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La denuncia di FIAMMETTA BORSELLINO

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Borsellino, chiusa inchiesta depistaggio - Tre avvisi a funzionario e due agenti di Polizia  (ANSA) - PALERMO, 8 MAR 2018 - La Procura di Caltanissetta ha chiuso l'indagine sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio. L'avviso di conclusione dell'inchiesta, preliminare alla richiesta di rinvio a giudizio, è stato notificato al funzionario di polizia Mario Bo, che è stato già indagato per gli stessi fatti e che ha poi ottenuto l'archiviazione, e ai poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. Per tutti l'accusa è di calunnia in concorso. I magistrati, dopo anni di indagini, ipotizzano che l'inchiesta sulla strage costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta fu depistata e ritengono di avere elementi idonei per sostenere l'accusa in giudizio per i tre poliziotti. Bo, Mattei e Ribaudo avrebbero indotto il falso pentito Vincenzo Scarantino a mentire e ad accusare alcune persone condannate ingiustamente all'ergastolo e poi scagionate grazie alle rivelazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che hanno portato alla revisione del processo.

 

PM chiedono archiviazione per poliziotti accusati di depistaggio - Il Fatto Quotidiano 4.8.2015

Fiammetta Borsellino è la minore dei tre figli che il magistrato ebbe con Agnese Borsellino. Classe 1973, è sorella di Lucia e Manfredi. La sua adolescenza non fu come quella di tante altre ragazze. All’età di 12 anni dovette trasferirsi con la famiglia all'Asinara. Tutti insieme sull'isola  nell'agosto 1985, quando Paolo Borsellino e Giovanni Falcone - con figli e mogli - vengono deportati e rinchiusi per venticinque lunghissimi giorni sull'isola sarda del supercarcere. Motivi di sicurezza, dall'Ucciardone era arrivata la soffiata che i boss avrebbero voluto uccidere i due giudici, "prima l'uno e poi l'altro". Come è avvenuto sette anni dopo. 

Quando il padre fu ucciso lei aveva 19 anni e si trovava in Indonesia, una vacanza che sarebbe dovuta servire per vivere qualche giorno spensierato lontano dalla sua vita blindata, fatta di scorte e paure. Ma la speranza di un po’ di tranquillità fu interrotta dalla terribile notizia dello scoppio di un’autobomba.“Amo ricordare di mio padre quella sua incredibile capacità di non prendersi mai sul serio ma al tempo stesso di prendersi gioco di taluni suoi interlocutori – ha dichiarato Fiammetta in una intervista. Queste qualità caratteriali l’hanno aiutato in vita ad affrontare di petto qualsiasi cosa minasse il suo ideale di società pulita e trasparente e ne sono sicura lo avrebbero accompagnato ancora in questo particolare periodo storico, in cui l’illegalità e la corruzione continuano ad essere fenomeni dilaganti nel nostro paese.”   Fiammetta non finirà mai di ringraziare il padre per averle fatto capire “il reale significato della parola ‘vivere’ e del ‘combattere per i propri ideali’ per il raggiungimento dei quali, come disse più di una volta ‘è bello morire’.”

  Fiammetta Borsellino intervistata dal Direttore di Espansione TV, Mario Rapisarda (anteprima)

   
Nell'intervista rilasciata all'emittente comasca Espansione TV, e ripresa dal Corriere di Como,  Fiammetta, a 25 anni dalla strage, reclama la verità su autori e mandanti e denuncia i depistaggi e le anomalie che hanno caratterizzato fin da subito le indagini. 
 

Regione Veneto - LOTTA ALLE MAFIE - Intervento di Fiammetta Borsellino in  Consiglio regionale

  

Manifestazione di solidarietà a Fiammetta Borsellino della Carovana della Giustizia del Partito Radicale

Fiammetta Borsellino. La rivoluzione della normalità e la verità che non c’è - 20 luglio 2012

E’ la prima volta, dopo tanti anni, che parlo in pubblico di mio padre, del nostro rapporto, oppure, più semplicemente, della mia scelta, fatta propria da tutta la mia famiglia, di fare qualche passo indietro rispetto ai tanti, troppi, che, senza averne titolo, hanno ritenuto opportuno appropriarsi di quegli spazi che noi familiari desideravamo non venissero occupati da nessuno.”

“Amo ricordare di mio padre quella sua incredibile capacità di non prendersi mai sul serio ma al tempo stesso di prendersi gioco di taluni suoi interlocutori; queste qualità caratteriali l’hanno aiutato in vita ad affrontare di petto qualsiasi cosa minasse il suo ideale di società pulita e trasparente e ne sono sicura lo avrebbero accompagnato ancora in questo particolare periodo storico, in cui l’illegalità e la corruzione continuano ad essere fenomeni dilaganti nel nostro paese. Ancora oggi ringrazio mio padre per avermi fatto capire il reale significato della parola ‘vivere’ e del ‘combattere per i propri ideali’ per il raggiungimento dei quali, come disse più di una volta ‘è bello morire’.”

“Oggi ho trentanni, nel mio piccolo cerco di applicare ogni giorno al mio lavoro gli insegnamenti che mio padre mi ha trasmesso della sua stessa vita, cioè quell’intransigenza morale che, spiace rilevarlo, nella società palermitana nella quale opero e vivo appare davvero eccessiva, fuori dai tempi , anacronistica. Perdiamo il diritto dovere di educare alla legalità se non siamo i primi a dare l’esempio, anche dare l’esempio ci può costare l’isolamento.”

 

 PAOLO BORSELLINO, mio padre -   Foggia 12 e 13 Marzo 2018

VIDEO

 NEWS - Fiammetta Borsellino a Foggia

 

Speciale: PAOLO BORSELLINO, il coraggio della solitudine


La storia di Paolo Borsellino
La famiglia Borsellino nel racconto di sua moglie
Di Paolo Borsellino, del suo esempio e del suo lavoro di contrasto alla mafia, si è sempre parlato molto. Negli ultimi tempi, forse, si parla più della sua morte, dei misteri che la avvolgono, delle trame che si sono consumate prima e dopo di essa. Ma della famiglia Borsellino, dell'uomo anziché del giudice, dei figli e della moglie, non si sa molto. Fin dai primi, terribili giorni dopo l'attentato di via D'Amelio, infatti, la moglie Agnese e i figli Lucia, Manfredi e Fiammetta - allora poco più che adolescenti - hanno mantenuto uno stretto riserbo e sono intervenuti solo raramente nel dibattito mediatico.

Chi ha deciso la morte di Borsellino ?

Intervista al pentito Paolo Calcara 

 

Fiammetta Borsellino: «Il depistaggio ha ucciso mio padre una seconda volta»

«Mio padre diceva sempre che la mafia l’avrebbe ucciso solo quando altri glielo avrebbero permesso».
Fiammetta Borsellino, la figlia più giovane del magistrato siciliano ucciso nella strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, nelle scorse ore è stata intervistata, nella sua casa di Palermo, da Mario Rapisarda, giornalista e direttore di Espansione Tv e del Corriere di Como.
La scorsa notte, in carcere a Parma dove era detenuto, è morto il “boss dei boss”, o forse è meglio dire “la belva” Totò Riina. Non c’è dunque cosa più opportuna, in queste ore, che lasciar voce ai giusti e non, appunto, alle belve.
Anche se il percorso di memoria in cui ci ha condotto Fiammetta Borsellino nell’oltre mezz’ora di intervista è stato doloroso.
Non solo, purtroppo, per il ricordo del padre, ma anche per l’incapacità dimostrata dalle istituzioni e dallo Stato italiano di dare giustizia a chi la chiedeva: ai parenti delle vittime della strage di via D’Amelio che proprio la scorsa primavera hanno dovuto udire la parola «prescrizione» – dopo 25 anni – per il pentito che con le sue dichiarazioni depistò le indagini.
Chi volle però questo depistaggio? E perché gli inquirenti, o quantomeno una buona parte di essi, continuarono a seguire la strada della menzogna del pentito nonostante fosse sempre più chiaro che altro non era che un vicolo a fondo cieco?
«Ancora oggi non si è giunti a una verità chiara – ha detto Fiammetta Borsellino – Le anomalie che ci sono state sono evidenti e sono negli atti del processo di cui stiamo ancora attendendo le motivazioni della sentenza. La strage di via D’Amelio è stato ed è uno dei più grandi depistaggi del secolo, uno dei più grandi errori giudiziari della nazione. L’ennesimo scempio al cadavere di mio padre. Chiediamo alle istituzioni di fare luce su questo depistaggio, perché i responsabili di quanto avvenuto spieghino o almeno provino a giustificare il loro comportamento».
mandanti occulti
Fu una strage di Stato? «Non ho competenze per un giudizio del genere, ma rilevo che a livello istituzionale si è fatto ben poco per arrivare alla verità. Se ci sono colpe, dolo o coinvolgimenti più alti non devo essere io a stabilirlo. Le anomalie nella condotta di chi gestiva le indagini sono però state funzionali a uno dei più grandi depistaggi che la storia ricordi. Mandanti occulti? Mio padre diceva: la mafia mi ucciderà quando qualcuno glielo permetterà. Dopo 25 anni la ricerca della verità è una impresa impossibile, strettamente connessa alle ragioni di chi quella verità doveva trovarla. Ma noi questo appello dobbiamo farlo: chiediamo alle istituzioni un contributo di onestà, che si attivino per fare luce su quanto accaduto».
Un uomo lasciato solo
«Mio padre fu lasciato solo anche prima della strage, nei suoi ultimi 57 giorni. Si parlava, si sussurrava all’orecchio del tritolo arrivato in Sicilia per Paolo Borsellino, ma nessuno prese provvedimenti per salvaguardare lui, la sua scorta e i suoi familiari. Mio padre in quei giorni chiese più volte di essere sentito dalla Procura di Caltanissetta, ma gli fu negata questa possibilità. C’erano dissidi con l’allora procuratore capo che non voleva delegargli le indagini su Palermo. Lo fece solo il 19 luglio, con una insolita telefonata alle 7 della mattina».
L’agenda rossa
«L’agenda di mio padre era contenuta in una borsa che fu trovata intatta sul luogo della strage. La borsa ci fu riconsegnata nel novembre del 1992 ma l’agenda non c’era. Sarebbe stata utile per conoscere gli appuntamenti di mio padre i giorni prima della strage. La borsa fu lasciata per giorni sul divano della questura. Non le fu nemmeno fatto l’esame del Dna».
L’amicizia con Falcone
«Questi 25 anni senza mio padre sono stati difficili. Difficile costruire una vita normale dopo quello che abbiamo vissuto. Ci siamo posti come obiettivo, io e i miei fratelli (Fiammetta aveva 19 anni quando morì Paolo Borsellino, ndr), di porre le basi per costruirci sopra delle vite sane e oneste. Tra mio padre e Giovanni Falcone c’era un legame molto forte. Erano persone diverse, ma assieme si bilanciavano. Erano nati nello stesso quartiere e avevano percorso la stressa strada. La loro però era un’amicizia che non lasciava spazio alla spensieratezza. L’unico attimo di serenità che mi ricordo fu all’Asinara, in quella vacanza forzata in cui tornarono bambini».
L’Italia
«La nostra è una terra strana. C’è un contrasto evidente tra uno dei più alti livelli di corruzione e gli uomini da lei partoriti che danno la vita per i loro ideali. E non parlo solo di mio padre e di Falcone. Vi racconto un aneddoto: mio padre voleva farsi la barba solo con il rasoio a mano e non con quello elettrico. Quando gli chiedevo il perché mi diceva che gli piaceva di più, perché lo costringeva a guardarsi ogni mattina allo specchio».
La mafia al nord
Paolo Borsellino capì subito i tentativi della mafia di infiltrarsi al nord per far fruttare i proventi illeciti. «Differenze? La mafia del Sud che investe al Nord non è diversa, sono due facce della stessa medaglia. A mio padre stava a cuore il tema mafia e appalti, a cui dedicò anche un apposito dossier che guarda caso fu velocemente archiviato dopo la sua morte».
Il sacrificio è servito? Poche settimane prima di morire, in una intervista, Borsellino disse «siamo cadaveri che camminano». Il sacrificio è servito? «È servito nella misura in cui oggi ci sono giovani che vivono e che sono cresciuti nei loro insegnamenti. Quei barbari eccidi hanno smosso le coscienze e creato movimenti che portano le scuole a parlare degli ideali di questi uomini».

 

 

Borsellino, l'ira della figlia: "Processo? 25 anni buttati al vento" - 19/07/2017  ADNKRONOS 

"Sono venticinque anni buttati al vento, con pentiti creati a tavolino tra lusinghe e torture, condannati ingiustamente all'ergastolo". Lo ha detto Fiammetta Borsellino lasciando la Prefettura dopo essere stata audita dalla Commissione nazionale antimafia. Riferendosi alla frase sulla "Procura massonica" di cui ha parlato, ha voluto spiegare: "Non parlo di Procura massonica, ma notoriamente si sapeva che Giovanni Tinebra avesse appartenenze di questo tipo. Si è detto in varie occasioni. Non mi risulta che ci siano mai state smentite. Ora ovviamente mi preme ribadire questo aspetto perché lo leggo a quelli che sono stati gli esiti dei processi".  In questi 25 anni di conduzioni di indagini e processi doveva esserci una vigilanza, a nostro avviso questa vigilanza non c'è stata nella maniera più assoluta" , ha commentato.    "Da questa audizione in Commissione antimafia - ha detto - mi aspetto che ognuno faccia la sua parte, io non mi aspetto qualcosa in particolare, se non tutte quelle azioni che ciascun organo competente può mettere in campo. Ognuno per le proprie competenze".  "Chiedo pubblicamente scusa - ha continuato parlando dell'ultimo processo di revisione di Catania che ha assolto gli imputati accusati dal pentito Vincenzo Scarantino - per uno dei più colossali errori giudiziari".  "Non parlo in particolare di Nino Di Matteo. Sicuramente - ha detto -, durante i primi processi per la strage di via D'Amelio ci sono state gravissime omissioni e gravissimi errori e molte anomalie. E non sta a me stabilire se sono frutto di colpa, o frutto di dolo, o di inesperienza. Non sta a me deciderlo, L'unica cosa che rilevo è che sicuramente l'eccidio come quello di via d'Amelio non si meritava magistrati alle prime armi, questo è sicuro. Gli stessi magistrati hanno confermato di non essersi mai occupati di processi di mafia".  "Mio padre voleva riprendere il dossier su Mafia e appalti dei Carabinieri del Ros", ha poi sottolineato. "Posso ricordare l'intervista rilasciata ai francesi nei 57 giorni in cui si parlava di quei 'cavalli' che arrivavano e che erano altro - dice -. Mio padre non avrebbe rilasciato un'intervista di questo tenore se non avesse avuto a cuore questo tema".  "Dopo la strage di via D'Amelio io e la mia famiglia abbiamo vissuto in solitudine, una solitudine - ha detto ancora Fiammetta Borsellino - che poi è stata confermata dal fatto che tutte quelle persone, amici, colleghi, poliziotti, che per 25 anni sono stati a casa nostra per sostenerci, ora si sono dileguate". Alla domanda su quale spiegazione si sia data, dice: "Tengo per me queste riflessioni che riguardano una sfera emotiva e intima che non intendo condividere".   Al termine della sua audizione in Commissione antimafia ha consegnato alla Presidente Rosy Bindi un dossier contenente una serie di documenti, tra cui la requisitoria del processo di Caltanissetta, la vicenda del collaboratore Vincenzo Scarantino e la lettera inviata da Ilda Boccassini alla Procura di Caltanissetta. "Nessuno sa se il depistaggio è stato frutto di incapacità o di un comportamento penalmente perseguibili", ha commentato Rosy Bindi.

 

Fiammetta Borsellino: «Non far luce su tutte queste anomalie rischia di creare quei tanti buchi neri della storia italiana, dove convergono quegli attori e quelle inconfessabili ferite di un Paese che ha avuto molto da nascondere.  Aspettiamo non più procrastinabili risposte istituzionali, ma sembra quasi impossibile fare luce su questa storia, mai come oggi l’accertamento di questa verità sembra connesso all’accertamento delle ragioni di chi doveva attivarsi - spiega - Credo che chi sa debba dare un contributo di onestà che non è dovuto solo ai familiari, ma a tutti coloro che hanno avuto fiducia nella giustizia. E lo devono principalmente a loro stessi

 

da “Antimafia2000 ” - 27 settembre 2017 - fonte “La Radio Ne Parla - Radio Uno”

Fiammetta BORSELLINO: «Il nostro obiettivo è cercare la verità su quanto accaduto, fare luce sull’operato dei magistrati all’epoca in servizio alla Procura di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, Carmelo Petralia, Anna Maria Palma, Nino Di Matteo, quest’ultimo arrivato nel novembre 1994. 
Bisogna fare luce anche sull’operato dei poliziotti del gruppo d’indagine sulle stragi "Falcone e Borsellino", tutti hanno fatto una brillante carriera».
«Questo ridurre tutto a una mera polemica fra me e il dottore Di Matteo è una semplificazione di una parte della stampa che sta facendo molto comodo a chi, oltre a lui che era ovviamente uno degli attori, ha grossissime responsabilità e in questo momento sta ben nascosto nell'ombra. E invece il fine del nostro grido di dolore è quello di addivenire a una verità che non sia qualsiasi, vogliamo trovare le ragioni della disonestà di chi questa verità doveva trovarla».

 

Paolo Borsellino, il coraggio della solitudine 

 

a cura di Claudio Ramaccini - Resp. Comunicazione Centro Studi Sociali contro la mafia - PSF

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