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Chi é Maria Lanzetta

Maria Carmela Lanzetta, sindaca di Monasterace, ha subìto due attentati mafiosi per il solo azzardo di avere riportato legalità e normalità nel piccolo comune del reggino che governa dal 2006.
La vicenda di questa tenace amministratrice calabrese, raccontata da Goffredo Buccini in L'Italia quaggiù, s’intreccia con quella di altre donne come lei.
Nella società malavitosa, madri, mogli e sorelle, assuefatte al silenzio e all’obbedienza, hanno incominciato ad alzare la testa, a dire ‘no’, per strappare i figli a un destino segnato da violenza, galera, morte.
Nella società legale, una generazione di sindache, elette sovente sull’onda del rinnovamento in Comuni sciolti per mafia, sta cambiando il rapporto con i cittadini, introducendo trasparenza ed efficienza in macchine amministrative opache e inceppate. Donne venute dalle professioni, spesso estranee alla politica, hanno deciso per passione civile di resistere a intimidazioni e minacce, rendendo così un prezioso servizio al Paese.
Maria Carmela Lanzetta, primo cittadino di Monasterace, Locride, è stata il volto nuovo di una stagione che potrebbe fare della Calabria non solo parte integrante dell’Italia, ma simbolo del possibile riscatto italiano.

Questa è la sua storia:

All’alba di quel Corpus Domini qualcuna portò il Vetril. Qualcun’altra le spugnette dei piatti afferrate in fretta e al buio dal lavello di casa. Molte, straccetti e strofinacci, intinti nelle bacinelle d’acqua e sapone.

E si misero in fila così, Rosalba e Caterina, Rosanna, Maria Rita e Chiara, le donne di Monasterace, davanti alla farmacia bruciata alle porte del paese, sulla statale 106, in mezzo al fumo e alla cenere che ancora avvolgevano ciò che il fuoco aveva risparmiato.

«Qua puliamo noi», le dissero.

«Ma io come vi ripago?», chiese Maria Carmela Lanzetta.

«Voi ci avete già ripagato, sindaco».

Ancora si sentiva il tanfo della benzina che quattro picciotti, senza nemmeno il timore di essere immortalati dalle telecamere di sorveglianza, avevano versato dalla finestra sul retro prima di buttare dentro un fiammifero e tirarsi indietro per godersi l’effetto.

Con gli occhi arrossati dalla rabbia e il cuore in tumulto per la paura, alle sei del mattino del 26 giugno 2011, Maria Carmela Lanzetta, primo cittadino di Monasterace – Locride dimenticata in fondo alla provincia povera d’Italia – capì infine di essere stata rieletta davvero. Non solo dalle urne: il 15 maggio aveva rivinto le amministrative. Dalla solidarietà della sua gente. E soprattutto dalle donne, quelle in fila per aiutarla e le altre, che cinque anni prima l’avevano incoraggiata a farsi avanti: «Dovete provarci voi, dottoressa, vui ’ndaviti ’u fati ’u sindaco, dovete fare il sindaco».

Ci aveva provato: lei, la farmacista del paese, esperienza politica zero. E la prima volta l’aveva spuntata di 549 voti, che in un posto così piccolo vuol dire stravincere, dopo che il consiglio comunale, sospettato di essere inquinato dal clan Ruga, era stato sciolto dal prefetto di Reggio Calabria ed era stato reintegrato da una sentenza del Tar: molti cittadini di Monasterace avevano davvero voglia di cambiare, altri pensavano di poter controllare quella donnetta esile, con gli occhi che diffondevano bagliori di timidezza.

«Il paese era stato così devastato dagli uomini che mandarono avanti le donne», mi racconta adesso Maria Carmela.

Ci aveva provato sul serio, appena insediata al primo mandato, buttando fuori dall’ufficio tecnico i costruttori che si sedevano alle scrivanie degli impiegati a pretendere pratiche su ordinazione. «Uscite, qua non possono sedersi i privati».

«Ma io voglio offrire un caffè al ragioniere!».

«E voi il caffè glielo andate a offrire al bar, dopo il lavoro».

Ci aveva provato, sì, difendendo le operaie delle serre dei fiori, ridotte alla fame da padroncini che le lasciavano senza stipendio. Ci aveva provato, introducendo banali elementi di normalità – il pagamento dei tributi per tutti, o il sostegno ai vigili contro gli abusi – in un paese dove ogni tassa è ancora l’imposizione d’uno Stato nemico e i gabinetti abusivi spuntano pure sulla facciata del convento del X secolo, vanto storico della collettività.

Quando i signori del paese avevano capito che ci stava provando sul serio, avevano ordinato di bruciarle la farmacia di famiglia. Magari per ammorbidirla, magari per convincerla a lasciar perdere l’idea di ripresentarsi alle nuove elezioni. Quella notte, al primo piano, nell’appartamento proprio sopra la bottega in fiamme, dormivano in sei: lei, suo marito Giovanni, i figli Gabriele e Matteo, la vecchia madre Olga che la farmacia l’aveva fondata, la sorella Maria Assunta; potevano ammazzare tutti, se Gabriele non fosse stato insonne e non avesse sentito l’odore acre del fumo.

«Il 27, ventiquattro ore dopo, avevamo già riaperto. Grazie anche a tutte quelle donne che, bottiglietta dopo bottiglietta, scatola dopo scatola, hanno salvato il salvabile», dice la Lanzetta.

Ci affacciamo dal balcone del salotto, da dove si domina il piazzale di fronte: c’è un grande distributore di benzina, un parcheggio, s’intravede il mare giù in fondo. Da quel parcheggio, nove mesi dopo il primo attentato, le hanno sparato: tre colpi contro la Panda con cui se ne andava in giro come niente fosse, anche a sera tarda, per le strade sgarrupate e scure della Locride, un colpo nella serranda della farmacia. Il secondo avvertimento, se possibile perfino più esplicito del primo. Come per il rogo, un video mostra il colpevole incappucciato in una felpa da rapper, ma non c’è nemmeno un sospettato in carne e ossa, in un paese di tremilacinquecento anime dove tutti conoscono i fatti di tutti.

Allora, perfino Maria Carmela ha alzato la voce, costringendo l’Italia distratta a dedicare qualche giorno di attenzione e di titoli di giornali se non a lei a questo borgo sperduto nel blu cobalto dello Ionio e nel verde dei boschi primordiali, a queste terre di cui non è mai importato nulla a nessuno.

La prima domanda che mi si materializza davanti, mentre percorro la statale 106 – lo strappo di asfalto che costeggia il mare calabrese e collega i paesi della ’ndrangheta e della violenza fino all’hinterland reggino – è: cosa diavolo cerca di difendere Maria Carmela Lanzetta? La partita sembra persa da subito. Attraverso distese di cactus, campi riarsi e abbandonati, pini e ulivi, odore di spazzatura e odore di muschio, il giallo e ancora il blu del mare lontano, che potrebbe essere l’oro di queste terre e invece è soffocato tra oblio e cemento; passo colline, interi rioni di palazzine mai finite (come a Rosarno, come a Bovalino, come ovunque, nei paesi dell’illegalità), cemento e mattoni a secco lasciati lì, case tirate su a casaccio, l’una contro l’altra, senza un centro che tenga unita la comunità, e mi domando di nuovo: ne vale la pena?

Sui tornanti dentro la pineta, due cartelli turistici, marroni e bianchi, promettono molto: «Castello medievale X e XI secolo», «Chiesa Matrice Esaltazione della Santa Croce, X e XI secolo». Ma a Monasterace Superiore, il borgo dove sono rimasti solo pochi anziani e zero futuro, la chiesa del X secolo è stata ‘ristrutturata’ con una spregiudicatezza da palazzinari ubriachi (giallo brillante, «e dovevate vedere che mostruosità era prima», mormora Vincenzo, un ragazzotto del posto); i soldi, oltre alla Cei, li hanno messi le vecchiette, venti-trenta euro al mese, che ancora versano per raccogliere la cifra mancante all’ultima mano di pittura, che Dio solo sa come verrà alla fine. La torre accanto è stretta tra due costruzioni abusive, un gabinetto edificato in facciata come un tumore, tre parabole tv, un po’ Aruba e un po’ Valona.

Due strade più in basso, il municipio lo si riconosce appena dalle bandiere: un cartello stropicciato e appeso con lo scotch indica gli orari, serrande cadenti, vernice scrostata. «Non aprono mai un minuto prima, pure se c’è tanta gente che aspetta», mugugnano quelli in fila: tre contadini, un’operaia delle serre, una sindacalista, due creste punk.

Nel resto d’Italia fingiamo talvolta – quando succedono fatti gravi, stragi, sparatorie, grandi scandali – che ci importi qualcosa di questa gente. Quando hanno sparato a Maria Carmela Lanzetta, e lei ha dato per una manciata di giorni le dimissioni da sindaco, sono scesi giù ministri, poliziotti e prefetti, e s’è mosso Bersani, il segretario del Partito democratico, cui la Lanzetta è iscritta. Quando però, a luglio, hanno bruciato la macchina di Clelia Raspa, capogruppo della maggioranza che sostiene la sindaca in consiglio comunale, l’attenzione dei media e dei politici nazionali era già svanita, la notizia è rimasta confinata sui giornali locali. La Lanzetta allora mi disse: «Ci hanno già dimenticato». Aveva capito il meccanismo. Possiede un intuito pre-politico che le suggerisce quale sia la mossa giusta. Dimettendosi, ha costretto l’Italia a occuparsi di questo buco di nulla circondato dalla ’ndrangheta. Ritirando le dimissioni, ha messo all’incasso una cambiale di credibilità, ma la cambiale è scaduta in fretta.

Ha 57 anni ma è una donna antica. Innamorata di un’antichità in cui le pare che il bello e il giusto coincidessero. A Monasterace, dove il brutto e l’illegale certamente coincidono, mi aspetta al museo del paese, che è un orribile scatolone di acciaio, cemento e vetro, troppo lontano dall’abitato per servire come punto di aggregazione. Renato Nicolini lo vide e disse: «Bisogna tirarlo giù». Maria Carmela ridacchia, «aveva ragione, è mostruoso», ammette. L’hanno costruito i suoi predecessori. «Non dovrebbe neanche stare aperto, mancano gli ascensori e le strutture per i disabili, andiamo avanti sotto la responsabilità mia e del sovrintendente».

Indossa camicette anni Settanta, gonne jeans, sandali bassi, porta collane di pietre dure e niente trucco: «Abbiamo allestito mostre per le donne, guardi questo fuso del VII secolo a.C., a Kaulonia lavoravano il bronzo... Delle scoperte archeologiche attorno al cimitero di Monasterace ero l’unica ad essere contenta, gli altri temevano che i loro terreni venissero bloccati!».

Si capisce chiaramente che preferirebbe fare il sindaco nell’antica Kaulonia. Ride ancora, tutta assorta dal suo museo: «Questo drago policromo del III secolo a.C., periodo ellenistico, è la storia della mia vita: da bambini lo scavavamo con le mani, ora eccolo qua».

Sulle prime, non mi sembra preoccupata né spaventata. Mi sbaglio, ovviamente. Lei lancia occhiate alla scorta, due carabinieri di Roccella Ionica, discreti e in borghese, facce da bravi figli. Sospira: «Paura di morire? Sì. Non vorrei proprio morire. Mi piace il teatro, il cinema, l’acqua, nuotare, i libri, leggere. Mia suocera mi ha detto: ‘ma quanto dura questa scorta?’. Io senza mio marito non ce l’avrei fatta, non ce la farei».

L’archeologia, mi spiega, è la sua passione segreta perché ha studiato a Locri, e Locri non è solo ’ndrangheta: sarebbe un immenso museo della Magna Grecia, se solo ce lo ricordassimo.

Se fosse un personaggio del cinema, questa donna starebbe a metà strada tra L’onorevole Angelina e Chance il giardiniere. Brandisce l’ovvio come un’arma, come solo gli stolti o le persone davvero perbene sanno fare.

«È vero che lo Stato sociale è finito, come dice Anna Finocchiaro, solo che noi quaggiù non l’abbiamo mai avuto». Sorride, anticipando la mia obiezione. «E non intendo coltivatori diretti e indennità di disoccupazione, quelle sono truffe. Lo Stato sociale è: io lavoro e ho l’asilo, io lavoro e ho il pediatra. Il pediatra da noi è arrivato adesso, come le carote, un segno del benessere».

Quando ha buttato fuori dalle scrivanie dell’ufficio tecnico i costruttori (alcuni dei quali in odore di malavita), una delle sue consigliere più fedeli l’ha ammonita: «Ma sei matta, Maria Carmela?». Forse un po’ matta lo è. Quando ha deciso di alzare la voce e di raccontare all’Italia cos’è Monasterace, certi suoi compaesani non gliel’hanno perdonata. Sono comparsi attacchi feroci su Facebook. Lei ha tirato dritto. Allora è apparso anche un lenzuolo in paese, un lenzuolo parlante: «Sindaco, ridacci la dignità», ci hanno scritto su, con lo spray. Traduzione: smetti di sparlare di noialtri in pubblico.

Certi lenzuoli sporchi andrebbero lavati in famiglia, pensano da sempre in molti, quaggiù, ed è la dannazione della Calabria. Ma Maria Carmela Lanzetta viene da una famiglia particolare. «Mio padre votava Dc, ha smesso per colpa di Andreotti». Nel senso? «Nel senso dell’indignazione. Cominciò a votare Pci, e io con lui. Era sempre indignato, mio padre Vincenzo, figlio di emigranti, medico condotto a Bivongi. Andava a Reggio a portare le ricette e tornava con l’‘Espresso’ formato lenzuolo, quello delle grandi inchieste. Da noi non arrivavano certi giornali».

L’indignazione è contagiosa, o ereditaria, chissà. Maria Carmela Lanzetta ancora s’indigna tra il salotto e la scala interna, quella che collega l’appartamento alla farmacia. Mazzone, si chiama la farmacia. Il cognome di Olga, la madre: donna tostissima, agiata famiglia di agricoltori, laureata a Bologna, 85 anni. «Non darla vinta a questi qua», le ha detto dopo l’incendio. Olga ha aperto la prima bottega nel 1954 vicino alla stazione, dal 1960 l’ha trasferita sulla statale 106. Trent’anni fa ha resistito a varie richieste di pizzo, non è facile farle abbassare la testa.

Giovanni, il marito di Maria Carmela, fa l’ingegnere elettronico, insegna, dirige a Catanzaro la Cineteca della Calabria. Come lei, è nato a Mammola, qualche decina di chilometri da qui. Per sposarla, trentuno anni fa, l’ha portata a Torcello, c’è poco romanticismo nei paraggi di Monasterace. «Non avrei fatto il sindaco senza il sostegno di mio marito. Ora Giovanni è molto preoccupato per me, ma mi sta vicino, come sempre».

Tira ancora dritto, la sindaca. Metà farmacia è nuova di zecca, appena rifatta. «Solo di medicinali abbiamo avuto 96 mila euro di danno». Tira fuori una bottiglietta di shampoo Vichy, ancora annerita da quella notte: «Questa me la tengo per ricordo, non l’ho voluta pulire né vendere. Certe cose mi servono per non dimenticare».

«Mi viene in mente Rosalba che s’è lavata per tre giorni di fila i prodotti per i piedi, i callifughi, manco tornava a casa a mangiare per farlo. Le sue compagne si davano il turno qua dentro, lei no, per tre giorni non è mai uscita».

È più che solidarietà. È un rito riparatorio: le donne possono cambiare questa terra dove le regole della ’ndrangheta ne riducono la dignità a brandelli. Donne come quelle di Monasterace. O come quelle delle famiglie mafiose, che si risvegliano e saltano il fosso, passano dalla parte dello Stato, denunciano padri e mariti per salvare i figli dalle faide e dalle leggi della ’ndrangheta. Donne come Lea Garofalo, Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola, disposte a rischiare la vita per la libertà. O ragazze dei licei, come quella studentessa di Bovalino che vive a Bologna e ferma Maria Carmela per dirle: «Siamo insieme, tu sei anche il mio sindaco, vivo lontana ma è bello sapere che giù c’è gente come te».

La Lanzetta diffida sanamente della retorica. «Sì, lo so che mi vedono come un simbolo, ma la nostra gente non campa di simboli, qua ci servono strade, scuole, ospedali, devi dare risposte, devi fare la differenziata, smaltire la spazzatura, tutto questo bisogna farlo in un clima di delegittimazione continua».

Quando ha deciso di restare in carica dopo gli attentati non ha fatto proclami roboanti, non ha chiesto in cambio più protezione, ma soldi e interventi tecnici per la sua terra.

«Lo Stato a quel punto mi ha sostenuta, non solo a parole. Così sono rimasta. Anche per avere più carte da giocare per la Locride».

Se il buonsenso delle donne va al potere o mette in discussione il potere maschilista su cui si reggono le ’ndrine, i giorni dei mafiosi calabresi potrebbero essere davvero contati. E da queste province dimenticate potrebbe salire un segnale potente per tutti noi.

Goffredo Buccini, L'Italia quaggiù. Maria Carmela Lanzetta e le donne contro la 'ndrangheta. pp. 3-12

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Goffredo Buccini, romano di nascita, napoletano di sangue, milanese di formazione, è da quasi vent’anni inviato speciale del “Corriere della Sera” in Italia e nel mondo. Ha scritto il saggio sulla mafia al nord O mia bedda madonnina (con Peter Gomez, Rizzoli 1993) e i romanzi Canone a tre voci (Frassinelli 2000 e Sperling 2002), Orapronò (Frassinelli 2002), La fabbrica delle donne (Mondadori 2008, Premio Biella 2009).