione alla gestione di un rilevante segmento della preparazione e dell’esecuzione dell’attentato del 19 luglio 1992. […] Tranchina spiegava che -all’epoca dei fatti- abitava a Borgo Ulivia, nel rione Falsomiele di Palermo, con i suoi genitori, e che questi ultimi, come ogni estate, dalla metà del mese di giugno e fino ai primi giorni di settembre del 1992, si trasferivano nella casa di villeggiatura a Carini. In tale arco di tempo, rimanendo la casa vuota, egli la metteva a disposizione di Giuseppe Graviano […], affinché questi vi trascorresse la sua latitanza (il quartiere, peraltro, è ubicato a poca distanza da quello di Brancaccio e, dunque, era in un’ottima posizione affinché il capo mandamento continuasse a curare i propri interessi ed a mantenere i contatti coi sodali). Tranchina ricordava che, tra le varie persone che Giuseppe Graviano incontrava, in quel periodo estivo, all’interno della sua abitazione, c’era anche Gaspare Spatuzza […]. Tranchina riferiva anche di aver accompagnato Giuseppe Graviano, nel corso dell’anno 1992, sia prima che dopo la strage di Capaci, a Palermo, in via Tranchina, nel luogo che, come apprendeva dopo la cattura di Riina, era l’abituale punto di ritrovo tra il capomafia di Corleone ed il capo mandamento di Brancaccio. In particolare, proprio la mattina del giorno in cui veniva poi catturato Riina (o, come diceva la sorellina di Tranchina, veniva “arrestata Cosa nostra”), il collaboratore accompagnava Giuseppe Graviano nel locale di via Tranchina e, dopo aver sentito la notizia dell’arresto del boss corleonese, veniva poi contattato da Cristofaro Cannella che gli diceva di star tranquillo per Giuseppe Graviano, perché questi era con lui. Successivamente, Giuseppe Graviano commentava col Tranchina l’arresto di Riina, dicendo che potevano dirsi “tutti figli di 'stu cristianu” e che, certamente, la sua cattura non era dovuta a delle microspie piazzate nel magazzino di via Tranchina, poiché -in tal caso- avrebbero fatto il blitz in detto locale, dove vi erano talmente tanti soldi “che noi ci potevamo comprare la Sicilia” […].

I SOPRALLUOGHI IN VIA D’AMELIO  In particolare, in due diverse circostanze, entrambe nel mese di luglio 1992, proprio lungo il tragitto di ritorno dal magazzino di via Tranchina verso l’abitazione di Borgo Ulivia, Giuseppe Graviano chiedeva a Fabio Tranchina di cambiare il consueto percorso, appositamente per accedere in via D’Amelio. Il primo di tali sopralluoghi, nella prima settimana di luglio, avveniva quando ancora era giorno ed era Graviano ad indicare al Tranchina di imboccare la via D’Amelio, fare il giro della strada ed uscire dalla stessa, senza arrestare la marcia. Il secondo accesso, invece, avveniva nella settimana precedente all’attentato, dopo il tramonto: in quell’occasione c’era anche Cristofaro Cannella, che li precedeva, a bordo della sua autovettura Audi 80, e Graviano raccomandava a Tranchina di non arrestare la marcia perché quella era una zona che “scottava”.

Vale la pena di evidenziare come queste indicazioni di Fabio Tranchina in merito ai due sopralluoghi in via D’Amelio con Giuseppe Graviano, oltre ad esser perfettamente compatibili con i dati oggettivi del tabulato dell’utenza mobile di quest’ultimo, si compongano armonicamente con le indicazioni fornite da Spatuzza, sia in ordine al furto della Fiat 126, che ai successivi incontri con il capo mandamento, proprio nella casa messa a disposizione da Tranchina, con la raccomandazione (nel primo incontro) di rifare i freni dell’automobile e le direttive (nel secondo incontro) sulle modalità con cui rubare le targhe. Detti incontri, infatti, sono (come già detto) ragionevolmente collocabili, anche alla luce dei predetti dati di traffico telefonico dell’utenza di Giuseppe Graviano, rispettivamente, nella prima settimana del mese di luglio (prima dell’allontanamento di Graviano dalla Sicilia, nel pomeriggio del 7 luglio 1992) ed in quella precedente all’attentato di via D’Amelio (dopo il rientro a Palermo del boss, la mattina del 14 luglio 1992). Si riporta, ancora una volta, uno stralcio delle dichiarazioni rese da Fabio Tranchina, sul punto:

  • [...] P. M. LUCIANI - Scusi se la interrompo, la pregherei di essere estremamente dettagliato su queste circostanze.
  • TRANCHINA - Sì. Ricordo che ci fu una prima volta, e questo fu esattamente la prima settimana di Luglio del 1992, che Giuseppe quando uscendo da questo appuntamento mi chiese, che ero in macchina con lui ovviamente, io poco fa quando ho detto me ne andavo prendevo via Ugo La Malfa, Viale Regione Siciliana intendevo quando lasciavo lui e me ne andavo solo. Questo invece quando io poi lo andavo a prendere è successo in un paio di occasioni, uno siamo nella prima settimana di Luglio che usciamo da, cioè io lo vado a prendere in questo appuntamento in via Tranchina e Giuseppe Graviano mi dice di fare, abbiamo fatto una strada insolita, diciamo, siamo scesi dalla parte interna, Viale Strasburgo, una cosa dentro dentro, comunque gira di qua, gira a destra, vai avanti mi porta in via D'Amelia. Arrivato in via D'Amelio lui mi disse: "Entra di qua, entra proprio in via D'Amelio - Perché la via D'Amelio è una strada che non spunta perché c'è un muro là di fronte - fai il giro rallenta però non ti fermare". Quindi abbiamo fatto il giro proprio a ferro di cavallo e siamo andati via. E questa è la prima volta che mi fa passare da Via D'Amelio. Poi praticamente avviene una seconda volta, sempre un'altra volta che io sono andato a prendere il Graviano che l'avevo lasciato la mattina, quando lui finiva l'appuntamento lo andai a prendere e quindi si era fatto un po' più tardi, perché sono state due volte questi passaggi in via D'Amelio, una volta era buio e una volta era giorno, credo che la seconda volta fosse buio, io lo andai di nuovo a prendere in questo appuntamento in via Tranchina che lui aveva e ci recammo di nuovo...
  • AVV. - Signor Tranchina ci può dire quando fu la seconda volta?
  • TRANCHINA - Siamo proprio nella settimana che precede la strage di Via D'Amelio. Però questa volta davanti a noi c'è Fifetto Cannella con la sua macchina. Stessa cosa, siamo arrivati in via D'Amelio, però ho omesso un particolare dottore, che dopo il primo sopralluogo che facciamo in via D'Amelio Giuseppe mi chiede se io gli avrei potuto trovare un appartamento in via D'Amelio. Dice: «Fabio, mi serve un appartamento qua». Gli ho detto: «Qua dove?» - «Qua», proprio mentre eravamo in via D'Amelio mi disse: «Qua mi serve un appartamento, vedi se riesci ad affittarmi un appartamento, però non te ne andare alle Agenzie, non dare documenti, vedi se lo trovi casomai se vogliono pagato sei mesi, pure un anno di affitto anticipato glielo paghi, l'importante che non contatti agenzie. Privatamente». […] Al che Giuseppe Graviano, proprio nell'occasione del secondo sopralluogo mi chiese: «Fabio, ma l'hai trovato l'appartamento?». Io in verità neanche l'avevo cercato, signor Presidente, perché per le modalità in cui lui mi aveva chiesto di cercarlo, non ti fare contratto d'affitto, non te ne andare dalle agenzie, non contattare nessuno, non dare documenti, io ho detto ma dove vado? Cioè come faccio io a trovare una casa in questi termini, con queste richieste? E gli disse: "Giuseppe, no, non l'ho trovata". Perché lui mi chiese: "Ma l'hai trovata?". Ho detto: «No, sinceramente non ho trovato niente». E lui aggiunse un particolare perché mi disse che precedentemente questo compito lo aveva dato a Giorgio Pizzo. Dice: «Fabio, glielo avevo detto a Giorgio Pizzo di trovarmi una casa qua però non me l'ha trovata, vedi se me la trovi tu con quelle modalità che mi chiese». E io gli dissi che non l'avevo trovata. A quel punto gli scappa dalla bocca, dice: «Va bene, non ti preoccupare - lo dico in siciliano signor Presidente e poi lo traduco perché... Giuseppe mi disse, alla mia risposta negativa che non avevo trovato la casa: «va bene non ti preoccupare addubbunnu iardinu (pare dica)». Che tradotto sarebbe: «Mi arrangio nel giardino». Cioè una cosa del genere. E io fino là, addubbunnu iardinu non è che... Va beh l'ha detto, però nel momento in cui succedono i fatti signor Presidente, io ho realizzato che in via D'Amelio dove c'era il muretto, perché la via D'Amelio è una strada che non spunta, c'è un muro dietro c'è un giardino. E poi... […]».

Le dichiarazioni di Tranchina, poc’anzi riportate, oltre a confermare l’attendibilità di quelle rese da Gaspare Spatuzza, aprono anche significativi spiragli circa il soggetto che azionò il telecomando in via D’Amelio ed in ordine al luogo dove era appostato il commando (od almeno, una parte del commando) che attendeva l’arrivo del dott. Paolo Borsellino, presso l’abitazione dove si trovava sua madre. Infatti, in occasione del primo sopralluogo, Giuseppe Graviano chiedeva a Tranchina di procurargli un appartamento proprio in via D’Amelio, raccomandandogli di non rivolgersi alle agenzie immobiliari, né di stipulare contratti e di pagare in contanti (dicendo anche che la stessa richiesta, già fatta a Giorgio Pizzo, non veniva soddisfatta). Tranchina, tuttavia, non si attivava particolarmente, attesa la prevedibile difficoltà che avrebbe incontrato per assolvere siffatto compito, in ragione delle modalità indicategli, sicché, al momento del secondo sopralluogo in via D’Amelio, quando il capo mandamento tornava sull’argomento, Tranchina gli faceva presente che non aveva trovato alcun immobile. La secca risposta di Giuseppe Graviano (“va bé addubbo ne iardinu”), da un lato, rende palese che la sua richiesta non era certamente volta a reperire un appartamento dove trascorrere la latitanza e, dall’altro lato, fornisce una indicazione circa il possibile luogo da cui gli attentatori azionavano il telecomando che provocava la micidiale esplosione (la via D’Amelio, infatti, è a fondo chiuso e termina con un muro, dietro al quale c’è, appunto, un agrumeto), tenuto anche conto di quanto rivelato da Giovan Battista Ferrante, in merito al commento di Salvatore Biondino che (durante il macabro brindisi di festeggiamento), diceva che “le uniche persone che potevano avere delle conseguenze era chi stava dietro il muro, vicino al muro, a chi poteva succedere qualcosa, perché essendo vicino al posto, dove era successa l'esplosione, gli poteva accadere il muro addosso”.

  • GIUDICE – Senta una cosa, Lei ha detto che ci fu quel commento di questo Graviano, “Hai visto ca na spirugliamu?”, questo dopo via D’Amelio, no? Ma dopo Capaci ci furono commenti di questo genere all’interno dell’organizzazione?
  • IMPUTATO TRANCHINA – No.
  • GIUDICE – C’era un’aria, come dire, di obiettivo raggiunto, di successo conseguito?
  • IMPUTATO TRANCHINA – Come commenti, diciamo, di quel genere no, però mi ricordo che un giorno vedendo Filippo Graviano era come a quello che cercava di giustificare quanto era successo, con riferimento parlando a Capaci, perché diceva: “Ma lo sai, io parlando con le persone mi hanno detto «intanto non è successo niente, che non è morta neanche una persona estranea al fatto», sono cose che si muore in tanti modi, può capitare di tutto”. Cioè lui cercava di giustificare come se la gente non condannava il gesto. Cioè questa cosa mi restò impressa. Cioè lui non stava parlando proprio con me esplicitamente, eravamo più di una persona, diciamo, là, e mi ricordo pure che eravamo alla zona industriale, in dei capannoni che avevano acquistato da un fallimento, e lui fece questo commento. Come a volere... come se la gente giustificava questo gesto folle che era stato commesso.
  • GIUDICE – O come se lui si volesse giustificare davanti alla gente che non lo capiva.
  • IMPUTATO TRANCHINA – Sì, “la gente non ci condanna”. Io poi mi vedevo il telegiornale e dicevo: ma mi sa...mi sa che un po’ qua Filippo le cose non le vede tanto bene, perché la risposta della gente c’è stata, eccome. A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA processo Borsellino quater

 

Le menzogne di Andriotta per mettere Scarantino “con le spalle al muro”  A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA  Francesco Andriotta iniziava a collaborare il 14 settembre 1993. Non solo apriva la strada alla collaborazione successiva di Vincenzo Scarantino, ma permetteva persino di superare la clamorosa ritrattazione dibattimentale di quest’ultimo, nel 1998. Andriotta avrebbe poi ammesso di aver mentito per costringere Scarantino a “collaborare”

La collaborazione di Francesco Andriotta (intrapresa nel settembre 1993) per la strage di via Mariano D’Amelio, non solo apriva la strada, in maniera determinante, a quella successiva di Vincenzo Scarantino (che iniziava a giugno 1994), ma permetteva altresì di puntellare il costrutto accusatorio riversato nei tre gradi del primo processo celebrato per questi fatti (nei confronti dello stesso Scarantino Vincenzo, nonché di Profeta Salvatore, Scotto Pietro ed Orofino Giuseppe), consentendo persino di superare la clamorosa ritrattazione dibattimentale di Scarantino, nel settembre 1998.

Oggi, anche alla luce delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, la genesi e l’evoluzione di quella ‘collaborazione’, devono esser rivisitate, con la consapevolezza che le dichiarazioni di Andriotta costituivano la svolta per le indagini preliminari dell’epoca, inducendo alla collaborazione anche Scarantino.

Pertanto, come anticipato, prima di affrontare il merito di quanto riferito dall’imputato nell’odierno procedimento, dal 2009 in avanti, ammettendo apertamente la natura mendace della propria collaborazione (e lo scopo della stessa, vale a dire costringere Scarantino a ‘collaborare’, mettendolo con le “spalle al muro”), soltanto una volta messo innanzi all’evidenza di quanto già accertato dalle più recenti indagini, pare opportuno muovere dal contenuto delle dichiarazioni (come detto, pacificamente mendaci) che questi rendeva, da ‘collaboratore’ della giustizia, in relazione a quanto (asseritamente) appreso sulla strage di via D’Amelio, durante la detenzione in carcere a Busto Arsizio, con Vincenzo Scarantino.

Andriotta iniziava a ‘collaborare’ sui fatti di via D’Amelio, con l’interrogatorio del 14 settembre 1993 (reso a Milano, davanti al Pubblico Ministero, dott.ssa Ilda Boccassini), dove riferiva (in sintesi, in ben otto ore d’interrogatorio) che:

  • chiedeva il trasferimento dal carcere di Saluzzo a quello di Busto Arsizio, per essere più vicino alla famiglia; arrivava in tale ultima struttura il 3 giugno 1993 e veniva assegnato al Reparto Osservazione, occupando prima la cella n. 5 e poi la n. 1, dove rimaneva fino al 23 agosto 1993;
  • proprio in tale periodo conosceva Vincenzo Scarantino, col quale instaurava un rapporto cordiale, che diventava, giorno dopo giorno, più stretto; come

usualmente avveniva tra detenuti, i due iniziavano a parlare delle rispettive vicissitudini e, quindi, anche delle attività illecite per cui erano detenuti;

  • Scarantino gli riferiva che contrabbandava sigarette (come attività collaterale) e che era legato ad importanti personaggi mafiosi, in particolare a Carlo Greco e Salvatore Profeta, con i quali gestiva grossi traffici di stupefacenti; di Profeta aggiungeva che era suo cognato, nonché ‘uomo d’onore’, che godeva di grande rispetto in Cosa Nostra, essendo il braccio destro di Pietro Aglieri, il capo nel quartiere della Guadagna;
  • col passare dei giorni, il rapporto di confidenza si tramutava in vera e propria amicizia, con scambio di favori: Scarantino cucinava anche per Andriotta, mentre quest’ultimo, in occasione dei colloqui carcerari, consegnava alla propria moglie dei messaggi scritti per la famiglia di Scarantino; a volte era lo stesso imputato che scriveva tali messaggi, su dettatura di Scarantino, poiché questi non sapeva scrivere in corretto italiano e la moglie di Andriotta (che doveva chiamare il numero di telefono riportato sul ‘pizzino’, leggendone il contenuto all’interlocutore), non capiva cosa vi era scritto;
  • nel prosieguo del rapporto fra i due detenuti, Scarantino si lasciava andare ad una serie di importanti confidenze, riguardanti anche il suo diretto coinvolgimento nella strage di via D’Amelio. Inizialmente, Scarantino gli spiegava solo che era imputato per questi fatti e che le prove a suo carico erano le dichiarazioni di tali Candura e Valenti, delle quali non si preoccupava perché si trattava di due tossicodipendenti poco attendibili (Scarantino aveva, addirittura, appreso che il secondo, nel corso di un confronto con il primo, aveva ritrattato le sue dichiarazioni). Scarantino neppure era preoccupato per il filmato, in possesso di Candura, che lo ritraeva in occasione di una festa di quartiere, giacché era in grado di darne ampia giustificazione. Invece, qualche apprensione mostrava Scarantino quando apprendeva dell’arresto di suo fratello per l’accusa di ricettazione di autovetture, tanto che, con il predetto sistema dei messaggi trasmessi tramite la moglie di Andriotta, cercava di capire se detto reato era o no collegato alla strage di via D’Amelio. Molto più forte era la preoccupazione di Scarantino quando (tramite un detenuto della seconda sezione) apprendeva che in televisione davano notizia dell’arresto di un garagista coinvolto nella strage di via D’Amelio. In tale contesto, Scarantino si lasciava andare ad ulteriori confidenze, rivelando ad Andriotta, tra le altre cose, che temeva un eventuale pentimento del predetto garagista, le cui dichiarazioni potevano comportare, per lui, la condanna all’ergastolo. La fiducia nutrita nel compagno di detenzione, poi, induceva Scarantino a confessare ad Andriotta di aver effettivamente commissionato al predetto Candura il furto di quella Fiat 126 che veniva utilizzata nella strage del 19 luglio 1992, e ciò su richiesta di un parente (un cognato o fratello). L’autovettura da sottrarre doveva essere di colore bordeaux, perché anche la sorella di Scarantino (Ignazia) ne possedeva una dello stesso colore (in tal modo, se qualcuno lo avesse visto durante gli spostamenti della vettura, non avrebbe nutrito alcun sospetto). Candura (sempre secondo le false confidenze di Scarantino, riferite da Andriotta) aveva sottratto la Fiat 126 di proprietà della sorella di Valenti Luciano e quest’ultimo la aveva portata nel posto stabilito, dove Scarantino la aveva presa in consegna, provvedendo a ricoverarla in un garage, diverso da quello dove la stessa era stata, successivamente, imbottita d’esplosivo. Inoltre, Andriotta aveva riferito anche ulteriori circostanze di dettaglio (sempre apprese, a suo dire, da Scarantino), in merito al furto della predetta autovettura, come il fatto che la stessa non era in condizioni di perfetta efficienza e, per tal motivo, veniva spinta o trainata. Ancora, per il furto di detta autovettura, Scarantino aveva promesso 500.000 Lire a Candura, ma ne aveva corrisposto soltanto una parte, vale a dire 150.000 Lire, oltre a della sostanza stupefacente (non pagando la differenza). L’autovettura era stata anche riparata ed alla stessa erano state cambiate le targhe. Inoltre, Scarantino gli confidava che era lui stesso che aveva portato la macchina dal garage alla via D’Amelio. Circa il luogo dove la vettura era stata imbottita d’esplosivo, Scarantino gli confidava cose contrastanti, giacché, in un primo momento, riferiva di una località di campagna dove la sua famiglia possedeva dei maiali, e successivamente, dopo l’arresto del predetto garagista, faceva invece riferimento proprio all’autorimessa di quest’ultimo. Peraltro, Scarantino non era presente al riempimento della vettura d’esplosivo, perché se ne occupavano altre due persone, uno dei quali era uno specialista italiano di nome Matteo o Mattia. Scarantino spiegava anche che si era ritardata la denuncia del furto delle targhe al lunedì successivo all’attentato.

I NUOVI INTERROGATORI  A tale primo interrogatorio ne seguivano altri, in relazione ai quali si riporteranno, in questa sede (anche per economia motivazionale, attesa la pacifica falsità di tutte queste dichiarazioni dell’imputato, come ammesso ampiamente da Andriotta, anche nell’esame dibattimentale) solo gli ulteriori dettagli e circostanze, via via aggiunti, rispetto a quanto già sopra sintetizzato. In particolare, nel corso dell’interrogatorio del 4 ottobre 1993 (nel carcere di Milano Opera, sempre alla presenza del Pubblico Ministero, dott.ssa Ilda Boccassini), l’odierno imputato riferiva:

  • di un messaggio fatto pervenire a Vincenzo Scarantino, occultato dentro un panino e gettato all’interno del cubicolo dove questi si trovava, da parte di alcuni detenuti sottoposti al regime differenziato dell’art. 41-bis O.P. (e ristretti nell’apposita sezione), come preannunciato da un amico del detenuto (che gridava dalla finestra “Vincenzo quando vai all’aria domani mattina, trovi un panino, mangiatillo”). Nel biglietto c’era il seguente messaggio: “guidala forte la macchina”; detto biglietto veniva poi dato da Scarantino ad Andriotta, affinché quest’ultimo lo consegnasse alla moglie, che avrebbe dovuto chiamare il recapito telefonico indicatole, per leggere all’interlocutore il testo del predetto messaggio;
  • che Scarantino confidava ad Andriotta che il “telefonista” arrestato per la strage di via D’Amelio aveva intercettato la telefonata per conoscere gli spostamenti del dott. Paolo Borsellino operando su un armadio della società telefonica posto in strada. Questo soggetto era il fratello di un grosso boss mafioso. Quando veniva arrestato il “telefonista”, comunque, Scarantino non sembrava affatto preoccupato;
  • che colui che, a dire di Scarantino, gli aveva commissionato il furto dell’automobile da utilizzare per la strage, era Salvatore Profeta; Andriotta motivava l’iniziale reticenza, a tale riguardo, con la paura di menzionare un personaggio d’elevato spessore criminale, spiegando che rammentava il nome del parente di Scarantino, in quanto quest’ultimo gli confidava che commentava tale presenza, al momento in cui l’esplosivo arrivava o veniva prelevato per essere trasportato nella carrozzeria, con la frase ”è arrivata la Profezia”;
  • che il ritardo nella denuncia di furto al lunedì successivo la strage, riguardava le targhe apposte alla Fiat 126.

In occasione dell’interrogatorio del 25 novembre 1993, inoltre, Andriotta rendeva le seguenti ed ulteriori dichiarazioni:

  • riferiva alcuni dettagli sul messaggio minatorio di cui aveva parlato nel precedente atto istruttorio, precisandone il contenuto (“guida forte la macchina”);
  • su domanda dei magistrati, rendeva ulteriori dichiarazioni sul predetto Matteo o Mattia, evidenziando che Scarantino non gli specificava se questi era siciliano o meno, e precisando di non essere sicuro se, al posto di tale nome, il compagno di detenzione menzionava un altro nome, simile a quello appena riferito;
  • nel momento in cui arrivava l’esplosivo o quando lo stesso veniva trasferito sulla Fiat 126, assieme a tale Matteo o Mattia, era presente anche Salvatore Profeta; inoltre, Andriotta non poteva escludere che fossero presenti altre persone, poiché Scarantino gli faceva intendere di aver pronunciato la frase “è arrivata la Profezia”, a coloro che si trovavano sul posto.

Ancora, in occasione dell’interrogatorio del 17 gennaio 1994, Andriotta aggiungeva che, dopo la strage di via D’Amelio, Candura cercava, più volte, Scarantino, per sapere se l’autovettura utilizzata per l’attentato era proprio quella rubata da lui; Scarantino lo trattava in malo modo, intimandogli di non fargli più domande sul punto, e facendogli fare anche una telefonata minatoria, vista l’insistenza del Candura. Infine, Andriotta precisava che Scarantino ordinava a Candura di non rubare l’automobile nel quartiere della Guadagna.

Ulteriori e significative progressioni nelle dichiarazioni di Andriotta, sempre riportando (falsamente) le confidenze carcerarie (inesistenti) di quest’ultimo, si registravano nel verbale d’interrogatorio del 29 ottobre 1994, dove l’imputato spiegava di aver taciuto, sino a quel momento, su alcune circostanze, per timore delle eventuali conseguenze per la propria incolumità personale. In particolare, il prevenuto riferiva che alla strage partecipava anche Salvatore Biondino, pur non sapendo con quale ruolo (Scarantino non glielo aveva detto). Inoltre, Scarantino gli parlava anche di una riunione in cui si definivano alcuni dettagli relativi all’esecuzione della strage, cui partecipavano Salvatore Riina, Pietro Aglieri e Carlo Greco, Salvatore Cancemi, Gioacchino La Barbera e Giovanni Brusca (sul punto si tornerà nel prosieguo, atteso che Andriotta, in buona sostanza, si adeguava alle sopravvenute dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, sulla riunione di villa Calascibetta).

Nel successivo interrogatorio del 26 gennaio 1995, Andriotta proseguiva nell’aggiunta di ulteriori particolari sulla predetta riunione, evidenziando che alla stessa (sempre a dire di Scarantino) partecipava anche un tal Gancio o Ciancio, capo mafia di un quartiere di Palermo, nonché quel Matteo o La Mattia di cui aveva parlava in precedenza. Mentre si svolgeva la riunione, Scarantino rimaneva all’esterno, a fare la vigilanza; per un motivo che Andriotta non ricordava, ad un certo punto, entrava dentro la stanza, assistendo persino ad un momento della discussione: non tutti i partecipanti alla riunione erano d’accordo per assassinare il dott. Paolo Borsellino e, in particolare, Cancemi era uno di quelli che dissentiva. I Madonia non erano presenti alla riunione ma facevano pervenire il loro consenso. Ancora, Scotto aveva avuto anch’egli un ruolo nella strage (sempre a dire di Scarantino), avendo -quanto meno- fornito il consenso dei Madonia rispetto alla stessa. Infine, a proposito del “telefonista”, Scarantino confidava all’imputato che, circa due giorni prima del collocamento dell’autobomba in via Mariano D’Amelio, questo soggetto comunicava che “era tutto a posto”, nel senso che era stato messo sotto controllo il telefono della casa della madre del dott. Borsellino.

In data 31 gennaio 1995 e 16 ottobre 1997, Andriotta veniva esaminato, rispettivamente, nei dibattimenti di primo grado dei processi c.d. Borsellino uno e Borsellino bis ed, in specie, nella seconda occasione, approfondiva le accuse mosse nei confronti dello Scarantino, chiamando anche in causa (sempre de relato dal compagno di detenzione), per la prima volta, in relazione alla strage di via D’Amelio, Cosimo Vernengo, come “partecipe” all’eccidio (si riporta, in nota, lo stralcio d’interesse della relativa dichiarazione dibattimentale, sulla quale si ritornerà).

Infine, sempre nell’ambito del processo c.d. Borsellino bis, Andriotta veniva nuovamente esaminato il 10 giugno 1998, allorché riferiva (falsamente) che veniva minacciato, in data 17 settembre 1997, mentre si trovava in permesso premio a Piacenza, da due individui che lo chiamavano per nome, gli intimavano di confermare la ritrattazione fatta da Scarantino ad Italia Uno nel 1995 e aggiungevano che doveva anche parlare dell’omosessualità del predetto. In sostanza, Andriotta doveva dire che Vincenzo Scarantino nel 1995, ritrattando le sue dichiarazioni, aveva detto la verità e che aveva fatto (prima d’allora) delle accuse false, per la strage di via D’Amelio, perché continuamente picchiato, su istigazione del dott. Arnaldo La Barbera. Inoltre, Andriotta doveva spiegare che quanto a sua conoscenza sulla strage di via D’Amelio e su fatti di mafia era il frutto di un accordo fra lui e Scarantino. Altri avvertimenti gli venivano fatti sempre dagli stessi due individui, nel periodo natalizio del 1997, quando si trovava in permesso: tra le istruzioni ricevute, vi era anche quella di nominare come suoi difensori, prima di Pasqua, gli avvocati Scozzola e Petronio (direttiva alla quale aveva, poi, ottemperato).

In cambio di quanto richiesto, gli venivano promessi trecento milioni di Lire.

NEL “BORSELLINO UNO” ANDRIOTTA È RITENUTO CREDIBILE  Ciò premesso, si deve ora passare a trattare della valutazione d’attendibilità o meno delle predette dichiarazioni, da parte delle Corti d’Assise che si occupavano di questi fatti, nei precedenti processi celebrati per la strage di via D’Amelio.

[...] In tal senso, la sentenza di primo grado del primo processo celebrato per questi fatti (c.d. Borsellino uno), concludeva per un giudizio positivo sull’attendibilità intrinseca di Andriotta, evidenziando che la decisione di questi di collaborare con la giustizia era il frutto di una scelta autonoma, maturata e meditata all’interno della sua coscienza, in maniera del tutto libera e spontanea.

A tal proposito, si valorizzavano le dichiarazioni di alcuni testimoni che consentivano (ad avviso di quella Corte) di dissipare i dubbi prospettati dalle difese sul possibile impiego del ‘collaboratore’ di giustizia in funzione di agente provocatore, nonché il fatto (positivamente valutabile) che Andriotta riferiva, inizialmente, i fatti di reato che lo riguardavano in prima persona e, solo in seguito, delle confidenze carcerarie di Vincenzo Scarantino sulla strage di via D’Amelio (peraltro, seguendo un preciso suggerimento degli inquirenti dell’epoca, come oggi è dato sapere per la confessione dell’imputato, sul punto specifico attendibile), nonché il fatto che l’imputato continuava a rendere dette dichiarazioni anche dopo la conferma in appello della pena dell’ergastolo, nel processo (per omicidio) a suo carico: [...]. Infine, le dichiarazioni di Andriotta venivano valutate ricche di dettagli, costanti rispetto a quelle rese in fase d’indagine e verosimili sul fatto che potesse essere stato il ricettore delle confidenze di Scarantino, poiché l’ingresso dell’imputato, dal 3 giugno 1993, nel reparto carcerario di Busto Arsizio dove il detenuto della Guadagna era (in precedenza) ristretto da solo, era motivo di sollievo per Scarantino, consentendogli di uscire finalmente da quella condizione di solitudine ed alienazione che si protraeva ormai da diversi mesi.

Con particolare riferimento alle valutazioni negative, sulla credibilità di Francesco Andriotta, già contenute nella pronuncia d’appello a suo carico (per la quale l’imputato è ergastolano), confermata dalla decisione del giudice di legittimità, la Corte d’Assise del primo processo sui fatti di via D’Amelio, riteneva che tale giudizio critico non potesse, in alcun modo, inficiare il suddetto giudizio d’attendibilità, non refluendo nel procedimento per la strage del 19 luglio 1992.

Inoltre, le dichiarazioni di Andriotta potevano dirsi, sempre ad avviso della prima Corte d’Assise che s’occupava della strage di via D’Amelio, confortate da una serie di elementi oggettivi:

  • dagli accertamenti condotti presso il carcere di Busto Arsizio, emergeva l’effettiva possibilità di comunicare per Andriotta e Scarantino, come confermato anche dai testi Murgia ed Eliseo, che spiegavano come le rispettive celle (e finestre) erano contigue (inoltre, era dimostrato che l’agente di turno della Polizia Penitenziaria, unico per tutto il Reparto, non poteva assicurare la sorveglianza a vista di Scarantino, dovendo attendere a tutte le altre incombenze);
  • potevano dirsi pienamente riscontrate le dichiarazioni del collaboratore Andriotta per quanto atteneva al proprio ruolo di tramite con l’esterno, in favore di Scarantino, sulla base della documentazione acquisita al processo, nonché per le dichiarazioni di Bossi Arianna (moglie di Andriotta), e, ancora, per il contenuto delle intercettazioni di quel processo;
  • era accertato che Ignazia Scarantino, sorella di Vincenzo, coniugata con Salvatore Profeta, utilizzava l’autovettura Fiat 126, di colore amaranto, targata PA 622751, intestata a Profeta Angelo, e che, in effetti, sul quotidiano “Il Giorno” del 10 luglio 1993, veniva riportata, in un trafiletto in settima pagina, la notizia dell’arresto di un fratello di Vincenzo Scarantino.

IL GIUDIZIO DEL “BORSELLINO BIS”  In parte diverso era il giudizio sull’attendibilità di Francesco Andriotta, nonché sulla valenza del suo contributo dichiarativo, da parte dei Giudici di prime cure del secondo processo celebrato per la strage di via D’Amelio.

[...] In buona sostanza (come appena riportato), i Giudici di primo grado del processo c.d. Borsellino bis ritenevano veritiere le rivelazioni originarie di Francesco Andriotta, fatte prima che Vincenzo Scarantino intraprendesse la sua ‘collaborazione’: le dichiarazioni dell’imputato, non dotate di autonomia (nel senso che si trattava, come detto, delle confidenze del vicino di cella), erano pienamente utilizzabili per dimostrare l’attendibilità della collaborazione di Scarantino e la falsità della sua successiva ritrattazione (“in tale limitato ambito le dichiarazioni di Andriotta hanno una sicura valenza di conferma dell’attendibilità intrinseca delle originarie dichiarazioni di Scarantino Vincenzo e ciò a prescindere da qualsiasi eventuale arricchimento o coloritura che l’Andriotta possa avere operato”). Inoltre, la Corte d’Assise del secondo processo celebrato per questi fatti, riteneva logicamente credibile anche il predetto intervento intimidatorio, da parte di emissari di Cosa Nostra, mentre Andriotta si trovava in permesso premio; tale intervento era collocabile in una più ampia strategia d’inquinamento probatorio, tesa ad ottenere anche la ritrattazione delle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino (la stessa conclusione, sul punto, veniva raggiunta dai Giudici di secondo grado).

A diversa conclusione, invece, pervenivano i medesimi Giudici, in relazione alle dichiarazioni di Andriotta, successive alla notizia del pentimento di Scarantino ed alle sue rivelazioni sulla riunione deliberativa della strage di via D’Amelio. A tal proposito, si evidenziava, in chiave negativa, che dette confidenze di Scarantino ad Andriotta non erano agganciate ad alcun episodio concreto (come gli arresti di Giuseppe Orofino, Rosario Scarantino e Pietro Scotto) o a risultanze tangibili, come la ricostruzione delle modalità del fatto attraverso gli esiti della consulenza esplosivistica, sicché le stesse, qualora effettivamente fatte, sarebbero state del tutto gratuite ed ingiustificate (se non per il solo fatto della fiducia che Scarantino riponeva in Andriotta). Inoltre, le giustificazioni fornite da Andriotta in relazione al grave ritardo con cui rendeva questa parte delle sue dichiarazioni, vale a dire il timore di conseguenze negative per la propria incolumità personale, venivano ritenute fragili, poiché egli, in precedenza, non si limitava a tacere qualche nome o talune circostanze, ma ometteva totalmente di fare dette rivelazioni. Infine, tali ultime dichiarazioni, a differenza delle prime, non apparivano costellate da incertezze e contraddizioni, ma si mostravano perfettamente allineate rispetto a quelle (sopravvenute) di Vincenzo Scarantino.

La Corte d’Assise del secondo processo per questi fatti, così si esprimeva, sul punto:

“Ad un certo punto, leggendo le dichiarazioni rese da Scarantino nel corso delle indagini, come meglio di dirà più avanti, si ha quasi l’impressione che Scarantino ed Andriotta conducano un gioco perverso, non necessariamente concordato prima, in cui le due fonti si confermano reciprocamente e progressivamente: Andriotta confermando di avere ricevuto le confidenze relative alle ulteriori dichiarazioni rese dall’ex compagno di detenzione, spesso riportate dai mezzi di infomazioni o culminate in arresti ed operazioni di polizia; Scarantino confermando di avere fatto tali confidenze all’Andriotta (ciò avviene sicuramente per esempio in un particolare momento sospetto della collaborazione di Scarantino in cui lo stesso indica Di Matteo Mario Santo tra i partecipanti alla riunione, Andriotta conferma di avere percepito un cognome simile che ricorda come “Matteo, Mattia o La Mattia” e Scarantino a chiusura del cerchio conferma di averne parlato ad Andriotta in pericoloso incastro di reciproche conferme)”. In conclusione, la Corte d’Assise “ritiene che l’attendibilità delle dichiarazioni rese da Andriotta successivamente al pentimento di Scarantino e, in particolare, delle dichiarazioni riguardanti la famosa riunione preparatoria sia perlomeno dubbia, non potendosi escludere che l’Andriotta abbia in realtà riportato notizie apprese dai mezzi di informazione e che abbia avviato con Scarantino, anche al di fuori di un espresso e preventivo accordo, un facile sistema di riscontro reciproco incrociato”.

Nello stesso solco rispetto alle valutazioni appena riportate, si ponevano anche quelle effettuate dai Giudici dell’appello del primo processo celebrato per questa strage (l’appello del processo c.d. Borsellino uno, infatti, veniva celebrato in parallelo rispetto al dibattimento di primo grado del secondo processo per questi fatti). Come si diceva, anche i Giudici di secondo grado del primo troncone del processo, dopo aver acquisito, con l’accordo delle parti, le nuove dichiarazioni testimoniali di Andriotta (fatte nel parallelo procedimento c.d. Borsellino bis), le valutavano inattendibili, nella parte in cui il collaboratore introduceva elementi nuovi, mai accennati prima della collaborazione di Vincenzo Scarantino.

La squadra di Arnaldo La Barbera e il falso collaboratore  A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA  Francesco Andriotta già nel primo interrogatorio da falso “collaboratore” di giustizia, senza sapere niente della strage, parlava di circostanze non rientranti nel suo bagaglio di conoscenze, ma oggettivamente vere, vale a dire di problemi meccanici della Fiat 126 utilizzata come autobomba e della necessità di trainarla subito dopo il furto

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un'idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l'associazione cosa vostra. In questa serie, seguiamo gli sviluppi del processo Borsellino quater, dopo la strage di via d'Amelio: uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana.

Si devono ora analizzare le dichiarazioni rese da Francesco Andriotta nell’ambito dell’odierno dibattimento, anche rispetto a quelle rese negli interrogatori espletati in fase d’indagine preliminare (come detto, acquisite al fascicolo per il dibattimento col consenso delle parti).

In primo luogo, Andriotta spiegava che veniva collocato nel carcere di Busto Arsizio, nell’estate del 1993, su sua richiesta. Dopo l’allocazione nella cella accanto a quella di Vincenzo Scarantino, che si era sempre protestato estraneo ai fatti di via D’Amelio (“Io devo ribadire che Scarantino ha sempre ribadito che era innocente”), riceveva una visita da parte del dottor Arnaldo La Barbera e dal dottor Vincenzo Ricciardi. Tale visita “importante” gli veniva anche preannunciata dal comandante della polizia penitenziaria di quel carcere. La richiesta degli inquirenti era quella di collaborare con la giustizia, sui fatti di via D’Amelio.

Andriotta faceva subito presente che non sapeva alcunché della strage e gli inquirenti gli spiegavano che volevano “incastrare” e mettere con le “spalle al muro” Vincenzo Scarantino, inducendolo a collaborare, poiché erano assolutamente certi del suo coinvolgimento nell’eccidio del 19 luglio 1992. In cambio, venivano prospettati ad Andriotta, all’epoca condannato all’ergastolo con sentenza di primo grado (non ancora definitiva), benefici come il programma di protezione, per lui e la famiglia (negli Stati Uniti d’America) e la riduzione della pena perpetua con una temporanea (di diciassette o diciotto anni di reclusione). Contestualmente, gli veniva accennato, da parte di Arnaldo La Barbera, il contenuto delle dichiarazioni che doveva rendere in merito al furto della Fiat 126 utilizzata come autobomba in via D’Amelio ed i nomi dei soggetti che doveva chiamare in causa per quella strage. Di fronte alle resistenze di Andriotta, il dottor Arnaldo La Barbera lo invitava a prender tempo ed a rifletterci meglio, anche se non per troppo tempo, perché in carcere “si può sempre scivolare e rimanere per terra”, mentre il dottor Vincenzo Ricciardi dava un buffetto sulla guancia di Andriotta, invitandolo ad ascoltare il collega e dicendogli che lo avrebbero aiutato e sostenuto.

Sulla persona che accompagnava, in detta occasione, Arnaldo La Barbera, Andriotta spiegava (senza alcuna esitazione od incertezza) che si trattava proprio di Vincenzo Ricciardi e che detto ricordo gli affiorava gradualmente(effettivamente, l’imputato ne riferiva già in fase d’indagine preliminare). L’imputato non ricordava se, prima di fargli la suddetta proposta di rendere le false dichiarazioni sulle confidenze carcerarie di Vincenzo Scarantino, i due funzionari di polizia gli prospettavano anche la possibilità di divenire un loro informatore. A tal proposito, Andriotta (dietro precisa indicazione di Arnaldo La Barbera) rifiutava, anche dopo l’avvio della sua falsa collaborazione, quanto prospettatogli dal Pubblico Ministero con cui rendeva i primi interrogatori (la dott.ssa Ilda Boccassini), vale a dire di ritornare in carcere a Busto Arsizio, per registrare le sue conversazioni con Scarantino, accampando, timori per la propria incolumità personale, in caso di ritorno in quell’istituto da ‘collaboratore’.

In epoca successiva rispetto alla visita carceraria di Arnaldo La Barbera e Vincenzo Ricciardi, quando ancora non aveva accettato la loro proposta, Andriotta veniva prelevato dalla cella, di notte, e portato nel cortile del passeggio (analogamente a Vincenzo Scarantino), dove veniva minacciato da un giovane agente di polizia penitenziaria, con accento palermitano, che lo sollecitava “a dire le cose come ti hanno riferito”, perché Scarantino era colpevole. L’agente della penitenziaria, inoltre, gli metteva un foulard, a mo’ di cappio, attorno al collo (quest’ultimo particolare, comunque, già dichiarato dall’imputato anche nell’interrogatorio del 17.7.2009, veniva confermato al dibattimento dopo la contestazione del Pubblico Ministero). Analogo trattamento veniva riservato a Scarantino, come Andriotta poteva udire in carcere (quella stessa notte, oppure in un’altra occasione).

Anche in altre circostanze, Andriotta, sentiva che Scarantino urlava, perché sottoposto a maltrattamenti, nel carcere di Busto Arsizio; il compagno di detenzione gli confidava poi che i maltrattamenti erano da parte di Arnaldo La Barbera (anche su tale circostanza, non secondaria e non confermata da Scarantino, l’imputato confermava le sue precedenti dichiarazioni soltanto dopo la contestazione del Pubblico Ministero). Scarantino raccontava ad Andriotta che gli facevano mangiare cibo contenente urina e che non lo curavano adeguatamente, quando stava male. Andriotta, su indicazione di Arnaldo La Barbera, parlava a Scarantino della morte in carcere di Nino Gioè, per fargli pressione psicologica, cercando d’incutergli tensione e paura (detta circostanza, peraltro, veniva negata da Andriotta, nel confronto pre-dibattimentale con Vincenzo Scarantino).

LA DECISIONE DI “COLLABORARE” CON GLI INQUIRENTI  Andriotta decideva, poi (non è affatto chiaro in quale momento e, soprattutto, in che modo), d’accettare le proposte ricevute dai predetti funzionari, dopo aver riflettuto sul colloquio con Arnaldo La Barbera e Vincenzo Ricciardi, e chiedeva d’essere interrogato dalla dott.ssa Zanetti della Procura di Milano (vale a dire il Pubblico Ministero del processo per omicidio, a suo carico) sulle vicende che lo riguardavano direttamente, per far presente, in un secondo momento, come suggeritogli da Arnaldo La Barbera, che era in condizione di riferire anche circostanze utili alle indagini sulla strage di via Mariano D’Amelio.

Ancora, Andriotta parlava di un successivo incontro avvenuto alla Procura di Milano, dopo aver sostenuto un primo interrogatorio (con la dott.ssa Zanetti) sull’omicidio del quale era accusato e prima d’essere ascoltato dalla dott.ssa Boccassini, proprio in relazione alle conoscenze millantate sulla strage di via D’Amelio. In quell’occasione, Andriotta conosceva anche Salvatore La Barbera, che entrava, seguito da Vincenzo Ricciardi, nella stanza dove l’imputato attendeva d’essere condotto davanti al magistrato.

L’imputato inoltre confermava (dopo la contestazione di quanto dichiarato nella fase delle indagini) la presenza di Arnaldo La Barbera (detta presenza, comunque, è documentata, in occasione dell’interrogatorio del 14 settembre 1993, che segnava l’avvio della ‘collaborazione’ di Francesco Andriotta).

In tale occasione, Salvatore La Barbera raccomandava ad Andriotta di seguire quello che gli suggeriva Arnaldo La Barbera, che era “il numero uno”, una vera e propria “potenza” ed avrebbe mantenuto le promesse. Quando Andriotta rispondeva che lui non sapeva alcunché della strage di via D’Amelio, il funzionario gli strizzava l’occhiolino, dicendo che Scarantino, nel carcere di Busto Arsizio, gli parlava della strage. Inoltre, prima che Andriotta venisse condotto davanti alla dott.ssa Boccassini, Arnaldo La Barbera entrava nella stanza dove l’imputato attendeva e gli spiegava che doveva fare i nomi di Scarantino, Profeta, Orofino e Scotto, come persone coinvolte nella strage di via D’Amelio, in base alle confidenze carcerarie ricevute dal primo, nel carcere di Busto Arsizio.

[…] Il predetto dialogo con i funzionari di polizia, prima dell'atto istruttorio del 14 settembre 1993, che segnava l’avvio della falsa collaborazione di Francesco Andriotta, non durava a lungo (appena cinque o dieci minuti circa, secondo l’imputato), a fronte di un interrogatorio di ben otto ore (il relativo verbale è composto da oltre diciassette pagine). Sul punto, Andriotta spiegava, in modo assai poco convincente e lineare, poiché molto generico e con dichiarazioni assolutamente inedite prima del dibattimento, che, in precedenza, gli giungevano (neppure è dato sapere se al carcere di Busto Arsizio, oppure in quello di Saluzzo) degli appunti, da parte del dottor Arnaldo La Barbera, con scritto quello che doveva imparare e dichiarare all’autorità giudiziaria.

[…] L’imputato dichiarava anche d’aver ricevuto, nel corso del tempo, in due o tre occasioni, delle somme di danaro per un totale di circa dieci o dodici milioni di Lire, ulteriori rispetto alle somme accreditategli dal Servizio Centrale di Protezione. Dette somme, a dire di Andriotta, venivano consegnate, in un’occasione, direttamente alla sua ex moglie (Bossi Arianna), da Arnaldo La Barbera e, un’altra volta, invece, nelle sue mani, da Mario Bò, durante un permesso premio (negli interrogatori pre-dibattimentali, invece, Andriotta dichiarava che riceveva, personalmente, in entrambi i casi, le somme in questione per cinque milioni di Lire). L’imputato spiegava poi che non riferiva, in precedenza, che parte di quelle somme venivano ricevute dalla sua ex moglie, perché non voleva coinvolgerla nella sua vicenda processuale. Analoga giustificazione veniva data dall’imputato ad un’altra dichiarazione inedita, relativa alla circostanza che la sua ex convivente, Manacò Concetta, a metà degli anni duemila, sapeva della falsità della sua collaborazione con la giustizia e, in un’occasione, gli sputava persino in faccia per questo motivo, dicendogli che sapeva che tutto quello che lui dichiarava sui fatti di via D’Amelio era falso, perché Scarantino non gli aveva mai fatto quelle confidenze.

Oltre alla predetta vicenda degli appunti, contenenti le dichiarazioni da imparare, in vista dell’avvio della collaborazione, l’imputato confermava che, prima di diversi interrogatori con l’autorità giudiziaria, i funzionari di polizia gli indicavano cosa doveva dichiarare ai Pubblici Ministeri. Ad esempio, prima di un interrogatorio nel carcere di Milano Opera con la dottoressa Boccassini, Andriotta aveva un colloquio con il dottor Arnaldo La Barbera (la circostanza, tuttavia, non risulta affatto riscontrata), così come incontrava il predetto funzionario, nel carcere di Vercelli, prima di un altro interrogatorio (quest’ultima affermazione dell’imputato, invece, è riscontrata: il 17 gennaio 1994, Andriotta veniva interrogato, peraltro, aggiungendo circostanze significative rispetto alle sue precedenti rivelazioni ed, in pari data, risulta un colloquio investigativo con Arnaldo La Barbera).

Ancora, l’imputato ricordava d’aver incontrato il dottor Mario Bò, nel carcere di Paliano, con il funzionario che gli spiegava cosa doveva dichiarare nell’interrogatorio successivo. Su quest’ultima emergenza si tornerà a breve, ma si deve subito accennare che, dagli accertamenti espletati [...], risultano documentati due accessi al carcere di Paliano del predetto funzionario, in occasione degli interrogatori resi da Andriotta il 16 settembre ed il 28 ottobre 1994: la circostanza pare di non poco momento, posto che si trattava proprio dei due interrogatori immediatamente successivi alla sopravvenuta ‘collaborazione’ di Vincenzo Scarantino, dove Andriotta, adeguandosi (in gran parte) alle dichiarazioni dell’ex compagno di detenzione, millantava, per la prima volta, delle confidenze dello stesso Scarantino sulla riunione di Villa Calascibetta, asseritamente taciute, sino ad allora, per timore.

Inoltre, Andriotta dichiarava (non senza qualche oscillazione, [...]) d’aver ricevuto, mentre era ristretto in cella (con tale Nicola Di Comite), nel carcere di Milano Opera, agli inizi del 1996, tramite il comandante della polizia penitenziaria di detto istituto, corposa documentazione, contenente anche interrogatori resi dal ‘collaboratore’ Vincenzo Scarantino.

Ancora, sul tema del materiale scritto che gli veniva messo a disposizione dagli inquirenti, Andriotta dichiarava, per la prima volta al dibattimento, che riceveva, personalmente, dal dottor Mario Bò, presso uno dei tre istituti dove veniva trasferito, in rapida successione, dopo il carcere romano di Rebibbia, anche il verbale contenente la ritrattazione dibattimentale di Vincenzo Scarantino.

In merito ai suoi rapporti con Scarantino, Andriotta escludeva decisamente d’essersi mai accordato con lui, per rendere le sue false dichiarazioni all’autorità giudiziaria (così anche Scarantino), negando (in maniera molto decisa) d’aver mai riferito di un tale accordo (appunto, inesistente) a Franco Tibaldi ed a Giuseppe Ferone (come, invece, affermavano costoro, nei verbali d’interrogatorio acquisiti agli atti del dibattimento). A Franco Tibaldi, che faceva la socialità con lui al carcere di Ferrara, Andriotta spiegava (giacché questi era con lui, quando l’imputato riceveva la missiva) che il suo avvocato (Valeria Maffei) rinunciava al mandato, poiché assumeva la difesa di un nuovo collaboratore di giustizia (Gaspare Spatuzza), che faceva rivelazioni sui fatti di via D’Amelio e, probabilmente, si lasciava pure andare ad uno sfogo, in sua presenza, dicendo che “gli accordi non erano questi”. Tuttavia, detto riferimento del prevenuto era agli accordi con i predetti funzionari, messi in discussione dalla collaborazione di Gaspare Spatuzza […].

In merito alle promesse che gli venivano fatte affinché si determinasse a rendere le false dichiarazioni sulla strage di via D’Amelio, Andriotta ha sostenuto che gli inquirenti gli prospettavano anche (come già esposto) la riduzione della pena dell’ergastolo di primo grado, nei successivi gradi di giudizio. Dopo che la condanna all’ergastolo diventava definitiva, senza che Andriotta ottenesse la prospettata riduzione di pena, gli inquirenti, oltre a spiegargli i benefici di cui poteva, comunque, fruire come collaboratore di giustizia, gli avrebbero parlato della possibile revisione del processo: “ne parlò la dottoressa Anna Maria Palma di una revisione, di una probabile revisione del processo e ci fu quella volta là c'è la dottoressa e c'era il dottore Antonino Di Matteo quando mi disse questa cosa” (era la prima occasione in cui Andriotta conosceva il dottor Di Matteo). Inoltre, veniva anche assicurato all’imputato che, da lì a poco, gli avrebbero concesso un permesso premio, come -effettivamente- accadeva e come gli comunicava Salvatore La Barbera, nell’aula bunker di Catania Bicocca (il funzionario sottolineava che loro mantenevano le promesse). Ancora, dopo che Scarantino ritrattava, ad Andriotta veniva richiesto di dichiarare, falsamente, d’esser stato avvicinato, in località protetta, da due mafiosi per indurlo alla ritrattazione. Il fine di tali dichiarazioni, come gli spiegavano, in occasione di due diversi permessi premio, sia Arnaldo La Barbera (a settembre 1997) che Mario Bò (a dicembre 1997), era quello di screditare la ritrattazione di Scarantino, facendola apparire come il frutto di un’intimidazione mafiosa (per rendere tali dichiarazioni, all’imputato veniva promessa la detenzione domiciliare e, dopo due anni, la liberazione condizionale).

«SE VOGLIO IO, GLI FACCIO CADERE TUTTO IL PROCESSO»  […] Inoltre, l’imputato sosteneva (in maniera assai poco convincente) la propria volontà di ritrattare le sue false dichiarazioni sulle confidenze carcerarie di Vincenzo Scarantino, anche prima d’esser messo innanzi all’evidenza delle risultanze successive alla collaborazione di Gaspare Spatuzza. In particolare, Andriotta sosteneva d’aver riferito ad un ispettore dell’Anticrimine di Piacenza di nome “Davio, Davico, Davini”, durante un permesso premio del marzo 1998: «mi stanno facendo girare le scatole, se voglio io, gli faccio cadere tutto il processo» (la circostanza, tuttavia, non trovava alcuna conferma, nonostante l’audizione dei poliziotti dell’Anticrimine piacentina). Ancora, durante un permesso premio nel mese di ottobre/novembre 2005, preso dal rimorso, Andriotta avrebbe fatto un’istanza al servizio centrale di protezione per poter rendere una dichiarazione alla stampa ed alla televisione, ma l’autorizzazione veniva negata. Nessun magistrato della Procura di Caltanissetta andava ad interrogarlo per comprendere che cosa voleva riferire agli organi di stampa, né Andriotta avanzava alcuna richiesta d’esser ascoltato dai magistrati, poiché intendeva ritrattare soltanto “via etere”, sentendosi più tutelato dai media (in quanto, a suo parere, i magistrati potevano insabbiare la vicenda).

Ancora (per lo stesso motivo), pur venendo successivamente ascoltato dalla Procura Nazionale Antimafia, Andriotta non ritrattava le sue dichiarazioni sui fatti di via D’Amelio (chiedeva d’esser ascoltato dal dottor Pietro Grasso, ma veniva interrogato dal dottor Giordano, già in servizio alla Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta).

Andriotta, dettagliando un accenno fatto durante le indagini (nell’interrogatorio del 17 luglio 2009: “ci sono state delle volte che io volevo ritrattare e ho preso botte”), riferiva anche alcuni episodi di maltrattamenti personalmente realizzati dagli agenti di polizia penitenziaria nel carcere di Sulmona, nel 2002 e nel 2007, allorché aveva rappresentato al suo avvocato dell’epoca, a colloquio in tale carcere, che non riusciva più a sopportare il peso delle false dichiarazioni e che intendeva ritrattarle.

Per tali fatti veniva anche celebrato un processo penale, presso il Tribunale di Sulmona («Perché purtroppo in quel carcere, quando parli con il tuo legale di fiducia, ti ascoltano e io dissi in più occasioni all'Avvocato che non... non riuscivo ad andare avanti, volevo dire la verità perché non me la sentivo, mi stavo facendo io la galera e anche gli altri, non volevo più andare avanti così. Però puntualmente, come operazione farfalla, abbuscavo mazzate. Ogni volta, ogni volta!»). Sul punto, Andriotta rendeva anche un’altra dichiarazione inedita sul fatto che, dopo l’inizio della collaborazione di Gaspare Spatuzza, veniva avvicinato, nel giugno/luglio del 2009, dal comandante della polizia penitenziaria del carcere di Ferrara, che gli faceva domande “strane”, se corrispondeva o meno a verità che intendeva ritrattare le sue precedenti dichiarazioni.

Altra dichiarazione rilevante di Andriotta era quella relativa alla circostanza che, durante uno dei processi in cui deponeva come testimone, in particolare nell’aula bunker di Torino, in una pausa dell’udienza (trattasi dell’udienza del 16 ottobre 1997, nel dibattimento di primo grado del processo c.d. Borsellino bis), il dottor Mario Bò lo rimproverava duramente perché rendeva una dichiarazione difforme da quella che gli veniva suggerita (della quale, però l’imputato non rammentava l’oggetto), rischiando, a dire del funzionario, di far saltare il processo. A tal proposito, quando gli veniva domandato se a tale “rimprovero” di Mario Bò assistevano anche la dott.ssa Palma oppure il dottor Di Matteo (che erano i due Pubblici Ministeri di quell’udienza), Andriotta rispondeva (più di una volta): “mi avvalgo della facoltà di non rispondere”.

Analoga facoltà veniva esercitata dall’imputato anche in risposta ad una domanda sulla conoscenza, da parte dei magistrati inquirenti dell’epoca, della circostanza che Scarantino si professava innocente per la strage, peraltro dopo che Andriotta aveva già affermato, spontaneamente, d’aver rivelato, anche ai magistrati inquirenti, che Scarantino si professava innocente («Ah, questo gliel'avevo detto ai poliziotti che lui non mi aveva mai raccontato nulla e che continuava a dire che era innocente. (…) Al dottor Arnaldo La Barbera, al dottor Ricciardi e anche al dottor Mario Bo. (…) E anche ai magistrati. (…) Su questo mi avvalgo della facoltà di non rispondere, come ho detto all'Avvocato Scozzola nell'aula bunker di Torino»). Tale atteggiamento dell’imputato è legittimo, ma contraddittorio, poiché egli esercitava il c.d. diritto al silenzio, dopo una serie domande su eventuali intromissioni dei magistrati nella sua falsa collaborazione: ebbene, a dette domande (fatte appena pochi minuti prima), Andriotta rispondeva escludendo qualsivoglia ruolo o consapevolezza dei magistrati dell’epoca, per poi affermare, invece, quanto sopra riportato. Nel riesame del Pubblico Ministero, infine, Andriotta tornava sui suoi passi, sostenendo (in maniera assolutamente non convincente) che s’era avvalso della facoltà di non rispondere soltanto per un “errore di pronuncia” e specificando di non aver mai informato alcun magistrato delle falsità delle sue rivelazioni o di quelle di Scarantino. Invece, nell’interrogatorio del 17 luglio 2009 (pienamente utilizzabile ai fini probatori), Andriotta spiegava che era proprio la dott.ssa Palma ad arrabbiarsi molto con lui, chiedendogli come faceva a sapere delle cose che non erano nemmeno uscite sui giornali [...].

LE CONCLUSIONI DEI GIUDICI DEL BORSELLINO QUATER  Orbene, prima di passare alle conclusioni in merito alla responsabilità penale dell’imputato per la calunnia continuata ed aggravata […] occorre fare alcune considerazioni generali sul contenuto delle predette dichiarazioni, palesemente autoaccusatorie.

A tal proposito, va -innanzitutto- sottolineato come il percorso dell’imputato (a far data dal luglio del 2009, allorché decideva di ritrattare le dichiarazioni rese nei precedenti procedimenti) sia tutt’altro che lineare, in quanto segnato da molteplici incoerenze e contraddizioni, oltre che da significativi aspetti di progressione (e pure da qualche reticenza) nelle accuse mosse contro altri soggetti. Talune novità nelle dichiarazioni dibattimentali dell’imputato, poi, dopo ben quattro interrogatori nell’arco di un anno e mezzo (in fase d’indagine preliminare), sono assolutamente non credibili e paiono strumentali ad alleggerire la propria posizione processuale. […]

Ebbene, pur con tutte le (doverose) cautele e riserve sull’attendibilità complessiva dell’imputato (le cui dichiarazioni vanno ‘maneggiate’ con estrema cautela, soprattutto ove attingano terze persone), alla luce del suddetto percorso di falso ‘collaboratore’ della giustizia ed anche della marcata progressività delle dichiarazioni stesse (evidentemente funzionali, come detto, ad alleggerire la propria posizione processuale), pare difficile, alla luce del complessivo compendio probatorio (ed al di là delle accennate ed evidenti contraddizioni ed incongruenze, su molteplici circostanze specifiche), confutare quanto da lui dichiarato in merito alla tematica generale dell’indottrinamento da parte degli inquirenti infedeli dell’epoca, sebbene sia del tutto evidente che l’imputato introduca anche circostanze non vere e, comunque, non voglia raccontare tutto quanto è a sua conoscenza in merito alla propria ed all’altrui ‘collaborazione’. Sul punto, al di là dell’evidenziata progressività delle dichiarazioni dell’imputato (che parlava, come detto, solo al dibattimento di appunti scritti consegnatigli in carcere, prima dell’avvio della ‘collaborazione’), pare assai difficile ipotizzare un’origine diversa rispetto al suggerimento degli inquirenti dell’epoca (poco importa, da tale punto di vista, se con appunti scritti o soltanto con indottrinamento orale, magari fatto con modalità assai diverse, rispetto a quelle -inverosimili- riferite dall’imputato negli interrogatori acquisiti agli atti), atteso che la collaborazione di Scarantino non era ancora iniziata (come è noto, il primo verbale del pentito della Guadagna risale al giugno 1994). […]

Addirittura inquietanti (come già accennato), alla luce di quanto ampiamente accertato in questo procedimento sul furto della Fiat 126 e sulle sue condizioni meccaniche, oltre che sulla sistemazione dell’impianto frenante, a cura di Gaspare Spatuzza (tramite Maurizio Costa) e francamente inspiegabili (come si vedrà meglio, trattando della posizione di Vincenzo Scarantino), senza un apporto di infedeli inquirenti e/o funzionari delle istituzioni, la circostanza che Andriotta, già nel primo interrogatorio da falso ‘collaboratore’ della giustizia, senza sapere alcunché della strage che occupa, né ricevendo alcuna confidenza da Scarantino (totalmente estraneo alla preparazione ed esecuzione della strage), parlava di circostanze non rientranti nel suo bagaglio di conoscenze, ma oggettivamente vere (come risulta da questo procedimento), vale a dire di problemi meccanici della Fiat 126 utilizzata come autobomba e della necessità di trainarla subito dopo il furto (come oggi dichiarato da Gaspare Spatuzza), ed, ancora, della sua riparazione e del cambio delle targhe prima dell’attentato, nonché del ritardo nella denuncia al lunedì successivo la strage (di tutte queste circostanze, così come dell’attendibilità di Gaspare Spatuzza e dei numerosi riscontri alle sue dichiarazioni, si è dato ampiamente atto, in altra parte della motivazione, alla quale si rimanda).

 

La riunione, l’incontro con Riina e l’auto da rubare, tutte menzogne  A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA - DAL bORSELLINO QUATER -  Il racconto di Vincenzo Scarantino sui preparativi della strage di Via D’Amelio. Un giorno di giugno Salvatore Profeta gli chiese di accompagnarlo alla villa di Peppuccio Calascibetta dove si trovavano anche i capi Pietro Aglieri, Salvatore Riina e Giuseppe Graviano. Fu quella la prima volta in cui Scarantino vide il Capo dei capi: «Quando la riunione era in corso ha potuto sentire che i presenti dicevano che occorreva ammazzare Borsellino»

In ordine alle dichiarazioni sulla strage di Via D’Amelio rese nel corso del suddetto interrogatorio del 24 giugno 1994, una precisa disamina e una accurata valutazione critica sono state operate dalla sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”), di cui si riportano alcuni passaggi particolarmente significativi: «Vincenzo SCARANTINO ha detto di essere "uomo d’onore" e di essere stato “combinato” circa due anni prima di venire arrestato; la sua affiliazione venne tenuta riservata, per ragioni di cautela.

P.M.: Precisi quando è stato combinato chi era presente e che cosa è avvenuto.

SCARANTINO: Due anni prima del mio arresto c’era Pietro AGLIERI, Carlo GRECO, Pino LA MATTINA, Natale GAMBINO, mio cognato Salvatore PROFETA, Pinuzzo GAMBINO, eh… Tanino… MORANA… c’era pure, poi chi c’era? E altri che non mi ricordo, in questo momento non mi ricordo… eh… siamo andati nella sala di Pasquale TRANCHINA, in via Villagrazia, in una sala, ed abbiamo fatto una cerimonia, abbiamo mangiato, ‘Enzino è uomo d’onore, Enzino è uomo d’onore’… tutte queste cose… dopo abbiamo finito di mangiare, ci siamo baciati tutti, auguri, auguri, auguri e ce ne siamo andati dalla sala ed io, diciamo, ero uomo d’onore!

(…)

  • SCARANTINO: Poi abbiamo finito di mangiare siamo andati via, ognuno per i fatti suoi, e a me m’hanno messo ‘riservato’ per non essere a occhio della polizia e degli altri uomini d’onore al di fuori della famiglia, non mi presentavano a nessuno, ero uno riservato che andavo negli appuntamenti che faceva Pietro AGLIERI con mio cognato, per decidere sugli omicidi e di altre cose…

Intorno al 24 giugno 1992 – non ha ricordato il giorno esatto, ma comunque la strage di Capaci era già avvenuta – Salvatore PROFETA gli chiese di accompagnarlo alla villa di Giuseppe CALASCIBETTA, ove trovarono il padrone di casa, Pietro AGLIERI, Pinuzzo LA MATTINA, Natale GAMBINO, Carlo GRECO, Giuseppe SALEMI; poi gli venne chiesto di andare a prendere Renzo TINNIRELLO e così fece, accompagnandolo alla villa; erano presenti anche Ciccio TAGLIAVIA,  Salvatore RIINA e Giuseppe GRAVIANO.

  • Fu quella la prima volta in cui vide Salvatore RIINA, del quale in precedenza aveva solo sentito parlare: non vi fu una presentazione, ma ugualmente egli comprese che si trattasse del RIINA; questi poi era accompagnato da BIONDINO – o forse da “Ciccio GANCI” -, a bordo di una Fiat “126” bianca.
  • P.M.: Ma… chi le ha detto che quella persona che è arrivata era Salvatore RIINA?
  • SCARANTINO: Ma si sapeva che era Salvatore RIINA ‘u’ zu’ Totò’.
  • P.M.: Quando poi… è stato arrestato RIINA e lì vedendo le sue fotografie…
  • SCARANTINO: Sì… l’ho conosciuto, per questo ho fatto casino a Busto Arsizio… perché l’ho conosciuto che era lui e non volevo che mi chiedessero se lo conoscevo o non lo conoscevo… però io lo conoscevo che era lui, Totò RIINA… l’ho visto là, alla villa.
  • P.M.: Senta, RIINA Salvatore com’è arrivato alla villa di CALASCIBETTA?
  • SCARANTINO: Con una “126” bianca, che era… però non mi ricordo, ma penso che è BIONDINO, o BIONDINO o Ciccio GANCI, ma sicuramente è BIONDINO, non ricordo bene.
  • P.M.: Cioè vuol dire che RIINA era accompagnato da BIONDINO Salvatore?
  • SCARANTINO: Sì, sì.

Lo SCARANTINO ha poi descritto il giardino e l’interno della villa del CALASCIBETTA. Quando la riunione era in corso ha potuto sentire che i presenti dicevano che occorreva ammazzare BORSELLINO e che occorreva fare attenzione che non rimanesse vivo, come stava per accadere per FALCONE, che per poco non era riuscito a scampare alla morte; fu lo stesso Salvatore RIINA a ribadire che BORSELLINO doveva venire ucciso. Ha detto poi SCARANTINO che, per educazione, lui e Pino LA MATTINA uscirono ed aspettarono fuori dal salone dove era in corso la riunione.

L’INCARICO DATO DA SALVATORE PROFETA  Terminata la riunione, il cognato Salvatore PROFETA gli affidò un incarico di fiducia.

  • SCARANTINO: … siamo rimasti quelli della borgata, io, Pietro AGLIERI, Pino LA MATTINA, Natale GAMBINO, mio cognato, Peppuccio CALASCIBETTA che lo chiamano ‘kalashnikov’, Carlo GRECO e… mio cognato… ‘insomma, si deve capitare una bombola d’ossigeno’, dice, ‘così neanche facciamo trovare le bucce, non si deve trovare completamente niente’, dice, ‘Enzino, vai con Peppuccio, là sotto da Peppuccio il fabbro’, in corso dei Mille, siccome lo conosco, ci siamo più amici io e Peppuccio CALASCIBETTA con questo ‘Peppuccio il Romano’ e siamo andati in questa fabbrica dove c’è, vendono acido, tutti questi prodotti tossici…
  • P.M.: E scusi, tutti questi prodotti tossici tra cui l’acido, la fabbrica è di Peppuccio FERRARA?

Va rilevato per inciso che, fino a quel momento, lo SCARANTINO non aveva ancora citato il cognome del venditore di “bombole”, che viene così involontariamente suggerito dall’interrogante.

  • SCARANTINO: No, è dell’amante… (…) siamo andati da questo Peppuccio, gli ho detto…, con un bigliettino, mi hanno dato un bigliettino, non lo so, non mi ricordo la bombola come si chiamava, però ‘C’ tipo che c’è la ‘C’… è un nome un po’ dimenticato, però dice che una bombola potente, potentissima, è un prodotto potentissimo, non ci vuole né… né niente, non ci vuole… questa è una bombola potentissima…

Ha proseguito assicurando che il venditore di bombole aveva promesso loro di informarsi se avrebbe potuto acquistare a sua volta la bombola dal fabbricante senza registrazione e senza rilascio di fattura; in seguito, il “Peppuccio” fece sapere che la risposta era stata negativa perché, non disponendo di un’analoga bombola vuota da consegnare in cambio, per vendergliene una il fabbricante avrebbe dovuto registrare il suo nome.

  • SCARANTINO: E poi è ritornato Peppuccio e ha detto ‘Enzino, digli a Peppuccio che sono andato là e là ci vuole il mio nome, gli devo portare il vuoto, il vuoto dove ce l’ho! E poi come glielo metto il mio nome in una bombola di questo genere, come posso rischiare di mettere il mio nome!?’ Gli ho detto ‘Va be’, Peppuccio’, ora ah, dice, ‘diglielo a Peppuccio, queste bombole si possono andare a rubare, dove c’è la villa di Pietro AGLIERI, di fronte stanno facendo una metropolitana, non ricordo bene, se è una stazione, non ricordo bene, dice che con questo ossigeno vi tagliano i binari, si può andare a rubare là, se vuoi la possiamo andare a rubare…

Va notato qui per inciso che, da come SCARANTINO ha riferito la risposta, pare che il fabbro venditore di bombole fosse consapevole dello scopo per il quale gli era stata chiesta la fornitura della bombola e, dunque, del rischio al quale egli sarebbe andato incontro qualora glie l’avesse venduta; invero, è lo stesso SCARANTINO ad ammettere che la sua “famiglia” si riforniva abitualmente dallo stesso Peppuccio dell’acido necessario per sciogliere i cadaveri e che questi ne era consapevole; significa, perciò, che la vendita della bombola avrebbe comportato un rischio ben maggiore di quello che poteva comportare il coinvolgimento in un fatto illecito quale la distruzione di un cadavere.

Anche a ritenere veritiero il racconto di SCARANTINO, è del tutto inverosimile che il venditore di bombole fosse stato messo realmente al corrente della destinazione finale della bombola.

SCARANTINO ha proseguito dicendo che Salvatore PROFETA gli disse di lasciar perdere la questione della bombola, cioè che non se ne faceva nulla; però ha aggiunto che – vista la potenza dell’esplosione che si era verificata in via D’Amelio – a suo giudizio sicuramente era stata usata una bombola di quel tipo e, poiché a lui non era stato chiesto di andare a rubarla, sicuramente ci erano andati Natale GAMBINO, Nino GAMBINO, Tanino MORANA e “Peppuccio il fabbro”.

Furono il cognato Salvatore PROFETA e Giuseppe CALASCIBETTA a commissionargli il furto di un’auto di piccola cilindrata.

[...] Ha proseguito SCARANTINO riferendo che la mattina del sabato precedente la strage egli ebbe occasione di apprendere che era stata fatta una intercettazione telefonica al magistrato.

[...] La mattina della domenica egli partecipò alla “scorta” della “126”, che venne portata sul luogo dell’attentato; SCARANTINO era a bordo della propria Ranault “19”, c’erano anche Pino LA MATTINA con la sua Fiat “127” bianca, Natale GAMBINO con la sua “126”, Tanino MORANA con la “127” azzurra; la “126” che doveva esplodere era guidata da Renzo TINNIRELLO.

SCARANTINO: Pietro AGLIERI aspettava ai ‘Leoni’, siamo arrivati ai ‘Leoni’ e ci hanno fatto segnale che noi potevamo andarcene, questa macchina non l’avevano portata subito in via D’Amelio, o l’hanno messa in un garage o in qualche box da quelle parti, non sono sicuro se questo Peppuccio CONTORNO ha il box, perché abita in quelle vie, di viale Lazio, abita in queste vie, noi ce ne siamo andati, io me ne sono andato per i fatti miei…

Sul posto, con la “autobomba”, rimasero Renzo TINNIRELLO, Pietro AGLIERI e Francesco TAGLIAVIA. Erano circa le 7.30 quando egli li lasciò e se ne andò; più tardi al bar incontrò il cognato, al quale disse che era tutto a posto; più tardi, verso le 10.30-11 ebbe occasione di assistere ad una rissa in chiesa. Apprese in strada, poco dopo le 17, che BORSELLINO era stato ucciso; salì allora a casa del cognato, che era intento a guardare la televisione.

SCARANTINO ha proseguito dicendo che a premere il telecomando in via D’Amelio erano stati Renzo TINNIRELLO, Pietro AGLIERI e Francesco TAGLIAVIA: non ha chiarito però come lo apprese, limitandosi a riferire che Natale GAMBINO gli disse che in via D’Amelio “ci sono andati tre con le corna d’acciaio”.

LA STORIA DELL'ESPLOSIVO UTILIZZATO PER LA STRAGE  Dunque, lo SCARANTINO non ha riferito fatti percepiti direttamente, giacché prima aveva detto di essersi allontanato dalla “126”, lasciando quelle tre persone con l’auto: è dunque probabile che si tratti di una semplice deduzione dello SCARANTINO, visto che le persone indicate sono proprio quelle che vide rimanere vicino all’autobomba quando egli se ne allontanò.

Poi SCARANTINO ha ribadito di avere commissionato il furto della “126” al CANDURA prima della riunione in cui si sarebbe decisa l’uccisione di Paolo BORSELLINO e che, quando suo cognato gli chiese di rubare un’auto piccola, egli già disponeva di quella “126” ma non lo disse, invece promise che ne avrebbe procurata una quanto prima, per fare bella figura.

Il CANDURA un giorno di pomeriggio gli consegnò alla Guadagna la “126” rubata; egli la parcheggiò per la strada, ma poiché gli pareva che fosse troppo in vista poi la spostò vicino al fiume Oreto, vicino al garage di Ciccio TOMASELLO.

Lo SCARANTINO ha poi ribadito che, dai discorsi fatti con Natale GAMBINO e Giuseppe CALASCIBETTA e anche dall’entità dello scoppio verificatosi in via D’Amelio egli comprese che era stata adoperata una bombola.

  • P.M.: … lei sa per certo che poi la bombola è stata recuperata e quindi è stata messa sulla autovettura che è servita come autobomba, è sicuro di questo?
  • SCARANTINO: Questa bombola si cercava, si cercava di averla perché con l’esplosivo non è che poteva fare questo danno, l’unico modo di non lasciare tracce… della 126… l’unico modo era questa bombola…
  • P.M.: Ma lei sa se poi l’hanno, lei ha la certezza… qualcuno le ha detto che poi la bombola è stata trovata, oppure…?
  • SCARANTINO: No… non è che ho la certezza che poi la bombola l’hanno trovata… ma come ne parlavano… Natale, Peppuccio, ne parlavano come se ce l’avessero messa, Peppuccio… andava e veniva…
  • P.M.: Peppuccio chi intende?
  • SCARANTINO: Calascibetta… (…)
  • P.M.: Senta… lei sa… che tipo di esplosivo… è stato usato?
  • SCARANTINO: No, no.
  • P.M.: Sa dove è stato procurato?
  • SCARANTINO: Ma io penso… che l’ha portato Cosimo VERNENGO, perché ho visto arrivare Cosimo VERNENGO con una Jeep, però ho visto che è entrato a marcia indietro nel garage di OROFINO.
  • P.M.: Quindi il sabato pomeriggio?
  • SCARANTINO: Sì.

Il passo appena riportato appare estremamente eloquente. Lo SCARANTINO palesa una incompetenza assoluta in materia di esplosivi, mostrando di ritenere che l’esplosione di una “bombola” faccia un danno molto maggiore di quello che si potrebbe provocare con un comune esplosivo. Ma è evidente anche che lo SCARANTINO non sa nulla circa le modalità di confezione della carica esplosiva utilizzata in via D’Amelio.

Pertanto il tenore delle risposte fornite fino a quel momento non giustificava affatto la domanda posta dal Pubblico Ministero sul tipo di “esplosivo” impiegato in via D’Amelio; ancor meno giustificate appaiono le ulteriori domande poste sull’argomento, a loro volta non giustificate dalla prima risposta – negativa - fornita al riguardo dallo SCARANTINO, l’unica genuina e coerente con le precedenti. Le successive risposte appaiono indubbiamente influenzate dall’interrogante, anche perché non è affatto chiaro come possa lo SCARANTINO ricollegare razionalmente la venuta del VERNENGO nell’officina dell’OROFINO con l’impiego dell’esplosivo.

In ogni caso, lo SCARANTINO, anziché persistere nella propria convinzione riguardo all’uso esclusivo di una bombola per l’attentato di via D’Amelio, ha colto al volo il pensiero dell’interrogante e ha iniziato a rispondere sulla quella falsariga.

Lo SCARANTINO ha poi aggiunto che alla “126” vennero sostituite le targhe, ma non ha saputo precisare dove vennero prese quelle che vi vennero montate; la domenica mattina fu Pietro AGLIERI a prelevare l’auto dall’officina di OROFINO e a condurla ai “Leoni”; inoltre, la domenica mattina Renzo TINNIRELLO suggerì all’OROFINO di rompere il lucchetto che chiudeva il portone.

Va rilevato però che poco prima lo SCARANTINO aveva detto che Pietro AGLIERI la mattina di domenica 19 luglio attese il corteo delle auto ai “Leoni” e che la “126” era stata condotta fin lì dal TINNIRELLO. In conclusione, va detto che le dichiarazioni dello SCARANTINO in ordine al furto della “126” usata per la strage sono in netto contrasto con l’epoca del furto risultante dalla denuncia sporta da Pietrina VALENTI, secondo la quale l’auto le fu rubata nella notte tra il 9 e il 10 luglio: dunque, lo SCARANTINO non poteva averla già ricevuta dal CANDURA prima della riunione alla villa di CALASCIBETTA, collocata intorno al 26 giugno».

QUALCHE INQUIETANTE ELEMENTO DI VERITÀ  Ciò posto, deve osservarsi che le suesposte dichiarazioni dello Scarantino, pur essendo sicuramente inattendibili (come è stato successivamente ammesso dall’imputato ed è comprovato dai numerosi elementi di prova già analizzati nel capitolo relativo alla ricostruzione della fase esecutiva della strage di Via D’Amelio), contengono alcuni elementi di verità, che, secondo una ragionevole valutazione logica, devono necessariamente essere stati suggeriti da altri soggetti, i quali, a loro volta, li avevano appresi da ulteriori fonti rimaste occulte.

In particolare, le risultanze istruttorie emerse nel presente procedimento confermano in modo inequivocabile sia la circostanza che l’autovettura fosse stata rubata mediante la rottura del bloccasterzo, sia l’avvenuta sostituzione delle targhe del veicolo: due dati di fatto che lo Scarantino ha riferito sin dal primo interrogatorio reso dopo la manifestazione della sua volontà di “collaborare” con la giustizia, e che erano sicuramente estranei al suo personale patrimonio conoscitivo. Lo Scarantino è ritornato sulla propria versione dei fatti nell’interrogatorio del 29 giugno 1994, confermandola ampiamente ma con l’aggiunta di alcune precisazioni e modifiche.

[…] In questo ulteriore interrogatorio, reso a cinque giorni di distanza dal precedente, dunque, lo Scarantino ha continuato ad accompagnare numerose circostanze false con taluna oggettivamente veridica (come la affermazione che, essendo stato rotto il bloccasterzo dell’autovettura, il contatto veniva stabilito collegando tra loro i fili dell'accensione), e ha inserito nel suo racconto alcune modifiche che potevano indurre in errore sulla sua credibilità: in particolare, l’epoca della riunione nella villa del Calascibetta in cui era stata decisa l’eliminazione del magistrato è stata spostata in avanti, collocandola tra la fine di giugno e i primi di luglio, mentre l’epoca del furto dell’autovettura è stata avvicinata a quella dichiarata nella denuncia, in quanto lo Scarantino ha riferito di avere avuto il veicolo a propria disposizione già sette giorni prima di venerdì 17 luglio.

Il tentativo della Scarantino di superare alcune precedenti contraddizioni con altre fonti di prova traspare con assoluta chiarezza dall’interrogatorio reso il 25 novembre 1994 davanti al Pubblico Ministero rappresentato dal dott. Carmelo Petralia, dalla dott.ssa Anna Maria Palma e dal dott. Antonino Di Matteo. […] Nelle ultime risposte fornite dallo Scarantino è percepibile con chiarezza il tentativo, malriuscito, di superare i contrasti riscontrabili tra la sua versione dei fatti e quella esposta da altri collaboratori di giustizia, nonché le molteplici contraddizioni presenti nel suo percorso dichiarativo.

[…] Nella successiva sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”) si è osservato che, nell’esame reso all’udienza dell’8 marzo 1997, lo Scarantino ha inserito anche Salvatore Profeta e Giuseppe Graviano tra le persone che andarono nella carrozzeria di Giuseppe Orofino mentre si stava preparando la “autobomba”, precisando di non avere rivelato prima i loro nomi perché aveva paura. Quest’ultima pronuncia ha rilevato che «tali dichiarazioni appaiono emblematiche, tanto della personalità dello SCARANTINO, quanto del suo rapporto di “collaborazione” con l’Autorità Giudiziaria. La dichiarazione riguardante gli SCOTTO, che mostra un insanabile contrasto con quelle rese in precedenza, evidentemente è frutto dell’ennesimo “aggiustamento” fatto per adeguare la propria versione dei fatti agli sviluppi delle indagini e del processo. Inoltre, si assiste all’ennesimo tentativo maldestro da parte dello SCARANTINO di giustificare le persistenti incertezze e contraddizioni adducendo il timore di coinvolgere determinati soggetti: in precedenza aveva detto di avere avuto paura ad accusare Giovanni BRUSCA, timore che invece non sentiva nei riguardi dei GRAVIANO, mentre appare assurdo che egli non abbia fatto il nome del cognato per paura, avendolo già accusato di avergli commissionato il furto della “126”».

L’esame condotto sulle predette dichiarazioni evidenzia, dunque, come attraverso una pluralità di deposizioni lo Scarantino avesse incolpato Profeta Salvatore, Scotto Gaetano, Vernengo Cosimo, Gambino Natale, La Mattina Giuseppe, Murana Gaetano ed Urso Giuseppe di aver partecipato alle fasi esecutive dell’attentato, attribuendo loro le condotte sopra descritte.

La completa falsità di tali dichiarazioni emerge con assoluta certezza non solo dall’esplicita ammissione operata dallo stesso Scarantino, ma anche, e soprattutto, dalla loro inconciliabilità con le circostanze univocamente accertate nel presente processo, che hanno condotto alla ricostruzione della fase esecutiva dell’attentato in senso pienamente coerente con le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, come si è visto nel capitolo attinente alla posizione dell’imputato Vittorio Tutino.

Da tale ricostruzione emerge in modo inequivocabile, oltre alla inesistenza della più volte menzionata riunione presso la villa del Calascibetta, la mancanza di qualsiasi ruolo dello Scarantino nel furto della Fiat 126, la quale, per giunta, non venne mai custodita nei luoghi da lui indicati, né ricoverata all’interno della carrozzeria dell’Orofino per essere ivi imbottita di esplosivo. A fortiori, devono ritenersi del tutto false le condotte di altri soggetti, delineate dallo Scarantino in rapporto alle suddette fasi dell’iter criminis da lui descritto.

 

La condanna di Gaetano Murana, che non c’entrava nulla con il massacro A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA

Le false accuse di Calogero Pulci, che aveva riportato alcune confidenze che Murana gli avrebbe fatto quando entrambi erano nel carcere di Caltanissetta, portano alla condanna all’ergastolo. Dichiarazioni che la Corte d’Assise del Borsellino Quater ha giudicato come una “palese falsità”

In premessa all’esame degli elementi a carico di Calogero Pulci, si deve necessariamente accennare all’iter processuale che portava, con il contributo determinante delle sue dichiarazioni, alla condanna all’ergastolo, nell’ambito del processo c.d. Borsellino bis, di Gaetano Murana, per concorso nella strage di via Mariano D’Amelio del 19 luglio 1992.

Il dato di partenza è l’assoluzione di Murana dalla predetta accusa, all’esito del primo grado di giudizio, poiché, come per altri suoi coimputati (Vernengo Cosimo, Natale Gambino, La Mattina Giuseppe ed Urso Giuseppe), la Corte d’Assise di Caltanissetta riteneva carenti i necessari riscontri individualizzanti alle dichiarazioni di Scarantino Vincenzo, in base alle quali (in sintesi):

  •  Murana era presente, al pari di Scarantino alla riunione tenutasi nella villa di Calascibetta, dove rimanevano all’esterno del salone;
  • Murana si attivava, assieme a Scarantino, per portare la Fiat 126 nel garage di Orofino, il venerdì prima della strage ed era presente anche nel momento del caricamento dell’autobomba, presso detta officina, all’esterno dell’immobile, impegnato, come Scarantino, nell’attività di pattugliamento, durante il caricamento;
  • Murana partecipava anche al trasferimento dell’autobomba a piazza Leoni, la domenica mattina del 19 luglio 1992, con la sua autovettura (Opel o -come emerso dietro contestazione, in quel processo- Fiat 127 azzurra).

Come anticipato, a giudizio della Corte d’Assise, gli ulteriori elementi addotti a sostegno della responsabilità di Gaetano Murana, riguardavano (esclusivamente) il fatto nella sua materialità, giacché non vi era alcun altro collaboratore di giustizia che lo indicasse (direttamente, oppure de relato) come partecipe alla strage di via D’Amelio; la ritenuta appartenenza dello stesso alla ‘famiglia’ mafiosa della Guadagna, infatti, era una circostanza oggettivamente diversa ed ulteriore rispetto alla sua chiamata in correità per la strage, che non costituiva un elemento logico di riscontro, estrinseco ed individualizzante, rispetto al predetto ruolo materiale delineato da Vincenzo Scarantino.

LA CONDANNA ALL'ERGASTOLO  Ebbene, i giudici del secondo grado (come per altri imputati di quel processo), ribaltavano quel giudizio, condannando Gaetano Murana alla pena dell’ergastolo, ritenendolo colpevole di concorso nella strage e negli ulteriori delitti connessi. A detta conclusione, la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta n. 5/2002, emessa il 18 marzo 2002, perveniva dopo l’esame di Calogero Pulci - un appartenente a Cosa Nostra della provincia di Caltanissetta, già autista personale e uomo di fiducia del rappresentante provinciale Madonia Giuseppe (inteso “Piddu”) - che iniziava a collaborare con la giustizia nei mesi successivi alla pronuncia della sentenza di primo grado del processo c.d. Borsellino bis. Proprio le dichiarazioni inedite di Pulci sul conto di Gaetano Murana permettevano ai giudici di secondo grado di acquisire quel riscontro estrinseco ed individualizzante alla chiamata in correità di Vincenzo Scarantino, che mancava in primo grado.

Nel processo d’appello, infatti, Pulci spiegava che era stato detenuto nel carcere di Caltanissetta con lo stesso Murana, nel 1998-1999, all’epoca della celebrazione del secondo processo, di primo grado, per la strage di via D’Amelio, e che, in un colloquio avvenuto nell’ora d’aria, aveva rimproverato Murana per la leggerezza commessa dagli uomini d’onore della sua famiglia, nella realizzazione dell’eccidio, poiché avevano affidato un incarico così delicato ed importante “allo Scarantino di turno”. Murana -a dire del Pulci- si era difeso dall’accusa, senza negare il ruolo della sua famiglia nella realizzazione della strage, ma evidenziando il ruolo del tutto marginale di Scarantino, esclusivamente utilizzato per il furto della Fiat 126, commissionatogli da Salvatore Profeta, suo cognato e uomo d’onore della predetta famiglia.

In particolare, lo scambio di battute fra Pulci e Murana veniva giudicato, dalla Corte d’Assise d’Appello, sufficiente ad offrire adeguato riscontro estrinseco ed individualizzante alle accuse di Vincenzo Scarantino sul diretto protagonismo di Murana nella preparazione della strage, poiché il collaboratore di giustizia evidenziava -per la prima volta, proprio nell’esame dibattimentale in quel processo (sebbene avesse già reso dichiarazioni agli inquirenti, sul punto)- come Murana gli avesse spiegato che “il lavoro lo avevamo fatto noi della Guadagna”.

LE FALSE DICHIARAZIONI DI PULCI   Prima di proseguire nell’analisi della posizione dell’imputato, si riporta uno stralcio delle sue dichiarazioni rese nell’udienza dibattimentale del 7 marzo 2001, nell’ambito del processo d’appello c.d. Borsellino bis:

  • P.G. dott.ssa ROMEO: - Senta, e con Murana avete avuto occasione di discutere delle vostre... delle rispettive posizioni processuali?
  • PULCI CALOGERO: - La prima cosa che feci quando incontrai Murana, come e' mio carattere o vizio, come si puo' definire, poi ognuno lo definisce come meglio crede, io quando incontro una persona che conoscevo da fuori dentro il carcere faccio finta di non incontra... di non conoscerla, per vedere la reazione che fa. Cosa che feci con Scianna e cosa che feci con Murana. Quando lo feci con Murana Murana si spavento' e ando' da Scianna, dici: "Ma che c'ho fatto io a Pulci, che non mi saluta, che non mi ha salutato?". Scianna dice: "Ma che ne so io, puo' essere che magari non si ricorda di te", dici: "Come non si ricorda di me? Ci siamo visti tante volte". Tra l'altro una volta ero rimasto in panne sull'autostrada, proprio mentre andavo da Madonia, e fui soccorso dallo stesso Murana; cioe', ci conoscevamo bene. E allora si chiari', c'ho detto: "Sai, devi scusarmi, io non... sai con la testa da quando mi hanno sparato tanta... tanto bene non ci sto" ed e' finita la prima discussione. Io volevo vedere la reazione, la reazione che aveva lui era spaventata, poi chiacchierando chiacchierando... perche' se siamo in un carcere di 416 bis si chiacchiera di come taglieggiare a Tizio, a Caio o di come abbiamo taglieggiato all'altro, di come abbiamo ammazzato a questo e a quello; se siamo in un carcere di collaboratori, dove ora io mi trovo, si parla: "Quello ha accusato a quello". Cioe' ogni status che ha un detenuto parla dell'oggetto perche' e' detenuto. (…) Comunque, a Murana chiacchierando chiacchierando lo rimproverai, ci dissi: "Ma che razza di gente siete? - dico - Come, vi fidate di un Scarantino del genere pi' iri a fare un travagliu cosi' delicato? Ma veramente scimuniti siti dducu a Palermo?" e lui mi disse, dici: "Ma Scarantino - dici - non c'entra niente, Scarantino solo ci ha procurato la macchina, quello che ha detto Scarantino gliel'hanno fatto dire gli sbirri". Io non c'ho voluto dire niente per non mi litigare, ma mi fece... mi pose la domanda, poiche' io idiota non ci sono o almeno non mi ci sento, posso anche esserci ma io non me ne accorgo; ma scusa, gli sbirri non e' che ti possono raccontare una cosa che non sanno perche' Scarantino gliela racconta dettagliatamente? Gli sbirri possono avere l'idea di chi l'ha fatto, ma non del racconto, di come sono avvenute le cose. Comunque, io ho tagliato e l'ho allontanato; lo salutavamo ed e' finita li' la storia con Murana.
  • P.G. dott. FAVI: - Signor Pulci, proseguo io ora il suo esame. Senta, vorrei che lei tornasse con la mente nuovamente al colloquio, diciamo al discorso, al colloquio che lei ebbe con Murana, perche' vorrei qualche maggiore dettaglio su questo colloquio. In sostanza Murana che ruolo attribuiva a Scarantino?
  • PULCI CALOGERO: - In sostanza Murana a me mi disse, giustificandosi, perche io lo aggredii offendendolo, perche' nel nostro gergo dirci a uno: "Ma che razza di gente siete?" e' come dirci sbirri, e dire sbirro a un uomo di "Cosa Nostra" e' la peggiore parola che uno ci puo' dire. Io invece di dirglielo cosi' chiaro, sbirro, gliela girai in un altro modo che lui lo capi', "Che razza di gente siete che vi siete portati a Scarantino, allo Scarantino di turno?". E li' lui cerco' di giustificare il ruolo marginale che ebbe lo Scarantino. In sostanza lui non e' che lo ha escluso che Ma... Scarantino abbia avuto un ruolo, lui lo esclude nel ruolo della strage materiale, ma lui giustificava dicendo che era il cognato che aveva partecipato alla strage, e che lui gli aveva procurato l'auto. Perche' lo Scarantino era, diciamo, ladro d'auto, cioe' un ladro di polli, non era un uomo d'onore. A questa risposta io gli domandai: "Ma scusi, Scarantino che ha da un anno - o due che aveva, ora in questo momento con la testa tanto bene non ci sono - parlava e tutti i detenuti seguiamo la cronaca tra i giornali e la televisione, che raccontava minuziosamente i luoghi, la riunione, la casa di quello, la casa dell'altro; scusami, gli sbirri come gliela potevano fare una ricostruzione del genere se non sapevano neanche che doveva succedere l'omicidio Borsellino?". Cioe', questo io non glielo dissi, altrimenti non lo dovevo salutare piu' poi, cioe' entravamo in una discussione che poi ci dovevamo litigare.
  • P.G. dott. FAVI: - Benissimo. Signor Pulci, che discorso esattamente le fece Murana?
  • PULCI CALOGERO: - Cioe', Murana mi disse che "il lavoro lo avevamo fatto noi della Guadagna", "noi". Lui e' della Guadagna pure; non l'avevano fatto loro, "l'avevamo fatto noi" e Scarantino aveva avuto solo il ruolo tramite il cognato di fornire la Fiat 126, quella che era, l'autovettura. Praticamente se lo da' il ruolo Murana...
  • P.G. dott. FAVI: - Va bene.
  • PULCI CALOGERO: - ... dicendomi: "L'abbiamo fatto noi della Guadagna".
  • P.G. dott. FAVI: - Benissimo, signor Pulci, un momento ancora. In sostanza Murana sosteneva che le dichiarazioni di Scarantino erano state suggerite dagli sbirri; ma dava giudizi sul contenuto di queste dichiarazioni? Diceva che gli sbirri gli avevano fatto dire cose false o cose vere?
  • PULCI CALOGERO: - Cioe', di... a me mi disse che gli sbirri gli fecero fare la ricostruzione del racconto di... di Scarantino; ma mi misi a ridere e tagliai, "Ma scusa, li sbirri cumu ti punnu ricostruire una cosa che non sanno?". Cioe', lui come si giustifico': "Quello che dice Scarantino e' vero, ma pero' gliel'hanno suggerito gli sbirri".
  • P.G. dott. FAVI: - Benissimo, era quello che volevo sentire.
  • PULCI CALOGERO: - Cioe', non dice: "Scarantino mente", "Scarantino dice il vero, pero' gliel'hanno suggerito gli sbirri" dice Murana a me.
  • P.G. dott. FAVI: - Benissimo. PULCI CALOGERO: - E Murana a me mi dice: "Il lavoro l'abbiamo fatto noi della Guadagna".
  • P.G. dott. FAVI - Si'. Senta, una domanda su un punto specifico: Murana dichiarava che Scarantino era uomo d'onore o no?
  • PULCI CALOGERO: - No, su questo termine non ci siamo arrivati, non gliel'ho chiesto, perche' c'ho detto: "Che razza di gente vi portate?"; poi, che fa, gli chiedo: "E' un uomo d'onore?"? Quando lui tra l'altro dice che ha fatto il favore al cognato, ma che e' il cognato l'uomo d'onore.

A prescindere dalla progressività accusatoria delle predette dichiarazioni (comunque, alquanto sospetta, alla luce di quanto infra esposto), la palese falsità della confidenza carceraria di Murana a Pulci, anche in ordine al furto dell’autobomba da parte di Vincenzo Scarantino, emerge innanzitutto da quanto ampiamente accertato nel presente procedimento, in seguito alla collaborazione di Gaspare Spatuzza ed alla conseguente ricostruzione del segmento relativo al furto ed allo spostamento della Fiat 126 (oltre che alla sottrazione delle targhe da apporre sulla stessa), con il protagonismo della famiglia mafiosa di Brancaccio. Infatti, alla luce di quanto esposto in altra parte della motivazione sulla fase preparatoria ed esecutiva della strage di Via D’Amelio, è impossibile credere che Murana -da quanto emerso nel presente processo, assolutamente estraneo al furto ed allo spostamento della Fiat 126- abbia confidato a Pulci quanto sopra riportato. Anche a ritenere che appartenenti alla famiglia della Guadagna abbiano gestito altre fasi della strage di via D’Amelio (sulle quali permangono molte zone d’ombra), sarebbe comunque inspiegabile la rivelazione del Murana in merito ad un ruolo (come detto, inesistente) di Vincenzo Scarantino, per sottrarre la Fiat 126 di Pietrina Valenti, su incarico del cognato, Salvatore Profeta. Una valida chiave di lettura delle predette dichiarazioni di Calogero Pulci è offerta dall’analisi del suo percorso di collaboratore della giustizia, affatto peculiare e discutibile. Si deve, innanzitutto, rilevare (senza alcuna pretesa di completezza, considerato che, in più occasioni, il suo contributo veniva riconosciuto come attendibile e rilevante, oltre che degno del riconoscimento dell’attenuante speciale della c.d. dissociazione attuosa, nei processi celebrati a suo carico) che, a dire dello stesso imputato, la sua collaborazione con la giustizia, all’epoca delle dichiarazioni rese su questi fatti, era ancora parziale e reticente (ad esempio, sull’omicidio di Filippo Cianci, che l’imputato ammetterà solamente a partire dal settembre 2001, dopo la morte del padre, che forniva le armi ai killers). Peraltro, anche sul momento in cui Pulci passava da una collaborazione parziale ad una piena apertura all’autorità giudiziaria (almeno a suo dire), si registra una evidente oscillazione dichiarativa da parte dell’imputato. Sul punto, ci si limita a rilevare che Pulci (catturato, il 3 giugno 1994, a Grenoble in Francia e, successivamente, estradato in Italia), pur avendo manifestato la sua volontà di collaborare con l’autorità giudiziaria, sin dal novembre del 1999 (le misure di protezione venivano adottate ad aprile del 2000), veniva successivamente attinto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa, commessa anche da collaboratore, fino al settembre 2001 (vale a dire l’epoca in cui egli firmava i verbali illustrativi, in data 20 settembre 200184): per tale addebito, egli veniva catturato il 24 febbraio 2001 (dopo la richiesta di revoca, pochissimi giorni prima, delle misure di protezione) e, poi, condannato, con sentenza definitiva, in continuazione con analogo reato precedente, a tre anni di reclusione, poi ridotti -in appello- ad un anno e dieci mesi (cfr. sentenza Tribunale Collegiale Caltanissetta 20.11.200285). Dunque, in base a quanto definitivamente accertato, con il crisma dell’irrevocabilità, all’epoca delle dichiarazioni delle quali Pulci risponde in questa sede (tempus commissi delicti: 7 marzo 2001), l’imputato era appartenente al sodalizio mafioso di Cosa Nostra. E’ quindi ravvisabile nelle sue dichiarazioni

 

I servizi segreti e quell’irrituale richiesta del procuratore Tinebra  CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA - Borsellino quater  Scrivono i giudici di primo grado del Borsellino Quater: «È appena il caso di osservare che la rapidità con la quale venne richiesta la irrituale collaborazione del Dott. Contrada, già il giorno dopo la strage di Via D’Amelio, faceva seguito alla mancata audizione del Dott. Borsellino nel periodo di 57 giorni intercorso tra la strage di Capaci e la sua uccisione» Alla luce degli elementi di prova raccolti nel corso dell’istruttoria dibattimentale, questa Corte ritiene che allo Scarantino debba essere concessa la circostanza attenuante di cui all’art. 114 comma terzo c.p., che si riferisce «all'ipotesi di colui che sia stato determinato a commettere il reato ed a cooperarvi sempre che ricorra o la fattispecie contemplata dall'art 112 n. 3 di chi nell'esercizio della sua autorità, direzione o vigilanza ha determinato a commettere il reato persone ad esso soggette, o quella prevista dal numero 4 dello stesso articolo: cioè di determinazione al reato di persona in stato di infermità o di deficienza psichica» (Cass., Sez. II, n. 1696/1976 del 31/10/1975, Rv. 132226).

Deve, infatti, ritenersi che lo Scarantino sia stato determinato a rendere le false dichiarazioni sopra descritte da altri soggetti, i quali hanno fatto sorgere tale proposito criminoso abusando della propria posizione di potere e sfruttando il suo correlativo stato di soggezione. Al riguardo, va segnalato un primo dato di rilevante significato probatorio: come si è anticipato, le dichiarazioni dello Scarantino, pur essendo sicuramente inattendibili, contengono alcuni elementi di verità.

Sin dal primo interrogatorio reso dopo la manifestazione della sua volontà di “collaborare” con la giustizia, in data 24 giugno 1994, lo Scarantino ha affermato che l’autovettura era stata rubata mediante la rottura del bloccasterzo, e ha menzionato l’avvenuta sostituzione delle targhe del veicolo. Nel successivo interrogatorio del 29 giugno 1994 egli ha specificato che, essendo stato rotto il bloccasterzo dell’autovettura, il contatto veniva stabilito collegando tra loro i fili dell'accensione. Nelle sue successive deposizioni, lo Scarantino ha sostenuto che la Fiat 126 era stata spinta al fine di entrare nella carrozzeria (circostanza, questa, che presuppone logicamente la presenza di problemi meccanici tali da determinare la necessità di trainare il veicolo). Egli, inoltre, ha aggiunto di avere appreso che sull’autovettura erano state applicate le targhe di un’altra Fiat 126, prelevate dall’autocarrozzeria dello stesso Orofino, e che quest’ultimo aveva presentato nel lunedì successivo alla strage la relativa denuncia di furto.

Si tratta di un insieme di circostanze del tutto corrispondenti al vero ed estranee al personale patrimonio conoscitivo dello Scarantino, il quale non è stato mai coinvolto nelle attività relative al furto, al trasporto, alla custodia e alla preparazione dell’autovettura utilizzata per la strage. E’ quindi del tutto logico ritenere che tali circostanze siano state a lui suggerite da altri soggetti, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte.

LE NOTE DEL SISDE  Questa conclusione è rafforzata da una ulteriore elemento, cui ha fatto riferimento il Pubblico Ministero nella sua requisitoria e nell’esame del Dott. Contrada, svolto all’udienza del 23 ottobre 2014: si tratta, precisamente, dell’appunto con cui in data 13 agosto 1992 il Centro SISDE di Palermo comunicò alla Direzione di Roma del SISDE che «in sede di contatti informali con inquirenti impegnati nelle indagini inerenti alle recenti note stragi perpetrate in questo territorio, si è appreso in via ufficiosa che la locale Polizia di Stato avrebbe acquisito significativi elementi informativi in merito all'autobomba parcheggiata in via D'Amelio, nei pressi dell'ingresso dello stabile in cui abita la madre del Giudice Paolo Borsellino. (…) In particolare, dall'attuale quadro investigativo emergerebbero valide indicazioni per l'identificazione degli autori del furto dell'auto in questione, nonché del luogo in cui la stessa sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell’attentato».

In proposito, il Pubblico Ministero ha persuasivamente osservato che «non è dato comprendere come, a quella data (13.8.1992), pur successiva alle conversazioni telefoniche intercettate sull’utenza in uso alla VALENTI Petrina, gli investigatori avessero potuto acquisire – se non in via meramente confidenziale - notizie “sul luogo” in cui l’autovettura rubata era stata custodita. Vi era dunque una traccia in tale direzione che gli inquirenti palermitani si apprestavano a seguire ben prima del comparire sulla scena del CANDURA, prima fonte di accusa nella direzione della Guadagna. Quale fosse tale fonte nessuno ha saputo o voluto rivelarla. Residua allora il dubbio che gli inquirenti tanto abbiano creduto a quella fonte, mai resa ostensibile, da avere poi operato una serie di forzature per darle dignità di prova facendo leva sulla permeabilità di un soggetto facilmente “suggestionabile”, incapace di resistere alle sollecitazioni, alle pressioni, ricattabile anche solo accentuando il valore degli elementi indiziari emersi a suo carico in ordine alla vicenda di Via D’Amelio o ad altre precedenti vicende delittuose (in particolare alcuni omicidi) con riguardo alle quali egli era al tempo destinatario di meri sospetti».

La particolare attenzione rivolta allo Scarantino dai servizi di informazione, nei mesi immediatamente successivi alla strage, è ulteriormente dimostrata da alcuni elementi probatori raccolti nel processo c.d. “Borsellino uno”. In particolare, la sentenza n. 1/1996 emessa in data 27 gennaio 1996 dalla Corte di Assise di Caltanissetta all’esito del primo grado di giudizio ha sottolineato quanto segue: «La piena operatività dello Scarantino Vincenzo in ambito delinquenziale, la sua appartenenza ad un nucleo familiare notoriamente inserito nel contesto criminale della Guadagna erano peraltro dati già acquisiti al patrimonio conoscitivo dei Servizi di informazione e degli Organi Inquirenti anteriormente al coinvolgimento dell’imputato nei fatti per cui è processo.

Il teste dr. Finocchiaro Mario, che all’epoca delle stragi rivestiva le funzioni di Dirigente della Squadra Mobile di Caltanissetta, ha riferito in dibattimento di aver trasmesso alla Procura Distrettuale in sede una informativa riservata del SISDE pervenuta al suo ufficio, nella quale si segnalavano i rapporti di parentela e affinità di taluni componenti della famiglia Scarantino con esponenti delle famiglie mafiose palermitane, i precedenti penali e giudiziari rilevati a carico dello Scarantino Vincenzo e dei suoi più stretti congiunti.

Si evidenziava in particolare nella nota in questione, sul cui contenuto ha dettagliatamente riferito in dibattimento il dr. Finocchiaro Mario, che una sorella di Vincenzo Scarantino, di nome Ignazia, è coniugata con Profeta Salvatore, esponente della cosca di S. Maria di Gesù, una zia paterna, che porta parimenti il nome Ignazia, è sposata con Profeta Domenico, fratello del predetto Salvatore, una cugina paterna, anch’essa di nome Ignazia, è coniugata con Lauricella Maurizio. Il predetto è figlio di Madonia Rosaria, a sua volta figlia di Madonia Francesco, cugino omonimo del noto boss mafioso di Resuttana. Il medesimo Lauricella Maurizio è imparentato, tramite suoi stretti congiunti, con altri esponenti mafiosi della cosca di Corso dei Mille e più specificamente la di lui sorella Giuseppa è sposata con Sinagra Giuseppe, fratello del noto collaboratore di giustizia, un’altra sorella di nome Angela è coniugata con Senapa Pietro, elemento di spicco della suddetta famiglia mafiosa, condannato all’ergastolo nel maxiprocesso di Palermo.

Nella stessa informativa del SISDE venivano ancora richiamati i precedenti penali e giudiziari rilevati a carico dei componenti la famiglia Scarantino. In essa si sottolineava in particolare che i fratelli di Scarantino Vincenzo, Rosario, Domenico, Umberto ed Emanuele, avevano riportato diverse denunce, anche per reati di una certa gravità, quali associazione per delinquere, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, tentato omicidio, detenzione di armi, rapina, furto, ricettazione ed altro; la cognata Gregori Maria Pia, moglie di Scarantino Rosario aveva precedenti per sfruttamento della prostituzione, un’altra cognata Prester Vincenza, coniugata con Scarantino Umberto, aveva precedenti per associazione per delinquere, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti; gli zii paterni Scarantino Alberto e Lorenzo avevano precedenti rispettivamente per lesioni, violazione alla normativa sulle armi, furto e ricettazione; i cugini Gravante Giovanni e Chiazzese Natale avevano precedenti per associazione per delinquere e furto. Si evidenziava infine nella nota in questione che la persona più in vista, sotto il profilo delle capacità criminali e della pericolosità sociale, dell’entourage familiare dello Scarantino Vincenzo era sicuramente il di lui cognato Profeta Salvatore, già denunciato per associazione per delinquere semplice e mafiosa, per estorsione, armi, traffico di stupefacenti ed altri reati minori, implicato nel cd. blitz di Villagrazia e da ultimo nel maxi processo di Palermo».

CONTRADA E TINEBRA  Come ha rilevato il Pubblico Ministero nella sua requisitoria, tale nota fu trasmessa il 10 ottobre 1992 alla Squadra Mobile di Caltanissetta. Ad essa ha fatto riferimento, nella deposizione resa all’udienza del 23 ottobre 2014, il Dott. Bruno Contrada, che ha spiegato che la stessa fu redatta dal capo del centro SISDE di Palermo su diretta richiesta del Dott. Tinebra, benché non fosse possibile instaurare un rapporto diretto tra i servizi di informazione e la Procura della Repubblica («poi mi fu fatto leggere l'appunto dal direttore del centro, che il dottor Tinebra chiese personalmente al capocentro, al colonnello Ruggeri, un appunto sulla personalità di Vincenzo Scarantino e sui suoi eventuali legami con ambienti della criminalità organizzata, cioè della mafia, e di riferire direttamente a lui tutto questo. Al che il direttore del centro, sapendo bene che non poteva avere questo rapporto diretto con la Procura della Repubblica, chiese l'autorizzazione alla direzione di poter svolgere questa indagine sua, autonoma, su Scarantino»). Dalla deposizione del Dott. Contrada emerge, altresì, una ulteriore iniziativa, decisamente irrituale, del Dott. Tinebra, il quale, già nella serata del 20 luglio 1992, gli chiese di collaborare alle indagini sulle stragi, sebbene egli non rivestisse la qualità di ufficiale di polizia giudiziaria, e nonostante la normativa vigente precludesse al personale dei servizi di informazione e sicurezza di intrattenere rapporti diretti con la magistratura («Io ero a Palermo, dove (…) risiedeva ancora la mia famiglia, nonostante fossi in servizio a Roma, (…) e io spesso venivo giù a Palermo, non dico tutte le settimane, ma perlomeno un paio di volte al mese. Ero in ferie dal 12 luglio e sarei rimasto in ferie fino al primo agosto a Palermo. La sera del 19 luglio... no, forse no la sera, la mattina dopo, il 20 luglio, la mattina, ebbi una telefonata dal dottor Sergio Costa, funzionario di Polizia, commissario di Pubblica Sicurezza, aggregato... nei ruoli del SISDE, quindi faceva servizio al Servizio, al SISDE, ed era il genero del Capo della Polizia Vincenzo Parisi, aveva sposato una delle figlie del Prefetto Parisi, il quale mi dice che per incarico di suo suocero, il Capo della Polizia Parisi, ero pregato di andare dal Procuratore della Repubblica di Caltanissetta, dottor Giovanni Tinebra, che era da pochi giorni immesso nel possesso della carica di Procuratore di Caltanissetta, da pochi giorni, da poco tempo, pochi giorni, che desiderava parlarmi. Nel contempo il dottor Costa mi disse che potevo andare la sera, perché ne aveva già parlato con il Procuratore Tinebra, al Palazzo di Giustizia a Palermo, in un ufficio che gli era stato dato provvisoriamente al dottor Tinebra, alla Procura Generale presso la Corte di Appello di Palermo, un ufficio dove lui aveva questi primi contatti, perché doveva occuparsi di questa strage, come già si occupava Caltanissetta della strage di Capaci, Falcone. Ed io andai quella sera dal dottor Tinebra, che non conoscevo, con cui non avevo avuto mai rapporti; e il dottor Tinebra mi disse se io ero disposto a dare una mano, sempre in virtù della mia pregressa esperienza professionale, etc., etc., per le indagini sulle stragi. Io feci presente varie cose al dottor Tinebra: innanzitutto che ero un funzionario dei Servizi e quindi non rivestivo più la veste di ufficiale di Polizia Giudiziaria, quindi non potevo svolgere indagini in senso proprio, la mia poteva essere soltanto un'attività informativa, non operativa; che per Legge noi non potevamo avere rapporti diretti con la magistratura; che, in ogni caso, io avrei dovuto chiedere l'autorizzazione ai miei superiori diretti, e parlo del mio direttore, che era allora il Prefetto Alessandro Voci, e che anche una collaborazione sul piano informativo poteva avvenire soltanto previ accordi con gli organi di Polizia Giudiziaria che erano interessati alle indagini. Nell'occasione il dottor Tinebra mi disse anche, così, per inciso, dice: "Sa, io mi rivolgo a lei perché a Caltanissetta è stato costituito un ufficio della DIA, Direzione Investigativa Antimafia, ma da poco tempo e mi sono reso conto che c'è personale che di fatti di mafia ne comprende ben poco", detto dal dottor Tinebra. Io non sapevo neppure chi erano i componenti della DIA di Caltanissetta, che lavoravano con la Procura della Repubblica di Caltanissetta. Comunque, dissi: "Io sono per mia... per il mio spirito di servizio, per la mia volontà di... di rendermi utile per quello che posso fare, che è nelle mie possibilità, a questo, però devo chiedere prima di tutto l'autorizzazione al mio direttore". Non mi è sufficiente che questa richiesta mi venga dal Capo della Polizia, perché io non dipendo più dal Capo della Polizia, e che comunque sarei stato disposto a dare il mio contributo qualora si fossero osservate queste norme: autorizzazione dei miei superiori e intese con gli organi di Polizia, Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri, interessate alle indagini sulle stragi».

E’ appena il caso di osservare che la rapidità con la quale venne richiesta la irrituale collaborazione del Dott. Contrada, già nel giorno immediatamente successivo alla strage di Via D’Amelio, faceva seguito alla mancata audizione del Dott. Borsellino nel periodo di 57 giorni intercorso tra la strage di Capaci e la sua uccisione, benché lo stesso magistrato avesse manifestato pubblicamente la propria intenzione di fornire il proprio contributo conoscitivo, nelle forme rituali, alle indagini in corso sull’assassinio di Giovanni Falcone, cui egli era legato da una fraterna amicizia.

Dichiarazioni preparate a tavolino e misteriosi suggeritori  A CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA borsellino quater  Nella “collaborazione” con la giustizia di Candura, Andriotta e Scarantino c’è una costante: in tutti e tre i casi, le dichiarazioni da essi rese, radicalmente false nel loro insieme, comprendevano alcune circostanze oggettivamente vere, che dovevano essere state suggerite loro dagli inquirenti o da altri funzionari infedeli, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte

Nel periodo immediatamente anteriore alla trasmissione alla Squadra Mobile di Caltanissetta della suddetta nota del SISDE relativa allo Scarantino, quest’ultimo era stato destinatario di una intensa attività investigativa condotta dal Dott. Arnaldo La Barbera (il quale, peraltro, a sua volta, aveva intrattenuto un rapporto di collaborazione “esterna” con il SISDE dal 1986 al marzo 1988, con il nome in codice “Rutilius”, mentre dirigeva la Squadra Mobile di Venezia).

Sulla base di tale attività investigativa, lo Scarantino era stato raggiunto da una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa in data 26 settembre 1992 dal GIP presso il Tribunale di Caltanissetta per concorso nella strage di via D’Amelio e nei reati connessi. Gli elementi indiziari a suo carico erano costituiti dalle dichiarazioni rese da due soggetti che avevano indicato in lui la persona che aveva commissionato e ricevuto la Fiat 126 utilizzata per la strage. Si trattava, precisamente, delle dichiarazioni di Luciano Valenti e Salvatore Candura, nelle quali il Pubblico Ministero, nella sua memoria conclusiva, ha individuato «la scaturigine del depistaggio».

Luciano Valenti e Salvatore Candura, insieme al fratello del primo, Roberto Valenti, erano stati sottoposti alla misura della custodia cautelare in carcere in esecuzione di un’ordinanza emessa il 2 settembre 1992 dal GIP presso il Tribunale di Palermo per i reati di violenza carnale e di rapina, commessi il 29/8/1992. I loro nominativi erano stati precedentemente posti all’attenzione degli inquirenti dalle conversazioni intercettate sull’utenza telefonica in uso a Valenti Pietrina, alla quale, come si è detto, era stata sottratta l’autovettura Fiat 126 utilizzata per la strage. Tra l’altro, la Valenti, nel corso della conversazione delle ore 23,14 del 30 luglio 1992, commentando le immagini televisive del luogo della strage di via D’Amelio con Sbigottiti Paola, moglie di Valenti Luciano, aveva pronunciato la frase: “ed in quel posto la mia macchina c’è....”. In una successiva telefonata delle ore 00,05 dell’1 agosto 1992, le due donne avevano esternato sospetti nei confronti di Salvatore, amico di Valenti Luciano, quale possibile autore del furto della Fiat 126. Tale soggetto venne identificato in Salvatore Candura.

Quest’ultimo, quando era stato tratto in arresto in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare emessa il 2 settembre 1992 dal GIP presso il Tribunale di Palermo per i reati di violenza carnale e di rapina, ed era stato quindi condotto presso gli uffici della Squadra Mobile, aveva lamentato di aver ricevuto minacce e di essere preoccupato perché aveva avuto modo di notare persone sospette nei pressi della propria abitazione. Tale comportamento era apparso strano agli inquirenti, che lo avevano ricollegato all’atteggiamento tenuto dallo stesso Candura alcuni giorni prima, allorché, accompagnato presso una Caserma dei Carabinieri per essere denunciato per tentata rapina ai danni di un autotrasportatore, piangendo, aveva profferito la frase “...non li ho uccisi io...” (cfr. la informativa di reato del 19 ottobre 1992 della Squadra Mobile della Questura di Palermo).

QUEGLI STRANI COLLOQUI INVESTIGATIVI  Il 12 settembre 1992 il Dott. Arnaldo La Barbera, nella qualità di Dirigente della Squadra Mobile di Palermo, venne autorizzato dal Pubblico Ministero presso il Tribunale di Palermo ad effettuare un colloquio investigativo con i detenuti Candura Salvatore e Valenti Luciano.  Il giorno successivo, 13 settembre 1992, Salvatore Candura fu interrogato dal Pubblico Ministero di Caltanissetta, al quale riferì che nei primi giorni del mese di luglio 1992 Luciano Valenti gli aveva comunicato che il loro comune amico Vincenzo Scarantino aveva commissionato allo stesso Valenti il furto di un’autovettura di piccola cilindrata, il quale avrebbe dovuto essere eseguito quella sera stessa, e per compensarlo gli aveva dato la somma di 150.000 lire; il Valenti aveva aggiunto che si sarebbe impossessato della Fiat 126 della propria sorella, Pietrina Valenti. Il Candura affermò di essere a conoscenza che l’autovettura, quella stessa sera, era stata trafugata e quindi parcheggiata in una strada nei pressi di Via Cavour, per essere poi consegnata alle persone che ne avevano bisogno. Il Candura riferì inoltre che cinque o sei giorni dopo la data del furto era stato contattato da Pietrina Valenti, la quale gli aveva detto che nella notte precedente le avevano rubato la sua autovettura Fiat 126. Alla discussione aveva assistito Luciano Valenti, che aveva invitato il Candura a uscire insieme a lui per cercare l’autovettura, ed aveva quindi finto di attivarsi in tal senso. Il Candura segnalò di avere avuto dei sospetti sulla possibilità che la suddetta Fiat 126 fosse stata utilizzata per la strage di Via D’Amelio, e di averne quindi parlato con Luciano Valenti, il quale però lo aveva rassicurato incitandolo a tenere un comportamento indifferente rispetto a questa circostanza. Egli inoltre sostenne di aver visto, qualche giorno prima del furto della Fiat 126, lo Scarantino parlare con uno dei fratelli Tagliavia, titolare di una rivendita di pesce in via Messina Marine.

A sua volta, Luciano Valenti, dopo avere negato ogni propria responsabilità in data 17 settembre 1992 sia in sede di interrogatorio di garanzia, sia in sede di confronto con il Candura, in data 20 settembre 1992 finì per cedere alle pressioni di quest’ultimo e rese al Pubblico Ministero presso il Tribunale di Caltanissetta un interrogatorio in cui affermava di avere sottratto l’autovettura su incarico di Vincenzo Scarantino, di avere ricevuto la somma di 150.000 lire come compenso, e di avere consegnato il veicolo nei pressi di Via Cavour.

In data 26 settembre 1992 venne quindi emessa la suddetta ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico dello Scarantino, che nell’interrogatorio di garanzia del 30 settembre 1992 sostenne la propria innocenza, negando di conoscere Luciano Valenti e precisando di conoscere solo di vista Salvatore Candura, suo vicino di casa.

Lo Scarantino venne quindi trasferito, in data 2 ottobre 1992, presso il carcere di Venezia, dove venne collocato nella stessa cella di Vincenzo Pipino, un trafficante di opere d’arte che il Dott. Arnaldo La Barbera aveva conosciuto nel periodo in cui aveva prestato servizio presso la Squadra Mobile di Venezia, e che aveva quindi pensato di utilizzare come una sorta di “agente provocatore” allo scopo di sollecitare e raccogliere le confidenze dello Scarantino. All’interno della cella dove si trovavano lo Scarantino e il Pipino venne anche attivato un servizio di intercettazione, che però non diede risultati significativi. A proposito delle conversazioni intercorse fra lo Scarantino e il Pipino, la sentenza n. 1/1996 emessa in data 27 gennaio 1996 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo c.d. “Borsellino uno” ha rilevato che «trattasi in prevalenza di lunghi soliloqui in quanto è soltanto il Pipino a parlare, mentre il suo interlocutore non profferisce parola o accenna solamente qualche frase, il più delle volte incomprensibile», e ha evidenziato che il tenore dei colloqui «tradisce all’evidenza che il Pipino è un confidente della Polizia che era stato collocato nella stessa cella dello Scarantino allo scopo di provocarne e raccoglierne le confidenze in merito ai fatti di strage per cui è processo. All’uopo, infatti, il Pipino si adopera, spiegando allo Scarantino le accuse elevate nei suoi confronti, le incongruenze delle discolpe da lui addotte, i rischi connessi alla sua attuale posizione processuale, cercando nel contempo di sollecitarne le confidenze, prospettandogli possibili e più valide strategie difensive».

Nel frattempo, invece, il Candura modificava la propria versione dei fatti. Egli, nell’interrogatorio reso il 3 ottobre 1992 davanti al Pubblico Ministero presso il Tribunale di Caltanissetta, sostenne di essersi reso autore, nei primi giorni del precedente mese di luglio, del furto della Fiat 126 di Pietrina Valenti, commissionatogli dello Scarantino, e aggiunse di aver tentato di far ricadere su Luciano Valenti la responsabilità del furto per paura delle gravi rappresaglie che lo Scarantino avrebbe potuto mettere in atto nei suoi confronti. Lo Scarantino, nell’incaricarlo di reperire un’autovettura di piccola cilindrata, non importava in quali condizioni, purché marciante, gli aveva consegnato uno “spadino” (chiave artificiosa per aprire la portiera) e la somma di lire 150.000 in acconto sul maggiore compenso promesso di lire 500.000. In effetti il Candura, profittando dei rapporti di buona conoscenza intercorrenti con Pietrina Valenti (sorella dell’amico Luciano Valenti), che sapeva essere in possesso di una autovettura del tipo richiesto dallo Scarantino, aveva sottratto la Fiat 126 della donna, consegnandola nella stessa serata allo Scarantino nelle vicinanze di Via Cavour, all’angolo tra via Roma e un’altra traversa.

Il Candura inoltre affermò che, dopo avuto notizia dai giornali e dalla televisione dell’avvenuta utilizzazione di una Fiat 126 quale autobomba per la strage di Via D’Amelio, si era recato in più occasioni dallo Scarantino per essere rassicurato circa il fatto che l’autovettura da lui rubata non fosse servita per commettere il delitto, ma a tali richieste lo Scarantino si era visibilmente alterato, intimandogli di dimenticare tutto e di non parlarne con nessuno. Dopo tali incontri aveva ricevuto delle telefonate minatorie che avevano rafforzato il sospetto iniziale, tanto che si era nuovamente rivolto allo Scarantino, che riteneva essere l’autore delle telefonate, suscitandone però altre reazioni negative. trattava del primo interrogatorio reso dal Candura dopo che, in data 19 settembre 1992 il Dott. Vincenzo Ricciardi, della Squadra Mobile di Palermo, era stato autorizzato dal Pubblico Ministero presso il Tribunale di Palermo ad effettuare colloqui investigativi con lui.

Anche a fronte di queste nuove dichiarazioni del Candura lo Scarantino continuò a protestare la propria innocenza, negando, negli interrogatori resi tra il 1992 e il 1993 davanti al Pubblico Ministero presso il Tribunale di Caltanissetta, la veridicità delle accuse mossegli.

Lo Scarantino in data 13/11/1992 venne trasferito dal carcere di Venezia alla Casa Circondariale di Busto Arsizio, dove rimase ristretto prima nella Sezione dove si trovavano i detenuti sottoposti al regime dell’art. 41 bis O.P., e poi in una cella singola, con regime di completo isolamento e di stretta sorveglianza; non gli era consentito neppure di vedere la televisione, e poteva effettuare un solo colloquio al mese con i propri familiari. Egli cadde quindi in uno stato di depressione, rendendosi protagonista di reiterati gesti di autolesionismo (cfr. la sentenza n. 1/1996 emessa in data 27 gennaio 1996 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo c.d. “Borsellino uno”). Nell’interrogatorio reso il 6 maggio 1993 al Pubblico Ministero di Caltanissetta, lo Scarantino, oltre a contestare le accuse mossegli, segnalava il proprio stato di prostrazione morale che lo aveva indotto a un tentativo di suicidio, esplicitava di non sopportare più lo stato di isolamento, e sottolineava che altri detenuti in particolare, un ex agente di custodia e il pentito Caravelli Roberto lo sollecitavano a confessare delitti da lui non commessi.

Dal 3 giugno 1993, la cella contigua a quella dello Scarantino venne occupata da Francesco Andriotta, il quale rimase nel medesimo reparto del carcere di Busto Arsizio fino al 23 agosto successivo. In data 14 settembre 1993, Francesco Andriotta iniziò la propria “collaborazione” con l’Autorità Giudiziaria, che forma oggetto di specifica trattazione in altro capitolo. In questa sede, è sufficiente rammentare che già nell’interrogatorio reso nella suddetta data al Pubblico Ministero, dott.ssa Ilda Boccassini, l’Andriotta iniziò a riferire su una serie di confidenze che lo Scarantino gli avrebbe fatto durante il periodo di comune detenzione.

Secondo il racconto dell’Andriotta, lo Scarantino gli aveva confidato di avere effettivamente commissionato al Candura, su richiesta di un proprio parente (un cognato o fratello), il furto della Fiat 126 poi utilizzata nella strage di Via D’Amelio. L’autovettura da sottrarre doveva essere di colore bordeaux, perché anche sua sorella, Ignazia Scarantino, ne possedeva una dello stesso colore, e quindi, se qualcuno lo avesse visto durante gli spostamenti della vettura, non avrebbe nutrito alcun sospetto. Il Candura aveva sottratto la Fiat 126 di proprietà della sorella di Luciano Valenti, il quale la aveva portata nel posto stabilito, dove lo Scarantino la aveva presa in consegna, provvedendo a ricoverarla in un garage, diverso da quello dove la stessa era stata, successivamente, imbottita d’esplosivo. Infine, lo Scarantino aveva portato il veicolo dal garage alla via D’Amelio.

A dire dell’Andriotta, lo Scarantino gli aveva altresì riferito «che l’auto non funzionava e che venne trainata fino al garage», che «l’auto venne quindi riparata così da renderla funzionante», che «furono cambiate le targhe con quelle di un altro 126», e che «avevano tardato a denunciare il furto dell’auto o delle targhe al lunedì successivo all’esplosione giustificando tale ritardo con il fatto che il garage era rimasto chiuso».

I PENTITI E LE VERITÀ DA RACCONTARE  Diversamente da tutto il resto del racconto dell’Andriotta, queste ultime circostanze corrispondono perfettamente alla realtà: come si è visto nel capitolo relativo alla ricostruzione della fase esecutiva della strage, è rimasto inequivocabilmente accertato, nel presente procedimento, che la Fiat 126 presentava problemi meccanici, che vi fu la necessità di trainarla subito dopo il furto, che si provvide alla sua riparazione e alla sostituzione delle targhe, che la denuncia del furto delle targhe venne effettuata nel lunedì successivo alla strage.

Trattandosi di circostanze che mai lo Scarantino avrebbe potuto riferirgli, per la semplice ragione che non aveva avuto alcun ruolo nell’esecuzione della strage, deve necessariamente ammettersi una ricezione, da parte dell’Andriotta, di suggerimenti provenienti dagli inquirenti o da altri funzionari infedeli, i quali, a loro volta, avevano tratto le relative informazioni, almeno in parte, da altre fonti rimaste occulte. Tale inquinamento si era già realizzato al momento in cui ebbe inizio la “collaborazione” dell’Andriotta con la giustizia.

Nei successivi interrogatori, l’Andriotta aggiunse ulteriori particolari, arricchendo progressivamente il contenuto delle confidenze che sosteneva di avere ricevuto dallo Scarantino.

Ad esempio, nell’interrogatorio reso il 4 ottobre 1993 nel carcere di Milano Opera al Pubblico Ministero, dott.ssa Ilda Boccassini, l’Andriotta sostenne di avere appreso dallo Scarantino che colui che gli aveva commissionato il furto dell’automobile da utilizzare per la strage era Salvatore Profeta, motivò l’iniziale reticenza, a tale riguardo, con la paura di menzionare un personaggio d’elevato spessore criminale, e specificò che il ritardo nella denuncia di furto al lunedì successivo la strage riguardava le targhe apposte alla Fiat 126.

In occasione dell’interrogatorio del 25 novembre 1993, inoltre, l’Andriotta affermò che nel momento in cui arrivava l’esplosivo o quando lo stesso veniva trasferito sulla Fiat 126 era presente anche Salvatore Profeta. In occasione dell’interrogatorio del 17 gennaio 1994, l’Andriotta aggiunse che, dopo la strage di via D’Amelio, il Candura aveva cercato, più volte, lo Scarantino, per sapere se l’autovettura utilizzata per l’attentato era proprio quella rubata da lui; ma lo Scarantino lo aveva trattato in malo modo, intimandogli di non fargli più domande sul punto, e facendogli fare anche una telefonata minatoria, vista l’insistenza del Candura.

E’ dunque evidente, nelle dichiarazioni dell’Andriotta, un significativo adeguamento al racconto – parimenti falso – esposto dal Candura. Si noti, peraltro, che nella stessa data del suddetto interrogatorio, avvenuto il 17 gennaio 1994, l’Andriotta ebbe un colloquio investigativo con il Dott. Arnaldo La Barbera.

Frattanto, anche lo Scarantino, trasferito presso la Casa Circondariale di Pianosa, ebbe in tale luogo una serie di colloqui investigativi: rispettivamente, il 20 dicembre 1993 con il Dott. Mario Bo’ (funzionario di polizia inserito nel gruppo “Falcone-Borsellino”), il 22 dicembre 1993 con il Dott. Arnaldo La Barbera, il 2 febbraio 1994 con il Dott. Mario Bo’ e il 24 giugno 1994 con il Dott. Arnaldo La Barbera. In quest’ultima data lo Scarantino (il quale fino all’interrogatorio reso il 28 febbraio 1994 alla Dott.ssa Boccassini aveva protestato la propria innocenza) iniziò la propria “collaborazione” con l’autorità giudiziaria, con le modalità già indicate, confermando largamente il falso contenuto delle dichiarazioni precedentemente rese dal Candura e dall’Andriotta, ed aggiungendo ulteriori tasselli al mosaico.

A sua volta, l’Andriotta, negli interrogatori resi il 16 settembre ed il 28 ottobre 1994 nel carcere di Paliano (dove risultano documentati, nelle medesime date, altrettanti accessi del Dott. Mario Bo’), adeguandosi in gran parte alle dichiarazioni rese dallo Scarantino dopo la scelta “collaborativa”, riferì, per la prima volta, sulle confidenze fattegli da quest’ultimo sulla riunione di Villa Calascibetta, asseritamente taciute per timore sino ad allora.

I POLIZIOTTI DI LA BARBERA  L’analisi che si è condotta sulla genesi della “collaborazione” con la giustizia del Candura, dell’Andriotta e dello Scarantino, lascia emergere una costante: in tutti e tre i casi, le dichiarazioni da essi rese, radicalmente false nel loro insieme, ricomprendevano alcune circostanze oggettivamente vere, che dovevano essere state suggerite loro dagli inquirenti o da altri funzionari infedeli, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte.

Altrettanto significativa è la circolarità venutasi a creare tra il contributo dichiarativo dei tre “collaboranti”, ciascuno dei quali confermava il falso racconto dell’altro, conformandovi progressivamente anche la propria versione dei fatti.

Per lo Scarantino e per il Candura, è rimasto documentalmente confermato che la falsa collaborazione con la giustizia fu preceduta da colloqui investigativi di entrambi con il Dott. La Barbera, e del primo anche con il Dott. Bo’. Un colloquio investigativo del Dott. La Barbera precedette anche un successivo interrogatorio dell’Andriotta contenente un significativo adeguamento al racconto – parimenti falso – esposto dal Candura. A sua volta, il Dott. Ricciardi effettuò un ulteriore colloquio investigativo che precedette un consistente mutamento del contributo dichiarativo offerto dal Candura. Dunque, anche a prescindere dalle affermazioni compiute dallo Scarantino nel corso del suo esame dibattimentale (la cui valenza probatoria può effettivamente reputarsi controversa, considerando le continue oscillazioni da cui è stato contrassegnato il suo contributo processuale nel corso del tempo), e dalle indicazioni (decisamente generiche, oltre che de relato) offerte da alcuni collaboratori di giustizia (come Gaspare Spatuzza e Giovanni Brusca) sulle torture subite a Pianosa dallo Scarantino, deve riconoscersi che gli elementi di prova raccolti valgono certamente a che il proposito di rendere dichiarazioni calunniose venne ingenerato in lui da una serie di attività compiute da soggetti, come i suddetti investigatori, che si trovavano in una situazione di supremazia idonea a creare una forte soggezione psicologica. Era questa senza alcun dubbio la posizione dello Scarantino, un soggetto psicologicamente debole che era rimasto per un lungo periodo di tempo (quasi un anno e nove mesi) in stato di custodia cautelare proprio a seguito delle false dichiarazioni rese dal Candura sul suo conto, ed era stato, frattanto, oggetto di ulteriori propalazioni, parimenti false, da parte dell’Andriotta, il quale millantava di avere ricevuto le sue confidenze durante la co-detenzione. Egli quindi, come ha evidenziato il Pubblico Ministero, aveva «maturato la convinzione che gli inquirenti lo avessero ormai “incastrato” sulla scorta di false prove». Dopo un lungo periodo nel quale lo Scarantino aveva professato inutilmente la propria innocenza, le sue residue capacità di reazione vennero infine meno a fronte dell’insorgenza di un proposito criminoso determinato essenzialmente dall’attività degli investigatori, i quali esercitarono in modo distorto i loro poteri con il compimento di una serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni e nell’agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte.

Si tratta, pertanto, di una situazione nella quale è indubbiamente configurabile la circostanza attenuante dell'art. 114 comma terzo c.p., che, come chiarito dalla giurisprudenza, prevede una diminuzione di pena per il soggetto "determinato" a commettere il reato, proprio in forza dell’opera di condizionamento psicologico da lui subita.

 

L’omertà degli uomini delle istituzioni e una verità ancora lontanA CURA DELL'ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA borsellino quater  Assolutamente anomala appare la circostanza che Arnaldo La Barbera abbia richiesto una serie di colloqui investigativi con Vincenzo Scarantino, detenuto a Pianosa, nonostante già collaborasse con la giustizia. Altra evidente anomalia è riscontrabile pure nelle condotte di alcuni appartenenti al “Gruppo Falcone-Borsellino” della Polizia di Stato, che scrissero per Scarantino una serie di appunti finalizzati a rimuovere le contraddizioni delle sue dichiarazioni

A quanto sopra osservato deve aggiungersi che le anomalie nell’attività di indagine continuarono anche nel corso della “collaborazione” dello Scarantino, caratterizzata da una serie impressionante di incongruenze, oscillazioni e ritrattazioni (seguite persino dalla “ritrattazione della ritrattazione”, e da una nuova ritrattazione successiva alle dichiarazioni dello Spatuzza), che sono state puntualmente descritte nella memoria conclusiva del Pubblico Ministero.

Questo insieme di fattori avrebbe logicamente consigliato un atteggiamento di particolare cautela e rigore nella valutazione delle dichiarazioni dello Scarantino, con una minuziosa ricerca di tutti gli elementi di riscontro, positivi o negativi che fossero, secondo le migliori esperienze maturate nel contrasto alla criminalità organizzata, incentrate su quello che veniva, giustamente, definito il “metodo Falcone”.

Non a caso, già gli «appunti di lavoro per la riunione della D.D.A. del 13.10.94», predisposti dalla Dott.ssa Ilda Boccassini e dal Dott. Roberto Saieva», segnalavano che «l’inattendibilità delle dichiarazioni rese da Scarantino Vincenzo in ordine alla partecipazione alla strage di Via D’Amelio (…) di Cancemi, La Barbera e Di Matteo (ma anche di Ganci Raffaele) suggerisce di riconsiderare il tema della attendibilità generale di tale collaboratore».

L’adozione di un metodo di valutazione della prova capace di unire i criteri di razionalità con la comprensione profonda dei fenomeni sociali ha condotto la Corte di Assise di Caltanissetta, nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”), a ritenere che allo Scarantino facesse difetto «non tanto la qualifica formale di “uomo d’onore” e una combinazione rituale con santina e pungiuta, quanto un effettivo inserimento in “Cosa Nostra”»; a considerare «scarsamente attendibili le dichiarazioni rese da Vincenzo SCARANTINO in ordine alla preparazione della strage di via D’Amelio» sulla base del rilievo che «fin dal primo interrogatorio egli ha riferito almeno due circostanze assolutamente non credibili: la ricerca di una “bombola” da far esplodere per realizzare l’attentato e la riunione nella villa del CALASCIBETTA»; a riconoscere che «nel loro complesso le dichiarazioni rilasciate dallo SCARANTINO in tutto l’arco della sua tormentata “collaborazione” con l’Autorità Giudiziaria vanno incontro a una valutazione sostanzialmente negativa sotto vari profili, alla luce dei criteri di giudizio dettati dalla Corte di Cassazione tanto per l’apprezzamento sull’attendibilità delle dichiarazioni costituenti chiamata in correità, quanto per la valutazione dell’attendibilità soggettiva del chiamante»; a segnalare che «il contenuto delle dichiarazioni appare spesso poco verosimile, alla luce delle regole di comune esperienza, oltre che assolutamente incostante; le giustificazioni addotte volta per volta appaiono poco credibili ed alcune volte molto ingenue; infine, il contenuto delle dichiarazioni ha conosciuto una significativa evoluzione nel tempo, venendo accresciuta la loro compatibilità con quanto emerso per altra via dalle indagini»; a esplicitare che «inoltre, le dichiarazioni dello SCARANTINO che non appaiono ictu oculi incredibili, per altro aspetto non appaiono genuine, perché gravemente sospette di essere state attinte addirittura dalla stampa o dalle ordinanze di custodia cautelare, o comunque apprese durante le indagini, perché acquisite dagli inquirenti per altra via e poi condite con un limitato bagaglio di conoscenza diretta maturato nell’ambiente delinquenziale e mafioso della Guadagna»; e, conclusivamente, a ritenere «che delle dichiarazioni rese da Vincenzo SCARANTINO non si debba tenere alcun conto per la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle responsabilità in ordine alla strage di via D’Amelio».

ANOMALIE D’INDAGINE  La tendenza che invece prevalse, nell’attività giudiziaria e in quella investigativa, fu ben diversa. Si è già visto come le dichiarazioni dello Scarantino abbiamo costituito il fondamento per la condanna all’ergastolo, pronunciata con sentenze passate in giudicato, nei confronti di Profeta Salvatore, Scotto Gaetano, Vernengo Cosimo, Gambino Natale, La Mattina Giuseppe, Murana Gaetano ed Urso Giuseppe. A ciò deve aggiungersi che le indagini successive alla “collaborazione” dello Scarantino furono contrassegnate da numerosi profili del tutto singolari ed anomali.

Assolutamente anomala appare, ad esempio, la circostanza che il Dott. Arnaldo La Barbera abbia richiesto dal 4 al 13 luglio 1994 altrettanti colloqui investigativi con lo Scarantino, detenuto presso il carcere di Pianosa, nonostante il fatto che egli già collaborasse con la giustizia.

Una evidente anomalia è riscontrabile pure nelle condotte poste in essere da alcuni degli appartenenti al “Gruppo Falcone-Borsellino” della Polizia di Stato, i quali, mentre erano addetti alla protezione dello Scarantino nel periodo in cui egli dimorava a San Bartolomeo a Mare con la sua famiglia, dall’ottobre 1994 al maggio 1995, si prestarono ad aiutarlo nello studio dei verbali di interrogatorio, redigendo una serie di appunti che erano chiaramente finalizzati a rimuovere le contraddizioni presenti nelle dichiarazioni del collaborante, il quale sarebbe stato sottoposto ad esame dibattimentale nei giorni 24 e 25 maggio 1995 nel processo c.d. “Borsellino uno”. Tali appunti sono stati riconosciuti come propri dall’Ispettore Fabrizio Mattei, escusso all’udienza del 27 settembre 2013, il quale ha sostenuto di essersi basato sulle indicazioni dello Scarantino. Risulta però del tutto inverosimile che lo Scarantino, da un lato, avesse un tasso di scolarizzazione così basso da necessitare di un aiuto per la scrittura, e, dall’altro, potesse rendersi conto da solo delle contraddizioni suscettibili di inficiare la credibilità delle sue dichiarazioni in sede processuale.

A ciò si aggiungono ulteriori aspetti decisamente singolari segnalati da alcune parti civili.

Va quindi sottolineata la particolare pervicacia e continuità dell’attività di determinazione dello Scarantino a rendere false dichiarazioni accusatorie, con la elaborazione di una trama complessa che riuscì a trarre in inganno anche i giudici dei primi due processi sulla strage di Via D’Amelio, così producendo drammatiche conseguenze sulla libertà e sulla vita delle persone incolpate.

Poiché l’attività di determinazione così accertata ha consentito di realizzare uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana, è lecito interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento:

- alla copertura della presenza di fonti rimaste occulte, che viene evidenziata dalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee al loro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondenti alla realtà;

- ai collegamenti con la sottrazione dell’agenda rossa che Paolo Borsellino aveva con sé al momento dell’attentato e che conteneva una serie di appunti di fondamentale rilevanza per la ricostruzione dell’attività da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci;

- alla eventuale finalità di occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra "Cosa Nostra" e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del Magistrato.

IL DEPISTAGGIO E LA SPARIZIONE DELL’AGENDA ROSSA  In proposito, va osservato che un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino è sicuramente desumibile dalla identità di taluno dei protagonisti di entrambe le vicende: si è già sottolineato il ruolo fondamentale assunto, nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia, dal Dott. Arnaldo La Barbera, il quale è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione – connotata da una inaudita aggressività – nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre.

L’indagine sulle reali finalità del depistaggio non può, poi, prescindere dalla considerazione sia delle dichiarazioni di Antonino Giuffrè (il quale ha riferito che, prima di passare all’attuazione della strategia stragista, erano stati effettuati “sondaggi” con “persone importanti” appartenenti al mondo economico e politico, ha precisato che questi “sondaggi” si fondavano sulla “pericolosità” di determinati soggetti non solo per l’organizzazione mafiosa ma anche per i suoi legami con ambienti imprenditoriali e politici interessati a convivere e a “fare affari” con essa, ha ricondotto a tale contesto l’isolamento – anche nell’ambito giudiziario - che portò all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e ha chiarito che la stessa strategia terroristica di Salvatore Riina traeva la sua forza dalla previsione - rivelatasi poi infondata - che passato il periodo delle stragi si sarebbe ritornati alla “normalità”), sia delle circostanze confidate da Paolo Borsellino alle persone e lui più vicine nel periodo che precedette la strage di Via D’Amelio. Vanno richiamati, al riguardo, gli elementi probatori già analizzati nel capitolo VI. Un particolare rilievo assumono, in questo contesto, la convinzione, espressa da Paolo Borsellino alla moglie Agnese Piraino proprio il giorno prima della strage di Via D’Amelio, «che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, (…) ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere», e la drammatica percezione, da parte del Magistrato, dell’esistenza di un «colloquio tra la mafia e parti infedeli dello stato».

Occorre, altresì, tenere conto degli approfonditi rilievi formulati nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”) secondo cui «risulta quanto meno provato che la morte di Paolo BORSELLINO non era stata voluta solo per finalità di vendetta e di cautela preventiva, bensì anche per esercitare - cumulando i suoi effetti con quelli degli altri delitti eccellenti – una forte pressione sulla compagine governativa che aveva attuato una linea politica di contrasto alla mafia più intensa che in passato ed indurre coloro che si fossero mostrati disponibili tra i possibili referenti a farsi avanti per trattare un mutamento di quella linea politica. (…) E proprio per agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi come BORSELLINO avrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo di approccio con COSA NOSTRA e di arretramento nell’attività di contrasto alla mafia, levandosi a denunciare anche pubblicamente, dall’alto del suo prestigio professionale e della nobiltà del suo impegno civico, ogni cedimento dello Stato o di sue componenti politiche».

Questa Corte ritiene quindi doveroso, in considerazione di quanto è stato accertato sull’attività di determinazione realizzata nei confronti dello Scarantino, del complesso contesto in cui essa viene a collocarsi, e delle ulteriori condotte delittuose emerse nel corso dell’istruttoria dibattimentale (tra cui proprio quella della sottrazione dell’agenda rossa), di disporre la trasmissione al Pubblico ministero, per le eventuali determinazioni di sua competenza, dei verbali di tutte le udienze dibattimentali, le quali possono contenere elementi rilevanti per la difficile ma fondamentale opera di ricerca della verità nella quale la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta è impegnata.

“Sono emerse dalle nostre indagini tutta una serie di rapporti tra esponenti politici e organizzazioni mafiose che nella requisitoria del Maxiprocesso vennero chiamati “contiguità”, cioè delle situazioni di vicinanza o di comunanza di interessi che però non rendevano automaticamente il politico responsabile del delitto di associazione mafiosa. Perché non basta fare la stessa strada per essere una staffetta, la stessa strada si può fare perché in quel momento si trova – almeno da punto di vista strettamente giuridico – si trova conveniente o fare convergere la propria attenzione sullo stesso interesse. Questo non ci ha consentito dal punto di vista giudiziario di formulare imputazioni sui politici, però stiamo attenti, vi è un accertamento rigoroso di carattere giudiziario che si esterna nella sentenza nel provvedimento del giudice e poi successivamente nella condanna, che non risolve tutta la realtà, la complessa realtà sociale. Vi sono oltre ai giudizi del giudice, esistono anche i giudizi politici, cioè le conseguenza, che da certi fatti accertati, trae o dovrebbe trarre il mondo politico. Esistono anche i giudizi disciplinari, un burocrate, un alto burocrate, che ad esempio, dell’amministrazione ha commesso dei favoritismi, potrebbe non aver commesso automaticamente, perché manca qualche elemento del reato, il reato di interesse privato in atto d’Ufficio, ma potrebbe essere sottoposto a procedimento disciplinare perché non ha agito nell’interesse della buona amministrazione.

Ora l’equivoco su cui spesso si gioca è questo, si dice: quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire beh ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire quest’uomo è mafioso. Però siccome dall’indagine sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato, ma erano o rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo “schermo” della sentenza e detto: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia e non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al proprio interno di tutti coloro che sono raggiunti, ovunque, da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reato”.

 

(Paolo Borsellino - 26 gennaio del 1989, Istituto G.A. RemondiniCittà di Bassano del Grappa .)

https://www.google.com/.../paolo-borsellino-in.../41224/amp/

 

l'ALBERO BORSELLINO in via D'Amelio - come raggiungerlo

PAOLO BORSELLINO, IL CORAGGIO DELLA SOLITUDINE

A cura di Claudio Ramaccini Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia - Progetto san Francesco

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