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Paolo Borsellino, l’uomo e il magistrato

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Paolo Borsellino nasce a Palermo il 19 gennaio 1940 in una famiglia borghese, nell'antico quartiere di origine araba della Kalsa. Entrambe i genitori sono farmacisti. Frequenta il Liceo classico "Meli" e si iscrive presso la facoltà di Giurisprudenza di Palermo: all'età di 22 anni consegue la laurea con il massimo dei voti.Pochi giorni dopo la laurea subisce la perdita del padre. Prende così sulle sue spalle la responsabilità di provvedere alla famiglia. Si impegna con l'ordine dei farmacisti a tenere l'attività del padre fino al conseguimento della laurea in farmacia della sorella. Tra piccoli lavoretti e le ripetizioni Borsellino studia per il concorso in magistratura che supera nel 1963. L'amore per la sua terra, per la giustizia gli danno quella spinta interiore che lo porta a diventare magistrato senza trascurare i doveri verso la sua famiglia. La professione di magistrato nella città di Palermo ha per lui un senso profondo. Nel 1965 è uditore giudiziario presso il tribunale civile di Enna. Due anni più tardi ottiene il primo incarico direttivo: Pretore a Mazara del Vallo nel periodo successivo al terremotoSi sposa con Agnese alla fine del 1968 e diventa padre di Lucia, Manfredi e Fiammetta. Nel 1969 viene trasferito alla pretura di Monreale dove lavora in stretto contatto con il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile. E' il 1975 quando Paolo Borsellino viene trasferito al tribunale di Palermo; a luglio entra all'Ufficio istruzione processi penali sotto la guida di Rocco Chinnici. Con il Capitano Basile lavora alla prima indagine sulla mafia: da questo momento comincia il suo grande impegno, senza sosta, per contrastare e sconfiggere l'organizzazione mafiosa. Nel 1980 arriva l'arresto dei primi sei mafiosi. Nello stesso anno il capitano Basile viene ucciso in un agguato. Per la famiglia Borsellino arriva la prima scorta con le difficoltà che ne conseguono. Da questo momento il clima in casa Borsellino cambia: il giudice deve relazionarsi con i ragazzi della scorta che gli sono sempre a fianco e che cambieranno per sempre le sue abitudini e quelle della sua famiglia. Borsellino, magistrato "di ottima intelligenza, di carattere serio e riservato, dignitoso e leale, dotato di particolare attitudine alle indagini istruttorie, definisce mediamente circa 400 procedimenti per anno" e negli anni si distingue "per l'impegno, lo zelo, la diligenza, che caratterizzano la sua opera". Per questi e altri lusinghieri giudizi a Borsellino viene conferita la nomina a magistrato d'appello con deliberazione in data 5 marzo 1980, dal Consiglio Superiore della Magistratura. Anche nei periodi successivi continua a svolgere le sue funzioni presso l'ufficio d'istruzione del Tribunale, dando ulteriore, luminosa dimostrazione delle sue qualità, veramente eccezionali, di magistrato e, particolarmente, di giudice inquirente. Viene costituito un pool che comprende quattro magistrati. Falcone, Borsellino e Barrile lavorano uno a fianco all'altro, sotto la guida di Rocco Chinnici. E' nei giovani la forza su cui contare per cambiare la mentalità della gente e i magistrati lo sanno. Vogliono scuotere le coscienze e sentire intorno a sé la stima della gente. Sia Giovanni Falcone sia Paolo Borsellino hanno sempre cercato la gente. Borsellino comincia a promuovere e a partecipare ai dibattiti nelle scuole, parla ai giovani nelle feste giovanili di piazza, alle tavole rotonde per spiegare e per sconfiggere una volta per sempre la cultura mafiosa. Fino alla fine della sua vita Borsellino, nel tempo che gli rimane dopo il lavoro, cercherà di incontrare i giovani, di comunicargli questi nuovi sentimenti e di renderli protagonisti della lotta alla mafia. Si chiede la promozione di pool di giudici inquirenti, coordinati tra loro ed in continuo contatto, il potenziamento della polizia giudiziaria, l'istituzione di nuove regole per la scelta dei giudici popolari e di controlli bancari per rintracciare i capitali mafiosi. I magistrati del pool pretendono l'intervento dello stato perché si rendono conto che il loro lavoro, da solo, non basta. Chinnici scrive una lettera al presidente del tribunale di Palermo per sollecitare un encomio nei confronti di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, utile per eventuali incarichi direttivi futuri. L'encomio richiesto non arriverà. Poi il dramma. Il 4 agosto 1983 viene ucciso il giudice Rocco Chinnici con un'autobomba. Borsellino è distrutto: dopo Basile anche Chinnici viene strappato alla vita. Il leader del pool, il punto di riferimento, viene a mancare. A sostituire Chinnici arriva a Palermo il giudice Caponnetto e il pool, sempre più affiatato continua nell'incessante lavoro raggiungendo i primi risultati. Nel 1984 viene arrestato Vito Ciancimino e si pente Tommaso Buscetta: Borsellino sottolinea in ogni momento il ruolo fondamentale dei pentiti nelle indagini e nella preparazione dei processi. Comincia la preparazione del Maxiprocesso e viene ucciso il commissario Beppe Montana. Ancora sangue, per fermare le persone più importanti nelle indagini sulla mafia e l'elenco dei morti è destinato ad aumentare. Il clima è terribile: Falcone e Borsellino vengono immediatamente trasferiti all'Asinara per concludere le memorie, predisporre gli atti senza correre ulteriori rischi. Conclusa la monumentale istruttoria del primo maxi-processo all'organizzazione criminale denominata "Cosa Nostra" insieme al collega Giovanni Falcone, unitamente a Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello-Filinoli, Paolo Borsellino chiede il trasferimento alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Marsala per ricoprire l'incarico di Procuratore Capo. Il CSM, con una decisione storica e non priva di strascichi polemici accoglie la relativa istanza sulla base dei soli meriti professionali e dell'esperienza acquisita da Paolo Borsellino negando per la prima volta validità assoluta al criterio dell'anzianità. Borsellino vive in un appartamento nella caserma dei carabinieri per risparmiare gli uomini della scorta. In suo aiuto arriva Diego Cavaliero, magistrato di prima nomina, lavorano tanto e con passione. Borsellino è un esempio per il giovane Cavaliero. Teme che la conclusione del maxiprocesso attenui l'attenzione sulla lotta alla mafia, che il clima scemi e si torni alla normalità e per questo Borsellino cerca la presenza dello Stato, incita la società civile a continuare le mobilitazioni per tenere desta l'attenzione sulla mafia e frenare chi pensa di poter piano piano ritornare alla normalità. Il clima comincia a cambiare: il fronte unico che aveva portato a grandi vittorie della magistratura siciliana e che aveva visto l'opinione pubblica avvicinarsi agli uomini in prima linea e stringersi intorno a loro, comincia a cedere. Nel 1987 Caponnetto è costretto a lasciare la guida del pool a causa di motivi di salute. Tutti a Palermo attendono la nomina di Giovanni Falcone al posto di Caponnetto, anche Borsellino è ottimista. Il CSM non è dello stesso parere e si diffonde il terrore di veder distruggere il pool. Borsellino scende in campo e comincia una vera e propria lotta politica: parla ovunque e racconta cosa stia accadendo alla procura di Palermo; sui giornali, in televisione, nei convegni, continua a lanciare l'allarme. A causa delle sue dichiarazioni Borsellino rischia il provvedimento disciplinare. Solo il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga interviene in suo appoggio chiedendo di indagare sulle dichiarazioni del magistrato per accertare cosa stia accadendo nel palazzo di giustizia di Palermo. Il 31 luglio il CSM convoca Borsellino che rinnova le accuse e le sue perplessità. Il 14 settembre il CSM si pronuncia: è Antonino Meli, per anzianità, a prendere il posto che tutti aspettavano per Giovanni Falcone. Paolo Borsellino viene riabilitato, torna a Marsala e riprende a lavorare. Nuovi magistrati arrivano a dargli una mano, giovani e, a volte di prima nomina. Il suo modo di fare, il suo carisma ed i suo impegno in prima linea è contagiaso; lo affiancano con lo stesso fervore e con lo stesso coraggio nelle indagini su fatti di mafia. I pentiti cominciano a parlare: prendono forma le indagini su connessioni tra mafia e politica. Paolo Borsellino è convinto che per sconfiggere la mafia i pentiti abbiano un ruolo fondamentale. E' tuttavia convinto che i giudici debbano essere attenti, controllare e ricontrollare ogni dichiarazione, ricercare i riscontri ed intervenire solo quando ogni fatto sia provato. L'opera è lunga e complicata ma i risultati non tarderanno ad arrivare.Comincia intanto il dibattito sull'istituzione della Superprocura e su chi porre a capo del nuovo organismo. Falcone, intanto, va a Roma come direttore degli affari penali e preme per l'istituzione della Superprocura. Si sente la necessità di coinvolgere le più alte cariche dello stato nella lotta alla mafia. La magistratura da sola non può farcela, con Falcone a Roma si ha un appoggio in più: Borsellino decide di tornare a Palermo, lo seguono il sostituto Ingroia e il maresciallo Canale. Maturati i requisiti per essere dichiarato idoneo alle funzioni direttive superiori - sia requirenti che giudicanti - pur rimanendo applicato alla Procura della Repubblica di Marsala Paolo Borsellino chiede e ottiene di essere trasferito alla Procura della Repubblica di Palermo con funzioni di Procuratore Aggiunto. Grazie alle sue indiscusse capacità investigative, una volta insediatesi presso la Procura di Palermo alla fine del 1991, è delegato al coordinamento dell'attività dei Sostituti facenti parte della Direzione Distrettuale Antimafia.  Magistrati, con l'arrivo di Borsellino trovano nuova fiducia. A Borsellino vengono tolte le indagini sulla mafia di Palermo dal procuratore Giammanco, e gli vengono assegnate quelle di Agrigento e Trapani. Ricomincia a lavorare con l'impegno e la dedizione di sempre. Nuovi pentiti, nuove rivelazioni confermano il legame tra la mafia e la politica, riprendono gli attacchi al magistrato e lo sconforto ogni tanto si manifesta. A Roma viene finalmente istituita la superprocura e vengono aperte le candidature; Falcone è il numero uno ma, anche questa volta, sa che non sarà facile. Borsellino lo sostiene a spada tratta sebbene non fosse d'accordo sulla sua partenza da Palermo. Il suo impegno aumenta quando viene resa nota la candidatura di Cordova. Borsellino esce allo scoperto, parla, dichiara, si muove: è di nuovo in prima linea. I due magistrati lottano uno a fianco all'altro, temono che la superprocura possa divenire un arma pericolosa se in possesso di magistrati che non conoscono la mafia siciliana. Nel Maggio 1992 Giovanni Falcone raggiunge i numeri necessari per vincere l'elezione a superprocuratore. Borsellino e Falcone esultano, ma il giorno dopo nell'atto tristemente noto come la "strage di CapaciGiovanni Falcone viene ucciso insieme alla moglie. Paolo Borsellino soffre molto, il legame che ha con Falcone è speciale. Dalle prime indagini nel pool, alle serate insieme, alle battute per sdrammatizzare, ai momenti di lotta più dura quando insieme sembravano "intoccabili", al periodo forzato all'Asinara fino al distacco per Roma. Una vita speciale, quella dei due amici-magistrati, densa di passione e di amore per la propria terra. Due caratteri diversi, complementari tra loro, uno un po' più razionale l'altro più passionale, entrambi con un carisma, una forza d'animo ed uno spirito di abnegazione esemplari. A Borsellino viene offerto di prendere il posto di Falcone nella candidatura alla superprocura, ma rifiuta. Resta a Palermo, nella procura dei veleni, per continuare la lotta alla mafia, diventando sempre più consapevole che qualcosa si è rotto e che il suo momento è vicino. Vuole collaborare alle indagini sull'attentato di Capaci di competenza della procura di Caltanissetta. Le indagini proseguono, i pentiti aumentano e il giudice cerca di sentirne il più possibile. Arriva la volta dei pentiti Messina e Mutolo, ormai Cosa Nostra comincia ad avere sembianze conosciute. Spesso i pentiti hanno chiesto di parlare con Falcone o con Borsellino perché sapevano di potersi fidare, perché ne conoscevano le qualità morali e l'intuito investigativo. Il 19 luglio 1992, alle 7 di mattina il Procuratore Giammanco gli comunica telefonicamente che finalmente avrà quella delega su Palermo. Lo stesso giorno Borsellino si reca a Villagrazia per rilassarsi. Si distende, va in barca con uno dei pochi amici rimasti. Dopo pranzo torna a Palermo per accompagnare la mamma dal medico: l'esplosione di un'autobomba sotto la casa di via D'Amelio strappa la vita al giudice Paolo Borsellino e agli uomini della sua scorta. E' il 19 luglio 1992. Con il giudice perdono la vita gli agenti di scorta Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi, prima donna poliziotto a essere uccisa in un attentato di mafia.

 

 Paolo Borsellino, il coraggio della solitudine

Rassegna Stampa dei Cinquantamila giorni

PER SENTIRE LA BELLEZZA DEL FRESCO PROFUMO DI LIBERTÀ

BORSELLINO, una VITA da EROE

In un ALTRO PAESE

 

 

 

 

           La Bicicletta

Bicicletta di Paolo Borsellino500

Da “Visti da Vicino. Falcone e Borsellino gli Uomini e gli Eroi” di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti

Alfio Lo Presti, amico di Paolo Borsellino (n.d.r.): «Aveva premura, era evidentissimo che aveva premura di sistemare alcune cose. In quelle settimane si chiuse in un silenzio totale e non si confidava più. Aveva chiarissima l’ostilità del palazzo. Di quei giorni, e fu una delle ultime volte che lo vidi, ricordo uno scontro quasi violento. Eravamo a casa sua, un...a sera, come spesso accadeva. Io lo invitai a fermarsi un poco, a riflettere, a essere particolarmente prudente e lui mi rispose malamente. Io e la mia famiglia avevamo già fatto i biglietti per un viaggio in Indonesia. Con noi sarebbe venuta anche Fiammetta. Fu quella sera, a conclusione di quel diverbio, che Paolo mi disse: “Tu mi devi fare solo un gran favore: ti devi portare via Fiammetta, lontano da qui”. A quel punto io capii tante cose e decisi di non insistere più di tanto. Paolo era assolutamente cosciente del gran pericolo che correva e la sua grande angoscia era la famiglia, i figli.  Da sempre Lucia, Manfredi e Fiammetta erano il cruccio di Paolo Borsellino. Sembrava non avere altra paura se non quella di mettere a rischio l’incolumità dei ragazzi. Lui andava in bicicletta senza scorta, ma appena uno dei ragazzi ritardava perdeva la testa. Soprattutto Manfredi, quando erano al mare, spesso non tornava all’orario previsto e Paolo diventava pazzo. Quante volte è uscito di casa per cercare i suoi figli nei bar, nei locali, a casa degli amici. Sarebbe andato da solo anche nei covi dei peggiori mafiosi se pensava che i ragazzi fossero in pericolo. Era un padre molto affettuoso e non particolarmente severo, autoritario».

 

Paolo Borsellino torna a Palermo dopo aver parlato col ministro (dell’Interno, Virginio Rognoni. n.d.r.) e convoca il suo capo di gabinetto, Maria Grazia Trizzino, che è persona fidata. Quando la signora Trizzino entra nella grande aula verde dell’Ucciardone per essere ascoltata dai giudici che stanno celebrando il processo per l’omicidio Mattarella, capisco perché il Presidente Mattarella si fida solo di lei. E una donna essenziale, precisa nelle parole che usa, ma non sono le parole di un freddo burocrate le sue.  Dice: «Verso la fine di ottobre 1979, il Presidente, di rientro da Roma con l’aereo del primo pomeriggio, venne direttamente alla Presidenza. Contrariamente alle sue abitudini non era passato da casa. Appena in ufficio mi chiamò personalmente, senza ricorrere all’usciere».  quasi di entrare dentro il palazzo del potere in Sicilia, il Palazzo d’Orleans, che ha tutta l’aria di essere una corte di tanti signorotti piuttosto che la sede del governo. E ogni signore ha i suoi servi che ascoltano, che tramano. «Aveva un’aria molto grave, il Presidente - spiega la dottoressa Trizzino -; Mi disse testualmente: “Le sto dicendo una cosa che non dirò né a mia moglie né a mio fratello. Questa mattina sono stato con il ministro Rognoni ed ho avuto con lui un colloquio riservato sui problemi siciliani. Se dovesse succedere qualche cosa di molto grave per la mia persona, si ricordi questo incontro con il ministro, perché a questo incontro è da collegare quanto di grave mi potrà accadere”». Da “I Pezzi Mancanti” di Salvo Palazzolo

  

Ti dico che loro possono uccidere il mio corpo fisico e di questo sono ben cosciente. Ma sono ancora più cosciente che non potranno mai uccidere le mie idee e tutto ciò che io credo! Si erano illusi che uccidendo il mio amico Giovanni, avrebbero anche ucciso le sue idee e quel gran patrimonio di valori che stava dietro di lui. Ma si sono sbagliati, perché il mio amico Giovanni tutto ciò che amava e onorava, lo amava così profondamente da legarselo nel suo animo, rendendolo dunque immortale.   Paolo Borsellino  


 Appunti integrali di Paolo BORSELLINO che hanno dato origine al celebre discorso sulla "Bellezza del Fresco Profumo di Libertà", pronunciato nella Chiesa di San Domenico il 20 maggio 1992, a Palermo.

  • «Percorso da dove è nato Falcone (piazza Magione) a dove ha concluso con l’ultimo saluto la sua esistenza terrena (S. Domenico).
  • Percorso che attraversa parte significativa di questa città degradata e disperata che tanto non gli piaceva, che gli cagionava sentimenti di ripulsa e avversione per lo stato in cui era ridotta e si andava riducendo.
  • Città che proprio per questo, perché tanto non gli piaceva, egli amava e amava profondamente, proprio come nel famoso detto di José Antonio Primo de Rivera “nos queremos Espana porque no nos gusta” (amiamo la Spagna perché non ci piace).
  • Sì, egli amava profondamente Palermo proprio perché non gli piaceva. Perché se l’amore è soprattutto “dare” per lui e per coloro che gli siamo stati accanto in questa meravigliosa avventura amore verso Palermo ha avuto ed ha il significato di dare ad essa qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la Patria cui essa appartiene.
  • Lavorare a Palermo, da magistrato, con questo intento, fu sempre, sin dall’inizio, nei propositi di Giovanni Falcone anche durante le sue peregrinazioni professionali nell’est e nell’ovest della Sicilia.
  • Qui era lo scopo della sua vita e qui si preparava ad arrivare per riuscire a cambiare qualcosa. Qui ci preparavamo ad arrivare e ci arrivammo, dopo lungo esilio provinciale, proprio quando la forza mafiosa, a lungo trascurata e sottovalutata, esplodeva nella sua più terrificante potenza [morti ogni giorno, Basile, Costa, Chinnici, Dalla Chiesa].
  • Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo, e non solo nelle tecniche di indagine, ma perché consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare nella stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno.
  • La lotta alla mafia (primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte, (perché prive o meno appesantite dai condizionamenti e dai ragionamenti utilitaristici che fanno accettare la convivenza col “male”), a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.
  • Ricordo la felicità di Falcone e di tutti noi che lo affiancavamo quando in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta egli mi disse: “La gente fa il tifo per noi”. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice (simile affermazione è anche di Di Pietro).
  • Significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la forza di essa.
  • Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare poco perché ben presto sembrò sopravvenire il fastidio e l’insofferenza al prezzo che la lotta alla mafia doveva essere pagato dalla cittadinanza. Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini. Insofferenza legittimante il garantismo di ritorno che ha finito per legittimare provvedimenti legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla mafia (nuovo codice) o hanno fornito un alibi a chi, dolosamente o colposamente di lotta alla mafia non ha più voluto occuparsene.
  • In questa situazione Falcone va via da Palermo. Non fugge ma cerca di ricreare altrove le ottimali condizioni del suo lavoro. Viene accusato di essersi troppo avvicinato al potere politico. Non è vero! Pochi mesi di dipendenza al ministero non possono far dimenticare il suo lavoro di dieci anni.
  • Lavora incessantemente per rientrare in condizioni ottimali in magistratura per fare il magistrato indipendente come lo è sempre stato. Muore e tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita. Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato, hanno perso il diritto a parlare.
  • Nessuno tuttavia ha perso il diritto anzi il dovere sacrosanto di continuare questa lotta. La morte di Falcone e la reazione popolare che ne è seguita dimostrano che le coscienze si sono svegliate e possono svegliarsi ancora.
  • Molti cittadini (ed è la prima volta) collaborano con la giustizia. Il potere politico trova il coraggio di ammettere i suoi sbagli e cerca di correggerli, almeno in parte. Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro.
  • Occorre dare un senso alla morte di Falcone, di sua moglie, degli uomini della sua scorta.
  • Sono morti per noi, abbiamo un grosso debito verso di loro. Questo debito dobbiamo pagarlo - gioiosamente - continuando la loro opera. Facendo il nostro dovere.
  • Rispettando le leggi anche quelle che ci impongono sacrifici. Rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro).
  • Collaborando con la giustizia.
  • Testimoniando i valori in cui crediamo anche nelle aule di giustizia.
  • Accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità.
  • Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo».

ULTIMO SALUTO A GIOVANNI FALCONE - Palermo, Veglia 20 giugno 1992

 

 

Paolo Borsellino: «In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita». Palermo, 25 giugno 1992 Biblioteca Comunale di Casa Professa

 

“Non sono nè un eroe nè un Kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederà nell'aldilà. Ma l'importante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento. Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno.”  PAOLO BORSELLINO

 

 

Il fresco profumo della libertà che si contrappone al puzzo del compromesso...
"La lotta alla mafia, (primo problema da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire il fresco profumo della libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità" Paolo Borsellino 23/06/1992, durante la commemorazione un mese dopo la strage di Capaci

 

Questa stagione del <<tifo per noi>> sembrò durare poco, perché ben presto sopravvennero il fastidio e l'insofferenza al prezzo che la lotta alla mafia, alla lotta al male, doveva essere pagato dalla cittadinanza.  Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza a una lotta d'amore che costava però a ciascuno, non certo i terribili sacrifici di Falcone, ma la rinuncia a tanti piccoli o grossi vantaggi, a tante minime o consistenti situazioni fondate sull'indifferenza, sull'omertà o sulla complicità. Paolo Borsellino

Paolo Borsellino porta la bara di Falcone nell’atrio del Palazzo di Giustizia adibito a camera ardente. Poggiato il feretro, si rivolge ai suoi colleghi indicando le bare: «Chi vuole andare via da questa Procura se ne vada. Ma chi vuole restare sappia quale destino ci attende. Il nostro futuro è quello. Quello lì. Ragazzi vi parlo come un padre, come un fratello maggiore, ho il dovere di dire che non possiamo farci illusioni, se restiamo, il futuro di alcuni di noi sarà quello» e con una mano indica le bare di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. 
Poi aggiunge: «Io resto e resto solo per loro e con una mano indicò la folla. Non posso lasciarli soli!». da “Gli Ultimi Giorni di Paolo Borsellino” di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo



Carissimo Paolo, al di là dei saluti ufficiali, anche se sentiti, un momento privato, un colloquio tra noi. Noi tutti siamo qui a Marsala con te fino dal tuo arrivo, ma ognuno di noi porta nel suo cuore un pezzetto di storia da raccontare sul lavoro a Marsala, nella procura che tu hai diretto. Ci piacerebbe ricordare tante situazioni impegnative o tristi o buffe che ci sono capitate in questa esperienza comune, ma l’elenco sarebbe lungo e, allo stesso tempo, insufficiente. Possiamo comunque dirti di aver appreso appieno il significato di questo periodo di lavoro accanto a te e le possibilità che ci sono state offerte: l’esperienza con i pentiti, i rapporti di un certo livello con la polizia giudiziaria, sono situazioni rare in una procura di provincia, e la tua presenza ci ha consentito di giovarci di queste opportunità. Abbiamo goduto, in questi anni, di un’autorevole protezione, i problemi che si presentavano non apparivano insormontabili perché ci sentivamo tutelati. Qualcuno ci ha riferito in questi giorni che tu avresti detto, ironizzando, che ogni tuo sostituto, grazie al tuo insegnamento, superiorem non recognoscet. Sai bene che non è vero, ma è vero invece che la tua persona, inevitabilmente, ci ha portati a riconoscere superiore solo chi lo è veramente. Ci sono state anche delle incomprensioni, e non abbiamo dimenticate nemmeno quelle: molte sono dipese da noi, dalle diversità dei caratteri e dalla natura di ognuno; altre volte, però, è stata proprio la tua natura onnipotente a vedere ogni cosa dalla tua personale angolazione, non suscettibile di diverse interpretazioni. Tuttavia, anche in questo sei stato per noi un “personaggio”, ti sei arrabbiato, magari troppo, ma con l’autorità che ti legittimava e che mai abbiamo disconosciuto. Anche nel rapporto con il personale abbiamo apprezzato l’autorevolezza e la bontà, mai assurdamente capo, ma sempre “il nostro capo”. E poi te ne sei andato, troppo in fretta, troppo sbrigativamente, come se questo forte rapporto che ci legava potesse essere reciso soltanto con un brusco taglio, per non soffrirne troppo. Il dopo Borsellino non te lo vogliamo raccontare: pur se uniti tra noi, in tantissime occasioni abbiamo sentito che non c’eri più, e in molti abbiamo avvertito il peso, talvolta eccessivo per le nostre sole spalle, di alcune scelte, di importanti decisioni. E adesso il futuro, il tuo, ma anche il nostro. Noi ti assicuriamo, già lo facciamo, siamo all’erta, sappiamo che cosa vuol dire “giustizia” in Sicilia ed abbiamo tutti valori forti e sani, non siamo stati contaminati, e se è vero che “chi ben comincia...”, con ciò che segue, siamo stati molto fortunati. Per te un monito: è un periodo troppo triste ed è difficile intravederne l’uscita. La morte di Giovanni e Francesca è stata per tutti noi un po’ la morte dello stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c’erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo stato in Sicilia è contro lo stato, e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello stato. I "tuoi sostituti"  

 

 Una mattina, mentre sono in caserma, scoppio a piangere. Sarà il destino, ma pochi minuti dopo arriva Borsellino, quel giorno non è prevista una sua visita. Mi trova in lacrime, mi chiede: «Cosa c’è Piera, hai paura? Temi che qualcuno possa avere capito cosa stai facendo? Dimmelo, troviamo subito un rimedio, ma dimmi cosa ti passa per la testa».  Io smetto di piangere, mi asciugo le lacrime, gli racconto tutto: non ce la faccio a stare nel villaggio turistico con i ragazzi che mi vengono dietro mentre mia figlia è lontana da me. Basta, voglio finirla qui, smetto tutto. Gli annuncio che voglio stracciare tutti i verbali che ho compilato e tornarmene a casa. Basta. Sono sconsolata, non ho più speranze, penso che per me la vita sia finita. Ho subito troppi traumi in poco tempo. Vedo tutto nero. La morte di mio marito ha fatto finire tutto. Ho solo mia figlia, e per giunta adesso non è accanto a me. Borsellino a questo punto mi prende per le braccia, mi spinge con dolcezza e mi mette davanti allo specchio che ho già visto accanto alla porta d’ingresso della caserma.  Mi tiene stretta, vedo la mia immagine riflessa e dietro di me l’immagine di Borsellino. Il giudice mi fa questa domanda: «Piera, tu cosa vedi allo specchio?». E io: «Vedo una ragazza con un passato turbolento, un presente inesistente e un futuro con un punto interrogativo grande quanto il mondo. Che futuro posso avere io, zio Paolo?». Lui mi guarda fissando i miei occhi che si riflettono sullo specchio. E dice: «Io vedo una ragazza che ha avuto un passato turbolento, che però si è ribellata a questo passato che non ha mai accettato. Vedo una ragazza che ha un presente e avrà un futuro pieno di felicità. Non per altro: hai diritto ad avere felicità per tutto questo che stai facendo».       da “Maledetta Mafia” di Piera Aiello e Umberto Lucentini

 

Piera, la ragazzina che inacastrò la mafia del Belice  Il suo nome è Piera Aiello. Molti non conosceranno il suo nome, ma tanti sicuramente si. E tra i tanti ci sono anche esponenti mafiosi, tra cui anche alcuni della provincia di Agrigento, che Piera, con le sue dichiarazioni, contribuì a smascherare. Piera Aiello è una testimone di giustizia e vive da 25 anni lontana dalla Sicilia. Quando decise di dire tutto quello che sapeva aveva appena 24 anni. Piera ha rilasciato una intervista alla televisione svizzera e ha ripercorso la sua storia, la storia di una ragazza che nel 1991 decise di testimoniare contro gli assassini del marito, Nicolò Atria, assassinato, in un agguato mafioso all’ interno della sua pizzeria a Montevago. Grazie alle sue rivelazioni scattò un blitz tra Sciacca, Montevago e Marsala che portò in carcere dieci presunti boss e gregari, accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso, omicidio ed altri reati. Piera Aiello, con la sua collaborazione permette, in concomitanza con quelle di un’altra ragazza, sua cognata, Rita Atria, di far arrestare numerosi mafiosi di Partanna, Marsala e Sciacca. Una lunga intervista, piena di amarezza e di ricordi struggenti. Tra questi quello di Paolo Borsellino, il procuratore che ascoltò le sue dichiarazioni. Un aneddoto pieno di significato è quello che Piera ha voluto raccontare: “Capivo che era una persona importante. Siccome nel mio paese tutte le persone importanti si facevano chiamare onorevoli, io faccio: «Senta, scusi onorevole.» Lui si gira: «Alt! Prima mi hai chiamato mafioso, ora onorevole. Con tutto il rispetto per la categoria, mi guardo bene dall’essere un onorevole. Sono un semplice procuratore della Repubblica. Ma tu chiamami zio Paolo.».. Questo era Paolo Borsellino. Piera Aiello ha scritto un libro: “Maledetta mafia”nel quale, in modo semplice ma efficace, racconta il coraggio di una donna che sceglie di “affrontare” la mafia.

C'è chi dice che non fa sconti a nessuno... mentre di fatto, pratica veri e propri saldi (al 100%)  etici e morali... "ma non sono stati condannati"... "L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c'è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati."   Paolo Borsellino

 

“Non era un eroe, ma un uomo che non scendeva a compromessi”.  - RITA BORSELLINO

Alfio Lo Presti, amico di Paolo Borsellino (n.d.r.): «Aveva premura, era evidentissimo che aveva premura di sistemare alcune cose. In quelle settimane si chiuse in un silenzio totale e non si confidava più. Aveva chiarissima l’ostilità del palazzo. Di quei giorni, e fu una delle ultime volte che lo vidi, ricordo uno scontro quasi violento. Eravamo a casa sua, unasera, come spesso accadeva. Io lo invitai a fermarsi un poco, a riflettere, a essere particolarmente prudente e lui mi rispose malamente. Io e la mia famiglia avevamo già fatto i biglietti per un viaggio in Indonesia. Con noi sarebbe venuta anche Fiammetta.      Fu quella sera, a conclusione di quel diverbio, che Paolo mi disse: “Tu mi devi fare solo un gran favore: ti devi portare via Fiammetta, lontano da qui”.  A quel punto io capii tante cose e decisi di non insistere più di tanto. Paolo era assolutamente cosciente del gran pericolo che correva e la sua grande angoscia era la famiglia, i figli».  da “Visti da Vicino. Falcone e Borsellino gli Uomini e gli Eroi” di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti.

 

Il Paolo Borsellino che è vivo nella mente di Alfio Lo Presti è il trentacinquenne giovane e brillante magistrato degli anni Settanta ancora senza troppi problemi sulle spalle.  «Paolo è sempre rimasto tale e quale agli anni della gioventù, un uomo semplice. Gli piaceva stare con gli amici, a casa sua si mangiava in cucina il sabato sera, mai nella sala da pranzo, almeno tra di noi. Si parlava di politica, di calcio, gli piaceva stuzzicare suo figlio Manfredi che era interista e gli diceva che lui era milanista. Gli piaceva mangiare e bere, mangiava di tutto, ma anche questo con una certa sobrietà.  Cucinare no, mai, anzi a casa era sbadato e pasticcione. E le rare volte che andavamo a cena fuori preferiva sempre le trattorie alla buona. La sua preferita si trovava in via Discesa dei Giudici, dove mangiava sempre bollito e involtini. Ogni tanto aveva dei battibecchi con Agnese. Magari lei, da donna, avrebbe preferito qualche volta prendere parte a ricevimenti, manifestazioni ufficiali dove erano invitati, ma lui non ci voleva andare assolutamente. Non amava queste mondanità e diceva che quello era un ambiente ipocrita e falso. Tantomeno andava a casa delle persone che lo invitavano, tranne gli amici veri naturalmente. Sfido qualcuno a dire di avere avuto Paolo ospite».    Da  “Visti da Vicino. Falcone e Borsellino gli Uomini e gli Eroi” di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti.

Paolo BORSELLINO: «Ma secondo te, perché i colleghi di Caltanissetta non mi chiamano, non mi interrogano?», riferisce l’amico Antonio Tricoli. Da “Visti da Vicino. Falcone e Borsellino gli Uomini e gli Eroi” di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti.

 

[…] Era stato proprio Borsellino, da Procuratore della Re¬pubblica di Marsala, a lanciare un allarme nel 1988, quando aveva cercato di sventare il tentativo di scompaginare il pool lasciato da Antonino Caponnetto: «Giungono inquietanti segnali di disarmo delle strutture giudiziarie che avevano cosi efficacemente espletato questa necessaria attività di supplenza...».   Soffocate le legittime aspirazioni alla guida del pool da parte di Falcone, il CSM aveva nominato alla guida dell’ufficio il giudice Antonino Meli. E Borsellino poneva domande precise: «Il pool di Palermo svolge ancora il suo ruolo di punto di riferimento obbligato su ogni indagine su Cosa Nostra? Le trasformazioni personali che esso ha subito, specie nella direzione, hanno consentito quanto meno la continuità del lavoro?».   Da. “Oltre il Buio”, di Rosaria Costa Schifani e Felice Cavallaro.

 

Il motorino all'Asinara

 

Paolo BORSELLINO: «È una constatazione che io faccio all’interno della mia famiglia, perché sono stato più volte portato a considerare quali sono gli interessi e i ragionamenti dei miei tre figli, oggi tutti sui vent’anni, rispetto a quello che era il mio modo di pensare e di guardarmi intorno quando avevo quindici – sedici anni.  A quell’età io vivevo nell’assoluta indifferenza del fenomeno mafioso, che allora era grave quanto oggi. Addirittura mi capitava di pensare a questa curiosa nebulosa della mafia, di cui si parlava o non si parlava, comunque non se ne parlava nelle dichiarazioni degli uomini pubblici, come qualcosa che contraddistinguesse noi palermitani o siciliani in genere, quasi in modo positivo, rispetto al resto dell’Italia. Invece I ragazzi di oggi (per questo citavo i miei figli) sono perfettamente coscienti del gravissimo problema col quale noi conviviamo.  E questa è la ragione per la quale, allorché mi si domanda qual è il mio atteggiamento, se cioè ci sono motivi di speranza nei confronti del futuro, io mi dichiaro sempre ottimista. E mi dichiaro ottimista nonostante gli esiti giudiziari tutto sommato non soddisfacenti del grosso lavoro che si è fatto. E mi dichiaro ottimista anche se so che oggi la mafia è estremamente potente, perché sono convinto che uno dei maggiori punti di forza dell’organizzazione mafiosa è il consenso. È il consenso che circonda queste organizzazioni che le contraddistingue da qualsiasi altra organizzazione criminale».   Da “Epoca”, a cura di Antonietta Garzia del 14 ottobre 1992 (pubblicata postuma dopo la Strage di Via D’Amelio del 19 luglio 1992)

 

Borsellino arriva in famiglia nel tardo pomeriggio, teso, nervoso. A casa, però, trova spazio per un momento di ottimismo. Dice a Manfredi: «Sento che il cerchio attorno a Riina sta per chiudersi, stavolta lo prendiamo». Non fa il nome di Mutolo, non può farlo, ma confida a suo figlio che c’è un nuovo pentito, uno che sa tante cose, che ha fatto rivelazioni su uomini d’onore vicini a Riina. Ma c’è di più, anche se quel di più Manfredi lo verrà a sapere solo dopo: il giorno precedente, Mutolo ha promesso di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ecco perché Borsellino è così nervoso.  A un tratto propone ad Agnese: «Andiamo a Villagrazia, ho bisogno di un po’ d’aria, ma senza scorta, da soli». Agnese è stupita. «Da soli? Paolo, cosa c’è? È successo qualcosa?». «Andiamo», ordina. La moglie lo conosce, lo segue. In macchina, in silenzio, mentre cala la sera, Agnese lo guarda, capisce che è tormentato da mille angosce, mille dubbi. Riesce a fargli ammettere che qualcosa è successo: Mutolo ha parlato, ha detto cose gravissime, ha accusato personaggi al di sopra di ogni sospetto. Paolo è sconvolto, confida ad Agnese che alla fine dell’interrogatorio era cosi traumatizzato da avere addirittura vomitato.  «Stavo malissimo» dice. Anni dopo, Agnese, sentita come teste nel processo Borsellino ter, ricorda: «Mutolo gli aveva annunciato che avrebbe dovuto parlare di Signorino, però mio marito ha detto pure: “Se ne riparla la prossima settimana, perché è tardi e dobbiamo [...] abbiamo chiuso già il verbale, dunque se ne riparlerà lunedì”». La moglie di Borsellino afferma che Paolo quella sera non fa altri nomi. E lei non insiste con le domande, cogliendo il suo profondo turbamento. «Non gli ho fatto altre domande, sapevo che avrebbe significato ferirlo ancora di più. Capivo che dentro di lui provava un dolore immenso». Che ha detto di così sconvolgente Mutolo a Borsellino? Ha parlato solo di Contrada e Signorino? Ha parlato d’altro.   Da  “L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino” di Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco.

 

 

La farmacia è lì dalla fine dell’Ottocento. Il palazzo dove vivono è proprio di fronte, in via della Vetreria. Al piano nobile ci sono i padroni, i marchesi Salvo, al secondo piano c’è la loro casa. Dieci stanze, pavimenti con i mosaici, soffitti altissimi, un grande terrazzo dal quale si scorge il mare del Foro Italico.  Diego Borsellino e Maria Lepanto si sposano nel 1935. Nello stesso anno si ritrovano tutti e due dietro il bancone di legno della farmacia. Nel 1938 la prima figlia, Adele. Nel 1940 nasce Paolo. Nel 1942 Salvatore. Nel 1945 arriva Rita.  È una famiglia rispettata alla Magione, quella dei Borsellino. […] Cominciano però i tempi duri, alla Kalsa. Quello che più di mille anni prima era approdo di emiri e condottieri, ora è un quartiere sopravvissuto ai bombardamenti.  Paolo Borsellino cresce in una Palermo che fa fatica ad uscire dalla miseria. La farmacia di via della Vetreria non ha più i clienti di una volta, i Borsellino cambiano casa. Vanno ad abitare in una più piccola, in via Roma. Si laurea nel 1962. Quell’anno muore suo padre. Lo vede spegnersi.  Paolo Borsellino ha ventidue anni. La farmacia ha bisogno di un titolare ma in famiglia non c’è. Viene data in affitto per una cifra bassissima, in attesa che la sorella Rita prenda la laurea in Farmacia. È un periodo difficile, di sacrifici .    Da “Uomini Soli” di Attilio Bolzoni.

Gli attentati progettati e il trasferimento a Palermo   Nel settembre del 1991cosa nostra aveva già abbozzato progetti per l'uccisione di Borsellino. A rivelarlo fu il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, mafioso di Castelvetrano a cui il suo capo Francesco Messina Denaro aveva detto di tenersi pronto per l'esecuzione, che si sarebbe dovuta effettuare mediante un fucile di precisione o con un'autobomba. Tuttavia Calcara fu arrestato il 5 novembre e la sua situazione in carcere si fece assai pericolosa poiché, secondo quanto da lui stesso indicato, aveva in precedenza intrecciato una relazione con la figlia di uno dei capi di Cosa Nostra, uno sbilanciamento del tutto contrario alle "regole" mafiose e sufficiente a costargli la vita; se da latitante poteva ancora essere utilizzato per "lavori sporchi", da carcerato invece gli restava solo la condanna a morte emessa dall'organizzazione. Prima che finisse il periodo di isolamento, Calcara decise di diventare collaboratore di giustizia e si incontrò proprio con Borsellino, al quale, una volta rivelatogli il piano e l'incarico, disse: "lei deve sapere che io ero ben felice di ammazzarla". Dopo di ciò, raccontò sempre il pentito, gli chiese di poterlo abbracciare e Borsellino avrebbe commentato: "nella mia vita tutto potevo immaginare, tranne che un uomo d'onore mi abbracciasse". da Wikipedia

 Falcone e i giudici del Pool avevano avuto un approccio ben diverso col fenomeno del pentitismo. Certa stampa orchestra “sapientemente” una campagna di delegittimazione dei giudici accusandoli di utilizzare le confessioni dei pentiti con disinvoltura eccessiva. Definirono il maxiprocesso “strumento di una giustizia rudimentale” e i giudici antimafia una sorta di clan dagli oscuri obiettivi. In quei giorni il “Giornale di Sicilia”, quotidiano di Palermo, scrisse: “I processoni diventano inquisizione”; “i processi mastodontici non danno alcuna grande garanzia nell'accertamento della verità”; “il giudice istruttore fonde il suo ruolo con quello dell'inquisitore”; “con i processoni siamo in piena evoluzione inquisitoria, siamo con sempre più inquisizione e sempre meno processo”; la normativa sui pentiti determina “una situazione aberrante in cui il processo penale degrada ad arnese di polizia, a espediente di caserma trovano posto spie, delatori, confidenti, criminali promossi a collaboratori di giustizia”. I temi della lotta alla mafia e attualità del maxiprocesso monopolizzarono il confronto politico nel corso della campagna elettorale del 1987, in Sicilia.   Da “Falcone-Borsellino e i Segreti di Stato-Mafia”, di Benito Li Vigni.

IL VALORE DELL'AMICIZIA PER PAOLO BORSELLINO «Eccola , è la sentenza di rinvio giudizio del maxi processo a Cosa Nostra», mi dice con una punta di orgoglio. «Quanto lavoro , quanta fatica , quanta passione , lacrime e sacrifici sono legati a quel processo», ripete. «Dalle pagine del "Maxi", dai mille retro scena ad esso legati , ho avuto la certezza che la nuova mafia nasce qui , in provincia . Dei capimafia che la governano sappiamo ormai molto; sui loro sottoposti, "i sottopancia" li chiamano in gergo, c'è il buio totale. La stagione del maxi processo è finita , e io sono venuto a Marsala in cerca di nuovi stimoli , nuove frontiere. Con una certezza: gli anni del "maxi" continueranno seguirmi anche in questa Procura . Mazara , Partanna , Campobello , Salemi: è qui , nei paesi che ricadono sotto la mia competenza , la Roccaforte di cosa Nostra . Clan che con le cosche di Palermo , coi corleonesi di Totò Riina , hanno legame saldissimo: che io cercherò di recidere».  La poltrona di pelle nera dove sono seduto , alla destra della sua scrivania , diventa da quel giorno la «mia» poltrona . Cominciamo a parlare un po' anche di noi . Anzi , per la verità , io quasi non riesco ad aprire bocca . È lui che racconta. [...] Così , dopo ogni incontro , dopo ogni cena con i suoi sostituti che arrivano o partono verso le città d'origine , diventiamo ogni giorno un po' più amici . Ognuno nel rispetto del proprio ruolo , con un patto stipulato dopo un tacito accordo: il giornalista può cercare tutte le notizie che vuole , porre tutte le domande che crede , anche le più insidiose . Ma una sua frase , sempre la stessa , accompagnata da un suo gesto , sempre lo stesso , indica che il taccuino va chiuso: ogni confidenza , da quel momento in poi , non potrà essere usata per un articolo . Un «allora vabbene», con una marcata cadenza palermitana, le due «b» pronunciate tutto d'un fiato, è la parola d'ordine; i palmi delle mani che si poggiano sulla superficie della scrivania la conferma che tanto basta.  Estratto da "Paolo Borsellino" di Umberto Lucentini, edizioni San Paolo.

Lettera al Ministro dell'Interno Vincezo Scotti - Domenica 31 maggio 1992 --Onorevole signor ministro, mi consenta di rispondere all’invito da Lei inaspettatamente rivoltomi nel corso della riunione per la presentazione del libro di Pino Arlacchi. I sentimenti della lunga amicizia che mi hanno legato a Giovanni Falcone mi renderebbero massimamente afflittiva l’eventuale assunzione dell’ufficio al quale non avrei potuto aspirare se egli fosse rimasto in vita. La scomparsa di Giovanni Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi impedisce, infatti, di rendermi beneficiario di effetti comunque riconducibili a tale luttuoso evento. Le motivazioni addotte da quanti sollecitano la mia candidatura alla Direzione nazionale antimafia mi lusingano, ma non possono tradursi in presunzioni che potrebbero essere contraddette da requisiti posseduti da altri aspiranti a detto ufficio, specialmente se fossero riaperti i termini del concorso. Molti valorosissimi colleghi, invero, non posero domanda perché ritennero Giovanni Falcone il naturale destinatario dell’incarico, ovvero si considerarono non legittimati a proporla per ragioni poi superate dal Consiglio superiore della magistratura. Per quanto a me attiene, le suesposte riflessioni, cui si accompagnano le affettuose insistenze di molti dei componenti del mio ufficio, mi inducono a continuare a Palermo la mia opera appena iniziata, in una procura della repubblica che è sicuramente quella più direttamente ed aspramente impegnata nelle indagini sulla criminalità mafiosa. Lascio ovviamente a Lei, onorevole signor ministro, ogni decisione relativa all’eventuale conoscenza da dare a terzi delle mie deliberazioni e di questa mia lettera.
RingraziandoLa sentitamente  Paolo E. Borsellino La lettera rimarrà riservata. Scotti farà cenno al rifiuto di Borsellino solo dopo la strage di via D’Amelio in un’intervista al settimanale Panorama.

Da Capaci a via D'Amelio ricordando i 57 giorni.  Sabato 4 luglio 1992 - Paolo Borsellino si reca al Palazzo di Giustizia di Marsala per la cerimonia di saluto che era già stata rinviata altre volte dopo il trasferimento a Palermo. Borsellino parla a braccio, ricorda i sacrifici che i magistrati devono affrontare per assicurare alla nazione il servizio della giustizia, senza mai nominarlo cita il collega Vincenzo Geraci, il quale aveva scritto che a Marsala Borsellino era andato perché voleva una procura con il mare, e riceve una lettera di saluto dai “suoi” sostituti, i giovani pm cresciuti sotto la sua la protettiva negli anni delle inchieste marsalesi: Giuseppe Salvo, Francesco Parrinello, Luciano Costantini, Lina Tosi, Massimo Russo, Alessandra Camassa.*

Una lettera che Borsellino incornicerà ed appenderà nello studio di casa: ''A Palermo, ma non solo a Palermo, bisogna avere, si deve avere il coraggio di evitare o troncare amicizie, frequentazioni o semplici contatti con persone importanti o altolocate chiacchierate da cui si possono trarre favori più o meno leciti; si deve avere la forza di rinunciare a coltivare rapporti con persone che nel tempo hanno intrapreso un’altra strada, la strada della contiguità e della complicità con il malaffare e la delinquenza in genere.” Questo Paolo ha insegnato ai figli. La sua stessa vita è stata una continua rinuncia: una rinuncia ai divertimenti, alla vita mondana, ad amicizie risalenti ai tempi della scuola o dell’università con persone che egli stesso si era ritrovato a indagare e perseguire, anche per fatti molto gravi.  Agnese Borsellino  dal libro "Ti racconterò tutte le storie che potrò" di Salvo Palazzolo.

E' L'Uomo ! - Ci sono Uomini che vivono pur essendo morti. La loro Onestà è linfa che alimenta il vivo ricordo che mai si spegnerà. Il loro sorriso ci accompagna nel dedalo dell'ingiustizia indicandoci la via della legalità. In tanti pretendono d'essere i prescelti per sostituire, seppure in modo interinale, la grandezza del loro agire. E no! Cari minus habens, non siete all'altezza, giacchè uno sciame di ipocrisia affolla la vostra mente e il vostro cuore. L'Uomo che vive tra noi rappresenta più che mai lo splendore dell'anima pulita e onesta. Altri minus habens tentarono di fermarlo nell'esercizio nobile della sua professione di Magistrato. Non ci riuscirono, ma poi Cosa nostra spezzò i suoi sogni. Sto parlando del magistrato Paolo Borsellino e la mia mente non può non ricordare momenti di lavoro insieme. Ricordo con tenerezza quelle sigarette fumate in angusti spazi, dal dottor Borsellino e da noi astanti. In quella piccola stanzetta sembrava d'essere in Val Padana, tanto ero il fumo che aleggiava. Tra un interrogatorio e l'altro, la sigaretta rappresentava per noi uno sfogo: era un modo per esorcizzare i drammi, che l'interrogato ci raccontava con dovizia di particolari. L'Uomo Borsellino, un Uomo che aveva perso l'ilarità: ilarità per anni palesata e che mutò dopo il drammatico 23 maggio del 1992. Paolo Borsellino, nel mese di luglio 92, era un Uomo ferito ma non vinto. Era un Uomo determinato a far trionfare la Giustizia, ma era anche un Uomo triste. Il suo amico Giovanni attendeva il suo impegno: aspettava verità e giustizia. Quella verità e giustizia tanto agognata, che ancora oggi non siamo stati capaci di offrire all'Uomo Borsellino. Non siamo nemmeno in grado di dire, GIUSTIZIA E' STATA FATTA!  Pippo Giordano

ANTININO CAPONNETTO: Allora dissi: "Paolo, arrivederci a presto". Non è facile descrivere, né dimenticare lo sguardo che mi dette Paolo [...] "Ma sei sicuro" -disse- "Antonio, che ci rivedremo?". La domanda mi turbò, mi turbò molto, cercai di mascherare il mio turbamento, la volsi un po' in tono scherzoso: "Ma che stai dicendo, Paolo? Certo che ci rivedremo". E allora mi abbracciò, ma mi abbracciò con una, con una forza... che mi fece male! Mi strinse, non se ne rendeva conto... ma mi abbracciò come... come a non volersi distaccare, come a volere... tenere avvinto qualcosa di caro e portarselo via. Ecco, quello è stato... lì ho sentito che era l'addio di Paolo. (tratto da un'intervista su Paolo Borsellino)

Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era lui? Per amore! La sua vita è stata un atto d'amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l'amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria cui apparteniamo.  (G. Lo Bianco-S.Rizza, L'agenda rossa di Paolo Borsellino)

Le giornate di Paolo Borsellino sono pressoché tutte identiche: sveglia alle ore cinque, arrivo in procura alle ore sette, permanenza in ufficio fino alle ore ventuno, rientro a casa, quindi cena e ancora lavoro fino a notte fonda. Questi ritmi così sostenuti si spiegano con una frase che Paolo è solito ripetere ai suoi familiari in quei giorni: <<Il mio problema è il tempo...Sto vivendo la mafia in diretta>>. Il giudice è convinto che il prossimo obiettivo della mafia sarà lui: egli è l'erede naturale di Giovanni Falcone. Un rapporto dei ROS degli ultimi giorni di giugno segnala l'arrivo a Palermo di un carico di materiale esplosivo; Paolo ha pochi dubbi: il tritolo è per lui e il tempo che ha a disposizione per scoprire la verità sulla strage di Capaci è poco. La morte di Francesca lo ha sconvolto non solamente perché era una sua cara amica, ma anche perché egli vuole evitare che in un possibile attentato contro di lui possano essere coinvolti la moglie, i figli o gli uomini della scorta, che considera come figli adottivi. Per questo motivo Borsellino viola le più elementari norme di sicurezza: la mattina esce di casa da solo, senza scorta, facendo sempre il solito percorso per andare a comprare le sigarette e il giornale; inoltre, inizia a viaggiare da solo sulla sua Fiat Croma blindata, mentre gli uomini della scorta sono stipati dentro l'altra auto blindata. Così facendo il giudice vuole mandare un chiaro segnale ai suoi assassini: se lo vogliono colpire possono farlo quando lui è solo, la mattina a piedi o mentre si sposta in auto per andare in procura o per rientrare a casa la sera.  (Paolo Borsellino un eroe semplice di Roberto Rossetti)

Gli ostacoli che incontra chi combatte la mafia. (Paolo Borsellino)  - Vi è stata una estrema difficoltà di mezzi quando venne fatto un mandato di cattura contro trecentoventicinque persone subito dopo le dichiarazioni di Tommaso Buscetta: presso l'ufficio del pool antimafia non esisteva neanche una fotocopiatrice. Quella notte, mi ricordo, fu movimentata, perché si dovette fare il mandato di cattura con dieci giorni di anticipo: vi era stata una fuga di notizie e un settimanale minacciava l'indomani di uscire con uno scoop con tutte le dichiarazioni di Buscetta. E allora l'abbiamo bruciato sul tempo, e quello che dovevamo fare in dieci giorni l'abbiamo fatto soltanto in una notte. Tutta una serie di difficoltà operative, eccetera. Coloro che cominciarono a interessarsi di questi problemi non è che raccolsero grossa solidarietà all'interno del Palazzo di giustizia, perché si riteneva che fossero un po' dei fanatici o delle persone che si volevano interessare di una cosa che tanto andrà sempre così ed è inutile metterci mano. Poi questa indifferenza in gran parte. Si parla di un procuratore generale che avrebbe chiamato il giudice Chinnici e avrebbe detto: Guarda, riempi il collega Falcone di piccoli processi di rapina, così finisce di rompere le scatole e occuparsi di problemi di mafia. Questo è scritto io non so quali atti, però si sapeva è scritto nel diario del giudice Rocco Chinnici. (Le ultime parole di Falcone e Borsellino di Antonella Mascari)

Sabato 13 giugno 1992 - Paolo Borsellino incontra a Palermo l‟ex-presidente Francesco Cossiga che lo invita a candidarsi alla guida della Superprocura. “Glielo dissi chiaro e tondo - ricostruisce oggi Cossiga - è inutile che si agiti: lei è il successore e l‟erede di Falcone. Lei e nessun altro”

Ci sapeva fare con i mafiosi pentiti Paolo Borsellino, così come Giovanni Falcone è tanti colleghi col vero senso della giustizia. Alcuni sostengono che una delle cause del delitto sia stata proprio l'essere vicino a scoprire i mandanti e gli esecutori della strage di Capaci. Voleva continuare a difendere Giovanni Falcone come aveva fatto quando l'amico era vivo. In ogni caso, Paolo Borsellino aveva certamente il senso di andare incontro alla sua morte. Avrebbe potuto cambiare strada, ne avrebbe avuto motivo più che in passato. Rimase per fedeltà a un'amicizia. Il 23 giugno del 1992, a Palermo, nella monumentale basilica di san Domenico, Borsellino tenne uno splendido discorso in memoria dell'amico Falcone, le sue parole, rievocate oggi, hanno ancora un timbro umano inconfondibile. Parlando di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ci parlava di se stesso: Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto d'amore verso la sua città, verso la terra che lo ha generato. Perché se l'amore è soprattuttoed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore la patria cui apparteniamo (da l'agenda rossa di Paolo Borsellino)

Borsellino e Falcone sono stati testimoni è questo il significato del termine "Martire" di una fede nella giustizia e di una speranza di redenzione che sole, al di là di ogni responsabilità dello Stato, possono cambiare la Sicilia e sconfiggere la mafia. Dal libro di Vincenzo Ceruso -UOMINI CONTRO LA MAFIA

 Lunedì 1 giugno 1992 - Alla sera qualcuno suona al campanello della casa di Paolo Borsellino in via Cilea a Palermo. È una processione di carabinieri e poliziotti che vogliono chiedere al giudice una “raccomandazione” per essere annessi alla sua scorta. Ad aprire la porta di casa è Lucia, mentre Borsellino è ancora al lavoro in ufficio. Lucia fa accomodare tutti in salotto. Quando il giudice torna a casa ha però una reazione inaspettata: vede questi estranei in casa, chiama i familiari nella stanza più lontana e comincia a gridare contro di loro perché colpevoli di aver fatto entrare queste persone, non sopporta di vedere gente in casa, è stanchissimo. Solo dopo qualche minuto i familiari riescono a spiegargli il perché di quella inconsueta visita. Borsellino fa in tempo a bloccare il gruppo che, capita l’antifona, sta per andarsene. Il giudice chiede scusa e dà appuntamento per l’indomani in procura: “Parliamone lì ragazzi”, acconsente.

«Si parlava di Falcone, delle indagini su Capaci, dei nuovi equilibri dentro Cosa Nostra. Terminiamo di cenare, ed il proprietario del locale si avvicina a Paolo, gli sussurra in un orecchio che il cuoco vorrebbe conoscerlo, nulla di più. Paolo mi sembra imbarazzato dalla insolita richiesta, ma dice di sì. Si alza, va incontro al cuoco, un uomo anziano, dal viso buono. Appena gli stringe la mano, questi si mette a piangere come un bambino. Paolo resta pietrificato per pochi secondi. Poi, commosso, lo abbraccia. I due escono dal ristorante, cominciano a passeggiare parlando fitto fitto, come vecchi amici, in palermitano stretto. “Sai Antonio”, mi racconta in auto mentre rientriamo a Palermo, “stavo per mettermi a piangere anch'io. Ha voluto dirmi che i palermitani onesti, i padri di famiglia, sono al nostro fianco”. Quella cena con i carabinieri, Borsellino, la ricorderà per sempre. La chiamerà “la cena degli onesti”. (Da Capaci a via D'Amelio ricordando i 57 giorni - Venerdì 5 giugno 1992  - Antonio Ingroia racconta che alla sera, durante una cena a Terrasini, organizzata dai carabinieri, il calore delle gente raggiunge Paolo Borsellino in pieno.)

QUANDO IL GIUDICE BORSELLINO "INTERROGO' " EZIA. Qualche mese fa trovammo un articolo del 2001 in cui il Dr Luciano Costantini, collega del Giudice Borsellino a Marsala, ricordandolo, parlava di una bambina bionda che fu "interrogata" da Paolo Borsellino a fine anni 80. La bimba era stata testimone di un incidente aereo avvenuto vicino Birgi. Dopo aver visto l’ accaduto si chiuse in un mutismo assoluto fin quando non arrivò lo ''zio Paolo''  Siamo riusciti, tramite nostri canali , a rintracciare quella che nel 1989 era una bambina di soli 8 anni. Si chiama Ezia, ed ha accettato, in esclusiva per il gruppo Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino, di rispondere a delle nostre domande raccontandoci quegli anni..

Domanda: Come entrò il Dottore Borsellino nella vita della sua famiglia e come lo conosceste?
Ezia: Paolo Borsellino “entrò” nella nostra vita, mia e della mia famiglia, nel lontano 1987, quando era Procuratore Capo a Marsala. Avevamo un ristorante a Marsala, La Torre, vicino al mare, a San Teodoro. Un ristorante a conduzione familiare, e il Dr Borsellino veniva spesso a mangiare da noi. Io avevo appena 6 anni quindi i miei ricordi sono vaghi perché essendo piccola lo consideravo un cliente come gli altri. I miei invece hanno ricordi molto precisi perché sapevano chi fosse. A lui piaceva molto sia il posto, sia il fatto che ci fosse un clima familiare, con piatti semplici e caserecci e amava la nostra discrezione. Ricordo che le prime volte che sentii parlare e vidi il Giudice Borsellino, lui era in compagnia di altri magistrati, con le rispettive scorte. Successivamente iniziò a venire anche da solo, a volte in compagnia di due colleghe, assolutamente in incognito, a bordo di una 500 bianca viaggiando sul sedile dietro e coperto da uno scialle a quadrettoni. Prima di scendere dalla macchina, visto che era un orario insolito per la cena, una delle signore ci chiedeva di aprire la porta e solo allora lui scendeva ed andava ad occupare il solito posto, spalle al muro e occhi rivolti verso l’entrata. Solo molto tempo dopo mi spiegarono che lo faceva per questioni di sicurezza. Ero troppo piccola per capire, sembrava un gioco..

Domanda: Che tipo di pietanze amava mangiare?
Ezia: A volte dei piatti tipici e diceva, in maniera scherzosa, che la Sig.ra Agnese non glieli avrebbe mai preparati in quanto molto ''pesanti ''come la pasta con il nero di seppia o frittura mista.
Domanda: Ha un ricordo particolare di qualche serata al vostro locale?
Ezia: Veramente più di uno. Una sera, ad esempio, arrivò mentre noi cenavamo con pasta fresca condita con il sugo di pollo ruspante e con fare amichevole ci chiese se potesse sedersi con noi al tavolo. Per tutti noi fu una gioia ma anche un imbarazzo che superammo immediatamente perché lui incominciò a mangiare il pollo con le mani come si mangia il pollo ruspante e si sentiva a suo agio come fosse a casa sua. Quella sera iniziò un rapporto più confidenziale con tutti noi tanto che con i miei incominciarono a darsi del tu e mia madre, soprattutto, lo riprendeva quando lo vedeva arrivare da solo senza scorta.
Un’altra sera, verso le 19.30,arrivò in compagnia delle solite colleghe. Ordinò e dopo circa 10 minuti arrivarono tre ragazzi in vespa, entrarono e si accomodarono proprio davanti a loro, accanto alla porta di uscita con un sacchetto di plastica in mano.
In quel momento il giudice senza mettere in ansia le colleghe fece un cenno a mia madre con lo sguardo, il senso era:“ Cerca di capire chi sono..”.La prima cosa che fece mia madre fu quella di fare uscire noi bambini dal ristorante e, sempre con gli occhi e lo sguardo, chiese a mia zia di cercare di capire. Questa, con una scusa, si avvicinò ai ragazzi e chiese loro cosa avessero nel sacchetto di così misterioso da custodire così gelosamente. E, in quel momento si accorse che nel sacchetto c’erano solo attrezzi del vespino, stavano aggiustando la vespa proprio fuori dal mostro ristorante.. e così la paura, tanta paura, finì in una grande risata collettiva.

Domanda: Lei fu “interrogata” dal dr Borsellino per un evento molto particolare. Le va di raccontarlo?
Ezia: Si, sono ricordi che resteranno indelebili nel mio cuore e nella mente, e che lo saranno per sempre, partendo dal giugno del 1989.  Un aereo militare precipitò proprio di fronte al ristorante. In quel tratto di mare che tante volte il Giudice Borsellino ammirava dal suo tavolo. Io ero in punizione, non volevo asciugare i capelli, e guardavo gli aerei militari che facevano dei giochi in aria tipo le frecce tricolori, quando ad un certo punto uno di questi perse quota, toccò l’acqua del mare e cosa strana prese di nuovo quota ma per poi scoppiare in alto poco dopo pochi secondi.  L’impatto fu tremendo tanto che mia madre accorse da me non sapendo cosa fosse successo. Io non riuscivo a rispondere ad alcuna domanda che mi faceva lei. Non mi usciva più la voce, ma segnalai con i gesti quanto era appena accaduto. Riuscivo solo a dire che era caduto un aereo. Dopo pochi minuti arrivarono tutti i soccorsi i giornalisti e operatori vari facendo delle domande a cui nessuno volle rispondere.  Solo quando arrivò il Giudice Borsellino i miei genitori dissero, in forma privata, che io avevo assistito a tutto e che se lo avesse ritenuto opportuno, avrebbe potuto provare a parlare con me. Allora mi si avvicinò, aspettò che tutti fossero andati via, e con molta pacatezza, mi chiese se mi andava di raccontare allo “Zio Paolo” quella mia giornata particolare. Io a quel punto seduta sulle sue ginocchia raccontai tutto quello che avevo visto. Con il senno di poi, oggi da adulta, posso dire che il ricordo di quella nostra conversazione non solo non mi ha traumatizzata ma in quel momento fece sentire me, una bambina di soli 8 anni, la protagonista di un evento particolare dove io ero la protagonista di un racconto. Da quel momento, ''lo zio Paolo” divenne, per me, molto importante, compresi che se avessi avuto bisogno lui ci sarebbe stato. E infatti, da quel momento, ogni qual volta veniva da noi, io mi sedevo in braccio, o vicino, a lui e consumavamo la cena assieme e mi parlava della sua famiglia, mi raccontava dei suoi figli, della sua splendida moglie. Certo nel modo in cui si può raccontare a una bambina di 8 anni ma avevamo instaurato un rapporto di complicità come solo un grande Uomo può instaurare con una bimba così piccola. Amava i bambini, riusciva a diventare egli stesso bambino nel parlarci. Una grande complicità che non scorderò mai..

Domanda: Poi il Dottore Borsellino andò a Palermo, tornò a trovarvi?
Ezia: Si tornò. Per questioni logistiche lo vedevamo di meno ma non per questo i nostri incontri erano meno piacevoli del solito. Per me lo zio Paolo non era l’uomo pubblico conosciuto da tutti, anche perché non sapevo il vero ruolo della sua professione, per me era un amico a cui riuscivo a raccontare le piccole cose della vita di una bambina. L’ultima volta che lo vidi mai avrei pensato che fosse l’ultima ma che ci sarebbero stati altri 10, 100 1000 incontri. Fu un arrivederci e non un addio. Pensavo che da li a poco sarebbe ritornato con un dono che lui pensava potesse rendermi felice, infatti mi disse:”Appena torna, lo zio Paolo ti porta una meravigliosa bambola come te”. Dopo un pò’ di tempo, in un caldo giorno di Luglio, mentre guardavo la TV appresi della morte dello zio Paolo e subito corsi dai miei a farmi spiegare cosa fosse successo. Le spiegazioni che mi diedero non mi convinsero perché dentro di me ero convinta che non esistesse persona al mondo che potesse fargli così tanto male visto che era una persona buona e altruista. Ma nello stesso momento, adesso mi vergogno quasi a raccontarlo, mi sentii quasi tradita non potendolo più rivedere, ero quasi offesa. Non potevo accettare che lo zio Paolo non ci fosse più e allora lo aspettavo. Speravo di vederlo arrivare, speravo di vederlo entrare.
Fonte: Fraterno Sostegno ad Agnese Borsellino

1 luglio 1992 - Paolo Borsellino si reca a Roma. Ha ricevuto notizia che il pentito Gaspare Mutolo ha delle rivelazioni importanti da fare. Vuole parlare direttamente con Borsellino, l’unico giudice di cui si fida e che considera di integrità morale assoluta. L’interrogatorio "segreto" inizia alle ore 15:00 negli uffici della DIA (Direzione Investigativa Antimafia). Mutolo parla a ruota libera delle commistioni tra mafia e istituzioni. In particolare, fa i nomi del giudice Signorino e del numero tre del SISDe Bruno Contrada. Li definisce “avvicinabili”, ovvero pronti ad obbedire docilmente alle richieste di Cosa Nostra. L’interrogatorio prosegue per circa tre ore fino alle 18:00, quando Paolo Borsellino riceve una chiamata dal Ministero. Gli viene fatto sapere che deve recarsi urgentemente negli uffici del neoministro dell’interno Nicola Mancino. L’interrogatorio viene interrotto. L’avvocato generale di Palermo Vittorio Aliquò accompagna Borsellino “fin sulla porta del ministro”. Alle 18:30 il giudice è negli uffici del Ministero. A sorpresa, però, non ci trova Mancino, ma il capo della Polizia Vincenzo Parisi e Bruno Contrada, personaggio citato poco prima dal pentito. Sempre l'agente del Sisde avrebbe riferito al giudice : "Se gli serve qualcosa a Gaspare fammi sapere". Ma come faceva a sapere dell'incontro, visto che doveva essere segreto? Alla fine, verso le 19:30, finalmente, compare anche Mancino. La conversazione col ministro dura una mezz’ora. Verso le 20:00 Borsellino torna alla DIA per riprendere l’interrogatorio. Mutolo vede il giudice sconvolto, talmente agitato da accendersi due sigarette alla volta. Gli chiede scherzosamente se non è contento di aver visto il ministro. Borsellino risponde adirato: “Ma quale ministro e ministro! Sono andato dal dottor Parisi e dal dottor Contrada!”. Tornato a casa la sera, la moglie ricorderà di averlo visto vomitare: “Sto vedendo la mafia in diretta”.

DUE GRANCHI, LA PIOVRA E UN PACCHETTO DI SIGARETTE - Che bella che sei vista dall'alto amata Palermo. Quasi sembra un paradiso migliore in cui io mi trovo. I tuoi vicoli, le tue chiese, i tuoi palazzi, i tuoi colori, il tuo mare. Anche il cielo che ti sovrasta sembra essere più blu che altrove. Forse è per questo che ti ho difeso e protetto, o forse è perché quando ti porti dentro un profondo senso di giustizia essere onesti non è una scelta è un'ovvietà. Non è che il mio destino potesse essere diverso da quello che è stato, lo sapevo...e ti ho vissuto lo stesso. Mi dispiace di essere dovuto salire su una nuvola per vederti bella. Avrei preferito ammirarti dal basso....mentre mi avvolgevi con tutta la storia, i suoni, i sapori che fanno parte di te. Quando giocavo e avevo sogni di bambino, sogni puliti e semplici. Come semplice e pulita è la parola GIUSTIZIA. Quando ridevo senza preoccuparmi che il domani non ci fosse. Sono tornato a ridere da quando gioco con gli angeli. Perché qui in paradiso, la GIUSTIZIA esiste, e io sto bene e mi sento la normalità non l'eccezione. Perché deve esistere un posto in cui ci si sente a casa, e non importa se è sopra o sotto le stelle, non importa se è la cava con le sue barche o il cielo con le sue traiettorie. Sulla terra sono stato un uomo antimafia e mi sono sentito sbagliato. Qui sono giusto, dentro e fuori. Persino Dio mi accarezza e mi sorride, lo fa anche con Giovanni con il quale spesso parliamo di Antimafia, in quanti la usano questa parola...i politici nei  loro discorsi, i giovani durante le manifestazioni, i professori all' università, i Preti nelle loro omelie, gli avvocati nelle aule di tribunale. Tutti a dire che la mafia fa schifo. E a volte non ci si accorge che la mafia non è una pistola puntata...una bomba a comando...una lettera di minacce. La mafia è un pensiero, SOTTILE...INFIDO E MESCHINO. E' il pensiero del giovane che cerca la raccomandazione convinto che sia la regola. E' il pensiero del politico che esercita il voto di scambio a una fiaccolata, è il pensiero di chi si batte il petto in chiesa e non riesce a rimettere un debito, che sia uno al suo prossimo. La mafia si è evoluta spara alle coscienze prima che ai corpi, spara al coraggio prima che alle gambe, e non dubito che le nostre idee camminino sulle gambe di molti, ma mi chiedo: quanti di questi molti sarebbero disposti a farsi saltare in aria. A lasciare il loro cuore sulla terra, o riuscirebbero a sopportare l'idea di far soffrire chi gli è accanto solo in nome di un impalpabile ideale. Amare riflessioni per una Palermo da amare. E già è bella Palermo. Ho qui Giovanni, Francesca, adesso anche Agnese. Parte del mio cuore mi è accanto. Ma io, Paolo Borsellino, sarò felice quando tu, amata mia Palermo, smetterai di dire di essere antimafia, e inizierai a esserlo, perché solo allora nel silenzio della coerenza che non cerca clamori, io saprò che sei cambiata e che non devi dimostrarlo a nessuno. Io saprò che sei la città che ho difeso, e per la quale ridarei la vita mille volte ancora.  (In ricordo di Paolo Borsellino da un'idea di Amantia Alessandro  - Testo di Sofia Muscato. Con la collaborazione straordinaria di Dario De Santis (Io, Paolo Borsellino, e la mia amata Palermo.)

"Non gli riferite troppi particolari sulle indagini che state svolgendo. Non mi fido di lui". "Di Lello? Sta assittato supra ' na cartedda ' e munnizza". La prima frase è di Paolo Borsellino. Era rivolta ai colleghi della procura. L' uomo di cui Borsellino non si fidava era Pietro Giammanco, il capo della procura. La seconda è di Giammanco. La urlò, battendo i pugni sul tavolo e bestemmiando, ai sostituti che, dopo la strage di Capaci, gli facevano notare come Giuseppe Di Lello, componente storico del pool antimafia, non fosse adeguatamente protetto. Significa "sta seduto su un mucchio di spazzatura", si usa per indicare chi si dà delle arie. Sono le ultime stoccate inferte a Giammanco dai sostituti ascoltati ieri dal gruppo di lavoro antimafia del Consiglio superiore della magistratura. Che Borsellino non si fidava di Giammanco lo hanno riferito Vittorio Teresi e Antonio Ingroia, due dei dimissionari. La frase di scherno sul conto di Di Lello l' hanno ricordata in parecchi. Di Lello, come giudice per le indagini preliminari, è sovraccaricato di processi di mafia - ricordano i colleghi - ma gira con la "Fiat Uno" guidata dalla moglie, seguita da una macchina blindata. Ma per Giammanco è uno che non merita alcuna attenzione, è un montato. Ieri, le audizioni si sono concluse con Elio Spallitta, uno dei tre aggiunti, cioè dei vice di Giammanco, e con Maria Vittoria Randazzo, Luigi Patronaggio, Maurizio De Lucia e Salvatore De Luca. Ma nell' aria aleggiava ancora vivissimo il ricordo delle dure parole usate poche ore prima da Maria Falcone, la sorella di Giovanni. "Le sue dichiarazioni sono state fondamentali per capire quale era il clima di quegli anni a Palermo", dicono molti consiglieri. E Nino Condorelli, relatore della pratica, aggiunge: "Quello che ha detto la testimone è stato molto chiaro. Se Falcone se n' è andato, preferendo lavorare al ministero, lo ha fatto solo perchè qualcuno lo ha messo in condizione di andarsene. Insomma, Falcone non ce la faceva più a stare a Palermo, dove c' era chi gli impediva di fare il suo dovere fino in fondo". Martedì non si riunirà più la prima commissione, quella che si occupa dei trasferimenti punitivi dei magistrati, ma la terza, incaricata invece dei trasferimenti a domanda. Si dovrebbe così risolvere senza traumi il problema della procura di Palermo, superando anche l' ostacolo rappresentato dal fatto che Giammanco è a capo dell' ufficio che lascerà solo da due anni e non da quattro, periodo minimo previsto dalla legge per poter chiedere uno spostamento ad altra sede. La norma prevede una deroga per gravi motivi e la terza commissione giustificherà la deroga stessa con la drammatica situazione venutasi a creare a Palermo. La pratica passerà una settimana dopo al plenum, che si riunirà anche per bandire ufficialmente il nuovo concorso per la superprocura. Naturalmente, non manca chi vorrebbe lasciare Giammanco dove sta. I consiglieri laici dell' area governativa (Dc, Psi, Psdi) lo difendono, vorrebbero salvarlo, se possibile glorificarlo, magari accompagnando la normalizzazione con il trasferimento degli otto sostituti ribelli. Costoro trovano ampi appoggi fuori del palazzo dei Marescialli. A scendere in campo al fianco di Giammanco è, ad esempio, Cossiga, il quale, intervistato dal Gr1, ricorda che Falcone non volle candidarsi a procuratore capo di Palermo perchè "non avrebbe mai voluto scavalcare un magistrato molto valoroso come Giammanco, che gli aveva sempre dimostrato grande lealtà e solidarietà". L' ex capo dello Stato ha anche rivendicato a sé l' idea di portare Falcone a Roma, al ministero. Quanto ai sostituti dimissionari, infine, Cossiga ha detto: "Questi magistrati stanno scappando, dicono, perché non si sentono tutelati dalla polizia. Pensino ai poliziotti che sono morti insieme con i magistrati: è una vergogna". Per quanto riguarda infine i problemi della sicurezza, oggi il ministro dell' interno Nicola Mancino e il capo della polizia Vincenzo Parisi incontreranno a palazzo dei Marescialli il vicepresidente del Csm Giovanni Galloni, il presidente e il vicepresidente della commissione riforma, Giuseppe Ruggiero e Giovanni Palombarini. "Stiamo esaminando", ha detto il ministro "i problemi del potenziamento, del rafforzamento, anche dal punto di vista qualitativo, dei mezzi di protezione oltreché degli uomini che vi sono addetti". DI GIAMMANCO NON MI FIDO" - Repubblica del 1 agosto 1992.di FRANCO COPPOLA

 

ROCCO CHINNICI E BORSELLINO - Rocco Chinnici è uno di famiglia. Arriva a casa loro senza annunciarsi. E' affettuoso, protettivo. Per Lucia, la primogenita di Paolo e Agnese, è come uno zio. La settimana prima, è andata con Chinnici e sua figlia Caterina in gita a Pantelleria in elicottero.

Borsellino si ritrova ormai circondato da cadaveri.

Boris Giuliano. Emanuele Basile. Mario D'Aleo. Rocco Chinnici. Si rintana nel Bunker con Giovanni Falcone, con Leonardo Guarnotta. Si immerge nelle indagini. Affoga fra le sue carte. Ha un debito d'amore verso gli amici che non ci sono più e verso se stesso.

"Chi te lo fa fare.."? continuano a ripetergli conoscenti e colleghi. Taglia rapporti, seleziona le frequentazioni, si fa sempre più guardingo. Si tiene vicino solo gli amici veri. E' un uomo diritto Paolo Borsellino, ha il culto della parola data, il senso dell'onore, è leale, generoso, sanguigno. L'uccisione di Rocco Chinnici l'ha scaraventato in una Palermo sempre più minacciosa che nasconde tanti tradimenti.
Sfila come testimone davanti ai suoi colleghi di Caltanissetta che indagano sulla morte del consigliere istruttore, racconta gli ultimi giorni di Rocco Chinnici, trascina gli esattori Nino e Ignazio Salvo in un vortice. E' 
solo anche in quel momento. Molti magistrati palermitani "dimenticano" quello che aveva in mente Chinnici, le sue indagini sui potenti cugini di Salemi, la sua intenzione di indagarli per mafia. Borsellino riferisce ogni dettaglio, spiega tutto. Palermo l'ha indurito, vive nel dolore. I suoi figli stanno crescendo in una città che non riconosce più. Lo sa che rischia lui e anche la sua famiglia. Ma Paolo Borsellino ha passione, sentimenti forti, resiste a ogni compromesso, è di una semplicità disarmante, vero, colto, capace di parlare per mezz'ora in un siciliano strettissimo e poi, all'improvviso, di recitare a memoria il Paradiso o i versi di Goethe sulla sua Palermo in tedesco. E' un uomo che ha paura per sé e per i suoi figli ma non arretra mai. Non ci pensa un solo istante a mollare. E finisce giù anche lui. Muore neanche due mesi dopo la strage di Capaci. Come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino viene dalla Kalsa. Da bambini hanno abitato a pochi passi l'uno dall'altro. (da -UOMINI SOLI- di Attilio Bolzoni)

LE SUE DIFFOCOLTÁ E LE SUE SOFFERENZE  - Le difficoltà professionali, e anche quelle personali, di Paolo Borsellino iniziarono il 4 maggio 1980. Quel giorno fu ucciso l‟ufficiale dei carabinieri Emanuele Basile, che fu un collega e anche un grande amico di Borsellino. Dopo la sua morte, a Borsellino furono assegnate delle guardie del corpo, per una maggiore sicurezza. La morte di Rocco Chinnici fu un evento ugualmente difficile per Paolo Borsellino e anche per la sua famiglia. Manfredi Borsellino, riguardo alla morte di Rocco Chinnici, sostenne che: “La strage ha sicuramente segnato per mio padre e la sua famiglia un punto di non ritorno”

All‟inizio del 1987, Leonardo Sciascia scrisse un articolo contro la nomina di Paolo Borsellino a Capo della procura di Marsala. Quest‟articolo fu all‟origine di numerose polemiche riguardo ai professionisti dell‟antimafia, come, infatti, era intitolato l‟articolo di Sciascia59. Leonardo Sciascia era lo scrittore preferito di Borsellino, che percepì l‟articolo come un duro attacco nei suoi confronti e una fonte di grande sofferenza. Nel suo articolo, Sciascia sosteneva che alcune persone stavano ricavando un personale tornaconto dallo scontro con la mafia siciliana: a suo avviso, una di queste era proprio Borsellino. Sciascia, inoltre, affermava che il nuovo Procuratore della Repubblica aveva ottenuto il posto grazie si molti incarichi ottenuti in precedenza. Sarebbe invece stato preferibile nominare Giuseppe Alcamo, il quale, secondo Sciascia, era più adatto a ricoprire questo incarico, data la sua maggiore anzianità. Il 23 maggio 1992, giorno in cui fu ucciso Giovanni Falcone, fu una data che provocò molta sofferenza a Paolo Borsellino. Egli non perse solo un collega di lavoro, ma anche un carissimo amico che si trovava nella sua stessa situazione professionale. Borsellino si ritrovò da solo e, di conseguenza, si sentì come un cadavere ambulante. Anche se si sentì intimorito da tutta questa situazione, egli riconobbe sempre i pericoli e le conseguenze del suo mestiere e, con questo suo atteggiamento, dimostrò molto coraggio. La morte di Falcone lo intimidì, ma nonostante ciò non si lasciò mai scoraggiare e continuò sempre a lavorare con il massimo impegno. Avrebbe voluto indagare sulla morte del suo amico, anche perché ciò lo avrebbe aiutato a colmare la sua sofferenza; però non gli fu possibile farlo in quanto la Procura di Palermo non era responsabile delle investigazioni sulla strage di Capaci. Trascorse molto tempo a esaminare e a valutare i fatti della strage e persino alcune conversazioni con Giovanni Falcone, risalenti al periodo immediatamente precedente alla disgrazia: queste gli fornirono alcune certezze riguardo alla dinamica di quell‟evento disastroso. Borsellino continuò a cercare di scoprire qualcosa riguardo alla strage di Capaci e, nonostante i tanti momenti di sconforto, ci fu qualcosa che lo indusse a perseverare: il senso che la popolazione siciliana fosse con lui e con tutti i giudici onesti.

In seguito alla strage di Capaci, Borsellino fu segnalato come la successiva vittima di Cosa Nostra. I segnali sul suo destino continuarono ad aumentare e nei corridoi dei penitenziari lo si diede già per morto. Ciò fu sostenuto dal maresciallo Antonio Lombardo, il quale si recò nella prigione di Fossombrone per interrogare Girolamo d‟Adda, un detenuto, sull‟esplosione di Capaci61. Il magistrato, a un mese dalla morte di Falcone, chiese a Mario Mori e Beppe De Donno, due ufficiali dei carabinieri, di cominciare un‟investigazione segreta, guidata solo da lui, sui collegamenti tra mafia e appalti. Secondo questi due ufficiali, Borsellino prese questa decisione perché riteneva che i rapporti tra mafia e appalti potessero essere tra i motivi principali della strage di Capaci62. Ufficialmente, egli non poteva avviare alcuna indagine in tale direzione, dato che come procuratore aggiunto era responsabile solo delle cittadine di Trapani e Agrigento. Il permesso d'investigare sulla Cosa Nostra palermitana arrivò solo la mattina del giorno della morte del giudice Borsellino. Tuttavia, ad Antonio Ingroia sembrò strano che Borsellino fosse certo che la causa della morte di Falcone era proprio la connessione tra mafia e appalti.  Oltre alle difficoltà professionali, alla morte del collega e al fatto di essere un bersaglio della mafia, Borsellino aveva un altro problema di cui si doveva preoccupare. Quest‟altra fonte di malumore fu per Paolo Borsellino la decisione del Movimento Sociale Italiano di nominarlo Presidente della Repubblica. Egli venne informato di questa decisione da Guido Lo Porto, amministratore del partito e suo amico. Borsellino fu grato della fiducia che il partito mostrava nei suoi confronti, però a suo avviso sarebbe stato necessario scegliere persone maggiormente adatte alla politica e non fare delle mosse dimostrative. Ciò nonostante, il partito lo nominò ugualmente, andando così contro il desiderio di Borsellino; azione che il magistrato non apprezzò per niente. Dopo la morte di Falcone, arrivò anche la candidatura di Borsellino alla carica di Superprocuratore. In seguito alla strage di Capaci, il ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli, decise di rinviare la scadenza per la presentazione delle candidature a capo della Superprocura, per dare ad altri magistrati la possibilità di partecipare al concorso:

Bisogna riaprire i termini del concorso alla carica di superprocuratore. Ci sono decine di magistrati validi e capaci che non avevano presentato domanda per concorrere alla carica. Non lo avevano fatto perché davano per scontato che nessuno meglio di Falcone fosse adatto per quel ruolo. È necessario dare la possibilità di concorrere.

Il ministro degli interni, Vincenzo Scotti, a nome anche del ministro Martelli, volle proporre Paolo Borsellino per la carica di superprocuratore. Questa proposta fu imprevista persino per Borsellino che accolse questa candidatura indesiderata con un silenzio colmo di rabbia e di dispiacere. Egli sentì che candidarsi al ruolo di capo della Superprocura e, di conseguenza, diventare il successore di Giovanni Falcone, sarebbe stata, come poi si rivelò, una mossa rischiosa, che lo avrebbe messo in prima linea nella lotta antimafia e che, di fatto, lo avrebbe designato come la vittima successiva. Al contrario di ciò che sostenne il ministro Scotti, Claudio Martelli disse di non aver raccomandato alcuna nomina, ribadendo di aver soltanto proposto al Csm di attivare nuovamente le scadenze per altre possibili candidature. Il ministro Scotti, intervistato a tal proposito, ribadì di non aver presentato nessuna candidatura; egli sembrò solo cercare di convincere Borsellino a candidarsi65. Ingroia fu tra le persone contrarie alla nomina di Borsellino a capo della Superprocura, perché aveva il timore che ciò lo avrebbe reso ancora più vulnerabile. Riguardo alla candidatura di Borsellino a superprocuratore, Giuseppe di Lello commentò che questa nomina avrebbe rappresentato una minaccia per la mafia, ma aggiunse che Borsellino era un incomodo per i mafiosi anche a Palermo e ciò poteva essere la ragione per cui ebbero tanta urgenza di liberarsi di lui. 

Borsellino, dal canto suo, si considerava come un testimone e fu consapevole di certe situazioni che decise di rivelare soltanto all‟autorità giudiziaria. Tuttavia, non sapremo mai a quali situazioni si stava riferendo, dato che non ebbe mai l‟opportunità di riferirli all‟autorità giudiziaria prima della sua morte. Quando la sorella di Borsellino, Rita, venne a sapere di ciò, non capì il modo di agire del fratello; anche sua moglie, Agnese, rimase confusa tanto da arrivare a dire: “Se fa così, lo ammazzano”67. Durante quei giorni Borsellino lavorò moltissimo, senza un momento di pace, tanto da dimenticarsi quasi della propria famiglia. Il 28 giugno 1992 all‟aeroporto di Fiumicino, Borsellino incontrò per caso il ministro della Difesa, Salvo Andò, il quale lo informò che entrambi erano stati individuati come i prossimi probabili bersagli di un attacco mafioso, secondo un‟informativa del Ros mandata alla Procura di Palermo. Questa informazione colse il giudice totalmente alla sprovvista, anche perché Pietro Giammanco, capo della procura di Palermo, non gli aveva comunicato niente a tal proposito. Dopo quell‟evento, si recò immediatamente presso la procura per ottenere delle spiegazioni da Giammanco. Borsellino aveva tutto il diritto di conoscere le minacce espresse nei suoi confronti e anche di essere a conoscenza di altre informazioni che lo riguardava. Il procuratore Giammanco gli rispose precisamente che la competenza era di Caltanissetta: una risposta non molto gradita dal giudice.

Il 13 luglio 1992, il magistrato rivelò a una sua guardia del corpo che a Palermo era arrivato l‟esplosivo destinato a lui e anche il suo desiderio di non coinvolgere nessuno. Borsellino era sconvolto da questa sua consapevolezza. Informò anche Don Cesare Rattoballi, cugino di Rosaria Schifani (vedova di uno degli agenti morti nella strage di Capaci), dicendogli che il tritolo era destinato a lui, a Leoluca Orlando e ad un ufficiale dei carabinieri, secondo quanto fu appreso dalla Guardia di finanza. Padre Rattoballi andò a visitare Borsellino alla procura ed egli colse quest‟opportunità per confessarsi, poiché volle redimersi prima che gli potesse accadere qualcosa. Il 19 luglio, il magistrato confidò anche al suo amico Pippo Tricoli dell‟esplosivo e fu questo il momento in cui Borsellino fu davvero consapevole di essere completamente abbandonato. Nei suoi ultimi giorni, Paolo Borsellino lavorò senza mai fermarsi, dicendo a sua moglie della sua “corsa contro il tempo”69. Egli volle arrivare alla verità nascosta dietro la morte di Giovanni Falcone prima che gli accadesse qualcosa, perché sapeva che non gli rimaneva molto tempo da vivere. Una verità, che sfortunatamente, non raggiungerà mai.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: due eroi contro la Mafia Jessica Sacco B.A. (Hons.) June 2013 UNIVERSITÀ DI MALTA

Le sigarette di Borsellino - Siamo pronti a scendere. Con un gesto indico ai ragazzi di precederci, di bonificare la zona e seguirci nel percorso fino a piazza della Libertà, a Roma, nell’edificio che aveva già ospitato l’Alto commissario antimafia. Sono giorni che non ci muoviamo dall’appartamento. Così, con tranquillità, entro nell’autocivetta con Gaspare Mutolo. Faccio il percorso ripassando in testa il film dei racconti del pentito che mi aveva fatto in quelle lunghe settimane stipati nell’appartamento che avevo predisposto per custodire il pentito. Lui poteva costituire la svolta, era una delle memorie storiche di Cosa nostra. 

Ad aspettarci c’è Paolo Borsellino. Non ci vedevamo da quasi dieci anni. Quando arrivo e lo vedo, non dico una sola parola. Ci stringiamo la mano e subito dopo ci abbracciamo. Siamo rimasti in silenzio a guardarci negli occhi per un po’. Non c’era bisogno di aggiungere niente, sapevamo che il nostro compito era molto gravoso: dovevamo dare un nome agli autori della strage di Capaci. Bisognava mettersi al lavoro, immediatamente. C’era una strana sensazione diffusa, come se a disposizione avessimo veramente poco tempo. 

Borsellino poi mi ha presentato i suoi due colleghi, Gioacchino Natoli e Guido Lo Forte. Ci sediamo intorno alla scrivania, tutto è pronto per l’interrogatorio e Mutolo comincia a lamentarsi. 

Dice che non gli va bene la presenza degli altri due magistrati, che vuole parlare solo con Borsellino.

Ed ecco che il magistrato, che stava leggendo alcuni appunti sulla sua agenda rossa, alza lo sguardo, si toglie gli occhiali e dice con decisione: «Questi due miei colleghi sono come i miei figli». Il tono della sua voce dice molto più delle sue parole. Mutolo non accenna neanche a continuare le sue rimostranze, così possiamo procedere senza che il pentito si lamenti oltre. Paolo Borsellino aveva l’abitudine di pianificare gli interrogatori secondo uno schema: prima l’organigramma di Cosa nostra, poi gli omicidi, infine le collusioni con le istituzioni. Del resto era la stessa metodologia usata dal giudice Giovanni Falcone, quando abbiamo interrogato Totuccio Contorno e Francesco Marino Mannoia. Un aspetto chiarito a me e a Mutolo, che valeva per ogni interrogatorio, fino all’ultimo, quello del 17 luglio 1992, due giorni prima della strage di via D’Amelio. Eravamo sempre a Roma, questa volta in via Carlo Fea. Mutolo parlava ormai da ore. La stanchezza era così tanta che neanche la sentivamo più. A un certo punto interviene Natoli, vuole i nomi dei collusi nelle istituzioni. Mutolo non tentenna neanche un secondo e li caccia fuori. Dice: «Bruno Contrada, il giudice Signorino... ». Borsellino si infuria. Non era quello il momento. Dice a Mutolo di tacere. Era furioso, preoccupato, nervoso. Tanto da accendere una sigaretta, mentre un’altra accesa era ancora appoggiata sul posacenere. A me li aveva già fatti quei nomi, ma facevano parte di quei segreti che ero chiamato a custodire, almeno fino a quando non fossero diventati dichiarazioni ufficiali. Io pure mi sono incazzato. Mutolo stava disattendendo il programma, così, per istinto, gli ho dato un calcio sugli stinchi. Il rumore sordo del colpo è riecheggiato nella stanza ancora assorta su tutto quanto significassero quei nomi. 

Il numero tre del servizio segreto civile, Bruno Contrada, e un collega di Borsellino, Natoli e Lo Forte: Domenico Signorino, pubblico ministero al maxiprocesso di Palermo a Cosa nostra. Roba da fare accapponare la pelle. Mutolo li doveva fare quei nomi, ma solo quando Borsellino glieli avrebbe chiesti. Doveva rispettare le regole, ormai era un ex mafioso, doveva sottostare alla legge. E io dovevo farglielo capire. Io li conosco bene gli uomini d’onore. Sono nato e cresciuto a Palermo, nella borgata di Acqua dei Corsari, porta d’ingresso orientale della città e, allo stesso tempo, periferia estrema. Mutolo era solo l’ennesimo pentito che veniva affidato alle mie mani. Ero appena arrivato alla Dia di Roma, dove ero stato trasferito subito dopo la strage di Capaci. Il direttore, Gianni De Gennaro, mi aveva informato che Gaspare Mutolo aveva appena saltato il fosso e di lì a qualche giorno mi sarebbe stato dato in consegna. Io allora ho cercato un luogo dove poterlo nascondere, trovando un anonimo appartamento a Roma. Sono andato a prendere Mutolo in Toscana con altri agenti della Dia che ci facevano da scorta. Siamo rimasti sempre tappati in quella casa, solo i ragazzi uscivano ma unicamente per comprare i viveri. La forzata convivenza con Mutolo mi ha concesso la possibilità di conoscerlo. La nostra giornata iniziava di buon mattino, facevamo colazione e con la memoria riattraversavamo le nostre esperienze parallele: la mia di sbirro e la sua di mafioso. Io, purtroppo, ricordavo i vari fallimenti quando mi sono messo sulle sue tracce e su quelle del suo padrino, Rosario Riccobono. Un pezzo da novanta di Cosa nostra, a capo della famiglia di «Partanna-Mondello» e boss di primo livello nel traffico di droga e anche nei rapporti «strategici». 

Non è un caso che sia stato proprio Mutolo, il suo braccio destro, a fare il nome di Bruno Contrada, con cui Rosario Riccobono era in contatto. E mentre parlavamo, la mia testa faceva mille collegamenti. Tante domande che nel corso della mia vita mi sono posto cominciavano ad avere una risposta credibile anche se difficile da accettare. Ecco come Mutolo e Riccobono riuscivano sempre a farla franca, a sfuggire ai nostri tentativi di catturarli. Come quella volta, era il 1982. Ninni Cassarà, il capo della sezione Investigativa della mobile di Palermo, chiama tutta la squadra in ufficio. Bisogna fare un blitz, non sappiamo ancora alla ricerca di chi o cosa. Il capo preferisce non dirlo, troppe volte da quell’ufficio erano uscite notizie importanti. Così partiamo in forze dalla mobile andando nella zona della Fiera, a Palermo. Ci fermiamo di fronte a un palazzo, in via Jung. Cassarà ci chiama intorno a sé. «Allora, qui c’è nascosto Rosario Riccobono», avverte e assegna a ognuno i compiti. Scatta l’operazione, io mi porto sul retro dello stabile, per controllare che non scappi. Altri cingono il perimetro del palazzo mentre si fa irruzione nell’appartamento. C’è silenzio, nessuno sparo, niente grida. Passano alcuni minuti e Cassarà viene fuori dal palazzo. «Non ci siamo riusciti», dice rabbiosamente. Lo vedo molto preoccupato. Lui mi prende in disparte e mi fa: «Pippo, qualcuno ha parlato». Nell’appartamento individuato c’erano ancora i piatti caldi sul tavolo. Il pranzo era servito, il latitante era stato lì fino a qualche minuto prima che facessimo irruzione. Ora, dopo una decina d’anni, nell’appartamento romano in cui lo tenevo al sicuro, Mutolo mi dice che è tutto vero. Conferma tutto. I pezzi si vanno mettendo in ordine. Riccobono quel giorno era insieme alla moglie e i figli. Stavano pranzando come una qualsiasi famiglia. Ma a un tratto è arrivata una telefonata e di corsa sono fuggiti, andandosi a rintanare in un altro appartamento dello stesso palazzo. Sarebbe bastato scendere di alcuni piani per beccarlo. E del resto la presenza di Contrada era una costante alla squadra mobile di Palermo, anche se lui non ne faceva più parte essendo già allora nei servizi segreti, a coordinare i centri di Sicilia e Sardegna. Quella volta non beccammo Riccobono, ma già la sua stella stava comunque smettendo di brillare. Le sorti della sua famiglia erano in decadenza, i «corleonesi» erano in piena ascesa e si erano impossessati di Palermo. La mia città. Quella dove sono sempre tornato, anche quando la mia vita era ormai sistemata. Nel 1980 stavo a Forlì, lavoravo alla squadra mobile. Poche indagini, furti in appartamento o di biciclette, tanti suicidi. Ogni tanto per ravvivare il turno arrivava una rapina in banca. Ero un brigadiere della polizia e nella cittadina romagnola avevo coltivato un mio piccolo orticello. Le mie operazioni erano sempre sulle prime pagine dei giornali locali. Ero rispettato e apprezzato dai colleghi e dai magistrati. Avevo la mia bella famiglia –una moglie e tre figli –e tutto andava per il meglio. Ma ciò non riusciva a frenare il mio spirito d’avventura. Eppure lavoravo alla mobile dove, per la stessa natura dell’ufficio, la noia non esiste. Avevo bisogno di dare sfogo al mio spirito nomade, sentivo come una chiamata, una terra che come una calamita mi stava chiamando a sé. Ho detto basta e fatto la scelta che ha cambiato la mia vita: il trasferimento a Palermo. Lì c’erano le mie radici, i miei genitori, i miei fratelli, il mio mare. E, anche lì, la squadra mobile. Quell’edificio in piazza Vittoria che da piccolo guardavo e ammiravo per la sua solidità. Mi intrigava, mi aveva sempre incuriosito da quando avevo conosciuto un cliente fisso della locanda di mio padre ad Acqua dei Corsari. Una borgata così chiamata per via della leggenda. I corsari approdavano dal mare sulla baia di Palermo per rifornirsi d’acqua da una sorgente che fluttuava dagli scogli. Da bambino ci andavo con gli amici a dissetarmi spesso alla fontana de ’u puricino. Quel cliente abituale di mio padre era un poliziotto ma lo vedevo arrivare vestito da sacerdote, postino, muratore. Io avevo solo 13 anni, non avrei mai potuto immaginare che avrei seguito quelle orme, che sarei diventato uno sbirro. Così ho fatto le valigie e sono tornato a casa. Da Forlì a Palermo c’erano oltre 20 ore di treno. Nonostante fossi stremato dal viaggio, una volta arrivato, sono entrato nella mia vecchia casa, ho abbracciato e baciato i miei familiari e sono subito salito in terrazzo, da dove si poteva ammirare tutta la costa di Palermo, da Monte Pellegrino a Capo Zafferano, con gli agrumeti alle mie spalle. Ricordo ancora l’odore di zagara misto a quello del mare che mi avvolgeva in quella sera. Erano passati vent’anni da quando avevo lasciato Palermo ma quello scenario non l’avevo mai dimenticato. Anzi, lo ricordavo periodicamente, come un film che scorreva su uno schermo immaginario. Rivedevo nitidamente le immagini gioiose della mia infanzia, le tante premure e le attenzioni dei miei genitori e gli occhi mi si riempivano di lacrime. Da bambino ero di costituzione gracile e spesso mi ammalavo: avevo bisogno di tanto amore. Amore che anche i miei fratelli non mi hanno mai fatto mancare. Ripensavo ai pellegrinaggi al santuario della Madonna di Tagliavia, a Corleone, circa 50 chilometri da Palermo. Si saliva a piedi per onorare il voto alla Madonna. Alla mia famiglia si aggregavano altri parenti e conoscenti, eravamo una carovana. Per viaggiare avevamo un carro a quattro ruote, ’u strascinu, come i coloni americani del Far West, con un telo bianco a fungere da copertura. E, dopo la visita al santuario, arrivava il momento conviviale, che noi siciliani non ci facciamo mai mancare. Ci mettevamo all’ombra di un carrubo per ripararci dalla calura. Mangiavamo pasta al forno e la salsiccia, arrostivamo tutto sul posto. E non potevano mancare le melanzane. Era una gran festa, un accampamento variopinto con fuochi sparsi qui e lì. Tante famiglie, unite, gioiose e spensierate. Un paesaggio arido con un intenso colore pastello, un po’ la rappresentazione della «sicilianità» dei contadini onesti e del loro duro lavoro nei campi. C’erano delle terrazze naturali che disegnavano un bellissimo saliscendi sul terreno. Con alcuni tratti verdi della macchia mediterranea. Le ombre delle terrazze sembravano pennellate messe un po’ a caso, un quadro disegnato per deliziare il pellegrino. In quello scenario mi perdevo, mi è entrato dritto nel cuore. Sì, ero un picciriddu, ma nel calore del sole cocente riconoscevo la mia appartenenza. La stessa che mi ha richiamato indietro da Forlì all’inizio degli anni Ottanta. E continuavo a domandarmi come fosse possibile che da quelle terre bellissime, da me tanto amate, potessero provenire persone che hanno scritto le pagine più nere della storia siciliana e dell’intero Paese. Gente come Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e tanti altri «corleonesi» di Cosa nostra.

Con Paolo Borsellino, quando ero alla mobile di Palermo, non ho avuto molte occasioni di incontro come con Falcone. Gli interrogatori di Mutolo mi hanno permesso di intensificare i rapporti fino all’ultimo venerdì della sua vita, due giorni prima della strage di via D’Amelio. La mattina del 17 luglio del 1992 mi sono alzato presto, dovevo predisporre il trasporto di Mutolo alla sede della Dia a Roma. Il luogo dell’interrogatorio l’ho conosciuto soltanto la sera prima. 

Paolo Borsellino era al centro, fra Natoli e Lo Forte, dall’altra parte c’eravamo io e Mutolo. 

Borsellino ha acceso la prima sigaretta e tirato fuori l’agenda rossa dalla borsa con un fascicolo. Ha messo gli occhiali a ha cominciato a fare domande specifiche su alcuni mafiosi. 

Mutolo era un fiume in piena e Natoli, approfittando di una pausa di Borsellino che consultava gli appunti sull’agenda rossa, l’ha interrotto per chiedergli di parlare degli uomini delle istituzioni collusi con la mafia. L’iniziativa di Natoli non è stato affatto gradita da Borsellino che è andato su tutte le furie e, siccome Mutolo era diventato molto loquace, è stato lo stesso magistrato a interromperlo bruscamente. Certo, il giudice lo sapeva già, ma non voleva che i nomi uscissero prima della verbalizzazione. L’argomento era stato programmato per i giorni a seguire, in quel momento si stava ricostruendo l’organigramma di Cosa nostra.

La decisione è stata categorica e abbiamo continuato l’interrogatorio mentre Borsellino si faceva serioso e contrariato. Mutolo i nomi ormai li aveva fatti: Bruno Contrada, Domenico Signorino. Mi ricordo che in un altro interrogatorio Borsellino, a un tratto, si è dovuto assentare perché doveva fare visita al ministero dell’Interno: ho saputo immediatamente che si era incontrato col capo della Polizia Vincenzo Parisi e proprio con Bruno Contrada. Probabilmente è vero quanto racconta Gaspare Mutolo, che al suo ritorno aveva acceso due sigarette contemporaneamente. Ma non sarebbe stata la prima volta. In altre occasioni avevo visto il magistrato accenderne una, mentre un’altra era appoggiata sul portacenere. Terminato l’interrogatorio, comunque, ci siamo congedati. 

Borsellino mi ha salutato con una stretta di mano e mi ha dato appuntamento alla settimana seguente. Lunedì ero nuovamente al centro operativo di Roma, ho incontrato Mutolo, con le lacrime agli occhi ci siamo abbracciati e fiondati sul lavoro. Dovevamo continuare e completare al più presto gli interrogatori. Avevamo sul collo il fiato dell’urgenza, abbiamo perso il conto delle volte che abbiamo

cambiato posto e dei pranzi saltati. Se la strage di Capaci destava il sospetto che fosse coinvolta qualcosa oltre Cosa nostra, quella di via D’Amelio ne dava quasi la certezza. Da IL SOPRAVVISSUTO  di Pippo Gordano Dipartimeto Antimafia Polizia Palermo

 

Che scocciatura queste sirene... C’era sempre qualcuno che voleva farli spostare un po’ più in là. Un desiderio di rimozione in parte inconscio. Non proprio eliminarli, quegli scoccianti magistrati ma relegarli in un angolo in modo che non dessero fastidio. Non ci ha provato solo la mafia, che pure ha cercato di usare ogni metodo per metterli a tacere prima di ricorrere all’assassinio. In questo la consorteria ha trovato spesso la collaborazione involontaria di cittadini comuni poco interessati alle vicende criminali. La signora Santoro ebbe il suo quarto d’ora di celebrità nell’aprile del 1985, con una lettera sul «Giornale di Sicilia». Sono una onesta cittadina che paga regolarmente le tasse e lavora otto ore al giorno. Vorrei essere aiutata a risolvere il mio problema che, credo, sia quello di tutti gli abitanti della medesima via. Regolarmente tutti i giorni (non c’è sabato e domenica che tenga), al mattino, durante l’ora di pranzo, nel primissimo pomeriggio e la sera (senza limiti d’orario) vengo letteralmente assillata da continue e assordanti sirene di auto della polizia che scortano i vari giudici. Ora io mi domando: è mai possibile che non si possa, eventualmente, riposare un poco nell’intervallo del lavoro o, quantomeno, seguire un programma televisivo in pace, dato che, pure con le finestre chiuse, il rumore delle sirene è molto forte? Mi rivolgo al giornale per chiedere perché non si costruiscono per questi “egregi signori” delle villette alla periferia della città, in modo tale che, da una parte sia tutelata la tranquillità di noi cittadini-lavoratori, dall’altra, soprattutto, l’incolumità di noi tutti che, nel caso di un attentato, siamo regolarmente coinvolti senza ragione (vedi strage Chinnici) (in «Giornale di Sicilia», 14 aprile 1985). Scriveva che ne aveva abbastanza la signora. Abbastanza di quei magistrati sotto scorta che abitavano troppo vicino ai “cittadini-lavoratori”; abbastanza di non poter riposare in pace; abbastanza che nessuno si adoperasse per trovare una soluzione. Eppure era tanto semplice. Per garantire la tranquillità della gente per bene e dare la possibilità ai giudici di lavorare, era sufficiente inviare questi ultimi da qualche parte alla periferia della città. Così non avrebbero più reso le giornate impossibili a quei tranquilli cittadini che desideravano solo di poter vivere in santa pace.  Tratto da “Uomini contro la mafia”

 

Terra bellisssima e disgraziata...

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Paolo Borsellino, il coraggio della solitudine

    A cura di Claudio Ramaccini - Responsabile Comunicazione Centro Studi Sociali contro la mafia - PSF

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