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Interviste e discorsi di Paolo Borsellino

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Archivio audio interventi di Paolo Borsellino - Radio Radicale

 

E ORA BORSELLINO ATTENDE... Alle otto in punto, come sempre, Paolo Borsellino è nel suo ufficio di procuratore aggiunto di Palermo. Con un peso sulle spalle in più. Detto nel più semplice dei modi, il governo - il ministro degli Interni - vede in lui l' uomo che può raccogliere l' eredità di Giovanni Falcone, il giudice che può continuare il lavoro interrotto dal tritolo di Capaci. Vincenzo Scotti glielo chiede esplicitamente: deve essere Borsellino il nuovo procuratore nazionale antimafia. Paolo Borsellino è nervosissimo. Ha il volto tirato, ha modi inusualmente bruschi. E' stato a Roma nel pomeriggio di giovedì, è tornato a Palermo nella notte. Dalle 8 in punto il telefono non smette di trillare. Paolo Borsellino è stanco di interviste. Lo dice chiaro e tondo: "Non posso vivere così, signori miei. Non sono abituato e non voglio abituarmi a lavorare con i giornalisti in attesa fuori la porta". Ma è l' uomo del giorno, è l' uomo che la strage di Capaci ha chiamato sotto i riflettori. Procuratore Borsellino, quando il governo ha chiesto la sua disponibilità per la Procura nazionale antimafia? "Nessuno ha chiesto la mia disponibilità". Nessuno le ha anticipato la proposta del ministro degli Interni Scotti? "No, ho ascoltato per la prima volta la proposta di Scotti in pubblico, come tutti alla presentazione del libro di Pino Arlacchi". In ogni caso, ora, la proposta c' è. Scotti, a nome del governo si augura che, dopo la morte di Giovanni Falcone, si riaprano i giochi per l' incarico di Superprocuratore e auspica che lei presenti la sua candidatura. Che cosa farà? "Io non considero questo problema attuale. Non posso non considerare che è in corso una procedura che deve avere, avrà i suoi sbocchi naturali". Martelli ha annunciato oggi che sta predisponendo un provvedimento legislativo che possa riaprire i termini per la presentazione delle candidature. Ora ammettiamo che quest' iniziativa vada in porto. Lei presenterà la domanda? "Quando, e se, il problema diventerà attuale come tutti gli altri possibili ed eventuali candidati valuterò l' opportunità di presentare domanda". Della necessità di un organismo giudiziario che coordini le indagini antimafia Borsellino non ha dubbi. Lo ha ripetuto anche ieri dai microfoni del Gr1. Gli hanno chiesto: rimane l' esigenza di avere un nucleo centrale dove convogliare le indagini? Ha risposto: "La gestione del tutto insoddisfacente delle dichiarazioni di Calderone hanno inciso enormemente sulla decisione di Falcone di lasciare la procura di Palermo. Giovanni si era reso conto che, con l' imposizione di una visione parcellizzata del fenomeno mafioso, non fosse possibile da un' unica sede giudiziaria ripetere quello che era successo nella fase originaria del maxi- processo. Ebbe l' occasione di andare a lavorare al ministero di Grazia e Giustizia dove si impegnò soprattutto nello studio di un' organismo giudiziario che potesse ricreare, anche se per diversa via, quelle condizioni che erano proprio alla base della filosofia del pool antimafia". Allora, qual è la chiave? "Il lavoro di Falcone al ministero ebbe, sotto questo profilo, successo. Si è arrivati alla creazione di questo organismo in grado di avere una visione d' assieme rispetto alle singole fette dei vari processi che si occupano di organizzazione mafiosa. Purtroppo l' assassinio ha stroncato la possibilità di utilizzare questo strumento che avrebbe, anche se per via diversa, ricreato le condizioni in cui operò, nel suo periodo migliore, il pool antimafia di Palermo". Paolo Borsellino oggi più che della sua candidatura preferisce parlare di quanto sarebbe stato utile Falcone come procuratore nazionale antimafia. Procuratore, tuttavia, Giovanni Falcone si è trovato molto isolato quando ha sostenuto la nascita della Direzione nazionale antimafia. "Giovanni a volte peccava di ottimismo presupponendo che i magistrati potessero sostenere le sue iniziative. Peccò di ottimismo quando doveva prendere il posto di Antonino Caponnetto all' ufficio Istruzione, quando si candidò al Consiglio superiore della magistratura, quando si mise in corsa per la Superprocura. In più occasioni non è stato sostenuto dall' associazione dei magistrati, dal Csm". Non è che a Palermo, Falcone abbia avuto miglior sorte "Voglio sfatare questo luogo comune. Io credo che a Palermo, presso la magistratura siciliana, la media del consenso nei suoi confronti sia stata più alta che altrove. La gran parte dei magistrati di Palermo, anche quelli che hanno avuto con lui dei disaccordi, sapevano che il procuratore nazionale antimafia doveva essere lui". Lei si è dato molto da fare nella sua corrente per sostenere la candidatura di Giovanni Falcone... "Io ho assunto posizioni pubbliche. Ad un convegno a Torino di Magistratura Indipendente ho sostenuto che la corrente dovesse appoggiare Giovanni Falcone...". Risulta, in verità, che lei abbia fatto di più: con la collaborazione di Ernesto Staiano, avrebbe conquistato il consenso per Falcone di quattro dei cinque membri di Magistratura Indipendente presenti nel Csm. Voti utilissimi che avrebbero dato a Falcone la maggioranza nel plenum del Consiglio. "Sì, io avevo tratto la conclusione che la nomina di Giovanni a procuratore nazionale antimafia era sostenuta dai numeri, era cosa fatta". Ora potrebbe toccare a lei diventare procuratore antimafia. Hanno molto impressionato in questi giorni alcune sue dichiarazioni. L' ultima in ordine di tempo è questa. Lei ha detto stamattina al Gr1: "Ciò che è difficile questa volta è trovare lo stesso entusiasmo. Spero che l' entusiasmo me lo possa far tornare una rapida conclusione delle indagini sull' assassinio di Falcone". "Non nascondo, l' ho detto pubblicamente, di avere paura di perdere l' entusiasmo per il mio lavoro di magistrato. Nonostante questo timore continuerò a lavorare in questo ufficio dove mi trovo benissimo, continuerò a lavorare come sempre, come da anni faccio, con lo stesso impegno". GIUSEPPE D'AVANZO - Repubblica 30 maggio 1992

"LO STATO SI È ARRESO: DEL POOL ANTIMAFIA SONO RIMASTE MACERIE" - 20 luglio 1988

"La lotta alla mafia? I segnali non sono certo molto incoraggianti. Per almeno tre ragioni: il giudice Falcone non è più il titolare delle grandi inchieste che iniziarono con il maxi-processo, la polizia non sa più nulla dei movimenti dentro Cosa Nostra, e poi ci sono seri tentativi per smantellare definitivamente il pool antimafia dell'ufficio istruzione e della procura della Repubblica di Palermo. Stiamo rischiando di creare un pericoloso vuoto, stiamo tornando indietro, come dieci, venti anni fa...". Il procuratore capo di Marsala, Paolo Borsellino, lancia a sorpresa un violentissimo "j'accuse" sulle grandi manovre in corso in Sicilia. Parla di indagini arenate, delle polemiche che avvelenano ormai da mesi il clima negli uffici investigativi e nei palazzi di Giustizia di mezza isola, della riorganizzazione di Cosa Nostra edi uno Stato che sembra quasi aver gettato la spugna. "Sì, la situazione è davvero pericolosa", spiega il procuratore Borsellino che del pool antimafia faceva parte insieme a Falcone, Di Lello, Caponnetto e Guarnotta, "basti pensare a cosa sta accadendo nel bunker dell'ufficio istruzione... A Falcone, dopo tanti anni, hanno tolto la titolarità di quelle inchieste che gli vennero affidate dal consigliere istruttore Rocco Chinnici". Il giudice Falcone quindi non è più il punto di riferimento delle inchieste antimafia? "Fino a qualche mese fa tutto quello che riguardava Cosa Nostra passava sulla sua scrivania e su quella di altri tre o quattro giudici istruttori. Adesso la filosofia è un'altra: tutti si devono occupare di tutto e il consigliere Antonino Meli, dopo un tira e molla di qualche mese, è diventato il titolare dello stralcio del maxi-processoo. C'è stato un taglio netto con il passato. Certo, anche Caponnetto era il titolare delle inchieste sui boss del bunker ma lui, quel processo, l'aveva costruito. Adesso dubito, senza mettere in discussione la bravura, l'onestà e la competenza di Antonino Meli, che il nuovo consigliere possa, in un paio di mesi, avere acquisito una tale conoscenza del fenomeno". Un problema che molti si erano posti prima della nomina del nuovo consigliere istruttore... "Si è arrivati a delle scelte sbagliate. Non intendo riaprire la polemica sulla nomina del consigliere Meli ma il problema era un altro: si doveva nominare Falcone consigliere istruttore non per "premiarlo" ma per garantire una continuità all'ufficio. E invece...". E invece signor procuratore? "E invece succedono cose molto strane. Ad esempio io sono il titolare di un'inchiesta sulla mafia di Mazara del Vallo. Un pezzo dell'indagine è a Palermo e un pezzo ce l'ho io. Ho scritto all'ufficio istruzione di Palermo per avere indicazioni su chi dovrebbe occuparsi dell'intera inchiesta. Non mi hanno mai risposto. Prima, tutte le indagini venivano centralizzate a Palermo. Solo così si è potuto creare il maxi-processo, solo così si è potuto capire Cosa Nostra ed entrare nei suoi misteri. Adesso si tende a dividere la stessa inchiesta in tanti tronconi e, così, si perde inevitabilmente la visione del fenomeno. Come vent'anni fa". Perchè questa inversione di rotta improvvisa? "Tutto questo, senza fare dietrologie, si sta verificando in un momento di grande stanchezza, in un momento dove si credeva a torto che con il maxi-processo la mafia era stata sconfitta, che tutto si doveva risolvere nell'aula bunker. E così si è lasciato perdere tutto il resto". Un mese fa il giudice Falcone ha lanciato pesanti accuse alle forze di polizia, oggi lei rincara la dose sostenendo che gli investigatori di Palermo non fanno più nulla. "La situazione delle forze investigative è molto chiara: non esiste una sola struttura di polizia in grado di consegnare ai giudici un rapporto sulla mafia degno di questo nome. L'ultimo dossier di un certo peso l'abbiamo ricevuto sei anni fa, esattamente il 13 luglio del 1982. Ed è il rapporto su Michele Greco e centosessantuno boss della nuova mafia. Da allora, se si escludono alcuni lavori investigativi del reparto anticrimine dei carabinieri, c'è stato il vuoto, il vuoto assoluto". La squadra mobile di Palermo è investita da una bufera di polemiche, il suo poliziotto più rappresentativo, Accordino, è stato trasferito prima a Bressanone e poi alla polizia postale di Reggio Calabria. Cosa è accaduto in questa struttura investigativa? "Dopo l'uccisione dei commissari Cassarà e Montana la situazione è andata deteriorandosi rapidamente. Non capisco proprio cosa voglia dire adesso il capo della squadra mobile di Palermo Nicchi quando sostiene pubblicamente che sta lavorando per la normalizzazione". Procuratore Borsellino, cosa sta succedendo invece nel pianeta mafioso? "Io posso solo avanzare ipotesi perchè non abbiamo notizie sicure. Oggi siamo nella fase della eliminazione degli alleati. Quando i corleonesi presero la decisione di eliminare i vecchi capi storici della mafia siciliana, si allearono con una serie di clan. Adesso c'è un vero e proprio regolamento di conti interno". Lei qualche giorno fa alla presentazione del libro "La mafia di Agrigento" in sintonia con Falcone ha ripetuto che il terzo livello mafioso non esiste. Cosa significa? "Tutte le inchieste ci dicono che la mafia è un'organizzazione di tipo militare. Quando abbiamo trovato dentro Cosa Nostra rappresentanti del mondo politico o imprenditoriale ci siamo accorti che non ricoprivano mai ruoli di grande responsabilità. Si, tanti personaggi politici si servono dei mafiosi o si scambiano favori con i boss. Ma questo è un altro discorso. Del resto anche Buscetta fa intendere certe cose dicendo però che su quel fronte non vuole dire nulla, non vuole fare nomi". Signor procuratore, perchè questo sfogo, perchè ha deciso di uscire allo scoperto su un tema così scottante? "Perchè dopo tanti anni di lavoro, prigioniero nel bunker di Palermo, sento il dovere di denunciare certe cose. E anche perchè non sono venuto qui a Marsala per isolarmi. Io sono venuto a fare il procuratore della Repubblica a Marsala per continuare ad occuparmi di mafia, per lavorare qui ma lavorare contemporaneamente anche con Falcone a Palermo, con il giudice ad Agrigento, con altri magistrati a Catania o a Trapani. E invece tutto questo non sembra possibile. Le indagini si disperdono in mille canali e intanto Cosa Nostra si è riorganizzata, come prima, più di prima" .Intervista rilasciate da Paolo Borsellino ad Attilio Bolzoni de “La Repubblica”

 

"VOGLIONO SMANTELLARE L'ANTIMAFIA - 2O Luglio 1988

Paolo Borsellino, 48 anni, dall'86 procuratore capo a Marsala, può essere definito uno dei leader storici del pool antimafia dell'Ufficio istruzione di Palermo, ai tempi di Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta. Oggi sul fronte delle inchieste che investono Cosa Nostra, stanno accadendo fatti, si stanno verificando situazioni, all'interno e all'esterno del Palazzo di Giustizia, che lui non riesce più a capire. Proverbiale per la sua schiettezza, esce allo scoperto con questa intervista. Dottor Borsellino, cos'è che non va oggi nella lotta alla mafia? In un recente convegno il giudice Falcone si è detto molto preoccupato. "Fino a poco tempo fa tutte le indagini antimafia, proprio per l'unitarietà dell'organizzazione chiamata Cosa Nostra, venivano fortemente centralizzate nell pool della Procura e dell'Ufficio istruzione. Oggi invece i processi vengono dispersi per mille rivoli. Tutti si devono occupare di tutto, è questa la spiegazione ufficiale, ma è un a spiegazione che non convince. La verità è che Giovanni Falcone purtroppo non è più il punto di riferimento principale". Mi risulta che Falcone continui a svoglere le sue inchieste; e gli anni passati , titolare del maxi-processo, fu il capo dell'Ufficio istruzione Antonino Caponnetto. oggi invece al posto che fu di Chinnici e Caponnetto, c'è Antonino Meli. Perchè trova strano che a Meli stia a cuore una direzione complessiva? "Senza mettere in discussione la bravura, la competenza, la buona fede di Meli, dubito che si possa rivendicare la titolarità quando si è arrivati ieri e quindi non si conosce la materia. Il precedente di Caponnetto è ben diverso: lui quelle carte le aveva viste crescere. E ai suoi tempi si era affermata una preziosa filosofia di lavoro che ha consentito l'istruzione del maxi-processo: salviamo le competenze territoriali, quando è possibile, ma ogni spunto di indagine che riguarda Cosa Nostra deve trovare riferimento nel maxi-processo e nello stralcio che da quel processo è scaturito. Con questa tecnica si chiuse la pagina delle indagini parcellizzate che per anni non riuscirono mai a centrare veri obiettivi. Ho la spiacevole sensazione che qualcuno voglia tornare indietro". Dottor Borsellino, tutti conoscono il clima di polemiche che ha preceduto e seguito la nomina del nuovo capo dell'Ufficio istruzione. Falcone non ce l'ha fatta. Non c'è il rischio di riaprire antiche polemiche? "Sono fra quelli che non hanno ami pensato che si dovesse dare un "premio" particolare a Falcone. Si trattava semmai di tutelare la continuità con le direzioni di Chinnici e Caponnetto. Si trattava cioè di garantire una soluzione interna all'Ufficio, senza pause o pericolose soluzioni di continuità in certe indagini". Lei è procuratore capo a Marsala. Vuol dire che con l'Ufficio istruzioni si sono "rotti i telefoni"? "Qui, a Marsala, ho avuto modo di occuparmi di una potente cosca di Mazara del Vallo sulla quale indagano anche i giudici palermitani. Mi sembrava quindi di fare la cosa più normale rivolgendomi all'Ufficio istruzione: non ho avuto alcuna risposta. Strano, davvero molto strano". Qualche che giorno fa, ad Agrigento, durante la presentazione di un libro sulla mafia in quella città, curato da Giuseppe Arnone, lei si è detto molto preoccupato anche della situazione delle forze di Polizia. "Bene: l'ultimo rapporto di Polizia degno di questo nome risale al 1982. Era il dossier intitolato Michele Greco più 161. Da allora ad oggi non è stato presentato più alcun rapporto complessivo sulla mafia nel Palermitano. Se si escludono alcuni contributi del reparto anticrimine dei carabinieri, il vuoto è assoluto: nessuno, per esempio, che si sia posto il problema di capire quali effetti ha provocato negli equilibri fra le famiglie di Cosa Nostra la sentenza del maxi-processo. Recentemente, invece, il dottor Nicchi, capo della squadra mobile di Palermo, ha dichiarato pubblicamente che lui "lavora per la normalizzazione". Francamente non capisco una frase del genere detta da un funzionario di polizia." Il capo della sezione omicidi della Squadra Mobile, Francesco Accordino, è stato trasferito a Reggio Calabria e da qualche mese si occupa di raccomandate rubate, presso la polizia postale. E' un caso? "So solo che la Squadra Mobile, dai tempi delle uccisioni dei poliziotti Cassarà e Montana, era rimasta decapitata. Lo staff investigativo è a zero". Qualche giorno fa il giudice Falcone ha affermato che non esistono prove dell'esistenza di un "terzo livello", inteso come super direzione politica della "cupola" militare della mafia; ha aggiunto che molti uomini politici siciliani erano e sono adepti di Cosa Nostra. Che ne pensa? "Sull'inesistenza del terzo livello concordo con lui. Per la seconda parte del ragionamento non dispongo di informazioni particolari, poichè da due anni vivo a Marsala, ma è risaputo che esiste un'area di reticenza dichiarata, da parte di Buscetta, proprio nelle sue confessioni". Perchè lancia oggi questo grido d'allarme? "Il momento mi sembra delicato. Avendo trascorso tanti anni negli uffici-bunker di Palermo sento il dovere morale, anche verso i miei colleghi, di denunciare certe cose". Saverio Lodato, giornalista de "L'Unità", intervista Paolo Borsellino

 

VOGLIONO SMANTELLARE IL POOL

Ne fece diretta esperienza Paolo Borsellino quando, in due interviste rilasciate nel luglio 1988 ai giornalisti Attilio Bolzoni e Saverio Lodato, lanciò in campo nazionale l’allarme sulla silenziosa opera di smobilitazione del pool antimafia posta in essere dal consigliere Antonino Meli, nuovo capo dell’Ufficio istruzione che aveva preso il posto di Antonino Caponnetto e che era stato preferito dal Consiglio superiore della magistratura a Giovanni Falcone, da tutti ritenuto invece il suo successore naturale: Vogliono smantellare il pool antimafia. Fino a poco tempo fa tutte le indagini antimafia, proprio per l’unitarietà dell’organizzazione chiamata Cosa nostra, venivano fortemente centralizzate nel pool della Procura e dell’Ufficio istruzione. Oggi invece i processi vengono dispersi in mille rivoli. Tutti si devono occupare di tutto, è questa la spiegazione ufficiale, ma è una spiegazione che non convince. La verità è che Giovanni Falcone purtroppo non è più il punto di riferimento principale [...] Le indagini si disperdono in mille canali e intanto Cosa nostra si è riorganizzata, come prima e più di prima. Una rigorosa ispezione ministeriale disposta dal ministro della Giustizia Giuliano Vassalli avrebbe accertato poco tempo dopo che i fatti denunciati da Paolo Borsellino rispondevano a verità. Eppure Paolo per quell’intervista fu trascinato dinanzi al Consiglio superiore della magistratura rischiando il procedimento disciplinare, da cui scampò solo perché Giovanni Falcone venne in suo soccorso, comunicando il 30 luglio la sua richiesta di essere trasferito ad altro ufficio con parole che nel loro rompere gli argini denunciavano che la sconfitta del pool si era ormai consumata:

Ho tollerato in silenzio in questi ultimi anni in cui mi sono occupato di istruttorie sulla criminalità mafiosa le inevitabili accuse di protagonismo o di scorrettezze nel mio lavoro. Ritenendo di compiere un servizio utile alla società, ero pago del dovere compiuto e consapevole che si trattava di uno dei tanti inconvenienti connessi alle funzioni affidatemi. Ero inoltre sicuro che la pubblicità dei relativi dibattimenti avrebbe dimostrato, come in effetti è avvenuto, che le istruttorie cui io ho collaborato erano state condotte nel più assoluto rispetto della legalità. Quando poi si è prospettato il problema della sostituzione del consigliere istruttore di Palermo, dottor Caponnetto, ho avanzato la mia candidatura, ritenendo che questa fosse l’unica maniera per evitare la dispersione di un patrimonio prezioso di conoscenze e di professionalità che l’ufficio a cui appartengo aveva globalmente acquisito. Forse peccavo di presunzione e forse altri potevano assolvere egregiamente all’esigenza di assicurare la continuità dell’ufficio. È certo però che esulava completamente dalla mia mente l’idea di chiedere premi o riconoscimenti di alcun genere per lo svolgimento della mia attività. Il ben noto esito di questa vicenda non mi riguarda sotto l’aspetto personale e non ha per nulla influito, come i fatti hanno dimostrato, sul mio impegno professionale. Anche in quella occasione però ho dovuto registrare infami calunnie e una campagna denigratoria di inaudita bassezza cui non ho reagito solo perché ritenevo, forse a torto, che il mio ruolo mi imponesse il silenzio. Ma adesso la situazione è profondamente cambiata e il mio riserbo non ha più ragione di essere. Quello che paventavo è purtroppo avvenuto: le istruttorie nei processi di mafia si sono inceppate e quel delicatissimo congegno che è costituito dal gruppo cosiddetto antimafia dell’Ufficio istruzione di Palermo, per cause che in questa sede non intendo analizzare, è ormai in stato di stallo. Paolo Borsellino, della cui amicizia mi onoro, ha dimostrato ancora una volta il suo senso dello Stato e il suo coraggio denunciando pubblicamente omissioni e inerzie nella repressione del fenomeno mafioso che sono sotto gli occhi di tutti.

Come risposta è stata innescata un’indegna manovra per tentare di stravolgere il profondo valore morale del suo gesto, riducendo tutto a una bega tra «cordate» di magistrati, a una «reazione», cioè, tra magistrati «protagonisti», «oscurati» da altri magistrati che, con diversa serietà professionale e con maggiore incisività, condurrebbero le indagini in tema di mafia. Tuttavia, essendo prevedibile che mi saranno chiesti chiarimenti sulle questioni poste sul tappeto dal procuratore di Marsala, ritengo di non poterlo fare se non a condizione che non vi sia nemmeno il sospetto di tentativi da parte mia di sostenere pretese situazioni di privilegio (ciò, inevitabilmente, si dice adesso a proposito dei titolari di indagini in tema di mafia). E allora, dopo lunga riflessione, mi sono reso conto che l’unica via praticabile a tal fine è quella di cambiare immediatamente ufficio. E questa scelta, a mio avviso, è resa ancora più opportuna dal fatto che i miei convincimenti sui criteri di gestione delle istruttorie divergono radicalmente da quelle del consigliere istruttore divenuto titolare, per sua precisa scelta, di tutte le istruttorie in tema di mafia. Mi rivolgo pertanto alla sensibilità del presidente del Tribunale affinché, nel modo che riterrà più opportuno, mi assegni ad altro ufficio nel più breve tempo possibile; per intanto chiedo di poter iniziare a usufruire delle ferie con decorrenza immediata. Prego vivamente, inoltre, l’onorevole Consiglio superiore della magistratura di voler rinviare la mia eventuale audizione a epoca successiva alla mia assegnazione ad altro ufficio. Mi auguro che queste mie istanze, profondamente sentite, non vengano interpretate come un gesto di iattanza, ma per quello che riflettono: il profondo disagio di chi è costretto a svolgere un lavoro delicato in condizioni tanto sfavorevoli e l’esigenza di poter esprimere compiutamente il proprio pensiero senza condizionamenti di sorta. Le dimissioni di Falcone furono respinte, l’allarme di Borsellino venne ignorato, il pool antimafia venne smobilitato e le inchieste su Cosa nostra, prima centralizzate nell’Ufficio istruzione, furono disseminate in una molteplicità di uffici giudiziari siciliani, determinando così l’esito infausto di molte indagini. A rileggerla a distanza di quasi un quarto di secolo, tutta questa vicenda ha quasi dell’incredibile. Borsellino e Falcone, artefici della straordinaria riscossa dello Stato contro la mafia grazie al nuovo metodo di indagine inaugurato con Antonino Caponnetto, sollevano un problema reale e drammatico. Il Csm, invece di prestare loro attento ascolto, mette sotto inchiesta Borsellino e alla fine assiste con vigile indifferenza al compimento della smobilitazione del pool e all’arretramento dell’impegno dello Stato in una fase cruciale. La chiave di comprensione di questa e di altre complesse vicende –come quella che in precedenza, grazie a una accorta regia, aveva impedito che Falcone venisse nominato capo dell’Ufficio istruzione di Palermo –non si trova all’interno della «città dell’ombra» abitata dai semianalfabeti Riina e Provenzano, ma nei recessi della «città della luce» popolata dagli onesti nonché da una folla di piccoli e grandi Don Rodrigo, senza i quali quelli come Riina, eredi dei «bravi» di manzoniana memoria, sarebbero stati archiviati da tempo come relitti di un passato premoderno o si sarebbero acconciati a pagare in silenzio il prezzo della galera per i loro crimini, senza poter contare su protezioni eccellenti e senza mai osare sfidare lo Stato. Il pool antimafia viene in realtà smobilitato perché era divenuto il terreno di manovra di un war game in cui la vera posta in gioco era la sopravvivenza stessa del sistema di potere siciliano, una delle architravi portanti di quello nazionale. Per tentare di comprendere nel breve spazio di una prefazione come e perché ciò fosse avvenuto bisogna riavvolgere velocemente all’indietro il nastro della memoria fermandolo a qualche anno prima che iniziasse l’avventura del pool antimafia.

Da “Le ultime parole di Falcone e Borsellino”

 

RELAZIONE PRESENTATA IN DATA 27 MARZO 1992 A PALAZZO TRINACRIA, A PALERMO, IN OCCASIONE DELLA TAVOLA ROTONDA SU "CRIMINALITÀ, POLITICA E GIUSTIZIA" - di Paolo Borsellino 

Io sono sempre stato estremamente convinto che la mafia sia un sistema, non tanto parallelo, ma piuttosto alternativo al sistema dello Stato ed è proprio questo che distingue la mafia da ogni altra forma di criminalità. In particolare nell'ordinamento del nostro stato, a differenza che in qualsiasi altro Stato, si tratta di una organizzazione criminale dal grossissimo potere, e sebbene organizzazioni criminali di grandissimo potere e di grandissima potenzialità vi siano anche negli altri stati, il nostro mi pare sia l'unico paese in cui a chiare lettere si è potuto dire, da tutte le parti politiche, che l'esistenza di questa forma di criminalità mette addirittura in forse l'esercizio della democrazia. Probabilmente in nessuna altra parte del mondo esiste una organizzazione criminale la quale si è posta storicamente e si continua a porre, nonostante talvolta questo lo abbiamo dimenticato e nonostante talora facilmente si continui a dimenticarlo, come un sistema alternativo, che offre dei servizi che lo Stato non riesce ad offrire. Questa è la particolarità della mafia e, anche nel momento in cui la mafia traeva - e forse ancora continua a trarre, anche se probabilmente in misura minore - i suoi massimi proventi dalla produzione e dal traffico delle sostanze stupefacenti, l'organizzazione mafiosa non ha mai dimenticato che questo non costituiva affatto la sua essenza. Tanto che, e questo lo abbiamo vissuto tutti coloro che abbiamo partecipato a quell'esperienza del maxiprocesso e del pool antimafia, anche in quei momenti ed anche quando vi erano famiglie criminali mafiose che guadagnavano centinaia e centinaia, se non migliaia di miliardi dal traffico delle sostanze stupefacenti, quelle stesse famiglie non trascuravano di continuare ad esercitare quelle che erano le attività essenziali della criminalità mafiosa, perché la droga non lo era e non lo è mai stata. La caratteristica fondamentale della criminalità mafiosa, che qualcuno chiama territorialità, si riassume nella pretesa, non di avere ma addirittura vorrei dire di essere il territorio, così come il territorio è parte dello Stato, tanto che lo Stato "è" un territorio e non "ha" un territorio, dato che esso è una sua componente essenziale. La famiglia mafiosa non ha mai dimenticato che sua caratteristica essenziale è quella di esercitare su un determinato territorio una sovranità piena. Naturalmente si determina un conflitto tra uno stato che intende legittimamente esercitare una sovranità su un territorio e un ordinamento giuridico alternativo, il quale sullo stesso territorio intende esercitare una analoga sovranità, seppure con mezzi diversi. Questo conflitto - ecco perché io non le chiamo istituzioni parallele ma soltanto alternative - si compone normalmente non con l'assalto al palazzo del comune o al palazzo del governo da parte delle truppe della criminalità mafiosa, ma attraverso il condizionamento o il tentativo di condizionamento dall'interno, delle persone atte ad esprimere la volontà dell'ente pubblico, che rappresenta sul territorio determinate istituzioni. La soluzione finale del problema, la finalità cui devono tendere le forze politiche che veramente intendono combattere la mafia, è quella di chiudere questi canali di infiltrazione, attraverso i quali la volontà delle persone fisiche che impersonano l'ente pubblico, di coloro che sono abilitati ad esprimere la volontà delle istituzioni pubbliche che operano sul territorio, viene condizionata da queste istituzioni alternative. Chiudere come? Ci sono stati chiesti esempi concreti. Ebbene in Italia mi sembra che spesso le istituzioni pubbliche non vengano considerate dalle forze politiche come istituzioni dove inviare i migliori che vadano ad impersonarne la volontà, ma piuttosto teatri di lobbies che si azzuffano e si scornano per impossessarsi quanto più possibile di fette di potere per esercitarlo in funzione non tanto del bene pubblico, ma di interessi particolari. Questa è l'accusa che da più parti viene fatta alla "partitocrazia", a quella che da tutti dispregiativamente è così chiamata, ma da tutti sostanzialmente sopportata.L'occupazione da parte dei partiti e delle lobbies partitiche delle istituzioni pubbliche crea la strada naturale perché all'interno di queste istituzioni si formino volontà che non sono dirette al bene pubblico ma ad interessi particolari. Chiudere queste strade attraverso interventi, anche istituzionali, significa evidentemente chiudere possibilità di accesso delle organizzazioni criminali all'interno delle organizzazioni dello Stato. Certamente questo deve farsi salvando i principi democratici che reggono oggi tutte le nostre istituzioni. La sordità del potere politico a modificare radicalmente quelle che sono le legislazioni che regolano, ad esempio, gli enti locali è chiaramente una sordità nei confronti di un problema il quale, una volta affrontato e risolto nel migliore dei modi, impedirà l'accesso all'interno degli enti locali di quelle lobbies che vanno lì dentro per provocare, come normalmente provocano, affinché la volontà di coloro che gestiscono le istituzioni sia rivolta non al bene pubblico ma agli interessi di questo o di quel gruppo affaristico, fra i quali primeggia l'organizzazione mafiosa.

 

I GIORNI DI GIUDA - di Paolo Borsellino

Il 25 Giugno 1992 Paolo Borsellino interviene ad una manifestazione promossa da MicroMega presso la Biblioteca di  Palermo in data 25 giugno 1992. E’ il suo ultimo intervento pubblico prima di essere ammazzato

Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. E poiché sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro.
In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita. 
Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente - e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi - dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi - se è il caso - ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul Sole 24 Ore dalla giornalista - in questo momento non mi ricordo come si chiama… - Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi. Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione - in questo momento i miei ricordi non sono precisi - un’affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell’evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all’autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest’uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l’anno prima, in quella data che ha or ora ricordato Leoluca Orlando: cioè quell’articolo di Leonardo Sciascia sul Corriere della Sera che bollava me come un professionista dell’antimafia, l’amico Orlando come professionista della politica, dell’antimafia nella politica. Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, propose la sua candidatura a succedere ad Antonino Caponnetto, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C’eravamo tutti resi conto che c’era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest’uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all’ufficio istruzione al tribunale di Palermo, Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli. Giovanni Falcone, dimostrando l’altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a far il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall’esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia d’Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlano, allora presente, dicendo che quella sera l’aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato l’opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio. L’opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell’agosto 1988, l’opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant’è che il 15 settembre, se pur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l’intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri (perché, nonostante quello che è successo in Sicilia la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste) continuarono a fare morire Giovanni Falcone. E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla procura della repubblica di Palermo dove a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter lì continuare ad operare al meglio. Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. Dopo aver appreso dalla radio della sua nomina a Roma (in quei tempi ci vedevamo un po’ più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo), una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l’ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, cominciò ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa. Certo anch’io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell’attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch’esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall’ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che riteneva di poter e di voler far lui per Palermo. E in fin dei conti se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge anche nei momenti di maggiore successo le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch’io ho espresso nell’immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare. Soprattutto, per consentirgli di ritornare - a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo e l’organizzazione mafiosa - non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque - e l’organizzazione mafiosa, quando ha preparato e attuato l’attentato del 23 maggio, l’ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia. Ecco perché forse ripensandoci quando Caponnetto dice “cominciò a morire nel gennaio del 1988” aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per poter continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l’indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura.

 

Conferenza tenuta ad Agrigento dal Giudice Paolo Borsellino 10 Gennaio 1989

Non c'è popolo del vecchio continente che viva, almeno in apparenza, con più entusiasmo di quello italiano questa vigilia della maggiore integrazione europea. Il 1992, anno al cui termine scatteranno alcune importantissime misure comunitarie, è ormai divenuto in Italia riferimento quasi mitico, costantemente indicato in discussioni, convegni e dibattiti. La recente consultazione referendaria, abbinata al rinnovo del Parlamento europeo, ha dimostrato, con i suoi risultati, che gli italiani ritengono di essere un popolo profondamente europeista, pronto a riversare in una entità sovranazionale, che abbracci gran parte del continente, le proprie particolarità regionali, spegnendo ogni residuo sussulto nazionalistico. Si ha tuttavia talvolta l'impressione che in Italia molto si parli, in termini, come ho detto, entusiastici dell'Europa e poco si faccia per costruirla. Poco si faccia, e non tanto per carenza di una azione di governo tendente alla edificazione ed al rafforzamento delle istituzioni comunitarie e dei meccanismi di integrazione. E' noto, invece, che i governanti italiani sono in proposito fra i più attivi a spingere in questa direzione, come è dimostrato dal recente incontro di Madrid. Si ha l'impressione che poco si faccia in altro senso. Poco si faccia cioè per creare o rafforzare in Italia le condizioni economico-sociali che debbono mettere il nostro paese in situazione di affrontare senza tragici traumi l'appuntamento, direi quasi la scommessa, del 1992 e degli anni successivi. E da parte sua l'opinione pubblica, pur entusiasticamente europeista, par quasi attendere che i benefici della maggiore integrazione ci vengano calati dall'alto, automaticamente risolvendo i nostri numerosi e difficilissimi problemi e gratificandoci gratuitamente di una accentuata e desiderata sprovincializzazione. Le cose purtroppo non stanno così. Non è certo facile diventare europei. Occorre uno sforzo duro, sia da parte dei governanti che da parte degli aspiranti cittadini di questa sognata realtà sovranazionale. Poiché altrimenti, presentandoci impreparati all'appuntamento, rischiamo di entrare sì in Europa ma di farvi ingresso in condizioni così precarie da porre l'intera nazione o sue vaste aree geografiche in situazione di rapida marginalizzazione. Non sono esperto in problematiche comunitarie ed avrei quindi poco da aggiungere a queste brevi osservazioni di carattere generale, se non qualche richiamo, anch'esso generico o meramente elencativo, ai gravi problemi monetari legati all'enorme dilatazione del deficit pubblico, alla necessità di una rapida ristrutturazione delle imprese per renderle competitive a fronte degli agguerriti partners continentali, al problema del ridimensionamento radicale della massa di popolazione assistita e così via dicendo. Non continuo l'elencazione e non entro nei particolari dei vari problemi perché in merito sono per certo non competente, pur intuendo la gravità delle questioni. Ho però bastante esperienza in materia criminale per occuparmi di un aspetto, non fra i più trascurabili, del problema, che è quello della compatibilità fra una proficua integrazione europea e l'esistenza in Italia di agguerrite e specifiche forme di criminalità organizzata. Ed in Sicilia in particolare. Certo, la criminalità organizzata è nel nostro scorcio di secolo, e principalmente nelle società industrializzate dell'Occidente, un fenomeno ormai endemico, probabilmente insopprimibile, con il quale tutti i paesi debbono fare i conti, per contenerla in termini accettabili, e che, almeno nel nostro continente, non crea ad uno Stato problemi sostanzialmente diversi rispetto agli altri, tanto da porlo in condizioni sfavorevoli nella competizione internazionale. Agisce però in Italia, e nelle nostre terre quasi indisturbata, una particolare forma di criminalità, quella mafiosa, che lungi dall'essere un fenomeno estraneo ai canoni della normale ed ordinata convivenza sociale, sì che il suo contenimento sia possibile attraverso i normali strumenti di repressione poliziesca e giudiziaria, è nel tessuto sociale profondamente e prepotentemente inserita, tanto da condizionarne grandemente lo sviluppo. Ci vuol poco allora a capire che questa criminalità, la mafiosa, non è compatibile con una effettiva integrazione europea delle nostre regioni, perché, condizionandone gravemente l'economia a scopi e finalità diversi da quelli di interesse generale, rischia di porle (le regioni che affligge) in condizioni di rapida marginalizzazione nel teatro della competizione europea, che per tanta parte sarà regolato dal libero mercato. Ecco perché su questa specifica realtà criminale si appunta l'attenzione e la preoccupazione della più responsabile opinione pubblica europea, come è dimostrato dal fatto che il primo settimanale europeo "The European", stampato per la prima volta a Londra alla fine dello scorso anno, recava in prima pagina una notizia riguardante la Sicilia "Sei omicidi di mafia, tra Gela e Palermo, alla vigilia di una giornata di protesta contro la mafia". E chi sa quanti, nello stesso periodo, ce ne erano stati, di omicidi, in Inghilterra. Che stampa nazionale ed internazionale continuino a sottolineare la tragica realtà criminale siciliana non è, però, circostanza che deve di per sé dispiacere e scatenare inapprezzabili reazioni di malriposto meridionalismo. Mi sembra che i gravissimi fatti verificatisi in questo decennio e le ponderose inchieste giudiziarie espletate abbiano quanto meno prodotto la nascita di una nuova consapevolezza sulla esistenza e pericolosità del fenomeno mafioso, che non giustifica più offese campanilistiche ma impone un globale impegno collettivo, il quale è bene venga sostenuto dalla costante attenzione della opinione pubblica, nazionale ed internazionale. E, a loro volta, i cittadini di queste regioni non debbono temere affrettate e superficiali generalizzazioni allorché denunciano ad alta voce essi stessi i loro mali, chiamando le loro città "capitali della mafia", perché le spaccature e le prese di distanza sono insostituibili momenti di crescita civile ed oltremodo necessarie sono le distinzioni tra onesti e malavitosi, tra insofferenti alla convivenza con la mafia e succubi della tentazione alla coesistenza. Se tuttavia le grandi inchieste giudiziarie degli anni '80 hanno prodotto, al di là dei loro specifici esiti processuali, questa crescita della coscienza collettiva sul fenomeno e sulla sua pericolosità, la rinnovata recente virulenza delle organizzazioni mafiose ha cagionato il venire meno di una periodosa illusione, spesso alimentata ad arte e, comunque, sempre denunciata proprio da chi era più impegnato nella repressione delle attività criminali. Mi riferisco all'opinione secondo cui la penetrante azione di contrasto di magistratura e forze dell'ordine avrebbe di per sé sola prodotto la sconfitta della mafia e la sua scomparsa dallo scenario meridionale. Pericolosa illusione che è alla radice della inammissibile delega agli organi di repressione di occuparsi essi soli del problema e della ancor più inaccettabile delega alla magistratura giudicante di sancire in pubblico processo la fine di Cosa Nostra. Vero è che lo strumento repressivo, in genere, e giudiziario in particolare non avrebbe mai potuto da solo risolvere il problema della criminalità mafiosa o contenerlo in limiti accettabili, e non soltanto per limiti, direi istituzionali, propri di siffatte azioni repressive (volte soltanto all'accertamento dei reati ed alla irrogazione delle relative sanzioni), ma soprattutto a causa delle profonde radici storiche e socio-economiche che la criminalità mafiosa ha nella realtà meridionale e siciliana, sicché, non incidendo a fondo su tali radici, con interventi che vanno ben al di là di quelli meramente repressivi o giudiziari, la mafia è destinata sempre a perpetuarsi, adattando la sua sostanzialmente immodificabile natura ai mutevoli aspetti della realtà socioeconomica. La mafia, purtroppo, non è soltanto una organizzazione criminale dedita, come altre nel mondo, al traffico di droga. Non si vuole ovviamente negare che da detto traffico dipenda soprattutto l'enorme potenza raggiunta negli ultimi anni dalla organizzazione mafiosa, che proprio in conseguenza di tali commerci ha esteso l'ambito della propria attività ben oltre gli angusti limiti dei confini isolani. Vero è però che essa esisteva ancor prima del traffico di droga e verosimilmente continuerà ad esistere ancor dopo, se gli sforzi congiunti di una organizzazione di contrasto a livello mondiale riuscirà a liberarci un giorno del flagello degli stupefacenti. Anche nei periodi di maggiore espansione e di maggiori profitti derivanti dal commercio della droga l'organizzazione mafiosa, ben consapevole della sua peculiare natura, non ha mai rinunciato a quel rigido controllo del territorio che fa della "famiglia" di Cosa Nostra un vero Stato nello Stato, perché il territorio e la supremazia su di esso sono indispensabili per l'esistenza stessa del nucleo criminale mafioso come per quella di qualsiasi istituzione statuale. Controllo del territorio che si esercita pesantemente nei meccanismi di distribuzione delle risorse, con le tangenti, con l'accaparramento degli appalti, con lo sfruttamento delle aree, con l'infiltrazione, per condizionarli a suo favore, negli organi del pubblico potere, politico e burocratico. Constatata quindi la poca incisività delle mere azioni repressive della tracotanza mafiosa, sempre risorgente dalle sue apparenti ceneri, è necessario si prenda atto che il fenomeno va affrontato alle sue radici con una globale risposta delle istituzioni, senza inammissibili ed esclusive deleghe a questa o quella parte del pubblico apparato. Più Stato. Certo più Stato, ma attenzione. Una risposta statuale intesa in termini meramente quantitativi di impiego di risorse umane o finanziarie non risolve il problema ed anzi spesso lo aggrava. Tutti abbiamo appreso delle polemiche scatenatesi in ordine alla profusione di risorse finanziarie nei territori campani terremotati, che hanno finito per scatenare gli appetiti della camorra, trasformando quelle terre, per il loro accaparramento, in un tragico teatro di sangue. Ed è noto quali timori si nutrono a Palermo per l'attenzione immancabile di Cosa Nostra ai finanziamenti pubblici che interessano quella città. Bisogna prendere atto che il sottosviluppo economico non è o non è da solo responsabile della tracotanza mafiosa, che ha radici ben più complesse, tanto da farla definire in recenti studi non il prezzo della miseria ma il costo della sfiducia. Per altro, già nel lontano 1876, Leopoldo Franchetti, nello scrivere quello che ancor oggi rimane uno dei più pregevoli studi sulla mafia siciliana, individuava due insiemi di cause tra loro collegati: l'assenza di un sistema credibile ed efficace di amministrazione della giustizia (specie quella civile) ed una mancanza di fiducia di tipo economico. Ambedue le cause, che possiamo ritenere ancor oggi operanti, importano l'assenza di un apparato statuale credibile, sia nel dirimere le controversie naturalmente nascenti dalle private contrattazioni, sia nell'assicurare che tali contrattazioni possano svolgersi in clima di reciproca affidabilità. A sua volta l'arretratezza economica chiude ogni altra via di sfogo all'attività dei privati. L'unico fine, osserva Franchetti, che ciascuno propone alla propria attività od ambizione è quello di prevalere, sopra i propri pari. Quando è congiunto all'assenza di uno Stato credibile, non può condurre alla normale concorrenzialità di mercato: la pratica che si diffonde non è quella di far meglio dei propri rivali, ma quella di "farli fuori". E quanto ciò sia compatibile con l'ordinata crescita economica, postulato indispensabile della maggiore integrazione europea, lascio a voi giudicare. In questo contesto, continua Franchetti, si cominciano a capire i motivi per cui i mafiosi non agiscono come delinquenti comuni che operano isolatamente, in conflitto con la popolazione. Parte della opinione pubblica li ritiene in Sicilia più che altro uomini capaci di esercitare privatamente quella giustizia pubblica su cui nessuno più conta. Quanto di questi concetti conservino ancor oggi gran parte della loro validità emerge in modo inquietante da talune ricorrenti invocazioni alla mafia o a suoi supposti qualificati esponenti verificatesi in occasioni di pubbliche dimostrazioni per protestare contro asserite ingiustizie sociali od economiche. Analogo aspetto quello della compenetrazione tra delinquente e vittima che tipicamente si realizza in una delle attività più caratteristiche della mafia, cioè l'offerta di protezione a scopo estorsivo. Infatti l'aspetto più singolare della estorsione mafiosa è la difficoltà di distinguere le vittime dai complici ed il fatto che tra protetti e protettori si stabiliscano legami piuttosto ambigui. La violenza dell'estorsione e gli interessi personali delle vittime tendono a confondersi ed a formare un insieme inestricabile di motivi per cooperare. Il vantaggio di essere amici di coloro che estorcono denaro o beni non è quindi solo quello di evitare i probabili danni che seguirebbero un rifiuto, ma in certi casi, può estendersi ad un aiuto per sbarazzarsi di concorrenti scomodi. E, quanto ai rapporti con la Pubblica Amministrazione, quale migliore alleato di colui o di quella organizzazione che garantisce un rapporto di "fiducia" nei confronti di un apparato ritenuto non credibile o non affidabile. In proposito, è abbastanza recente la denuncia della più alta autorità regionale, secondo la quale "ci troviamo in presenza in molte USL ed in molti comuni di spinte fortissime, dirette o ravvicinate, da parte di centri criminali che tentano di intervenire come gruppi di pressione, decisivi addirittura nella formazione degli esecutivi. L'obbiettivo è il controllo del notevole flusso di risorse che questi organismi decentrati amministrano. C'è una pressione sempre maggiore che aree di criminalità organizzata realizzano nei confronti dei punti di decisione ed utilizzo delle risorse". In tale situazione, così autorevolmente denunciata, quale migliore brodo di coltura per organizzazioni che traggono la loro forza dalla inefficienza dell'apparato pubblico e dalla sua incapacità ad esser ritenuto meritevole di imparziale "fiducia"? Il nodo è pertanto essenzialmente politico. La via obbligata per la rimozione delle cause che costituiscono la forza di Cosa Nostra passa attraverso la restituzione della fiducia nella Pubblica Amministrazione, la cui perdurante inefficienza è oggi incompatibile con l'ordinato svolgersi della vita civile e rischia, protraendosi nel tempo di compromettere gravemente le possibilità della popolazione, specie isolana, di inserirsi nel circuito europeo senza rischiare la completa emarginalizzazione. Nessun impiego, anche massiccio, di risorse finanziarie produrrà benefici effetti se lo Stato e le pubbliche istituzioni in genere non saranno posti in grado e non agiranno in modo da apparire imparziali detentori e distributori della fiducia necessaria al libero ed ordinato svolgersi della vita civile. Continuerà altrimenti il ricorso e non si spegnerà il consenso, espresso o latente, attorno ad organizzazioni alternative in grado di assicurare egoistici vantaggi. Fiducia nello Stato significa anche fiducia in un efficiente amministrazione della giustizia, sia penale, sia soprattutto civile. Occorre registrare con evidente soddisfazione l'introduzione del nuovo codice di Procedura Penale, sia perché sostituisce un insieme di norme di rito ormai sclerotiche e disorganiche, sia perché l'adozione del sistema accusatorio, che entrerà in vigore tra qualche mese, costituisce fuor di ogni dubbio una conquista di civiltà giuridica. Tuttavia sia ben chiaro che il nuovo rito non potrà funzionare e la sua adozione creerà gravissimi problemi se non sarà accompagnata da un adeguato potenziamento delle strutture e da una razionalizzazione del sistema. La magistratura associata e le organizzazioni forensi hanno anche recentemente, con atti sofferti e clamorosi quale lo sciopero, indicato un nucleo di problemi la cui risoluzione costituisce un minimum indispensabile per ridare credibilità ad una amministrazione della giustizia cui nelle condizioni attuali più nessuno fa affidamento, col rischio, specie in Sicilia, che si perpetui e consolidi il ricorso ad un sistema alternativo e criminale di risoluzione delle controversie. Fiducia nelle istituzioni significa soprattutto affidabilità delle amministrazioni locali, quelle cioè con le quali il contatto del cittadino è immediato e diretto e che attualmente risultano incapaci di gestire la cosa pubblica senza aggrovigliarsi negli interessi particolaristici e nelle lotte di fazioni partitiche. La loro riforma non è più procrastinabile, poiché altrimenti, come è emerso dalle allarmate denuncie del Presidente della Regione, resteranno i veicoli principali delle pressioni mafiose e delle lobbies affaristiche loro contigue. Passano anche attraverso queste vie obbligate le direttrici di lotta alla criminalità mafiosa. Una sfida che lo Stato deve vincere in tempi rapidi perché è in grado di farlo, se non prima del fatidico 1992, ormai alle porte, almeno in tempi che ci consentano di affrontare la maggiore integrazione europea forti di una sana ed ordinata vita civile.

 

IL VOLTO ECONOMICO DELLA CRIMINALITA' ORGANIZZATA - di Paolo Borsellino

Intanto vorrei premettere, riallacciandomi alle osservazioni introduttive del moderatore, che questo dibattito lo stiamo facendo nel corso della campagna elettorale ma l'avremmo potuto fare in qualsiasi altro momento, in quanto non tratta di problemi che interessano specificamente la campagna elettorale ma tratta di problemi che interessano il Paese e lo interessano in ogni momento, anche quando si è lontani dalle elezioni. Ho voluto dirlo perché mi è giunta notizia, non appena io sono arrivato in questo edificio che non conoscevo, che addirittura ci sarebbe stata una definizione di questo incontro come "cocktail di magistrati". A parte il fatto che in questo tavolo di magistrati in attività di servizio ci sono soltanto io, c'è qualcuno che aspira ad andarsene e gli faccio tutti i miei auguri perché ritengo che potrà portare nella nuova sede, nelle nuove funzioni a cui aspira, tutta la competenza, tutto l'ardore della sua attività e vorrei aggiungere anche tutta la sua simpatia. Ce ne è qualcuno che aspira, estremamente contrastato, a rientrarci in magistratura ed egualmente mi auguro che al più presto possa rientrarci e ce ne è qualche altro, ce ne è un altro che a quanto pare, e anche questa è una notizia che ho appreso stasera, si appresta anch'egli a rientrarci. Però, in questo momento, magistrato in attività di servizio sono soltanto io. E ci sono io non per partecipare, sia ben chiaro, a una manifestazione che abbia qualcosa a che fare con la campagna elettorale ma ci sono io perché sono stato sollecitato, e ho aderito di buon grado a questa sollecitazione, a trattare problemi di cui sempre mi sono occupato, problemi che mi affascinano e che mi tormentano, problemi dei quali ho parlato in tante e in ben altre occasioni e ne parlo pure in questa occasione perché non è la campagna elettorale in corso che mi deve impedire di esprimere in proposito il mio pensiero. E il mio pensiero è che  in realtà non può contestarsi che negli ultimi periodi sembra che il governo, e in genere il potere legislativo, abbia mostrato di prendere contezza di quanto è importante il problema da affrontare e di quanto sia necessario organizzarsi per affrontarlo seriamente. Le riforme legislative cui si è accennato, cui accennava il moderatore, sono riforme verso le quali va il mio giudizio sicuramente positivo. Tuttavia sono estremamente preoccupato perché queste riforme rischiano in questo momento di diventare una nuova tabella messa sull'entrata di un edificio che rimane sempre lo stesso. Perché se si decide di affrontare effettivamente, almeno sul piano repressivo, perché per ora mi sto occupando solo di questo, il problema della criminalità mafiosa questa decisione deve essere una decisione globale perché non si può istituire, come meritoriamente si sono istituiti, nuovi strumenti per la lotta alla criminalità mafiosa - uno di questi è la Direzione Distrettuale Antimafia, che ha già cominciato ad operare e la Direzione Nazionale Antimafia, che ancora invece non opera -,  senza accompagnare queste decisioni da una volontà globale che sia diretta soprattutto a fare funzionare queste nuove strutture. E se il potere legislativo e il potere esecutivo affrontano questi problemi, istituiscono la Direzione Distrettuale Antimafia ma, contemporaneamente, ad esempio, continuano in modo forsennato a maldistruibuire i giudici sul territorio… Perché è un bel dire che è colpa soltanto delle leggi che regolano i trasferimenti dei magistrati, è un bel dire… Quindi nel riversare queste responsabilità soltanto sul Consiglio Superiore… Perché non dimentichiamo che mentre si applicavano le leggi, mentre si emanavano le leggi sulla Direzione Distrettuale Antimafia e sulla Direzione Nazionale Antimafia e sulla Direzione Investigativa Antimafia il Parlamento continuava in modo forsennato a creare nuovi Tribunali, maldistribuendo, continuando a maldistribuire i giudici sul territorio. Credo che in contemporanea alla istituzione della Direzione Distrettuale Antimafia sono stati creati in Italia credo altri cinque Tribunali. E creare altri cinque Tribunali, cioè continuando in senso esattamente contrario a quello che si è fatto con la istituzione delle direzioni distrettuali che tendono invece ad accentrare a livello regionale le indagini, continuando invece a suddividere ancora le già piccole circoscrizioni dei Tribunali italiani, regolati secondo concetti geografici che risalivano al secolo scorso, significa creare problemi di riempimento con le forze necessarie a questi Tribunali perché ora ci vorrà un Procuratore della Repubblica in più a Barcellona Pozzo di Gotto, un Procuratore della Repubblica in più a Nocera Inferiore, un Procuratore della Repubblica in più negli altri tre o quattro Tribunali che sono stati istituiti. Questo evidentemente è indice del fatto che il potere legislativo e il potere esecutivo continuano in questa materia a camminare in modo schizofrenico, nonostante il mio giudizio sia estremamente positivo su queste nuove strutture per combattere la criminalità mafiosa dal punto di vista della repressione. Concordo pienamente con quanto detto nell'ultima parte dell'intervento di Aldo Rizzo sul fatto che la lotta alla criminalità mafiosa non può essere ristretta al momento repressivo perché la criminalità mafiosa ha delle caratteristiche particolari e delle radici socio-economiche così precise che se non si incide sulle radici del fenomeno l'intervento repressivo, sia quello delle forze di polizia, sia quello giudiziario, sarà destinato a un intervento a ripetersi continuamente perché non sarà altro che una fatica di Sisifo fatta da persone che hanno il solo compito di accertare la consumazione di reati, di individuare i presunti colpevoli,condannarli se colpevoli, se accertata la loro colpevolezza, assolverli se la loro colpevolezza non viene accertata. Questo con il fenomeno ha poco a che fare. Sperare che un rafforzamento, un perfezionamento delle istituzioni repressive sia sufficiente ad incidere seriamente sul fenomeno mafioso è una speranza sicuramente vana ed è una sorta… anzi, l'enfatizzare questo tipo di interventi finisce per diventare uno dei termini di un pericoloso ricatto: cioè noi vi abbiamo dato gli strumenti, voi non li avete saputi usare quindi voi siete i responsabili.

Tavola rotonda dal titolo "Criminalità, giustizia" tenutasi a Palermo, in vista delle elezioni politiche, il 27 marzo del 1992. Da archivio sonoro Radio Radicale Ca n° 104989. Trascrizione a cura di Monica Centofante.  La trascrizione è fedele al documento sonoro, con alcuni interventi a discrezione dell'operatore: 1) l'apposizione della punteggiatura; 2) l'inserimento di parole, comprese in parentesi quadre, per aiutare la comprenslità del testo; 3) la correzione delle deformazioni fonetiche dialettali.

 

DROGA: UN MERCATO DI MIGLIAIA DI MILIARDI - di Paolo Borsellino

Io sono stato sempre estremamente convinto che la mafia sia un sistema, non lo chiamerei tanto parallelo, lo chiamerei alternativo al sistema dello Stato perché è proprio questo che distingue la mafia da ogni altra forma di criminalità. E in particolare nell’ordinamento, nel nostro stato, a differenza che in qualsiasi altro Stato, si tratta di una organizzazione criminale dal grossissimo potere, così come organizzazioni criminali di grandissimo potere e di grandissima potenzialità vi sono negli altri stati, ma il nostro, mi pare, che sia, credo, l’unico stato in cui a chiare lettere si è potuto dire, da tutte le parti politiche, che l’esistenza di questa forma di criminalità mette addirittura in forse l’esercizio della democrazia. E perché? Perché probabilmente in nessuna altra parte del mondo esiste una organizzazione criminale la quale si è posta storicamente, e si continua a porre, nonostante talvolta questo lo abbiamo dimenticato e nonostante talora facilmente si continui a dimenticare, che si continua a porre come un sistema alternativo, un sistema alternativo che offre dei servigi che lo Stato non riesce ad offrire. Questa è la particolarità della mafia e, anche nel momento in cui la mafia traeva – e forse ancora continua, anche se probabilmente in diminuzione – traeva i suoi massimi proventi dalla produzione e dal traffico delle sostanze stupefacenti, l’organizzazione mafiosa non ha mai dimenticato che questo non costituiva affatto la sua essenza. Tanto che, e questo lo abbiamo vissuto tutti quelli che abbiamo partecipato a quella esperienza del maxiprocesso e del pool antimafia, tanto che anche in quei momenti, anche quando vi erano famiglie criminali mafiose che guadagnavano centinaia e centinaia di miliardi, se non migliaia, dal traffico delle sostanze stupefacenti, quelle stesse famiglie non trascuravano di continuare ad esercitare quelle che erano le attività essenziali, perché la droga non lo era e non lo è mai stata, essenziale alla criminalità mafiosa. Cioè quella di continuare ad esercitare, quella che è la caratteristica fondamentale della criminalità mafiosa, che qualcuno chiama territorialità, e che comunque si riassume nella pretesa, non di avere ma addirittura vorrei dire io di essere un territorio, così come il territorio è parte essenziale dello Stato, tanto che lo Stato “è” un territorio e non “ha” un territorio, perché è una sua componente essenziale, dico la famiglia mafiosa non ha mai dimenticato che sua caratteristica essenziale è quella di esercitare su un determinato territorio una sovranità piena. Poiché si determina naturalmente un conflitto tra uno stato che intende legittimamente esercitare una sovranità su un territorio e un ordinamento giuridico alternativo, il quale sullo stesso territorio intende esercitare una analoga sovranità, con mezzi diversi ma una analoga sovranità, si determina questo conflitto. E questo conflitto – ecco perché io non le chiamo istituzioni parallele ma soltanto alternative – si compone normalmente non con l’assalto al palazzo del comune o al palazzo del governo da parte delle truppe della criminalità mafiosa, ma normalmente si compone attraverso il condizionamento dall’interno delle persone, o il tentativo di condizionamento dall’interno, delle persone atte ad esprimere, delle persone fisiche atte ad esprimere la volontà dell’ente pubblico, che rappresenta sul territorio determinate istituzioni. Naturalmente, naturalmente la risoluzione finale del problema, consiste nel chiudere… naturalmente la risoluzione finale del problema, la finalità a cui deve tendere chi veramente intende, cioè le forze politiche che veramente intendono combattere la mafia, è quella di chiudere, di chiudere questi canali di infiltrazione, attraverso il quale la volontà delle persone fisiche che impersonano l’ente pubblico, o coloro che sono abilitati ad esprimere la volontà dell’ente pubblico, delle istituzioni pubbliche che operano sul territorio, vengono condizionate da questa istituzione alternativa. Il chiudere come? Perché ci sono stati chiesti esempi concreti. Ebbene in Italia mi sembra che tutti abbiamo talvolta la sensazione che le istituzioni pubbliche non vengano considerate tanto dalle forze politiche organizzate in partiti come quelle istituzioni dove andare attraverso i partiti a scegliere i migliori che vanno a impersonarne la volontà di queste istituzioni, ma le istituzioni pubbliche vengono considerate normalmente come teatri o agoni di lobbies che li dentro si azzuffano e si scornano per impossessarsi, quanto più possibile, di fette di questo potere e di esercitarlo in funzione non tanto del bene pubblico, ma di esercitarlo in funzione di interessi particolari. E questo è l’accusa che da più parti politicamente si fa a quella che viene chiamata, da tutti dispregiativamente, ma da tutti sostanzialmente sopportata, “partitocrazia”. Cioè l’occupazione da parte dei partiti e delle lobbies partitiche, delle istituzioni pubbliche il che naturalmente crea la strada naturale perché all’interno di queste istituzioni pubbliche si formino quelle volontà che non sono dirette al bene pubblico ma sono dirette ad interessi particolari. Chiudere queste strade attraverso interventi, anche istituzionali, evidentemente significa chiudere possibilità di accesso delle organizzazioni criminali all’interno di questo tipo di organizzazione. E sicuramente questo deve farsi salvando, è logico, i princìpi democratici che reggono, oggi, pressoché tutte le nostre istituzioni. Però, ad esempio, la sordità del potere politico a modificare radicalmente quelle che sono la legislazione che regola, ad esempio, gli enti locali è chiaro che è una sordità nei confronti di un problema il quale, una volta affrontato e risolto al migliore dei modi, trancerà, chiuderà, impedirà l’accesso all’interno di questi enti locali di queste lobbies che andranno lì dentro, o di queste lobbies o comunque di queste infiltrazioni che possono provocare, provocano normalmente la possibilità che… le volontà di persone a cui è attribuito il potere di esprimere la volontà di queste istituzioni siano rivolte non al bene pubblico, ma siano rivolte agli interessi particolari di questa o di quel gruppo affaristico, fra i quali primeggia l’organizzazione mafiosa. (27 marzo 1992, Palermo. Intervento di Paolo Borsellino in occasione di una tavola rotonda sul tema mafia, criminalità, giustizia, magistratura, superprocura).

 

ROCCO CHINNICI - UN UOMO CHE ANDAVA CONTRO CORRENTE – di Paolo Borsellino

L’umiltà, la saggezza, la serietà e l’amore di Paolo Borsellino verso il suo prossimo e i suoi fraterni colleghi Chinnici e Falcone si evidenziano chiaramente anche in questa prefazione.

Ho riletto con intensa emozione questi brevi scritti di Rocco Chinnici, che mi hanno fatto ricordare altri suoi interventi pubblici e tante altre conversazioni quotidiane che avevo con lui, di cui purtroppo è rimasta traccia solo nella mia memoria ed in quella di coloro che ebbero la fortuna di ascoltarlo. Rocco fu assassinato nel luglio del 1983, agli inizi di questo decennio, quando ancora erano grandemente lacunose le concrete conoscenze sul fenomeno mafioso, che non era stato ancora visitato dall’interno, come poi fu possibile nella stagione dei “pentiti”. Eppure la sua capacità di analisi e le sue intuizioni gli avevano permesso già nel 1981 (è questo l’anno di ben tre dei quattro scritti pubblicati) di formarsi una visione del fenomeno mafioso che non si discosta affatto da quella che oggi ne abbiamo, col supporto però di tanto rilevanti acquisizioni probatorie, passate al vaglio delle verifiche dibattimentali. Le dimensioni gigantesche della organizzazione, la sua estrema pericolosità, gli ingentissimi capitali gestiti, i collegamenti con le organizzazioni di oltreoceano e con quelle similari di altre regioni d’Italia, le peculiarità del rapporto mafia-politica, la droga ed i suoi effetti devastanti, l’inadeguatezza della legislazione: c’è già tutto in questi scritti di Chinnici, risalenti ad un periodo in cui scarse erano le generali conoscenze ed ancora profonda e radicata la disattenzione o, più pericolosa, la tentazione, sempre ricorrente, alla convivenza.  Eppure, né generale disattenzione né la pericolosa e diffusa tentazione alla convivenza col fenomeno mafioso, spesso confinante con la collusione, scoraggiarono mai quest’uomo, che aveva, come una volta mi disse, la “religione del lavoro”. Egli era divenuto, alla fine degli anni ‘70, dirigente dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. E proprio in quegli anni divampò la così detta “guerra di mafia” e si verificarono, non i primi, ma sicuramente i più clamorosi delitti eccellenti. A capo della struttura giudiziaria più esposta d’Italia, si prefisse di potenziarla opportunamente e renderla efficace strumento di quelle indagini nei confronti della criminalità organizzata, troppo a lungo trascurate in precedenza. Uno per uno ci scelse: noi magistrati che solo dopo la sua morte avremmo costituito il così detto “pool antimafia”. Ci prospettò lucidamente le difficoltà ed i pericoli del lavoro che intendeva affidarci, ci assistette e ci spronò a superare diffidenze e condizionamenti: ché allora, con carica non meno insidiosa dell’arrogante tracotanza di oggi, così si manifestavano gli ostacoli frapposti dalla “palude” al nostro lavoro.  Credeva fermamente nella necessità del lavoro di équipe e ne tentò i primi difficili esperimenti, sempre comunque curando che si instaurasse un clima di piena e reciproca collaborazione e di circolazione di informazioni fra i “suoi” giudici. Per suo merito, nell’estate del 1983, si erano realizzate, pur nell’assenza di una idonea regolamentazione legislativa, ancora oggi mancante, tutte le condizioni per la creazione del pool antimafia, che, infatti, subito dopo fu possibile realizzare sotto la direzione di Antonino Caponnetto, il quale continuò meritoriamente l’opera di Rocco Chinnici e ne realizzò il disegno, pur avendo una personalità completamente diversa dall’altro, ma animato da eguale tensione morale e spirito di sacrificio. Un sereno spirito di sacrificio animò sempre la vita di Rocco Chinnici, il quale non cessò mai di essere consapevole, molto più di quanto sia ragionevole credere, dell’altissimo rischio personale connesso alla sua attività. Egli “sapeva” che la stessa sua vita era un pericolo per le organizzazioni mafiose ed i loro fiancheggiatori e quindi ben presagiva la sua fine. Sapeva che con la sua uccisione si sarebbe tentato di spazzar via le conoscenze e la sua volontà di riscatto e lucidamente non si stancò mai di trasmettere le une ed infondere l’altra sia ai suoi più stretti collaboratori sia a chiunque con cui potesse venire in contatto. E ciò faceva quasi affannosamente, pressato dall’urgenza dei tempi, poiché sentiva montare attorno a lui la minaccia che già aveva prodotto i suoi tragici effetti con Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, le cui uccisioni lo avevano profondamente addolorato ma non impaurito né demotivato.  Chi gli visse accanto in quell’ultimo tragico anno della sua esistenza sa con quale impegno ed abnegazione, giorno e notte, con orari impossibili, continuò a lavorare nell’istruzione di quel procedimento, allora detto “dei 162”, che costituì l’embrione iniziale del primo maxiprocesso alle cosche mafiose, oggi giunto alla sua seconda verifica dibattimentale. Gli era così chiara l’unitarietà e l’interdipendenza fra tutte le famiglie mafiose e palese la connessione fra tutti i loro principali delitti (concetti che oggi fanno parte del patrimonio comune di chiunque si occupi di criminalità mafiosa, sebbene talune poco convincenti decisioni della Cassazione li abbiano posti recentemente in dubbio) che a lui risalgono la paternità o almeno l’ispirazione dei primi provvedimenti di riunione delle istruttorie sui grandi delitti di mafia. Era convinto che solo con un grande sforzo, inteso ad affrontare unitariamente l’esame del fenomeno, cercando di cogliere tutte le interconnessioni fra i grandi delitti, fosse possibile fare su di essi chiarezza, individuandone le cause e gli autori. Sforzo giudiziario reso necessario dalla inerzia investigativa del precedente decennio, la quale aveva creato un vuoto che lui ed i suoi giudici erano chiamati a colmare. Questa fu poi la ragione ispiratrice del maxiprocesso: non astratto modello di indagine giudiziaria, non scelta fra diverse metodologie istruttorie, ma via obbligata da perseguire in quel determinato momento storico, nel quale mancava del tutto una risposta giudiziaria che costituisse punto di riferimento certo per le successive attività investigative. Ma gli erano chiari altresì i limiti invalicabili della risposta giudiziaria alla mafia. Profondamente giudice, ben sapeva che suo compito istituzionale era esclusivamente quello di accertare l’esistenza di reati ed individuarne i colpevoli. Attività non idonea a debellare le radici socio-economiche e culturali della mafia, così profondamente inserita nella realtà del paese da trovare la forza di riprendersi, con accentuata ferocia, dopo ogni “successo” giudiziario nei suoi confronti. Per questo non si stancò mai di ripetere, ogni volta che ne ebbe occasione, che solo un intervento globale dello Stato, nella varietà delle sue funzioni amministrative, legislative ed, in senso ampio, politiche, avrebbe potuto sicuramente incidere sulle radici della malapianta, avviando il processo del suo sdradicamento. Sono questi concetti che oggi sentiamo continuamente ripetere nei convegni e nelle tavole rotonde e leggiamo frequentemente sulle colonne dei giornali. Ma all’inizio del decennio era già difficile fare accettare il concetto della esistenza stessa della mafia, spesso definita, ed anche in sede autorevole, “volgare delinquenza” ed è merito di pochi, e di Chinnici in prima linea, l’averne intuito la profonda essenza e pericolosità. Analogamente dicasi per la diffusione delle droghe e della tossicodipendenza. Forse in questa legislatura si giungerà finalmente alla modifica delle ormai inadeguate norme della legge del 1975 (aspramente criticata da Chinnici nella conferenza al Rotary Club del 29 luglio 1981), che se non ha favorito ha sicuramente consentito l’espandersi a dismisura del consumo delle sostanze stupefacenti. Quasi dieci anni fa, in periodo di sostanziale sottovalutazione, se non di indifferenza al fenomeno, Chinnici, ben consapevole di andare contro corrente, intuì la pericolosità di una legge permissiva ed il decisivo valore della prevenzione, assumendosene in prima persona il carico. Innumerevoli furono i suoi interventi in tutte le scuole cittadine, i suoi incontri con professori e studenti, i più esposti alla diffusione del flagello, presiedendo dibattiti, partecipando a tavole rotonde, rispondendo a tutte le domande che gli venivano rivolte, sempre, come sua abitudine, citando dati a casi concreti appresi durante la sua lunghissima esperienza giudiziaria nella materia. “Dove trova il tempo?” ci domandavamo talvolta i suoi collaboratori, che ben sapevamo come questa attività non scalfiva affatto le sue capacità di smaltire velocemente e proficuamente enormi quantità di lavoro giudiziario. Lo trovava, lo inventava, con la sua radicata e vorrei dire religiosa convinzione che anche quello era suo indefettibile compito di cittadino; che una lunga e defatigante istruttoria su un omicidio di mafia o su un traffico internazionale di stupefacenti non avrebbe avuto senso compiuto se insieme egli non avesse profuso tra i giovani, che con la sua attività giudiziaria cercava di difendere, anche quei frutti della sua esperienza e della sua cultura che, se ben recepiti, li avrebbero messi in grado di difendersi da se stessi. E questa lezione ai giovani è quella che ha dato più frutti. Il suo risultato è sicuramente il più stabile punto di non-ritorno dell’azione antimafia di Rocco Chinnici, proseguita poi tra mille difficoltà da Antonino Caponnetto e da molti altri, primo tra tutti Giovanni Falcone, non a caso anche lui vittima designata, e fortunatamente scampata, di analogo attentato. Al di là dei sempre incerti esiti giudiziari delle grandi inchieste di mafia, la loro stessa celebrazione e la diffusione dei loro principi ispiratori hanno prodotto nei giovani una nuova coscienza, impensabile nelle precedenti generazioni, che rifiuta la mafia e la tentazione di convivere con essa. Già nel luglio 1983, in una lettera al Presidente della Repubblica, pubblicata nell’appendice di questo libro, giovani studenti palermitani manifestavano fermamente il loro desiderio di liberazione ed invocavano l’intervento globale dello Stato. Appena due anni dopo altri giovani studenti, tutti studenti palermitani, colpiti nelle loro carni dalla terribile tragedia di via Libertà, della quale chi scrive fu involontario protagonista, dimostravano, e lo dimostrano ancora, il livello della loro profonda e sofferta maturazione, non cedendo a comprensibile rabbiosa reazione ma invocando l’instaurarsi delle condizioni di una vita onesta, ordinata, civile. Questi giovani sono gli eredi spirituali di Rocco Chinnici, che tanto amò i suoi figli ed i loro coetanei. Sono i possessori di un lascito duraturo. Ad essi si riferisce il cardinale Pappalardo nella sua omelia funebre del 30 luglio 1983: “Conosce il Signore la via dei buoni, la loro eredità durerà nei secoli”.

 

CONVERSAZIONI SULLA MAFIA  di Paolo Borsellino

Ricordo che, quando ero io un ragazzo, invidiavo un compagno di scuola che asseriva di avere il padre o il nonno "ntisu" (leggi letteralmente: "ascoltato", ma intendi: "riverito", "obbedito". Si tratta di una forma di obbedienza assoluta ad ordini non ostentati, appena pronunciati sia pure sotto forma di consigli o di desideri, ma la cui esecuzione non poteva essere impunemente ignorata). Evidentemente ignoravo che in quegli anni già Cosa Nostra agiva con inaudita ferocia, uccidendo senza pietà anche miei coetanei (ricordo per tutti Paolino Riccobono). Occorre che i giovani sappiano cos'è la mafia perché non accettino mai di vivere con essa. Rispetto al passato, ora si è registrato un passo avanti, in Sicilia, come nel resto del paese, per quanto riguarda la maggiore consapevolezza dell'esistenza e della pericolosità del fenomeno mafioso. Basti pensare che sino a qualche anno fa non era raro trovare chi addirittura negasse l'esistenza della mafia. Non vi è però una corrispondente diminuzione allo stato della pericolosità di Cosa Nostra, che nonostante gli indubbi successi conseguiti dall'apparato repressivo condiziona ancora l'ordinato svolgersi della vita sociale e grava pesantemente sull'economia, non solo isolana. Per fare un rapido excursus va ricordato che già le indagini della prima Commissione antimafia avevano dimostrato l'inconsistenza delle riduttive e spesso interessate opinioni, secondo cui la "mafia" sarebbe soltanto un modello subculturale e "mafioso", un particolare atteggiarsi di certi soggetti non necessariamente inseriti a pieno titolo nel mondo della criminalità organizzata. Quelle indagini infatti avevano messo in luce l'esistenza di una vera e propria organizzazione criminale, con struttura verticistica e unitaria, pur articolata in numerose "famiglie" mafiose operanti su determinati territori dai quali prendevano nome. Queste conoscenze si dispersero nel decennio 1970-1980 e, scemata del tutto l'attenzione al fenomeno, si consentì all'organizzazione di assumere le pericolosissime proporzioni attuali. Oggi, anche a seguito della ponderosa indagine istruttoria condotta a Palermo, peraltro contestuale a nuova attenzione al fenomeno da parte del legislatore, anche a causa dell'impressionante numero di delitti di sangue verificatisi a Palermo nel biennio 1981-1982, non è più seriamente dubitabile, innanzitutto, che "mafia" in senso stretto null'altro è che l'associazione criminosa "Cosa Nostra" articolata in varie famiglie palermitane, siciliane e campane, che, avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo e delle particolari condizioni di assoggettamento ed omertà che ne deriva, commette delitti, principalmente contro la persona ed il patrimonio, ha acquisito il monopolio del grande traffico internazionale di stupefacenti, gestisce e controlla, riciclando il "denaro sporco", attività economiche cosiddette paralecite.

Altre similari associazioni, operanti in altre zone del territorio statuale ed anche all'estero, aventi analoghe caratteristiche, possono dirsi di "tipo mafioso" ed assumono varie denominazioni, quali principalmente "ndrangheta" e "camorra". Essendo la mafia organizzazione criminale, come ho precedentemente detto, cresce attorno ad essa, come l'acqua attorno al pesce, una miriade di persone, coinvolte comunque negli interessi dell'organizzazione pur non facendone istituzionalmente parte; costoro, che nella migliore delle ipotesi sono coloro che alimentano la convinzione delle possibilità di "convivenza" con la mafia, costituiscono la vera forza dell'organizzazione. Qualcuno, certamente sprovveduto e certamente in buona fede, fino a poco tempo fa continuava a vagheggiare romanticamente una vecchia mafia che dispensava giustizia quando lo Stato era assente e nessuno difendeva il debole dal sopruso del forte. Per non continuare a far vivere suggestive immagini destituite di verità, va detto con la massima forza e chiarezza che, in ordine alle caratteristiche criminali-associative, non vi è alcuna differenza tra la cosiddetta vecchia mafia e la nuova. Vi è stato invece un enorme dilatarsi degli interessi e dei profitti (soprattutto a causa della monopolizzazione del grande traffico di droga) e, quindi, un maggior uso della violenza per assicurarne il conseguimento; violenza che si è più frequentemente rivolta anche contro i rappresentanti delle pubbliche istituzioni, che hanno tentato di affrontare più radicalmente il fenomeno. Io stesso ho sperimentato la forza arrogante del potere mafioso, assistendo per lunghi anni ad una vera e propria strage di colleghi, collaboratori ed amici, proditoriamente uccisi dal piombo mafioso. La subdola e sottile capacità di penetrazione della mafia l'ho accertata da un canto attraverso le indagini che ho condotte. Ne ho sentito personalmente gli effetti nei tentativi anche inconsci fatti da persone conoscenti appartenenti agli ambienti più vari per infondermi sfiducia sulla reale utilità del mio lavoro. Non sono in pochi a sostenere che lo Stato è colpevole, sia pure per mera assenza o disattenzione grave. La vera colpa principale dello Stato è stata quella di aver visto sempre la "mafia", salvo per brevissimi periodi storici e con accentuati quanto rapidi riflussi, come un problema regionale, non avente come tale gravità sufficiente da sollecitare uno sforzo sia preventivo che repressivo. Altra colpa è quella di aver pensato che essa era un problema della sola magistratura e che, una volta assicurato a questa mezzi e strutture, il problema era da considerarsi chiuso. I fatti hanno dimostrato che non è così. Attualmente infatti (e stiamo, a mio parere, proprio attraversando un'altra perniciosa fase di riflusso) vi è la tendenza degli organi statuali centrali e di certa opinione pubblica ad identificare il problema della lotta alla mafia con quello concernente lo svolgimento del cosiddetto "maxiprocesso", dimenticando, intanto, che il momento giudiziario non è l'unico né il più importante (perché ha la limitata funzione di scoprire e punire delitti già commessi) e che, per altro, certamente non tutta la mafia è dentro l'aula-bunker e va sostenuta e incoraggiata con sforzi continui e costanti (senza emergenze o normalizzazioni) l'attività di indagine e quella di controllo del territorio ove opera Cosa Nostra. A chi da sempre sostiene che la mafia è attecchita e prospera solamente in Sicilia per la grande presenza di una forte disoccupazione quindi dalla facilità di reperire manovalanza criminale, può obiettarsi - dati alla mano - che non vi è un rapporto costante tra il prosperare degli affari di Cosa Nostra e l'espandersi o il permanere di larghe fasce di emarginazione sociale. Ne è prova l'attecchire delle "famiglie" mafiose (o della loro attività) in centri di grossa concentrazione di ricchezza, quali ad esempio la Lombardia ed il Piemonte. E' vero comunque che la manovalanza impiegata nelle azioni omicide, nelle estorsioni, nel traffico di droga, etc., viene più facilmente reperita nelle fasce più emarginate della popolazione ed una azione di profondi interventi sociali non può non avere in questo campo che risultati positivi. La vera terra bruciata però può farsi soltanto attaccando il cuore di Cosa Nostra, cioè le sue attività economiche e gli illeciti profitti conseguiti. E' questo lo spirito della legge Rognoni-La Torre per il cui funzionamento tuttavia occorre trovare modi e sistemi per rendere indagini bancarie e patrimoniali più sollecite e penetranti. In Sicilia, pur con le remore dovute a fattori storici anche estranei all'attività di Cosa Nostra, esiste certamente anche ora un'attività economica onesta che non si riallaccia ad interessi mafiosi. Non c'è dubbio tuttavia che la presenza massiccia di capitali provenienti da attività illecite e gestiti dalle famiglie mafiose, tendenzialmente operanti anche in attività paralecite, in regime di monopolio, finisce per condizionare gran parte delle attività economiche, sia per il più facile reperimento di capitali da parte del mafioso-imprenditore, che già di per sé provoca una marginalizzazione dell'impresa non mafiosa, sia perché anche nelle attività apparentemente lecite il mafioso è portatore di una carica di violenza, utilizzata anche per l'emarginazione della concorrenza. Un passo in avanti compiuto dalle forze sane dello Stato va individuato nella già dimostrata tangibilità del mito dell'omertà: è decisamente già un fattore positivo. Occorre però liberarsi del tutto da certi atteggiamenti subculturali e dalla filosofia del "farsi i fatti propri". Ma occorre anche qualcosa di più: sostenere con movimenti di opinione e con le più opportune iniziative l'opera dell'apparato repressivo dello Stato e vigilare perché il "riflusso" non riassorba ciò che di positivo si è ottenuto. Occorre aver chiaro il concetto che compito della magistratura e finalità, quindi, dei processi è quello di accertare la consumazione di reati ed applicare le relative pene. Dalle indagini, comunque, emergono spesso episodi di "contiguità" tra personaggi politici, potentati economici e sociali e ambienti mafiosi. Tali episodi raramente integrano gli estremi di reato e danno quindi luogo ad incriminazioni. Tuttavia in presenza di essi è dovere della classe politica o degli ambienti sociali ed economici fare pulizia al loro interno, non trincerandosi dietro la mancata iniziativa giudiziaria. Non credo comunque nelle misure eccezionali o addirittura extralegalitarie assunte dallo Stato sia pure a fin di bene. Lo sforzo statuale, ripeto, deve essere continuo e costante, ma nell'ambito delle leggi generali e nel rispetto delle garanzie del cittadino.  Articolo pubblicato sul numero di ANTIMAFIAduemila novembre 2000

 

I  GIOVANI SONO LA MIA SPERANZA  di Paolo Borsellino

da Epoca del 14 ottobre 92

Sono nato a Palermo e qui ho svolto la mia attività di magistrato. Palermo è una città che a poco a poco, negli anni, ha finito per perdere pressoché totalmente la propria identità, nel senso che gli abitanti di questa città, o la maggior parte di essi, hanno finito per non riconoscersi più come appartenenti a una comunità che ha esigenze e valori uguali per tutti. E  questo è dimostrato dal fatto che questa città, dove ci sono molte abitazioni, al loro interno ricche e ben curate, ha strade  in pessime condizioni com’è facile vedere. E i monumenti, che ricordano il passato regale, sono nelle stesse  condizioni di disfacimento. Questa è la situazione in cui Palermo si è venuta a trovare per tante ragioni: perché è stata una delle città più danneggiate dai bombardamenti, e già questo provocò una fuoriuscita degli abitanti dal centro  storico, cioè dai luoghi in cui riconoscevano la propria identità. Ma a questa perdita d’identità hanno contribuito anche le attività delle organizzazioni mafiose. Avendo deciso, in un determinato periodo della loro storia, di sfruttare a pieno le aree edificabili attorno a Palermo, hanno fatto sì che anche l’asse geografico della città si spostasse. Molti abitanti del centro storico (e io sono stato uno degli ultimi a lasciarlo) sono finiti in quartieri periferici privi di servizi dove vivono in condizioni di profondo degrado ambientale. Tuttavia a Palermo, dall’inizio degli anni Ottanta e a causa dei gravissimi delitti della guerra di mafia che turbarono ferocemente l’ordine pubblico, e a causa anche del clamore delle inchieste giudiziarie iniziate subito dopo dal pool antimafia, cominciò a crescere una notevole rinascita della coscienza civile. Nel senso che a un certo punto vi è stata una parte della città che si è reinterrogata su se stessa e in qualche modo, talvolta anche un po’ arruffone, ha cercato di reagire. E la maggior parte di coloro che cominciano a domandarsi chi sono, e come debbono portare avanti questa città, sono giovanissimi. E’ una constatazione che io faccio all’interno della mia famiglia, perché sono stato più volte portato a considerare quali sono gli interessi e i ragionamenti dei miei tre figli, oggi tutti sui vent’anni, rispetto a quello che era il mio modo di pensare e di guardarmi intorno quando avevo quindici – sedici anni. A quell’età io vivevo nell’assoluta indifferenza del fenomeno mafioso, che allora era grave quanto oggi. Addirittura mi capitava di pensare a questa curiosa nebulosa della mafia, di cui si parlava o non si parlava, comunque non se ne parlava nelle dichiarazioni degli uomini pubblici, come qualcosa che contraddistinguesse noi palermitani o siciliani in genere, quasi in modo positivo, rispetto al resto dell’Italia. Invece i ragazzi di oggi (per questo citavo i miei figli) sono perfettamente coscienti del gravissimo problema col quale noi conviviamo.E questa è la ragione per la quale, allorché mi si domanda qual è il mio atteggiamento, se cioè ci sono motivi di speranza nei confronti del futuro, io mi dichiaro sempre ottimista. E mi dichiaro ottimista nonostante gli esiti giudiziari tutto sommato non soddisfacenti del grosso lavoro che si è fatto. E mi dichiaro ottimista anche se so che oggi la mafia è estremamente potente, perché sono convinto che uno dei maggiori punti di forza dell’organizzazione mafiosa è il consenso. È il consenso che circonda queste organizzazioni che le contraddistingue da qualsiasi altra organizzazione criminale. Se i giovani oggi cominciano a crescere e a diventare adulti, non trovando naturale dare alla mafia questo consenso e ritenere che con essa si possa vivere, certo non vinceremo tra due-tre anni. Ma credo che, se questo atteggiamento dei giovani viene alimentato e incoraggiato, non sarà possibile per le organizzazioni mafiose, quando saranno questi giovani a regolare la società, trovare quel consenso che purtroppo la mia generazione diede e dà in misura notevolissima. E’ questo mi fa essere ottimi. Mi sono fatto questa convinzione non solo attraverso le indagini sui miei figli, ma anche a seguito di un episodio accaduto qualche tempo fa: una delle macchine che mi scortava, uccise involontariamente due ragazzi davanti ad un liceo palermitano, il Meli (lo stesso che avevo frequentato in gioventù). Questi giovani, che sul momento si erano messi a picchiare coi pugni la mia macchina, quando si resero conto della situazione dimostrarono di capire che quello, purtroppo, era il prezzo da pagare per combattere le organizzazioni mafiose: in quel momento il prezzo era la difesa del magistrato che se ne occupava e la situazione della scorta che, forse inopportunamente correva troppo. Questi giovani mi furono vicinissimi, sollevandomi in parte dalla crisi morale che l’incidente mi provocò. Loro, quei giovani avevano capito appieno qual era la battaglia che si stava conducendo, quali prezzi altissimi si dovevano pagare e quali prezzi bisognava accettare. 

 ...questo tipo di criminalità non può vivere se non ha un certo rapporto con il potere, che è essenziale alla criminalità mafiosa; ecco una delle ragioni per cui, essendoci questo rapporto, è difficile che il potere si muova globalmente nei confronti dell’organizzazione...

Paolo Borsellino

...ora rinasce la tentazione della connivenza con la mafia, tentazione durissima da sradicare. Ma i giovani e la popolazione studentesca sono la parte più vicina alla magistratura ed alla lotta contro la mafia: e questo è un punto di non ritorno...

Paolo Borsellino

 

"La certezza che tutto questo può costarci caro" 

L’ultima intervista televisiva Paolo Borsellino la concesse a Lamberto Sposini, per il tg5, venti giorni prima di morire nella strage di via D’Amelio (19/7/1992) insieme con i cinque poliziotti della sua scorta. "Terra", settimanale di approfondimento del tg5, la ha riproposta il 24 marzo 2001. Ne ho trascritto le due risposte finali, particolarmente significative

Dopo la morte di Falcone come è cambiata la vita di Borsellino?

(lungo sospiro) La mia vita è cambiata innanzitutto perché....dalla morte....di questo mio vecchio amico e compagno di lavoro è chiaro che io sono rimasto particolarmente scosso e sono ancora impegnato, ad un mese di distanza, a recuperare e, vorrei dire, tutte le mie possibilità operative sulle quali il dolore ha inciso in modo enorme.E' cambiata anche perché sia per la morte di Falcone, sia per taluni altri fatti, mi riferisco alle dichiarazioni ormai pubbliche di quel collaboratore che ha parlato e ha detto di essere stato incaricato di uccidermi e la notizia è arrivata alla stampa in concomitanza con la notizia della strage di Capaci.

Le mie condizioni...., sono state estremamente appesantite le misure di protezione nei miei confronti e nei confronti dei miei familiari. E' chiaro che in questo momento io ho visto completamente, quasi del tutto, anzi, vorrei dire del tutto, pressoché abolita la mia vita privata.Ho temuto nell'immediatezza della morte di Falcone una drastica perdita di entusiasmo nel lavoro che faccio. Fortunatamente, se non dico di averlo ritrovato, ho almeno ritrovato la rabbia per continuarlo a fare.

Posso chiederle se lei si sente un sopravvissuto?

Guardi, io ricordo ciò che mi disse Ninnì Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985, credo.Mi disse: "Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano". La.... l'espressione di Ninnì Cassarà io potrei anche ripeterla ora, ma vorrei poterla ripetere in un modo più ottimistico.Io accetto, ho sempre accettato più che il rischio, la condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall'inizio che dovevo correre questi pericoli.La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in, come viene ritenuto, in....in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare e....dalla sensazione che o financo, vorrei dire, dalla certezza che tutto questo può costarci caro.

 

 

 

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