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Paolo Borsellino. La sua famiglia

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«Se mi dicono perché l’hanno fatto, se confessano, se collaborano con la giustizia, perché si arrivi ad una verità vera, io li perdono. Devono avere il coraggio di dire chi glielo ha fatto fare, perché l’hanno fatto, se sono stati loro o altri, dirmi la verità, quello che sanno, con coraggio, con lo stesso coraggio con cui mio marito è andato a morire, di fronte al coraggio io mi inchino, da buona cristiana dire perdono, ma a chi? Io perdono coloro che mi dicono la verità ed allora avrò il massimo rispetto verso di loro, perché sono sicura che nella vita gli uomini si redimono, con il tempo, non tutti, ma alcuni si possono redimere è questo quello che mi ha insegnato mio marito».  Agnese Borsellino

TI RACCONTERÒ TUTTE LE STORIE CHE POTRÒ 

 

La denuncia di Fiammetta

Paolo Borsellino, mio padre

Paolo Borsellino, il coraggio della solitudine

Galleria fotografica

Album di famiglia

TESTIMONIANZE di FIAMMETTA, LUCA e MANFREDI BORSELLINO

Fiammetta BORSELLINO: «Il nostro obiettivo è cercare la verità su quanto accaduto, fare luce sull’operato dei magistrati all’epoca in servizio alla Procura di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, Carmelo Petralia, Anna Maria Palma, Nino Di Matteo, quest’ultimo arrivato nel novembre 1994. 
Bisogna fare luce anche sull’operato dei poliziotti del gruppo d’indagine sulle stragi "Falcone e Borsellino", tutti hanno fatto una brillante carriera».
«Questo ridurre tutto a una mera polemica fra me e il dottore Di Matteo è una semplificazione di una parte della stampa che sta facendo molto comodo a chi, oltre a lui che era ovviamente uno degli attori, ha grossissime responsabilità e in questo momento sta ben nascosto nell'ombra. E invece il fine del nostro grido di dolore è quello di addivenire a una verità che non sia qualsiasi, vogliamo trovare le ragioni della disonestà di chi questa verità doveva trovarla» .da “antimafiaduemila” del 27 settembre 2017 - fonte “La Radio Ne Parla - Radio Uno”

 

Io non cerco vendetta, voglio sapere perché è morto Paolo. Non importa quanto ci vorrà, fosse anche un'eternità. Io, di certo, non vivrò abbastanza per conoscere la verità. Non importa. E' importante, invece, che la conoscano i cittadini italiani. Tutti dovrebbero pretenderla a gran voce. Perché non basta il grande impegno della magistratura. No. Ci vuole molto altro per arrivare alla verità, ne sono convinta, adesso più che mai. Innanzitutto, bisognerebbe aprire gli archivi di stato. E guardarci dentro. Perché, purtroppo, tante verità sono ancora dentro i palazzi delle istituzioni. Poi, la verità bisognerebbe chiederla a tanti uomini delle istituzioni,che sanno, ma non parlano. [.....]   Lo dovrebbe fare tutta la società civile. Chissà, forse un uomo delle istituzioni ha in mano l'agenda rossa di Paolo. Sono sicura che esiste ancora quell'agenda. Non è andata dispersa nell'inferno di via D'Amelio, perché era nella borsa di mio marito, borsa che è stata recuperata integra, con diverse altre cose dentro. Sono sicura che qualcuno la conserva ancora l'agenda rossa, per acquisire potere e soldi. Quell'uomo sappia che io non gli darò tregua. Nessun italiano deve dargli tregua. Ecco perché è importante che la gente partecipi alla vita civile e non si giri dall'altra parte. Perchè le domande di ognuno sono fondamentali per trovare la verità. Agnese Borsellino - dal libro Ti racconterò tutte le storie che potrò di Salvo Palazzolo

di Agnese Piraino Leto BORSELLINO
“Lettera ai Giovani”, Palermo, 19 luglio 2012

«Carissimi giovani, mi rivolgo a voi come ai soli in grado di raccogliere veramente il testimone che ha lasciato Paolo. Mio marito credeva molto nei giovani. Ed è per questo che il messaggio, nel ventennale, è rivolto ai più giovani. Paolo diceva, rivolgendosi ai giovani, “non arrendetevi mai, abbiate sempre il coraggio di lottare”. Siamo arrivati al 2012. Sono passati 20 anni da quel tragico 19 luglio. Mio marito sino all'ultimo ci ha insegnato a rispettare le istituzioni. Lui credeva nelle istituzioni. Credeva nello Stato.  Mi rivolgo a voi come ai soli in grado di raccogliere davvero il messaggio che mio marito ha lasciato, un’eredità che oggi, malgrado le terribili verità che stanno mano a mano affiorando sulla morte di mio marito, hanno raccolto i miei tre figli, di cui non posso che andare orgogliosa soprattutto perché servono quello stesso Stato che non pare avere avuto la sola colpa di non avere fatto tutto quanto era in suo potere per impedire la morte del padre.  Leggendo con i miei figli (qui in ospedale dove purtroppo affronto una malattia incurabile con la dignità che la moglie di un grande uomo deve sempre avere) le notizie che si susseguono sui giornali, dopo alcuni momenti di sconforto ho continuato e continuerò a credere e rispettare le istituzioni di questo Paese, perché mi rendo conto che abbiamo il dovere di rispettarle e servirle come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato, non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato attorno a lui.  Oggi voglio rendere omaggio a tutte quelle persone che hanno creduto in mio marito e nel lavoro di mio marito. Voglio rendere omaggio a coloro che dimostrano ogni giorno di amare mio marito per ciò che ha fatto per la Sicilia e per l'intero Paese. Paolo non ha fatto un solo passo indietro di fronte al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato intorno a lui. E andato avanti, nel nome del lavoro che amava. Pur tra mille difficoltà è andato avanti, a testa alta.  Io e i miei figli non ci sentiamo persone speciali, non lo saremo mai, piuttosto siamo piccolissimi dinanzi la figura di un uomo che non è voluto sfuggire alla sua condanna a morte, che ha donato davvero consapevolmente il dono più grande che Dio ci ha dato, la vita.  Io non perdo la speranza in una società più giusta ed onesta. Voi giovani costituite il futuro della nostra società. Per un domani migliore. Sono convinta che sarete capaci di rinnovare l'attuale classe dirigente e costruire una nuova Italia». 

 

"Agnese Borsellino è un'inguaribile romantica, è una passionaria. Non ha mai perso il senso dell'ironia, che sembra quello del marito. "Mi chiamano la Capitana", tiene a ribadire. "Vorrei essere un Capitano che guida un esercito di giovani coraggiosi." Le dico: "Le sue parole sono già diventate una guida importante, per giovani e meno giovani, credo che questo racconto sarà una buona iniezione di speranza". Lei annuisce: Ecco, così dovrà essere. Io forse non arriverò a tenerlo in mano questo libro, ma mi piacerebbe che nel finale arrivasse spontaneo un sorriso. Non rivolto al passato, ma al futuro. Un sorriso che vuol dire: noi non ci rassegneremo".Dal libro "Ti racconterò tutte le storie che potrò" di Agnese Borsellino e Salvo Palazzolo

 Agnese BORSELLINO: “Sapeva che dopo Giovanni Falcone sarebbe toccato a lui. L'aveva capito,. Al punto da non voler essere baciato né da me né dai suoi figli. Ci stava preparando al distacco. Due giorni prima di morire, mio marito aveva un desiderio, mi disse: <<Andiamo a Villagrazia, da soli, senza scorta>> . Non era un marinaio esperto, ma nuotava benissimo, perché solo nel mare si sentiva libero. Incontrammo un amico, che ci offrì una birra. Poi Paolo volle fare una passeggiata in riva al mare. E non c'erano sorrisi sul volto di Paolo, solo tanta amarezza. << Per me è finita. Agnese non facciamo programmi. Viviamo alla giornata>>. Mi disse che non sarebbe stata la mafia a decidere la sua uccisione, ma sarebbero stati alcuni suoi colleghi, e altri a permettere che ciò potesse accadere. Amore mio, eri rassegnato. Qualche giorno prima avevi chiamato al palazzo di giustizia Padre Cesare Rattoballi, per confessarti. Poi, Sabato, hai baciato uno a uno i colleghi a te più cari. Domenica, alle cinque, non c'eri più".  

Agnese BORSELLINO: «La storia di via D’Amelio mi ha distrutto la vita. È una situazione apocalittica, mio figlio non vuole più che legga i giornali, che senta queste cose perché giustamente mi dice mamma, gli ultimi giorni che ti restano ti avveleni la vita più di quanto te la sia avvelenata. A me resta solo piangere, anche dopo vent’anni. Perché per me è come fosse stato ieri». Fonte: Io non dimentico

Alle feste - racconta la signora Agnese – guardavamo gli altri ballare. Lui rideva come un matto, io protestavo. «Agnese, ma tu perché stai con me? Io non ti do niente di tutto questo. Non sono il tipo di marito che torna a casa sempre allo stesso orario, si mette le pantofole, si siede davanti al telegiornale e poi nel pomeriggio porta la moglie in giro per una passeggiata. Lo sai perché stai con me? Perché io ti racconto la lieta novella». La prima volta che me lo disse, rimasi spiazzata. Mi misi a piangere. «Io ti sollecito, ti stuzzico, ti racconto la lieta novella che sta dentro tante storie di ogni giorno. Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io vivrò. La lieta novella manterrà sempre fresco il nostro amore. Perché l’amore ha bisogno di mantenersi fresco».  Agnese Borsellino - dal libro Ti racconterò tutte le storie che potrò di Salvo Palazzolo

''A Palermo, ma non solo a Palermo, bisogna avere, si deve avere il coraggio di evitare o troncare amicizie, frequentazioni o semplici contatti con persone importanti o altolocate chiacchierate da cui si possono trarre favori più o meno leciti; si deve avere la forza di rinunciare a coltivare rapporti con persone che nel tempo hanno intrapreso un’altra strada, la strada della contiguità e della complicità con il malaffare e la delinquenza in genere.” Questo Paolo ha insegnato ai figli. La sua stessa vita è stata una continua rinuncia: una rinuncia ai divertimenti, alla vita mondana, ad amicizie risalenti ai tempi della scuola o dell’università con persone che egli stesso si era ritrovato a indagare e perseguire, anche per fatti molto gravi. "Agnese Borsellino , dal libro "Ti racconterò tutte le storie che potrò" di Salvo Palazzolo

Agnese BORSELLINO:« Mentre sorgeva il sole, lui si accorgeva di un nuovo germoglio nelle piante sistemate con cura sul balcone della nostra casa di via Cilea. Sorrideva, rideva anche di gusto. Quante volte l'ho guardato strano in quelle mattine. Gli chiedevo:"Paolo a chi sorridi"? Mi diceva: "Sorrido a fratello sole, perché oggi ci donerà un'altra bella giornata". E accarezzava i nuovi germogli: "Sai Agnese, sono un uomo fortunato, perché alla mia età riesco ancora ad emozionarmi”  

Agnese BORSELLINO: "Sono convinta che fin da quei primi anni ottanta Paolo avesse capito chi erano i suoi veri nemici. Non i mafiosi assassini, ma quegli insospettabili che i magistrati del pool avevano individuato in certi ambienti altolocati di Palermo. Sono convinta che anche oggi i magistrati di Palermo e Caltanissetta sanno, sanno chi vorrebbe ostacolare per sempre il loro lavoro. Non è solo la mafia, è anche qualcuno dentro lo stato. Ecco allora bisogna cercare senza sosta la verità sulle stragi, non mi stancherò mai di ripeterlo. Lo ripeterò finché mi resterà un filo di voce. E anche quando non ci sarò più, questa mia richiesta di verità dovrà risuonare sempre viva. Sono sicura che tanti giovani la ribadiranno al mio posto, con tutto il fiato che hanno in gola. Perché questa è una battaglia difficile, difficilissima. Tanti, troppi rappresentanti delle istituzioni fanno finta di non sentire".DAL LIBRO " TI RACCONTERÒ TUTTE LE STORIE CHE POTRÒ".

Agnese BORSELINO: “Rifiutare sempre i compromessi.. "A Palermo ma non solo a Palermo, bisogna avere, si deve avere il coraggio di evitare o troncare amicizie, frequentazioni o semplici contatti con persone importanti o altolocate chiacchierate da cui si possono trarre favori più o meno leciti; si deve avere la forza di rinunciare a coltivare rapporti con persone che nel tempo hanno intrapreso un'altra strada, la strada della contiguità e della complicità con il malaffare e la delinquenza in genere. Questo Paolo ha insegnato ai figli. La sua stessa vita è stata una continua rinuncia, una rinuncia ai divertimenti, alla vita mondana, ad amicizie risalenti ai tempi della scuola o dell'Università con persone che egli stesso si era ritrovato ad indagare e perseguire, anche per fatti molto gravi. Dal libro "Ti racconterò tutte le storie che potrò" 

 

Quando muore il capitano Basile, Lucia ha dieci anni, Manfredi otto, Fiammetta sei. Sono i tre figli di Paolo Borsellino. 
Ricorda sua moglie Agnese: <<Fino all'omicidio di Emanuele Basile la nostra è stata una vita normale, come quella di tante famiglie palermitane. Ci incontravamo nei giorni di festa con i parenti o con gli amici, qualche collega di mio marito, i ragazzi erano spensierati>>.
Poi è il finimondo.
Paolo Borsellino è il primo magistrato siciliano con una scorta. Tre carabinieri e una sgangherata Alfa Romeo color amaranto che divide con Antonino Gatto, il sostituto procuratore della Repubblica titolare con lui dell'inchiesta sull'uccisione dell'ufficiale dei carabinieri. E' una tranquilla vita borghese quella che viene sconvolta. Tutta la città è testimone della metamorfosi di un uomo e di un giudice. 
<<Chi te lo fa fare?>>, gli dice qualche amico.
<<Tanto la medaglia non te la danno lo stesso>>, lo avvertono alcuni colleghi.
Paolo Borsellino scuote la testa, perde il sorriso. Non gli piacciono quei discorsi. Non li manda giù. Sente un groppo in gola. E' un magistrato, un uomo perbene, ha giurato di far rispettare la legge. Quelle chiacchiere non lo fermano. Ma neanche lui sa ancora in quale fossa si sta per infilare.
Né Paolo Borsellino né nessun altro, in quegli ultimi mesi del 1980, può sospettare che dietro a quei tre sicari presi a Monreale ci siano i nuovi capi della mafia siciliana. C'è Totò Riina.  
(Da -UOMINI SOLI- di Attilio Bolzoni)

 

Spesso o quasi sempre alla stessa ora, mio marito usciva da solo per comprare le sigarette o il giornale, come se volesse mandare un messaggio ai suoi carnefici, perché lo uccidessero quando lui era da solo e non quando si trovava con i suoi angeli custodi. Lui diceva sempre: il mio scudo è Giovanni Falcone quando non avrò più questo scudo, avverrà la mia fine. Io ritengo che mio marito sia stato abbandonato al suo destino di morte.
(Agnese Borsellino)

 

 L’atto d’accusa di Agnese Borsellino
Ventisei anni sono ormai passati dalle stragi di Capaci e di via d’Amelio e la pretesa di verità e giustizia è sempre presente, nonostante le sentenze che negli ultimi anni si sono succedute (Capaci bis, Borsellino quater e trattativa Stato-mafia). Troppi sono gli interrogativi che restano aperti su quanto avvenne tra maggio e luglio del 1992, una sorta di “anticipazione” di quel che sarebbe poi accaduto successivamente, con gli attentati in Continente. A chi vuol far finta di non sapere, o di non vedere, può essere utile ricordare le parole di Agnese Piraino Leto (vedova del giudice Paolo Borsellino) la quale ha riferito della piena consapevolezza del marito di una “trattativa in corso tra pezzi infedeli dello Stato e la mafia". Per questo credo sia importante rileggere quelle dichiarazioni raccolte in questo articolo, datato 2013. Parole di una verità tremenda che la moglie del giudice ha lasciato a tutto il popolo Italiano.

ll testamento di Agnese Borsellino di Giorgio Bongiovanni. Agnese Piraino Leto in Borsellino non ha mai smesso di parlare e chiedere verità. Da quando quella bomba, vent'anni prima, le aveva portato via il marito con il quale aveva condiviso una vita blindata e perennemente sotto scorta, non si è mai tirata indietro quando c'era da puntare il dito contro chi aveva voltato le spalle allo Stato e a Paolo Borsellino. Uno Stato defraudato della sua accezione più profonda proprio dai suoi rappresentanti, che non hanno disdegnato di sedersi al tavolo della trattativa insieme ai vertici di Cosa nostra. Per chi ha nascosto le proprie responsabilità dietro ipocrite dichiarazioni di amicizia e sostegno, non poteva esserci perdono. “L'uccisione di mio marito è una dichiarazione di guerra contro la mia città. Se è guerra, guerra sia: inviate i militari per presidiare il territorio e difendere gli obiettivi a rischio” aveva infatti replicato all'indirizzo dell'ex ministro Mancino, quando subito dopo il funerale di Paolo aveva messo le forze dello Stato a sua disposizione.
Agnese era insieme silenzio nel dolore e grido di giustizia, grido di accusa contro chi, all'indomani della strage di Capaci, abbandonò ulteriormente suo marito, rimasto a combattere una battaglia che da solo non poteva vincere: “Falcone rappresentava per lui come uno scudo. Senza il quale la sua esposizione è aumentata. Da qui probabilmente nasce l'esigenza di mio marito in quei 57 giorni di annotare scrupolosamente spunti di indagine, valutazioni, memorie personali di cui si riprometteva di parlare con i pm allora in servizio alla Procura di Caltanissetta, titolari dell'inchiesta su Capaci. Nessuno però in quei lunghi 57 giorni lo chiamò mai. E' possibile che nelle pagine dell'agenda rossa, usata per i progetti di lavoro e per annotare i fatti più significativi, avesse scritto cose che non voleva confidare a noi familiari. Quell'agenda è stata recuperata sul luogo della strage ma, come si sa, è scomparsa. Se esistesse ancora e se fosse nelle mani di qualcuno potrebbe essere usata come un formidabile strumento di ricatto”. La famiglia Borsellino aveva segnalato l'esistenza di quell'agenda ad Arnaldo La Barbera (morto nel 2002, ndr) che aveva guidato il gruppo investigativo all'indomani della strage di via d'Amelio, ma lui si limitò a replicare “che questa agenda era il frutto della nostra farneticazione”. Dagli ultimi sviluppi delle indagini risultò poi che La Barbera, negli anni precedenti alla nomina di Capo della Squadra Mobile a Palermo, era stato per un periodo al soldo dei servizi segreti con il nome in codice “Catullo”. Non solo. Nell'ambito dell'inchiesta su via d'Amelio La Barbera aveva studiato il teorema investigativo a tavolino, trovando in seguito quei 'pentiti' che avrebbero portato in dibattimento una falsa verità. ”Forse qualcuno - rifletteva la 'vedova di guerra', come lei stessa si definiva - aveva l'ansia di arrivare celermente a un risultato. Ma mi chiedo come mai anche ai magistrati, nei tanti filoni processuali e nei vari gradi di giudizio, siano sfuggite le incongruenze del racconto di Scarantino”. “Posso solo dire, per esserne stata testimone oculare, che mio marito si adirò molto quando apprese per caso dall'allora ministro Salvo Andò, incontrato all'aeroporto, che un pentito aveva rivelato: è arrivato il tritolo per Borsellino. Il procuratore Pietro Giammanco, acquisita la notizia, non lo aveva informato sostenendo che il suo dovere era solo quello di trasmettere per competenza gli atti a Caltanissetta”. “Quella volta - ricordava in una nota dell'Ansa la signora Agnese - ebbe la percezione di un isolamento pesante e pericoloso. Non escludo che proprio da quel momento si sia convinto che Cosa nostra l'avrebbe ucciso solo dopo che altri glielo avessero consentito”.
Parole difficili da dimenticare: “Mio marito non era amato assolutamente in Procura. Paolo mi disse 'la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno', queste sono parole che sono scolpite nella mia testa, e sino a quando sono in vita non potrò dimenticare”.
In un cerchio che, in piena trattativa Stato-mafia, si stringeva sempre di più sul giudice Borsellino: “Ci furono due trattative Stato-mafia. E mio marito fu ucciso per la seconda. Quella che doveva cambiare la scena politica italiana” diceva nella sua ultima intervista al Corriere della Sera.
In un susseguirsi di tasselli che la moglie di Paolo prova a far combaciare per conoscere finalmente la verità: “Dopo la strage di Capaci mio marito disse che c'era un dialogo in corso già da molto tempo tra mafia e pezzi deviati dello Stato” affermava in un suo intervento alla trasmissione Servizio Pubblico, per poi aggiungere: “Paolo mi disse che materialmente lo avrebbe ucciso la mafia ma i mandanti sarebbero stati altri”.
E ancora: “Mio marito mi disse testualmente che c'era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello stato'. Ciò mi disse intorno alla metà di giugno del 1992. In quello stesso periodo mi disse che aveva visto la 'mafia in diretta', parlandomi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano”. “Mi disse che il gen. Subranni era 'punciuto' - (punto in un rito di affiliazione a Cosa nostra, ndr) - Mi ricordo che quando me lo disse era sbalordito, ma aggiungo che me lo disse con tono assolutamente certo. Non mi disse chi glielo aveva detto. Mi disse, comunque, che quando glielo avevano detto era stato tanto male da aver avuto conati di vomito. Per lui, infatti, l'Arma dei Carabinieri era intoccabile”.
Uno stillicidio che si trascinò fino al giorno della strage: “Quel caldo pomeriggio del 19 luglio 1992, quando è stato eliminato un servitore scomodo dello Stato e i suoi angeli custodi ho avuto la sensazione di subire impotente una guerra combattuta da un nemico senza una precisa identità”. Le cui indagini hanno subito un pesante depistaggio “perchè sono venduti e comprati tutti. - diceva in un'intervista a Left - Quando succedono queste cose sono coinvolti tutti. C'è il segreto di Stato, cose atipiche per cui trovare la verità non è facile. Via d'Amelio non solo ha distrutto l'immagine dell'Italia, ma ha distrutto la mia vita. Io sono tra la vita e la morte. Questo è bene che sappiano le persone”. “Perchè - concludeva - non sono una vedova come le altre, che si sono ricostruite bene o male una vita. Io ci soffro da vent'anni e in silenzio. Io e tutta la mia famiglia. Che parole vuole che ci siano? Piango anche se di lacrime ne ho versate tante. Mi vergogno di essere italiana, spero che queste notizie facciano il giro del mondo”.
E nella sua ultima intervista al Corriere della sera: “Bisogna cambiare questa Italia di corrotti e corruttori, di ricattati e ricattatori, tutti che si tengono per mano come bambini in girotondo. Al centro schiacciano l'Italia. Si tengono fra loro stritolando un Paese. Ecco perché non ne posso più di sentire parlare di antimafia e di legalità in bocca a troppi che non potrebbero fiatare. La gogna ci vorrebbe, anche per chi riceve una comunicazione giudiziaria. Parlo della gogna del ridicolo, delle vignette, insomma un metterli a nudo invece di ritrovarceli protagonisti della vita pubblica”.
Così si esprimeva Agnese Borsellino sulla questione delle intercettazioni tra Mancino e il Quirinale, in una lettera raccontata dalla sua stessa voce a Servizio Pubblico: “Non ho il titolo nè la competenza per commentare conflitti di attribuzioni sorti tra poteri dello Stato, ma sento di avere il diritto, forse anche il dovere di manifestare tutto il mio sdegno per un ex ministro, presidente della Camera e vice presidente del Csm, che a più riprese nel corso di indagini giudiziarie, che pure lo riguardavano, non ha avuto scrupoli nel telefonare alla più alta carica dello Stato, cui oggi io ribadisco tutta la mia stima, per mere beghe personali”. “Non sorprende che l'attenzione dei media - aggiungeva - si sia riversata sul Quirinale, ma il protagonista di questa triste storia è solo il signor Mancino, abile a distrarre l'attenzione dalla sua persona e spregiudicato nel coinvolgere la Presidenza della Repubblica in una vicenda giudiziaria, da cui la più alta carica dello Stato doveva essere tenuta estranea”. “Oggi io, moglie di Paolo Borsellino, mi chiedo - concludeva -: chi era e quale ruolo rivestiva l'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino, quando il pomeriggio del primo luglio del '92 incontrò mio marito? Perchè Paolo rientrato la sera di quello stesso giorno da Roma, mi disse che aveva respirato aria di morte?”. E ancora: “Mancino, se proprio voleva, doveva telefonare a Loris D'Ambrosio a casa, incontrarlo al bar, ma non chiamarlo al Quirinale mettendo nel mezzo quel galantuomo di Napolitano. È gravissimo il comportamento di Mancino. Non mi fido di lui. Perché ricordo cosa mi disse mio marito: 'Al Viminale ho respirato aria di morte'. E Mancino non ricorda di averlo visto nei suoi uffici nel luglio '92”.
Tanta rabbia ma anche una forte determinazione: “Ho fiducia nel tempo. Non voglio vendetta, voglio sapere la verità, perchè è stato ucciso, chi ha voluto la sua morte e perchè lo hanno fatto e non voglio nient'altro. - dichiarava in un'intervista rilasciata a La Storia Siamo Noi di Rai Educational - Ho tanta pazienza e tanta fiducia. Magari subito no, ma con il tempo la verità si saprà, perchè gli italiani come me vogliono sapere perchè è stato ucciso un uomo che era il simbolo della bontà”. Ma la verità Agnese non è riuscita ad apprenderla da questo nostro Stato. Ora sarà Paolo stesso a raccontargliela. Una verità inquietante e apocalittica di uno Stato italiano rappresentato, a quell'epoca, da personaggi che per paura e per ragioni di potere hanno chiesto e ottenuto la morte di Paolo Borsellino e la strage di via d'Amelio. E oggi oltre cinquanta persone potenti, appartenenti allo Stato e all'alta finanza, conoscono tutti i passi di quella dannata trattativa e di quell'omicidio di Stato.
Vogliamo ancora una volta ricordare a chi vive con la convinzione che la mafia non prende ordini da nessuno, che proprio Paolo e Agnese ci hanno rivelato profeticamente dove cercare e trovare la verità: “Paolo mi disse che materialmente lo avrebbe ucciso la mafia ma i mandanti sarebbero stati altri”.
Noi seguiremo in questa direzione fino al giorno in cui strapperemo con forza la maschera agli uomini di Stato che ordinarono e ottennero l'assassinio di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.
Grazie signora Agnese. Da Antimafia Duemila

 

  Manfredi BORSELLINO: «Mio padre era un uomo aperto e leale. Però era anche preoccupato di proteggere i collaboratori e i familiari». E infatti in famiglia non aprì bocca per non accendere ancora un clima infuocato dalla strage di Capaci in cui era morto Falcone. «Una sola cosa posso comunque dire con assoluta chiarezza: mio padre non avrebbe mai accettato, tanto meno avallato, una trattativa di quel genere. Si sarebbe attivato perché non andasse avanti. Non avrebbe guardato in faccia nessuno: né chi la stava conducendo né il garante politico che la stava coprendo. Lo avrebbe anzi ritenuto complice di una deviazione facendo esplodere il caso». Forse non fece in tempo ma aveva lanciato segnali di irrequietezza e di apprensione. "Sono stato tradito”, aveva detto, in quei giorni che precedettero la strage». Da “Lo Stato Nascosto”

Manfredi BORSELLINO ricorda gli istanti immediatamente successivi la Strage di Capaci (23 maggio 1992): «Ero a casa a studiare per l’università e mio padre era andato dal barbiere, a piedi, da solo, eludendo la sorveglianza della sua scorta. Lì ricevette una telefonata da un collega. Poco dopo sentii mio padre bussare alla porta, molto affannato, con delle tracce di schiuma da barba sul viso. Io guardavo la televisione impietrito. Non saprei descrivere l’espressione del suo viso. Si diresse nella sua stanza come se non mi avesse visto. Non gli chiesi nulla, lo vidi cambiarsi. In una situazione del genere non si sarebbe mai presentato vestito male, mi ricordo che indossò una giacca, una camicia, come se stesse andando al lavoro. Trovò soltanto il tempo di dirmi di non muovermi di casa. E uscì in fretta... Mia sorella Lucia lo raggiunse in lacrime al centro di medicina legale. Mio padre la prese fra le braccia: "Non piangere Lucia, non dobbiamo dare spettacolo davanti a tutti ora...". Il giorno dopo fu aperta la camera ardente in un’aula del tribunale, ho trascorso gran parte della giornata con mio padre lì per vegliare i resti di Falcone, accanto a quelli della moglie e della sua scorta. Mi ricordo che non ho fatto altro che piangere. Vedevo mio padre allontanarsi da noi. La notte, poi, sognavo attentati, autostrade che saltavano in aria, edifici sventrati... La vittima era sempre sconosciuta, e mi svegliavo tutto sudato». (2012)

IL FIGLIO dice che la madre "ha fatto un bel regalo a tutti noi" lasciandoci queste pagine. Dentro ci sono i segni delle sue tante vite, prima e dopo il 19 luglio del 1992. E con tenero stupore ammette che neanche loro  -  lui, Manfredi, e le sue sorelle Lucia e Fiammetta  -  conoscevano certi dettagli sul padre. Agnese non ha voluto tenerli solo per sé. Poi parla del libro, che non è una biografia e non è una raccolta di testimonianze ma "il tuo ultimo atto d'amore verso papà". Manfredi lo chiama con il nome per intero, come ogni tanto piaceva chiamarlo anche a me sul giornale quando era vivo: Paolo Emanuele Borsellino. Quell'Emanuele che era riportato sulla carta d'identità e si palesava a sorpresa in qualche bigliettino di ringraziamento e molto di rado sugli atti giudiziari che firmava, mi ha sempre incuriosito. Ma al giudice non ho mai chiesto nulla su quel suo secondo nome, che a volte c'era e tante altre volte invece spariva.  "Non ne so molto nemmeno io di quella sua firma che occasionalmente cambiava, però nella presentazione del libro mi è venuto istintivo scrivere Paolo Emanuele Borsellino... E poi avrei voluto chiamare Emanuele il mio secondo figlio, ma è arrivata una bimba", racconta Manfredi mentre esprime ancora meraviglia per "quelle confidenze" che la madre, nei suoi ultimi giorni, ha voluto consegnare a Salvo Palazzolo.   Manfredi Borsellino fa il poliziotto, commissario a Cefalù. In questi anni, ci siamo ritrovati di tanto in tanto a conversare e soprattutto a ricordare. Di solito in via Cilea, a Palermo, nella casa dove abitavano il giudice, la signora Agnese e loro, i figli. L'ultima volta nella primavera scorsa, un pomeriggio. In cucina c'era la madre sulla sedia a rotelle, accudita amorevolmente da due infermieri. Manfredi le girava intorno, lei lo guardava e gli sorrideva. Sembrava fragile a vederla così, tormentata dalla malattia. Ma Agnese è sempre stata una donna siciliana di coraggio, non si arrendeva mai. "Mamma ha una voglia di vivere incredibile", diceva Manfredi che intanto mi aveva già trascinato sul divano del salone aprendo i cassetti più nascosti, quelli dove conserva le foto di famiglia.  Il matrimonio di Agnese e Paolo a Villa Igea, dicembre 1968. Papà e Manfredi in vacanza a Tropea, estate 1981. Papà e Fiammetta a Palermo, metà anni Settanta. Papà e Lucia al Parco nazionale d'Abruzzo, fine anni Settanta. E poi tutti insieme all'Asinara, agosto 1985, quando Paolo Borsellino e Giovanni Falcone - con figli e mogli - vengono deportati e rinchiusi per venticinque lunghissimi giorni sull'isola sarda del supercarcere. Motivi di sicurezza, dall'Ucciardone era arrivata la soffiata che i boss avrebbero voluto uccidere i due giudici, "prima l'uno e poi l'altro". Come è avvenuto sette anni dopo.   Via Cilea, una lunga fila di palazzi tutti uguali, a metà strada la "zona rimozione auto" per il pericolo di attentati. La prima volta ci sono andato tanto tempo fa, nel 1986 o forse nel 1987, si stava ancora celebrando il maxi processo a Cosa nostra. Era sera, molto tardi. Paolo Borsellino ha aperto la porta e sono entrato in una stanza piena di fumo, una sigaretta che bruciava ancora nel posacenere e l'altra già fra le dita, i calendari dell'Arma dei carabinieri alle pareti, i fascicoli - con dentro appunti dei suoi incontri e ritagli di giornale - tutti in ordine sulla piccola libreria a muro.   Della casa di via Cilea, per anni ho conosciuto soltanto quella stanza: lo studio del giudice. Geloso della sua intimità familiare, Paolo Borsellino non mi ha mai fatto varcare la vetrata che divideva lo studio dal salone. Ho sempre immaginato quella stanza come una casa nella casa, quasi fosse staccata dagli altri ambienti. La signora Agnese e Manfredi, molto tempo dopo, avrebbero confermato la mia sensazione svelandomi un piccolo segreto. Quella stanza - lo studio del giudice - apparteneva in origine alla casa accanto e i Borsellino, avendo la necessità di allargare il loro appartamento, l'avevano successivamente acquistata dai vicini.  Ma sono altri e più intensi, i ricordi e i "segreti" che la signora Agnese ha deciso di affidare a Palazzolo per il loro libro. Già il titolo, Ti racconterò tutte le storie che potrò, scopre in copertina chi era Paolo Emanuele Borsellino. La famiglia Borsellino nel racconto di sua moglie - 

Lucia BORSELLINO: «Non si è nemmeno accorto che sono nello studio, seduta nella poltrona sistemata nell’angolo della stanza, mentre scrive questa lunga lettera (indirizzata alla Professoressa di Padova, n.d.r.). Mi chiede se mi piacerebbe trascorrere quel giorno al mare, a Villagrazia. “Magari riuscirò a vederti un po’ abbronzata, l’esame che avrai domani ti ha costretto finora a non fare neanche un bagno”. Fa il programma della giornata: subito Villagrazia, poi insieme io e lui a prendere la nonna in Via d’Amelio per portarla dal cardiologo, infine a casa: io a studiare, lui a lavorare. 

Rispondo di no: devo andare da una collega di università per l’ultimo approfondimento di studio, e poi è il giorno del suo compleanno, mi ha invitata a pranzo. “Ma quando li chiuderai, questi libri?”, protesta. 

Scuoto la testa: “Papà, non posso venire con te”. È inutile dire che non mi sarei preoccupata dell’esame, se solo avessi sospettato che quel suo viso dolce e sereno l’avrei rivisto solo qualche ora più tardi, dopo aver sentito, mentre studiavo a casa della mia amica, un boato in lontananza». da “Paolo Borsellino” di Umberto Lucentini

Domenica, 19 luglio 1992. Luicia BORSELLINO : «Non sì e nemmeno accorto che sono nello studio, seduta nella poltrona sistemata nell’angolo della stanza, mentre scrive questa lunga lettera (indirizzata alla Professoressa di Padova, n.d.r.). Mi chiede se mi piacerebbe trascorrere quel giorno al mare, a Villagrazia. “Magari riuscirò a vederti un po’ abbronzata, l’esame che avrai domani ti ha costretto finora a non fare neanche un bagno”. Fa il programma della giornata: subito Villagrazia, poi insieme io e lui a prendere la nonna in Via d’Amelio per portarla dal cardiologo, infine a casa: io a studiare, lui a lavorare. 
Rispondo di no: devo andare da una collega di università per l’ultimo approfondimento di studio, e poi è il giorno del suo compleanno, mi ha invitata a pranzo. “Ma quando li chiuderai, questi libri?”, protesta. 
Scuoto la testa: “Papà, non posso venire con te”. È inutile dire che non mi sarei preoccupata dell’esame, se solo avessi sospettato che quel suo viso dolce e sereno l’avrei rivisto solo qualche ora più tardi, dopo aver sentito, mentre studiavo a casa della mia amica, un boato in lontananza». da “Paolo Borsellino” di Umberto Lucentini

  Lucia BORSELLINO: «Sono lì da una settimana quando decido di passeggiare, di esplorare un po’ quest’isola dove ci hanno spedito lontano dal pericolo di vendetta della mafia. È il momento che mi rendo conto che nemmeno all’Asinara possiamo stare tranquilli. 

 

"Mi invidiano molto, i miei amici, quando si accorgono quale confidenza, amicizia, complicità c'è tra lui e noi. Anche loro, mi confessano, desidererebbero avere un padre come il mio. Ma, non lo nascondo, ho paura di deluderlo. Quante volte gli chiedo: «Da laureata in farmacia, come posso rendere la mia vita significativa?». È un chiodo fisso, per mio padre, quello del significato della vita. E a ogni occasione: «Se muoio adesso, il mio compito l'ho svolto. Ho dato alla luce e fatto crescere tre figli come voi, l'educazione e gli insegnamenti che potevo darvi li ho trasmessi. Ho la fortuna di non essere una persona sconosciuta, se pronunci il mio nome la gente sa chi sono, cosa ho fatto. Ho svolto il mio lavoro onestamente, ho saputo dare tanto amore alla mia famiglia, sono contento perché credo di essere stato un buon figlio, un buon marito, un buon padre». E aggiungo io, anche una persona disponibile con chi ha bisogno. Riesce a occuparsi di tutti, siano essi parenti o estranei, talvolta chiede sacrifici anche a noi pur di aiutare gli altri. Siamo contenti che lui ci coinvolga: «Non è bene che un padre si chiuda nell'egoismo familiare. C'è tanta gente che ha bisogno di amore e di aiuto.» "
Lucia Borsellino (tratto da «Paolo Borsellino» , Umberto Lucentini, San Paolo Edizioni) foto famiglia Borsellino/ Live Sicilia Paolo Borsellino con la primogenita Lucia negli anni '70

 

Quante volte in vita mia mi sono pentita di quella passeggiata: nell’attimo in cui metto un piede fuori dal giardino che circonda la foresteria e mi incammino con mia sorella tra i campi, scorgo un corteo di persone che ci seguono, si nascondono dietro i cespugli, con i mitra spianati, cercando di non farsi vedere da noi. Mi crolla il mondo addosso, altro che rifugio sicuro. 
Da quell’attimo mi passa la voglia di passeggiare, di fare qualsiasi cosa. Mi rinchiudo in camera per cinque giorni di fila. Non ho più fame. Ogni giorno che passa è sempre peggio. Mio padre capisce subito cosa sta succedendo. Io no: quando mi chiede "Perché non mangi?" non so dargli risposta. Gli dico che vorrei tornare a casa. 
Papà sa che il rischio è altissimo, ma non sente ragioni: prende me e Fiammetta, ci infila in gran segreto in elicottero e ci accompagna fino a Palermo. 
Restiamo con i nonni a Villagrazia, lui torna all’Asinara dove rimane con mamma e Manfredi fino ai primi di ottobre. Ultimata la stesura della sentenza di rinvio a giudizio del maxiprocesso, l’emergenza sembra passata. Sono ridotta a uno scheletro quando papà torna a Palermo. Da quel momento papà non mi lascia un secondo». da “Paolo Borsellino” di Umberto Lucentini

 

Mio fratello cambiò radicalmente dopo la strage di Capaci. Una parte di Paolo quel giorno era su quella Fiat Croma che impattò sulla montagna di terra e detriti sollevati dal tritolo di Brusca e compagni. Una parte di Paolo morì quel giorno insieme a Falcone. Paolo dopo il 23 maggio era come morto dentro, come se avesse perso la sua linfa vitale. Certo, la sua rabbia era anche aumentata, ma dai video, dalle interviste vedevo che il suo sguardo era vuoto, che la morte di Giovanni lo aveva sconvolto e colpito in modo durissimo. Il 23 maggio, saputo dell'attentato a Falcone, lo chiamai subito, parlammo pochi minuti ed era completamente fuori di sé. Solo allora capii o ammisi a me stesso che il prossimo sarebbe stato lui. Finché Giovanni era in vita lui sarebbe stato al sicuro, lui stesso chiamava Falcone "la mia assicurazione sulla vita".   (Salvatore Borsellino)

 

Scritto da Roberto Puglisi  il 07 Maggio 2018  Palermo

"Il grande amore di mamma e papà"
Quando si parla di Agnese, si parla anche di suo marito, Paolo. Non possono stare lontani il dottore Paolo Borsellino e sua moglie, la signora Agnese. Come per un rimpiattino dell’eternità. E quando si parla di uno, come per un’eco, affiora l’altra.
Qualche giorno fa, il cinque maggio, si è celebrato con una discrezione intrisa di gratitudine il quinto anniversario della morte di Agnese Piraino Leto, vedova Borsellino. Qualcuno l’ha ricordata sui social. Qualcuno ha riaperto in silenzio il cassetto delle lacrime. In contemporanea, è saltato fuori un particolare sul magistrato ucciso con la scorta in via D’Amelio. 
Durante la notte bianca della legalità', il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, ha raccontato: “Paolo Borsellino fu talmente consapevole di dovere morire, che proprio in questo Palazzo di giustizia volle compiere un gesto simbolico: chiamò un amico sacerdote per confessarsi e prendere la comunione”. Nelle stesse ore, la memoria della dipartita della moglie mischiata a una cronaca commossa degli ultimi istanti del marito. Non possono stare lontani, nemmeno sulle labbra degli altri. Ma com’era questo amore incenerito in via D’Amelio, nella sua porzione visibile? “Un’esperienza totalizzante - spiega Manfredi Borsellino, figlio di Paolo e di Agnese -. Non potevano stare lontani”.
Ed è dolcemente strano pensare, con rispetto e affetto, che la morte di una madre sia stata una benedizione di tenerezze e ricordi, pure nella sua consistenza luttuosa, per dei ragazzi che avevano già perso un genitore nella modalità più atroce. Rubata, sì, ma nella quasi normalità degli addii. “Mamma – aggiunge Manfredi – è diventata nonna e credo che i suoi nipoti abbiano avuto il potere di allungarle un po’ la vita”. Una figura silenziosa, incrollabile. Di lei, lo stesso figlio scriveva nel libro ‘Era d’estate’, immaginando un colloquio col padre: “E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta”. Noi tre: Manfredi, Fiammetta, Lucia.
Una storia d’amore che rivive pure nella memoria di don Cesare Rattoballi, sacerdote e amico di Paolo Borsellino. Fu lui a confessarlo tra le colonne severe del Palazzo di giustizia. “Paolo – rievoca don Cesare – nutriva uno speciale sentimento di protezione nei confronti della sua sposa. Cercava sempre di evitarle problemi, non voleva metterla in agitazione. Soprattutto negli ultimi tempi, quando sapeva che non sarebbe stato risparmiato. Avevano entrambi un tratto umano e accogliente. Ti invitavano a cena senza formalismi, donando il candore della loro amicizia. Sì, rammento quel giorno, come potrei dimenticarlo? A margine della confessione, Paolo mi confidò: ‘Sono pronto, mi preparo’. Avevamo in programma di vederci il lunedì successivo. Domenica lo assassinarono”. Quando Agnese morì fu organizzata una camera ardente familiare nella casa di via Cilea. La signora appariva addormentata in pace, nonostante la violenza del male che aveva subito e coraggiosamente combattuto. Suo marito, il dottore Paolo Borsellino, la guardava, da un ritratto appeso alla parete. La sigaretta tra le dita e, dal mozzicone, un fumo azzurrino dipinto. La vegliava ancora.

 

 PAOLO BORSELLINO, il coraggio della solitudine

 

Ufficio Stampa e Comunicazione Centro Studi Sociali contro le mafie - PSF - Resp. Claudio Ramaccini

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