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Paolo Borsellino, l’uomo e il magistrato

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Le citazioni

 

 Paolo Borsellino, il coraggio della solitudine

Rassegna Stampa de i Cinquantamila giorni

PER SENTIRE LA BELLEZZA DEL FRESCO PROFUMO DI LIBERTÀ

BORSELLINO, una VITA da EROE

In un ALTRO PAESE

                                                                           La Bicicletta

Bicicletta di Paolo Borsellino500

Da “Visti da Vicino. Falcone e Borsellino gli Uomini e gli Eroi” di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti

Alfio Lo Presti, amico di Paolo Borsellino (n.d.r.): «Aveva premura, era evidentissimo che aveva premura di sistemare alcune cose. In quelle settimane si chiuse in un silenzio totale e non si confidava più. Aveva chiarissima l’ostilità del palazzo. Di quei giorni, e fu una delle ultime volte che lo vidi, ricordo uno scontro quasi violento. Eravamo a casa sua, un...a sera, come spesso accadeva. Io lo invitai a fermarsi un poco, a riflettere, a essere particolarmente prudente e lui mi rispose malamente. Io e la mia famiglia avevamo già fatto i biglietti per un viaggio in Indonesia. Con noi sarebbe venuta anche Fiammetta. Fu quella sera, a conclusione di quel diverbio, che Paolo mi disse: “Tu mi devi fare solo un gran favore: ti devi portare via Fiammetta, lontano da qui”. A quel punto io capii tante cose e decisi di non insistere più di tanto. Paolo era assolutamente cosciente del gran pericolo che correva e la sua grande angoscia era la famiglia, i figli.  Da sempre Lucia, Manfredi e Fiammetta erano il cruccio di Paolo Borsellino. Sembrava non avere altra paura se non quella di mettere a rischio l’incolumità dei ragazzi. Lui andava in bicicletta senza scorta, ma appena uno dei ragazzi ritardava perdeva la testa. Soprattutto Manfredi, quando erano al mare, spesso non tornava all’orario previsto e Paolo diventava pazzo. Quante volte è uscito di casa per cercare i suoi figli nei bar, nei locali, a casa degli amici. Sarebbe andato da solo anche nei covi dei peggiori mafiosi se pensava che i ragazzi fossero in pericolo. Era un padre molto affettuoso e non particolarmente severo, autoritario».

 

Paolo Borsellino torna a Palermo dopo aver parlato col ministro (dell’Interno, Virginio Rognoni. n.d.r.) e convoca il suo capo di gabinetto, Maria Grazia Trizzino, che è persona fidata. Quando la signora Trizzino entra nella grande aula verde dell’Ucciardone per essere ascoltata dai giudici che stanno celebrando il processo per l’omicidio Mattarella, capisco perché il Presidente Mattarella si fida solo di lei. E una donna essenziale, precisa nelle parole che usa, ma non sono le parole di un freddo burocrate le sue.  Dice: «Verso la fine di ottobre 1979, il Presidente, di rientro da Roma con l’aereo del primo pomeriggio, venne direttamente alla Presidenza. Contrariamente alle sue abitudini non era passato da casa. Appena in ufficio mi chiamò personalmente, senza ricorrere all’usciere».  quasi di entrare dentro il palazzo del potere in Sicilia, il Palazzo d’Orleans, che ha tutta l’aria di essere una corte di tanti signorotti piuttosto che la sede del governo. E ogni signore ha i suoi servi che ascoltano, che tramano. «Aveva un’aria molto grave, il Presidente - spiega la dottoressa Trizzino -; Mi disse testualmente: “Le sto dicendo una cosa che non dirò né a mia moglie né a mio fratello. Questa mattina sono stato con il ministro Rognoni ed ho avuto con lui un colloquio riservato sui problemi siciliani. Se dovesse succedere qualche cosa di molto grave per la mia persona, si ricordi questo incontro con il ministro, perché a questo incontro è da collegare quanto di grave mi potrà accadere”». Da “I Pezzi Mancanti” di Salvo Palazzolo

  

Ti dico che loro possono uccidere il mio corpo fisico e di questo sono ben cosciente. Ma sono ancora più cosciente che non potranno mai uccidere le mie idee e tutto ciò che io credo! Si erano illusi che uccidendo il mio amico Giovanni, avrebbero anche ucciso le sue idee e quel gran patrimonio di valori che stava dietro di lui. Ma si sono sbagliati, perché il mio amico Giovanni tutto ciò che amava e onorava, lo amava così profondamente da legarselo nel suo animo, rendendolo dunque immortale.   (Paolo Borsellino).  


 Appunti integrali di Paolo BORSELLINO che hanno dato origine al celebre discorso sulla "Bellezza del Fresco Profumo di Libertà", pronunciato nella Chiesa di San Domenico il 20 maggio 1992, a Palermo.

  • «Percorso da dove è nato Falcone (piazza Magione) a dove ha concluso con l’ultimo saluto la sua esistenza terrena (S. Domenico).
  • Percorso che attraversa parte significativa di questa città degradata e disperata che tanto non gli piaceva, che gli cagionava sentimenti di ripulsa e avversione per lo stato in cui era ridotta e si andava riducendo.
  • Città che proprio per questo, perché tanto non gli piaceva, egli amava e amava profondamente, proprio come nel famoso detto di José Antonio Primo de Rivera “nos queremos Espana porque no nos gusta” (amiamo la Spagna perché non ci piace).
  • Sì, egli amava profondamente Palermo proprio perché non gli piaceva. Perché se l’amore è soprattutto “dare” per lui e per coloro che gli siamo stati accanto in questa meravigliosa avventura amore verso Palermo ha avuto ed ha il significato di dare ad essa qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la Patria cui essa appartiene.
  • Lavorare a Palermo, da magistrato, con questo intento, fu sempre, sin dall’inizio, nei propositi di Giovanni Falcone anche durante le sue peregrinazioni professionali nell’est e nell’ovest della Sicilia.
  • Qui era lo scopo della sua vita e qui si preparava ad arrivare per riuscire a cambiare qualcosa. Qui ci preparavamo ad arrivare e ci arrivammo, dopo lungo esilio provinciale, proprio quando la forza mafiosa, a lungo trascurata e sottovalutata, esplodeva nella sua più terrificante potenza [morti ogni giorno, Basile, Costa, Chinnici, Dalla Chiesa].
  • Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo, e non solo nelle tecniche di indagine, ma perché consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare nella stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno.
  • La lotta alla mafia (primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte, (perché prive o meno appesantite dai condizionamenti e dai ragionamenti utilitaristici che fanno accettare la convivenza col “male”), a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.
  • Ricordo la felicità di Falcone e di tutti noi che lo affiancavamo quando in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta egli mi disse: “La gente fa il tifo per noi”. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice (simile affermazione è anche di Di Pietro).
  • Significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la forza di essa.
  • Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare poco perché ben presto sembrò sopravvenire il fastidio e l’insofferenza al prezzo che la lotta alla mafia doveva essere pagato dalla cittadinanza. Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini. Insofferenza legittimante il garantismo di ritorno che ha finito per legittimare provvedimenti legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla mafia (nuovo codice) o hanno fornito un alibi a chi, dolosamente o colposamente di lotta alla mafia non ha più voluto occuparsene.
  • In questa situazione Falcone va via da Palermo. Non fugge ma cerca di ricreare altrove le ottimali condizioni del suo lavoro. Viene accusato di essersi troppo avvicinato al potere politico. Non è vero! Pochi mesi di dipendenza al ministero non possono far dimenticare il suo lavoro di dieci anni.
  • Lavora incessantemente per rientrare in condizioni ottimali in magistratura per fare il magistrato indipendente come lo è sempre stato. Muore e tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita. Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato, hanno perso il diritto a parlare.
  • Nessuno tuttavia ha perso il diritto anzi il dovere sacrosanto di continuare questa lotta. La morte di Falcone e la reazione popolare che ne è seguita dimostrano che le coscienze si sono svegliate e possono svegliarsi ancora.
  • Molti cittadini (ed è la prima volta) collaborano con la giustizia. Il potere politico trova il coraggio di ammettere i suoi sbagli e cerca di correggerli, almeno in parte. Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro.
  • Occorre dare un senso alla morte di Falcone, di sua moglie, degli uomini della sua scorta.
  • Sono morti per noi, abbiamo un grosso debito verso di loro. Questo debito dobbiamo pagarlo - gioiosamente - continuando la loro opera. Facendo il nostro dovere.
  • Rispettando le leggi anche quelle che ci impongono sacrifici. Rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro).
  • Collaborando con la giustizia.
  • Testimoniando i valori in cui crediamo anche nelle aule di giustizia.
  • Accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità.
  • Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo».

ULTIMO SALUTO A GIOVANNI FALCONE - Palermo, Veglia 20 giugno 1992

 

 

Paolo Borsellino: «In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita». Palermo, 25 giugno 1992 Biblioteca Comunale di Casa Professa

 

 

Il fresco profumo della libertà che si contrappone al puzzo del compromesso...
"La lotta alla mafia, (primo problema da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire il fresco profumo della libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità" (Paolo Borsellino 23/06/1992, durante la commemorazione un mese dopo la strage di Capaci

 

Paolo Borsellino porta la bara di Falcone nell’atrio del Palazzo di Giustizia adibito a camera ardente. Poggiato il feretro, si rivolge ai suoi colleghi indicando le bare: «Chi vuole andare via da questa Procura se ne vada. Ma chi vuole restare sappia quale destino ci attende. Il nostro futuro è quello. Quello lì. Ragazzi vi parlo come un padre, come un fratello maggiore, ho il dovere di dire che non possiamo farci illusioni, se restiamo, il futuro di alcuni di noi sarà quello» e con una mano indica le bare di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. 
Poi aggiunge: «Io resto e resto solo per loro e con una mano indicò la folla. Non posso lasciarli soli!». da “Gli Ultimi Giorni di Paolo Borsellino” di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo

Carissimo Paolo, al di là dei saluti ufficiali, anche se sentiti, un momento privato, un colloquio tra noi. Noi tutti siamo qui a Marsala con te fino dal tuo arrivo, ma ognuno di noi porta nel suo cuore un pezzetto di storia da raccontare sul lavoro a Marsala, nella procura che tu hai diretto. Ci piacerebbe ricordare tante situazioni impegnative o tristi o buffe che ci sono capitate in questa esperienza comune, ma l’elenco sarebbe lungo e, allo stesso tempo, insufficiente. Possiamo comunque dirti di aver appreso appieno il significato di questo periodo di lavoro accanto a te e le possibilità che ci sono state offerte: l’esperienza con i pentiti, i rapporti di un certo livello con la polizia giudiziaria, sono situazioni rare in una procura di provincia, e la tua presenza ci ha consentito di giovarci di queste opportunità. Abbiamo goduto, in questi anni, di un’autorevole protezione, i problemi che si presentavano non apparivano insormontabili perché ci sentivamo tutelati. Qualcuno ci ha riferito in questi giorni che tu avresti detto, ironizzando, che ogni tuo sostituto, grazie al tuo insegnamento, superiorem non recognoscet. Sai bene che non è vero, ma è vero invece che la tua persona, inevitabilmente, ci ha portati a riconoscere superiore solo chi lo è veramente. Ci sono state anche delle incomprensioni, e non abbiamo dimenticate nemmeno quelle: molte sono dipese da noi, dalle diversità dei caratteri e dalla natura di ognuno; altre volte, però, è stata proprio la tua natura onnipotente a vedere ogni cosa dalla tua personale angolazione, non suscettibile di diverse interpretazioni. Tuttavia, anche in questo sei stato per noi un “personaggio”, ti sei arrabbiato, magari troppo, ma con l’autorità che ti legittimava e che mai abbiamo disconosciuto. Anche nel rapporto con il personale abbiamo apprezzato l’autorevolezza e la bontà, mai assurdamente capo, ma sempre “il nostro capo”. E poi te ne sei andato, troppo in fretta, troppo sbrigativamente, come se questo forte rapporto che ci legava potesse essere reciso soltanto con un brusco taglio, per non soffrirne troppo. Il dopo Borsellino non te lo vogliamo raccontare: pur se uniti tra noi, in tantissime occasioni abbiamo sentito che non c’eri più, e in molti abbiamo avvertito il peso, talvolta eccessivo per le nostre sole spalle, di alcune scelte, di importanti decisioni. E adesso il futuro, il tuo, ma anche il nostro. Noi ti assicuriamo, già lo facciamo, siamo all’erta, sappiamo che cosa vuol dire “giustizia” in Sicilia ed abbiamo tutti valori forti e sani, non siamo stati contaminati, e se è vero che “chi ben comincia...”, con ciò che segue, siamo stati molto fortunati. Per te un monito: è un periodo troppo triste ed è difficile intravederne l’uscita. La morte di Giovanni e Francesca è stata per tutti noi un po’ la morte dello stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c’erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo stato in Sicilia è contro lo stato, e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello stato. I "tuoi sostituti"  Da : Tutto su la Mafia e le vittime di mafia

 

 Una mattina, mentre sono in caserma, scoppio a piangere. Sarà il destino, ma pochi minuti dopo arriva Borsellino, quel giorno non è prevista una sua visita. Mi trova in lacrime, mi chiede: «Cosa c’è Piera, hai paura? Temi che qualcuno possa avere capito cosa stai facendo? Dimmelo, troviamo subito un rimedio, ma dimmi cosa ti passa per la testa».  Io smetto di piangere, mi asciugo le lacrime, gli racconto tutto: non ce la faccio a stare nel villaggio turistico con i ragazzi che mi vengono dietro mentre mia figlia è lontana da me. Basta, voglio finirla qui, smetto tutto. Gli annuncio che voglio stracciare tutti i verbali che ho compilato e tornarmene a casa. Basta. Sono sconsolata, non ho più speranze, penso che per me la vita sia finita. Ho subito troppi traumi in poco tempo. Vedo tutto nero. La morte di mio marito ha fatto finire tutto. Ho solo mia figlia, e per giunta adesso non è accanto a me. Borsellino a questo punto mi prende per le braccia, mi spinge con dolcezza e mi mette davanti allo specchio che ho già visto accanto alla porta d’ingresso della caserma.  Mi tiene stretta, vedo la mia immagine riflessa e dietro di me l’immagine di Borsellino. Il giudice mi fa questa domanda: «Piera, tu cosa vedi allo specchio?». E io: «Vedo una ragazza con un passato turbolento, un presente inesistente e un futuro con un punto interrogativo grande quanto il mondo. Che futuro posso avere io, zio Paolo?». Lui mi guarda fissando i miei occhi che si riflettono sullo specchio. E dice: «Io vedo una ragazza che ha avuto un passato turbolento, che però si è ribellata a questo passato che non ha mai accettato. Vedo una ragazza che ha un presente e avrà un futuro pieno di felicità. Non per altro: hai diritto ad avere felicità per tutto questo che stai facendo».       da “Maledetta Mafia” di Piera Aiello e Umberto Lucentini

 

Piera, la ragazzina che inacastrò la mafia del Belice  Il suo nome è Piera Aiello. Molti non conosceranno il suo nome, ma tanti sicuramente si. E tra i tanti ci sono anche esponenti mafiosi, tra cui anche alcuni della provincia di Agrigento, che Piera, con le sue dichiarazioni, contribuì a smascherare. Piera Aiello è una testimone di giustizia e vive da 25 anni lontana dalla Sicilia. Quando decise di dire tutto quello che sapeva aveva appena 24 anni. Piera ha rilasciato una intervista alla televisione svizzera e ha ripercorso la sua storia, la storia di una ragazza che nel 1991 decise di testimoniare contro gli assassini del marito, Nicolò Atria, assassinato, in un agguato mafioso all’ interno della sua pizzeria a Montevago. Grazie alle sue rivelazioni scattò un blitz tra Sciacca, Montevago e Marsala che portò in carcere dieci presunti boss e gregari, accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso, omicidio ed altri reati. Piera Aiello, con la sua collaborazione permette, in concomitanza con quelle di un’altra ragazza, sua cognata, Rita Atria, di far arrestare numerosi mafiosi di Partanna, Marsala e Sciacca. Una lunga intervista, piena di amarezza e di ricordi struggenti. Tra questi quello di Paolo Borsellino, il procuratore che ascoltò le sue dichiarazioni. Un aneddoto pieno di significato è quello che Piera ha voluto raccontare: “Capivo che era una persona importante. Siccome nel mio paese tutte le persone importanti si facevano chiamare onorevoli, io faccio: «Senta, scusi onorevole.» Lui si gira: «Alt! Prima mi hai chiamato mafioso, ora onorevole. Con tutto il rispetto per la categoria, mi guardo bene dall’essere un onorevole. Sono un semplice procuratore della Repubblica. Ma tu chiamami zio Paolo.».. Questo era Paolo Borsellino. Piera Aiello ha scritto un libro: “Maledetta mafia”nel quale, in modo semplice ma efficace, racconta il coraggio di una donna che sceglie di “affrontare” la mafia.

C'è chi dice che non fa sconti a nessuno... mentre di fatto, pratica veri e propri saldi (al 100%)  etici e morali... "ma non sono stati condannati"... "L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c'è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati."   Paolo Borsellino

Alfio Lo Presti, amico di Paolo Borsellino (n.d.r.): «Aveva premura, era evidentissimo che aveva premura di sistemare alcune cose. In quelle settimane si chiuse in un silenzio totale e non si confidava più. Aveva chiarissima l’ostilità del palazzo. Di quei giorni, e fu una delle ultime volte che lo vidi, ricordo uno scontro quasi violento. Eravamo a casa sua, unasera, come spesso accadeva. Io lo invitai a fermarsi un poco, a riflettere, a essere particolarmente prudente e lui mi rispose malamente. Io e la mia famiglia avevamo già fatto i biglietti per un viaggio in Indonesia. Con noi sarebbe venuta anche Fiammetta.      Fu quella sera, a conclusione di quel diverbio, che Paolo mi disse: “Tu mi devi fare solo un gran favore: ti devi portare via Fiammetta, lontano da qui”.  A quel punto io capii tante cose e decisi di non insistere più di tanto. Paolo era assolutamente cosciente del gran pericolo che correva e la sua grande angoscia era la famiglia, i figli».  da “Visti da Vicino. Falcone e Borsellino gli Uomini e gli Eroi” di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti.

 

Il Paolo Borsellino che è vivo nella mente di Alfio Lo Presti è il trentacinquenne giovane e brillante magistrato degli anni Settanta ancora senza troppi problemi sulle spalle.  «Paolo è sempre rimasto tale e quale agli anni della gioventù, un uomo semplice. Gli piaceva stare con gli amici, a casa sua si mangiava in cucina il sabato sera, mai nella sala da pranzo, almeno tra di noi. Si parlava di politica, di calcio, gli piaceva stuzzicare suo figlio Manfredi che era interista e gli diceva che lui era milanista. Gli piaceva mangiare e bere, mangiava di tutto, ma anche questo con una certa sobrietà.  Cucinare no, mai, anzi a casa era sbadato e pasticcione. E le rare volte che andavamo a cena fuori preferiva sempre le trattorie alla buona. La sua preferita si trovava in via Discesa dei Giudici, dove mangiava sempre bollito e involtini. Ogni tanto aveva dei battibecchi con Agnese. Magari lei, da donna, avrebbe preferito qualche volta prendere parte a ricevimenti, manifestazioni ufficiali dove erano invitati, ma lui non ci voleva andare assolutamente. Non amava queste mondanità e diceva che quello era un ambiente ipocrita e falso. Tantomeno andava a casa delle persone che lo invitavano, tranne gli amici veri naturalmente. Sfido qualcuno a dire di avere avuto Paolo ospite».    Da  “Visti da Vicino. Falcone e Borsellino gli Uomini e gli Eroi” di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti.

Paolo BORSELLINO: «Ma secondo te, perché i colleghi di Caltanissetta non mi chiamano, non mi interrogano?», riferisce l’amico Antonio Tricoli. Da “Visti da Vicino. Falcone e Borsellino gli Uomini e gli Eroi” di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti.

 

[…] Era stato proprio Borsellino, da Procuratore della Re¬pubblica di Marsala, a lanciare un allarme nel 1988, quando aveva cercato di sventare il tentativo di scompaginare il pool lasciato da Antonino Caponnetto: «Giungono inquietanti segnali di disarmo delle strutture giudiziarie che avevano cosi efficacemente espletato questa necessaria attività di supplenza...». 
Soffocate le legittime aspirazioni alla guida del pool da parte di Falcone, il CSM aveva nominato alla guida dell’ufficio il giudice Antonino Meli. E Borsellino poneva domande precise: «Il pool di Palermo svolge ancora il suo ruolo di punto di riferimento obbligato su ogni indagine su Cosa Nostra? Le trasformazioni personali che esso ha subito, specie nella direzione, hanno consentito quanto meno la continuità del lavoro?».   Da. “Oltre il Buio”, di Rosaria Costa Schifani e Felice Cavallaro.

 

Il motorino all'Asinara

 

Paolo BORSELLINO: «È una constatazione che io faccio all’interno della mia famiglia, perché sono stato più volte portato a considerare quali sono gli interessi e i ragionamenti dei miei tre figli, oggi tutti sui vent’anni, rispetto a quello che era il mio modo di pensare e di guardarmi intorno quando avevo quindici – sedici anni.  A quell’età io vivevo nell’assoluta indifferenza del fenomeno mafioso, che allora era grave quanto oggi. Addirittura mi capitava di pensare a questa curiosa nebulosa della mafia, di cui si parlava o non si parlava, comunque non se ne parlava nelle dichiarazioni degli uomini pubblici, come qualcosa che contraddistinguesse noi palermitani o siciliani in genere, quasi in modo positivo, rispetto al resto dell’Italia. Invece I ragazzi di oggi (per questo citavo i miei figli) sono perfettamente coscienti del gravissimo problema col quale noi conviviamo.  E questa è la ragione per la quale, allorché mi si domanda qual è il mio atteggiamento, se cioè ci sono motivi di speranza nei confronti del futuro, io mi dichiaro sempre ottimista. E mi dichiaro ottimista nonostante gli esiti giudiziari tutto sommato non soddisfacenti del grosso lavoro che si è fatto. E mi dichiaro ottimista anche se so che oggi la mafia è estremamente potente, perché sono convinto che uno dei maggiori punti di forza dell’organizzazione mafiosa è il consenso. È il consenso che circonda queste organizzazioni che le contraddistingue da qualsiasi altra organizzazione criminale».   Da “Epoca”, a cura di Antonietta Garzia del 14 ottobre 1992 (pubblicata postuma dopo la Strage di Via D’Amelio del 19 luglio 1992)


Borsellino arriva in famiglia nel tardo pomeriggio, teso, nervoso. A casa, però, trova spazio per un momento di ottimismo. Dice a Manfredi: «Sento che il cerchio attorno a Riina sta per chiudersi, stavolta lo prendiamo».
Non fa il nome di Mutolo, non può farlo, ma confida a suo figlio che c’è un nuovo pentito, uno che sa tante cose, che ha fatto rivelazioni su uomini d’onore vicini a Riina. Ma c’è di più, anche se quel di più Manfredi lo verrà a sapere solo dopo: il giorno precedente, Mutolo ha promesso di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ecco perché Borsellino è così nervoso.  
A un tratto propone ad Agnese: «Andiamo a Villagrazia, ho bisogno di un po’ d’aria, ma senza scorta, da soli». Agnese è stupita. «Da soli? Paolo, cosa c’è? È successo qualcosa?». «Andiamo», ordina. La moglie lo conosce, lo segue. In macchina, in silenzio, mentre cala la sera, Agnese lo guarda, capisce che è tormentato da mille angosce, mille dubbi. Riesce a fargli ammettere che qualcosa è successo: Mutolo ha parlato, ha detto cose gravissime, ha accusato personaggi al di sopra di ogni sospetto. Paolo è sconvolto, confida ad Agnese che alla fine dell’interrogatorio era cosi traumatizzato da avere addirittura vomitato.  «Stavo malissimo» dice. Anni dopo, Agnese, sentita come teste nel processo Borsellino ter, ricorda: «Mutolo gli aveva annunciato che avrebbe dovuto parlare di Signorino, però mio marito ha detto pure: “Se ne riparla la prossima settimana, perché è tardi e dobbiamo [...] abbiamo chiuso già il verbale, dunque se ne riparlerà lunedì”». La moglie di Borsellino afferma che Paolo quella sera non fa altri nomi. E lei non insiste con le domande, cogliendo il suo profondo turbamento. «Non gli ho fatto altre domande, sapevo che avrebbe significato ferirlo ancora di più. Capivo che dentro di lui provava un dolore immenso». Che ha detto di così sconvolgente Mutolo a Borsellino? Ha parlato solo di Contrada e Signorino? Ha parlato d’altro.   Da  “L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino” di Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco.

 

 

La farmacia è lì dalla fine dell’Ottocento. Il palazzo dove vivono è proprio di fronte, in via della Vetreria. Al piano nobile ci sono i padroni, i marchesi Salvo, al secondo piano c’è la loro casa. Dieci stanze, pavimenti con i mosaici, soffitti altissimi, un grande terrazzo dal quale si scorge il mare del Foro Italico.  Diego Borsellino e Maria Lepanto si sposano nel 1935. Nello stesso anno si ritrovano tutti e due dietro il bancone di legno della farmacia. Nel 1938 la prima figlia, Adele. Nel 1940 nasce Paolo. Nel 1942 Salvatore. Nel 1945 arriva Rita.  È una famiglia rispettata alla Magione, quella dei Borsellino. […] Cominciano però i tempi duri, alla Kalsa. Quello che più di mille anni prima era approdo di emiri e condottieri, ora è un quartiere sopravvissuto ai bombardamenti.  Paolo Borsellino cresce in una Palermo che fa fatica ad uscire dalla miseria. La farmacia di via della Vetreria non ha più i clienti di una volta, i Borsellino cambiano casa. Vanno ad abitare in una più piccola, in via Roma. Si laurea nel 1962. Quell’anno muore suo padre. Lo vede spegnersi.  Paolo Borsellino ha ventidue anni. La farmacia ha bisogno di un titolare ma in famiglia non c’è. Viene data in affitto per una cifra bassissima, in attesa che la sorella Rita prenda la laurea in Farmacia. È un periodo difficile, di sacrifici .    Da “Uomini Soli” di Attilio Bolzoni.

 

 Gli attentati progettati e il trasferimento a Palermo   Nel settembre del 1991cosa nostra aveva già abbozzato progetti per l'uccisione di Borsellino. A rivelarlo fu il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, mafioso di Castelvetrano a cui il suo capo Francesco Messina Denaro aveva detto di tenersi pronto per l'esecuzione, che si sarebbe dovuta effettuare mediante un fucile di precisione o con un'autobomba. Tuttavia Calcara fu arrestato il 5 novembre e la sua situazione in carcere si fece assai pericolosa poiché, secondo quanto da lui stesso indicato, aveva in precedenza intrecciato una relazione con la figlia di uno dei capi di Cosa Nostra, uno sbilanciamento del tutto contrario alle "regole" mafiose e sufficiente a costargli la vita; se da latitante poteva ancora essere utilizzato per "lavori sporchi", da carcerato invece gli restava solo la condanna a morte emessa dall'organizzazione. Prima che finisse il periodo di isolamento, Calcara decise di diventare collaboratore di giustizia e si incontrò proprio con Borsellino, al quale, una volta rivelatogli il piano e l'incarico, disse: "lei deve sapere che io ero ben felice di ammazzarla". Dopo di ciò, raccontò sempre il pentito, gli chiese di poterlo abbracciare e Borsellino avrebbe commentato: "nella mia vita tutto potevo immaginare, tranne che un uomo d'onore mi abbracciasse". da Wikipedia

 

 Falcone e i giudici del Pool avevano avuto un approccio ben diverso col fenomeno del pentitismo. Certa stampa orchestra “sapientemente” una campagna di delegittimazione dei giudici accusandoli di utilizzare le confessioni dei pentiti con disinvoltura eccessiva. Definirono il maxiprocesso “strumento di una giustizia rudimentale” e i giudici antimafia una sorta di clan dagli oscuri obiettivi. In quei giorni il “Giornale di Sicilia”, quotidiano di Palermo, scrisse: “I processoni diventano inquisizione”; “i processi mastodontici non danno alcuna grande garanzia nell'accertamento della verità”; “il giudice istruttore fonde il suo ruolo con quello dell'inquisitore”; “con i processoni siamo in piena evoluzione inquisitoria, siamo con sempre più inquisizione e sempre meno processo”; la normativa sui pentiti determina “una situazione aberrante in cui il processo penale degrada ad arnese di polizia, a espediente di caserma trovano posto spie, delatori, confidenti, criminali promossi a collaboratori di giustizia”. I temi della lotta alla mafia e attualità del maxiprocesso monopolizzarono il confronto politico nel corso della campagna elettorale del 1987, in Sicilia.   Da “Falcone-Borsellino e i Segreti di Stato-Mafia”, di Benito Li Vigni.

 

IL VALORE DELL'AMICIZIA PER PAOLO BORSELLINO «Eccola , è la sentenza di rinvio giudizio del maxi processo a Cosa Nostra», mi dice con una punta di orgoglio. «Quanto lavoro , quanta fatica , quanta passione , lacrime e sacrifici sono legati a quel processo», ripete. «Dalle pagine del "Maxi", dai mille retro scena ad esso legati , ho avuto la certezza che la nuova mafia nasce qui , in provincia . Dei capimafia che la governano sappiamo ormai molto; sui loro sottoposti, "i sottopancia" li chiamano in gergo, c'è il buio totale. La stagione del maxi processo è finita , e io sono venuto a Marsala in cerca di nuovi stimoli , nuove frontiere.

Con una certezza: gli anni del "maxi" continueranno seguirmi anche in questa Procura . Mazara , Partanna , Campobello , Salemi: è qui , nei paesi che ricadono sotto la mia competenza , la Roccaforte di cosa Nostra . Clan che con le cosche di Palermo , coi corleonesi di Totò Riina , hanno legame saldissimo: che io cercherò di recidere». 
La poltrona di pelle nera dove sono seduto , alla destra della sua scrivania , diventa da quel giorno la «mia» poltrona . Cominciamo a parlare un po' anche di noi . Anzi , per la verità , io quasi non riesco ad aprire bocca . È lui che racconta. [...] Così , dopo ogni incontro , dopo ogni cena con i suoi sostituti che arrivano o partono verso le città d'origine , diventiamo ogni giorno un po' più amici . Ognuno nel rispetto del proprio ruolo , con un patto stipulato dopo un tacito accordo: il giornalista può cercare tutte le notizie che vuole , porre tutte le domande che crede , anche le più insidiose . Ma una sua frase , sempre la stessa , accompagnata da un suo gesto , sempre lo stesso , indica che il taccuino va chiuso: ogni confidenza , da quel momento in poi , non potrà essere usata per un articolo . Un «allora vabbene», con una marcata cadenza palermitana, le due «b» pronunciate tutto d'un fiato, è la parola d'ordine; i palmi delle mani che si poggiano sulla superficie della scrivania la conferma che tanto basta.  
Estratto da "Paolo Borsellino" di Umberto Lucentini, edizioni San Paolo.

 

Da Capaci a via D'Amelio ricordando i 57 giorni.  Sabato 4 luglio 1992 - Paolo Borsellino si reca al Palazzo di Giustizia di Marsala per la cerimonia di saluto che era già stata rinviata altre volte dopo il trasferimento a Palermo. Borsellino parla a braccio, ricorda i sacrifici che i magistrati devono affrontare per assicurare alla nazione il servizio della giustizia, senza mai nominarlo cita il collega Vincenzo Geraci, il quale aveva scritto che a Marsala Borsellino era andato perché voleva una procura con il mare, e riceve una lettera di saluto dai “suoi” sostituti, i giovani pm cresciuti sotto la sua la protettiva negli anni delle inchieste marsalesi: Giuseppe Salvo, Francesco Parrinello, Luciano Costantini, Lina Tosi, Massimo Russo, Alessandra Camassa.*

Una lettera che Borsellino incornicerà ed appenderà nello studio di casa: ''A Palermo, ma non solo a Palermo, bisogna avere, si deve avere il coraggio di evitare o troncare amicizie, frequentazioni o semplici contatti con persone importanti o altolocate chiacchierate da cui si possono trarre favori più o meno leciti; si deve avere la forza di rinunciare a coltivare rapporti con persone che nel tempo hanno intrapreso un’altra strada, la strada della contiguità e della complicità con il malaffare e la delinquenza in genere.” Questo Paolo ha insegnato ai figli. La sua stessa vita è stata una continua rinuncia: una rinuncia ai divertimenti, alla vita mondana, ad amicizie risalenti ai tempi della scuola o dell’università con persone che egli stesso si era ritrovato a indagare e perseguire, anche per fatti molto gravi.  Agnese Borsellino dal libro "Ti racconterò tutte le storie che potrò" di Salvo Palazzolo.

 

E' L' Uomo ! - Ci sono Uomini che vivono pur essendo morti. La loro Onestà è linfa che alimenta il vivo ricordo che mai si spegnerà. Il loro sorriso ci accompagna nel dedalo dell'ingiustizia indicandoci la via della legalità. In tanti pretendono d'essere i prescelti per sostituire, seppure in modo interinale, la grandezza del loro agire. E no! Cari minus habens, non siete all'altezza, giacchè uno sciame di ipocrisia affolla la vostra mente e il vostro cuore. L'Uomo che vive tra noi rappresenta più che mai lo splendore dell'anima pulita e onesta. Altri minus habens tentarono di fermarlo nell'esercizio nobile della sua professione di Magistrato. Non ci riuscirono, ma poi Cosa nostra spezzò i suoi sogni. Sto parlando del magistrato Paolo Borsellino e la mia mente non può non ricordare momenti di lavoro insieme. Ricordo con tenerezza quelle sigarette fumate in angusti spazi, dal dottor Borsellino e da noi astanti. In quella piccola stanzetta sembrava d'essere in Val Padana, tanto ero il fumo che aleggiava. Tra un interrogatorio e l'altro, la sigaretta rappresentava per noi uno sfogo: era un modo per esorcizzare i drammi, che l'interrogato ci raccontava con dovizia di particolari. L'Uomo Borsellino, un Uomo che aveva perso l'ilarità: ilarità per anni palesata e che mutò dopo il drammatico 23 maggio del 1992. Paolo Borsellino, nel mese di luglio 92, era un Uomo ferito ma non vinto. Era un Uomo determinato a far trionfare la Giustizia, ma era anche un Uomo triste. Il suo amico Giovanni attendeva il suo impegno: aspettava verità e giustizia. Quella verità e giustizia tanto agognata, che ancora oggi non siamo stati capaci di offrire all'Uomo Borsellino. Non siamo nemmeno in grado di dire, GIUSTIZIA E' STATA FATTA!  Pippo Giordano

 

Terra bellisssima e disgraziata...

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Paolo Borsellino, il coraggio della solitudine

 

    A cura di Claudio Ramaccini - Responsabile Comunicazione Centro Studi Sociali contro la mafia - PSF

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